Ian Dury Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ian-dury/ un blog di approfondimento culturale Mon, 17 Mar 2014 15:48:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ian Dury Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ian-dury/ 32 32 Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/#comments Mon, 17 Mar 2014 14:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19367 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l'autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

La scena, e anche il clima, è abbastanza surreale. E non c’entra niente con le ultime 24 ore di PPP, prima della notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 in cui fu ucciso. Dal treno scende Ninetto Davoli in papillon e marsina, con un pacchetto regalo in mano e gli occhi (a 65 anni) ancora ridarelli che amava Pasolini. Dice che gli fa strano, che gli sembra di rivivere Pier Paolo. Lo segue Riccardo Scamarcio in assetto coatto-fricchettone, trascinando cinque valige apparentemente molto pesanti. È una sequenza di Porno-Teo-Kolossal, film incompiuto che il regista voleva realizzare con Eduardo De Filippo nel ruolo di un re magio deciso ad affrontare un lungo e avventurosissimo viaggio per adorare il Messia, in compagnia dal suo schiavetto: all’epoca doveva essere interpretato da Davoli. Oggi Davoli ha la parte di Eduardo, e Scamarcio quella di Davoli. Tanto per capirsi.

Nel suo Pasolini, che pronuncia con la esse doppia, e che cova da più di vent’anni, Ferrara ha inserito tre scene di Porno-Teo-Kolossal e due di Petrolio, l’altra opera incompiuta: «Posso entrare nella sua mente solo attraverso questa sceneggiatura e questo romanzo, non so nulla della sua ossessione sessuale e non so neanche se chiamarla ossessione, o dipendenza, ma quella morte all’idroscalo di Ostia, in un posto sprofondato nel nulla, è il risultato della sua esistenza. Nell’ultima intervista, quella a Furio Colombo, diceva: Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Io non giudico, questo è il mio viaggio, non il suo».

Non giudica, ma di ossessioni e dipendenze se ne intende, Abel Ferrara: «Ti portano in galera o all’idroscalo, a morire schiacciato da una macchina». Se ne intende perché dai sedici ai sessant’anni ha condotto una vita sostanzialmente Sex & Drugs & Rock & Roll (soprattutto le prime due voci, corroborate dall’alcol). E, passando da Ian Dury a Lou Reed, il suo cinema è stato soprattutto una passeggiata nel Wild Side. Da L’angelo della vendetta a King of New York, da Il cattivo tenente a Fratelli a Go Go Tales, sono tutte esplorazioni nei bassifondi della città e della coscienza: sesso, violenza, dipendenze, follia, oscurità. È considerato un regista concentrato sul peccato, la fede, la redenzione, ma lui non è d’accordo. «Non vedo redenzione nei miei film, i miei personaggi non cambiano mai. Io invece sono cambiato: ero un tossico e non lo sono più. Pulito da un anno e mezzo».

Ha smesso in Italia, in una comunità dalle parti di Caserta a mezz’ora di macchina da Sarno, la cittadina da cui partì suo nonno Abele, che andò a piedi fino a Napoli per imbarcarsi verso il sogno americano. Da anni Ferrara bazzica l’Italia per cercare le sue radici («A New York non ho trovato niente su mio nonno, è impossibile cercare qualcosa su uno di un secolo fa. E pure per il mio certificato di nascita c’è voluto un anno»), ma anche la libertà creativa che, dice, a Los Angeles è ormai una chimera. Trova i fondi, in Italia e in Europa, e questo, vista la condizione del nostro cinema, ha del miracoloso. Su Pasolini ci ha messo qualcosa anche il ministero dei Beni culturali.

La droga. Salvatore Ruocco da Scampia, uno degli attori di Napoli Napoli Napoli, docufiction sulla città girata nel 2009, gli ha dato l’indirizzo giusto: la comunità Leo Amici a Vallo di Maddaloni. «Salvatore non si è mai fatto, ma queste cose le conosce. Napoli e New York sono le due Disneyland della droga e il risultato è una tonnellata di ragazzi distrutti, la distruzione si è infiltrata nella gente. La differenza è che da voi sanno come aiutarti, mentre in America usano la severità al posto della compassione e i ragazzi muoiono. Io non ero mai stato in comunità e qui, per quattro mesi, persone che non mi conoscevano mi hanno dato amore, comprensione, tutto il sapere di un Paese antico come l’Italia, il Sud d’Italia. Mi hanno dato un posto lontano da dove ero abituato a vivere, fra ragazzini di 14 o 15 anni già intossicati da tutto: droghe classiche e moderne. Una vita fantastica, in comunità. In mezzo alla bellezza, cibo buonissimo con i sapori di quando ero bambino, niente internet. Ho passato il tempo a coltivare dei fottuti pomodori come mio nonno».

