Ian Rush Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ian-rush/ un blog di approfondimento culturale Fri, 29 May 2015 11:29:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ian Rush Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ian-rush/ 32 32 L’Heysel all’inizio della storia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lheysel-allinizio-della-storia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lheysel-allinizio-della-storia/#comments Fri, 29 May 2015 11:29:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27082 di Giacomo Raccis

Il 29 maggio 1985, esattamente trent’anni fa, a Bruxelles si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool: da una parte Platini, Boniek, Scirea, Tardelli; dall’altra Rush, Dalglish, Grobelaar. Juventus e Liverpool sono le due squadre più forti d’Europa; già a gennaio si sono sfidate nella prima edizione della Supercoppa Europea e ad affermarsi è stata la Juventus, con una doppietta del centravanti polacco. Adesso sono arrivate a contendersi nuovamente un titolo europeo, il più prestigioso. Anche per questo una semplice partita diventa, sulla bocca, di tutti, “la partita del secolo”, o “le match dusiècle”, come si sente dire per le strade di Bruxelles.

L’attesa nei giorni precedenti è molto sentita e non priva di tensioni: si dice che un numero imprecisato di hooligans inglesi arriveranno a Bruxelles senza biglietto e che qualcuno abbia messo in circolazione centinaia di biglietti falsi, facendo confluire sulla capitale belga un numero di tifosi enormemente maggiore rispetto alla capienza dello stadio Heysel. Il quale, visto da Avenue des Athlètes, non sembra nemmeno tanto adatto – per bellezza e per struttura – a ospitare un evento sportivo di simile portata.A metà del pomeriggio, quando le strade cominciano a riempirsi di giovani con sciarpe rosse e bianconere, la situazione sembra comunque tranquilla. L’arrivo in città dei tifosi inglesi non ha finora prodotto gli scontri che si temevano. Ed è un bene, perché la polizia belga, schierata lungo le strade e intorno allo stadio, a piedi e a cavallo, non ha per niente l’aria di poter rintuzzare un’eventuale carica.

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Tabellone_Heysel

di Giacomo Raccis

Il 29 maggio 1985, esattamente trent’anni fa, a Bruxelles si gioca la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool: da una parte Platini, Boniek, Scirea, Tardelli; dall’altra Rush, Dalglish, Grobelaar. Juventus e Liverpool sono le due squadre più forti d’Europa; già a gennaio si sono sfidate nella prima edizione della Supercoppa Europea e ad affermarsi è stata la Juventus, con una doppietta del centravanti polacco. Adesso sono arrivate a contendersi nuovamente un titolo europeo, il più prestigioso. Anche per questo una semplice partita diventa, sulla bocca, di tutti, “la partita del secolo”, o “le match dusiècle”, come si sente dire per le strade di Bruxelles.

L’attesa nei giorni precedenti è molto sentita e non priva di tensioni: si dice che un numero imprecisato di hooligans inglesi arriveranno a Bruxelles senza biglietto e che qualcuno abbia messo in circolazione centinaia di biglietti falsi, facendo confluire sulla capitale belga un numero di tifosi enormemente maggiore rispetto alla capienza dello stadio Heysel. Il quale, visto da Avenue des Athlètes, non sembra nemmeno tanto adatto – per bellezza e per struttura – a ospitare un evento sportivo di simile portata.A metà del pomeriggio, quando le strade cominciano a riempirsi di giovani con sciarpe rosse e bianconere, la situazione sembra comunque tranquilla. L’arrivo in città dei tifosi inglesi non ha finora prodotto gli scontri che si temevano. Ed è un bene, perché la polizia belga, schierata lungo le strade e intorno allo stadio, a piedi e a cavallo, non ha per niente l’aria di poter rintuzzare un’eventuale carica.

Quello che non succede fuori, però, succede dentro lo stadio: perché gli organizzatori si sono premurati di mettere agli antipodi i sostenitori organizzati di Liverpool e Juventus, ma hanno assegnato ai tifosi italiani non appartenenti ai club un settore, lo Z, che si trova proprio di fianco ai settori X e Y, occupati dagli hooligans. Proprio su quello spicchio di gradinata, un’ora prima del fischio di inizio(stabilito per le 20.15) si scatena l’inferno: gli inglesi si lanciano sulle fragili reti divisorie e caricanoi tifosi juventini – per lo più famiglie – in una sorta di lotta di conquista. La situazione degenera quando, sotto il peso della carica inglese, la tribuna crolla su se stessa, schiacciando sotto il peso delle lastre di cemento centinaia di corpi inermi. La polizia, schierata all’interno dello stadio, impedisce ai tifosi di scappare in direzione del campo, aggravando ulteriormente la situazione. D’altra parte, di lì a poco le squadre dovranno uscire per il riscaldamento e non è possibile occupare il terreno di gioco.

