Ida Dominijanni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ida-dominijanni/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Feb 2013 15:34:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ida Dominijanni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ida-dominijanni/ 32 32 Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/ https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/#respond Thu, 28 Feb 2013 15:31:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13281 In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D'Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D'Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

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In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

Ebbene a novembre sembrava di aver trovato una strada, con le primarie e la coalizione Italia Bene Comune, che potesse riaprire questa prospettiva. Una strada in salita, che chiedeva al centrosinistra di cambiare se stesso, di dare segnali di discontinuità nel personale politico oltre che nelle pratiche e nelle proposte. In parte questo è successo con le primarie, ma non senza ambiguità. Continuo a pensare che sia stata l’unica proposta politica realmente in campo. Il resto giocava contro: per salvarsi, per condizionare o per impedire. Un paese pieno di macerie dove il centrosinistra ha cercato di far prevalere una proposta di ricostruzione, ma non è stato fino in fondo capace di suscitare la speranza e di parlare al desiderio di star meglio dei singoli.

So bene che il problema è profondo e riguarda il modo in cui il neoliberismo e il ventennio berlusconiano ha ridisegnato l’Italia e gli italiani.

Del resto abbiamo potuto misurare nel risultato la forza della rivolta fiscale di Berlusconi, che ancora parla a tanti che sopravvivono grazie all’illegalità o ad un’economia sommersa. Ma proprio per questo bisognava essere più coraggiosi. Dire chiaramente cosa voleva fare il centrosinistra e come voleva essere. Proposte sociali e riforma della politica e dei partiti. Abbandonare il chiacchericcio di tanta stampa e televisione, incapace di parlare del merito, sempre solo attenta ai tatticismi e ai dialoghi tra gruppi dirigenti dei partiti.

Italia Bene comune è andata in campagna elettorale con il freno a mano tirato. Lo stesso nome della coalizione, che alludeva ad un cambio di paradigma, ad un mettere al primo posto i beni comuni, è stato subito archiviato. Ho visto solo manifesti del Pd, mai di coalizione, con lo slogan Italia giusta. Bello, ma antico. Troppo antico per intere generazioni fuori dal patto sociale, le generazioni perse, come le ha definite lo stesso Monti. Quelle nate dopo il trentennio dell’espansione del welfare e dei diritti in Europa (1945/75).

Il 37 % di disoccupazione giovanile è prima di tutto un problema democratico, di cittadinanza impossibile. A questo deve aggiungersi l’impoverimento delle famiglie, la precarietà diffusa, l’emigrazione intellettuale.

C’è un pezzo di società che non ha nulla da perdere e individua nella politica che ha conosciuto in questi anni la ragione del suo malessere. E non mi sento di dargli completamente torto.

Abbiamo detto più volte che bisognava cambiare anche il centrosinistra.

Una parte del paese era in rivolta, e il centrosinistra, nelle nostre diverse componenti, non è riuscito ad intercettare questa rabbia. Ha ragione Franco Cassano (Unità 27 febbraio) bisogna avere sincera curiosità per questa rabbia diffusa. Si può discutere se il M5S abbia effettivamente impedito all’Italia di avere movimenti come Occupy o come il “15 de Mayo” ( vedi Perchè “tifiamo rivolta” nel movimento 5 stelle) perchè il grillismo ha inglobato quelle potenzialità in un discorso ambiguo. Oppure sottolineare le permanenze culturali con la seconda repubblica, come fa Ida Dominijanni sul suo blog, e leggere la trasmigazione della demogogia antipolitica dalla televisione alla rete con un altro leader attore, “contrapposto nei contenuti ma continuatore nelle forme” .

Rimane il fatto che un’onda ha travolto una politica autoreferenziale, di cui anche il centrosinsitra (tutto) spesso fa parte. In questa onda ci sono cose molto diverse, alcune molto pericolose, ma c’è anche la materialità della crisi, nominata, e alcune buone pratiche civiche. Questa Italia va davvero guardata e attraversata. In questi anni lo ha fatto solo un po’ di buona arte contemporanea, di letteratura, teatro e cinema italiani.

