Hitchcock Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hitchcock/ un blog di approfondimento culturale Mon, 09 Jun 2014 10:08:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Hitchcock Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hitchcock/ 32 32 Lo smoking di D’Alema https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/ https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/#comments Mon, 09 Jun 2014 10:04:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21354 Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

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Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

Qui dovevo partecipare a questo Oscar del Vino 2014, massima kermesse nazionale del settore, in cui eravamo in nomination per il miglior vino dolce – o meglio, lo erano i miei cugini prestigiosi che fanno la Malvasia a Salina, e che con grande sprezzatura mi avevano incaricato di andare a rappresentare la famiglia nel caso avessimo vinto, in quanto bizzarro residente in Roma; e alla fine ci ero andato, anche per antiche aspirazioni verso rami più fortunati della famiglia – loro hanno la barca a vela, sono tutti alti e biondi e architetti, hanno un cognome esotico, sposavano delle Jackie Kennedy bresciane, negli anni Ottanta avevano i primi monovolume col portapacchi per le tavole da surf ed erano sempre abbronzati; noi invece avevamo la cascina a Brescia tipo Le Meraviglie, pure con papà cattivo e le api (questa è una storia di complessi sociali, evidentemente).

Quindi vado su per la Trionfale ancora sbarrata per nubifragi non più recenti, in Vespa, con il motore 125 che arranca; son vestito tutto Zara, perché l’invito intima «abito da sera per le signore, smoking tassativo per i signori», e io lo smoking non ce l’ho (anche se al cugino ho detto di sì) e me n’ero fatto prestare uno da un mio amico prestigioso, ma poi era larghissimo, quindi costruisco una specie di smoking fai da te da Zara, all’ultimo, vado a via del Tritone, un delirio, in mezzo al traffico: approfitto del servizio “personal shopper”, della pregiata casa spagnola, dunque un abito nero tipo poliestere 100%, con camicia bianca, a cui faccio un pratico orlo con la spillatrice, molto alto; sotto una calza Gallo a righe, con risultato forse hipsterissimo o forse Fantozzi alla festa del dobermann Ivan Il Terribile XXXII, peraltro a villa Miani, qui dietro, sempre a monte Mario, dunque filologico. (Rifletto anche che se sbaglio ad accendermi la sigaretta prenderò fuoco subito, con tutto quel sintetico).

Arrivato nella hall dell’ex Hilton, apprendo che l’Oscar del vino è di sotto, in una sala (sono da solo, avevo accettato anche per condividere con qualcuno l’esperienza surreale, ma poi salta fuori che ogni “più uno” bisogna pagare 200 euro, perché c’è Gianfranco Vissani che cucina; strano, penso, perché l’ex Hilton o Waldorf Astoria è notoriamente feudo di Heinz Beck, il cuoco che ha insegnato ai romani la sferizzazione e il sifone ma con giudizio. Mio cugino mi briffa: se vinciamo non dilungarti più di tanto sul vino che rischi di far figuracce, dì solo che è una Malvasia riserva raccolta a mano, ringrazi le Eolie che ci ospitano, due battute sul sole e sul territorio che ci ha accolto, fai una sorrentinata insomma (sono pure spiritosi e aggiornatissimi, i miei cugini vignaioli; mi brucia la battuta, io mi ero preparato una cosa ovvia tipo: «ringrazio Balotelli, il sindaco di Salina e i Talking Heads»).

La hall è al piano seminterrato, sempre con questo gusto Guerra Fredda, soffitti alti e stondati da bunker, parquet lucidi intarsiati a terra, sembra di essere alle Nazioni Unite o alla Design Week di Belgrado; mi aspetto che venga fuori Krusciov a battere la scarpa famosa sul tavolo. Invece, superato l’ingresso con gli accrediti, ressa di signori davvero in smoking e signore davvero in lungo, tipo Golden Globe o red carpet di Venezia, però qui siamo sotto terra. Ci sono dei valzerini in sottofondo, e a un certo punto sbucano dei paggetti e delle damine vestite tipo copertine di quei dischi Rondò Veneziano che andavano molto a Brescia negli anni Ottanta.

