Iacopo Barison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/iacopo-barison/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Nov 2022 13:52:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Iacopo Barison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/iacopo-barison/ 32 32 Autofiction, un estatto dal nuovo romanzo di Iacopo Barison https://minimaetmoralia.it/estratti/autofiction-un-estatto-dal-nuovo-romanzo-di-iacopo-barison/ https://minimaetmoralia.it/estratti/autofiction-un-estatto-dal-nuovo-romanzo-di-iacopo-barison/#respond Wed, 02 Nov 2022 13:52:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51439 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal romanzo di Iacopo Barison Autofiction, uscito per Fandango Libri. Orlando, per esempio – anche se questa cosa non la sa nessuno, e lui stesso fa ancora molta fatica ad ammetterlo –, è diventato il tipo di uomo che a ventinove anni, meno di un’ora prima di averne […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal romanzo di Iacopo Barison Autofiction, uscito per Fandango Libri.

Orlando, per esempio – anche se questa cosa non la sa nessuno, e lui stesso fa ancora molta fatica ad ammetterlo –, è diventato il tipo di uomo che a ventinove anni, meno di un’ora prima di averne trenta secondo una scansione convenzionale del tempo, ha tentato di tentare il suicidio passeggiando su un cavalcavia sopra i binari della stazione, con la zip del giubbotto alzata solo a metà. Si era bloccata così, non saliva e nemmeno scendeva, perciò aveva infilato il piumino dal basso come se fosse un maglione, cercando il buco per le braccia e poi quello per far sbucare la testa. Toglierlo avrebbe richiesto la medesima procedura, però all’inverso. In ogni caso non l’avrebbe tolto mai più, se il piano di lasciarsi travolgere dal treno delle 23:15 fosse andato a buon fine. Riusciva solo a pensare che era la prima volta che si sarebbe lasciato travolgere da qualcosa. Anzi no, si era sempre lasciato travolgere – da tutto, da tutti – e lui era colpevole di non essere stato travolgente per indole.

A casa non aveva lasciato nessun biglietto di addio. Sofia e le relazioni sociali più intime (il gruppo ristretto che lo conosceva abbastanza bene da poterne intuire le fragilità, purtroppo i suoi colleghi di lavoro) alla fin fine non avrebbero capito, in compenso se lo sarebbero aspettato da uno come lui, con quegli occhi tristi da animale abbandonato, per cui a loro non doveva fornire spiegazioni, tantomeno ne doveva agli estranei che avrebbero letto la notizia sulle cronache locali. Aveva scelto l’ultimo treno in arrivo su quel binario per non congestionare il traffico. Non ne sarebbero arrivati altri fino all’indomani mattina. Di conseguenza, il personale ferroviario avrebbe avuto tutto il tempo per gestire l’imprevisto di un cadavere sulle rotaie, con le ossa fracassate e la zip del giubbotto bloccata in un limbo intermedio, né su né giù, com’era probabile che sarebbe accaduto alla sua anima di peccatore. (In base al culto maggiormente diffuso nella nazione dov’è cresciuto, cioè l’Italia, uccidersi era vietato, ma non lo era vivere in sofferenza, con la promessa divina di venire ricompensati post mortem).

Il cavalcavia era libero. La rete protettiva era più bassa di lui e facilmente scavalcabile, a dispetto del suo scarso talento atletico. A una manciata di minuti dall’arrivo del treno, si è arrampicato e messo a cavalcioni sull’orlo di una voragine con cui ormai si trovava in confidenza, dopo una vita passata a reprimere la volontà di buttarsi. Una gamba penzolava sul marciapiede e l’altra sul futuro, che in questo caso significava smettere di averne uno, per sempre. Inoltre, aveva saltato l’ultima cena a sua disposizione, e adesso aveva fame. Ha pensato che avrebbe potuto fare di meglio, con un minimo di preavviso, ma se n’era dato troppo poco perfino per ordinare una margherita, ed era stanco e sufficientemente depresso da mandare a puttane ogni rituale del condannato, perché se Orlando fosse stato un cane, avrebbe avuto 203 anni, quasi 210, e il logorio che sentiva dentro lo persuadeva di avere almeno un secolo in più, ed è proprio la saggezza data dall’esperienza che gli aveva fatto mettere in dubbio il suo credo spirituale, che in quest’altro caso (all’opposto del futuro) significava iniziare ad averne uno. Poteva anche darsi che esistessero nuove dimensioni in cui, be’, semplicemente esistere, e farlo in maniera attiva, non soltanto nei ricordi dei famigliari che visitano la tua tomba nel fine settimana, degli amici che brindano alla tua memoria con una pinta di birra, delle ex fidanzate che raccontano ai fidanzati successivi di come il tuo suicidio le abbia spronate ad andare in terapia. E se queste dimensioni extraterrestri c’erano, di sicuro Leone e Agata le stavano già incasinando a suon di scopate, battute iconoclaste, litigi e romanticismo sfrenato, ma le avrebbero incasinate ancora di più se l’avessero visto arrivare ad appena 203 anni canini, e lui gli avesse spiegato che morire così giovane era stata una sua decisione.

Non poteva rischiare di averli contro per l’eternità, ammettendo che quest’ultima potesse essere abitata dagli spiriti dei defunti. L’aveva realizzato quando la prima carrozza spuntava da lontano, seguita dalle altre, seguita dal pensiero che uccidersi avrebbe rovinato, a catena, anche il trentesimo e tutti i compleanni a venire della sorella, che in quel frangente era a metà del terzo gin tonic e stava scrivendo la propria personale ode alla frivolezza, in compagnia di Monica e di una decina di persone del mondo dell’arte – figure con cv nebulosi, in genere trenta- quarantenni, molte delle quali in scarpe da ginnastica –, mentre guardava il ghiaccio sciogliersi in un bicchiere della tipologia tumbler basso e aumentare così il livello del liquido, che lei cercava di ridurre fra commenti spiritosi e volatili gaffe su chi aveva scopato con chi, perfettamente conscia che Monica, allo scoccare della mezzanotte, l’avrebbe interrotta per metterla (perfino di più) al centro dell’attenzione.

Sofia sapeva anche che quel posto non era ancora di tendenza, tuttavia ci si erano già localizzati diversi profili Instagram della sua bolla, per cui presto lo sarebbe diventato e molti dei nuovi avventori, riempiendo di qualche megabyte la memoria interna degli smartphone, avrebbero fotografato l’enorme ulivo andaluso in fondo alla sala, incastonato in una specie di cavedio di vetro. Sempre Sofia sapeva di aver scelto un look che reputava conforme alla serata, copiando un’ideale di bellezza “hip” e incollandoselo sul corpo, ma ignorava invece che Orlando stava per perdere l’equilibrio e cadere giù, nonostante avesse deciso di non farlo, con il treno ormai prossimo a passargli sotto le gambe.

A lei è vibrata una palpebra – l’ha scambiato per un sintomo di stanchezza.

Al fratello è vibrata nello stesso istante, dopo aver ripreso il controllo del proprio baricentro, ma ha deciso che quello non era affatto un segnale di stress, bensì di attaccamento alla vita. Il suo organismo non era ancora pronto a spegnersi. Glielo stava provando a comunicare dall’interno, con delle piccole scosse telluriche, e lui per fortuna l’ha ascoltato, come ha ascoltato la tossicodipendente che sulla strada verso casa – avvicinandosi nel senso opposto, reggendosi su una stampella – gli ha chiesto se fosse un giocatore di basket ricco e famoso, vista la sua altezza, e se per caso lo era, non è che poteva aiutarla a pagarsi l’operazione al polpaccio? Le faceva un male cane, e continuava a gonfiarsi, e non aveva ancora capito il perché. Orlando ha preso il portafoglio e gliel’ha aperto davanti. Lei ha sbirciato per capire quanto ci fosse dentro, ma certo non si aspettava che le desse tutti quei soldi, così ha agguantato le banconote, le ha stropicciate in tasca e gli ha detto un po’ incredula che aveva fatto una buona azione, per questo avrebbe vinto le prossime cento partite e sarebbe stato sempre il migliore in campo.

 

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Manifesto https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/#respond Tue, 04 May 2021 07:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48555 Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno […]

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Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno stralcio del racconto di Ginevra Lamberti.

Introduzione

Questa raccolta antologica riunisce sotto lo stesso tetto dieci esseri umani nati fra il 1985 e il 1999. Il libro prevede un mix di contributi dalle diverse forme (narrativa classica, racconto in versi, racconto illustrato e personal essay) con lo scopo di coinvolgere i nomi più interessanti di una generazione che le griglie dei sociologi definiscono “millennial”. Nomi che attraverso la loro poetica hanno saputo raccontarla.

Ci siamo chiesti: di chi si parlerà tantissimo fra qualche anno? E così abbiamo proposto questo progetto ad autori e autrici che avessero un futuro davanti, il presente intorno e un passato dietro le spalle.

(Si tratta pur sempre di una selezione, e come tutte le selezioni non può che essere parziale.)

Quindi?

Un manifesto implica per forza una rottura – o almeno una presa di distanze – nei confronti di quanto c’è stato prima. Che non significa non rispettarlo. Non esserci cresciuto insieme. Non doverlo ringraziare per ciò che ha significato.

Grazie di tutto, a tutti.

Eppure…

Il problema che impedisce agli autori italiani di narrare il nostro tempo è che nessuno si impegna a narrare il nostro tempo. O almeno questo era vero prima che alcuni intrepidi ci provassero. Un gruppo di poeti e navigatori – non certo di santi – che al di là dei meriti letterari ha tentato di raccontare, semplicemente, quello che lo circondava.

Scoprire una terra nuova significava, anche e soprattutto, esplorare quella vecchia.

Eravamo dentro gli anni 2000 da un pezzo, ma l’Italia era ancora rimasta al secolo precedente. Questo è stato il vero millennium bug: non riuscire a togliersi di dosso il fardello del ’900. Molta letteratura italiana è ancora novecentesca adesso, nel 2021.

Da qui l’idea del Manifesto.

Abbiamo radunato autori e autrici che condividessero questa visione. Persone in grado di inventare qualcosa di nuovo (anche in altri settori, come la musica, i fumetti e la stand-up comedy) oppure che hanno reinventato qualcosa di conosciuto.

Le parole d’ordine? Io, qui, adesso.

Descrivere ciò che abbiamo vicino come se fosse un’isola da scoprire.

Un panorama inedito che si ingrandisce dietro il cannocchiale.

Una sorpresa che pensavamo già di conoscere.

Per orientarsi c’è Google Maps con le mie recensioni. C’è un bar in cui ci porta Jonathan Bazzi, nella zona di Porta Venezia a Milano, dove con 12 euro, a volte 16, puoi sgusciare via da te stessa. Ma c’è anche l’app che dovrebbe favorire le buone abitudini di Eleonora C. Caruso, l’incontro fra due ragazzi nato più dalla noia che dal fascino che ci racconta Alessio Forgione, la sfida forse persa in partenza di coltivare pomodori a Parigi lanciata da Ilaria Gaspari. C’è il monologo di Michela Giraud che spiega come stia vivendo un periodo difficile dal 1987, un muro gonfio e scuro nella camera da letto di un Airbnb gestito da Ginevra Lamberti e un sogno pazzesco in cui si addentra Giacomo Mazzariol. C’è una filastrocca che parla di Roma, Gerusalemme e Alessandria cantata da Tutti Fenomeni. E infine c’è una bambina disegnata da ZUZU che beve acqua e zucchero, mentre per la prima volta chiama le paturnie, appunto, con questo nome.

Iacopo Barison

Ginevra Lamberti

Il segreto del mio successo

Loro

Vi capita mai di stare fermi in un punto mentre tutti si muovono e voler gridare battendo i pugni su una superficie solida finché non rimane solo il silenzio? A me sì, spesso.

Dicono che sia caratteriale. Un’altra cosa che dicono è che si tratti di un problema di malfunzionamento del cervello. Questa è un’argomentazione di quelli che non sanno stare da soli per giustificare il fatto che non sanno stare da soli. Il problema è che, a un certo punto della storia dell’umanità – non saprei bene quale perché non sono un’esperta di storia dell’umanità –, quelli che non sanno stare da soli hanno preso le redini del comando e adesso vogliono che stiamo sempre tutti in compagnia. La cosa ha raggiunto un livello così strutturato che è in pratica ufficiale che se stai bene da solo è perché ti malfunziona il cervello. Io però non sono ancora proprio del tutto scema e, con quella che potremmo definire arte certosina, fin dalla prima infanzia ho elaborato delle tecniche per fare finta. Posso assicurare che funziona. Ti scoprono solo i più svegli, ma i più svegli in genere hanno altro da fare che dar fastidio a te.

Il lavoro #1

Stare da sola però non è una cosa che ho voglia di fare proprio sempre al cento per cento. Il fatto è che non so più distinguere i momenti in cui vorrei stare da sola da quelli che no perché non riesco a starci mai, da anni, forse da sempre. La chiamano densità di popolazione negli agglomerati urbani, e poi crisi degli alloggi, e anche crisi economica. La chiamano in molti modi diversi per dare una spiegazione tecnica a quello che succede nella vita di chi non può permettersi di vivere senza nessuno tra i piedi. Da quattordici anni vivo in case sovraffollate situate in città sovraffollate e faccio lavori sovraffollati. Ci sono molti modi anche per definire i diversi tipi di lavoro a disposizione nella società, che può essere a tempo determinato o indeterminato, a chiamata, a collaborazione occasionale, a progetto, part time (verticale oppure orizzontale), full time, impiegatizio, operaio, dinamico, a contatto col pubblico, manageriale, dirigenziale, sanitario, di coordinamento, di accudimento, educativo, precario, sicuro, sicuro per finta, tutto quello che volete, possiamo parlarne per l’eternità, ma io del lavoro so che sono vere solo due cose. La prima è che il lavoro è tutto a contatto col pubblico, quindi è tutto sovraffollato. Che siano cento clienti che pestano i piedi per entrare in un locale di grido, dodici anziani che strillano perché la demenza gli ha mangiato metà cervello, ventotto bambini con alle spalle cinquantasei genitori e dio solo sa quanti nonni, gente a capo di uffici, reparti, studi e redazioni, colleghe e colleghi. C’è in giro tanta di quella gente che l’idea di fare un lavoro in beata solitudine non è – fidatevi – contemplabile. Ma la cosa più importante e risolutiva che so del lavoro è anche quella di cui è molto importante non parlare in giro, ossia che il lavoro non esiste più da un pezzo.

Io – come dicevo – è fin dalla più tenera età che mi adopero per passare inosservata e quindi, anche sul fronte del lavoro, ho sempre fatto quello che andava fatto, fingendo con esemplare convinzione di credere che il tutto fosse reale, o anche solo verosimile.

Il lavoro #2

Tutte le cose sacrosante di cui sto parlando hanno avuto un’ulteriore validazione pochi giorni fa, in uno di quei giorni in cui ho telefonato al segreto del mio successo affinché venisse a salvarmi il culo. Il segreto del mio successo è l’idraulico. Questo perché io faccio la casa-sitter e fare la casa-sitter prevede due possibili formule. La prima è badare alle case della gente ricca quando è via e vuole assicurarsi che la posta non si accumuli, le piante non muoiano, le stanze prendano un po’ d’aria e non si verifichino furti con scasso. Questa prima formula è la mia preferita poiché permette di sostare sui divani altrui, con gli acari come unica compagnia. Inoltre, nelle case dei ricchi di questa città c’è quasi sempre un giardino, e nel giardino quasi sempre ci sono delle tartarughe con cui intrattenersi porgendogli foglie di lattuga croccante. Mi riferiscono che in molti coglierebbero una simile occasione per indire cene galanti e serate con amici, ma io – come si sarà forse capito – non ne ho la minima intenzione e onde non esser tacciata di asocialità affermo che le tartarughe si stressano e se si stressano muoiono e se muoiono perdo il lavoro. Il rischio della perdita del lavoro è l’unico argomento valido per evitare le situazioni conviviali. La scusa vale sia in effettiva presenza di tartarughe che no.

La seconda formula prevede la gestione dell’affitto turistico degli immobili in assenza di proprietari, che è più remunerativa ma anche più seccante. Dal momento che aumentano le persone coinvolte nell’equazione, aumentano, invariabilmente, anche i problemi. In genere non si tratta di niente di più di qualcuno che rompe qualcosa o che non riesce ad accendere qualcos’altro.

L’altro giorno – per dire – stavo aspettando questa coppia di giovani appena atterrati dagli Stati Uniti. Molto graziosi, bionda lei biondo lui, capelli lunghi lei capelli corti lui, sportivi ma curati, affaticati ma eleganti e tutto quell’insieme di attitudini un po’ marchio Giochi Preziosi che ricorda l’avvento delle plastiche nei consumi di massa. Ascoltano le spiegazioni, domandano, appuntano, prendono le chiavi e ringraziano. Io pure ringrazio, saluto e mi allontano con grandi falcate verso il resto della giornata, che prevede essenzialmente un aperitivo con una collega scrittrice di passaggio in città. Questo perché l’altro mio lavoro è scrivere, ma non posso considerarlo un lavoro neanche nei periodi dell’anno in cui i due mestieri sovrapposti constano di dodici-quattordici ore di operatività al giorno. Ciò accade per più di un motivo. Il primo è che non so se è possibile chiamare lavoro niente che non mi possa permettere di pagare affitto, bollette, spesa al discount e ticket sanitari per i protocolli di prevenzione medica. Il secondo è che – come già detto – il lavoro in realtà non esiste più da un pezzo neanche nei settori della concretezza, figurarsi in quelli della produzione dei beni immateriali. L’ultimo motivo è che ho troppe poche cose da dire e il fatto stesso di immaginare un insieme di molte cose da dire per molti giorni consecutivi, magari settimane, mesi e anni, mi fa venire il terrore da sovraffollamento di cui sopra. Forse niente è più sovraffollato della testa quando ci si infilano tante parole, specie se vengono infilate là dentro a calci per pagare una bolletta in più, o un pacco di pasta da abbinare a una confezione di pesto Eccellenza, marchio di punta del discount.

A ogni modo ero atterrita all’idea che gli amici plastici fermassero la mia corsa di animale sociale lanciato a bomba verso un prosecco, ma non è accaduto. Questa mia collega di passaggio era la prima volta che la vedevo fuori dal computer, e mi pare che ci siamo trovate bene, forse perché portiamo entrambe la frangia, non saprei. So invece che, proprio nell’istante in cui mi approcciavo al secondo bicchiere di bianco frizzantino, gli amici plastici mi hanno scritto chiedendomi “ma secondo te, è normale che dal muro della camera escano fiotti d’acqua?”.

No, non è normale

Come forse non è normale che io non senta una spinta non dico forte, ma almeno percepibile, verso la costruzione di una carriera e/o di una famiglia intesa non solo come unione tra due individui, ma anche come unione tra due individui che decidono di crearne dal niente un terzo e poi magari un quarto. Forse non è normale che io non mi senta parte di qualcosa di più grande, abbracciata da un orgoglio di classe (ma quale classe?) o di categoria (ma quale categoria?) o almeno generazionale (ma cosa vorrà poi dire, generazione?). Ho scoperto di recente che forse questo malessere deriva dalla mancanza di soft skills. L’ho letto da qualche parte e non ho davvero capito a cosa ci si riferisse, ma dopo aver ragionato bene ho concluso che la soft skill per eccellenza dev’essere la convinzione, e che magari faccio ancora in tempo a recuperarla con qualche corso dell’Unione europea. Era un po’ tutto questo ciò che avrei voluto illustrare ai miei nuovi amici statunitensi, dopo averli raggiunti di corsa, mentre insieme osservavamo i rivoli che scendevano copiosi da un muro già gonfio e scuro. Invece ho detto loro: vado un attimo a fare una telefonata. E sono uscita a chiamare l’idraulico.

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Le stelle cadranno tutte insieme: un estratto https://minimaetmoralia.it/libri/le-stelle-cadranno-tutte-insieme-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-stelle-cadranno-tutte-insieme-un-estratto/#comments Fri, 06 Apr 2018 06:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36818 Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Iacopo Barison, Le stelle cadranno tutte insieme, pubblicato da Fandango, ringraziando editore e autore.

E poi?

L'acqua defluisce dalle grondaie, le buche diventano pozzanghere e i lampi illuminano le villette a schiera. Qui, nel mio letto, sono le 03:44. A Los Angeles, invece, sono le 18:44 e Cameron Diaz ha appena twittato un articolo sulle vittime della diarrea in Etiopia. Vorrei parlare con qualcuno, sentire una voce in risposta alla mia. A New York sono le 21:44, il cielo è nuvoloso e più scuro del solito e Hugh Jackman ha ordinato un dolce che su Instagram sta riscuotendo un ampio consenso.

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LestelleCOVER

Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Iacopo Barison, Le stelle cadranno tutte insieme, pubblicato da Fandango, ringraziando editore e autore.

E poi?

L’acqua defluisce dalle grondaie, le buche diventano pozzanghere e i lampi illuminano le villette a schiera. Qui, nel mio letto, sono le 03:44. A Los Angeles, invece, sono le 18:44 e Cameron Diaz ha appena twittato un articolo sulle vittime della diarrea in Etiopia. Vorrei parlare con qualcuno, sentire una voce in risposta alla mia. A New York sono le 21:44, il cielo è nuvoloso e più scuro del solito e Hugh Jackman ha ordinato un dolce che su Instagram sta riscuotendo un ampio consenso.

La televisione a volume zero, le lenzuola gettate sul pavimento.

Mi vesto e scendo in giardino e fumo una sigaretta che ho rubato a mio padre, subito dopo cena, quando ho realizzato di aver finito le mie. Ogni cosa è perfettamente immobile. La pioggia ha smesso di scendere, lo strato di nubi si è diradato in fretta. La luna è vicina e illumina l’erba tagliata dal giardiniere, raccolta in sacchi verdi che sgocciolano sul marciapiede. Continuo a fumare, anche se ho mal di gola. Questa luna è bellissima, talmente perfetta da sfiorare il banale. Sembra il disegno di un bambino di sette anni, le mancano solo gli occhi e la bocca e un fumetto che dice: “Salve a tutti, qui in cielo si sta benissimo e non abbiamo bisogno del Diazepam”.

Lascio spegnere il mozzicone, le sigarette di mio padre mi ricordano lui. Oggi, tornato dalla centrale, aveva due domande. Non capiva che lavoro volessi fare da grande, diceva che sono già abbastanza grande per trovarmi un lavoro e io continuavo a ripetergli che non ho alcuna intenzione di cercarne uno. Avrei proseguito a studiare, molto presto avrei scritto una buona sceneggiatura e qualche produttore se ne sarebbe accorto. Lui non capiva, lavora da quand’era un adolescente robusto e privo di introspezione e ormai ha perso il conto degli anni passati alla centrale elettrica, forse perché non l’ha mai tenuto. Crede che il lavoro sia un atto spontaneo. “L’energia fa girare il mondo”, mi diceva, e io gli davo ragione ma non ero interessato ad approfondire il discorso. Inoltre, voleva sapere se io e Aria fossimo fidanzati o soltanto amici. Alla prima domanda – quella sulle prospettive future – gli ho risposto che avrei scritto dei film. Alla seconda, invece, ho preferito non rispondere.

Rientrato in camera, guardo la TV col volume a zero. Provo a leggere il labiale di un giornalista, sta parlando di un clown in corsia che ha sparato e quasi ucciso un bambino malato di leucemia – lo capisco dal titolo della notizia – e poi quello di una ragazza che elenca i pregi di una crema antiossidante. Parla troppo veloce, non riesco a isolare le frasi. Blatera qualcosa sul fumo attivo e passivo, poi sui gas di scarico e sul monossido di carbonio, quindi sorride e dice: “Chiamate il numero in sovrimpressione”. Cerco lo smartphone, sono tentato dal comporre il numero. La crema antiossidante non mi interessa. Vorrei solo parlare con qualcuno, chiedergli come sta e cos’ha fatto oggi.

Inizio ad avere freddo. Prendo le lenzuola dal pavimento, mi ci avvolgo dentro. Forse dovrei dormire. A Los Angeles è ancora presto, ma qui sta spuntando l’alba.

Il telefono vibra sul comodino. Aria dice qualcosa di incomprensibile, riprende fiato e poi sottolinea: “Il mio cane non si muove più”.

“Cos’è successo?”

“Non lo so, si è addormentato e non si è più svegliato.”

“È morto?”, le chiedo io, provando a usare un tono compassionevole.

“Potrebbe, ma ho paura di controllare.”

“Dove sei?”

“Sono immobilizzata a letto. Non voglio scendere.”

Aria, lo capisco dalla sua voce, ha appena smesso di piangere. “Vuoi che ti raggiunga? Posso uscire di casa in meno di dieci minuti”.

“Cinemascope, mi senti?”

“Sto per uscire”, le dico, mentre cerco i vestiti qua e là. Afferro i jeans da una sedia, poi la t-shirt dall’armadio in disordine. Vorrei fare più in fretta, ma stanotte ho dormito poco e mi sento debole.