Per questo penso che l’ultima cosa che ci serva è il governissimo. Meglio capire se sono possibili alleanze inedite e cercare di sperimentare poche e buone riforme; corruzione, costi della politica e conflitto d’interessi non sarebbero piccola cosa per questo Paese.

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Oltre l’amore https://minimaetmoralia.it/giornalismo/oltre-lamore/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/oltre-lamore/#respond Thu, 17 Dec 2009 08:02:45 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1379 Oggi Il Manifesto è in edicola a 50 euro. È un’iniziativa di sottoscrizione popolare che è anche una battaglia per la libertà di stampa e per il pluralismo. Ripostiamo per l’occasione i due articoli di Ida Dominjanni, usciti rispettivamente il 15 e il 16 dicembre. Quell’immagine senza ritorno È sempre il volto dell’altro, sostiene Emmanuel […]

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Oggi Il Manifesto è in edicola a 50 euro. È un’iniziativa di sottoscrizione popolare che è anche una battaglia per la libertà di stampa e per il pluralismo. Ripostiamo per l’occasione i due articoli di Ida Dominjanni, usciti rispettivamente il 15 e il 16 dicembre.

Quell’immagine senza ritorno

È sempre il volto dell’altro, sostiene Emmanuel Lévinas, la misura e la prova della nostra umanità, perché è nel volto dell’altro che è inscritta la sua e la nostra vulnerabilità. Il volto ferito di Silvio Berlusconi, una lacerazione improvvisa e violenta nella costruzione senza tempo e senza rughe della sua immagine personale e politica, si presta poco all’uso strumentale cui è stato subito piegato dai suoi pasdaran e in cui, come sempre, sembrano irretiti gran parte dei suoi oppositori. Quel volto colpisce più a fondo, con l’impatto di un’istantanea senza ritorno.
Con il suo consueto istinto, Berlusconi stesso è stato il primo a capirlo, offrendosi alla vista della folla e delle telecamere senza nascondere la ferita e anzi impugnandola. Un gesto che non sta solo nello stile mediatico del personaggio, ma sembra piuttosto guidato dall’ansia del dopo. Che ne sarà, dopo, dell’immagine del premier? L’icona del sovrano non contempla ferite, e tanto lo sapevano i costruttori della sovranità moderna da inventare, con la geniale formula del doppio corpo del re, il modo di trascendere in un corpo sacro e immortale la vulnerabilità di quello secolare e reale. Ma Berlusconi, maschera postmoderna di una sovranità terminale, di corpi ne ha uno solo, ed è sulla sua integrità, durata, potenza e padronanza che ha sempre puntato le sue chance. Neanche l’ostensione quasi sacrale del suo sangue al suo popolo lo garantisce, oggi, dall’effetto di vulnerabilità che quell’immagine senza ritorno del suo volto oltraggiato produce.
Lo sanno anche i suoi, ed è per questo che, loro sì con poca umanità, si sono affannati all’istante non tanto a chiedere solidarietà per il premier e condanna per l’attentatore, due cose evidentemente dovute e sentite, quanto a pretendere genuflessioni, retromarce, confessioni di colpa, ammissioni di responsabilità, impegni di autosilenziamento dall’opposizione in tutte le sue frantumate espressioni, d’un tratto accomunate nel ruolo del «mandante» del dissennato Tartaglia. Una marea montante di insulti e attacchi che la dice lunga sulla quantità di rancore di cui la cerchia ristretta degli amici e delle amiche del premier, i Cicchitto e le Carfagna, è affetta e infetta: dal rancore verso Veronica Lario, indirettamente citata ritorcendo contro la sinistra la denuncia del «ciarpame» che fu sua contro il marito, a quello verso Rosi Bindi, che fu rea di «indisponibilità» verso il premier e oggi è rea di dire una verità impronunciabile (anche per i suoi compagni di campo), cioè che se clima di violenza c’è, fra i suoi artefici va annoverato anche Berlusconi che pertanto non ne è solo vittima. E ancora, dal rancore ribadito verso la magistratura al rancore riciclato per gli anni Settanta, improvvisamente riportati al centro della scena come un deposito fantasmatico di violenza di piazza e «giustificazionismo» della sinistra, in un crescendo – violento – di semplificazioni e falsificazioni che smentiscono, se ce ne fosse bisogno, qualsiasi pretesa di buone intenzioni nell’appello ipocrita all’abbassamento dei toni, alla collaborazione istituzionale e al dialogo democratico.
In politica però i fantasmi sono pessimi consiglieri. E il fantasma degli anni di piombo, evocato con strumentale leggerezza, rischia di portare fuori strada non solo gli amici ma altresì gli avversari del premier ferito. C’è un doppio salto mortale alla base del teorema che i cortigiani del principe stanno allestendo da quarantotto ore in qua: l’aggressione a Berlusconi è opera di uno squilibrato, dunque non c’entrerebbe nulla con la violenza politica organizzata degli anni di piombo, se non fosse per la faccenda dei mandanti, che invece le accomuna: cattivi maestri allora, cattivi maestri oggi, con la differenza che allora i cattivi maestri erano gli estremisti di sinistra e oggi sono i giudici della Corte Costituzionale. Oggi come allora però, al fondo il ritornello è lo stesso: parlare significa instigare ad agire, criticare equivale ad armare le mani, riempire le piazze significa fiancheggiare i violenti. Morale, non si disturba il manovratore. È un ritornello irricevibile, che se rischia di fiaccare ulteriorente un’opposizione istituzionale allo sbando, e se ha buone probabilità di ricompattare le fratture che cominciavano a palesarsi nella maggioranza, non ha molte speranze di essere ascoltato dove comunque monta la stanchezza sociale per il ventennio berlusconiano e le sue promesse mancate.
Tuttavia non è solo questo il punto. Marcare la differenza, per poi accorciare le distanze, fra «il pazzo isolato» di oggi e la violenza organizzata di ieri rischia di appannare lo sguardo di fronte alle vere, abissali differenze fra il clima di trent’anni fa e quello di oggi. Se oggi l’instabile Tartaglia aggredisce indisturbato il presidente del consiglio durante un bagno di folla, il perché non va cercato nella differenza fra la miniatura del duomo di Milano e i sampietrini del ’77. Va cercata in una deriva della politica che nutre il potere di seduzione e identificazione ma perciò stesso lo rende vulnerabile dall’antipatia e dalla disidentificazione, blandisce i leader nei bagni di folla e nei bagni di folla li tradisce, riduce la rappresentanza e l’azione collettiva all’impotenza. Il gesto di un folle è il gesto di un folle, ma nella follia, lo sappiamo, ci sono più verità di quanto i sani di mente vogliano o possano talvolta ammettere.

