Holden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/holden/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Jan 2019 14:06:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Holden Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/holden/ 32 32 La mano di Holden Caulfield https://minimaetmoralia.it/altro/la-mano-holden-caulfield/ Tue, 01 Jan 2019 11:32:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39075 Questo pezzo è uscito su  “Robinson – La Repubblica”, che ringraziamo di Nicola Lagioia Nei giorni di pioggia la mano gli fa ancora male. Non può tenere il pugno ben chiuso, il che vuol dire che non diventerà mai un “dannato chirurgo” e nemmeno un violinista. Adesso ha sedici anni. Quando ne aveva tredici è […]

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Questo pezzo è uscito su  “Robinson – La Repubblica”, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Nei giorni di pioggia la mano gli fa ancora male. Non può tenere il pugno ben chiuso, il che vuol dire che non diventerà mai un “dannato chirurgo” e nemmeno un violinista. Adesso ha sedici anni. Quando ne aveva tredici è successo che il suo fratello minore, Allie, è morto di leucemia. Quella notte Holden ha spaccato tutte le finestre del garage, e non contento ha tentato di fare la stessa cosa coi finestrini della giardinetta, ma a quel punto si era già rotto la mano.

Quando pensiamo al Giovane Holden, uno dei romanzi più letti di tutti i tempi, non dovremmo mai dimenticare Allie. Buona parte dell’opera di J.D. Salinger prende le mosse da questo: il tentativo di rielaborare un trauma in un mondo che finge di non vederlo. Che si tratti del soldato Seymour Glass appena tornato dalla II guerra mondiale (protagonista di Un giorno ideale per i pescibanana), o di Holden Caulfield, adolescente di buona famiglia impegnato ad attraversare la propria linea d’ombra, è il baratro alle spalle (una voragine la cui presenza nessuno, a parte loro, sembra sentire in modo così vero) a muovere i passi dei protagonisti delle sue storie.

The Catcher in the Rye esce nel 1951, prima che nei cinema arrivino Gioventù bruciata e Il selvaggio. Marlon Brando e James Dean offriranno un volto indimenticabile a un fenomeno nuovo – il disagio giovanile – su cui il secondo Novecento ricamerà a lungo, ma tutto inizia nella finzione letteraria a pochi giorni dal Natale del 1949, quando Holden Caulfield, espulso in Pennsylvania dalla scuola dove si sta preparando per il college, decide di andarsene a New York per un fine settimana all’insaputa dei genitori.

Il romanzo è la storia di questa piccola fuga – fuga e clandestino ritorno a casa, visto che la famiglia Caulfield vive proprio a New York – e a quasi settant’anni di distanza è ancora molto letto, amato, imitato, citato di continuo da altri romanzi, nonché da film, canzoni, spettacoli teatrali, videogiochi. Holden non ha il fascino tormentato né l’esplosiva sensualità di certe icone giovanili, è alto, allampanato, magro come un chiodo, ha un inconsueto ciuffo di capelli bianchi sul lato destro della testa e le sue trasgressioni sono davvero poca cosa rispetto a ciò che, in quello stesso periodo, combinano i personaggi di Jack Kerouac e William Burroughs. E allora perché tanta popolarità?

Non credo a chi sostiene che la fortuna del romanzo sia dovuta alla sua natura piccolo borghese, al fatto di saper dosare bene gli ingredienti di apprensione e rassicurazione. Al contrario, il segreto del libro sta nella capacità di evocare scenari sì rassicuranti (la scuola Pencey Prep, e poi New York, la città simbolo del Novecento) ma solo per farcene intravedere di continuo la precarietà, la fragilità, l’inquietante trasparenza. Tutto ciò che sembra solido e incrollabile è “made of glass”, per citare il materiale preferito del suo autore.