“Svegliati, ti scongiuro. Non puoi farmi questo.”

Scendo le scale, apro il frigorifero e prendo una Coca-Cola. Ne bevo un sorso, quindi cerco le chiavi di casa. “Aria, sto arrivando. Non muoverti da lì, resta a letto. Vedrai che Cinemascope starà bene”.

“Non reagisce. Lo chiamo ma non si muove. Penso che sia…”

Lei sta di nuovo piangendo, e io esco di casa senza guardarmi allo specchio e finisco la Coca-Cola e la butto nel primo cestino che incontro. C’è il sole, ci saranno almeno trenta gradi. Sarebbe una giornata splendida, ideale per trovare l’ispirazione, se non dovessi occuparmi di Aria e del problema di Cinemascope. Lei – come non manca di ribadire a chiunque, soprattutto a persone appena conosciute – è molto affezionata a quel cane e darebbe qualsiasi cosa per far sì che non morisse mai. L’ha aiutata a superare un paio di momenti difficili – davvero tremendi, ribadisce di solito, restando però sul vago e non accennando alla natura di tali problemi – e non saprebbe come gestire l’eventuale perdita. Io, dal mio canto, conosco Aria da una decina d’anni e so che ha passato dei periodi complicati (un fratello in overdose da barbiturici, il divorzio dei genitori, la convinzione scientifica che tutti la odiassero, eccetera) ma devo ammettere che la sua esistenza, perlomeno quella attuale, gode di una serie di privilegi che molti le invidierebbero.

È alta e ha i capelli scuri, lunghissimi e spettinati, e si veste di nero e di grigio e ogni tanto di bianco. Inoltre, ma questo non lo racconta a nessuno, pensa che i morti vivano intorno a noi ed è convinta, in certe situazioni o in contesti specifici, di poter interagire con loro. Che io sappia, non ha mai baciato un ragazzo – o forse l’ha fatto ma ha reputato di non dovermelo dire. Sono certo, però, che l’eventuale morte di Cinemascope la scuoterebbe nel profondo, quindi accelero il passo e cerco di fare il più in fretta possibile. Tento di richiamarla, ma la linea non prende bene. Inizio a correre, fra circa un minuto sarò a casa sua, riesco già a vedere l’appartamento. La luce della tarda mattinata si riflette sulla vetrata d’ingresso, trasformando quel punto nel centro esatto dell’universo.

Di sopra, la situazione è grave ma in fin dei conti stabile. Resto fuori dalla camera, valutando il da farsi. Cinemascope è steso sul pavimento, probabilmente morto, e Aria è terrorizzata a letto ed entrambi i corpi non si muovono di un millimetro. Mi avvicino al cane, controllo la respirazione e scopro che in effetti è morto – non dà segni di vita, non reagisce agli stimoli – quindi apro l’armadio e cerco una coperta col quale avvolgerlo. L’ho visto fare in un film, non ricordo quale. C’era una famiglia borghese a cui qualcuno ammazzava il cane (erano stati i vicini di casa, se non sbaglio, animati da una specie di schizofrenia di quartiere) e il padre tranquillizzava le figlie e le metteva a dormire e poi cercava un plaid malconcio e lo usava per avvolgere l’animale. Il giorno dopo, con la famiglia al completo, procedeva a seppellirlo in giardino – aveva scavato la buca durante la notte – e le due figlie pregavano mentre la madre improvvisava una storia sul paradiso degli animali, dove tutte le specie vivevano in armonia e nessuno moriva più. La storia era piuttosto confusa, ma faceva presa sulle bambine. Il padre, sempre più capofamiglia, stava finendo di riempire la buca, e io avevo cambiato canale.

“Aria, puoi voltarti adesso. È tutto a posto.”

Lei continua a guardare in alto, un punto imprecisato del soffitto bianco. Mi chiedo a cosa stia pensando. Forse, in mezzo a tutto quel bianco, lei può realmente vedere i morti. Ho sempre creduto che il mondo, filtrato dai suoi occhi, fosse diverso dal mondo che conosciamo. Una versione simile ma differente, uno spazio oggettivo riempito dai fantasmi dei suoi vecchi animali domestici. Mi avvicino e le accarezzo un braccio. Aria, finalmente, prende coraggio e si volta. “Era vecchio”, mi dice. “Dev’essere morto durante il sonno.”

“Sì”, rispondo, continuando ad accarezzarla. “Ogni tanto succede.”

Lei si alza in piedi, senza guardare il cane, e io la seguo fuori dalla stanza. Resta nel corridoio, solo col reggiseno e un paio di pantaloni da basket. Ha i capelli sciolti, le arrivano a mezza schiena, e le gambe lunghe e la vita stretta. Sembra riflettere su qualcosa, e io vorrei essere come il padre del film di prima, saper prendere in mano la situazione, agire con pragmatismo, eppure non riesco a muovermi. Sono riuscito soltanto a gettargli una coperta addosso.

“Cosa facciamo?”, le chiedo. “Forse dovremmo telefonare a qualcuno.”

“Bisogna seppellirlo”, mi dice, “altrimenti morirà di nuovo.”

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Intervista a Zerocalcare https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zerocalcare/#comments Thu, 24 Aug 2017 05:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17814 Dal nostro archivio, un'intervista di Iacopo Barison a Zerocalcare apparsa su minima&moralia il 23 gennaio 2014.

(L'immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Ormai, Zerocalcare è un fenomeno consolidato. Per forza di cose, tutti noi dobbiamo farci i conti. È inevitabile, non si può più criticarlo a priori o bollarlo come impostore: Zerocalcare è una realtà tangibile.

Nonostante ciò, è il tipo che ti invia un sms e ti scrive: “Scusa, stavo dando ripetizioni. Per l'intervista, facciamo quando vuoi”. È il tipo che si imbarazza quando gli fai un complimento – anzi, si difende proprio, mette su uno scudo di umiltà e paranoia e rifugge dai tuoi giudizi entusiasti. È anche il tipo che si rifiuta di commercializzare i gadget, che non vuole andare in televisione, che non disegna strisce sui quotidiani.

Niente sembra smuoverlo, niente sembra cambiarlo, nemmeno la notizia che Valerio Mastandrea dirigerà il film de La profezia dell'armadillo.

Io gliel'ho detto, prima dell'intervista: “Se trovassi una t-shirt coi tuoi disegni, non penserei che sei un venduto. Anzi, la comprerei di sicuro”.

“Anche no”, mi ha risposto, poi abbiamo continuato a parlare.

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Dal nostro archivio, un’intervista di Iacopo Barison a Zerocalcare apparsa su minima&moralia il 23 gennaio 2014. (L’immagine è tratta da Ogni maledetto lunedì di Zerocalcare)

Ormai, Zerocalcare è un fenomeno consolidato. Per forza di cose, tutti noi dobbiamo farci i conti. È inevitabile, non si può più criticarlo a priori o bollarlo come impostore: Zerocalcare è una realtà tangibile.

Nonostante ciò, è il tipo che ti invia un sms e ti scrive: “Scusa, stavo dando ripetizioni. Per l’intervista, facciamo quando vuoi”. È il tipo che si imbarazza quando gli fai un complimento – anzi, si difende proprio, mette su uno scudo di umiltà e paranoia e rifugge dai tuoi giudizi entusiasti. È anche il tipo che si rifiuta di commercializzare i gadget, che non vuole andare in televisione, che non disegna strisce sui quotidiani.

Niente sembra smuoverlo, niente sembra cambiarlo, nemmeno la notizia che Valerio Mastandrea dirigerà il film de La profezia dell’armadillo.

Io gliel’ho detto, prima dell’intervista: “Se trovassi una t-shirt coi tuoi disegni, non penserei che sei un venduto. Anzi, la comprerei di sicuro”.

“Anche no”, mi ha risposto, poi abbiamo continuato a parlare.

Io: Quando hai capito che “fare i disegnini” sarebbe stato, più che il tuo futuro lavoro, la tua vocazione come individuo? C’è stato un momento particolare?

Zerocalcare: No… senza apparire ingrato, perché sono contentissimo di tutto quello che mi sta accadendo, posso dire che io non ho mai avuto e non ho la vocazione, il sacro fuoco, questa roba qua. Anzi, vivevo con estrema difficoltà il fatto che questa roba si sia mangiata quasi tutta la mia vita, e che la mia identità si sia sovrapposta a quella del disegnatore. Nel senso, per me era un modo per non lavorare in aeroporto, per non fare le ripetizioni, eccetera. Cioè, all’interno della scena che frequentavo, della mia comunità, che era quella dei centri sociali e del punk, era diventato una specie di tratto distintivo, una cosa che mi riusciva bene, però non è che io abbia la vocazione del disegnatore.

Io: Ok. Quindi non hai mai visto un tuo disegno e detto: “Cazzo, sono proprio bravo!”. Oppure: “Be’, sono più bravo degli altri”.

Zerocalcare: No, anzi, io ho il complesso di inferiorità verso tutto il mondo. Nel senso, sia come disegno che come sceneggiatura. Non riuscirei mai a essere solo sceneggiatore, perché ho troppe lacune, e allo stesso modo non riuscirei mai essere solo disegnatore.

Io: Con La profezia dell’armadillo hai avuto un successo travolgente. Dopo, coi libri successivi, ancora di più. Al di là dei lati positivi del successo, uno si fa l’idea che tu non sia propriamente un animale da palcoscenico. Non so, mi sembra che tu viva in modo controverso i bagni di folla, le aspettative sempre più alte, eccetera.

Zerocalcare: Io la vivo supermale, in verità. Da un lato è caratteriale mio, nel senso che sono una persona molto ansiosa, sono un timido. Per tutta la vita, ho cercato di evitare lavori in cui potessi avere l’ansia da prestazione. Il fatto di essermi trovato a fare lavori che comportano un giudizio, è una cosa che mi mette un sacco d’ansia. Poi, c’è il problema che io vengo da una comunità antitetica al mondo di cui parliamo. Per me, questa è una contraddizione gigantesca. Cioè, anche il rapporto con i giornalisti non è scontato. Se io faccio l’intervista per un giornale, e nella pagina prima c’è scritto che vogliono mandare i miei amici in galera, oppure parlano delle occupazioni, è un problema gigantesco, di cui mi devo anche giustificare con me stesso. È una cosa che, in generale, mi mette mille paranoie al giorno…

Io: (Ridendo). Anche quest’intervista ti sta mandando in paranoia?

Zerocalcare: No, perché voi, su m&m, è raro che vi esprimiate su certi temi. Io non ho mai lavorato sui quotidiani perché non potrei mettermici. Mi hanno già chiesto mille volte di fare le strisce sulle prime pagine dei giornali, ma io posso stare nella stessa pagina in cui due righe più su chiedono la galera per i miei amici? Poi, vabbè, su un sacco di cose la pensiamo uguale. Quando ho letto l’articolo su Gli anni spezzati, lì ho pensato: bene, posso fare l’intervista tranquillamente. In generale, però, devo essere io a stabilire qual è l’asticella, qual è il limite da non superare.

Io: Hai l’indubbia capacità di saper rendere interessante il banale, il quotidiano in cui tutti possiamo riconoscerci. Qual è il processo che sta alla base? A un certo punto, c’è il rischio di cadere nel populismo. Come fai a evitarlo?

Zerocalcare: Per me, ad esempio, la striscia di Trenitalia che ho fatto due anni fa, conteneva degli aspetti che erano superpopulisti. Non è che io non mi accorga di questo rischio. Cerco di smarcarlo, di trovare delle chiavi che non siano le peggiori. Dopo che è uscita quella striscia là, io mi sono accorto di questa deriva. Allora volevo raccontare, e poi l’ho fatto, di una sera in cui sono finito al pronto soccorso, e ho dovuto censurare un milione di cose che mi sono successe. Eppure, secondo me erano molto divertenti. Però so che avrebbero generato una sfilza di commenti contro la malasanità, contro gli infermieri, eccetera. Insomma, non mi andava di leggere i commenti di gente che dice: “Sono tutti delle merde!”, così ho censurato quelle parti. Quindi, un lavoro di scrematura lo faccio già alla base, per evitare conseguenze che reputo disgustose. È chiaro, quando parli di robe che coinvolgono tutti, una dose di populismo comunque ci sta, sta là. Io cerco di usare l’autoironia per stemperarle.

Io: In un articolo uscito anche su m&m, Vanni Santoni sottolineava la tua abilità nel far esplodere la cosmogonia della cultura pop. Nei tuoi lavori, è un aspetto che ritorna molto. Quanto conta, per te, questo tipo di approccio?

Zerocalcare: Per me conta un botto, perché queste cose sono parte della mia vita, della mia formazione. Da un lato c’è un espediente, ovvero utilizzare dei personaggi che sono riconosciuti da tutti. È una scorciatoia. Mi consente di dare meno spiegazioni. Se io metto, che cazzo ne so, la faccia di Darth Vader, tutti capiscono che quel personaggio è cattivo. In fondo faccio storie brevi, quindi è un modo per accorciare le spiegazioni. Dall’altro lato, però, Ken il guerriero mi ha plasmato molto, era la mia bussola di valori. Da ragazzino, chiaramente. Adesso sono cresciuto, non è che la mia vita sia improntata sulle scelte di Ken il guerriero. Però era reale quanto Obama. Sono due personaggi che tutti conoscono, che si vedono in televisione e parlano dei valori. Nella mia formazione, quei personaggi erano reali, facevano parte della mia sfera emotiva e del mio quotidiano.

Io: Tu passi con molta naturalezza dal registro ironico a quello malinconico. Non è una cosa da tutti. Lo facevano nella vecchia commedia all’italiana, una cinquantina d’anni fa, poi è una cosa che si è un po’ persa. Quando devi far ridere, ti ispiri a qualcuno? Hai dei maestri?

Zerocalcare: In genere mi viene spontaneo. Io ho sempre delle remore a fare nomi di maestri o quant’altro, perché penso sempre che la gente possa rispondermi: “Vaffanculo, come osi metterti nella stessa frase di questo o di quello”.

Io: (Lo interrompo). Ecco, queste sono le paranoie che vengono fuori.

Zerocalcare: (Ride). Non so, ci sono delle cose che mi fanno molto ridere, da Calvin & Hobbes a Rat-Man. In realtà, se ho mai copiato qualcosa, l’ho fatto da alcuni blogger francesi, che hanno proprio quel tipo di forma. Rispetto alla malinconia, quando ho disegnato le prime cose con l’armadillo, che erano incentrate sulla morte, io volevo fare qualcosa di malinconico e basta. Poi mi sono accorto di non avere la bravura per tenere quel registro in maniera decente. Non volevo fare dei polpettoni emo e piagnucolosi, così mi sono imposto di mettere degli inserti che facessero ridere. Volevo stemperare un po’. Quindi, è più per la mia incapacità di tenere un livello di malinconia costante. Non è che io sappia dosare chissà come…

Io: Leggendoti, ho sempre l’impressione che il tuo alter ego si senta annientato dal tempo che passa,  dagli anni felici e spensierati che non tornano più. Sembra che il personaggio abbia un po’ la sindrome di Peter Pan. Hai nostalgia dell’infanzia? Com’è stato questo periodo della tua vita?

Zerocalcare: Qualcuno, tempo fa, tra le varie persone che mi vogliono rompere il cazzo, scriveva: “Hai solo trent’anni. Quale nostalgia vuoi avere?”. Io non dico che la nostalgia sia un valore positivo, è solo che da bambino stavo meglio di oggi.

Io: Be’, io ho nostalgia dell’infanzia da quando ho compiuto quindici anni. Fai te.

Zerocalcare: Ecco, appunto. Non capisco perché uno non possa provare nostalgia. Io ho avuto un’infanzia superfelice. Poi è chiaro, tutte le infanzie vengono idealizzate. La nostalgia serve a quello. Da bambino, un problema a scuola con la maestra sembrava gigantesco. Se ci ripenso adesso, capisco che mi facevo un sacco di paranoie per nulla. Inoltre, i ragazzini sono molto efferati, quindi l’infanzia ha anche degli aspetti terribilmente negativi, non c’è dubbio, e io ho vissuto anche quelli. Però, non so, io stavo bene, da ragazzino sentivo di avere tutte le porte aperte. Comunque, a scuola non sono mai andato male. Ero medio, ero normale. Non mi sono mai sentito fuori posto, o di stare per perdere il treno della vita. Ero rilassato, non avevo la paranoia continua di finire sotto un ponte. Per me, l’infanzia era una bomba. Oggi, invece, mi sono accorto che tutte le cose che pensavo del mio futuro, in verità non ci sono. Erano tutte illusioni. Proiettavo in avanti qualcosa che non c’è mai stato, è quello è stato un supershock.

Io: È brutto diventare adulti…

Zerocalcare: Sì, in realtà sono intervenuti anche dei fattori esterni, tipo non aver fatto l’università perché ho capito di essere una pippa.

Io: In cosa sei diplomato?

Zerocalcare: Liceo Classico Linguistico.

Io: Voto della maturità, se si può dire?

Zerocalcare: 94.

Io: (Rido). Alla faccia della pippa. Io sono uscito con 86…

Zerocalcare: Sì, andavo bene, avevo deciso di studiare. Non avevo problemi.

Io: Uno, quando ti legge, si immagina Rebibbia come il quartiere de L’odio di Kassovitz. Poi mi dici: “Sono uscito con 94!”.

Zerocalcare: Be’, Rebibbia in realtà è una borgata amena. Non è il Bronx. È un quartiere con le casette basse e i giardinetti. Non è un quartiere ricco, però non è che sia il quartiere del disagio.

Io: Tornando a prima, io penso che la scena del funerale della maestra ne Un polpo alla gola riassuma bene il tuo lato malinconico. L’ho trovata molto struggente. Tu, prima, sostenevi di non essere bravo a tenere quel registro. Per me lo sei, molto più di quanto tu creda. In quella scena, c’è qualcosa di autobiografico, oppure era una semplice funzione della storia?

Zerocalcare: C’è qualcosa di autobiografico, sì, ma non riguarda quella scena specifica. Purtroppo, quella maestra non è mai morta. (Ride). In generale, quel sentimento là, quella riunione coi vecchi compagni di scuola, a un funerale, con una persona morta, è una scena che ho effettivamente vissuto. Io, anche nelle cose che non mi succedono veramente, cerco sempre di ricondurle a situazioni analoghe che ho vissuto, a sentimenti che ho provato. Non sono capace di inventarli. Ho provato a raccontare quel tipo di situazione, i bilanci a distanza di tempo…

Io: Io, quando scrivo e metto dentro qualcosa di autobiografico, tendo sempre a sentirmi esposto, scoperto, quasi alla mercé dei lettori. A te, che basi le storie sull’autobiografia, non capita mai? Metterti così in mostra, non ti crea dei problemi?

Zerocalcare: In realtà, io ho delle cose che non metto in mostra. Evito qualunque riferimento alla mia vita sentimentale, insieme a tutto ciò che ha una rilevanza penale. Dentro Un polpo alla gola, c’è questo senso di colpa infinito di me da ragazzino, per aver fatto la spia contro un’amichetta mia. In realtà, questo senso di colpa è vero, ma non è per aver fatto la spia. Riguarda una cosa molto più terribile, che io non ho mai raccontato e non racconterò mai. Quindi, io mi espongo fino a un certo punto. Poi, evito le cose che mi metterebbero a disagio o in difficoltà. Parlo solo di quello che penso di poter gestire.

Io: Immagino, quando fai una presentazione o ti fermano per strada, che il tuo lettore possa identificarti come quello che mangia i plum cake e guarda The Walking Dead. Questa sorta di sovrapposizione col tuo alter ego, non ti dà un po’ fastidio?

Zerocalcare: A me, che il personaggio venga visto come il mio alter ego, non me ne frega un cazzo. Invece, mi infastidisce che queste cose debbano diventare il tratto distintivo di una generazione. È una supercontraddizione. Io, più che dire: “Guardate, non ho la pretesa di raccontare una generazione, e questi aspetti riguardano solo me”, non so cosa fare. Anzi, a volte non riassumono neanche me, figuriamoci un’intera generazione. Questo è un problema grosso, su cui mi interrogo molto. Se i miei lavori avessero raggiunto questo tipo di dimensione, io avrei una grande responsabilità, e forse dovrei cambiare il mio modo di raccontare. Però, boh, io voglio raccontare questo. Non mi va di raccontare degli scontri in piazza, perché penso che quelle cose abbiano altri canali, altri luoghi. Non mi va di raccontarle su un blog.

Io: Quando si ha successo con qualcosa di molto specifico, di molto determinato e riconoscibile, c’è il rischio inconscio di adagiarsi sulle solite formulette, sugli schemi che in passato hanno funzionato bene. Nel tuo caso, c’è questo pericolo? L’hai avvertito?

Zerocalcare: Sì, c’è, perché se fai una storia che ha 60.000 condivisioni, tenderai sempre a cercare di ripeterti. Vengo anche accusato di fare questa cosa, e in parte è vero. C’è un codice che non cambio, perché quello è il codice con cui sono capace a esprimermi. Non è che non lo cambio per paraculaggine, è proprio che non sono capace. In realtà, sui libri ho fatto anche cose che non hanno pagato in termini di critica. Ho cercato, dopo un libro fatto di storie brevi, di fare una storia lunga, poi ne ho fatta una di pura fiction, che non avevo mai fatto. Ho provato a cimentarmi con storie diverse, e mi è stato detto: “No, tu devi sempre rifarti alle prime storie, perché sono le uniche che ti vengono bene”.

Io: Ti è stato detto esplicitamente?

Zerocalcare: Eh, sì. A dire il vero, mi hanno fatto entrambe le critiche. Sia quella: “Ah, non cambi mai, fai sempre la stessa cosa”, che quella: “Ritorna come prima, perché questa roba è una merda”. Questi sono tutti banchi di prova. Per il libro a cui sto lavorando da un anno, è superimportante, non dico che venga bene, ma che corrisponda a quello che ho in testa. Ho fatto tutte queste prove, sia con Dodici che con Un polpo alla gola, per prendere le misure della narrazione. Questo lavoro sarà molto diverso da ciò che ho fatto finora, ma resterà sempre qualcuno che dice: “Ah, c’è l’armadillo, fai sempre la stessa cosa!”.

Io: Qualche anticipazione?

Zerocalcare: È un lavoro che riguarda un pezzo della mia famiglia. Io sarò uno dei protagonisti, ma ci saranno anche altre due generazioni, quella di mio padre e quella di mia nonna. Avrà molti salti temporali, tra la vita di mia nonna e adesso. Riguarda una cosa che io scoperto molto tardi, tipo quattro anni fa, sulla storia della mia famiglia. Non mi era mai stata raccontata, e io dovevo capire quali erano le parti che potevo raccontare e quali no. Allora ho fatto proprio un G2 con mia madre, per decidere quali parti potevano essere date in pasto. Sono cose delicate, perché un conto è raccontare il proprio dolore, un conto è raccontare il dolore di qualcun altro. Può essere molto indiscreto. Avrà delle parti vere e delle parti fantastiche. L’unica cosa che mi è stata messa come vincolo, è non dire mai con chiarezza quali sono le parti vere e quali le parti inventate.

Io: Tu sei molto giovane, e lo è anche il tuo lettore medio. Pensi che i tuoi fumetti cresceranno, anche anagraficamente, insieme ai tuoi lettori e alla tua persona? Non so, a cinquant’anni parlerai delle crisi di mezz’età?

Zerocalcare: Sì, perché racconto la mia vita, le mie emozioni, Inevitabilmente, le cose cambieranno. Se mai dovessi avere un figlio, io racconterei quello.

Io: Una curiosità. Rispetto agli argomenti e all’ambiente di cui parli, non fai mai riferimenti alle droghe. È una casualità?

Zerocalcare: Eh, io sono Straight edge. Non so se sai cosa significa.

Io: No, a dire il vero.

Zerocalcare: È la branca bacchettona del punk, che non assume sostanze che creano dipendenza o alterano la coscienza. Sono così da tredici anni. Non faccio nemmeno il brindisi a Capodanno, oppure non prendo il tiramisù perché dentro c’è il caffè.

Io: Wow, sei il secondo astemio che incontro in vita mia. Il primo sono io.

Zerocalcare: Non ricordo nemmeno che sapore ha l’alcol…

Io: Figurati che io non mangio nemmeno i dolci col liquore.

Zerocalcare: Eh, hai capito? Io, però, non è che sto male. Bevevo, e mi piaceva pure. Fumavo anche le canne. È proprio una scelta di vita, totalizzante.

Io: Parliamo delle tue passioni, oppure delle tue ossessioni, che a volte sono la stessa cosa. Alleggeriamo un po’ i toni: mangi davvero tutti quei plum cake? Se sì, dimmi di che marca sono, perché io mi stufo subito…

Zerocalcare: Guarda, io li taglio in due, ci metto dentro la marmellata, li richiudo e li intingo nel latte.