Sul menu, si informa che «sarà la Compagnia Nazionale di Danza Storica ad accogliere gli ospiti durante la Notte delle Stelle (maiuscolo) dedicata al più importante Riconoscimento (maiuscolo) italiano del vino». Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, a un certo punto, eccone uno di impeccabile fattura, con revers a lancia, di velluto; su scarpa inglese lucida, tipo Alden, e camicia con bottoni normali, dunque non regolamentare, dunque ottima sprezzatura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema.

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La scoperta traumatica che Pasolini regista non è amato https://minimaetmoralia.it/cinema/la-scoperta-traumatica-che-pasolini-regista-non-e-amato/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-scoperta-traumatica-che-pasolini-regista-non-e-amato/#comments Fri, 26 Oct 2012 13:07:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9941 Dal 1952, ogni dieci anni la rivista inglese Sight & Sound, emanazione del British Film Institute, chiede a una banda internazionale di cinefili di votare i loro film preferiti. Ogni volta arriva primo Quarto Potere. Quest'estate c'è stato un sorpasso: La donna che visse due volte di Hitchcock è arrivato primo, Welles secondo. Al terzo posto c'è Viaggio a Tokyo di Ozu. 846 tra operatori del settore, critici, accademici hanno inviato la propria top-ten, citando in totale 2.045 film. La classifica è stata resa nota fino al 250esimo posto.

Gli italiani: Fellini arriva decimo (Otto e mezzo), 39esimo (La dolce vita), 117esimo (Amarcord). C'è Antonioni al 21esimo (L'avventura), 73esimo (L'eclisse), 110imo (Professione: reporter), 144esimo (Blow Up), 202esimo (Deserto rosso). Molto amato anche Rossellini, di cui compare Viaggio in Italia al 41, Roma città aperta al 183, Germania anno zero al 202. C'è La battaglia di Algeri di Pontecorvo al 48, Il Gattopardo di Visconti al 57, Il conformista di Bertolucci al 102.

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Teorema, di Pier Paolo Pasolini.)

Dal 1952, ogni dieci anni la rivista inglese Sight & Sound, emanazione del British Film Institute, chiede a una banda internazionale di cinefili di votare i loro film preferiti. Ogni volta arriva primo Quarto Potere. Quest’estate c’è stato un sorpasso: La donna che visse due volte di Hitchcock è arrivato primo, Welles secondo. Al terzo posto c’è Viaggio a Tokyo di Ozu. 846 tra operatori del settore, critici, accademici hanno inviato la propria top-ten, citando in totale 2.045 film. La classifica è stata resa nota fino al 250esimo posto.

Gli italiani: Fellini arriva decimo (Otto e mezzo), 39esimo (La dolce vita), 117esimo (Amarcord). C’è Antonioni al 21esimo (L’avventura), 73esimo (L’eclisse), 110imo (Professione: reporter), 144esimo (Blow Up), 202esimo (Deserto rosso). Molto amato anche Rossellini, di cui compare Viaggio in Italia al 41, Roma città aperta al 183, Germania anno zero al 202. C’è La battaglia di Algeri di Pontecorvo al 48, Il Gattopardo di Visconti al 57, Il conformista di Bertolucci al 102.

Trascrivo questo lungo elenco solo per dire che arriva tardissimo, e con un solo film, Pier Paolo Pasolini: a pari merito con altri 32 film prende otto voti per Salò, al 202esimo posto.

La scoperta che un campione di 800 critici non ha nella propria memoria i film di Pasolini ha messo in crisi una convinzione che ho sempre avuto: che fosse un regista significativo. Questa lista è molto varia, non ha l’aria tendenziosa: ci sono film impossibili e film amati, cose sperimentali come L’uomo con la macchina da presa di Vertov (perfino ottavo) e cose popolari come Il padrino (21esimo). Perché accademici e critici non hanno la passione per Pasolini?

È proprio la domanda di un italiano: come giovane italiano di sinistra io tutti i padri potevo rifiutare tranne PPP. Crescere nel paese di Pasolini è una sfida difficile, la si porta avanti tutta la vita, come un complesso, una fonte costante di insicurezza: PPP è il sommo bene e il sommo male, non puoi essere più buono di lui (difendere i poliziotti e criticare gli hipster), non puoi essere più cattivo (a partire da Petrolio e da Salò, tutto l’aspetto di ricerca dell’estremo di cui tratta Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto). È bastata una sua recensione violenta a impedirmi per sempre di stimare la scrittura a suo dire sciatta di Fenoglio. Ma I racconti di Canterbury e Il Decameron sono stati il primo esempio di cinema della felicità e dell’allegria a cui sono riuscito a credere.