I dormitori della Pencey, gli uffici dei professori, gli alberghi di New York, la Quinta Avenue addobbata per Natale, il Museo di Storia Naturale, i locali del Greenwich, le piste di pattinaggio a Central Park: l’ordine del mondo si erge e si disfa di continuo davanti agli occhi di un ragazzo. La mente di Holden Caulfield è veloce, il suo malessere elettrico, la sua filosofia imprendibile, e la scrittura di Salinger restituisce tutto questo a perfezione. Qual è il senso della vita che facciamo? Cosa resta del patto tra giovani e adulti? Amare le persone e poi perderle: chi o cosa può impedire che vada sempre a finire così? Ecco le domande gigantesche ben nascoste nel buffo sproloquio di Holden Caulfield.

Il titolo del libro – letteralmente L’acchiappatore nella segale, intraducibile per noi – in Italia diventò prima Vita da uomo (nella sua uscita per Gherardo Casini editore) e poi, con Einaudi, Il giovane Holden (diventerà El Cazador Oculto in Spagna, L’Attrape-cœurs in Francia, De kinderredder van New York nei Paesi Bassi…) La copertina bianca Einaudi (frutto delle sfuriate iconoclaste di Salinger), niente immagini, nessun testo né commento né blurb in quarta o nei risvolti, è il miglior omaggio all’intransigente elusività del suo autore. E del resto tutto Il giovane Holden, se volete, è anche un tentativo di rispondere a un kōan zen che Salinger amava molto: a battere le mani, sappiamo il suono della mani insieme. Ma qual è il suono di una mano sola?

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Personaggi da romanzo https://minimaetmoralia.it/letteratura/personaggi-da-romanzo-2/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/personaggi-da-romanzo-2/#comments Tue, 31 May 2011 06:40:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4454 Dopo l’uscita l’anno scorso di Holden, Lolita, Zivago e gli altri, Fabio Stassi continua il suo lavoro di riscrittura e archiviazione dei personaggi di romanzo.

Jacques Deza (Javier Marias, Il tuo volto domani)

Per la verità, la mia voce fu già registrata in un altro libro, tredici anni fa, ma non avevo nome e nessuno sapeva ancora chi fossi. Ora posso finalmente dire di chiamarmi Jacques, anche se in molti mi conoscono come Jaime o Jacobo o Santiago o Diego o Yago.

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Dopo l’uscita l’anno scorso di Holden, Lolita, Zivago e gli altri, Fabio Stassi continua il suo lavoro di riscrittura e archiviazione dei personaggi di romanzo.

Jacques Deza (Javier Marias, Il tuo volto domani)

Per la verità, la mia voce fu già registrata in un altro libro, tredici anni fa, ma non avevo nome e nessuno sapeva ancora chi fossi. Ora posso finalmente dire di chiamarmi Jacques, anche se in molti mi conoscono come Jaime o Jacobo o Santiago o Diego o Yago. Sono uno spagnolo desterrado, sradicato, divorziato dalla mia terra e dalla mia famiglia. Un convalescente solitario pieno di idiosincrasie, ex professore di Oxford, tornato da qualche tempo a vivere in Inghilterra.
Ufficialmente lavoro alla BBC, ma il mio mestiere di interprete è un altro: ho il dono di tradurre le vite degli uomini, lo stesso dono che hanno alcuni scrittori, di vedere quello che altri occhi hanno visto, di anticipare le storie, di conoscere il volto che ciascuno di noi avrà domani. Non c’è nessuna dote soprannaturale in questa preveggenza. Solitamente tutti sanno come andranno a finire le cose, e il momento in cui stanno per accadere, quando un amore o un’amicizia si rompe, le parole che avremmo dovuto dire e non abbiamo detto, e quando invece avremmo dovuto tacere e non lo abbiamo fatto, chi continuerà ad amarci e chi ci congederà per sempre.
Tutti sanno, ma vogliono ignorarlo.
Nessuno sopporta il dolore delle proprie percezioni, perché sono quasi sempre aspre e sgradevoli. Ci hanno educato al dubbio e alla paura e detestiamo la certezza. Preferiamo nasconderci in una nebulosa che chiamiamo speranza, occultare ciò che è già evidente. Così trucchiamo senza tregua il passato e mascheriamo il futuro, questo nemico che non smette di condizionarci perché è ancora possibile.
Questo scrivo nei miei rapporti di agente segreto per l’anonima struttura di spionaggio in cui presto servizio. Impressioni, note, riflessioni. Tutti i segni, gli avvisi, i riconoscimenti che il mio sguardo raccoglie. Mi assumo il rischio e la pena. Osservare è la mia maledizione. Assistere. Essere testimone. Io sono la mia febbre, la lancia, il ballo, il sogno, il veleno e l’ombra. L’ho detto tante volte: non si dovrebbe raccontare né ascoltare nulla. La curiosità è un sentimento imprudente. Eppure non tacciono nemmeno i morti in questo tempo di noncuranza e istrionismo. Chiunque ci tradisce, è incapace di tenere il segreto, dimentica quello che dice ma mai le offese che riceve. Le orecchie sanguinano, a tenerle deste, in questo fiume di delazioni, omissioni, sospetti, insulti, pettegolezzi, e soffre infinitamente chi cerca di mediare o di fare da scudo. A tutto si finisce per credere, all’inizio, pur di sfuggire alla verità e alla salvezza dell’oblio e del silenzio. Solo per non abbandonare né essere abbandonati.

