Hrant Dink Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hrant-dink/ un blog di approfondimento culturale Wed, 08 Jul 2015 13:53:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Hrant Dink Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hrant-dink/ 32 32 Ho conservato la libertà del dilettante. Intervista a Ferzan Ozpetek https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ozpetek/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ozpetek/#comments Wed, 08 Jul 2015 14:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27504 Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. di Malcom Pagani Ferzan cucina: “Sono il re della frittata”, crede nella scaramanzia: “Ho messo un piccolo Buddha sui miei libri, porta bene”, vive ancora nel palazzo con vista sul Gasometro che lo ospitò al tempo in cui lasciata Istanbul per Roma, insieme ai […]

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Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Ferzan cucina: “Sono il re della frittata”, crede nella scaramanzia: “Ho messo un piccolo Buddha sui miei libri, porta bene”, vive ancora nel palazzo con vista sul Gasometro che lo ospitò al tempo in cui lasciata Istanbul per Roma, insieme ai sogni e alle speranze, stipò in valigia anche lo scetticismo di suo padre: “Gli sembrava che l’Italia fosse la più inutile delle scelte. ‘Vuoi fare cinema? Vai in America’. Mi ha sempre trattato come un personaggio da circo e magari chissà, aveva anche ragione”. Tra i pagliacci e le maschere dei trapezisti che sanno scegliere il momento adatto a rivelarsi, Ferzan Ozpetek ha piantato il suo tendone. Dieci film. Molti premi. La strana sensazione “di essere un fallito, un salmone che nuota controcorrente, uno che cova il tipico senso di colpa dei registi e fa una professione impalpabile in cui risultato e senso dell’opera possono essere tirati in cento direzioni diverse”. Un secondo libro pubblicato da Mondadori, Sei la mia vita, in cui l’autobiografia gioca a nascondersi nella finzione. Tra le pagine ballano amori da bancone e notti insonni, libagioni sdraiate sui palazzi condominiali e amicizie, millantatori, puttane, sante laiche e dolori. Ferzan racconta spudoratamente dipingendo i funerali di allegria e gli incontri di relativo mistero: “Gli anni ’70 sono stati meravigliosi, se non fosse arrivato l’Aids saremmo stati tutti bisessuali. Per incontrare qualcuno bastava essere curiosi e avere il coraggio di guardarsi negli occhi. Non c’erano Internet e i telefonini. Non esistevano i locali gay. C’erano le piazze. Le cene. La voglia di conoscersi”.

Oggi latita?

Si respira una certa generalizzata estraneità e mi dispiace. È un rammarico simile a quello che provo quando incontro qualche mio collega trasformato dal successo, darsi un tono. Chi cambia atteggiamento non ha capito che è tutto di passaggio. Tutto transitorio. Tutto passeggero.

Lei lo ha capito?

Spero di sì. Come dice il mio amico Gianni Romoli non sono mai diventato un vero professionista. Ho conservato la libertà del dilettante.

Cosa ricorda de Il bagno turco, il suo primo film?

Un piacere e una gioia che non ho più provato. Fino ad allora avevo fatto l’aiuto regista. Un giorno sì e l’altro anche ero in ginocchio nell’ufficio di Marco Risi, il produttore, per tentare di convincerlo a finanziare il mio esordio. Lo persuasi e partimmo. Cinque settimane di ripresa, una troupe ridottissima, uno sforzo meraviglioso figlio di un affiatamento irripetibile. Giravamo spesso di notte. Durante il giorno, i proprietari della pensione in cui dormivamo subaffittavano la stanza alle prostitute. Tornando, trovavamo sempre cose bizzarre.

Il bagno turco venne presentato alla Quinzaine di Cannes del 1997.