Appena entra nell’appartamento che lo ospita dalle parti di piazza Vittorio, diventata ormai la Beverly Hills del cinema italiano, Ferrara si leva le scarpe. Pulito dentro e fuori: «Le strade sono così sporche! Qui laviamo i pavimenti tutti i giorni». Vuole mostrarmi un po’ di girato, Willem Dafoe che interpreta PPP. Sullo schermo del computer campeggia l’immagine del Lama Yeshe, maestro tibetano che, per capire la cultura occidentale, si avventurava con monacale innocenza negli strip club ma anche a Disneyland e nei casinò di Las Vegas. Già, il regista che la critica definisce intriso di cattolicesimo, in realtà è buddista. «Da sei anni. Era buddista la mia fidanzata Shanyn Leigh. Un buddista non può drogarsi. Solo quando ho smesso di farmi ho capito che il buddismo è compassione, amore, essere e vivere per altri. Non preghi Gesù o il tuo maestro, ma lo incarni e lo fai tuo. E non credi più alla grande bugia che una striscia di coca, un bicchiere di vino, tante donne e macchine di lusso sono l’unica cosa che ti cambia la vita. L’aspetto incredibile di Pasolini è che aveva questa lucidità, anche se viveva la sua ossessione per i ragazzini di strada. Lui era in mezzo a tutto. E prima della violenza di strada degli anni Ottanta e Novanta, con i ragazzi che si ammazzano per una catena d’oro, aveva già previsto, o forse anticipato, ogni cosa. Era questo che lo terrorizzava».

Dice che, come con Gesù e con il suo Lama, ha assunto dentro di sé anche Pasolini, perché è un suo maestro: «Quando crescevamo e vedevamo i suoi film ci ha portato nel buio, anzi no, nella luce. Il suo cinema è stato un salto spirituale. Non avevamo mai visto cose simili, eravamo venuti su con i film americani, noi. E poi era veramente come Gesù. Il profeta, il martirio non c’entrano niente. Non c’è una croce sulla sua tomba. Ma ho parlato con cento persone che lo hanno conosciuto e lo piangono ancora, nessuno mi ha detto una cattiveria su di lui. Era attento, compassionevole, chiedeva a tutti come stai? hai mangiato? vuoi un caffè?».

Ferrara ricorda quando ha visto Salò al Paris, un cinema elegante sulla cinquantottesima a Manhattan. «Era un bel pomeriggio di sole, eravamo quindici spettatori, c’era anche la principessa Ruspoli. Avevamo portato del vino e del formaggio. Quando siamo usciti eravamo rimasti solo in sette. E nevicava».

Arrivano le immagini di Dafoe, attuale attore feticcio di Ferrara. È la scena dell’intervista francese su Salò. La somiglianza con l’originale è lancinante. «Will è capace anche di levitare se glielo chiedi». Probabilmente non lo doppierà: «Will vive da sette anni in Italia, è sposato con un’italiana, abbiamo confrontato la sua voce con quella di Pasolini. Identica». Poi c’è un’altra scena entrata nell’iconografia pasoliniana: lui che gioca a pallone con dei ragazzetti di periferia, vestito da signore, mica da calciatore. «Nelle ultime 24 ore non credo proprio che abbia giocato, ma lo faceva sempre. Se era in macchina e vedeva una partita, accostava e scendeva in campo».

Conviene ricostruire queste 24 ore, limate dagli inserti cinematografici e romanzeschi che servono comunque a trovare il senso di una fine, visto che Ferrara non ha girato la scena della morte come l’ha riferita, in versioni peraltro contrastanti, Pino Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio. Complotto o no? «Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo. Molti suoi contemporanei sono ancora qui». E allora la sua morte viene letta attraverso la scena orgiastica, o eucaristica, del pratone della Casilina di Petrolio. La sceneggiatura, scritta con Maurizio Braucci (collaboratore di Matteo Garrone per Gomorra e Reality), ricostruisce il ritorno da Parigi, dove aveva presentato il suo ultimo film, la mattutina lettura dei giornali, il lavoro su Petrolio, il pranzo con il cugino Nico Naldini e Laura Betti, l’intervista con Furio Colombo, il rapporto con la madre Susanna, la cena con Ninetto e i suoi bambini da Pommidoro, il rimorchio di Pelosi alla stazione Termini… «Insomma, i due mondi di un intellettuale borghese che di giorno viveva con la mamma e scriveva sui giornali e poi di notte se ne andava a cercare quello di cui aveva bisogno. Pasolini era l’ultimo hippy, o forse l’ultimo freak. La libertà individuale incarnata».

Ferrara guarda le immagini girate fra i marchettari. Street dogs, li chiama: «Guarda questo: ha una faccia da fottuta movie star. Non erano e non sono omosessuali: ragazzini affamati e liberati, come i soldati romani che saccheggiavano, stupravano le donne e scopavano fra di loro quando di donne non ce n’erano».