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Dalla parte del personaggio https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-del-personaggio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-del-personaggio/#respond Wed, 30 Mar 2011 09:17:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4088 Fabio Stassi continua il suo lavoro di riscrittura e archiviazione dei personaggi di romanzo dal dopoguerra a oggi, anche dopo l’uscita, l’anno scorso, di Holden, Lolita, Zivago e gli altri.

di Fabio Stassi

Bärlach, commissario (1953)
Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia

Dalla finestra di questa clinica per ricchi, su una collina, vedo la luce acida dell’alba illuminare i contorni borghesi del mondo. Zurigo è una città senza odore.

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Fabio Stassi continua il suo lavoro di riscrittura e archiviazione dei personaggi di romanzo dal dopoguerra a oggi, anche dopo l’uscita, l’anno scorso, di Holden, Lolita, Zivago e gli altri. La foto è di Eleonora Stassi.

di Fabio Stassi

Bärlach, commissario (1953)
Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia

Dalla finestra di questa clinica per ricchi, su una collina, vedo la luce acida dell’alba illuminare i contorni borghesi del mondo. Zurigo è una città senza odore. La Bahnofstrasse non sa di pioggia nemmeno quando piove. È eternamente pulita, con i suoi negozi di orologi, le banche, gli empori d’alta moda. Eppure qui è pieno di fiori, e stanno sbocciando tutti. Certe ore, il dolore allo stomaco è così forte che faccio fatica a sollevarmi anche dai cuscini. Sento addosso una stanchezza spettrale e ho freddo. Immagino, allora, le friggitorie del Bosforo, e di fumarci davanti un sigaro, come all’inizio della mia carriera di criminologo. Mi ricordo di quando incontrai la prima volta il male, in una bettola ebrea di Costantinopoli. E dello schiaffo che diedi a un funzionario tedesco, nel trentatré, al distretto di polizia di Francoforte sul Meno. Ma più di ogni altro posto, è Berna che mi torna in mente. La mia città di sonnambuli. I suoi uffici ammuffiti. L’acqua sporca e gialla del fiume lungo il quale mi è sempre piaciuto camminare. Sarà che qui dentro ricevo solo la visita dei miei fantasmi.
Anche la morte avrà con me una puntualità svizzera: meno di un anno. Eppure ho ancora una voglia matta di tutto. Per la verità, prima fumavo gli Ormond, adesso preferisco i Little Rose di Sumatra, ma di nascosto dalle infermiere, e sempre dopo la loro zuppa d’avena. Patetico finale di partita per uno che amava la cucina turca.
Ora mi chiamano il Vecchio, sono un gatto nero scheletrito e in pensione, un ex commissario alla fine dei suoi giorni. Ma non ho perso l’abilità di scoprire le cose più semplici e credo ostinatamente che la giustizia abbia sempre senso. Continuo a indagare, per mio conto e senza anestesie, gli alibi degli uomini e l’inaudito tempo di cui sono stato testimone, ma ho il sospetto che sia il labirinto di me stesso il tema della mia ultima inchiesta.

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