Hunter S. Thompson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hunter-s-thompson/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Jan 2016 14:41:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Hunter S. Thompson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hunter-s-thompson/ 32 32 Indagare il nostro tempo: i documentari di Alex Gibney https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/ https://minimaetmoralia.it/cinema/indagare-il-nostro-tempo-i-documentari-di-alex-gibney/#respond Thu, 28 Jan 2016 15:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29797 Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall'ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì (nella foto, Frank Sinatra: fonte immagine).

Dagli anni ottanta a oggi Alex Gibney ha diretto più di trenta documentari, raccontando personaggi (da Hunter S. Thompson a Eliot Spitzer, Lance Armstrong e Steve Jobs) e fenomeni (il più recente è Scientology in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, tratto dall’ottimo reportage di Lawrence Wright, pubblicato in Italia da Adelphi, La prigione della fede) che del contemporaneo hanno il luccichio di superficie e il profondo lato oscuro.

“Ho iniziato come montatore di film di altri”, racconta il regista, a Roma per presentare nel centenario del cantante il suo film su Frank Sinatra, Sinatra: All or Nothing At All (in primavera su Netflix Italia). “Ma alla fine era frustrante. Se il girato che hai non è bello, non riuscirai mai a cavarci fuori niente di buono. Così mi sono messo a girare i miei film. Ho cominciato con i documentari perché era molto più facile trovare i soldi per farli”.

Poi spiega come uno dei valori aggiunti del fare documentari sia la possibilità che danno di studiare e imparare. “Se decidi di raccontare una storia è perché sai già tutto di quella storia”, dice, “oppure è perché vuoi saperne di più. Nel caso di Sinatra non sono mai stato un suo fan, e non sapevo molto né della sua vita né della sua musica. Poi mi sono messo a fare ricerche e ho scoperto almeno un paio di cose interessanti. La prima è che è stato una specie di Grande Gatsby, e che la sua storia è la storia dell’America del secolo scorso. Sinatra è un uomo che parte dal nulla e si fa da sé. Lungo la strada ovviamente deve scendere a compromessi con personaggi ambigui e loschi, ma nel frattempo si batte per i diritti civili, e ha questa incredibile storia d’amore (con Ava Gardner, ndr) che definisce la sua vita. La seconda cosa che ho scoperto è la ragione per cui viene considerato un cantante così straordinario: ha imparato a controllare la voce osservando la sezione fiati delle orchestre con cui suonava. E la cosa gli ha permesso di enfatizzare le strofe nei momenti in cui avrebbe dovuto fermarsi a prendere fiato. Sinatra non si limita a cantare canzoni, ma racconta storie. È diventato un narratore di storie, e ognuno delle sue canzoni è come un film di tre minuti. Scoprirlo è stata una rivelazione”.

Gibney ha costruito il suo film (lunghissimo, quasi quattro ore, ma mai didascalico e sempre ispirato e pieno di sentimento) usando come scheletro della narrazione undici canzoni di Sinatra, così da lasciargli la possibilità (postuma ma incredibilmente viva sullo schermo) di raccontare se stesso, le sue storie, la sua vita attraverso i testi delle canzoni e il modo e il momento in cui le ha cantate.

A fare il paio con il film su Sinatra e sempre diretto da Gibney, è stato appena presentato in anteprima italiana al Festival dei Popoli Mr. Dynamite: The Rise of James Brown. Ancora Gibney su James Brown: “Ho girato Mr. Dynamite perché sono sempre stato un fan di James Brown. E più che sulla sua vita è un film sulla sua musica. L’ho chiamato The Rise, l’ascesa, e non sono andato oltre il momento in cui di colpo ha smesso di influenzare gli altri musicisti. Quello che è successo dopo, la sua caduta, non era interessante”.

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100 libri per una biblioteca della nonfiction narrativa https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-biblioteca-della-nonfiction-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-biblioteca-della-nonfiction-narrativa/#comments Thu, 20 Nov 2014 15:11:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24443 Dal 21 al 23 novembre torna alla Triennale di Milano il ciclo di incontri organizzati da Studio. Vi segnaliamo il programma completo e in particolare l'incontro di venerdì 21 alle 18.30 sul tema Il racconto della realtà: intervengono Cristiano de Majo, Lorenzo Mieli, Aldo Grasso, Francesco Anzelmo e Niccolò Contessa.

Riprendiamo un articolo di Cristiano de Majo apparso su Studio.

(Ho scritto un lista di 100 libri immaginando di mettere insieme una biblioteca di nonfiction narrativa: reportage, memorie, autobiografie, biografie, saggi personali… Ovviamente è un genere che sfugge a una definizione precisa e che quindi si presta all’interpretazione soggettiva, ma la lista è anche un modo per cercare di disegnare un perimetro di questo genere,  che trovo il più interessante campo di applicazione della letteratura in questi anni. Ci sono sicuramente alcuni buchi – libri che non letto, che ho dimenticato o che non considero fondamentali al contrario di altri -e sicuramente un po’ di favoritismo interno, nel senso che sono inclusi libri italiani, anche piccoli e sconosciuti, accanto a capolavori riconosciuti. C’è anche forse una  considerazione perferenziale per le uscite più recenti rispetto a libri del passato e non so se dipende dalla freschezza della lettura o dal fatto che questo tipo di libri si trovino in un momento di interessante evoluzione. L’elenco non segue un ordine preciso.)