Tra il liceo e l’inizio dell’università, il vero film che stabiliva se eri un borghese irrimediabilmente perso o meno era Teorema: la storia del giovane bello sensuale e messianico che sconvolge una casa altoborghese col sorriso richiedeva, ricordo, che si approvasse il teorema del film – noi borghesi non sappiamo vivere né amare – senza battere ciglio; ricordo anche che il cinema di poesia era impossibile da criticare, perché non offriva appigli.

Ma io pensavo che andasse forte, che fosse dato per scondato nell’intero occidente che Teorema fosse il tazebao definitivo antiborghese.

Passo un viaggio in treno a rivedere Teorema per cercare di ricordare cosa ne pensai quando lo vidi a vent’anni. Rivedo la grande apertura, con i capannoni della fabbrica che è stata donata agli operai e il giornalista con la voce puntuta: “Il vostro padrone vi ha donato una fabbrica, lei cosa ne pensa di questo gesto? Il vero protagonista di questa storia resta il vostro padrone… E non vi toglie in questo modo la possibilità di una rivoluzione?”

Ma le scenate dei quattro membri della famiglia borghese, che vogliono e non vogliono rompere l’ordine borghese che li soffoca danno “vita” a scene compiaciute che ora trovo soltanto ingenue. Il figlio bamboccio che si scopre gay e poi cattivo artista, dice a Terence Stamp: “Io non riesco più a riconoscere me stesso. Perché quello che mi faceva uguale agli altri è distrutto. Ero come tutti gli altri… con molti difetti, forse, miei, del mio mondo, tu mi hai reso diverso, togliendomi al naturale ordine delle cose…” Terence che guarda comprensivo è irritantissimo, questo messia amico e ragazzetto, che tutto comprende, pronto ad accontentare, pronto a sconvolgere.

La borghesia di Teorema, tutta precisa, priva delle molto note paraculaggini della borghesia italiana che hanno fatto la storia della letteratura (Svevo, Gadda, Arbasino) e della commedia in generale: la rivedo a 35 anni e non ci trovo niente di familiare (di vero). Eppure, perché PPP è un padre molto più di qualunque altro artista o intellettuale italiano, mi vergogno ancora a dire che Teorema mi sembra un raggiro inflitto alla persona che fui durante la mia formazione, quando cercavo qualcuno che fustigasse la mia appartenenza borghese e mi dissero che quella era la maniera più stilisticamente e moralmente impeccabile per farlo.

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Tutti i modi per essere dei veri impostori https://minimaetmoralia.it/libri/tutti-i-modi-per-essere-dei-veri-impostori/ https://minimaetmoralia.it/libri/tutti-i-modi-per-essere-dei-veri-impostori/#comments Sat, 01 Sep 2012 08:30:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9212 Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Il sentimento d’impostura» di Belinda Cannone (Edizioni di Passaggio).

È un’esperienza comune a molti (a tutti, azzarderemmo): trovarsi in un posto e sentirsi abusivi; avere cioè la coscienza di non dover essere lì, di non meritarlo. Essere, di fatto, impostori.

All’interno di quella macrocondizione che è il sentimento dell’inadeguatezza, accanto al senso di estraneità, al percepire sempre e comunque la mancanza (anche di chi c’è), al sentirsi intrusi, al millantato credito (da intendere non come strumento di un raggiro bensì come parte naturale del raccontarsi agli altri), l’impostura è uno stato d’animo nodale. Perché nel descrivere una balbuzie dell’io, un suo tragicomico inciampo tanto imprevisto quanto inevitabile, ci rivela che la famigerata identità è sempre un’esperienza balbettata e che barcollare, temere di essere scoperti per ciò che realmente si è (qualsiasi cosa significhi), non è per nulla un’anomalia.

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Il sentimento d’impostura» di Belinda Cannone (Edizioni di Passaggio).