Venezia l’aveva rifiutato e con l’emissario di Berlino era andata anche peggio: “Sì, il suo film l’abbiamo visto, le consigliamo di cambiare mestiere”. Il direttore del Festival, mi rivelarono tempo dopo, aveva avuto una brutta esperienza a Istanbul e da allora dei turchi e della Turchia non aveva più voluto saperne. Eravamo disperati. All’improvviso, dal nulla, arrivò a salvarci Pierre-Henri Deleau. Era il delegato di Cannes per la Quinzaine. Venne a Roma, vide sessanta film, non gliene piacque neanche uno: “Tutto qui? Non avete altro?”. Gli dissero che c’era questa piccola opera italiana di un giovane regista turco. Si incuriosì. E a proiezione finita, si dimostrò entusiasta. Per proseguire l’avventura, l’esito del primo film fu fondamentale.

Se Il bagno turco non fosse piaciuto a Delau oggi cosa farebbe Ozpetek?

Forse un altro mestiere. Dopo i primi rifiuti mi sentii a terra. Non ero più un aiuto regista e con ogni evidenza non ero neanche un regista. Peccato soltanto che ultimamente i miei film escano prima di Cannes e non possano essere quindi selezionati.

Lei però è uno dei pochissimi italiani viventi a cui il Moma di New York abbia dedicato una retrospettiva.

Il mio analista infatti suggerisce di non crucciarsi. “Risolviti – mi dice – o scegli la cuoca di Porretta Terme o scegli Cannes”.

Quale cuoca?

Ad Aprile dell’anno scorso, mi invitano a Porretta Terme per una retrospettiva. Bardano il paese di manifesti, espongono i dvd dei miei film nelle vetrine dei negozi, mi fanno sentire un extraterrestre. Entro in una macelleria e il padrone mi trascina da sua moglie. La cuoca. Un donnone che mi si getta addosso, mi abbraccia, si mette a piangere: “Lei non ha idea di quanto il suo lavoro mi abbia cambiato la vita”. Mi capita in continuazione. In aereo. Per strada. Al cinema. Vengono e mi parlano: “Abbiamo scoperto di avere un tesoro in famiglia”. Si confidano: “Ho capito molto della mia sessualità”.

A noi pare di capire che a Cannes preferisca la cuoca.

Condividere le emozioni del pubblico è bellissimo. Faccio un magnifico lavoro. Ho fatto convivere religioni, sessualità, sentimenti e classi sociali partendo dalla mia vita. Ho inventato storie, le ho mischiate con frammenti di realtà e ho avuto anche la fortuna che qualcuno ci si riconoscesse e dai miei film traesse speranza. Non voglio altro. Non chiedo altro.

Ricorda cosa disse Monicelli del suo lavoro ad Aldo Cazzullo? “Amo il cinema di Ferzan, ma ogni suo film somiglia all’altro e alla fine si scopre che sono tutti froci”.  

Di Mario ero amico. Ho vissuto per un anno dalle parti del Colosseo e ci incontravamo spesso nello stesso ristorante. Ne abbiamo parlato. Ero curioso: “Ma perché hai detto quella frase?” gli chiedevo.

E Monicelli cosa rispondeva?

Si trincerava dietro la differente mentalità dei suoi tempi, ma in realtà con quella battuta voleva dirmi altro. Mi voleva bene e aveva paura che parlare di omosessuali mi avrebbe limitato facendomi incontrare qualche difficoltà in più. Qualche diga.

Era vero?

Ci ho riflettuto a lungo. Da una parte sì. Dall’altra spiegavo a lui e a tutti gli altri che non ero io a imporre i gay nei miei film, ma gli altri a negare la realtà. È una questione statistica. Se mi alzo dal divano e corro a citofonare ai dirimpettai, su dieci famiglie troverò sicuramente qualcuno che etero non è. Nei film italiani però i froci non esistono o sono sempre parodie, macchiette, diversi a prescindere. Monicelli era d’accordo. Era dispiaciuto di essersi perso la battuta: “Dovevo dirgli che non è Ozpetek a mettere i gay nei film, sono gli altri registi a toglierli”.

Pensa che il pregiudizio esista?