Io: Quelli classici, del Mulino Bianco?

Zerocalcare: No, io prendo quelli del Todis, perlopiù.

Io: Ah, è una marca che non conosco.

Zerocalcare: (Ride). È del discount, in realtà.

Io: Ma allora li mangi i plum cake!

Zerocalcare: Sì, li mangio quando arrivo a casa molto tardi. Io so cucinare due cose: la pasta con le zucchine e la pasta con le patate. Mi nutro quasi solo di quello.

Io: (Rido). La pasta con le patate… un cibo da poveri, in fondo.

Zerocalcare: È una roba che si mantiene, però. Io faccio la spesa due volte al mese. È veloce, son patate lesse.

Io: Sei di Roma, fatti una carbonara!

Zerocalcare: Eh, ma devo comprare le uova, devo comprare la pancetta. Poi la pancetta scade… no, no.

Io: Sei riuscito a preservare gli hobby dell’adolescenza? Passi ancora i pomeriggi sui videogiochi?

Zerocalcare: No, e questo è il mio problema più grosso. Ogni volta che compro una console, mi riprometto di giocarci, poi invece non ho il tempo di giocare più a un cazzo.

Io: Succede anche a me. I videogiochi sono diventati lunghi…

Zerocalcare: Sì, ormai li fanno proprio lunghi, e poi sono pieni di filmati e uno non può neanche mettere in pausa.

Io: Qual è l’ultima console che hai comprato? Cioè, a quale ti sei fermato?

Zerocalcare: A giocarci davvero, mi sono fermato con la prima Playstation. Però ho avuto anche la Playstation 2, l’Xbox e la Wii.

Io: Argomento cinema. A maggior ragione dopo l’annuncio di ieri (mi riferisco alla regia di Mastandrea). Ultimamente, hai visto qualcosa che ti senti di consigliare?

Zerocalcare: Ho visto Il capitale umano, che mi è piaciuto. Poi ho visto Capitan Harlock, che mi è piaciuto così così. Ho visto Animal Kingdom, con molto ritardo, che però mi è piaciuto. In generale, uno dei miei film preferiti è Guida per riconoscere i tuoi santi.

Io: Ah, sì. È l’unico film bello di quel regista, poi si è perso miseramente.

Zerocalcare: Sono delle merde, gli altri? Ho scaricato The Son of No One.

Io: Eh, parecchio. Tornando a noi, ieri ho letto del film che verrà tratto da La profezia dell’armadillo. Giuro, ero contento per te. Non ce la fai proprio a goderti il momento?

Zerocalcare: No, non ce la posso fare…

Io: Cioè, quando Mastandrea ti ha chiamato e ti ha detto: “Voglio fare un film dal tuo libro”, tu come hai reagito?

Zerocalcare: Ho reagito con: “Ammazza che bello, Mastandrea è uno dei miei attori preferiti, è una persona che stimo un sacco e gli piace la mia roba. Sono supercontento di questo, però come farò a gestire la cosa?”. Per me è comunque terribile, ‘sta cosa.

Io: Però è Mastandrea, in fondo. Pensa se te l’avesse chiesto Neri Parenti.

Zerocalcare: Me l’hanno chiesto anche persone molto vicine a Neri Parenti, e ovviamente gli ho detto di no. Io non lo so come uscirà il film, poi Mastandrea fa il suo esordio come regista, ma io so che lo spirito de La profezia dell’armadillo verrà rispettato, anche se il film esce brutto. Per me, l’unica cosa che conta è quella.

Io: Come mai hai sempre rifiutato di andare in televisione?

Zerocalcare: È un ambiente che mi fa orrore, mi fa proprio orrore. Quest’anno, sono stato per la prima volta al Salone del Libro di Torino, e per me il mondo dei vip, non so, è come portare un talebano a Las Vegas.

Io: Non hai paura che un giorno, magari, ti pentirai di questi rifiuti?

Zerocalcare: Sì, ce l’ho. Ogni cosa che rifiuto penso, no, sto facendo una cazzata, perché poi questa cosa mi servirà. Ma io ho bisogno di stare in pace con me stesso, e devo starci adesso, e già non ci sto per niente. Già mi vivo tutto come una gigantesca contraddizione. Non ce la faccio proprio, a vivere delle contraddizioni ancora più grosse.

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Tra il Burraco e Donald Trump. Intervista a Mara Maionchi https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-mara-maionchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-mara-maionchi/#comments Wed, 14 Dec 2016 12:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33083 (fonte immagine)

Intervistare Mara Maionchi è stato esattamente come lo immaginavo. Ci siamo incontrati in un bar di Milano, io ho ordinato un tè verde e lei ha sorriso col suo sorriso e scherzato sulle persone che bevono il tè verde, quindi ha ordinato un caffè e poi abbiamo iniziato a parlare. Qualche volta rispondeva prima che avessi finito di formulare la domanda, altre no, e intanto passavamo dalla musica ai sogni premonitori, dalla TV a Donald Trump, dalla Costituzione alle partite online di Burraco.

Io: La tua carriera è iniziata nel '67, quando hai risposto a un'inserzione pubblicata sul Corriere della Sera.

Mara Maionchi: Sì, è vero. A scuola andavo abbastanza male, poi ho fatto un corso da stenodattilografa e ho iniziato a lavorare in vari ambienti. Il primo lavoro fu alla SAIMA, che era una società di spedizioni internazionali, sopratutto via nave. Io lavoravo all'ufficio imbarchi, poi da lì ho deciso di trasferirmi a Milano perché rispetto a Bologna mi sembrava potesse darmi qualche possibilità in più.

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Intervistare Mara Maionchi è stato esattamente come lo immaginavo. Ci siamo incontrati in un bar di Milano, io ho ordinato un tè verde e lei ha sorriso col suo sorriso e scherzato sulle persone che bevono il tè verde, quindi ha ordinato un caffè e poi abbiamo iniziato a parlare. Qualche volta rispondeva prima che avessi finito di formulare la domanda, altre no, e intanto passavamo dalla musica ai sogni premonitori, dalla TV a Donald Trump, dalla Costituzione alle partite online di Burraco.

Io: La tua carriera è iniziata nel ’67, quando hai risposto a un’inserzione pubblicata sul Corriere della Sera.

Mara Maionchi: Sì, è vero. A scuola andavo abbastanza male, poi ho fatto un corso da stenodattilografa e ho iniziato a lavorare in vari ambienti. Il primo lavoro fu alla SAIMA, che era una società di spedizioni internazionali, sopratutto via nave. Io lavoravo all’ufficio imbarchi, poi da lì ho deciso di trasferirmi a Milano perché rispetto a Bologna mi sembrava potesse darmi qualche possibilità in più.

Io: Quindi non sei venuta a Milano per la musica?

Mara Maionchi: La musica la ascoltavo e basta, senza neanche avere un amore forsennato. Ci sono arrivata per caso, come in tutte le cose della mia vita. C’era questo annuncio sul Corriere, cercavano una segretaria per l’ufficio stampa dell’Ariston, che era una casa discografica. Avevano la Vanoni, Mino Reitano, eccetera. Mi sono presentata e mi hanno assunta e da lì ho cominciato a guardarmi intorno.

Io: Dal ’67 a oggi. Sono passati quasi  quarant’anni, com’è guardarsi indietro?

Mara Maionchi: È passato tanto tempo, non so nemmeno se sarebbe ripetibile un percorso del genere. Era proprio un altro mondo rispetto ad oggi, dove se vuoi entrare nel campo musicale devi avere una lunga preparazione alle spalle. Io non sapevo quasi niente, ma avevo voglia di imparare. Ho imparato sul campo a fare questo mestiere.

Io: In tutti questi anni sei cambiata più tu, la musica o il mondo che ti circonda?

Mara Maionchi: Fra tutte le cose che hai nominato, quella che è cambiata di meno sono io, però capisco che intorno a me il mondo è diverso. È diverso politicamente, economicamente, musicalmente, ma in fondo è normale.

Io: Il mondo della musica è cambiato solo in peggio, oppure oggi c’è anche qualche vantaggio che una volta non c’era?

Mara Maionchi: Non c’è dubbio che fattori tecnici come il computer, YouTube e il poter fare i dischi più facilmente siano un fatto positivo, però è anche vero che la musica oggi possono farla quasi tutti, e questo non è un vantaggio. Rispetto a una volta ci sono meno soldi, ma c’è anche meno interesse. Il senso di aggregazione che derivava dalla musica negli anni ’70 e ’80 è sparito, una volta ascoltare un genere musicale equivaleva anche a far parte di un certo gruppo di persone, ad avere un certo pensiero politico, di vita, di socialità. Oggi la musica non ha più questa funzione, assolutamente. Forse ce l’hanno i social network…
E poi ripeto, ci sono meno soldi. Oggi se fai musica puoi garantirti solo la prima colazione, se arriveranno anche il pranzo e la cena è tutto da vedere. Le cifre si sono abbassate perché è il mercato a creare l’offerta e oggi il mercato non c’è, oppure c’è molto poco.

Io: All’interno di un panorama del genere, quale dovrebbe essere il compito di un discografico?

Mara Maionchi: Scoprire prima di tutti cosa andrà di moda fra due anni. Poi, be’, io sulla musica ho delle idee un po’ particolari. Quando mi chiedono qual è stato il gruppo più commerciale di sempre, io rispondo i Pink Floyd. Chi altro è riuscito a rimanere per dodici anni in classifica?

Io: In qualsiasi campo artistico, quanto conta la fortuna e quanto il talento?

Mara Maionchi: Ti risponderò con un proverbio: il lavoro duro batte il talento, se il talento non lavora duro. Poi certo conta anche il talento, o il destino, chiamalo come vuoi tu.

Io: Lo stereotipo del musicista capriccioso è vero?

Mara Maionchi: Sì, ma io non temo i capricci. Basta dire di no, non lo trovo così difficile. Quando Gianna Nannini mi mandò le spese della tintoria me la sono mangiata. Cioè, io sono una discografica, cazzo. Devo pagarti le royalties, non il conto della tintoria. Più avanti, invece, dopo il primo disco, quando sia io che la Nannini ci stavamo riprendendo dopo il flop iniziale, lei è venuta da me e mi ha detto che si era presa un manager, uno che chiedeva un sacco di soldi alle case discografiche. Io le ho detto: “Fammi respirare un attimo, ho investito su di te quando nessuno ci credeva”. Mi sono incazzata così tanto che ho dato un pugno alla scrivania e il vetro si è frantumato. Se intuisco che dietro il capriccio c’è un dramma reale o una forma di disagio, allora posso anche ascoltarti. Ma se il capriccio è gratuito no, a rompere i coglioni siamo tutti bravi.

Io: Parliamo un po’ della TV. A livello emotivo, personale, come ti fa sentire essere contemporaneamente su milioni di schermi? Voglio dire, è una forma di visibilità che non tutti sopporterebbero.

Mara Maionchi: Io ho 75 anni, e quando diventi vecchio diventi anche più fragile. Sentire che le persone intorno mi vogliono bene mi fa stare meglio.

Io: Per chi vuole provare a farsi conoscere attraverso la musica, X Factor è sempre il palcoscenico giusto? Oppure per alcuni può non essere adatto?

Mara Maionchi: Non credo che sia il palcoscenico giusto per tutti. Lì regna il pop, perché è una trasmissione pop, però non c’è dubbio che a X Factor chiunque ha la possibilità di entrare in contatto con qualcuno che lavora in campo musicale, e se quel qualcuno non è proprio sordo, potresti comunque avere un’occasione.

Io: La musica italiana riesce ancora a colpirti?

 Mara Maionchi: Come dice Bertolt Brecth, bisogna sempre essere un passo avanti, mai due, e mai uno indietro. In questo momento, in Italia, produciamo brutte canzoni, troppo tradizionali. Manca un po’ la novità. È molto più fresco un testo come c’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso delle canzoni che si fanno adesso, dove c’è sempre un amore perduto, qualcuno che è andato via e non torna, qualcuno che è disperato. Mi faccio due palle così dopo un po’. (Ride) Alla quarta canzone su un amore perduto, vorrei sentire qualcuno che fa una festa perché ha perduto un amore. Qualcuno che canti: “Stasera tutti a casa mia, faccio una festa, mia moglie finalmente si è levata dai coglioni!”

Io: Tu e tuo marito (Alberto Salerno) siete sposati da quarant’anni e lavorate insieme da molto tempo. Come siete riusciti a coniugare le due cose?

Mara Maionchi: L’amore eterno non esiste, esistono i buoni rapporti. Con gli anni le cose cambiano, abbiamo imparato a capirci e poi anche a sopportarci. Per fortuna non siamo cambiati così tanto da arrivare a odiarci. Abbiamo fatto un lungo percorso insieme, e in questo caso era importante volersi bene e stimarsi. Dopodiché bisogna anche cominciare a non ascoltarsi sempre. Sul lavoro abbiamo fatto delle risse colossali, oltretutto la rissa non finiva in ufficio ma continuava a casa. Mio marito negli anni ha anche avuto delle fidanzate, e lo capisco, la stessa solfa dopo un po’ è noiosa. Un giorno gli ho telefonato e gli ho detto: “Vieni a casa, è arrivata una fattura di cui dobbiamo parlare”. Lui è corso subito, sembrava che avesse appena fatto la maratona di New York. Certo che lui è anche un po’ pirla. (Ride) Era stato in albergo con una donna e si era fatto fare la fattura. Io, allora, gli avevo fatto passare un’estate infernale, però sono cose che succedono. Stare insieme per quarant’anni non è facile. Io non l’ho mai tradito perché non mi interessava, ma ho fatto altre cose. Ognuno è cattivo a modo suo. Ad esempio, io spendevo soldi nel gioco d’azzardo.

Io: Giochi ancora, qualche volta?

Mara Maionchi: Al casinò, ma raramente. Sono molto contraria alle macchinette nei bar e nelle tabaccherie, ti mettono la droga sotto casa. Se invece devi andare a St. Vincent o Sanremo, intanto devi farti 200 o 300 chilometri, e questo se lavori tutto il giorno è già un deterrente. Se invece non lavori, e sei anziano, e ti rompi i coglioni tutto il giorno, è normale che ti venga la tentazione di giocare alle slot sotto casa.

Io: È vero che hai scoperto di avere un tumore al seno grazie a un sogno premonitore?

Mara Maionchi: È vero, ho scoperto di averlo a 73 anni. Tanto tempo prima avevo fatto un sogno, ero in un salone e c’erano tante persone. Mi sono avvicinata a un signore seduto al tavolo, e lui ha scritto su un foglio 36, ossia gli anni che avevo allora, più 33 – totale 69.
A 69 anni ho avuto un po’ di paura, ma per fortuna non è successo niente.
A 73 anni, invece, controllando il calendario degli esami di routine, ho notato che il medico si era sbagliato e aveva scritto: Mara Maionchi, anni 69. L’ho subito chiamato e lui mi ha detto che non ricordava perché avesse scritto 69, allora ho prenotato una visita d’urgenza e ho scoperto di avere un tumore al seno, sia destro che sinistro.

Io: Però alla fine ti è andata bene…

Mara Maionchi: Mah, sai, il cancro è una brutta storia, perché può sempre tornare. Per adesso è andata bene. Speriamo nel culo, cosa vuoi che ti dica. Anche se è vero che più passa il tempo, più il muro è vicino.

Io: Questo come ti fa sentire?

Mara Maionchi: Be’, non è che mi scompisci proprio dalle risate, però col tempo ci si abitua al fatto che il muro sia sempre più vicino. Cominci a vedere la morte non come una tragedia ma come qualcosa di naturale. Quando ho scoperto di avere un tumore, mi dicevano che l’85% delle donne si salva, ma io pensavo solo a quel cazzo di 15% che non si salva.

Io: Hai qualche rimpianto? C’è qualcosa che avresti voluto fare nella vita e invece non hai fatto?

Mara Maionchi: No, non ho così stima di me da pensare che avrei potuto fare di più. Penso che mi sia già andata molto bene così. La vecchiaia va presa sul ridere, altrimenti è difficile.

Io: Quando penso alla vecchiaia, o al fatto che un giorno toccherà anche a me, mi viene solo da dire: “Cazzo, non è possibile”.

Mara Maionchi: Continuerai sempre a dire: “Cazzo, non è possibile”, solo che un giorno sarai vecchio davvero. Quanti anni hai?

Io: Ventotto.

Mara Maionchi: (Ride) Vaffanculo…

Io: Be’, comunque non ho più quindici anni. A ventotto ci si guarda già indietro.

Mara Maionchi: Sì, ma dopo è peggio, perché non hai più tempo di guardarti indietro. Guardi solo il muro che hai davanti. Finché ti guardi indietro, vuol dire che sei giovane.

Io: Qual è il tuo rapporto coi libri?

Mara Maionchi: Io amo soprattutto i libri di storia, mi fanno impazzire. Conoscere i periodi storici, i personaggi. La storia produce dei fatti che tolti dal contesto non hanno motivo di essere. Prendi la nostra costituzione, fuori dal ’47 non avrebbe senso. Avevamo appena perso una guerra dichiarata da noi, c’era il comunismo al 20%, eccetera. È chiaro che quella costituzione è nata in un contesto storico molto preciso, quindi può anche essere modificata.

Io: Da appassionata di storia, come vedi Donald Trump presidente degli USA?

Mara Maionchi: Penso sia il presidente che volevano gli americani. L’America non è solo New York, c’è anche l’Arkansas o come cazzo si chiama. Io, su Internet, giocavo a Burraco con le vecchiette dell’Arkansas e ti assicuro che non sapevano niente di niente.  Ai tempi gli avevo detto: “Hey, allora, avete visto Bin Laden?” E loro: “Who is Bin Laden?”

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Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-roan-johnson/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-roan-johnson/#respond Mon, 24 Oct 2016 12:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32582 Piuma, in concorso all'ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest'ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l'essere italiano ma anche internazionale. Un po' come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all'inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c'è mia madre che è materana... quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di...”

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piuma

Piuma, in concorso all’ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest’ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l’essere italiano ma anche internazionale. Un po’ come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all’inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c’è mia madre che è materana… quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di…”

Tendenzialmente, il mio modo è di dire: “Ok, io ho questa storia che voglio raccontare, qual è il modo non migliore, ma il più giusto per raccontarla?”

Ti faccio un esempio. A volte ti portano a vedere una location bellissima, molto più bella di un’altra, che però potrebbe essere meno giusta, quindi devi rinunciare a quella bellezza per scegliere la via più giusta. Quando abbiamo iniziato a scrivere Piuma, io avevo due film alle spalle, poi avevo fatto l’esperienza dei delitti del BarLume in TV, perciò arrivavo con una consapevolezza e una sicurezza maggiore rispetto ai mezzi e ai modi con cui uno racconta le storie.  Soprattutto nei Primi della lista, sono stato molto a pensare che era il mio primo film. Mi chiedevo come lo dovessi girare, se dovessi farlo più postmoderno o alla Trainspotting o alla C’eravamo tanto amati, oppure più semplice. Questi ragionamenti continuano ad esserci anche oggi, ma a un certo punto tu hai un modo personale di dire le cose, e segui quello stile. Poi certo, ho delle radici nella commedia all’italiana e mi piacciono molto certe commedie indipendenti americane e inglesi.

Io: Mi è sembrato che rispetto ai tuoi film precedenti, ti sia permesso di lavorare più sulle immagini e di cercare anche qualche scena a effetto. Mi viene in mente ad esempio la scena in cui i due protagonisti nuotano sulla città. È dipeso dal fatto che il film avesse un budget più alto, oppure ti fidavi maggiormente di te stesso?

Roan Johnson: Be’, qui bisogna fare una distinzione. Fino a qui tutto bene era un film con un budget molto basso, quindi anche se avessi voluto fare certi voli pindarici, semplicemente non avrei potuto farli. In Piuma invece c’è stato un momento in cui ho pensato che l’immagine di loro che nuotano sulla città sarebbe stata bella da inserire, e sono andato avanti. Mi piaceva avere dei momenti un po’ più forti, un po’ più onirici, che si distaccassero dalla realtà. È stata strutturata come un’idea cosciente.

Io: Queste immagini così suggestive, però, al di là della qualità del film, sono quelle che lo spettatore si porta dietro. Alla mia ragazza è scesa la lacrimuccia proprio durante la nuotata sui palazzi.

Roan Johnson: Sì, è vero, anche se la nuotata sui palazzi è uno di quei momenti che divide lo spettatore. Per alcuni era uno scalino troppo forte, perché lì è l’autore che decide di farli volare sulla città. Ad alcuni invece piace tantissimo, ma una minoranza – e questo va detto – lo trova un po’ forzato. Io mi sono sentito di rischiare, perché mi sembrava una cosa sorprendente in quel momento del film. Il protagonista, poco più avanti, dice che la bambina dovrebbe avere un nome magico che la faccia volare sopra questo casino che è il mondo. E in pratica è quello che lo spettatore ha appena visto.

Io: Com’è stato lavorare con due attori così giovani?

Roan Johnson: Più fai i film, più capisci le cose, e io ho capito che devo lavorare con attori molto bravi. Si deve creare una sorta di scambio fra il regista e gli attori. Avrei un po’ paura di lavorare con un personaggio molto bravo, magari un fuoriclasse, ma che ti dice: “No, io la vedo così, ed è così e basta”. Voglio qualcuno che mi chieda: “Allora, come l’hai pensata, come la vogliamo fare?”

Questo tipo di attori così bravi, ma anche così propensi al dialogo, non sono mai facili da trovare, ma è ancora più difficile trovarli se hai bisogno di diciottenni.

A un certo punto avevo perso la speranza. Ero andato da Carlo Degli Esposti e gli avevo detto che forse dovevamo alzare l’età dei protagonisti. L’alternativa era prendere dei ventiquattrenni e fingere che fossero dei diciottenni. Non riuscivo a trovare degli attori così giovani che riuscissero a scandagliare tutto un ventaglio di emozioni che in Piuma vanno dalla scena più ridicola a quella più intensa e drammatica. Questo perché a diciotto anni non si è ancora attori. In Piuma i protagonisti dovevano parlare sempre, avere un ritmo comico. Non è uno di quei film in cui l’attore ha dieci o quindici battute e magari punta più sullo sguardo. Mi servivano degli Attori con la A maiuscola. Forse non è un caso che entrambi i protagonisti avessero già fatto delle esperienze nel cinema, anche se molto addietro. Lei era la bambina di Caos Calmo e lui ha recitato in Pecora nera di Celestini. Inoltre, soprattutto Luigi Fedele, è un grande esperto di cinema. Ha fatto dei corti da regista, e questo gli dà una consapevolezza del mezzo che non trovi da nessun’altra parte.

Io: Invece com’è stato presentare il film al Festival di Venezia?

Roan Johnson: Eh, è stata una bella montagna russa. Ovviamente, è stata una gratificazione enorme essere selezionati in concorso.

Io: Ve lo aspettavate?

Roan Johnson: Assolutamente no. Con Sky eravamo rimasti che saremmo andati al Giffoni, perché volevamo uscire la prima settimana di settembre. Poi c’è stata la possibilità di andare a Venezia, ma pensavamo alle sezioni minori. Quando ci hanno preso, io ero stupefatto. Finché non è arrivata l’e-mail ufficiale di Barbera, io rimanevo cauto e non ci credevo. Era strano essere in concorso con autori come Malick, Larrain, Kusturica, Ozon, eccetera. Ci siamo anche dovuti confrontare col gruppetto di tre o quattro critici che erano scandalizzati da Piuma in concorso, perché si sa, Venezia è così. C’è già di per sé molta diffidenza verso il cinema italiano in generale, figuriamoci con le commedie. È molto raro che una commedia vada in concorso. Noi oltretutto nel cast non avevamo nemmeno Elio Germano, Toni Servillo o Laura Morante, capisci?

Io: Perché secondo te non si riesce a fare a meno di questo snobismo, perlomeno in Italia, perlomeno a Venezia?

Roan Johnson: Il Festival di Venezia secondo me ha un suo microcosmo folle. È proprio una questione psicologica. Ci sarebbe quasi da mandargli uno psicoterapeuta. Lo senti, lo percepisci, è qualcosa di non sano. La cosa pazzesca è che mi aspettavo una reazione tiepida, ma alla proiezione c’era tutta la sala che rideva a crepapelle. Quindi c’è anche una sorta di schizofrenia. Una delle battute più belle l’ha fatta Francesco Bruni. Mi ha detto: “Li hai fatti ridere e non te lo perdoneranno mai”.

Quando ho saputo che i giornalisti ridevano, ho pensato che col pubblico sarebbe stata una passeggiata, infatti è stato bellissimo.

Io: Immagino che sia stata un’esperienza stressante.

Roan Johnson: Eh sì, il Festival di Venezia è grosso, stai proprio sotto i riflettori. Credo sia stato un bell’esercizio per il rapporto che uno ha coi giudizi altrui. Ci sentiamo molto scrutinati quando uno ti dice che il film fa cacare.