La cosa più assurda di questa tragica serata, infatti, deve ancora andare in scena, perché «l’assurdo è così banale che le squadre entrano in campo». Per la televisione italiana, la voce di Bruno Pizzul, mai così atona, sentenzia la messa in onda dell’osceno: mentre i referti su morti e feriti vengono continuamente aggiornati, mentre i sopravvissuti tempestano di telefonate le redazioni televisive per chiedere di segnalare in diretta che loro sono vivi, la “partita del secolo” viene giocata (qualcuno dirà per evitare di aggravare ulteriormente la situazione già drammatica), come se nulla fosse. Boniek viene atterrato in area da un difensore del Liverpool, Platini si presenta sul dischetto di fronte a Grobelaar, trasforma il rigore: ed esulta, «come forse non aveva mai fatto in vita sua».

Così scriveva Nicola Lagioia, qualche anno fa, in Riportando tutto a casa (2009).Per il tramite del proprio alter ego romanzesco, Lagioia provava a tradurre in parole tutto il disagio che quell’episodio procurò nella sensibilità di un’intera generazione europea:

«Non fu semplicemente una doccia fredda, non fu l’interruzione di una festa. Eravamo in una dimensione nuova… come se il mondo esterno e la nostra intimità si stessero schiantando, con il rischio di diventare tutt’uno.
[…]
Seguimmo la partita senza sapere cosa stessimo guardando. Era la morte, ed era un gioco, ed era in qualche modo uno show televisivo […] la prima notte in cui la morte e lo spettacolo salirono i gradini di una scala planetaria per mano».

Infatti, se oggi un ragazzo di ventotto anni come me può raccontare con precisione quanto avvenuto a Bruxelles il 29 maggio del 1985, è perché la tragedia dell’Heysel fu ripresa in diretta dalle televisioni di tutta Europa. Prima della Guerra del Golfo, prima dell’11 settembre, i fatti di Bruxelles inaugurano una nuova epoca, quella della storia che, passando attraverso il tubo catodico, arriva a sconquassare la vita di milioni di telespettatori seduti comodamente nelle proprie case e trasformati, improvvisamente e inaspettatamente, in testimoni della Storia.La tragedia dell’Heysel passò rapidamente da episodio di cronaca a fatto storico, insediandosi al centro dell’immaginario collettivo e sancendo il passaggio a un nuovo paradigma dell’esperienza della realtà.

Più ancora che per chi rimase a casa, però, naturalmente quell’episodio fu traumatizzante per chi vi si trovò coinvolto. Ed è quel punto di vista che cercano tutti i tentativi di ricostruzione letteraria della tragedia dell’Heysel, mossi dalla convinzione che se una verità è custodita in quegli avvenimenti, senz’altro la si potrà trovare nelle parole e negli occhi di chi vide tutto “dal vivo” e senza la mediazione di uno schermo televisivo. Chi si cimenta in questo tentativo, però, finisce per scontrarsi con una “indicibilità” di fondo di quei fatti, che oppongono resistenza alla scrittura.

Accade così anche per il romanzo che arriva oggi a commemorare i trent’anni dalla tragedia e che non a caso s’intitola Il giorno perduto. Perché l’impressione è proprio quella di un evento che, nonostante l’eurovisione televisiva e nonostante la mole di parole pronunciate nei giorni, nei mesi e negli anni a venire a commento di quei fatti, abbia scavato al cuore comune della coscienza europea uno spazio vuoto, un buco nero della memoria, dove non è possibile tornare attraverso un esercizio della volontà, ma solo per mezzo delle imponderabili connessioni date da coincidenze o improvvise epifanie.

Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto, gli autori di questo Racconto di un viaggio all’Heysel, da poco portato in libreria da 66thand2nd, ricostruiscono da una doppia prospettivai giorni carichi di attesa che precedettero la partita e le ore allucinate in cui questa si svolse. Il giorno perduto si costruisce così come un romanzo a due voci.Una è quella inglese di Cartwright, che indossa i panni di Christy, soprannominato Monk per la sua aria schiva, giovane di Liverpool che vive insieme alla nonna e a un padre costretto a letto perché stroncato dall’amianto; Christy sbarca il lunario facendo qualche lavoro di tanto in tanto, è in costante emergenza economica e si sente sempre «ai margini della folla, un po’ dentro e un po’ fuori», «tranne nei rari, felici pomeriggi in cui si lascia trascinare dall’onda e dalle canzoni dello Spion Kop», la curva dei tifosi del Liverpool. L’altra voce è quella che Favetto presta a Domenico Dezzotti detto Mich e ai suoi amici Angelo, Charlie e Miranda, ragazzi provenienti da Rueglia, un paesino in Valchiusella,provincia di Torino, decisi ad affrontare l’impresa di un viaggio fino a Bruxelles in R4 per andare a vedere i propri beniamini, e anche per fare il tifo per Gianni Koetting, l’amico del campetto arrivato al palcoscenico europeo.

Christy e Mich sono i protagonisti di due viaggi speculari e convergenti su Bruxelles, meta momentanea su cui vengono proiettati desideri e aspettative. La partita di calcio, le possibili formazioni, il risultato finale sono naturalmente un sottofondo costante nell’intera settimana che precede l’incontro; lo sono per Chris, che lungo la strada – a Londra, a Dover, a Calais – non vede altro che giovani e adulti con le sciarpe rosse, agli angoli delle strade, nelle macchine, alle fermate dei pullman; lo sono per Mich, perché su quelli si concentrano le frizzanti conversazioni dei quattro amici stipati nello spazio angusto della R4 e nelle soste a Bardonecchia, nelle campagne francesi e a Parigi. Tutto un continente, infatti, sfila davanti agli occhi dei due protagonisti e l’impressione è davvero che l’Europa intera si stia mobilitando per questa partita, per questo evento destinato a rimanere nella memoria di tutti.

A sovraccaricare ulteriormente il significato del match, ci sono poi, come sempre, le attese personali dei due personaggi, che investono la partita della «promessa di un altrove», della responsabilità di un riscatto umano ed esistenziale che dia una svolta alle loro vite. Smetterla con una vita grama, fatta di umiliazioni e orizzonti corti e ritrovare la fiducia in se stesso, prendere il destino sulle proprie spalle e portarlo altrove, foss’anche a qualche centinaio di chilometri da casa: questo significa per Chris il viaggio verso l’Heysel. Per Mich, invece, quel viaggio dovrà essere la fine di un’esperienza, quella di un ragazzo sempre troppo impegnato a interpretare al meglio l’idea che gli altri hanno di lui, e l’inizio di una nuova vita, più libera, più sincera e senz’altro più felice.Per Mich come per Christy, allora, «Questa è l’avventura da cui ripartire».

I piani del destino però sono diversi e non hanno nessun riguardo per queste attese; che magari verranno anche soddisfatte, ma che si sconnetteranno definitivamente dal ricordo di una partita di calcio. Perché anche se quella partita si gioca, la memoria non ne conserva traccia. Al suo posto si impongono sguardi disorientati, frasi smozzicate e, soprattutto, silenzio. Arrivati al momento dell’evento tragico, infatti, le voci convergenti di Cartwright e Favetto si interrompono e lasciano spazio al bianco delle pagine. Di quello che è accaduto, le parole non servono a dire altro che il dato: «Trentadue italiani, quattro belgi, due francesi, un nordirlandese. E seicento feriti». L’essenziale è l’unica cosa che si può opporre all’oscenità pornografica delle immagini che ritraggono i corpi rimossi con barelle improvvisate o i giocatori esultanti sul campo, o alle parole insensate di chi in diretta prova a “spiegare” quello che sta accadendo.Il resto dev’essere lasciato vuoto, per lasciare spazio alla commozione, alla riflessione, alla constatazione che in quel frangente qualcosa, delle normali strutture di interpretazione della realtà, ha fatto difetto, lasciando gli uomini incapaci di comprendere quanto sta accadendo.