Prenda i critici inglesi o americani. Sull’argomento hanno sempre il dente avvelenato. Pretendono di essere all’avanguardia, ma sotto sotto sono conservatori. Il pregiudizio esiste ovunque. Quando dicono “Ozpetek insiste troppo con la tematica omosessuale” o affrontano il mio libro titolando: “Amori gay a Istanbul” mi irrito. Sul giornale avrei voluto leggere “Amori”. E basta. Perché l’amore è più complicato delle classificazioni. Come facevo dire in Mine vaganti: “Normalità è una brutta parola”. Nella vita mi sono piaciuti donne e uomini. Ho amato entrambi i sessi. Chi può escludere che avvenga ancora?

Le hanno mai consigliato di limitarsi?

Un’infinità di volte. All’epoca di Saturno contro i distributori mi consigliarono di tagliare il bacio tra Argentero e Favino: “Guadagneremo spettatori”. “Mi bastano quelli che ho” risposi. Oggi forse quel bacio lo eliminerei, ma per ragioni diversissime.

Ce le spiega?

Allora avevo una testa diversa. Pensavo: “Devo farli baciare altrimenti sembra che siano fratelli”. Un’ingenuità. Oggi mi piace infinitamente di più non dire. Non sottolineare. Come in quel bellissimo film sul matematico Alan Turing, The imitation game. Turing ha salvato il mondo, lo fanno fuori perché è frocio, ma la sua sessualità la scopri soltanto a metà film.

Preferisce la parola frocio a gay?

La preferisco quando vedo la gente impettita dire “gay” e pensare “brutto frocio”. Glielo leggi in faccia. Si sforzano di mostrarsi comprensivi, ma recitano malissimo.

In Sei la mia vita, lei mette in scena quadri della sua giovinezza alternati a un presente romanzato. Il suo secondo libro potrebbe diventare un film?

A Settembre intanto girerò Rosso Istanbul. L’ho scritto con Valia Santella e Gianni Romoli modificando in profondità il mio romanzo d’esordio. Nel percorso dal primo libro al secondo, a iniziare dalla sintesi, ho imparato molte cose. Da Rosso Istanbul, la mia editor defalcò senza pietà più di 40 pagine.

Cosa altro ha imparato?

A cambiare sguardo. Succede anche nella vita. A quarant’anni, l’età migliore in assoluto, vedi le cose nitidamente.

E a cinquanta?

È un disastro. Pensi che vent’anni prima ne avevi solo trenta e che passati altri vent’anni ne avrai già settanta. A 50 ti rendi conto che la vita è una fregatura.

Lei ha vissuto intensamente.

Sono stato educato ai dialetti. Allo scambio. Alla diversità. Sono cresciuto in un posto in cui la campana della chiesa rintoccava confondendosi con i canti del Muezzin. Un luogo in cui i greci arrivavano d’estate e gli armeni vendevano il pesce per strada. Certe esperienze ti segnano.

Il Papa ha recentemente evocato il genocidio armeno. I governanti turchi l’hanno presa malissimo.

Il tema è delicato. Se io ti accuso di aver rotto un bicchiere, tu non rispondi dicendo “non è vero”. Di fronte a un accusa così grave bisognerebbe argomentare, difendersi, portare prove. Io non seguo né chiese né moschee, ma in Turchia sono cresciuto. E so che turchi e armeni si insultano da secoli. Dove non c’è ascolto reciproco non può esserci dialettica.

Lei a un armeno, Hrant Dink, ha dedicato uno dei suoi film più importanti.

Hrant Dink era il Pasolini turco. Un giornalista armeno, un genio, un poeta morto in povertà con le scarpe bucate, ucciso per puro odio da un ragazzo di soli sedici anni.

Ci ha parlato dell’incontro tra diverse culture. Ha che età ha conosciuto lo scontro?