Io: Be’, anche perché a un film tendenzialmente ci si lavora per anni.

Roan Johnson: Sì, a Piuma ci abbiamo lavorato per quattro anni e mezzo. Ma non è solo quello. È anche quello, però tu hai tutta una serie di persone che ha lavorato con te e che tu ami e che vorresti proteggere. A cominciare dagli attori, che insieme al regista sono quelli più esposti. E poi in parte stanno giudicando te, quindi ti può ferire. Ma a volte penso ai politici e penso a quanto sono fortunato a fare questo lavoro. I politici prendono solo palate di merda. Ovviamente chi sta al governo ha le palate di merda decuplicate, ma vale anche per gli altri. I registi non sono nulla a confronto.

Io: Però non trovi che questa cosa sia un trend generale? Che grazie ai social, ad esempio, le palate di merda arrivino a tutti e da tutti i fronti?

Roan Johnson: Sì, assolutamente. Io spero sempre di fare dei film autoironici, perché credo ci sia bisogno di più autoironia. Prendere per il culo se stessi è sempre una cosa minoritaria rispetto a prendere per il culo gli altri, invece è lì che si dovrebbe lavorare. Ad esempio in politica l’autocritica non è possibile, perché nessuno se la può permettere. Poi ci sono anche quelli che proprio non ci arrivano di cervello e pensano davvero di essere nel giusto al 100%. Infatti tendo sempre a costruire dei personaggi dov’è impossibile capire in modo definitivo se abbiano torto o ragione. Bisogna porre delle domande senza dare delle risposte, perché le risposte sono più complesse.

Io: Ok, ora vorrei togliermi una curiosità. Mi sembra che in Piuma vi siate soffermati poco sulla fatica fisica dell’essere in gravidanza. Mi sbaglio?

Roan Johnson: Visto che sono un padre, ti dico la mia esperienza. La prima gravidanza di Ottavia è stata non dico una passeggiata ma quasi. Lei, quando siamo andati all’ospedale, la sera che aveva le contrazioni, diceva: “Che bello essere incinta”. La seconda invece è stata più faticosa. Calcola anche che la protagonista di Piuma ha diciotto anni e Ottavia ne aveva trentaquattro. Non è detto che ci sia questa fatica fisica. Poi, ovviamente, il film ha una sua durata, è come un racconto di quaranta pagine, perciò devi rinunciare a qualcosa.

Io: Abbiamo già parlato di come si inserisce Piuma nel tuo percorso da regista. Come si inserisce invece nel tuo percorso di vita? Tu hai due figli, giusto?

Roan Johnson: Fra un mese arriva il secondo.

Io: Si è creato un parallelismo fra la tua paternità e lo sviluppo del film?

Roan Johnson: Assolutamente. Io e la mia compagna abbiamo iniziato a scrivere questo film cinque anni fa. Poi il produttore doveva badare ai film di Martone, Amelio, Tornatore, eccetera, quindi mi sono dovuto mettere disciplinatamente in fila. Sky è subentrata mentre stavo girando i Delitti del BarLume. Potrebbe sembrare banale ma è vero che io e Ottavia abbiamo esorcizzato la paura di fare dei figli scrivendo Piuma.

Io: Come e quanto avere dei figli ha cambiato la tua visione delle cose?

Roan Johnson: Molto, perché fare un figlio sposta l’attenzione da te a lui e smetti di essere la persona più importante al mondo. Di colpo c’è qualcuno che è più importante di te. Tu passi dal primo al secondo posto al terzo, perché a quel punto diventa importante anche la mamma. Questa è una cosa che riconforma tutto il tuo approccio col mondo. Inoltre, per la prima volta, ti trovi a dover gestire un rapporto che durerà tutta la vita. Nemmeno l’amore e il matrimonio durano tutta la vita. Il figlio invece è lì, è per sempre legato a te. Credo che oggigiorno si diventi adulti solo avendo dei figli.

Io: Non è stressante ritrovarti con un essere umano che ha bisogno di te ogni dieci secondi?

Roan Johnson: Tantissimo, tantissimo, ma questa cosa dei dieci secondi è più della madre. Per il padre è un po’ diverso. Non è proprio ogni dieci secondi ma comunque è per sempre, e nella società odierna non sono molte le cose che durano per sempre. Forse è per questo che fino a cinquant’anni fa fare dei figli era la cosa più naturale del mondo, mentre oggi non lo è.

Io: Ora parliamo un po’ della situazione del cinema italiano. Domanda scontata ma sempre interessante: che consiglio daresti a un ragazzo che vuole provare a lavorare in quest’ambito?

Roan Johnson: È una domanda difficile. Ci sono due strade maestre, una è quella di frequentare le scuole che abbiamo in Italia, come il Centro Sperimentale. L’altra è girare tanto, il più possibile, anche da soli, con gli amici che fanno gli attori. Per il resto è un mix fra determinazione e fortuna. A volte bisogna andare dai produttori al momento giusto.

Io: Quindi è plausibile che un produttore rifiuti un soggetto che gli è piaciuto perché ha già troppi progetti in sviluppo?

Roan Johnson: Sì, può anche essere vero. Però credo che questo, per il cinema italiano, sia il momento migliore da quando ho iniziato a fare questo lavoro, ovvero da quindici anni a questa parte. Si iniziano a fare i generi, commedie che non siano cinepanettoni, c’è una bella apertura. Credo che anche la Rai, in qualche modo, comincerà a svecchiare un po’ e a cambiare modo di lavorare.

Io: Quindi nei prossimi anni inizieremo a raccogliere i frutti di questo bel momento?

Roan Johnson: Sì, credo proprio di sì.

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“Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos”: intervista a Aldo Nove https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/ https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/#comments Mon, 10 Nov 2014 14:24:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24252 Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po' che volevo proporgli un'intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest'intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un'autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest'ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l'impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

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aldonove

Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po’ che volevo proporgli un’intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest’intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un’autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest’ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l’impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

Aldo Nove: Spero di fare sempre passaggi importanti nella mia ricerca. È stata una scelta venuta in modo spontaneo. Mi sembra un po’ la domanda del ci fa o ci è. Direi tutte e due le cose assieme. Nel senso che ho scelto uno dei possibili indirizzi o sviluppi. Più che altro, il problema mio, o il pregio, non lo so, è che ho molti interessi e passioni, mi piace il linguaggio in tutte le sue forme possibili, tant’è vero che scrivo sia in poesia che narrativa. Sono laureato in filosofia, forse la filosofia è la mia passione principale, ma anche la storia. Inoltre mi occupo anche di media, di canzoni. Diciamo che con San Francesco, uomo del medioevo, scrittore di poesie, cantante, una figura anomala, se vogliamo, ho messo assieme diverse cose che mi interessavano, e ho seguito un percorso di ricerca.

Io: Certo. È anche vero, però, che tutti i tuoi romanzi precedenti, in un modo o nell’altro, erano delle perfette sintesi del mondo contemporaneo. Quant’è stato difficile, quindi, calarsi in un personaggio e in un mondo come quello di San Francesco? Hai avvertito, approcciandoti ad esso, un qualche tipo di timore reverenziale?

Aldo Nove: Sicuramente avvertivo un timore reverenziale nei confronti di San Francesco, infatti l’idea era quella di scrivere il libro in prima persona, come se io fossi San Francesco, ma poi l’idea è fallita e ho trovato questo escamotage che mi è piaciuto molto, l’idea del possibile punto di vista del nipote di San Francesco, un personaggio reale che ho scoperto in documenti notarili del tredicesimo secolo. Quindi, San Francesco visto attraverso gli occhi di un bambino che è anche suo parente, perché è il figlio del fratello. Si tratta sempre di interpretare, di interpretare quello che vediamo e sentiamo. Ci siamo sempre noi come filtro. Sono io, io come scrittore, che filtro quello che vedo nel contemporaneo, ma è stato così anche per il Medioevo. Alla fine, siamo sempre noi stessi a dover interpretare le cose.

Io: Hai avuto qualche difficoltà nel ricreare a parole un’epoca distante come quella del Medioevo? Intendo proprio difficoltà pratiche…

Aldo Nove: Sì, ma le difficoltà sono anche gli stimoli. Ho letto tantissimi libri. Mi sono trovato di fronte a una mentalità completamente diversa. In filosofia della scienza si chiama “cambio di paradigma”. Fra come pensiamo noi e come pensavano gli uomini del Medioevo, sicuramente c’è un abisso, un abisso talmente grande che non ho idea di quanto possa essere colmato. Per questo, prima ti dicevo che si tratta sempre della nostra interpretazione. Poi c’è la lingua del Medioevo, sia il latino che l’italiano grezzo, molto efficace, potente. Mi sono innamorato dei fioretti di San Francesco quando avevo, non so, dieci anni, poi li ho letti più volte, credo tre. Li ho letti un’altra volta intorno ai trent’anni, poi li ho riletti adesso, per scrivere il libro. C’è anche tutta la potenza della mitologia, l’aspetto magico del pensiero medievale, che poi sarebbe esploso ancora di più nel Rinascimento. È tutto collegato con tutto. Noi, adesso, abbiamo una visione delle cose molto frammentata, siamo dispersi in un caos di informazioni in cui c’è davvero di tutto, da Rubio (si riferisce, qui, alla mia precedente intervista per minima&moralia) a me a Valentina Nappi. È tutto scollegato, no? L’uomo medievale, invece, aveva una visione molto sintetica, molto unitaria del mondo e delle cose. Questo non vuol dire né che sia migliore né che sia peggiore, era sicuramente diversa e, appunto, unitaria.

Io: Che rapporto hai con la fede?

Aldo Nove: (Resta in silenzio per circa dieci secondi) …

Io: Quindi?

Aldo Nove: Era questa la mia risposta. Nel senso che c’è un grosso problema di linguaggio e di comunicazione intorno a questo argomento. Nel senso che se ne occupano in pochi, e chi lo fa seriamente, oggi, lo fa comunque in maniera molto frammentata. Non saprei bene con che parole risponderti. Dipende da cosa intendi per fede.

Io: Intendevo proprio la fede in generale, intesa nel senso più ampio possibile, possibilmente riferendoci a te come individuo.

Aldo Nove: Per te cos’è la fede?

Io: Penso che la fede sia quella cosa che non ho. Quella che hanno provato a inculcarmi a catechismo ma non ha mai attecchito.

Aldo Nove: Appunto. La ricerca spirituale di un individuo adulto, se c’è, non ha a che fare con quello che ci hanno insegnato a catechismo.

Io: (Ridendo) Ma io l’avevo chiesto a te!

Aldo Nove: Il fatto è che non si può rispondere a questa domanda. Si può rispondere soltanto in senso esteriore, ovvero nel modo più banale e degradante possibile. In pratica l’italiano medio, o meglio, novantanove italiani su cento, che sono cattolici o anticattolici per finta, dato che alla fine non gliene potrebbe fregare di meno, semplicemente parlano di aderire o meno a una visione superficiale della religiosità. Questo sia l’ateo che il teista o l’agnostico. Quindi non rispondo a questa domanda, perché sarebbe comunque fuorviante.

Io: Dovrei riformulare la domanda, come gli avvocati in tribunale.

Aldo Nove: Sì, potresti riformularla in modo molto molto preciso e specifico. Se rispondessi adesso, alla domanda generica, creerei in chi legge dei riferimenti al suo immaginario e non al mio. Se la fede è quella dell’italiano medio, intesa nel senso di andare a messa o quelle robe lì, no, io non ce l’ho. Io ho un rapporto con la spiritualità.

Io: In realtà, ho lasciato la domanda molto generica perché volevo che fossi libero di interpretarla. Ero conscio che questo sarebbe stato un campo minato.

Aldo Nove: Sì, lo è a priori, ma lo è proprio a livello linguistico.

Io: Torniamo un po’ indietro. Questa è una domanda apparentemente banale, ma che a volte può avere dei risvolti profondi. Quando hai capito che nella vita volevi scrivere? C’è stato un momento preciso?

Aldo Nove: L’ho capito a sei o sette anni. A scuola ero bravissimo a fare i pensierini, la maestra li leggeva sempre a tutta la classe. Ero molto timido, balbettavo, avevo problemi a parlare, però mi veniva bene scrivere. Poi mi piaceva, siccome ero timido, starmene per i cavoli miei a leggere. Quindi, leggere e scrivere, leggere e scrivere. Allora da grande volevo fare lo scrittore, perché non esiste il lettore come lavoro, no? Però mi sarebbe anche piaciuto fare il lettore.

Io: Non hai mai dubitato di questa cosa, dai sei anni in poi? Tu sapevi che saresti diventato uno scrittore?

Aldo Nove: Sì, ero molto determinato. Non ho quasi mai avuto ripensamenti. Forse a quindici anni mi sarebbe piaciuto fare il pornoattore…

Io: Be’, potevi provarci. Dovremmo proporti a Valentina Nappi!

Aldo Nove: Eh, falle vedere qualche mia foto. (Ridendo) In un confronto diretto con Rocco Siffredi, comunque, non avrei gli argomenti.

Io: (Rido). Senti, ai tempi di Superwoobinda eri stato etichettato come uno degli appartenenti alla Gioventù Cannibale. Cos’è rimasto, se è rimasto qualcosa, dell’Aldo Nove di quel periodo?

Aldo Nove: Mah, molto. Cioè, la definizione cannibale era stata un’invenzione di Paolo Repetti e Severino Cesari, dell’Einaudi. Innanzitutto, c’era proprio quest’aspetto del cannibalico, del divorare tutto. E poi c’era questo bisogno – che è stato intercettato dall’Einaudi, quando ha fatto quell’antologia che è  diventata un caso letterario – e insomma, c’era stato questo bisogno di raccontare un presente che si era trasformato e di cui in letteratura non c’era ancora traccia. Santacroce, Ammaniti, Scarpa, io… pur non conoscendoci, pur avendo storie diverse, eravamo giovani e avevamo voglia di raccontare un presente che era diverso da quello che si trovava nella narrativa di allora. Molto diverso, tranne forse per quanto riguarda Tondelli, che alla fine degli anni ’80 si era messo a fare delle ricognizioni sul presente. Se pensi che l’antologia era uscita, credo, intorno al ’95…

Io: È uscita nel ’96, sì.

Aldo Nove: Eh, ’92 mani pulite, ’94 primo governo Berlusconi. Era un momento molto delicato e complesso. Nuovo, nella storia d’Italia. Eravamo tutti abbastanza storditi dal fenomeno del berlusconismo. Tra l’altro, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe durato vent’anni o più. Era un mondo strano quello che raccontavamo, no?

Io: Sì, molto, anche se io ero ancora piccolo. Non avevo neanche dieci anni, quando è uscita quell’antologia.

Aldo Nove: Tutti noi pensavamo che fosse qualcosa di provvisorio. Purtroppo, invece, la Gioventù Cannibale ha vinto, ha indicato un tipo di realtà che poi è stata quella che è dilagata, e non è una realtà stupenda. Anzi, è una realtà psicotica.

Io: Che ne è stato, invece, della Gioventù Cannibale in sé, anche come movimento, ora che quel presente è diventato passato? Hai ancora rapporti con gli altri autori?

Aldo Nove: Non è mai stato un movimento. La grossa differenza fra noi e il Gruppo 63 è che noi non siamo mai stati un movimento. Cioè, io sono amico personale di Tiziano Scarpa e Niccolò Ammaniti. Ma, al di là del conoscersi come persone, non c’è mai stato un lavoro teorico in comune, o un vero e proprio confronto, se non nell’occasionalità dell’amicizia. Non c’è stato nessun movimento cannibale.

Io: Andiamo avanti con la tua bibliografia. Con Puerto Plata Market, per certi versi, hai proseguito il filone di Superwoobinda. Il tuo linguaggio era, passami il termine, quello della gente comune, degli scambisti, dei malati di pornografia, di televisione, delle casalinghe annoiate che volevano andare a letto con Magalli, eccetera. Oggi, nel 2014, questi soggetti sono cambiati? Se sì, in che modo?

Aldo Nove: Eh, si sono standardizzati. Da realtà emergente, sono diventati una realtà standard. Non so se hai visto Videocracy, che inizia con questi filmati con le donne con le tette di fuori, nelle televisioni private, di notte, e ai tempi era una cosa recente. Quindi sesso, merci, cioè, venivamo fuori da tutto un travaglio, gli anni ’60, gli anni ’70, e poi erano emerse queste cose. Oggi invece c’è la crisi – economica, innanzitutto. Voglio dire, non si può più reggere quel mondo lì, che era anche un mondo di sciupio, di consumismo, che oggi è riservato a pochi. Quindi c’è sicuramente un cambiamento in atto, mi sembra un mondo molto confuso e spaventato.

Io: Cosa hanno rappresentato per te, nella tua vita, gli elementi di cui parlavo prima? Mi riferisco a cose come la pornografia, la televisione, perfino il cibo industriale, che tornava molto nei tuoi romanzi.

Aldo Nove: Erano cose che mi circondavano.

Io: Ti circondavano o ti facevi circondare?

Aldo Nove: Entrambe le cose. Ero in un acquario e l’acqua era quella.

Io: Li vivevi come elementi ansiogeni oppure ansiolitici?

Aldo Nove: Anche qui, entrambe le cose. La pornografia è sia ansiogena che ansiolitica. Perché crea una sorta di dipendenza masturbatoria e artificiosa, allucinata. A un certo punto, dagli anni ’70 fino agli anni ’90, è esploso tutto questo immaginario merceologico, commerciale, di un benessere fra virgolette alla portata di tutti. Da una parte era fascinoso, dall’altro anche pericoloso. Pericoloso nel senso che la mia generazione, come direbbe il mio amico Danilo Masotti, a cui voglio molto bene, è formata da “adultolescenti”, un termine che ha coniato lui. C’è questa adolescenza da cui non si esce molto bene, anche per via della situazione economica e politica. Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos.

Io: Con Amore mio infinito, invece, ti sei un po’ discostato da quanto fatto in precedenza. È come se all’interno del tuo linguaggio fosse esploso una specie di nucleo poetico. Ti sei fatto più serio, in qualche modo. Com’è avvenuto questo cambiamento? È successo davvero, oppure è solo una mia fantasia?

Aldo Nove: Mah, io cambio sempre. Con Amore mio infinito, per la prima volta, c’è stato un guardarsi dentro. C’era il tema dell’innamoramento, dell’amore, ma sempre nel contesto precedente. In Amore mio infinito, se ricordo bene, c’è una frase che dice “Due quando si amano mangiano insieme il Biancorì”. Dicevo una cosa di questo genere. Il contesto era lo stesso, ma con l’aggiunta dell’innamoramento. L’amore c’è sempre stato. C’era ai tempi di Dante, ai tempi di…

Io: (Interrompendolo) C’è stato in tutti i tempi, direi.

Aldo Nove: Be’, direi di sì. Bisognerebbe andare a vedere prima dell’Homo sapiens. La gloria di colui che tutto move. Dante, quelle robe lì…

Io: Quant’è stato difficile scrivere La vita oscena? In un certo senso, hai dato in pasto ai lettori le tue vicende personali. Come ti ha fatto sentire questa cosa?

Aldo Nove: È stato pesantissimo, però era una prova a cui tenevo molto. Ci ho messo molti molti molti anni per riuscire a scriverlo. Quando poi ho trovato l’equilibrio sufficiente per farlo, allora sono partito piuttosto speditamente, cercando di essere il più lucido e conciso ed utile possibile.

Io: Quanto c’è di vero ne La vita oscena? Riusciresti a darmi una percentuale?

Aldo Nove: Credo che in qualunque biografia ci siano elementi di invenzione, sennò diventa un’anamnesi, una roba da cartella clinica. Però c’è molta verità, direi un 80%.

Io: Adesso tutti conoscono la tua storia. Non dev’essere stato semplice sentirsi pronti per una cosa del genere.

Aldo Nove: Eh, te l’ho detto, c’è voluta una quindicina di anni.

Io: Dai, alleggeriamo un po’ i toni. Com’è stata, in generale, l’esperienza del film tratto da La vita oscena?

Aldo Nove: Bella. Mi è piaciuto il tipo di lavoro che ha fatto Renato De Maria. Poi, io sono un suo grande fan. Paz! è uno dei film che ho amato di più.

Io: Com’è stata, in particolare, l’esperienza al Festival di Venezia? Si trattava, credo, della prima proiezione pubblica. Eri agitato?

Aldo Nove: È stato bello, ma abbastanza stomachevole. Nel senso che c’era un ambiente molto teso, molto artefatto, mondano. Umanamente, però, è stata un’esperienza ricca, in bilico fra la mia interiorità e un contesto così ipermondano. L’ho vissuto abbastanza male, eppure è stato un male interessante, è stata una sfida anche questa. La Riccobono però è molto bella!

Io: (Ridendo) Be’, non dovevi andare a Venezia per capirlo!

Aldo Nove: No, ma io l’avevo già vista sul set!

Io: Ah, ecco. Mi chiedevo, appunto, come vivesse una persona timida, anche introversa come te, queste esperienze estemporanee nel jet set.

Aldo Nove: Le ho vissute con curiosità. Mi sono sempre sentito un infiltrato, anche in televisione, da Costanzo a Marzullo. Anche a Ballarò, quest’anno. Mi sento sempre uno che non c’entra, però sono curioso.

Io: Quando vai in televisione, quindi, non ti viene una crisi d’ansia due minuti prima di entrare in scena?

Aldo Nove: Credo che mi salvi molto l’autoironia. Un po’ mi viene la crisi d’ansia, ma un po’ mi viene anche da ridere. Allora mi aiuta molto la seconda.

Io: Questa, tendenzialmente, è una domanda che faccio a tutti. Com’è la tua giornata tipo, ammesso che tu ne abbia una?

Aldo Nove: Mi sveglio fra le 07:30 e le 09:30. Faccio colazione con la crusca d’avena. Leggo, studio, mangio, vedo gente. Scrivo. Cerco di andare a letto relativamente presto, che per me significa mezzanotte. Difficilmente, però, mi addormento prima delle 03:00, perché leggo.

Io: Dormi pochissimo, allora.

Aldo Nove: Eh, cinque o sei ore a notte, sì. Ma faccio anche la dormitina al pomeriggio, un’oretta, così alla fine diventano sette.

Io: Quindi non passi mai giornate nell’ozio, nella trance demotivazionale più assoluta.

Aldo Nove: Non mi sono mai annoiato. Ho avuto un sacco di problemi nell’esistenza ma certo non mi sono mai annoiato. Era Truffaut, no?, a cui bastavano un tot. di libri alla settimana, un tot di film alla settimana per non annoiarsi. Anzi, io ho sempre l’ansia. Mi sembra di avere in arretrato migliaia di libri da leggere, e ogni giorno se ne aggiungono. Uguale i film, e cose da vedere e da fare.

Io: Qual è il tuo rapporto coi social? Su Facebook sei molto attivo, i tuoi status sono molto seguiti.

Aldo Nove: Mi trovo molto meglio su Facebook, rispetto a Twitter, per la banale questione delle 140 battute. Ho bisogno di più spazio, infatti Twitter è molto più in auge in ambito giornalistico. Su Facebook si possono fare anche degli esperimenti linguistici, e poi mi interessa molto l’interattività, cioè il fatto di come si sviluppa il thread. Immaginare che il thread possa anche essere una specie di testo collettivo. Spesso si creano dei thread molto affascinanti, soprattutto quando l’argomento è scherzoso, giocoso, leggero.

Io: Quante ore passi al giorno su Facebook?

Aldo Nove: Mah, una.

Io: Soltanto? Bravo, hai molta disciplina.

Aldo Nove: Lo tengo sempre acceso. Lo uso quasi come un taccuino. Se mi viene in mente una frase, anziché scriverla su un quaderno o su un file, la scrivo su Facebook. Poi, ogni tanto, controllo e vedo che si è formato un thread. Quindi, complessivamente, a colpi di cinque minuti, raggiungo l’oretta al giorno, ma non credo di più.

Io: Continuiamo con l’alleggerimento dei toni. Quando ti ho incrociato al Salone del Libro, ho visto che hai perso un sacco di chili. Ora sei pronto per la copertina di GQ.

Aldo Nove: Mancano un po’ di addominali e poi ci siamo, potrò incontrarmi con la Nappi e sfoggiare, al di là delle dimensioni non-rocchiche, la mia prestanza fisica.

Io: Che tipo di dieta hai fatto? La Dukan?

Aldo Nove: Bravo. Io sono molto cannibale, quindi andava bene per me.

Io: Però sembra che non faccia benissimo…

Aldo Nove: Mah, più o meno. Se la fai per diversi anni, muori, perché ti mangia il fegato. Assumere molte proteine, specialmente di origine animale, è piuttosto intossicante. Se lo fai ma per un tempo limitato e prendi delle contromisure, dovresti riuscire a non intossicarti.

Io: Hai fatto anche dello sport, abbinato alla dieta?