Qualcosa di analogo all’esperienza intrecciata di Christy e Mich è stato messo in narrazione da Laurent Mauvignier in un romanzo ancora non tradotto in Italia, Dans la foule (2006): a prendere la parola qui sono quattro personaggi tutti direttamente coinvolti nell’episodio del crollo della tribuna del settore Z dell’Heysel. Non c’è voce narrante a mediare le loro parole: tutto quello che si può conoscere dei fatti affiora dalle loro voci e dai loro pensieri, riportati in presa diretta da un narratore stenografo che rinuncia a mettere insieme, a collegare i fatti, a costruire impalcature di senso. Non si può trovare un senso in quello che è accaduto,non si può cercare di farsene una ragione. E infatti i quattro protagonisti di Dans la foule rimarranno tutti, in maniere diverse, marchiati da quanto hanno vissuto. Il trauma lavorerà dentro, scavando un buco nero – un altro – che impedirà loro di elaborare il lutto. Il silenzio che nel Giorno perduto resta impresso nel bianco delle pagine centrali, quelle corrispondenti agli attimi della tragedia, in Dans la foule si riempie di parole; parole che però restano tutte al di qua della soglia della comunicazione, rimangono mute, inespresse, rinunciando ad attivare qualsiasi processo di condivisione di esperienza. Tutto resta sottinteso negli sguardi, nei movimenti, nei silenzi; a fare difetto, infatti, non è il contenuto della comunicazione, bensì proprio le parole, inadeguate a dire quello che è stato visto e provato. Servirebbe qualcosa di impossibile, parole che «prendano il posto dei morti rimasti sul campo», come se si trattasse di una guerra e non di una partita di calcio. È così che l’evento scava un solco tra i “sopravvissuti” e nulla riesce più a colmarlo. Resta, a coprire tutto, il velo di un oblio che basterebbe un’intermittenza del cuore a squarciare, perché l’oblio è «come un vestito abbandonato in mezzo allo stadio e la cui assenza ci sarà ricordata ogni giorno, ogni minuto, reclamando che gli si opponga un silenzio totale».

Di fronte a questo muro di silenzio l’unica soluzione, comune al libro di Mauvignier e a quello di Favetto e Cartwright, è la moltiplicazione degli sguardi e delle voci. Riportare da più punti di vista, attraverso differenti sensibilità, tutto quello che c’è prima e tutto quello che c’è dopo l’evento, per provare a inserirlo in una mappa emotiva ed esperienziale che se non può dargli senso, quantomeno può fornirgli profondità. La polifonia, inoltre, riesce a sfaccettare la realtà – pur riproducendola sotto le spoglie della finzione – e affranca così la narrazione degli eventi – di quegli eventi che si possono vedere e rivedere su Youtube, di cui si sente parlare nei giorni delle ricorrenze e che tutti ormai conoscono anche nel dettaglio – dal racconto mediatico, dalle interpretazioni vulgate, dalla commozione preconfezionata. Il sismografo della letteratura trova così, ancora una volta, lo spazio della propria necessità e lavora con la realtà non per cercarne un’impossibile verità, ma per riposizionarne il senso nel quadro di una magnifica e spaventosa complessità.

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Addio al calcio https://minimaetmoralia.it/sport/michael-owen/ https://minimaetmoralia.it/sport/michael-owen/#comments Wed, 17 Apr 2013 09:48:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14019 Questo pezzo è uscito su Studio.

Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la squadra che la storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dalla storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne (ma erano gli anni Novanta), lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem (immobile) di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – e con l’interno destro toccare appena la palla, prima che si allunghi di quel centimetro di troppo. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.

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Ha incarnato la speranza di un’intera nazione di tornare, almeno calcisticamente, la squadra che la storia ricorda come rispettata e temuta da tutti, e si è palesato agli occhi del mondo in una partita – per gli inglesi La Partita – con un’importanza politica e patriottica unica. Dalla storia Michael Owen non si è fatto spaventare, e a riguardare le immagini oggi, a quattordici anni di distanza, vedi un ragazzino infilato in una divisa troppo larga per il suo fisico di diciottenne (ma erano gli anni Novanta), lo vedi correre, più del doppio di José Chamot e resistere a uno, due falli, evitare il totem (immobile) di Ayala che gli si para davanti a presidiare l’area di rigore, scartare a destra e quando sembra essere troppo lontano, troppo sbilanciato – come un Forrest Gump che non riesce a fermarsi e continua la sua corsa anche fuori dallo stadio – e con l’interno destro toccare appena la palla, prima che si allunghi di quel centimetro di troppo. Il finale è scontato, con certi presupposti c’è l’happy ending garantito: goal sotto il sette, e debutto ufficiale nel club dei miracolati del calcio – quegli individui che cessano di essere soltanto umani e ascendono a una sfera superiore: oggi abbiamo Messi, e forse nessun altro.