Molto presto. In terza elementare la maestra maltrattò una mia compagna di classe parlando malissimo di armeni e greci. Lei, armena, tornò a casa in lacrime. Io ero gasatissimo e approfittai per rinfacciare a mia madre certe commissioni che sbrigavo a casa dei vicini greci: “Loro sono i nostri nemici e tu mi ci mandi lo stesso”. Lei non proferì verbo e il giorno dopo, quando il bidello bussò alla porta per convocare me, la maestra e la mia compagna in presidenza, la incontrai nuovamente a scuola. Era trasfigurata. Urlava verso la maestra. Armò un cazziatone: “Faccio di tutto per educare i miei figli alla civiltà e non le permetto di distruggere tutto con i suoi pregiudizi”.

Lei come reagì?

Mi vergognai. L’insegnante lì per lì fece mea culpa, ma poi per settimane, al primo alito di vento, trovò modo di restituirmi il favore a suon di sberle. Per settimane detestai mia madre. Poi iniziai a capirla. Lei c’è stata sempre. Era fantastica. Una volta, avevo dodici anni, venni sorpreso da mio padre con un mio giovane amico in camera ai margini di una festa. Ci sbaciucchiavamo, ci toccavamo il pisello, ci scoprivamo a vicenda. Lui ci beccò con i pantaloni abbassati e me le diede forte. Poi chiamò gli altri ospiti: “Venite a vedere cosa fanno qui i frocetti”. Non arrivò nessuno. Poco dopo entrò mia madre: “Senti Ferzan, anche io da ragazza avevo le tue curiosità. Non mi frenavo, ma facevo in modo che nessuno se ne accorgesse”. Mia madre mi ha educato alla libertà.

E suo padre?

Mi ha sostenuto economicamente in modo meraviglioso e quando ha compreso chi ero davvero, è finalmente riuscito ad accettarmi. Alla fine degli anni ’70 venne a trovarmi uno zio a Roma. Passò la giornata con il mio gruppo di amici al mare, familiarizzò, giocò, si mostrò felice. Poi tornò in Turchia e fece un quadro a tinte fosche della mia vita: “Ferzan passa le sue giornate allo sbando, tra checche e pervertiti”. Mia madre mi chiamò preoccupata. Andai a trovarla in Turchia e prima ancora di dirle ciao telefonai a mio zio. Ero furibondo, non mi controllai e lo investii con violenza. Mio padre era felice. Allegro come non l’ho mai visto. Rideva come un pazzo. “Non è che non mi accetta allora- mi dissi-ha soltanto paura che suo figlio venga schiacciato”

Lei vive con il suo compagno.

Simone. È la mia vita. Conviviamo da 14 anni. Il matrimonio gay non mi interessa, una seria legge sul tema sì. Renzi sta facendo molte cose buone, mi auguro che si muova in fretta anche sul tema dei diritti civili. Pago le tasse come tutti, perché devo essere considerato un cittadino di serie b? Non capisco perché due persone dello stesso sesso che dividono gioie, difficoltà e dolori debbano rischiare di non poter decidere niente delle sorti del compagno in caso di malattia o essere estromessi da ogni beneficio come è successo a Marco, il compagno di Lucio Dalla. Mi sembra incivile. Medievale.

Che paure ha Ferzan Ozpetek?

Quella di perdere il controllo. La droga, ad esempio. Sapevo che mi sarebbero piaciute e me ne sono tenuto alla larga. Ai miei tempi comunque la cocaina era un abisso destinato ai ricchi. Girava qualche canna, molto alcool e per rimorchiare non avevamo bisogno di strafarci. Ci bastava essere sicuri di noi stessi.

È vero che il suo è un microcosmo pieno di ingrati?

Verissimo, gli attori in particolare, come è ovvio. Tra loro ho anche carissimi amici: Francesca D’Aloia, Margherita Buy, Kasia Smutniak. In generale non scelgo mai le mie frequentazioni in base al mestiere di chi si siede a tavola con me.

E lei a qualcuno è grato? Ai suoi produttori di ieri e di oggi? A Tilde Corsi, a Domenico Procacci?

A Domenico voglio bene anche se, visti gli incassi, dovrebbe essermi grato lui. (Ride). So riconoscere chi mi ha aiutato e in assoluto non porto rancore.