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Dal 21 al 23 novembre torna alla Triennale di Milano il ciclo di incontri organizzati da Studio. Vi segnaliamo il programma completo e in particolare l’incontro di venerdì 21 alle 18.30 sul tema Il racconto della realtà: intervengono Cristiano de Majo, Lorenzo Mieli, Aldo Grasso, Francesco Anzelmo e Niccolò Contessa.

Riprendiamo un articolo di Cristiano de Majo apparso su Studio.

(Ho scritto un lista di 100 libri immaginando di mettere insieme una biblioteca di nonfiction narrativa: reportage, memorie, autobiografie, biografie, saggi personali… Ovviamente è un genere che sfugge a una definizione precisa e che quindi si presta all’interpretazione soggettiva, ma la lista è anche un modo per cercare di disegnare un perimetro di questo genere,  che trovo il più interessante campo di applicazione della letteratura in questi anni. Ci sono sicuramente alcuni buchi – libri che non letto, che ho dimenticato o che non considero fondamentali al contrario di altri -e sicuramente un po’ di favoritismo interno, nel senso che sono inclusi libri italiani, anche piccoli e sconosciuti, accanto a capolavori riconosciuti. C’è anche forse una  considerazione perferenziale per le uscite più recenti rispetto a libri del passato e non so se dipende dalla freschezza della lettura o dal fatto che questo tipo di libri si trovino in un momento di interessante evoluzione. L’elenco non segue un ordine preciso.)

Vollmann – I racconti dell’Arcobaleno (Purtroppo l’edizione Fanucci è fuori catalogo, ma questa è nonfiction biblica, mischiata anche a tanta fiction, Vollmann tra i barboni e le battone di San Francisco, Vollmann amico degli skinhead.)

Vollmann – Storie di farfalle

Vollmann – Afghanistan Picture Show (Forse il più bel reportage di guerra che abbia mai letto, anche considerato che il protagonista non riesce in nessun modo ad arrivare sul fronte.)

Vollmann – Come un’onda che sale e che scende (Nella versione italiana, condensata rispetto alle tremila pagine dell’originale, ci sono alcune dei migliori suoi reportage, come le pagine sul confitto in Jugoslavia.)

Sebald – Gli anelli di Saturno (A mio parere il suo capolavoro, racconto di un pellgrinaggio nel sud dell’Inghilterra, apertura di uno spazio nuovo della letteratura, il suo libro più sperimentale insieme a Vertigini.)

Sebald – Gli emigrati

Sebald – Vertigini

Goffredo Parise – Guerre politiche (Raccolta dei reportage dal fronte di uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che resiste a una catalogazione antiquaria.)

Giorgio Manganelli – Cina e altri orienti (Tra le migliori e più intelligenti sedute di autocoscienza del turista che mi sia capitato di leggere.)

Ermanno Rea – Mistero napoletano (Romanzo di fatti che è insieme indagine personale e affresco storico, da considerare uno dei migliori libri italiani degli ultimi vent’anni.)

Joan Didion – Verso Betlemme (Raccolta di saggi e reportage è un classico del new journalism da avere a tutti i costi.)

Joan Didion – Miami

Joan Didion – The White Album (Altra raccolta che è il seguito ideale di Verso Betlemme,  non è mai stato tradotto in Italia.)

Joan Didion – L’anno del pensiero magico

Joan Didion – Blue Nights

Philip Forest – Tutti i bambini tranne uno (Come raccontare il dolore? Il problema non da poco viene affrontato da Forest nella pratica con un difficile equilibrio tra pathos – la morte per tumore della figli di tre anni – e bellissime pagine di critica letteraria.)

Laurent Binet – HHhH (Appassionantissima ricostruzione storica che è anche una intelligentissima riflessione sull’etica del romanzo storico.)

Emmanuel Carrère – L’avversario (Il libro più  breve dello scrittore francese ma forse anche il suo capolavoro.)

Emmanuel Carrère – Vite che non sono la mia

Emmanuel Carrère – La vita come un romanzo russo

Emmanuel Carrère – Limonov

David Foster Wallace – Considera l’aragosta (I saggi di Wallace, vedi anche sotto, restano. Alcuni sono più legati al tempo in cui furono scritti, un po’ con il respiro corto dell’affresco generazionale, ma non si dimenticano il ritratto di McCain, o il bellissimo saggio narrativo sulla radio.)

David Foster Wallace – Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose cose divertenti che non farò mai più (Il reportage dal set di Lynch, il saggio sugli scrittori e la televisione, la fiera del Midwest.)

Michel de Montaigne – Saggi

Jean-Jacques Rousseau – Le passeggiate di un sognatore solitario

Hunter S. Thompson – Paura e disgusto a Las Vegas

Hunter S. Thompson – Hell’s Angels

Tom Wolfe – Radical Chic (Il primo e più brillante reportage da salotto nella storia della letteratura.)

Tom Wolfe – Electric Kool-Aid Acid Test (Altro superclassico del new journalism da poco riedito nei tascabili Mondadori. Gli anni Sessanta, eccoli. Da leggere insieme a Verso Betlemme.)