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I nuovi freak https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/ https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/#comments Mon, 10 Feb 2014 10:04:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18170 Questo pezzo è uscito su XL - la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

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Questo pezzo è uscito su XL – la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

Gli autentici freak esistono ancora, e si esibiscono al sideshow di Coney Island. Alcuni sono deformi dalla nascita, altri hanno imparato a mangiare il fuoco e le spade per entrare nella famiglia. Il Coney Island Circus Sideshow è in scena dall’una alle otto della sera sette giorni su sette da giugno a settembre. Il pubblico è fatto quasi esclusivamente di turisti, prevalentemente famiglie ma anche ventenni o giovani coppie. Alcuni numeri sono più gore (performer che si infilano chiodi nel naso o spade in gola e poi chiedono a un fortunato spettatore di estrarre l’oggetto), altri inchiodano alla sedia per fascino e bellezza (i numeri dei mangiatori di fuoco per esempio).

Rush Aaron Hicks ha ventott’anni e ha iniziato a lavorare al sideshow di Coney Island poco più di un anno fa. “Sono stato preso a lavorare qui su due piedi senza che nemmeno sapessi cosa fosse un sideshow”, racconta. “Vengo da Charlestone, South Carolina, lì non esiste niente del genere. Ho iniziato ed è stato un colpo di fulmine. Ho capito che volevo imparare tutto e in un paio di settimane camminavo sui chiodi, mangiavo il fuoco, ingoiavo spade”. Gli chiedo com’è che si impara e lui dice che dipende e che “a ingoiare spade non trovi nessuno che t’insegna, è troppo pericoloso. C’è un sacco di gente che muore ingoiando spade, e non c’è un solo mangiatore di spade che non sia finito almeno una volta in ospedale. E allora impari da solo”.

Il vero motivo per cui Rush è qui è una malattia genetica che si chiama sindrome di Ehlers-Danlos. “Interferisce col collagene del corpo rendendo elastica ogni cellula e legamento, e ossa e organi interni scollegati tra loro. In pratica sono elastico. Ci sono nato ma all’inizio non si vedeva. Mi è stata diagnostica a sei anni, vedendo che ero esageratamente elastico. Per cui è da quando ho sei anni che so di essere diverso dagli altri”. Questa diversità, nel suo come in altri casi, qui però diventa valore aggiunto rendendolo pari a un supereroe capace di attorcigliarsi braccia e gambe, di tirare la pelle fino all’inverosimile, o di camminare sui chiodi con uno spettatore sulla spalle e non farsi mai male. “Dai medici non ci vado più”, continua Rush. “Ogni volta che andavo da un medico mi diceva cose terribili. La mia non è una malattia comune, e la maggior parte di quelli che ce l’hanno muoiono giovanissimi di infarto o perché i polmoni collassano, perché anche gli organi interni sono intaccati, e si muovono, si dilatano, cuore, polmoni, tutto. A me avevano detto che con l’adolescenza mi sarei aggravato e prima dei vent’anni sarei finito in sedia a rotelle e invece ora sto benissimo. Mi avevano detto di non fare attività fisiche. Mi avevano detto addirittura di non piegare le dita perché altrimenti mi sarebbe venuta l’artrite. E invece più le piego e meglio sto”.

Il sideshow di Coney Island diventa così il luogo dove l’estetica (ma anche l’attitudine) punk incontra un universo di supereroi in carne e ossa. E l’essere freak (fisicamente o anche solo nelle intenzioni) è il tramite che ti permette di essere “uno di loro”. L’accettazione unanime e condivisa del termine freak la capisci dall’indifferenza con cui tutti qui chiamano lo spettacolo sideshow o freakshow. Niente di ideologico o politicamente corretto nell’usare la parola “side” al posto di “freak”. I due termini sono solo sinonimi che mettono in luce i due differenti aspetti della natura di questi spettacoli, ovvero da una parte il loro (voluto o comunque consapevole) restare di nicchia, e dall’altra il loro trasformare ogni deformità in fascinosa particolarità. I performer dei freakshow sono dei diversi e sono ben contenti di esserlo. Del resto è dagli anni del black power, del neo femminismo e del movimento di liberazione dei gay che il rapporto tra freak e non freak si è scardinato. È da allora che artisti fisicamente normali (e sicuramente più illuminati degli altri), mossi dall’urgenza di schivare la normalità, hanno preso a farsi vanto dell’essere freak pur non essendolo. Frank Zappa, per esempio, che con i suoi Mothers of Invention ha deciso di chiamare il primo disco Freak Out!! diventando automaticamente anche lui uno di loro.