Aldo Nove: Mi sono imposto di fare venti minuti al giorno di camminata, sempre. Questo è il massimo dello sport reale che riesco a fare. Poi posso giocare ai videogiochi di tennis.

Io: Chiudiamo con la domanda di rito. Come vedi, ad oggi, la situazione dell’editoria italiana?

Aldo Nove: Madonna, questa sì che è una domanda difficile. (Ridendo) Altro che la fede! È un momento di cambiamento epocale, peggio di Gutenberg. È talmente potente il cambio del mezzo – e il mezzo è importantissimo, nell’editoria – che non saprei cosa dire. Sicuramente, è molto più difficile identificare le cose buone. C’è più quantità, più accessibilità ai tesi. Ci sono meno soldi e c’è meno cura. Tanta quantità e poca qualità. Come si risolverà cosa, proprio non lo so.

L'articolo “Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos”: intervista a Aldo Nove proviene da Minima et Moralia.

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“Il supplì all’ultimo piano di un grattacielo non ha senso”. Intervista a Chef Rubio https://minimaetmoralia.it/interventi/il-suppli-allultimo-piano-di-un-grattacielo-non-ha-senso-intervista-a-chef-rubio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-suppli-allultimo-piano-di-un-grattacielo-non-ha-senso-intervista-a-chef-rubio/#comments Sat, 20 Sep 2014 08:36:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23457 Ho appuntamento con Rubio alle 12:30. Pranzeremo insieme in un ristorante di Torino, molto vicino a Porta Nuova. Sono in anticipo, arrivo alle 12:10 e lui è già lì. Nel ristorante, sono tutti contenti di avere Rubio come ospite, tuttavia si respira una certa tensione. Lo staff, dal titolare ai camerieri, si sente messo alla […]

L'articolo “Il supplì all’ultimo piano di un grattacielo non ha senso”. Intervista a Chef Rubio proviene da Minima et Moralia.

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Ho appuntamento con Rubio alle 12:30. Pranzeremo insieme in un ristorante di Torino, molto vicino a Porta Nuova. Sono in anticipo, arrivo alle 12:10 e lui è già lì. Nel ristorante, sono tutti contenti di avere Rubio come ospite, tuttavia si respira una certa tensione. Lo staff, dal titolare ai camerieri, si sente messo alla prova e vuole fare bella figura. Ordiniamo entrambi lo stesso piatto, una tartare di fassone, quindi iniziamo a chiacchierare. Subito, dopo la prima risposta, capisco di aver fatto bene a scegliere di intervistarlo. Rubio, in un certo senso, è il punto d’arrivo del food in televisione, ma è anche l’esatto opposto – il ribelle che sabota dall’interno il sistema. È una specie di infiltrato, l’individuo perfetto con cui analizzare questa moda, questo fenomeno mediatico e persino socioculturale.

Io: Partiamo dal bivio che mi pare di aver individuato nella tua vita. Prima giocatore di rugby, poi chef. Cos’è successo? Hai avuto un’epifania improvvisa?

Rubio: Tu diventerai un grande stronzo. (Ride). Hai già un’impostazione figa. Mi piace come hai chiuso la domanda…

Io: (Rido). Grazie, ma parliamo del bivio. È stato come trovare la fede?

Rubio: Sì, forse sì. Diciamo che il rugby mi aveva dato tanto ma non abbastanza. Vuoi per gli infortuni, vuoi per delle scelte sfortunate mie, oppure fortunate ma legate a persone non troppo eleganti in alcuni dei club dove ho giocato. Mi sentivo in forte credito con tutto il percorso che avevo fatto. Quindi ho iniziato a guardarmi attorno, mi sono detto: “Io nel tempo libero cos’è che faccio? Cosa mi piace?”. Di conseguenza ho iniziato a coltivare la mia più grande passione, la cucina. Sì, potrebbe essere stata una sorta di illuminazione.

Io: Quindi non è stato per via degli infortuni?

Rubio: No, è stato un insieme di mille fattori.

Io: La tua fortuna, quella televisiva, perlomeno, è arrivata con Unti e bisunti, un programma che si pone in antitesi rispetto all’alta cucina. Però tu hai studiato all’Alma di Gualtiero Marchesi, quindi hai una solida formazione alle spalle. Come riesci a conciliare queste due cose?

Rubio: Io ho fatto quella scuola, sì, ho avuto un percorso prima e dopo quella scuola. Non l’ho fatta perché volessi diventare parte di una brigata ma perché volevo arricchirmi il più possibile. Già quando stavo nella scuola, non mi riconoscevo assolutamente nell’idea di me in una brigata di venti, non mi riconoscevo nel pensiero di alcuni docenti che vedevano in maniera classista l’alta cucina. Sposavo più il pensiero elastico ed innovativo di qualche insider, chef docenti o studenti che fossero…

Io: Eri un po’ il James Dean dell’Alma?

Rubio: (Ride). Non lo so, però all’interno si vedeva la possibilità di utilizzare la conoscenza come meglio si credeva. C’era chi voleva andare a fare le cose in Francia, chi voleva restare all’interno del ristorante di famiglia e chi, come me, avrebbe scelto la via del freelance, che secondo me è la via più impervia, perché è la più lenta ed è tutto sulla tua pelle, se sbagli se la prendono con te. Nei ristoranti, la cucina è un’entità che non si sa bene chi sia, quindi sei sempre tutelato, hai potenzialmente sempre la scusa pronta.

Io: Unti e bisunti è più un elogio dello street food o una critica a una certa cucina snob?

Rubio: È una critica. Per esempio lo street food, o il cibo di strada, è sempre stato davanti a noi. Pero’ da quando gli americani hanno coniato il termine street food, una comune rosetta con la mortadella sembrava più figa. Hanno iniziato a servirlo anche in luoghi dove la strada non c’entrava nulla. Questa cosa mi manda fuori di testa. Il supplì all’ultimo piano di un grattacielo non ha motivo di esistere. Cioè, chiamalo in un altro modo, chiamala “palla di riso fritta”, piuttosto. Il supplì si mangia sotto casa, alla pizzeria al taglio, a Roma. Se io voglio mangiare un arancino, allora vado in Sicilia. Non si può decontestualizzare un prodotto all’interno di un altro luogo, perché non avrà lo stesso sapore. Volevo mostrare che c’era la possibilità, molto più romantica, di andare a mangiare le cose sul posto.

Io: Certo. Quando vado a mangiare nei ristoranti stellati, fatico sempre a stabilire se un piatto vale davvero cinquanta euro. Poi magari li vale, dico solo che è difficile da stabilire.

Rubio: Quando vai a mangiare in un ristorante di alta cucina, sono soldi che spesso sono spesi bene, ma per l’esperienza che stai vivendo. Sono una sorta di fiducia che stai dando allo chef, al lavoro che c’è alle spalle di quel piccolo gioiello che ti servono. Ti devi fidare che lì ci ha lavorato la brigata per x ore, che il forno è rimasto acceso per x ore, eccetera. Il costo spesso elevato è perché il pezzo che ti arriva in bocca ha molteplici valori aggiunti quali gli strumenti che hanno permesso il tipo di lavorazione, le persone che l’hanno trasformato e la loro conoscenza e competenza. Non sono il tipo di persona che condanna qualunque cosa, purtroppo però l’alta cucina non ha ancora imparato ad adattarsi, a essere flessibile. Ci hanno sempre insegnato che è il cliente a comandare, e l’alta cucina si è dimenticata di questa cosa. Se la gente non ha la cultura o la preparazione per poter entrare nel tuo ristorante, non ti puoi lamentare se non hai clienti e devi chiudere dopo diciotto mesi perché fallisci. Devi essere tu ad andare incontro alle persone. Vuoi che rimanga alta la cucina? Fai dei corsi di formazione, vai nelle scuole, fai quello che ti pare, ma cerca di comunicarla, così i clienti ritornano all’ovile.

Io: Qualcuno, però, si è adattato anche troppo. Come giudichi il fatto che Gualtiero Marchesi, qualche anno fa, ha creato un panino per il McDonald’s? Tu lo faresti?

Rubio: Io non sono stato istruito da Marchesi ma dalla sua idea. Marchesi l’ho visto un paio di volte e una di queste è stato il giorno della consegna del diploma. Non lo rispetto più di quanto possa rispettare chiunque altro. Stimo molto il team d’insegnanti dell’Alma, da loro ho imparato a fare le cose. Detto questo, per me lui, come tante altre persone, avrebbe dovuto uscire di scena molto tempo fa. Prendi Roberto Baggio, avrebbe potuto giocare altri cinque anni ma si è detto: “Io non posso più fare il genio come prima”. Avrebbe dovuto dirlo anche Marchesi, altrimenti l’età ti porta a fare scelte professionali che forse non hanno più a che fare con la genialità. Se esce un articolo in cui si parla di un risotto mantecato con la barbabietola rossa, perché adesso va di moda e fa tanto figo, e poi ci fai una striscia in mezzo di crema al parmigiano o quel che è a me non me ne può fregare un granché . Un piatto del genere non ha il valore che gli si dà, è semplicemente un risotto eseguito tecnicamente alla perfezione. Se poi mi racconti una bella storia e mi spieghi il perché di quel piatto, allora è un’altra cosa. Bisogna fare cultura, non idolatrare le persone.

Io: Quindi ha collaborato con McDonald’s per soldi o per demenza senile?

Rubio: Mah, non credo abbia bisogno di soldi.

Io: Cambiamo argomento. Il tuo talento, oltre alla cucina, è anche quello di stare davanti allo schermo. Sei molto televisivo. Quanto, nei tuoi programmi, appartiene a te stesso, e quanto un’eventuale costruzione del personaggio? A volte, guardando Unti e bisunti, avevo l’impressione che tu stessi recitando. Mi sbagliavo?

Rubio: Io non ho mai fatto qualcosa che non mi venisse da dentro. Tutto quello che enfatizzo, anche la spacconaggine tipicamente romana, viene da me. Quello che vedi sono io. Però, non e’ che vado in giro con quell’atteggiamento. Non ho fatto una scuola di recitazione. Detto questo, è stato fondamentale per me lavorare in una bella squadra . Invece di andarmi contro o impormi qualcosa di già esistente, mi aiutavano, anche in maniera tecnica, a sfruttare la mia predisposizione a rapportarmi con gli altri. Mi dicevano: “Questo ti viene bene, ma se non fai quest’altra cosa è meglio”. Un sacco di consigli e correzioni sono state date dagli autori, oppure dai registi. È stato un lavoro di squadra eccellente, di cui io ero solo la punta dell’iceberg.

Io: Ti hanno già proposto di fare un film?

Rubio: Sono arrivate un paio di cose, ma non le abbiamo prese in considerazione perché non era il momento.

Io: Dovresti fare un film d’autore in bianco e nero, tipo in 4/3.

Rubio: (Ride). Il problema non sono io, sono gli altri!

Io: Facciamo così, se il mio libro dovesse mai diventare un film, prometto di chiamarti.

Rubio: Per fare cosa, il tossico all’angolo?

Io: No no, tu saresti quello spesso, che incute timore.

Rubio: (Ride). Quello spesso? Ok. Mi raccomando, è tutto registrato.

Io: Torniamo a noi. Il 27 ottobre, sempre su DMAX (canale 52 dtfre), parti col nuovo programma, I Re della Griglia, in cui nove concorrenti si sfidano a suon di barbecue. Com’è stata quest’esperienza nel mondo dei talent e cosa pensi dei talent in generale? Perché non sembri molto uno da talent…

Rubio: Assolutamente no.

Io: Ecco.

Rubio: All’inizio infatti ero dubbioso. Poi però ho ragionato sulla cosa e per molteplici motivi ho deciso di tuffarmi in una nuova avventura, ho intravisto la sfida data dal tema che rappresenta una novità. Mettici pure che adoro le sfide personali ed il gioco è fatto. Una volta che io vengo chiamato in causa, anche se la cosa potrebbe essere contro quello in cui credo, faccio sì che quella cosa diventi una mia creatura, o comunque cerco di plasmarla e farla mia. Quindi sono soddisfatto di quest’esperienza. Ho conosciuto tanti professionisti, colleghi. Anche i concorrenti, che pensavo fossero artificiosi, sono persone che mi hanno dato qualcosa. Spero di avergli dato qualcosa anch’io, di averli fatti prendere bene e di aver sgravato un po’ la tensione. Ricordiamoci che stiamo parlando di cucina e non di operazioni cardiochirurgiche.

Io: Trovo che i talent, però, siano spesso uno specchio per le allodole. Ti illudono che i concorrenti un giorno diventeranno qualcuno, e poi regolarmente non diventano nessuno…

Rubio: No, ma i concorrenti non avevano l’obbiettivo dei soldi. Non avevano nemmeno l’obbiettivo di andare a cucinare in un determinato ristorante. Era solo: “Io ho la possibilità di dimostrare, più che agli altri a me stesso, che di fronte a una situazione critica posso cucinare questo pezzo di carne alla perfezione”. In più, il vincitore o la vincitrice andrà a rappresentare l’Italia ai mondiali di barbecue in Svezia.

Io: Ecco, prima io ti ho detto che sei molto televisivo, e lo penso davvero, però mi riferivo soprattutto ai tuoi programmi. In altre occasioni, come al Chiambretti Supermarket, io ti ho visto quasi a disagio, forse infastidito. Non so neanche che parola usare. Mi sbaglio?

Rubio: No, non sbagli.

Io: Cos’è successo quel giorno?

Rubio: Mah, ho avuto l’impressione di essere stato invitato a fare due chiacchiere con una persona che forse non conosceva a fondo chi fossi. Chiambretti ha il suo registro e il suo stile, è un fiume in piena, ho lasciato che fosse lui a condurre. Ho usato l’arma della non violenza.

Io: La proporzione, più o meno, era di dieci frasi sue e una tua.

Rubio: Era convinto che fossi di Frosinone e non di Frascati… così è iniziata l’intervista e poi non ho avuto modo di raccontargli quello che non sapeva di me.

Io: È anche vero che se uno va da Chiambretti deve stare al gioco. Voglio dire, magari prima di te c’era stato Fedez oppure la fidanzata di Balotelli.

Rubio: Sì, vero. Infatti mi è dispiaciuto che non si sia creata un’intesa giocosa e cinica come spesso accade nelle sue interviste. La verità è che ci siamo visti per la prima volta direttamente sul palco. Se avessimo avuto un contatto precedente, forse ci avrebbe giovato.

Io: Sai, è lì che ho deciso di intervistarti. Quando ti ho visto da Chiambretti, ho pensato che dovevo assolutamente chiacchierare con te.

Rubio: (Ride). Vedi? Almeno è servito a qualcosa.

Io: La televisione ti ha senz’altro reso un’icona. Per usare un’espressione inflazionata, “sei entrato nelle case degli italiani”. Quest’espressione, però, può anche avere un significato più profondo. Sono sicuro che la gente, gli sconosciuti per strada, abbiano iniziato a trattarti come se tu fossi stato davvero a casa loro.

Rubio: (Sorride). Sì, hai ragione.

Io: È un effetto tipico della tv, per certi versi alienante. Ti crea dei problemi? Come influisce sulla tua vita privata?

Rubio: Influisce in maniera sana, fino a quando le persone sono dotate di una certa cultura. Mi riferisco all’educazione. A volte sono un po’ fuori luogo ma sono molto sporadiche quindi non mi faccio coinvolgere. Quando mi danno una pizza e mi dicono: “Oh, facciamoci questa foto. Devi fare una foto”, non discuto. Abbozzo perché so che il messaggio che è arrivato, per come è arrivato, ha fatto sì che io sembrassi un loro parente.

Io: Esatto. Non è colpa loro, in fondo…

Rubio: Infatti, per questo li giustifico anche quando sono sul treno che mi addormento, e loro mi danno una pacca e mi dicono “Grande Rubio” e poi se ne vanno. Ho una notevole calma, questo mi aiuta molto.

Io: Andando più nel privato, invece? Una stalker l’avrai già avuta…

Rubio: Hai voglia, mille. Anzi, diecimila. Però io sono uno che non esce tanto, non va in discoteca. Al massimo vado a un concerto, dove tutti sono focalizzati sull’artista. Sennò sto sempre al lavoro, lavoro sempre. Queste cose non hanno influito molto. Forse hanno influito più su chi mi sta vicino. Se faccio due passi con qualcuno, veniamo fermati di continuo. A me non disturba, ma posso capire che disturbi le persone che mi sono vicine.

Io: Hai ancora una giornata tipo? Riesci ancora a cucinarti dei pasti, oppure mangi sempre fuori?

Rubio: Mi sveglio presto. Dormo poco, cinque o sei ore a notte. Non cucino se non negli eventi o nelle situazioni che lo richiedono. Era così anche prima della televisione. Mi spostavo molto. Non mi pesa perché focalizzo le energie e il piacere di cucinare sul singolo evento. Per il resto, se mi devo sedere e devo mangiare ospite di qualcun altro, non mi interessa se non cucino. Anzi, sono contento di assaggiare qualcosa di nuovo.

Io: Quindi la giornata tipo è svanita…

Rubio: No, non ce l’ho mai avuta. Mi hanno sempre annoiato le giornate tipo.

Io: Nella nota biografica che mi ha inviato il tuo ufficio stampa, c’è scritto che ti piace leggere e anche che ti piace scrivere. Quindi mi sono incuriosito.

Rubio: (Ridendo). Impensabile eh? Chi l’avrebbe mai detto?

Io: Cosa ti piace scrivere?

Rubio: Al momento, non giudico quello che scrivo come qualcosa di altamente interessante o di elevato. Però mi piace buttarmici dentro in prima persona, anche se racconto le situazioni più disparate. Parlo sempre in prima persona, anche se impersono una donna o un cane, come se fossero dei pensieri. Però non posso dire di saper scrivere.

Io: Cosa leggi, invece?

Rubio: Ho amato fin dall’inizio James Frey, che è uno scrittore americano. Scrive sentenze corte, minimali. Non mi piacciono, anche quando sono io a scrivere, le cose prolisse. In cucina è uguale, io faccio i piatti con due o tre ingredienti, molto puliti, molto giardino zen, molto giapponesi. Però ripeto: non posso dire di saper scrivere. Sono pensieri che butto giù.

Io: Prima o poi ne farai un libro?

Rubio: Non lo so. Di sicuro, quando si fanno queste cose, è bene che prendano anche un po’ aria, che si condividano. Non mi interessa che vadano per forza all’interno di un libro, però se c’è qualcuno che ha piacere di leggerle..

Io: Credimi, quella che si scrive soltanto per se stessi è una balla colossale.

Rubio: Esatto, è una cazzata infinita.

Io: Ok. Certe volte, a tarda notte, quando non riesco a dormire, finisco su Gambero Rosso e guardo senza alcun motivo dei programmi noiosissimi come Giorgione – Orto e cucina, eccetera. Hai presente i programmi di Gambero Rosso? Sono senza musica, senza niente, sembrano un film di Bresson. Questo mi fa venire in mente una puntata di South Park in cui paragonano i programmi di cucina ai film pornografici. Tu come vedi la questione? Il food porn esiste davvero?

Rubio: Sì, esiste, però non arrapa neanche più. Il porno, seppur sia distante anni luce da quello che succede nella realtà, ti eccita quando è nuovo. Quando è standardizzato, alla fine ti annoia. Vale lo stesso per il cibo. Se c’è qualcuno che fotografa un piatto dall’alto, come se fosse un quadro, e poi tutti lo copiano, queste fotografie perdono di valore. Prendi le varie declinazioni dei programmi televisivi. Sembra quasi che debbano raccontarti come si fa il ciambellone al cioccolato. Lo facevano tutte le zie e non mi pare ci fossero le folle ad osannarle. Adesso, invece, sta dentro la televisione e tutti lo guardano. Guardi tutto e non guardi niente…

Io: È una specie di voyeurismo. Trattano la fame come l’arrapamento.

Rubio: Sì, una specie di parete col buco. Però non riesci neanche a infilarci il pene e goderne, puoi solo guardare.

Io: Hai già visto Man Vs Food o programmi del genere? Assaggiano qualcosa e poi la commentano come se stessero avendo un orgasmo. È inquietante.

Rubio: Sì, molto.

Io: Mi sembra una cosa tipicamente americana.

Rubio: Oh my god. That’s awesome. Chissà perché è tutto awesome.

Io: A proposito di food porn e saturazione televisiva, io credo che questa moda del cibo in televisione e del cibo in generale un giorno sia destinata a finire. Temo che all’improvviso le persone si annoieranno e inizieranno a cercare altre cose. Come la vedi? C’è questo rischio?

Rubio: La situazione cibo in televisione, se gestita da persone intelligenti e non sovrasfruttata, può ancora funzionare.

Io: Però si sta correndo il rischio di saturare il pubblico…

Rubio: Sì, bisognerebbe andare molto più cauti, ma il problema è che non succederà. Succederà più la tua previsione, la gente si romperà il cazzo di tutto quello che sta vedendo. Si stanno inseguendo gli spettatori che non hanno spessore culturale. Si fanno gare a chi mangia di più, a chi è meglio di un altro e a chi fa il record. È solo show, non c’è un contenuto dietro. Se noi continuiamo a inseguire quella frangia di pubblico, siamo spacciati. Dovremmo smettere di essere filoamericani e ricordarci di essere italiani, mediterranei, però è un’utopia. Magari fra cinque anni ci sarà un altro tema che prenderà piede in tv e tutti si scorderanno del food porn. A proposito di questo, c’è una bellissima tavola di Zerocalcare sulla grande truffa del food e su come l’industria dell’intrattenimento abbia fregato la nostra generazione. Be’ quella sì che è epifanica!

Io: Toglimi un’ultima curiosità. Come smaltisci quello che mangi a Unti e bisunti?

Rubio: Ogni puntata dura sette giorni. Dieci puntate sono settanta giorni di mangiate, dilazionate magari con dieci giorni di break in mezzo. Non le smaltisci… alla fine della prima serie ero ingrassato, e anche alla fine della seconda. Finita una stagione, quando potevo, andavo a correre o facevo gli addominali, recuperando l’alimentazione sana. Così sono tornato al mio peso forma. Al servizio di chi ti guarda, ti devi un attimo sacrificare.

Io: Be’, però ti pagano per mangiare.

Rubio: Eh, ma non è facile. Rimanere concentrati e decidere qual è la cosa più buona, provandone tante nello stesso giorno, ti fa arrivare alla sera esausto, e il giorno dopo ti svegli e devi rifare la stessa cosa, essendo convincente e cercando di essere affabile con le persone.

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Il cinema e l’Italia: intervista esclusiva a Paolo Virzì https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-e-litalia-intervista-esclusiva-a-paolo-virzi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-cinema-e-litalia-intervista-esclusiva-a-paolo-virzi/#comments Fri, 30 May 2014 03:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21093 Paolo Virzì, anche se non lo ammetterà mai, è stato l'unico regista in grado di defibrillare la nostra commedia, un genere che stava morendo e a cui lui ha saputo ridare vita. I suoi film sono colti e popolari al contempo, esattamente come la sua indole. Hanno una doppia lettura, parlano sia al cinefilo che allo spettatore occasionale. Per uno come me, cresciuto nella stasi della provincia, è impossibile che non scatti la mimesi, l'identificazione nei suoi personaggi e nel suo immaginario registico.

Ieri, ho avuto modo di chiacchierare con lui. La conversazione è stata lunga. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dal suo ultimo film.

Io: Il Capitale Umano è un film corale sulla solitudine. Tutti i personaggi, per un motivo o per l'altro, aspirano a una condizione diversa, cercano altro rispetto a ciò che hanno già. Sei d'accordo?

Paolo Virzì: Ma io come faccio a dire che non sei libero di manifestare questa tua suggestiva visione? (Ride). Sai, i film, quando vengono completati e visti dalle persone, prendono una propria vita. Adesso tu lo descrivi così, e io non me la sento di contraddirti.

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Paolo Virzì, anche se non lo ammetterà mai, è stato l’unico regista in grado di defibrillare la nostra commedia, un genere che stava morendo e a cui lui ha saputo ridare vita. I suoi film sono colti e popolari al contempo, esattamente come la sua indole. Hanno una doppia lettura, parlano sia al cinefilo che allo spettatore occasionale. Per uno come me, cresciuto nella stasi della provincia, è impossibile che non scatti la mimesi, l’identificazione nei suoi personaggi e nel suo immaginario registico.

Ieri, ho avuto modo di chiacchierare con lui. La conversazione è stata lunga. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dal suo ultimo film.

Io: Il Capitale Umano è un film corale sulla solitudine. Tutti i personaggi, per un motivo o per l’altro, aspirano a una condizione diversa, cercano altro rispetto a ciò che hanno già. Sei d’accordo?

Paolo Virzì: Ma io come faccio a dire che non sei libero di manifestare questa tua suggestiva visione? (Ride). Sai, i film, quando vengono completati e visti dalle persone, prendono una propria vita. Adesso tu lo descrivi così, e io non me la sento di contraddirti.