Iain Sinclair – London Orbital (Storia di Londra e della sua periferia raccontata nel corso di una passeggiata psicogeografica sulla M25.)

David Shields – Fame di realtà

David Shields – How Literature Saved My Life (Autobiobliografia di Shields bella quasi quanto Fame di realtà.)

Renata Adler – Gone: The Last Days of The New Yorker (La più bella storia di un giornale che abbia mai letto.)

Silvio Bernelli – Dopo il lampo bianco (Racconto di un incidente quasi mortale durante una vacanza in Thailandia e del successivo e complicato ritorno alla vita.)

Lucio Trevisan – Ingratitudine (Autobiografia di uno scrittore, memoria di una città, la Milano dagli anni CInquanta agli Ottanta, e biografia politica di una generazione.)

Emanuele Trevi – Senza Verso (Racconto dell’estate del 2003 a Roma in cerca di se stesso, uno dei migliori libri italiani della nostra generazione x.)

Emanuele Trevi – Qualcosa di scritto

Emanuele Trevi – I cani del nulla

Beppe Sebaste – H.P. L’ultimo autista di Lady Diana (Con Parigi sullo sfondo, è un’indagine sul misconosciuto Henry Paul che diventa accurata autoindagine.)

Vladimir Nabokov – Parla, ricordo

Sylvia Plath – Diari

John Cheever – Una specie di solitudine. Diari

Sheila Heti – La persona ideale, come dovrebbe essere? (Un autodefinito “romanzo” con nomi veri, mail trascritte, conversazioni sbobinate, completamente privo di una trama. Più che altro un’indagine filosofica sulla distanza tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere.)

Marco Roth – Gli scienziati

Rick Moody – Il velo nero (Metà ricostruzione, abbastanza noiosa, delle proprie origini, controbilanciata da una potentissima altra metà in cui lo scrittore americano parla del suo apprendistato, dei suoi problemi di alcolismo, della morte della sorella.)

Julio Cortázar – Gli autonauti della cosmostrada (Esempio bizzarro di letteratura performativa: lo scrittore argentino decide di passare un mese, senza mai uscire, sulle autostrade francesi e fermandosi a ogni autogrill, in un furgoncino con sua moglie, da Parigi a Marsiglia.)

Oriana Fallaci – Se il sole muore (Lo stile della Fallaci può infastidire, e a me personalmente provoca spesso un senso di irritazione per la sua pesante retorica, però questo libro vale la pena leggerlo, parla di missioni nello spazio e si apre con uno strambo incontro con Ray Bradbury a casa dello scrittore.)

Paul French – Mezzanotte a Pechino (Esempio interessante di inchiesta giornalistica e ricostruzione storica operata con la tecnica del romanzo. Infatti si legge come un giallo, nonostante racconti dell’omicidio, realmente avvenuto nella Pechino degli anni Trenta, della figlia adolescente di un diplomatico inglese.)

Philipp Gourevitch – Un caso freddo (Simile a Mezzanotte a Pechino, e probabilmente sua fonte di ispirazione, ma qui siamo nella New York degli anni Settanta.)

Philipp Gourevitch – Desideriamo informarla che domani verrete uccisi con le vostre famiglie (Per sapere cosa è successo in Ruanda, e inorridire, un libro tesissimo scritto senza impulsi moralistici e solo per bisogni morali.)

Frederick Exley – Appunti di un tifoso (Classico della nonfiction narrativa: vita da bar, filosofia, football e fallimenti.)

Michael Herr – Dispacci (Nonfiction sperimentale dal Vietnam, altro classico.)

Harold Brodkey – Questo buio feroce (Dove il grande scrittore americano racconta accuratamente la sua morte per Aids.)

Truman Capote – A sangue freddo (Il classico dei classici.)

Roberto Saviano – Gomorra (Nonostante tutte le riserve, è difficile non considerarlo un libro importante, influente.)

V.S. Naipaul – Scrittori di uno scrittore (Autobibliografia di Naipaul, è apparentemente un suo libro minore, ma a mio parere il suo migliore tra quelli che ho letto.)

V.S. Naipaul – Fedeli a oltranza

William Langewiesche – Terrore dal mare

Jon Krakauer – Nelle terre estreme (Chi pensa che sia un libro commerciale e sputtanato dopo aver visto il film di Sean Penn, si sbaglia. È un grande, grandissimo libro.)

Ernest Hemingway – Morte nel pomeriggio

Walter Benjamin – Angelus Novus (Non è corretto classificarlo come libro narrativo, d’altra parte senza il classico di Benjamin molti dei libri qui citati non esisterebbero.)

JJ Sullivan – Americani

Sandro Veronesi – Superalbo (Brillante raccolta di saggi narrativi  e reportage. Purtroppo “attualmente non disponibile”).

Alberto Arbasino – Le muse a Los Angeles (Il libro di Arbasino che preferisco, ma non so quanto c’entri la mia predilezione per L.A. e la California in genere.)

Ivan Carozzi – Figli delle stelle (Un piccolo dimenticato libro di nonfiction italiana sul Movimento realiano.)

Rebecca Solnit – The Faraway Nearby (Tra Sebald e Dillard, un meraviglioso libro di viaggi, digressioni, pensieri e indagini sull’io.)