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Kryssy Kocktail a Coney Island c’è nata e cresciuta. Ha iniziato a lavorare al sideshow come barista, e quando le hanno chiesto di diventare anche lei performer si è rimboccata le maniche e ha imparato il mestiere. Bionda, grandi occhi blu, bella come Wonderwoman, laureata in medicina, di mestiere artista del sideshow, oggi Kryssy ha tre figli e un marito idraulico, abita sempre a Coney Island. “Quando lavoravo stabilmente al sideshow i figli me li portavo dietro”, racconta Kryssy, “stavano sul palco con me, intervenendo con cose tipo: ‘Mamma, sto morendo di fame!’ Oppure se ne andavano in mezzo al pubblico e facevano anche loro piccoli giochi di prestigio. Erano parte dello show”. Lei nel sideshow c’è entrata più per scelta che per caso. Nel dirlo precisa però che “anche per chi è nato freak venire a esibirsi al sideshow è una scelta. È un modo per trasformare quella che è una malformazione fisica in performance, in qualcosa che gli altri ammirano”.

Mat Fraser prima di entrare nel mondo dei sideshow faceva il batterista. Inglese, bello come una rockstar, ha suonato in diverse punk band malgrado sia focomelico (l’anno scorso ha anche suonato la batteria con Ian Dury e con i Coldplay alle Paraolimpiadi). Poi ha cominciato la sua militanza a favore dei disabili. “E ho cominciato anche a fare cabaret”, racconta. “All’inizio era solo cabaret fatto da disabili per altri disabili. Poi nel 2000 Dick D. Zigun, il fondatore e gestore del Coney Island Circus Sideshow, mi ha aperto la porta e detto: benvenuto a casa. Così ho iniziato a lavorare qui, ed è stata un’esperienza che mi ha permesso di trovare le radici del mio essere freak e al tempo stesso di esibirmi per un pubblico di gente normale. Quando ho iniziato ero l’unico performer natural born freak. Ero considerato la pornografia della gente disabile. I miei show erano visti come una forma di sfruttamento della deformità. Ma io non ho mai smesso di ribattere dicendo: guardate che io mi diverto. E sono io che ho deciso di farlo. Oggi ci sono un sacco di giovani che hanno delle deformità e che vedono la performance come una possibilità. Vengono qua e che in me che suono la batteria malgrado sia focomelico vedono un modello alternativo a quelli imposti dalla cultura dominante”.

Jennifer Miller è la donna barbuta dello show (e molto altro ancora). Di mestiere insegna al Pratt Institute di Brooklyn e di tanto in tanto si esibisce a Coney Island. Drammaturga e performer, da anni dirige il suo Circus Amok con cui reinterpreta la tradizione del circo in chiave postmoderna e drag. “Anni fa camminavo sulla banchina di Coney Island, Dick Zigun mi ha fermata e mi ha chiesto di unirmi allo show. E io ho detto: proviamo. Perché è vero che quest’idea della donna barbuta che debba lavorare nel freakshow era una cosa che cercavo di contestare, ma al tempo stesso mi attraeva. Già all’epoca facevo teatro politico, e questo era un nuovo posto dove farlo per un pubblico che non era il mio solito pubblico del Lower East Side”. Alla domanda cosa ci sia quale sia la parte contemporanea del Freakshow di oggi mi risponde “la nostalgia”. “L’equivalente contemporaneo del Freakshow dovrebbe essere un Reality Show, una sorta di Grande Fratello per soli disabili, e non è quello che facciamo a Coney Island. Il sideshow di Coney Island è nostalgicamente intrappolato nella storia. A farlo è gente che lavora duramente e con serietà, e ripete performance e routine all’infinito”.

Protagonista del film Bending Steel di Dave Carroll, Chris “Wonder” Schoeck non lavora al sideshow di Coney Island, anche se nel film è lì che fa la sua performance migliore. Chris appartiene all’ultima generazione di strongman che si esibiscono piegando travi e altri oggetti di acciaio. Il mestiere lo ha imparato pochi anni fa, e prima ancora ha iniziato a piegare piccoli oggetti di acciaio che trovava per casa. La cosa ha iniziato ad appassionarlo facendolo diventare strongman di ultima generazione. “All’inizio è una cosa che ha a che fare soprattutto con la forza. Ti alleni per trovare la posizione giusta e potenziarti. Poi, man mano che ti evolvi e inizi a piegare roba più complessa, la mente diventa un elemento sempre più importante e impari a disinnescare i segnali che ti manda il cervello quando ti dice che oltre quel limite non puoi andare. Puoi pure essere bravissimo nel piegare l’acciaio, ma sta tutto nel modo in cui coltivi la tua consapevolezza. Solo così da bravo riesci a diventare bravissimo”. Per noi, durante il set fotografico di Ilaria, piegherà una vera sbarra di acciaio. E noi a bocca aperta assistiamo come fossimo a cospetto di qualcuno che avrebbe la meglio su qualunque supereroe.

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