È un’esperienza comune a molti (a tutti, azzarderemmo): trovarsi in un posto e sentirsi abusivi; avere cioè la coscienza di non dover essere lì, di non meritarlo. Essere, di fatto, impostori.

All’interno di quella macrocondizione che è il sentimento dell’inadeguatezza, accanto al senso di estraneità, al percepire sempre e comunque la mancanza (anche di chi c’è), al sentirsi intrusi, al millantato credito (da intendere non come strumento di un raggiro bensì come parte naturale del raccontarsi agli altri), l’impostura è uno stato d’animo nodale. Perché nel descrivere una balbuzie dell’io, un suo tragicomico inciampo tanto imprevisto quanto inevitabile, ci rivela che la famigerata identità è sempre un’esperienza balbettata e che barcollare, temere di essere scoperti per ciò che realmente si è (qualsiasi cosa significhi), non è per nulla un’anomalia.

A questo siero maligno che mescola al suo interno vergogna e colpa, Belinda Cannone – narratrice e saggista francese, docente di Letteratura comparata presso l’università di Caen – ha dedicato Il sentimento d’impostura (Edizioni di Passaggio, traduzione di Giovanni Lombardo). Per descrivere i timori e i tremori dell’impostura l’autrice compone un saggio informale, pressoché interamente condotto in seconda persona singolare; un saggio che nel dare del tu – nel parlare all’orecchio del lettore bisbigliando, alludendo, sobillando – usa letteratura e cinema come cartine di tornasole (perché soltanto le narrazioni – grandi indispensabili imposture di cui non vogliamo fare a meno – conferiscono tridimensionalità a ciò che accade).

E dunque cosa meglio di tre romanzi per descrivere figura e funzione del «negro bianco»? Per il protagonista di La macchia umana di Philip Roth – un personaggio in cui, sottolinea Cannone, si continuano quelli analoghi di Luce d’agosto di Faulkner e di Lo splendore del Portogallo di Lobo Antunes – essere un intruso, scegliere le ragioni peculiari della propria intrusione, vuol dire dialogare fittamente con l’impostura. Con qualcosa, cioè, che nel generare un disagio è anche un’esperienza vertiginosa.

C’è disagio nella vicenda della ragazza che in Rebecca (tra Du Maurier e Hitchcock), non corrispondendo alle aspettative degli altri, comprende lo scarto che esiste tra un modello prescrittivo forte e una individualità reale (“Rebecca è quella forma superlativa di femminilità cui la ragazza appena uscita dall’infanzia non può certo corrispondere”, scrive Cannone), così come c’è sofferenza nell’antieroe brancatiano che in Il bell’Antonio nasconde nell’impostura il disonore dell’impotenza. Eppure – ed è quanto attrae maggiormente la curiosità dell’autrice – l’impostura può anche essere una circostanza esaltante. L’impostore teme lo smascheramento ma, tutt’altro che vile, ha il coraggio di mantenere una posizione (e una postura) instabile. Le sue azioni riguardano il desiderio e lo stupore. È il caso di Zelig, l’uomo camaleonte del film di Woody Allen, che nel desiderio di molteplicità scopre quanto può essere semplice incarnarsi nella morfologia fisica e comportamentale degli altri. Pura famelica esplorazione del mondo e delle sue possibilità è poi la storia di Frank Abagnale Jr. (dalla cui vicenda Spielberg ha ricavato Prova a prendermi); le sue poliedriche imposture sono aggressive, bellicose: agonistiche. Non il rimedio più o meno raffinato a un guasto della rappresentazione di sé ma una specie di attitudine, persino un piacere, una passione: la felicità amara di essere – finché si può – qualcun altro.

Alla fine del suo libro Cannone connette il sentimento d’impostura a un nucleo ontologico. Sottratto alle contingenze, l’assioma «io so che tu non sai che io (in realtà e mio malgrado) sono un altro», e dunque la domanda «che ci faccio qui?», esplode in tutte le sue implicazioni. Essere impostori non è il caso eccezionale di alcuni: rendersi conto di esserlo, semmai, è una forma di lucidità disponibile a ognuno di noi. Ciò che paradossalmente ci affratella.

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