Gerald Durrell – La mia famiglia e altri animali (Divertentissimo romanzo-diario, ricco di descrizioni fantastiche, del celebre naturalista inglese, sui cinque anni passati a Corfù da adolescente con la sua strana famiglia.)

Geoff Dyer – Zona: a Book About a Film About a Journey to a Room (Il libro più sperimentale di Dyer, racconta, immagine per immagine, Stalker, il capolavoro di Tarkovskij, e incredibilmente si legge con gusto e continue illuminazioni.)

Nicholson Baker – U and I (Uno dei libri più sorprendenti che abbia letto negli ultimi tempi, parla della relazione dello scrittore Baker con John Updike. La relazione come semplice suo lettore e fan.)

Annie Dillard –Teaching a Stone to Talk (Una raccolta di pezzi di una scrittrice poco considerata in Italia dotati di una grazia rara – da non perdere il reportage su un’eclisse – e che quasi sempre insistono sulla relazione tra natura e soprannaturale.)

Primo Levi – Se questo è un uomo

Murakami Haruki – Underground (Si legge come un romanzo, ma  è un libro di interviste dello scrittore giapponese alle vittime e ai carnefici dell’attentato alla metro di Tokyo del 1995.)

Karen Green – Bough Down (Un esempio incredibilmente riuscito di saggio lirico e visuale sulla perdita e il lutto scritto e disegnato dalla vedova di DFW.)

Trevor Paglen – The Last Pictures (Non è molto narrativo, ma è anche difficile considerarlo un saggio a pieno titolo. Questo libro è il dietro le quinte di una curiosa installazione artistica, cento immagini in grado di rappresentare la civiltà umana da mandare in orbita su un satellite spaziale.)

Craig Thompson – Blankets (Memoir in forma di romanzo grafico sull’adolescenza di Thompson, tra educazione sentimentale, educazione religiosa e inverni freddissimi.)

Robert M. Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (Se non lo avete letto e pensate che sia una puttanata new age, vi sbagliate di grosso. Questo è un altro bellissimo classico della letteratura di viaggio.)

Philip Lopate – L’arte di aspettare e altri saggi (La maestria del personal essay.)

Mike Davis – Città di quarzo (Messo un po’ di forza nella lista, è in realtà un trattato di urbanistica, ma anche la più bella e affascinante storia di una città – Los Angeles – che abbia mai letto. Fonde antropologia, storia, narrazione, critica letteraria e cinematografica, politica urbana.)

Choire Sicha – Very Recent History (Uno stranissimo ipnotico “romanzo” scritto in terza persona su un anno di vita a New York, ma, come dice il sottotitolo, “entirely factual”.)

Marco Drago – La prigione grande quanto un Paese (Classificato come “romanzo” è in realtà una memoria degli anni Ottanta su un’estate trascorsa da Drago in un campus della Germania orientale.)

Antonio Pascale – La città distratta

Anthony Shadid – La casa di pietra

Guido Piovene – Viaggio in Italia (La più completa mappatura narrativa – in prima persona – della geografia italiana.)

Douglas Coupland – Memoria Polaroid

Christa Wolf – La città degli angeli

Arturo Pérez-Reverte – Territorio Comanche

James Ellroy – I miei luoghi oscuri

Sergio González Rodríguez – Ossa nel deserto (Storia del femminicidio di Ciudad Juarez, indagine narrativa sul male e sulle classi sociali in Messico.)

Cristopher Hitchens – Hitch 22

Andre Agassi – Open (Molto pop ma di una sorprendente qualità letteraria grazie al lavoro di Moehringer.)

Martin Amis – Esperienza

Stephen King – On Writing

Antonio Franchini – L’abusivo (Uno dei migliori esempi di nonfiction narrativa di un famoso funzionario editoriale quando ancora non era un peso massimo dell’editoria. La vicenda di Giancarlo Siani s’intreccia con la storia personale di Franchini e del suo apprendistato giornalistico nella Napoli degli Ottanta.)

George Simenon – Pedigree

Alison Bechdel – Fun home (Insieme a Blankets, altro memoir grafico di grande forza letteraria.)

Susan Sontag – Malattia come metafora (Più saggio che narrazione, è libro della Sontag che resiste meglio nel tempo e anche forse, e in modo sottile, il più personale.)

Colm Tóibín – New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Family(Documentatissimo e appassionante saggio sulle relazioni, turbolentissime, di alcuni importanti scrittori con le relative famiglie.)

Patrik Ourednik – Europeana (Una specie di bignami della storia del Novecento, è una cronaca di fatti che attraverso lo stile e il curioso punto di vista del narratore diventa letteratura.)

Leanne Shapton – Swimming Studies (Un sinuoso memoir pittorico sull’esperienza di nuoto agonistico della bravissima scrittrice/illustratrice.)