Io: Allora, dammi la tua visione! 

Paolo Virzì: Sì, in effetti, se mi ci fai pensare, l’elemento della solitudine sembrerebbe uno dei malesseri di questo mondo ricco e spaventato. Ricco, o perlomeno con aspirazioni di ricchezza. Ma nel momento della crisi finanziaria, quello che si sente correre dentro le persone è un sentimento di smarrimento, di angoscia. Quello che mi aveva colpito di questo romanzo ambientato in un ricco sobborgo del Connecticut, è che affrontava temi e personaggi e soprattutto dolori molto comuni a tutta quella parte del pianeta cosiddetta benestante. In questo senso, il mondo si è rimpicciolito. Nell’epoca della globalizzazione dell’economia, si sono come globalizzati i paesaggi, i sentimenti. Siamo diventati un unico grande suburbio, e questa provincia americana che leggevo nel libro mi ricordava anche qualcosa di familiare. Non so, la provincia ricca lombarda. E poi, così, volevo adoperare i meccanismi del noir, del thriller, per fare un’esplorazione di storie di persone e della società contemporanea. È una cosa che fanno spesso certi grandi narratori anglosassoni, soprattutto americani: John Cheever, DeLillo… e Stephen Amidon è uno di questi, in fondo. Uno di questa tradizione, che utilizza il noir per raccontare il sentimento del presente, e così abbiamo provato a fare anche noi.

Io: Nel film, sostanzialmente, ci sono due forze che muovono i personaggi. La prima è l’amore per i soldi. La seconda, invece, è l’amore indirizzato verso un’altra persona. Sono due forze simili, ma anche profondamente in antitesi…

Paolo Virzì: L’amore verso un’altra persona… be’, sì, c’è la ragazza innamorata del…

Io: (Lo interrompo). C’è anche la Bruni Tedeschi, innamorata di Luigi Lo Cascio.

Paolo Virzì: No, quello non è amore! (Ride). Quello è vuoto esistenziale, di una persona infelice che è abituata ad essere considerata un oggetto d’arredamento di quella bella casa, che ha delle giornate totalmente vuote, sconclusionate. Non ha nessuno con cui parlare, se non il proprio autista. Ha un rapporto con il marito un po’ così. Insomma, lui è anche protettivo verso di lei, però la considera poco più di un soprammobile. Nel momento in cui dà spago a certe sue aspirazioni, quella di sentirsi importante, incontra questo professorino che la lusinga, ma non mi pare di poterla definire una storia d’amore. Anzi, mi sembra una storia di solitudine, patetica, di aspirazioni mal riposte. Però senz’altro la Serena, la figlia dell’agente immobiliare ambizioso e pasticcione, si innamora davvero di un perdente. Lei è una che avuto delle tensioni familiari, sociali, che l’hanno portata a dover rispondere a delle aspettative del padre. L’idea che lei si sia fidanzata col figlio di un grande finanziere, sembra essere la grande gioia del babbo, che così spera di poter aver accesso a una specie di paradiso di privilegiati, dove si parla di finanza e si gioca a tennis. Lei si lascia anche adoperare, da questo padre imbarazzante, però soffrendolo.

L’istinto, poi, la porta a prendere una cotta per il caso del perdente, del ragazzo fragile e problematico e pieno di turbe, col trattamento sanitario obbligatorio. Cioè, tutto il contrario delle aspirazioni paterne. Così si ritrova involontariamente a mettere in un guaio questo povero ragazzo disgraziato, il quale a sua volta è anche un po’ sciagurato. È un film dove non mi pare che ci siano degli eroi virtuosi. Anche i ragazzi, che sono le maggiori vittime di questo paesaggio umano, di questo clima, di questi rapporti familiari e affettivi basati sulla competizione e sulle aspettative di successo, fanno allo stesso tempo un sacco di cavolate. Anche quel ragazzo, il loser sottoproletario, non è affatto un eroe virtuoso: gli sembra di aver messo sotto qualcuno e non si ferma manco a soccorrerlo. Nasconde la verità, e così anche Serena.

Io: Sarà che io sono un romantico…

Paolo Virzì: Certo, il nostro cuore di spettatore tende comunque a empatizzare con loro, perché si rende conto di quanto siano fragili e indifesi, rispetto invece a quanto siano rapaci e immaturi e anche sgradevoli e torbidi i loro padri, il loro mondo familiare. Si prova comunque un po’ di simpatia e tenerezza per le donne, nonostante non siano dei ritratti edificanti. Questa signora che riscopre la sua passione per il teatro che aveva fatto da ragazza, ad esempio: il suo è un tentativo patetico di dare seguito a certe aspirazioni che ha dovuto reprimere. Quindi, non volevamo descrivere un paesaggio in cui ci sono degli eroi. Volevamo mantenere una certa asprezza anche per quei personaggi con cui si dovrebbe empatizzare. L’idea era di non farne dei santini, di mantenere un paesaggio umano piuttosto disperato.

Io: Mi hai servito l’assist per la domanda successiva. Rispetto ad altri film corali che hai fatto, come Ferie d’agosto e Baci e abbracci, ho l’impressione che il tuo sguardo si sia incupito.

Paolo Virzì: Be’, sì, questo è un noir. Hai citato una commedia di villeggiatura e una specie di fiaba di Natale.

Io: Però neanche quelli erano dei film buonisti. C’era sempre un’amarezza di fondo.

Paolo Virzì: Sì, ma comunque erano commedie. Questa non è una commedia, anche se c’è dello humor, uno humor piuttosto beffardo, nero. Mi piaceva anche dargli una veste grafica, visiva, da noir. Anche nei toni, nella musica, nell’avvertire un senso come di catastrofe incombente, di inquietudine. Sarà che io, cinematograficamente, sono andato al Nord per la prima volta. È un paesaggio che non conoscevo, e mi sono tenuto stretto questo mio smarrimento, questo mio sgomento, come se fosse una delle ispirazioni per fare un film così.

Io: Quindi, rispetto al Nord, si sta meglio a Roma…

Paolo Virzì: Non lo so, Roma è cambiata tanto. È sempre più cattiva, è sempre più aggressiva. Le persone sono disperate. La città è imbruttita, degradata: l’ho vista proprio peggiorare a vista d’occhio. Quindi non lo so se si sta meglio a Roma. Non lo so dove si sta meglio…

Io: Se ti viene in mente dimmelo, così ci vado.

Paolo Virzì: (Ride). Eh no, dimmelo te. In questo momento l’Italia la vedo molto incanaglita, molto aggressiva. La rabbia e la paura per quelle che sono le incertezze del momento che stiamo vivendo, si riflette poi in un sentimento di astio, di livore, di ferocia che si esprime anche nelle piccole cose. Nel traffico, sui social network, nelle persone in cui prevale il desiderio di mandare a fare in culo a tutti.

Io: (Ridendo). Capisco…

Paolo Virzì: Però può darsi che non sia una cosa italiana. Anzi, se usiamo come termometro le elezioni europee, si può dire che altrove è anche peggio, no? La rabbia, la paura per gli stranieri, per i diversi, per i poveri, per gli extracomunitari, per i “froci”. (Ride). Quindi, insomma, è un momento delicato, di grande crisi per tutto il mondo che si considerava benestante, che evidentemente ha scoperto un nuovo sentimento: quello della paura. Questa cosa, in fondo, è in comune con lo spirito con cui ci siamo avvicinati al Capitale Umano, ed è forse il motivo che ti fa vedere una differenza di tono rispetto ai film che hai citato, che erano di vent’anni fa.

C’era il tentativo, in Ferie d’agosto, di avvicinarsi a questa novità italiana che stava accadendo. Aveva appena vinto le elezioni questo magnate della televisione, questo imprenditore brianzolo sorridente con un paio di tv e una squadra di calcio, assicurazioni, supermercati, che dava voce a tutto un mondo di italiani che non si erano sentiti “capiti” dai partiti tradizionali, in particolare dalla Sinistra. Ci eravamo avvicinati a questo tema, anche spinoso, in un modo decisamente scherzoso, cercando però di essere pungenti. Dicevamo, scherzando, di voler fare un film fra Neri Parenti e Čechov.

Io: Adesso ti faccio un complimento. Ovvero: l’Italia, comprese le sue realtà locali, è un paese che hai raccontato spesso e volentieri, in quasi tutti i tuoi film. Saperlo fare bene, senza cadere nel populismo, è uno dei tuoi grandi pregi. Si può dire, in un certo senso, che i tuoi film abbiano registrato e continuino a registrare l’andamento del nostro paese?

Paolo Virzì: Questo lo puoi dire te, però non lo far dire a me. (Ride). Basta che non lo fai dire a me, sembrerei veramente un mitomane.

Io: Avevo detto che ti avrei fatto un complimento…

Paolo Virzì: Grazie! Sicuramente mi sta a cuore. Io ero un ragazzo di provincia che era andato via da una cittadina proletaria come Livorno. All’epoca era una città operaia, adesso sono tutti pensionati o disoccupati o cassintregrati. All’epoca, però, era ancora una città operaia, e io scappavo dal mio destino di lavoratore subalterno, inseguendo questo sogno un po’ stupido, per certi versi anche assurdo, pretenzioso, di fare il cinema. Cercavo di resistere alle ironie beffarde degli amici del mio quartiere, che mi dicevano: “Ma cosa vuoi fare il cinema!”. Come giustificazione, come motivazione, come idea di riscatto, dicevo: “Io non sto andando a Roma per raccontare delle storie, ma per raccontare voi”. Mi prendevo una specie di compito. A ventuno anni si è per forza un po’ matti!

Io: Ventuno anni li ho avuti quattro anni fa, quindi ricordo bene.

Paolo Virzì: Eh, bisogna essere mitomani, bisogna essere un po’ esaltati. Quello che mi ripetevo era questo: “Sarete orgogliosi di me”, dicevo a me stesso, rivolgendomi alle persone del mio quartiere, della mia città. Era un quartiere operaio a ridosso delle attività industriali, vedevi i pennacchi di fumo delle ciminiere, e dentro di me portavo questo compito un po’ da esaltato, di dare voce ai subalterni, a quest’umanità senza nome. Infatti il mio primo film fu su una famiglia operaia. La mia sfida era quella: i registi, anche quelli bravissimi come Elio Petri, quando raccontano la classe operaia la raccontano in maniera grottesca. Mi sembrava, invece, di poter mostrare che c’era una nobiltà di rapporti in quel mondo popolare. Per cui l’operaio del mio primo film era un operaio gentile, che soffriva di patemi d’animo amorosi, esistenziali. Quando scopriva che la moglie lo tradiva, dopo una reazione di rabbia, provava poi a capirla, a perdonarla. Quando si separavano, lo facevano in un modo civilissimo, facendosi gli auguri per il futuro. Non come delle bestie umane. Ed era quello che mi interessava raccontare. Era quello che mi pareva di aver ereditato da una visione poetica della classe operaia che veniva dalle poesie di Giorgio Caproni. Descrivendo Annina, la sua mamma operaia, che andava a lavorare in bicicletta alle vetrerie di San Marco, la definiva “operaia regina”.

Insomma, il proletariato non era un sinonimo di degrado umano, di ubriaconi che menano le mogli e figli. Era gente con una propria finezza, con una propria distinzione. Mio nonno Carlo, il papà di mia mamma, era operaio alla centrale elettrica, ed era sempre elegante, sembrava un borghese distinto e invece era un operaio. Era molto colto, un autodidatta, studiava le parole crociate, l’enigmistica, le enciclopedie. Questo era il racconto di un’Italia popolare che mi sarei portato dietro come presunto bagaglio. Tutto questo, però, era anche l’esaltazione nella zucca di un ragazzaccio un po’ stupido e velleitario, che voleva fare il cinema. Oggi non so cosa sia rimasto di tutto questo. Stupido lo sono ancora, ma ragazzo no. Ora ho più uno sguardo sgomento da genitore…

Io: Valeria Bruni Tedeschi, nel Capitale Umano, dice testualmente: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”. Tu, per il futuro, anche pensando ai tuoi figli, su cosa scommetteresti?

Paolo Virzì: Intanto ci tenevo a dirti una cosa: quella battuta, che sembrerebbe avere una risonanza morale, descrive una cosa molto tecnica, avvenuta nel 2010/2011. Dopo l’ondata della crisi finanziaria, da noi c’è stato proprio l’assalto ai BTP. Sono questioni complesse. Io non mi intendo di finanza, eh. Non ci capivo un cazzo e me le sono fatte spiegare, e me le sono anche un po’ scordate. Però mi aveva molto interessato. La nuova finanza speculativa, rispetto alla borsa tradizionale, quella che racconta Scorsese con Di Caprio, gioca sui titoli di Stato, sui debiti dei paesi, e in quel momento c’era stato proprio un assalto speculativo ai BTP, all’Italia, con molti fondi di quel tipo. Brindarono, perché mentre noi stavamo andando in default, loro stavano guadagnando un sacco di soldi. Quindi, lì, Valeria Bruni Tedeschi dice una cosa molto precisa, oggettiva. Naturalmente, questa frase ha anche una sua risonanza tematica, e riflette tanti aspetti. Una cosa, però, che mi piacerebbe confidarti, è che non c’è nulla di più goffo, di patetico, dei registi che propongono delle loro ricette sulla società. Sono temi che riguardano l’attualità. Quindi dico: non ti fidare mai di quello che dice un regista…

Io: Ma io te lo chiedevo in quanto individuo!

Paolo Virzì: (Ride). Posso solo dirti delle ovvietà. Ossia che scommetterei sulla bellezza, sulla cultura, sulle scuole, sull’inclusione, sulla curiosità per le diversità. Sulla libertà di anarchico che è ancora dentro il corpo di questo vecchione che ti sta parlando. Sono contento che la mia primogenita, in questo momento, viva esperienze fuori dall’Italia. A Berlino, a Londra, per studio o lavoro. Mi dispiacerebbe se fosse costretta a farlo, ecco: lo fa perché è curiosa. Vorrei che i miei figli potessero essere contenti, orgogliosi di essere nati in questo paese, che per molti aspetti ci fa sentire in imbarazzo, ci fa stare male.

Io: Così, però, non mi dai molta fiducia. Forse dovrei scappare, iniziare a scrivere in inglese…

Paolo Virzì: Be’, la cosa curiosa dell’Italia è proprio questa. Noi siamo un paese con tanti difetti, abbiamo elementi antropologici di arretratezza, di credulità verso i miracoli, verso Padre Pio, verso Berlusconi, verso Beppe Grillo. I miracoli sono importanti, per noi, quindi siamo un paese arretrato, molto irrazionale. Però allo stesso tempo abbiamo dei guizzi di talento, miracolosi, che a volte ci fanno fare dei balzi in avanti rispetto a paesi più strutturati e solidi di cultura anglosassone. Quindi non è detto: in questo momento delicato, di crisi, è possibile che si rimescolino le carte. Eravamo il paese con la classe politica più anziana del mondo, e adesso abbiamo il più giovane Presidente del Consiglio. Non che io sia un fanatico di nessuno, però osservo con curiosità un fenomeno che l’anno scorso non avremmo saputo prevedere. Magari succederà qualcosa. Per l’appunto, l’ingresso di nuove forze, di nuove energie come la tua, possono ribaltare il nostro scoramento e farlo diventare entusiasmo.

Io: Speriamo… ma adesso torniamo un po’ indietro, ai tuoi esordi. Col tempo, mi sono convinto che l’arte, proprio come la fede, si basi su un principio di vocazione, su un momento epifanico in cui l’artista capisce di voler fare il regista, scrivere libri, disegnare fumetti, eccetera. Tu quando hai capito di voler fare il regista? C’è stato un momento preciso?

Paolo Virzì: (Ride). Non credo in questi elementi magici. Guarda, io da ragazzetto volevo più fare lo scrittore, il romanziere, scrivere storie. Insomma, facevo teatro con gli amici, delle cose dimenticabili, spettacoli pretenziosi dove cercavamo di esprimerci.

Io: Mi hai fatto venire in mente lo spettacolo teatrale di Io sono un autarchico. Immagino che faceste delle cose simili.

Paolo Virzì: (Ride). Sì, delle cose molto pretenziose, a beneficio di un pubblico di parenti e amici e conoscenti. Poi, a Roma, vinsi inaspettatamente questo concorso per la scuola di cinema, nella classe di sceneggiatura. Io volevo fare lo sceneggiatore, poi mi fu proposto di dirigere delle cose che avevo scritto. Il mio rapporto col cinema è di grande passione ma anche un po’ smitizzante. La mitologia cinefila mi lasciava freddo. Sono sempre stato appassionato del cinema come strumento per raccontare qualcos’altro, non per raccontare se stesso, non il cinema di per sé. Per quanto riguarda il mio rapporto con l’ispirazione, col concepimento, con quella cosa anche un po’ romantica che è l’ispirazione artistica, ti posso dire che ne ho un’idea molto artigianale. Per me conta lavorare.

Io: Immaginavo una risposta del genere…

Paolo Virzì: Perciò mi piace la pratica del raccontare, del narrare, in tante forme, e lo considero un mestiere. Io sono stato a bottega, ho fatto un po’ di anni di gavetta, facendo il negro di grandi sceneggiatori all’epoca celeberrimi, ponendomi semplicemente delle domande tecniche. Come far funzionare una storia, come trovare un incipit e una chiusa in un racconto, in una vicenda, in un dialogo. Ero appassionato degli strumenti del raccontare. La personalità artistica, la poesia, devono correre sotto questa pratica. Se ci sono è meglio, ma non dev’esserci l’enfasi del delirio di onnipotenza dell’artista creatore. Mi sono sempre avvicinato a questo mestiere in modo antiretorico. Poi, ovviamente, posso anche dirti frasi bischere come: “Sì, è vero, di notte mi sogno certe scene!”

Io: (Rido). 

Paolo Virzì: È vero, capita, perché siamo suggestionabili. Siamo umani, quindi pieni di cose anche ridicole, ma il grosso di questo lavoro è proprio la bottega, la fatica divertente che è raccontare.

Io: Rispetto a quando hai iniziato tu, oggi è più difficile provare a lavorare nel cinema? Per un giovane che vuole iniziare, ci sono più ostacoli?

Paolo Virzì: Non credo proprio. Anzi, io credo di essermi avvicinato nel momento peggiore in assoluto, quando il cinema italiano stava chiudendo baracca. Stavano chiudendo le sale… Forse, di sale ce ne sono ancora meno in questo momento, però ci sono delle opportunità che quand’ero ventenne io non c’erano, ovvero il web, il digitale, le tecnologie leggere e low cost, che la rivoluzione digitale comporta. In fondo, io sono del secolo scorso. Si andava sul set, a bottega di qualche grande cineasta, e ci si formava con la gavetta. Il percorso, invece, che può capitare a un aspirante cineasta di questi anni, è – credo – un percorso diverso. Già nella sua cameretta, anche con un telefonino, può raccontare una storia, e se vuole può anche farla vedere, metterla su Youtube. Se c’è qualcosa dentro, se questa cosa incuriosisce, può anche diventare molto popolare. Penso che il nuovo cinema verrà proprio da lì.

Io: Con La prima cosa bella, per come ho interpretato io la tua filmografia, hai omaggiato una volta per tutte la vecchia commedia all’italiana.

Paolo Virzì: (Ridendo). Ma manco per idea, proprio!

Io: Be’, ho avuto l’impressione che tu abbia estinto il tuo debito nei suoi confronti.

Paolo Virzì: Puoi dire quello che ti pare, ovviamente, ma se ti riferisci al fatto che nel film c’era un set cinematografico di Dino Risi, quella è cronaca di quei giorni. Nel senso, volevamo che il nostro personaggio fosse un po’, appunto, sognatrice, piena di illusioni, che avesse il mito del cinema. Considera che alla fine degli anni ’70, a Livorno c’erano gli stabilimenti cinematografici Pisorno, c’era la dolce vita di Mastroianni e Sordi, che avevano la casa lì. Quindi, ci siamo domandati come Anna potesse avvicinarsi a questo mondo facendo la figurante. Abbiamo visto quali erano i film girati a Livorno all’epoca e c’era un film di Dino Risi. Fine del rapporto con la commedia all’italiana!

Io: Adesso mi dirai di no, perché sei molto modesto, ma La prima cosa bella mi ha ricordato, per atmosfera e suggestioni, un film come C’eravamo tanto amati.

Paolo Virzì: Ah sì? Vedi, non ci avevo minimamente pensato. Avevo pensato, semmai, a un rapporto controverso con la propria storia familiare e con la propria città di provincia, da parte di un protagonista che torna a casa in maniera riluttante. Un rapporto con la madre incosciente, allegra anche se è in fin di vita. Poi, la mescolanza di tragico e di comico che c’è nella commedia all’italiana mi ha sempre interessato, mi è sempre piaciuta. Onestamente, però, l’ultima cosa che mi verrebbe da dire quando inizio a fare un film è: “Adesso faccio un omaggio o estinguo un debito”.

Io: Ora stai lavorando a qualcosa?

Paolo Virzì: Sì, a tante cose. Non so cosa farò.

Io: Navighi a vista…

Paolo Virzì: (Ridendo). Eh, sì.

Io: Come regista, a ogni modo, hai il merito di aver perpetuato la nostra tradizione cinematografica, senza mai diventarne schiavo. Non pensi, però, che questa tradizione si stia un po’ perdendo? Ad eccezione di alcuni luoghi o contesti, sembra che i grandi maestri stiano finendo nel dimenticatoio.

Paolo Virzì: Non so bene a cosa ti riferisci, ma ti posso dire che il cinema italiano classico mi sembra che non muoia mai.

Io: Quindi non sta facendo la fine di Pompei…

Paolo Virzì: (Ride). Be’, ti posso dire che lo scorso anno ho diretto il Torino Film Festival, e abbiamo mandato una copia restaurata di 8 ½, e ho avuto l’occasione di rivederlo con una platea di ragazzi. Nel rivedere un film del 1963, non ho mai sentito un’emozione così forte. Ci sono film di quella stagione lì che non solo non sono invecchiati, ma sono anche migliorati. Poi, nella pratica del cinema, se ti riferisci alle opere dei giovani autori, quello che percepisco è che c’è un’idea malintesa della commedia. Nel filone mainstream, abbiamo un po’ perduto la prerogativa italiana della commedia, che era soprattutto il raccontare cose tragiche e penose. Questa cosa ce la siamo fatta scippare da altre cinematografie. Mi è capitato, qualche volta, di fare delle pubblicità. Non sono bravo a farle. Mi è capitato qualche anno fa, adesso è un po’ che non le faccio. Recentemente, me n’è stata offerta una che poi non ho fatto. Mi hanno detto: “Vorremmo che avesse un tono da commedia, ma non da commedia italiana”, e loro pensavano, evidentemente, a qualcosa tra Neri Parenti e Brizzi. O perlomeno farsa, con solo gag. Dicevano: “Più alla francese, qualcosa di malinconico”.

Ecco, siamo stati noi a inventarci la commedia con la luce drammatica, con i temi anche gravi, pesanti, con i protagonisti che muoiono. Penso alla Grande Guerra, coi due cialtroni fucilati dagli austriaci. In questo senso, mi interessa molto quella tradizione, perché era un modo per avvicinarsi a fare un romanzo nazional-popolare, alla maniera di certi grandi autori. Mi viene in mente Dickens, che raccontava casi sventurati senza mai perdere l’elemento umoristico. Io dico che le cose non muoiono, si trasformano, corrono sotto. Come certi fiumi carsici che vanno sottoterra e poi ritornano fuori. Non sono riuscito a interpretare bene la preoccupazione che sta nella tua domanda. Non la vedo tanto…

Io: Be’, meglio così.

Paolo Virzì: Vedo, semmai, delle mode del momento, che però sono passeggere e transitorie. Noi non facciamo molti film ogni anno. Tra quelli che facciamo, ce ne sono due, tre o quattro belli. Ecco, in quelli belli, io credo che ci sia sempre questo carattere distintivo, questo modo italiano di guardare le cose, di combinare tragedia e ironia.

Io: Lavorare con tua moglie, sia nel caso di Paola che nel caso di Micaela, è stato difficile, oppure non hai avuto problemi?

Paolo Virzì: Mah, con Micaela è tanto che non lavoriamo insieme. Abbiamo lavorato quando non eravamo neanche fidanzati, poi abbiamo lavorato insieme un’altra volta da sposati. Difficile no, perché a me piace circondarmi di persone care, di persone a cui voglio bene. Mi piace coinvolgere le persone che ho intorno. Semmai, però questo me lo diceva Micaela, pare che io sia stato più brusco con lei quand’eravamo sposati, rispetto a quanto possa esserlo con gli altri attori. Era come se all’improvviso pretendessi di più. Però dovresti chiederlo a lei. È un problema che non mi sono mai posto tanto.