Neanche nei confronti di chi la critica?

Ho avuto apologeti e detrattori, ma non ho mai fatto una telefonata a chi mi criticava. Una volta, dopo la proiezione de Le fate ignoranti mi si accostò un giornalista. Aveva stroncato il film e schiumava rabbia: “Bello il vostro mondo gay, vi divertite tanto eh?”. Risposi a tono: “Caro mio, se il mondo in cui uno muore di Aids, un’altra arranca tra le casse di un supermercato e un altro ancora non sa cosa fare delle propria vita ti sembra bello, il tuo deve essere atroce”. Due mesi dopo, con le sale piene, lo stesso giornalista scrisse un pezzo colmo di elogi sul film. Lo incontrai a una prima e mi avvicinai: “Ma hai cambiato idea?” e lui: “Lascia perdere Ferzan, la mia ragazza è pazza del film e mi ha rotto i coglioni per parlarne bene fino allo sfinimento”. Fu simpatico. Sincero.

È una dote che apprezza?

Molto. La sincerità è quasi catartica. Cambia i rapporti tra le persone. Una volta, molti anni fa, lavoravo come aiuto regista per Sergio Citti in Mortacci. Giravo di notte, facevo colazioni meravigliose alle sei di mattino ai Mercati Generali e badavo a nove cani abbandonati che avevo sistemato alla meno peggio sulla terrazza condominiale. Una vita faticosa. Un piccolo inferno. In quell’inferno, mi capitò di dover ascoltare anche le assurde pretese di uno degli attori del film, il grande Malcom McDowell. Era insopportabile e rompeva i coglioni per ogni singola minuzia. Mi esasperò e finalmente gli spiegai che mi aveva stancato e non ce la facevo più.

Risultato.

Siamo andati d’amore e d’accordo. Gliel’ho detto. Con la sincerità non sbagli mai.

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Gezi Park visto dagli Etcetera https://minimaetmoralia.it/arte/gezi-park/ https://minimaetmoralia.it/arte/gezi-park/#comments Mon, 19 Aug 2013 06:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15225 Questo pezzo è apparso su Artribune.

di Santa Nastro 

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l'arte. Qual è il ruolo di quest'ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli artisti del gruppo Etcetera che a Istanbul hanno vissuto a lungo e sono stati a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d'arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell'attualità?

Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico, così come altre espressioni umane - la scienza, la medicina, la filosofia - è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo, o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

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Questo pezzo è apparso su Artribune.

di Santa Nastro 

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l’arte. Qual è il ruolo di quest’ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli artisti del gruppo Etcetera che a Istanbul hanno vissuto a lungo e sono stati a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d’arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell’attualità?

Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico, così come altre espressioni umane – la scienza, la medicina, la filosofia – è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo, o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

Le proteste di Istanbul partono da una rivendicazione particolare (la riappropriazione di uno spazio collettivo, la difesa di un luogo che ha a che vedere con l’identità e con la tradizione locale) per assumere i contorni della rivoluzione sociale. A vostro parere gli artisti turchi, soprattutto quelli con cui intrattenete contatti, hanno sentito la responsabilità di prender parte a tutto ciò? E come?

Per la salute mentale degli artisti turchi questo è un momento molto importante. Si trovano adesso di fronte alla responsabilità sociale di uscire dalla bolla endogamica dell’art world per incidere con una produzione artistica collettiva, amplificando, cooperando e solidarizzando con la lotta di tutta la popolazione. Questa è la sfida non solo per gli artisti turchi, ma per tutti gli agenti culturali e sociali in generale. Siamo latino-americani e conosciamo bene il ruolo del terrorismo di Stato, conosciamo altrettanto bene i pericoli del nazionalismo e dei processi di coercizione che oggi sono messi in atto in nome della legge dell’antiterrorismo applicata nei 5 continenti dopo il 2001. Nel 2009, quando abbiamo partecipato alla Biennale di Istanbul,  What Keeps Mankind Alive? curata dal collettivo What, How & For Whom (WHW), abbiamo realizzato un lavoro che si riferiva proprio a questa criminalizzazione attraverso il soggetto del terrorista. Abbiamo trovato non uno, ma tanti compagni dell’errorismo turco e loro sono oggi tra i soggetti più attivi del processo di Piazza Taksim, ma preferiamo non fare i loro nomi per rispetto per la loro situazione.