Cees Noteboom – Verso Santiago

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La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan https://minimaetmoralia.it/interventi/la-differenza-tra-il-giornalismo-culturale-e-la-letteratura-a-proposito-dellosannato-americani-di-john-jeremiah-sullivan/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-differenza-tra-il-giornalismo-culturale-e-la-letteratura-a-proposito-dellosannato-americani-di-john-jeremiah-sullivan/#comments Sun, 02 Mar 2014 07:46:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19016 Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l'unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l'età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l'unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Il libro in causa è Americani di John Jeremiah Sullivan. L’ha pubblicato Sellerio e l’ha tradotto, davvero bene, Francesco Pacifico. È una raccolta di dodici pezzi di non-fiction tra cui – per dare un’idea – un reportage a un festival di rock cristiano, una specie di diario del coma del fratello di Sullivan, una riflessione tra il biografico e il sociologico su Michael Jackson, il racconto sul posto delle giornate dopo l’uragano Katrina. Quando l’ho comprato in libreria, avevo dalla mia una serie di pregiudizi largamente positivi. Pulphead (il titolo originale) è stato recensito bene ovunque. Sul Guardian, sull’Indipendent, sulla New York Times Book Review, il corrosivo James Wood sul New Yorker gli ha dedicato un saggio superarticolato e benevolissimo, e anche in Italia ne ho sentito parlare solo bene, sia a voce che in recensioni molto argomentate e totalmente encomiastiche, da cui si ricava che Sullivan sembra non solo aver scritto un bel libro, ma aver creato un modello, uno stile-stella polare per il new-journalism degli anni ’10. Il nuovo Tom Wolfe, il nuovo Hunter S. Thompson, il nuovo David Foster Wallace.

Parto con le premesse innegabili. Sullivan è un bravo giornalista. È un giornalista assolutamente al di sopra della media dei giornalisti che scrivono di fenomeni culturali: ha un lessico decisamente ampio, una serie di stilemi narrativi di provenienza molto varia che mescola con scaltrezza, fiction e non-fiction (ci sono i post-moderni, i minimalisti, i new-journalist, c’è Jonathan Franzen e Joan Didion, gli ebrei newyorchesi e i midwestern, Philip Roth e William Faulkner, Gary Steingarth e Cormac McCarthy…), una buona capacità di tenere insieme il pezzo per quanto l’argomento possa essere pretestuoso o le digressioni lo divorino dall’interno.

Dopo le debite premesse, arrivo in un lampo a delle conclusioni affrettate che devo dunque appena dopo corroborare e esplicitare. Sullivan non è uno scrittore di letteratura.
Non lo è per una serie di motivi che provo ad elencare.

1. Non ci dona nessun mistero. Nonostante dichiari di portarci di volta in volta in un mondo che per lui stesso è una scoperta, l’impressione che abbiamo alla fine di ogni essay è di non aver conosciuto nessun altrove, ma solo di aver esaurito ogni volta l’esperienza, come l’aver completato il quadro di un videogioco sparatutto, come aver visitato un paese seguendo tutti i consigli della Lonely Planet, come vedersi un film perché c’è scritto “per una bella serata in compagnia”.
Questo è particolarmente irritante quando per esempio Sullivan racconta di sé. Il secondo pezzo di Americani, “Piedi di fumo” è la breve cronaca del coma accaduto al fratello Worth, che “la mattina del 21 aprile 1995 avvicinò la bocca a un microfono in un garage di Lexington, Kentucky, e rimase fulminato”. Undici pagine di questa sorta di diario con appunti di quei giorni dolorosi sintetizzano ad uso del lettore l’esperienza di avere un fratello tra la vita e la morte: la leggerezza ironica gli fa dire che sembrava “strafatto” nel primo periodo di risveglio dal coma e “un ubriacone” nei suoi primi tentativi di tenersi in piedi per i corridoi dell’ospedale, l’arguzia nel trovare metafore lo porta a ridurre il ricordo del tempo di attesa a questa immagine: “Il periodo di attesa mi torna alla mente come un collage di pessimo cibo, cauti incoraggiamenti delle infermiere, e la presenza inquietante di mio fratello supino nel letto, un oracolo che avrebbe potuto rispondere a tutte le nostre domande ma si rifiutava di parlare. Rotavamo circolarmente dentro e fuori la stanza come turisti in un museo”. Un oracolo e dei turisti: è il massimo che il cuore di Sullivan riesce a ricavare di fronte a un fratello che non si sa se vivrà? Quanta assenza di empatia si rivela in queste pagine, tanto da farmi disaffezionare a un personaggio per cui d’acchito proverei solo commozione, un bambino che sta al forse-capezzale del suo fratellone? E – notazione di carattere etico – verso la fine del pezzo, dopo aver rivelato al lettore le parole che Worth ha pronunciato risvegliandosi da un incubo ancora nel letto d’ospedale, Sullivan dichiara: “Non ne abbiamo più parlato. È difficile parlare con mio fratello dell’incidente. […] Alle riunioni di famiglia, l’argomento dell’incidente salta fuori naturalmente, ma lui ci guarda con una specie di sospetto. È la storia di un’altra persona, una storia che lui crede che stiamo impapocchiando giusto un po’”. Ora, mi domando: questa storia dell’incidente è ancora così confusa per il diretto interessato, e tu ne scrivi come se niente fosse? Worth è davvero un semplice oggetto su cui scrivere uno short essay per GQ?