Io: Al Torino Film Festival, eri spesso in compagnia di Micaela. Vedendovi insieme, ho avuto l’impressione che lei sia davvero la tua musa ispiratrice, nel senso più antico del termine. La vedi così, oppure sono io che sono di nuovo troppo romantico?

Paolo Virzì: (Ride). Non so cosa dirti, abbiamo fatto due film insieme. In questi anni ho fatti altri film in cui lei non c’era. Però, non c’è dubbio, è una persona che mi interessa molto. Come tale, mi ispira delle cose, è vero, ma non credo al concetto di musa.

Io: Sei molto disilluso!

Paolo Virzì: Ma no, per carità! (Ride). Cantami o diva! Melpomene, Euterpe e Tersicore. Erano le muse mitologiche.

Io: (Rido). Bravissimo…

Paolo Virzì: Non penso che l’ispirazione artistica  sia un processo mitologico, divino. Come ti stavo spiegando, si tratta di lavoro.

Io: Parliamo della tua quotidianità. Hai ancora una giornata tipo, oppure il cinema ha ritmi così frenetici da aver cancellato la tua routine?

Paolo Virzì: Ne ho tante diverse, di giornate tipo. Dipende in che fase del lavoro sono.

Io: Poniamo in una comune fase di scrittura.

Paolo Virzì: Nella fase di scrittura, sì, ho una giornata tipo. Faccio fare la colazione a Jacopo, lo porto a scuola. Vado in ufficio, nella mia produzione, a scrivere e leggere e incontrare persone. Insomma, una vita abbastanza noiosa, da impiegato.

Io: Dormi anche, oppure devi star sempre sveglio a scrivere?

Paolo Virzì: Poco, perché sono insonne.

Io: Ah, mi spiace.

Paolo Virzì: Lo sono sempre stato, fin da ragazzo.

Io: Be’, ci sono dei rimedi.

Paolo Virzì: Sì sì, alcuni non li posso dire.

Io: (Rido). Neanch’io, infatti mi stavo proprio ponendo quel problema. Vabbè, dai. In chiusura: il cinema italiano nel 2014. C’è chi vede nei recenti premi – l’Oscar a Sorrentino e il Grand Prix ad Alice Rohrwacher – i segnali di un grande riscatto. Poi ci sono anche gli scettici, i crepuscolari. Quello di cui mi accorgo, tuttavia, è che per un Oscar a Sorrentino c’è un Salvo che viene visto ovunque, davvero ovunque, tranne che in Italia. Com’è possibile? Tu da che parte ti schieri?

Paolo Virzì: Mah, prendi l’uscita del film di Alice, esce con una manciata di copie. Noi abbiamo un grave problema distributivo, perché abbiamo distrutto un patrimonio prezioso che gli altri paesi hanno protetto, cioè il cinema nei centri storici. Da noi, a parte qualcosa a Roma e Milano, sono scomparsi i cinema dai centri. Forse Torino fa una piccola eccezione. Quindi, si è come selezionato un pubblico, che è quello che va ai multiplex, dove ci sono offerte cinematografiche diverse – i grandi blockbuster, i cartoni animati. Gli appassionati, il pubblico con un palato più fine, a volte, non sa proprio dove andare a guardare i film. È stato smantellato un circuito, in una maniera totalmente irresponsabile, perché non riguardava solo il cinema ma la qualità della vita nelle nostre province. Se vai a Cremona o Perugia, forse sono spariti i cinema dal centro. Devi prendere la macchina, andare in quelle grandi cattedrali accanto ai centri commerciali. Inevitabilmente, così selezioni il pubblico, e ne scoraggi una parte. Molti film verranno visti dopo, in tv, o in DVD, o sempre di più con il computer. Questa è una malattia strutturale. Sul piano culturale, invece, il cinema italiano è in crisi da sempre. Ne parlava già Fellini, in un’intervista rilasciata mentre girava 8 ½. Nel momento in cui venivano girati grandi capolavori, si parlava già di crisi. Però ci sono delle eccezioni, che sono i talenti individuali, i film di Paolo Sorrentino, di Alice Rohrwacher, di Matteo Garrone…

Io: In Italia, ormai, le commedie vengono clonate. Ogni anno ne escono a miriadi, sempre con i soliti cliché, gli stessi attori e girate dagli stessi registi – un paio li hai anche nominati prima. A te, che ti approcci seriamente al genere, che hai conosciuto un maestro come Scarpelli, eccetera, certi film sembreranno un insulto, oppure riesci a vederli con distacco?

Paolo Virzì: Se ti riferisci a un certo tipo di commedia, magari natalizia, no, non li guardo. Ma non per snobismo, perché a me piacciono i film comici. Solo che quelli non mi fanno ridere. Io sono un appassionato del comico. Mi fanno ridere Stanlio e Ollio, Charlot, mi fa ridere Benigni, oppure Massimo Troisi. Mi piace quando sento il dolore, la pena del vivere, che viene trasformata in qualcos’altro dalla genialità del comico. Se invece è burlarsi per ghignare su questo o su quello, o per ripetere dei canovacci farseschi senza porsi il problema di un sottostrato… vedi, per me la commedia è la risposta alla disperazione. Ci dev’essere sempre la disperazione dentro.

Io: Non c’è n’è molta nei film di Christian De Sica.

Paolo Virzì: Magari mi sbaglio, perché può darsi che non sia molto aggiornato. Non è che ce l’abbia con lui, è un attore bravissimo. Ha una dote, una malinconia. Però, sembrerebbero film che tendono a incanaglire il pubblico, a dire: “Hai visto come siamo gagliardi?”. Film dove il personaggio non è guardato con un sentimento di pietà, ma con un sentimento di celebrazione. Mi sa, però, che questo è un cinema che sta finendo. Può darsi che non sia più molto in circolazione. Ci stiamo scagliando contro qualcosa che è già bello che morto.

Io: Non trovi ingiusto che queste commedie clonate rubino spazio ad altri film, magari più meritevoli, come quello di Alice?

Paolo Virzì: L’industria cinematografica italiana, come quella degli altri paesi, è anche una macchina per cercare di acchiappare risorse economiche, per fare dei soldi. Se una cosa ha funzionato, vogliono rifare quella. I meccanismi pavloviani dei produttori e dei distributori ci sono da sempre. I film comici con Adriano Celentano erano sempre molto più visti dei film di Bellocchio o di Bertolucci. Non è una novità del degrado di questi anni.

Io: Visto che siamo in tema, vorrei chiederti se c’è un tuo collega che ti irrita in modo particolare.

Paolo Virzì: Ma no, anche perché non tendo ad alimentare questo genere di sentimenti.

Io: Uno che apprezzi molto, invece?

Paolo Virzì: Più d’uno. I tre che abbiamo menzionato – Sorrentino, Alice e Matteo – mi piacciono molto. Mi manca un film della Archibugi, infatti sono contento che sia sul set. Molto spesso mi sono piaciuti i film di Daniele Luchetti.

Io: Chiudiamo così: qual è l’ultimo film che hai visto?

Paolo Virzì: L’altra sera ho rivisto Pane e cioccolata di Brusati, degli anni ’70. Ma tu volevi un film appena uscito in sala?

Io: Andava bene anche questo, ma dimmi pure l’ultimo film che hai visto in sala.

Paolo Virzì: Le meraviglie, e mi è piaciuto molto. Lei è brava a tenere insieme il tono dolente e il tono ironico. Mi aveva colpito subito, dal suo primo Corpo celeste, che ha quel momento del coretto televisivo dei cresimandi. Fanno catechismo cantando: “Mi sintonizzo su Dio!”.

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Prima che arrivi il freddo https://minimaetmoralia.it/fiction/prima-che-arrivi-il-freddo/ https://minimaetmoralia.it/fiction/prima-che-arrivi-il-freddo/#respond Tue, 27 May 2014 16:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20847 “Queste case sono tutte uguali”, mi dice, mentre la vista panoramica si apre sulla città e domina le insegne dei fast-food e il traffico congestionato. “Guarda”, aggiunge poi, “c'è qualcosa che non va”.

“Dove?”, le chiedo, cercando il registratore audio.

“Laggiù, in fondo alla strada”.

Lei ha un vestito leggero, di seta, mi pare, ed è abbronzata e dimostra almeno trent'anni, nonostante ne abbia...

“Scusa, quanti anni hai?”

“Ventiquattro”, risponde. “Ventiquattro anni e due mesi”.

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(Fonte immagine)

“Queste case sono tutte uguali”, mi dice, mentre la vista panoramica si apre sulla città e domina le insegne dei fast-food e il traffico congestionato. “Guarda”, aggiunge poi, “c’è qualcosa che non va”.

“Dove?”, le chiedo, cercando il registratore audio.

“Laggiù, in fondo alla strada”.

Lei ha un vestito leggero, di seta, mi pare, ed è abbronzata e dimostra almeno trent’anni, nonostante ne abbia…

“Scusa, quanti anni hai?”

“Ventiquattro”, risponde. “Ventiquattro anni e due mesi”.

La terrazza è ampia ed esposta al vento e ha una superficie pari al bilocale in cui vivo, se non di più. C’è una jacuzzi e una serie di piante rare e diverse poltrone e un tavolo e poi c’è lei, che guarda la strada e fuma e si incuriosisce. “Stanno litigando. Forse inizieranno a picchiarsi”.

Ho acceso il registratore audio, l’ho appoggiato sul tavolo. Il vento, sempre più forte, fa tremare le piante e la ringhiera di acciaio. Lei continua a fumare, i suoi capelli mulinano intorno alle spalle e il fumo si disperde subito.

“Quella ringhiera”, le dico, “non ti sembra un po’ alta?”

“L’ha deciso mio padre. Voleva evitare incidenti”.

Restiamo in silenzio. Dalla strada, intanto, arrivano delle urla, delle minacce di morte che il vento attutisce ma non riesce a coprire. Il suo vestito svolazza, le sue gambe sono perfettamente lisce. Sopporta la mia presenza, fa caso alle mie domande, eppure non capisce perché le faccio. Lei si affida al presente, non ha bisogno di ricordare nulla.

“Oddio, hanno chiamato la polizia”.

Suo padre, un giorno, mi ha chiesto un appuntamento. Ho accettato, sono andato nel suo ufficio. In ascensore, mentre una sinfonia di Mozart intratteneva uomini e donne eleganti, io guardavo i loro profili nello specchio a lato, sembravano morti ma concentrati. C’era una donna bellissima, sulla quarantina. Ho provato a sorriderle, lei si è sentita a disagio e ha avuto un brivido, una forma visibile di nevrosi, quindi ha sussurrato qualcosa all’orecchio del collega. Nel giro di poco, tutto l’ascensore mi ha guardato di sbieco. Alcuni sono scesi all’ottavo piano, altri sono rimasti. La sinfonia di Mozart era arrivata alla fine. C’è stato un attimo di silenzio, poi è ricominciata. Quante volte si ripeteva, nell’arco di una giornata? Dieci, quindici volte? Cambiavano mai sinfonia, oppure ascoltavano sempre quella? L’avrei chiesto a qualcuno, se solo ne avessi avuto il coraggio.

“Queste case sono tutte uguali, non hanno carattere. Potrebbero scomparire o moltiplicarsi, non farebbe alcuna differenza, capisci? Hanno la stessa struttura, le stesse finestre enormi. Gli architetti volevano luce, la massima esposizione al sole. Dicono che influisca sul nostro umore. Però, non so, è come se non ci fossero le pareti esterne. Fluttuiamo nell’aria. Ci saranno trenta, quaranta finestre, l’hai notato? Forse dovrei contarle, magari domani. Ti va di aiutarmi?”

Non dico nulla, e lei non ripete la domanda.

“Qualche mese fa, mio padre ha fatto installare delle inferriate. Arrivavano la mattina, senza dire una parola, e fischiettavano e lavoravano fino a tardi. Sono stati bravi, hanno trasformato la casa in una prigione chic”.

“Perché?”, le chiedo. “Sembra che dobbiate proteggervi”.

“L’ha fatto per mio fratello”.

Sono sceso al ventunesimo piano. La segretaria mi ha fatto entrare, e lui stava fissando il vuoto e ha alzato lo sguardo e mi ha sorriso. Le pareti, considerate nell’insieme, potevano definirsi spoglie. C’era qualche locandina, uno scaffale vuoto, una fotografia in cui lui sorrideva e stringeva la mano a Lars Von Trier, che però aveva un’espressione seria.

“Tuo padre ha conosciuto Lars Von Trier”.

“Non so”, risponde. “Mio padre ha conosciuto un sacco di gente”.

“Be’, è normale. Il suo lavoro consiste nel conoscere gente”.

Ha finito la sigaretta, la getta oltre la ringhiera. “Conosce tutti, è vero, ma dice di sentirsi solo. Ieri l’ho visto piangere”.

“Com’è possibile?”

“Prova a chiederglielo”.

“…”

“Fare domande è il tuo lavoro, no?”

Nell’ufficio al ventunesimo piano, prima di parlare, suo padre ha aspettato un po’. Voleva trovare le parole giuste. Era un uomo convinto, sicuro di sé, e indossava un completo scuro e un orologio che rifletteva minuscoli cerchi di luce sul piano della scrivania. Ha tossito, mi ha porto una fotografia di famiglia. C’erano lui, sua moglie e i suoi due figli, un maschio e una femmina.

“Sto morendo”, ha detto.

Non sapevo cosa rispondere, ho abbassato lo sguardo. Guardavo i cerchi sulla scrivania.

“Ha presente quel periodo dell’anno in cui tutto sfiorisce, e le foglie cadono e l’erba scompare e diventa a chiazze? Quel periodo in cui fa freddo, e le temperature scendono sotto lo zero e i parabrezza si ghiacciano e le persone hanno paura di scivolare? Quei giorni in cui resti a casa, e annulli gli appuntamenti e spegni il cellulare e fingi di non avere impegni, perché vuoi solo chiudere gli occhi”.

“…”

“È appena iniziata la primavera, e io sto morendo”.

“…”

“Morirò prima che arrivi il freddo”.

Siamo usciti, devo accompagnarla in un posto.

“Guarda, i due automobilisti di prima. È arrivata la polizia”.

Continuo a guidare, lei abbassa il finestrino e si sporge fuori e grida qualcosa ai due uomini. Sembrano esausti, stanno parlando coi poliziotti. Le loro macchine sono in bilico fra il marciapiede e la strada.

“Prima, quando parlavi delle inferriate, hai detto che le hanno messe per tuo fratello. Come mai?”

“Lo scorso Natale, dopo aver cenato e aperto i regali, ha provato a buttarsi giù”.

“…”

“Stai registrando?”

Suo padre mi ha commissionato un libro, la storia della loro famiglia. Ci ho pensato un po’ su, quindi ho accettato. Ho registrato ore e ore di conversazioni. Ho parlato con lui, con sua moglie, col figlio, e adesso è il turno della figlia minore. Ci fermiamo a un semaforo, lei si abbassa il vestito e accavalla le gambe e io guardo oltre il parabrezza. Il vento si è calmato, i contorni non si muovono più.

“Dove ti sto portando?”

“…”
“Devi dirmelo, sennò faccio marcia indietro”.

“Stiamo andando a una festa. C’è già mio fratello, ha detto di fare in fretta”.

In uno dei primi incontri, suo fratello mi ha chiesto di raggiungerlo a casa. Dovevamo vederci fuori, in un bar. Aveva cambiato programma. Quando sono arrivato, mi ha aperto la donna delle pulizie. Sembrava assente, in stato confusionale. Ha fatto una specie di inchino, non capivo il perché, quindi mi ha fatto salire. Ho bussato, nessuno ha risposto. Sono entrato e lui era disteso a letto, immobile, coi polsi insanguinati. Non sapevo come reagire. Ho iniziato a gridare, la donna delle pulizie si è fiondata in camera. Ci siamo avvicinati al letto, respirando a fatica, e lui si è alzato e ha fatto una specie di balletto, canticchiava un singolo di Rihanna. “Stavo scherzando”, ha detto. “Era solo uno scherzo”. La donna delle pulizie, che finora non aveva parlato, è scoppiata a ridere. Il ragazzo continuava a ballare, il sangue era semplice tintura rossa.

“Siamo arrivati”, dice. “La festa è dietro l’angolo”.

“Io torno indietro”.

“Dove?”

“A casa”.

Lei sembra restarci male, si aspettava che entrassi. La festa è al secondo piano di un palazzo di lusso, con due statue di fronte all’ingresso. La musica arriva nitida fino alla strada. Lei alza la testa, guidata dal frastuono. “Le finestre…”

“Cosa?”

“Non hanno le inferriate”.

Suo padre muore in agosto, all’inizio del mese.

L’ultima volta che l’ho visto, era all’ospedale e respirava a fatica. “Voglio ricordare tutto”, diceva. “Voglio ricordare ogni cosa”.

Al cimitero, mentre stanno seppellendo la bara, lei si stacca dal cordone di famigliari e cammina e viene verso di me. “Hai portato il registratore?”

Devo pensarci, non ne sono sicuro. Poi lo trovo, era nella tasca interna della giacca. “Sì, l’ho portato”.

“Accendilo, devo dire una cosa”.

Lo accendo, inizio a registrare. Lei inspira, fa per parlare. Restiamo per un po’ in silenzio, finché la bara non scompare del tutto e lei cambia idea, tornando dai famigliari.

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Postludi dell’Ermanno https://minimaetmoralia.it/estratti/postludi-dellermanno/ https://minimaetmoralia.it/estratti/postludi-dellermanno/#comments Thu, 22 May 2014 17:45:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20868 È nata da un mesetto una nuova collana di narrativa italiana, coordinata da Vanni Santoni. Con una decisione di quasi-incoscienza la Tunué, una piccola casa editrice di Latina, ha pubblicato i primi due libri, Stalin+Bianca di Iacopo Barison e Dettato di Sergio Peter. Questo che vi presentiamo è un estratto di Dettato.

di Sergio Peter

Si sa che i prodotti dell’alveare hanno delle proprietà benefiche nella loro assunzione, scrive l’Ermanno nella sua opera principale Le mie api nel tempo, mi sono sentito dire che non è detto, dice, prima di tutto non sono ciarlatanerie, ma in termini reali sono affermazioni da parte di studiosi in tutto il mondo, dice, in quanto le api sono ben duecento milioni di anni che esistono prima della comparsa dell’uomo sul pianeta Terra e nella natura ci sono continui mutamenti, è in evoluzione, scrive, e poi la pappa reale è prevenzione, agisce come vaccino, il che non è poco dato che non sai mai quello che ti può capitare, scrive l’Ermanno, e inoltre la propoli buca le cellule di tutti i tipi di tumore e li fora come un colabrodo tant’è che, altra cosa da valutare, così l’Ermanno, chi è protagonista come apicoltore della vita delle api, come lui, dice l’Ermanno e infatti così scrive nell’opera Le mie api nel tempo, raramente è attaccato da forme tumorali.

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È nata da un mesetto una nuova collana di narrativa italiana, coordinata da Vanni Santoni. Con una decisione di quasi-incoscienza la Tunué, una piccola casa editrice di Latina, ha pubblicato i primi due libri, Stalin+Bianca di Iacopo Barison e Dettato di Sergio Peter. Questo che vi presentiamo è un estratto di Dettato.

di Sergio Peter

Si sa che i prodotti dell’alveare hanno delle proprietà benefiche nella loro assunzione, scrive l’Ermanno nella sua opera principale Le mie api nel tempo, mi sono sentito dire che non è detto, dice, prima di tutto non sono ciarlatanerie, ma in termini reali sono affermazioni da parte di studiosi in tutto il mondo, dice, in quanto le api sono ben duecento milioni di anni che esistono prima della comparsa dell’uomo sul pianeta Terra e nella natura ci sono continui mutamenti, è in evoluzione, scrive, e poi la pappa reale è prevenzione, agisce come vaccino, il che non è poco dato che non sai mai quello che ti può capitare, scrive l’Ermanno, e inoltre la propoli buca le cellule di tutti i tipi di tumore e li fora come un colabrodo tant’è che, altra cosa da valutare, così l’Ermanno, chi è protagonista come apicoltore della vita delle api, come lui, dice l’Ermanno e infatti così scrive nell’opera Le mie api nel tempo, raramente è attaccato da forme tumorali.

È risaputo, a proposito del comune di Grandola, in riguardo alle sorgenti dell’omonima Val Sanagra, che l’acqua che sgorga è più buona di quella della Val Cavargna, e questo è risaputo, scrive l’Ermanno all’inizio della sua Cronistoria idrica del comune di Grandola, per essermi stato tramandato dal mio defunto padre Pietro, ma c’è di più, egli scrive, si rileva pure che la montagna Crocione è povera di sorgenti e tra l’altro ai tempi che furono nel sito Bergesa, dov’è una valle, esisteva un mulino, come fu detto da mio padre, e c’è dei resti che bisognerebbe risalire nel capire cos’erano, quei ruderi, ma come posso dire, così l’Ermanno, mio padre era restio, io tutto quello che accennava lo serbo, in quanto lo sentivo più volte ascoltandolo in tutti gli attimi, per ora ho concluso, dice.

E per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, in riguardo alla situazione idrica del comune di Grandola ed Uniti, il primo acquedotto fu fondato in località Muruseii. Invece ad Ulzeran viene captata la sorgente dalla quale, lungo le tubature sotto terra, hanno condotto l’acqua fino alla piazza; e poi nel mio insieme, può dire l’Ermanno per esperienza personale, vi è il tubo a vista di Venusc cam grant, che scende senza più farsi vedere a Scarea e da lì l’acqua arriva a Ciassina, annota l’Ermanno con sicurezza, per aver sentito dire da mio padre Guaita Pietro, scrive, così compila la sua terza e ultima opera, intitolata Nozioni tramandenziali della famiglia Guaita. Ma l’acqua è un bene di tutti, e non ci sono più eloquenze da citare, scrive l’Ermanno, così conclude senza nominare il Füntanin di öf, conosciuto nei territori limitrofi per l’odore di uova marce dell’acqua che da lì sgorga.

Io tutto questo lo so perché mi ha scritto delle lettere di sua mano l’Ermanno, contenenti tutta l’opera completa dell’Ermanno, e non so perché me le ha spedite proprio adesso, anche se per la verità un motivo ci sarebbe, quella cosa dei prati, delle storie che sorgono dai campi, che spuntano fuori come funghi, che mi è venuta in mente un giorno mentre ero lì al Prato Verde (Prato Aperto), sopra Bene Lario, ero lì e mentre guardavo per terra una conchiglia, non so da dove, ero in giro per censire le farfalle diurne, ho sentito quella cosa che si dice, che qui ci sono giù delle impronte che appartengono al diavolo, come delle zampette, guarda questa potrebbe essere la traccia di uno zoccolo, dicevano i pastori e tramandavano nelle orecchie di padre in figlio e via dicendo fino a noi, si vede in rilievo il piede caprino del demonio, erano sicuri, così nascono le storie dai prati, da queste mezze curve intarsiate nella pietra da millenni, dai fossili intravisti sulla superficie dei massi, guarda, guarda qui esclamano, qui dev’essere per forza passata a notte fonda una mandria di cavalli condotta da streghe e stregoni fino ai luoghi delle loro riunioni, intorno agli alberi danzano e saltano incappucciati con corone di pioppo e finocchio in testa e poi vanno a sedersi, ma sento altri, soprattutto in vista di Grona, li sento che dicono ch’ebbe luogo dal Galbiga un’eruzione vulcanica e le bestie, orsi galline muli cinghiali cervi volpi, in fuga alla guida del diavolo lasciarono questi segni poi impressi per sempre dalla colata lavica, nel frattempo le donne dicono siano tracce, tracce sicure e non false, del passaggio della madonna, di una sua apparizione, o addirittura dell’arca di Noè, sostengono i fedeli, e siccome m’era sorto il dubbio a sentire tutte queste cose venir su da terra, queste voci lì nell’orecchio in quel momento, sono andato a Velzo e ho chiesto aiuto all’Ermanno, visto che lui oltre ad essere apicoltore e cantante è anche agricoltore, ed è così che mi ha scritto le lettere spedendole in via san Rocco numero 9, lettere di cui io sono stato costretto a fare solo un sunto approssimativo sopra, avendo raccolto previamente il suo consenso da uno sguardo.

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Torino Film Festival, Italia https://minimaetmoralia.it/cinema/torino-film-festival/ https://minimaetmoralia.it/cinema/torino-film-festival/#comments Mon, 16 Dec 2013 14:57:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17079 Alzando gli occhi e guardando il Sole, in realtà, vediamo soltanto un ricordo, la proiezione del Sole com'era otto minuti fa. Lo stesso discorso vale per le stelle – la luce di alcune, addirittura, ci arriva quando sono già morte, esplose nello spazio infinito. Questi, all'incirca, erano i pensieri con cui lottavo durante l'ultimo TFF, svoltosi dal 22 al 30 novembre, con Paolo Virzì all'esordio nella carica di direttore artistico. Si è letto e proclamato ovunque: è stato un successo, un'affluenza al di sopra delle aspettative e una mole di incassi in aumento del 31%, perlomeno rispetto al 2012. Perché, allora, pensavo al Sole e alle supernove?