Michael Owen non ha ancora compiuto diciannove anni, e diventa il più giovane giocatore a esordire e realizzare un goal nella nazionale inglese. La stagione successiva dimostra di non essere meteora, con 23 reti in 40 presenze nel Liverpool, e il titolo di capocannoniere della Premier League. Tra gli addetti ai lavori non è una grossa novità, basta guardare i dati del bambino che tifava Everton nelle nazionali “under”, quelle prima dell’esordio al Mondiale francese: aveva giocato 38 partite dall’Under 15 all’Under 21, aveva segnato 41 volte. Nel 1999 il primo infortunio al ginocchio, ignorato dai medici, come scriverà lo stesso Owen parecchi anni dopo, ma ci si fece poco caso, il ragazzino di Chester era già diventato Golden Boy, un predestinato.

Viene anche fuori che il piccolissimo Michael, a otto anni, vestì la stessa maglia che fu a suo tempo di un altrettanto piccolo Ian Rush, distruggendone il record: gli archivi della Deeside Primary School registrano 97 goal di Owen contro i 25 del gallese, altra leggenda del Liverpool. L’infortunio: un incidente di percorso, può capitare. Si tratta del tendine rotuleo. Michael però gioca (male) l’Europeo del 2000, e disputa poi la più grande stagione della sua carriera, nonché una delle più vittoriose della storia dei Reds, nel 2000/01. Realizza 24 goal, solleva cinque trofei in una sola stagione: Coppa Uefa, League Cup, FA Cup, Charity Shield e Supercoppa Europea.

Il 2-1 contro l’Arsenal, finale di FA, è ricordata da tutti come la “Michael Owen Cup final”: sotto di un goal a otto minuti dal novantesimo, segna una doppietta e ribalta il risultato. Il primo settembre 2001, nel match di qualificazione ai Campionati del Mondo di Giappone-Korea, terza manifestazione internazionale in ventuno anni di vita, realizza una tripletta nel 5 a 1 dell’Inghilterra sulla Germania, a Monaco (e il gruppo inglese The Business gli dedica una canzone, il ritornello non troppo originale fa: «England five, Germany one, Michael Owen is Number One»). Il 21 dicembre colleziona il centesimo goal per il Liverpool: non ha ancora compiuto 22 anni. Il Pallone d’Oro è meritatissimo, checché ne possano pensare i fedeli pretoriani di Francesco Totti.

Se la storia l’ha accolto ormai a braccia aperte, la leggenda lo aspetta di lì a poco. Nei successivi due anni ad Anfield fa in tempo a segnare altre 47 reti, poi arriva il Real Madrid. È il momento di fare il salto, di cessare di essere boy e iniziare a essere man, lasciare la casa materna. Venticinque milioni di euro è il biglietto per il Bernabeu, qualcuno bisbiglia che sia stata volontà di Rafa Benitez, ma Michael l’ha detto chiaro e tondo nella sua autobiografia: quando il Real chiama è difficile dire di no. La Liga è vinta dal Barcellona, il Real Madrid, nella sua tipica ansia da prestazione, cambia tre tecnici ma nessuno tra Camacho, Garcia Remon e Luxemburgo riesce a far brillare l’oro di Owen. Tuttavia realizza 18 goal con soltanto 15 partite da titolare, e colleziona la più alta ratio tra marcature e minuti giocati di tutto il campionato. Durante l’estate arrivano a Madrid Robinho e Julio Baptista, un modo come un altro per dire a Michael che non è più gradito.

È il 2005, la sceneggiatura è perfetta per il ritorno all’ovile, a Liverpool dove lo aspettano ancora a braccia aperte: il figliol prodigo che torna a casa, un anno di smarrimento si perdona a tutti, e lo Stade Louis II, a Montecarlo, urla il suo nome durante la Supercoppa Liverpool – CSKA Mosca. Ma il Real vuole diciassette milioni di sterline, e l’offerta la fa il Newcastle. Il Golden Boy prende la strada di St. James’s Park, i tabloid rumoreggiano sulla sua delusione per la rinuncia dei Reds. Lui come al solito non fa capricci né dichiarazioni scomode, mantiene il profilo basso che l’ha accompagnato tutta la carriera e l’ha fatto entrare nel cuore di pochi. Nessun ritorno dunque, nessun finale scontato, nessun abbraccio da cartolina. Owen non sarà perdonato. Il 26 dicembre il Liverpool ospita il Newcastle. Anfield lo accoglie male. «What a waste of talent», «You should have signed for a big club» sono i cori che partono dalla Kop. Ma la rabbia e l’amore (tradito, ma pur sempre amore) dei suoi ex tifosi risuonano soprattutto in «Where were you in Istanbul?», il trionfo ai rigori contro il Milan, una partita tra le più belle della storia del calcio.7

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