2. Nel saggio che apre la raccolta, i difetti di Sullivan, compresa questa ambiguità etica e quest’assenza di empatia sono presenti tutti insieme, nonostante l’intento di “Su questo rock” sia precisamente l’opposto: un’immersione senza filtri in un festival di rock cristiano per esplorarne la dimensione comunitaria, quella sociale e anche quella religiosa.
Sullivan usa tutti i (buoni e soprattutto cattivi) trucchi stilistici per fare questo reportage:
– all’inizio è un tamburellare di frasi apodittiche e elusive a voler dar forma a una captatio benevolentiae così spaccona da risultare simpatica solo a un lettore intimidito: “Non dovrei vantarmi, ma avevo un piano perfetto”, “Una storia niente male per le future generazioni”, “E tra i seguaci di Cristo ce ne sono parecchi di spostati. A lui piacevano così”…
– mancanza di raccolta di dati: in questo lungo excursus sul rock cristiano Sullivan basa i suoi giudizi sociali su impressioni proprie e altrui, senza mai verificarle o confrontarle con degli studi sul campo, senza mai andare a chiedere all’organizzazione dei comunicati ufficiali;
– il tono che Sullivan adotta è quello di un intellettuale nella landa dei buzzurri: nonostante il saggio voglia rovesciare questa asimmetria e farci sembrare alla fine come dalla distanza abissale si arrivi a una specie di strana condivisione, sono le piccole notazioni a margine che rendono così inconsciamente spocchioso: non abbiamo mai la sensazione che le persone che incontra gli interessino veramente o che finito di scrivere questo saggio se le porterà nel cuore in un modo o nell’altro, ma – al contrario – è come se messa la parola fine avesse completato il proprio compito sul tema.
– anche in “Su questo rock” sposta l’obiettivo di 180°: l’occasione della madeleine gli viene quando sul palco salgono i Petra, un gruppo che Sullivan aveva ascoltato da giovane e è il pretesto per una parentesi confessionale sui tre anni di “periodo cristiano” che Sullivan ha attraversato. Ecco, tre anni, un’esperienza probabilmente importante per quantità se non per qualità, ridotti a cinque pagine all’interno di un reportage sul rock cristiano, pagine in cui si leggono battute del tipo “Salvavamo anime come pazzi, accumulando tesori in cielo”. Ma anche qui, il punto è probabilmente la prospettiva etica, ossia l’onestà dell’autore: perché non ci ha detto in partenza che dai diciassette ai vent’anni ascoltava rock cristiano? È credibile che se ne sia ricordato soltanto quando ha visto esibirsi i Petra?
– quello che rende la scrittura di Sullivan ancora meno libera d’interpretazione, perennemente intrisa di autocommenti da parte dell’autore, è la scarsità di dettagli sensoriali: passiamo giorni e giorni in questo immenso festival rock e gli odori, i colori, i suoni sono ricordati rarissimamente, così come le percezioni corporee: Sullivan sembra voler così bene al proprio cervello di dimenticarsi di avere un corpo;
– la mancanza di capacità empatica sembra quasi una patologia per Sullivan, nel momento in cui alla fine di “Su questo rock” gli capita di veder morire un uomo proprio in faccia: “Era alto, sui sessanta, i pantaloni corti e camicia button-down a maniche corte. E be’… morì. Un infarto gigante. Ero lì, mi cadde ai piedi”.
Io non so se vi sia mai capitato di assistere a una scena del genere in vita vostra, ma la reazione emotiva che Sullivan tira fuori da tutto questo è: “Tornai al camper e, come dicono le signore dalle mie parti, caddi a pezzi. Mi misi a piangere e poi per qualche motivo mi fermai. Mi sentivo insensatamente sensibile e solo. Che testa di cazzo ero stato a pensare che il viaggio sarebbe stato una passeggiata. C’erano troppi fantasmi. Tutti sembravano strani e tanto familiari. E in più credo stessi morendo di fame. La carne di rana era stata superba ma scarsa”. Stop. Fine dell’elaborazione.

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Restituire le palle a Dio. Breve storia del dottor Hunter S. Thompson https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/#comments Tue, 07 May 2013 14:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14232 Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell'Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all'angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell’Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all’angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

Alle spalle una serie di capiredattori insultati, sorpassati dalla sua velocità sconsiderata e presi in giro dalla sua abilità nel confondere le acque con quelle frasi brevi e asciutte che erano la sua scrittura. Elenchi, appunto, che lo hanno portato fino al suo più famoso: «due buste di erba, settantacinque grani di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, e un intera galassia multicolore di stimolanti, calmanti, esplosivi, esilaranti. Oltre a un litro di tequila, uno di rum, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper.»

Qualcuno, nel tentativo di dipingergli addosso una biografia, ha supposto che i suoi problemi relazionali, il fatto che non fosse in grado di stabilire rapporti duraturi – ma ha avuto una compagna fissa per quasi vent’anni, un figlio e pochi amici intimi – gli derivassero da un’infanzia difficile. Tanto basta a spiegare la piromania, l’egocentrismo, le manie di protagonismo. Tanto basta e poco importa, perché se il genio è eccentricità, allora il dottor Thompson è stato un genio assoluto.