Un po', lo ammetto, perché i trionfi hanno un lato inquietante, sepolto nel timore che tutto possa finire da un momento all'altro. Giravo per Torino, guardavo bei film, evitavo gli appostamenti Rai per non finire nel programma di Marzullo. Facevo questo ed altro, mentre le code fuori dai cinema dimostravano che il pubblico era presente, disposto a far parte dell'ingranaggio e a ridare speranza ai produttori e agli addetti ai lavori. Eppure, non so, continuavo ad avere una sensazione ambigua – da un lato ero felice, dall'altro paragonavo l'atmosfera festosa a quella dei funerali gipsy, dove si mangia e si beve per giorni e così ci si congeda dal morto.

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Alzando gli occhi e guardando il Sole, in realtà, vediamo soltanto un ricordo, la proiezione del Sole com’era otto minuti fa. Lo stesso discorso vale per le stelle – la luce di alcune, addirittura, ci arriva quando sono già morte, esplose nello spazio infinito. Questi, all’incirca, erano i pensieri con cui lottavo durante l’ultimo TFF, svoltosi dal 22 al 30 novembre, con Paolo Virzì all’esordio nella carica di direttore artistico. Si è letto e proclamato ovunque: è stato un successo, un’affluenza al di sopra delle aspettative e una mole di incassi in aumento del 31%, perlomeno rispetto al 2012. Perché, allora, pensavo al Sole e alle supernove?

Un po’, lo ammetto, perché i trionfi hanno un lato inquietante, sepolto nel timore che tutto possa finire da un momento all’altro. Giravo per Torino, guardavo bei film, evitavo gli appostamenti Rai per non finire nel programma di Marzullo. Facevo questo ed altro, mentre le code fuori dai cinema dimostravano che il pubblico era presente, disposto a far parte dell’ingranaggio e a ridare speranza ai produttori e agli addetti ai lavori. Eppure, non so, continuavo ad avere una sensazione ambigua – da un lato ero felice, dall’altro paragonavo l’atmosfera festosa a quella dei funerali gipsy, dove si mangia e si beve per giorni e così ci si congeda dal morto.

Gli incassi, come ho già accennato, sono passati dai 205.000.000 euro del 2012, l’ultima edizione diretta da Gianni Amelio, ai 265.000.000 euro del 2013. Scegliendo Virzì, dopo gli anni di Moretti e del citato Amelio, si è continuato a puntare su figure professionali, di una certa presa, che potessero agire a più livelli. Ad esempio, quando il regista livornese entrava in sala per presentare un film, lo faceva in compagnia di una banda musicale, un quartetto imbardato da sagra del paese. La banda marciava e suonava il trombone, commentando così il suo ingresso.

Mentre origliavo i discorsi altrui, ho sentito qualcuno dire: “Siamo passati da Gianni Amelio, che sembrava un prete, all’allegria e ai tromboni di Virzì”. Il pubblico apprezzava, i film erano belli. C’era un’atmosfera di festa, l’ho detto, e per un attimo si scordava la situazione del cinema in Italia, la fatica di produrre e girare un’opera nel paese dove i cinepanettoni “sono film di interesse culturale”.

Tuttavia, sempre allo stesso festival, ho sentito dire al produttore di Salvo (una pellicola italiana che sta girando il mondo ed è semisconosciuta in Italia) che la gestazione del film ha avuto infiniti passaggi, altrettanti problemi, ed è durata quasi una decina d’anni. Com’è possibile?, mi chiedevo, mentre pensavo alle sale deserte in cui mi imbatto d’inverno, d’estate, in tutte le stagioni, quando vado a vedere i film cosiddetti d’autore – a meno che gli autori non siano Woody Allen o Sorrentino, perché in quel caso le sale si riempiono. Non so, non riuscivo a capire. Dieci anni sono tantissimi. D’altro canto, per qualcuno è difficilissimo, per altri molto più facile. Pif ha dichiarato che, dopo il successo de Il testimone, un produttore l’ha chiamato e gli ha chiesto di girare un lungometraggio. Se non aveva idee, addirittura, gliene avrebbero date loro. Il risultato, buono peraltro, è stato La mafia uccide solo d’estate. Eppure, pensavo, lo squilibrio è troppo: dieci anni contro una semplice telefonata.

Un altro dato: all’ultimo TFF, le sale erano piene di giovani. No, non c’erano solo gli anziani, con l’abbonamento e le bottiglie d’acqua minerale e un sacco di tempo da spendere. C’erano anche i giovani, tanti, e non si trattava di un live di Emis Killa o del nuovo The Avengers, ma di un festival cinematografico internazionale – uno di quelli veri, coi film polacchi e indiani e venezuelani. Apro questa  parentesi, per sfatare un eventuale mito in cui talvolta ho creduto anch’io: è vero, si è perso il trait d’union che ha collegato la generazione dei maestri (Fellini, De Sica, eccetera) a quella di Moretti, eppure c’è ancora un pubblico e questo pubblico si è rinnovato, tenendo fede al cambiamento. Il cinema italiano, rispetto al passato, si è disperso in realtà più marginali, forse meno “vistose” o propense ai grandi numeri, tuttavia mantiene un seguito e un’identità precisa e resta il sogno di molti giovani. Ne ho visti tanti, alla fine delle proiezioni, andare dai registi in sala a stringergli la mano e dirgli: “Sai, anch’io vorrei fare il regista. Spero di farcela, prima o poi”. Ve l’assicuro: erano troppo emozionati, troppo commossi per essere degli impostori.

Ma il Sole, le supernove. Scrivendo l’articolo, avrei potuto cambiare approccio, e fare un resoconto dei film migliori e accanirmi contro quelli brutti, per poi lodare il lavoro del direttore. Invece, ho pensato che recensire film, riassumerli in due righe e incollare una scheda, non fosse così importante. Forse, è più importante capire se il successo di questo festival, la sua luce abbagliante, è in realtà il riflesso di un passato magnifico, l’ultimo respiro di un panorama asfittico e pronto a morire. Oppure, se è la scintilla che dà vita a un’era, il Big Bang in cui credere per i prossimi cinquant’anni, augurandosi un futuro più roseo. Non so, non l’ho ancora capito, ma voglio sperare nella seconda ipotesi. Guardavo le lunghe file e i manifesti e pensavo: mi trovo a un funerale oppure  a un battesimo?

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Intervista a Gipi https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-gipi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-gipi/#comments Sun, 24 Nov 2013 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16588 di Iacopo Barison

Sono le 09:30 del mattino. Incontro Gipi nella hall di un hotel di lusso, nel centro di Torino, e subito ci scambiamo opinioni sulla notte appena trascorsa. Lui ha dormito pochissimo, solo tre ore, dice, e io qualche ora in più, ma sempre poco.

La sera prima, c'è stata la presentazione di Unastoria al Circolo dei Lettori. Un successone, annunciato in pompa magna da Paolo Virzì e applauditissimo dal pubblico. Tuttavia, riassumerei l'intervento di Gipi con un suo pensiero: uno solo, poiché basta a descriverlo sia come uomo che come artista. Riferendosi al potere dell'ispirazione, al suo soggiorno a Parigi e al suo ritorno in Italia, Gipi ha detto: “A Parigi non mi veniva niente, non disegnavo più niente, così ho pensato che a me piace disegnare il cielo sopra l'Ipercoop, nella campagna pisana, e allora sono tornato in Italia”.

Io: Intanto, ho letto Unastoria, e adesso ho il terrore di arrivare a cinquant'anni. Sono andato a controllare la tua età, e ho notato questo parallelismo col protagonista del libro. È così brutto avere cinquant'anni?

Gipi: (Ride). La mia è una condizione un po' particolare. Sono senza figli. Di solito le persone, quando passano la metà dell'esistenza, quando entrano nell'area anziani, si dimenticano l'età e si consolano per il fatto di avere dei figli. Io non ne ho, e quindi non ho nemmeno la possibilità di allontanarmi dalla mia esistenza, occupandomi al 100% di qualcun altro. Sono alle prese col mio corpo e col mio cervello esattamente come quand'ero ragazzo.

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GIPI

Sono le 09:30 del mattino. Incontro Gipi nella hall di un hotel di lusso, nel centro di Torino, e subito ci scambiamo opinioni sulla notte appena trascorsa. Lui ha dormito pochissimo, solo tre ore, dice, e io qualche ora in più, ma sempre poco.

La sera prima, c’è stata la presentazione di Unastoria al Circolo dei Lettori. Un successone, annunciato in pompa magna da Paolo Virzì e applauditissimo dal pubblico. Tuttavia, riassumerei l’intervento di Gipi con un suo pensiero: uno solo, poiché basta a descriverlo sia come uomo che come artista. Riferendosi al potere dell’ispirazione, al suo soggiorno a Parigi e al suo ritorno in Italia, Gipi ha detto: “A Parigi non mi veniva niente, non disegnavo più niente, così ho pensato che a me piace disegnare il cielo sopra l’Ipercoop, nella campagna pisana, e allora sono tornato in Italia”.

Io: Intanto, ho letto Unastoria, e adesso ho il terrore di arrivare a cinquant’anni. Sono andato a controllare la tua età, e ho notato questo parallelismo col protagonista del libro. È così brutto avere cinquant’anni?

Gipi: (Ride). La mia è una condizione un po’ particolare. Sono senza figli. Di solito le persone, quando passano la metà dell’esistenza, quando entrano nell’area anziani, si dimenticano l’età e si consolano per il fatto di avere dei figli. Io non ne ho, e quindi non ho nemmeno la possibilità di allontanarmi dalla mia esistenza, occupandomi al 100% di qualcun altro. Sono alle prese col mio corpo e col mio cervello esattamente come quand’ero ragazzo.

Io: Quindi c’è un parallelismo fra la tua persona e il protagonista di Unastoria?

Gipi: C’è, nel senso che quel libro è venuto dopo una pausa non voluta dal disegno di cinque anni. Il protagonista è uno che è finito in manicomio. Io, se faccio un po’ di bilanci, mi accorgo non solo della quantità di energie dedicata all’invenzione di storie, ma anche di quanto la mia esistenza e la mia felicità sia stata determinata da ciò che raccontavo mentre stavo al mondo. Che è una cazzata, veramente, è assurdo.

Io: Be’, dipende.

Gipi: Sì, però… sei infelice perché non ti viene nulla da raccontare. Se ci pensi è strano. Vuol dire che la tua vita ha preso un taglio particolare.

Io: In fondo, è esattamente come negli altri lavori, come quelli che lavorano sempre e se non lavorano stanno male.

Gipi: Il problema è che demoliva alla base l’idea di me. È come se non ci fosse nient’altro che quello. Fa un po’ impressione.

Io: Pensi che lavorare a Unastoria abbia avuto un valore terapeutico?

Gipi: Non lo so ancora, è fresca. Di sicuro, farla mi è servito per ritrovare una misura di me come raccontatore di storie a fumetti. È così difficile rispondere alla domanda: “Tu cosa sei?”, e forse è anche sbagliato saper rispondere. Però io ho sempre saputo rispondere. Dicevo: “Io sono uno che fa i fumetti, che fa le storie”, e quando non mi venivano più, non avevo più risposte, capisci? A vent’anni va bene non avere idea di che cazzo sei, però a cinquanta ti spaventa. Poi è servita… secondo me c’è un processo di perdono di un po’ di cose lì dentro, cose della mia vita privata che magari solo io vedo.

Io: Ieri, alla presentazione, hai detto che c’è stato un prima e un dopo Le invasioni barbariche. (Mi riferisco all’apparizione televisiva di Gipi, avvenuta nel lontano 2008, al programma di Daria Bignardi. Evento che, per un caso del destino, sembra coincidere con l’inizio dei cinque anni di pausa). Possibile che uno, quando ha vent’anni, sogna il momento di avere certezze e garanzie, di vedere il proprio lavoro riconosciuto, e poi, quando finalmente accade, si blocca all’improvviso? Sembra un paradosso…

Gipi: Non lo so. Da un lato è chiaro che se hai una media sicurezza che il tuo lavoro verrà letto, ti dà una sensazione di tranquillità. Dall’altra parte, per me, questo lavoro è come fare una strada, in macchina, una strada lunga chilometri. Non sai dove vai, però hai un gusto assoluto nel farti scorrere il paesaggio intorno, e poi ci sono dei motel molto accoglienti. Il rischio del riconoscimento è di trovare un motel troppo accogliente.

Io: Però, anni e anni fa, avresti messo la firma per arrivare dove sei oggi.

Gipi: C’è una cosa della quale sono veramente felice: che ho trovato una voce mia. Quello sì, perché quello mi faceva soffrire da ragazzo. Non tanto il fatto che ti pubblichino o non ti pubblichino, che ti paghino o non ti paghino, ma sentirsi sempre lo specchio di qualcun altro, sentire la somiglianza di questo o quest’altro. Anche ora somiglio e mi specchio con le cose che ho amato, con gli altri disegnatori e scrittori, figuriamoci, però la cosa che mi faceva soffrire da ragazzo era non essere qualcuno come disegnatore, non avere una mano mia, un taglio mio, e soprattutto non avere la capacità di abbandono che ho adesso. Ora, quando disegno, non mi chiedo chi sono o che tipo di disegnatore sono, invece da ragazzo tremavo. Il riconoscimento è una roba che ti scalda, ma io credo che abbia dei lati, se hai un carattere come il mio, anche pericolosi. Cioè, che ti possono fermare.

Io: Eppure, non dovendo fare il turno di notte in fabbrica o il lavapiatti, scrivere e disegnare diventa più semplice.

Gipi: Su questo non ci piove. Quando lavoravo in fabbrica, col cazzo che disegnavo. Non ero così forte. Da quel punto di vista sono un privilegiato, lo so benissimo. Non ho il minimo dubbio su questo.

Io: Come mai, nei tuoi lavori, persiste il leitmotiv della guerra?

Gipi: Penso per due o tre motivi, qualcuno più sofisticato e nobile e qualcuno più terra terra. Quelli più terra terra sono come i leitmotiv di Spielberg, cioè il fatto che da ragazzino sono cresciuto coi racconti di guerra, col giocare alla guerra, con la seconda guerra mondiale relativamente fresca alle spalle. Rappresentare quelle cose era un gioco infantile – disegnare le uniformi, apprezzarne il lato estetico. Dall’altro lato, c’è il fatto che i racconti di umanità di mio padre erano tutti ambientati in quel periodo storico, e io sono cresciuto facendomi un’idea di uomo… riferendomi a una persona che comunque era corsa in un campo con un MG 34 tedesca che gli sparava dietro, mentre i miei problemi erano che, magari, non trovavo il disco dei Joy Division, capito cosa voglio dire? Quindi, quando voglio andare a riflettere su sentimenti primitivi, utilizzo l’ambientazione di guerra.

Io: Allora c’è un lato universale nella guerra, qualcosa che ci fa ancora cacare sotto a distanza di anni.

Gipi: Non lo dicevo io, lo diceva Emerson, e non lo so perché ho letto Emerson. (Ride). O meglio, è la frase che sta all’inizio di Salvate il soldato Ryan. In guerra, l’uomo misura l’uomo. Cioè, rimane solo la vita e la morte, non c’è praticamente altro. Che è una roba orribile, non vorrei che si pensasse che io ho una qualche fascinazione. Però, se sei un contemporaneo occidentale italiano, benestante, e la tua vita è al 90% fuffa, stronzate, è chiaro che pensando a quella condizione ti senti una nullità, e ti viene da riflettere su cosa significa essere un uomo. Io sono fissato, ho letto tutti i libri di Revelli sulla seconda guerra mondiale. Cioè, io impazzisco per ‘ste robe.

Io: E Call of Duty, invece?

Gipi: (Ride). Call of Duty è l’opposto. Ti leva l’umanità e ti lascia solo l’AK-49.

Io: Com’è la tua giornata tipo, quando ti svegli e non hai voglia di lavorare? Quando il disegno e le attività collegate, per te, diventano solo un obbligo.

Gipi: Voglio precisare che io non ho praticamente MAI voglia di lavorare. Se io potessi campare giocando solo a GTA 5, è molto probabile che starei sempre a giocare.

Io: Non ci credo, dopo due settimane di nulla staresti male.

Gipi: Forse sì. Forse parlo così perché ho passato un anno intero a disegnare. No, vabbè, in realtà per questo libro ho proprio avuto il desiderio di stare lì con la carta in mano, ma spesso è una cosa che ti metti al tavolo e dici, bene, la mia giornata sarà questa, e allora il disegno viene e ti dice, ok, sto con te. Io la vivo così. Non la vivo di volontà. La vivo come una cosa che… se ti metti in una determinata condizione, il disegno sceglie lui di farsi una pomeriggiata con te. E quindi devo fare delle procedure…

Io: Ti è mai capitato di metterti lì a lavorare e passare due ore a vuoto, senza che ti venisse nulla?

Gipi: No. Forse perché, per esperienza, riesco a sentirlo prima. Riesco ad anticiparlo. Il problema è proprio mettere il culo sulla sedia giusta, è tutto a monte. Poi ci sono i giorni che disegni meglio e quelli che disegni peggio, soprattutto con le illustrazioni. Col fumetto no, è tutto abbastanza standardizzato.

Io: Ho visto L’ultimo terrestre e mi è piaciuto parecchio. Tuttavia, notavo questa differenza di stile fra i tuoi film e i tuoi fumetti. I tuoi fumetti mi viene da paragonarli a… non so, a una poesia, hanno proprio l’andamento, la musica di una poesia. Invece, il film si discosta molto da questa visione.

Gipi: Devi pensare che L’ultimo terrestre è il primo film, l’ho fatto in un periodo in cui, a me, non veniva niente da scrivere, quindi l’ho fatto sulla storia di un altro. E poi, come regista, è anche stato l’esame della patente. Cioè, non mi sentivo nemmeno di fare di più, di provare. Avevo troppa paura.

Io: Quindi è stata una scelta istintiva?

Gipi: Mi è venuto istintivo essere pragmatico.

Io: La scena più bella del film, quella tutta inquadrata dall’interno della macchina, dove malmenano il transessuale, è molto forte. Sono sicuro che in un fumetto l’avresti fatta diversamente.

Gipi: È buffo. Quella roba lì, somiglia moltissimo ai primi fumetti che facevo, a quelli che pubblicavo su Boxer quando te eri piccino, probabilmente. (Ride). Ho avuto la stessa paura che avevo nel fumetto, quando ancora non avevo un taglio mio, più particolare. La stessa paura mi si è replicata nel cinema. Infatti, le cose che ho fatto dopo e che non hai visto, tipo Wow, l’ultimo film che ho blindato in casa mia…

Io: (Da videogiocatore incallito, sono costretto a interromperlo). C’entra con World Of Warcraft?

Gipi: C’entra perché si chiama Wow e io, nel film, per non pensare a determinare cose, mi metto a giocare a World of Warcraft dalla mattina alla sera. Questo film è molto, molto più simile a un fumetto mio, sia come immagini che come ritmiche. C’è la voce narrante che fa lo stesso lavoro della voce narrante nei fumetti.

Io: È interessante. È come se stessi facendo lo stesso percorso che hai fatto con i fumetti.

Gipi: Sì, non so se lo sto facendo, nel senso che col cinema non so mai se ho smesso. Se non ho smesso, credo di stare facendo lo stesso percorso. Sono cose che devi imparare, perché sono due mezzi differenti. Non è che dici ora lo faccio (schiocca le dita). Non io, perlomeno. Sono cose che devi imparare e sperimentare, per vedere ciò che funziona.

Io: Il cinema italiano ha un problema di pubblico o di spazio? Se il tuo film fosse stato distribuito in duecento sale, come sarebbe andato?

Gipi: Per avere un’opinione su questo, non conosco abbastanza la situazione del cinema italiano. Non conosco il meccanismo, direi una cazzata. Di sicuro voglio sperare che se il mio film fosse stato fuori con più di quaranta copie, magari qualche spettatore in più l’avrebbe avuto.

Io: Domanda provocatoria. Rispetto a quando c’era Fellini, il pubblico si sta instupidendo?

Gipi: No, secondo me i bei tempi non sono mai esistiti, come direbbe Vonnegut.

Io: L’artista, secondo te, ha degli strumenti per difendersi dal degrado culturale, oppure è destinato a farsi inghiottire e soccombere?

Gipi: Io voglio sperare che chiunque abbia gli strumenti. Non ritengo che il mestiere dell’artista sia più sofisticato di altri mestieri. Ho sempre pensato che essere un artista equivalga a dire: “Ho una gamba più corta dell’altra”. Ce l’hai e basta, fine. Una delle poche cose che mi interessano al mondo è la libertà assoluta. Immagino che il desiderio di libertà, sia intellettuale che pratica, sia una cosa che ti può preservare un minimo.

Io: Ma sei speranzoso?

Gipi: Io sono sempre speranzoso. Voglio dire, c’è stato il nazismo. Le persone hanno passato questo, pensa te. Pensa se eri un ebreo polacco nel ’39.

Io: So che ti piacciono i videogiochi. Di solito, quando si toccano questioni del genere, si tende a identificarle col lato giovane di un individuo, con la sua voglia di leggerezza. Secondo te, i videogiochi possono davvero trasformarsi in arte?

Gipi: Le esperienze artistiche più profonde, nell’ultimo anno, le ho avute con GTA 5 e con The Last of Us. Io spero che inizino a fare i videogiochi per anziani! La questione è quale quantità di emozione e sentimento ti arriva, e io ho avuto dei momenti in GTA dove la quantità di emozione è stata enorme. Ho pianto giocando a The Last of Us. Ho riflettuto sull’idea di tortura nella scena in cui Trevor tortura il tipo nel magazzino. Io volevo smettere di giocare, volevo dire no, andate affanculo, non lo voglio fare. Però lo fai e in fondo ti sblocca il trofeo It’s legal!, è tutto legale. Io l’ho trovato meraviglioso, una delle mosse di critica al sistema più sofisticate che abbia visto negli ultimi anni. Per cui, voglio dire, cosa gli manca? Mi fermo, guardo il paesaggio e dico, cazzo, che bellezza. Guardo i riflessi sui palazzi, le luci, e mi emoziono come guardando un dipinto.

Io: Forse, è proprio la natura dei videogiochi (stare ore seduti in poltrona, con le cuffie e il pad in mano) a essere un po’ alienante.

Gipi: Be’, ma tu pensi che tutti guardino un quadro di Monet allo stesso modo? Tipo la comitiva di turisti che non gliene fotte un cazzo e passa davanti a un’opera e dice: “Oh, guarda che bello”, e poi se ne va. Però c’è anche chi arriva e si ferma. Io ho un sacco di amici che si fermano con la moto su qualche tornante di GTA a guardare il paesaggio.

Io: Io tendo a essere un po’ più pratico, quando gioco.

Gipi: (Ride). Perché sei più giovane. Quando sarai anziano e ci saranno i videogiochi per anziani, anche tu diventerai contemplativo.

Io: In chiusura, perché in Unastoria non si ride mai? Di solito, anche ai margini, tendi a essere più ironico.

Gipi: Lo humour che percepisco ora, e non quando l’ho fatto, in La mia vita disegnata male, lo trovo una paraculata. Come un mezzo o uno schermo per fare colpo. Volevo fare una cosa senza humour, dove non ci fossero protezioni, dove non ci fosse il momento in cui ti faccio ridere e poi, subito dopo, quello in cui dico una cosa seria. No, volevo andare dritto, serio, che per me è molto difficile. Ci è voluto più coraggio in questo che a raccontare le storie del pisello ne La mia vita disegnata male. Questo lo volevo così, a mazzata. Nei mesi in cui l’ho fatto, la mia attitudine era quella. Ero un po’ così, (Ride), scurito.

Io: Ultima domanda. Senza risposta di default, possibilmente. Ti va di fare un bilancio professionale?

Gipi: È come dicevo prima. È come una strada. Ho sempre la paura che prenderò un Tir in faccia, da un momento all’altro. Ho sempre la sensazione che morirò entro un mese, per cui non so mai cosa farò. Ora, però, sto facendo una storia nuova. Se il Tir mi scansa, sto facendo una storia in bianco e nero, completamente diversa da ciò che ho fatto finora. Si intitola La terra dei figli. Se non mi scoppia in mano, e a volte succede, sarà una storia molto lunga, senza voce narrante e senza colori ad acquerello. Senza tutte le cose che fanno di me il raccontatore un po’ poetico, quello che commuove i lettori. Per me fare questo è importante. Cioè, fare una storia che, per stavolta, si regga solo sul plot e sui personaggi, e basta. Perché mi piace così. Perché, se mi ripeto, mi sembra di pigliarmi per il culo. Avverto qualcosa che mi spinge ad andare avanti. Cambia proprio il paesaggio, capisci? Dev’essere così, sennò non mi diverto.

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