Non è un caso che anche la Biennale di Venezia – soprattutto il padiglione turco con la video arte di Ali Kazma – sia diventata teatro della manifestazione degli attivisti di OkkupyGezyPark. Stiamo assistendo ad un nuovo ’68?

Come il maggio del ‘68 francese ha posto fine al processo della modernità, questi nuovi protagonisti storici lo stanno facendo nel presente. Non abbiamo bisogno di una reminiscenza del ‘68 ma forse abbiamo la necessità di una riformulazione di tanti dei suoi paradigmi.

Nel 2009, nell’ambito della Biennale di Istanbul, avete presentato il progetto Errorist Kabaret che sembrava quasi preannunciare le istanze della proteste di Park Gezi e Piazza Taksim. Da fuori si è avuto l’impressione che questi movimenti fossero esplosi improvvisamente come una miccia. È andata proprio così? O, invece, il vostro progetto raccontava una situazione già in essere?

Quando siamo stati a Istanbul, vivendoci per un po’, abbiamo trovato tanti collettivi, artisti, attivisti, anche intellettuali, persone portatrici di una discussione e di un pensiero critico, ma in quel momento era ancora una bomba che appunto doveva esplodere. Non era un tema di discussione permanente, presente nei mainstream media, lo era solo nei gruppi e nei collettivi che discutevamo delle politiche di gentrifcazione, di distruzione dello spazio urbano e di privatizzazione.

Il Kabaret Errorista includeva alcuni personaggi, come Leyla Zana, Hrant Dink, Deniz Gezmis, figure che erano state sempre criminalizzate per la loro partecipazione sociale o per essere parte delle cosiddette minoranze. Siamo tornati nel 2010 per un altro progetto, questa volta in un quartiere curdo, chiamato Gülsuyu-Gülensu. Qui abbiamo capito che anche la situazione interna alla Turchia è molto complessa e ci sono tanti punti di tensione. In questo quartiere abbiamo lavorato in particolare sugli effetti della gentrificazione negli altri lati del Bosforo. Ora una protesta iniziata come espressione della classe media per la difesa di un parco pone la questione della stessa idea di governabilità e di una profonda crisi di rappresentanza che si contagia a livello globale.

Quanto a vostro parere le manifestazioni di Istanbul resteranno un fenomeno locale e quanto, invece, viste in una dimensione europea, hanno da insegnare a paesi vicini e lontani? 

Il livello di controllo e di repressione sarà più profondo e sfortunatamente possiamo aspettarci più violenza della forza repressiva dello Stato contro la popolazione civile, per questo ora sono importanti l’organizzazione, la solidarietà e la capacità di accompagnare il movimento di massa. Un’immagine che ci ha colpito per il suo grande valore simbolico è quella delle madri sull’edificio del museo di Ataturk, una metafora che possiamo applicare alla situazione delle madri argentine dei desaparecidos. Questo esempio è più forte della maggior parte delle opere che ci si può aspettare dall’arte contemporanea, un momento dove l’arte non si chiama più arte, si chiama vita, e la vita sta nel rischio.

Siete a Bologna per realizzare il progetto vincitore della seconda edizione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa, con il progetto C.R.I.S.I. Cosa succederà? 

Il progetto è diviso in 4 capitoli. I primi tre sono La Remissione, Hip Hop Philosophy, Terremoto Sociale. L’ultimo è intitolato l’Assemblea Permanente: faremo un’esperienza collettiva, un social ready made, un esorcismo nell’epicentro del buco nero di Piazza Verdi.

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