Pare che da giovane ricopiasse Hemigway e Fitzgerald per assorbirne lo stile, ma rimane una leggenda metropolitana confusa nella nebbia dei suoi primi anni, dopo il servizio militare e durante l’università abbandonata a metà in favore dell’esplorazione. Era la fine degli anni cinquanta e dopo essere stato licenziato dal Time, dove lavorava come galoppino, e dal Daily Record per insubordinazione, venne Portorico, dove visse per quasi un anno e di cui scrisse al suo ritorno. Il romanzo, primo in ordine cronologico ma tra gli ultimi ad essere pubblicati, è Cronache del rum – arrivato a noi solo nel 2007, salvato dalla mediocrità da una brillante traduzione di Marco Rossari e dall’anonimato da un film non troppo bello del 2012 – e fa coppia con Prince jellyfish, mai pubblicato. A quel tempo però era tutta una questione di lavori saltuari e di qualche pezzo sportivo su qualche giornale locale. Saltare di qui e di là senza uno scopo preciso, cambiare vita e aria tra il nord e il sud America, sposarsi, tornare indietro, passare per Aspen e alla fine stabilirsi in California.

San Francisco fu un’esplosione in pieno volto. Era il 1964 e la rivoluzione sembrava dietro l’angolo, come l’illuminazione e l’amore universale. La scoperta della cultura hippie e l’aria confortevole di un rinnovamento imminente hanno influenzato, forse sferzato per la prima volta, la scrittura del dottor Thompson. Non si trattava più di sbarcare il lunario accarezzando sogni da romanziere alla ricerca dello stile, ma di aprire i cancelli della conoscenza, di lasciarsi andare all’inseguimento della libertà assoluta. Del sogno americano, lo stesso dal cui fallimento è nato il Gonzo.

La verità è che Hunter Thompson adorava gli abusi. Nel corso della sua vita ha abusato di qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Alcol, droghe, armi. Del suo talento e della pazienza degli altri. Ha abusato di se stesso come pochi sanno fare, ha utilizzato la sua immagine pubblica per dare scandalo e il suo corpo come un pungiball, e questo con gli hippie non ha nulla a che vedere. Quello che leggeva nella cultura dei figli dei fiori, era l’opportunità unica e irripetibile di dare sfogo al proprio ego partecipando al grande cambiamento. Farsi portatore di una voce comune, buttarsi nella mischia per uscirne di slancio. Dopo aver pubblicato su The Nation un articolo riguardo all’Hell’s Angels motorcycle club, gli venne proposto qualcosa di più lungo, per questo decise di spendere un anno al seguito del gruppo di motociclisti che portava subbuglio nella provincia americana. Un anno duro, fatto di viaggi interminabili e grandi sbronze che spesso sfociavano in risse senza quartiere. Rapine, stupri, atti di pura e impunita ferocia nei quali cercava sempre di infilarsi come paciere e che in tutti i casi gli hanno procurato un pestaggio. L’uscita del libro, complice uno straordinario interesse mediatico, segnò l’affermazione di Hunter Thompson e la sua condanna definitiva a una vita selvaggia.

Hell’s Angels ha il merito di cominciare a tracciare quello che diventerà il Gonzo, ma di non avvicinarsi abbastanza da rovinarlo con l’ingenuità. Sicuramente segna un passaggio, però, da una parte all’altra della barricata. Dal cronista anonimo, all’eccentrico e chiassoso testimone. Da qui in poi quello che scriverà il dottor Thompson sarà né più ne meno quello che pensa. I compromessi – complice anche la fama sufficiente a non dover più inseguire lavori saltuari – li lascerà a chi è troppo timido, o troppo sobrio, per farsi sentire a voce piena. «Preferirei chiedere l’elemosina, che lavorare per un giornale che non rispetto.» Come scrisse al Vancouver Sun, già nel 1958.

Generalmente il punto di svolta viene individuato nell’uscita, nel giugno 1970, dell’articolo The Kentucky Derby is decadent and depraved, su Scanlan’s Monthly. Con una consegna imminente, l’incarico di coprire l’evento ippico e nessuna idea in testa, il dottor Thompson cominciò a inviare ai redattori fogli scritti a mano, strappati direttamente dal suo taccuino. Senza alcun accorgimento, in prima persona, senza un solo accenno alla corsa, ma che più che altro rilevavano lo schifo provato da Thompson e Ralph Steadman – illustratore e suo collaboratore storico – nel prendere atto dell’indecenza del pubblico di opulenti, ubriachi, spaventosi esseri subumani che li circondava. Quello che ne uscì fu qualcosa di nuovo, «come cadere nella tromba di un ascensore e trovarsi in una piscina piena di sirene» qualsiasi cosa significhi, che venne poi chiamato – per motivi misteriosi – da Bill Cardoso, Gonzo.

Il Gonzo non esclude soltanto l’oggettività dagli articoli per sacrificarsi completamente alla soggettività dell’autore, non è soltanto una questione di stile veloce e incalzante al punto da somigliare più a un comizio che a un pezzo giornalistico, ma azzera qualsiasi altra soggettività che non sia quella del suo creatore. In pratica è un esercizio di egocentrismo talmente ben riuscito da indurre altri a cercare di imitarlo. È qualcosa di costruito da Hunter Thompson per Hunter Thompson, perché ammette solo ed esclusivamente la sua voce. Allora The Kentucky Derby fu soltanto la prima volta che il Gonzo veniva stampato, ma esisteva già da qualche tempo, ad Aspen, Colorado, ed era qualcosa di fisico.

Quella che viene ricordata come la battaglia di Aspen – da un articolo appraso su Rolling Stone nell’ottobre del 1969 – è la folle, insensata, malsana, corsa alla posizione di sceriffo della contea di Pitkin, Colorado. Dopo aver seguito la fallimentare campagna del candidato sindaco Joe Edwards, ed essersi riempito di orgoglio nazionale, il dottor Thompson decise di rasarsi a zero – per poter definire il suo avversario repubblicano un capellone – e di dare il suo contributo alla cosa pubblica alla guida del Freak Power, un manipolo di hippies dall’aria stralunata. Gli ci volle un anno per costruire quello che sarebbe diventato il suo personaggio definitivo e per preparare un programma abbastanza scioccante da garantirgli l’illusione di una vittoria. Legalizzazione delle droghe a scopo ricreativo – promise di non assumere mescalina sul lavoro – cambio del nome di Aspen in Fat City, distruzione di tutte le strade in una sola volta. La delusione della sconfitta, nell’autunno del 1970, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. Il sogno americano si era definitivamente infranto, e nulla avrebbe potuto riportarlo indietro.

Sull’onda di questo abbattimento al limite della depressione, accettò per noia l’incarico  da Sports Illustrated di coprire la Mint 500 a Las Vegas. Partì senza la minima intenzione di scrivere della gara motociclistica, ma con un tarlo che gli rosicchiava il cervello ormai da mesi: analizzare la caduta della controcultura, comprendere il perché del fallimento di tutto quello che gli era sembrato bello e giusto fino ad allora. Quella rivoluzione così potente da muovere le masse da una parte all’altra del paese, praticando la non-violenza e senza preoccuparsi di poter essere uccisi – gli sceriffi della contea di Los Angeles avevano appena freddato il giornalista Rubén Salazar, durante una marcia pacifista. Quello che ne venne fuori fu una straordinaria prova di stile: Paura e disgusto a Las Vegas – rigettato da Sports Illustrated ma accolto da Rolling Stone – da cui emerge, più che lo spirito rivoluzionario, il profondo istinto moralizzatore che era la vera anima del dottor Thompson. Cercare i colpevoli, scovare il marcio, annusare e stanare la carie che stava corrodendo il sistema dall’interno. Raoul Duke – alter ego di Thompson – e il suo avvocato samoano di 130kg, Dr. Gonzo – Oscar Zeta Acosta – si immersero in un bagno di stupefacenti colorati, poliziotti in convegno e decadenza molliccia e lugubre per definire i contorni della parata di ipocrisia e meschinità che affliggeva l’America.

Nel 1973 uscì quello che sembra essere stato l’ultimo singulto dell’Hunter Thompson roboante di Las Vegas: Fear and loathing on the campaign trail ’72. Acclamato come il manifesto del giornalismo politico – in Italia pubblicato a stralci in varie raccolte – è un’altalena di sentimenti al seguito del senatore McGovern, impegnato nelle rocambolesche presidenziali contro Richard Nixon. Un rombo, un sincero grido di disgusto che preluse a un sostanziale silenzio.

I successivi anni si divisero tra pezzi d’opinione dall’aria annoiata e riedizioni dei vecchi fasti, il divorzio, le trasposizioni cinematografiche del personaggio più che delle opere – Where the buffalo roam e Paura e delirio a Las Vegas – un documentario – Breakfast with Hunter,  in cui è testimoniato, tra le altre cose, lo sforzo per insegnare al merlo indiano di Johnny Depp a parlare – qualche tardivo momento di lucidità, le disposizioni funebri che prevedevano un mausoleo di 46 metri d’altezza (realizzato), festini sempre più sottotono e l’accettazione della propria condizione. «Non posso più scrivere, ovunque vada mi riconoscono», suona quasi come una scusa, ma è condivisibile quanto è comprensibile e legittima la scelta di andarsene alle proprie condizioni, per un uomo che a quelle condizioni aveva sempre vissuto. Il dottor Thompson si tolse la vita in pieno pomeriggio il 20 febbraio del 2005, lasciando solo una breve quanto superflua nota di commiato, in ritardo rispetto alla confessione fatta a Steadman al compimento dei cinquant’anni: «mi sembra già di essermi concesso di vivere abbastanza. Mi sembra già piuttosto tardi per restituire i coglioni a dio».

 

Breve nota sul nuovo Gonzo

Il Gonzo oggi è una chiesa sconsacrata. È possibile officiarci una messa, e probabilmente se si è abbastanza bravi ne uscirà qualcosa di convincente, ma mancherà sempre la sacralità. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse opere che si fregiano della definizione, alcune piuttosto interessanti e decisamente fuori dagli schemi, ma tutte in qualche modo inibite dalla stessa intenzione di somigliare a qualcosa di unico. Vale la pena di citare Corpo a corpo. Storie di giornalismo Gonzo di Gabriela Wiener (La nuova frontiera, 2012 – 254pp. – euro 13,00) e Pulphead di John Jeremiah Sullivan (ancora inedito in Italia), che hanno dalla loro la giusta dose di pazzia, ma oltre a questo il Gonzo si esaurisce andando a confondersi con il giornalismo d’inchiesta o caricandosi le spalle di messaggi sociali del tutto inopportuni. Alla domanda se esiste ancora il Gonzo, il dottor Thompson avrebbe probabilmente risposto di no. Gonfiando il petto d’orgoglio.

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