D’amore e d’odio, il premier e i suoi boys
Le vie del Signore sono infinite, figurarsi se non passano per la piazza del Duomo di Milano. Ferito, ammaccato e amareggiato, Silvio Berlusconi affida al sito del Pdl un messaggio di serenità e amore dal suo letto di dolore: «Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e l’odio». Non è l’aggressione che lo ha redento: aveva cominciato così, con la serenità e l’amore che vince sull’invidia e l’odio, il suo atteso discorso di domenica, spiazzando tutte le aspettative di una esternazione «con le palle» tipo quella di Bonn. E c’è già chi prospetta altri spiazzamenti: il Financial Times di ieri, ad esempio, ipotizza che il premier possa fare il gran gesto di perdonare Tartaglia. Non sarebbe la prima volta del resto: com’è stato ricordato in questi giorni, già cinque anni fa Berlusconi, colpito la sera di San Silvestro in piazza Navona a Roma dal lancio di un treppiedi di un ventottenne mantovano che si giustificò dicendo, come Tartaglia, «l’ho fatto perché lo odio», perdonò l’aggressore e gli mandò gli auguri di buon anno. Andò peggio a Violet Gibson, l’irlandese (ricordata ieri sul manifesto da Alberto Piccinini) che nel ’26 ferì il duce al naso – sempre il naso! – con un colpo di pistola: non lo era, ma fu dichiarata pazza, come il duce soleva fare con le donne che gli creavano problemi tipo Ida Dalser, e Mussolini volse a proprio vantaggio quel colpo di pistola. Cosa che ovviamente proverà e probabilmente riuscirà a fare anche Berlusconi con la miniatura acuminata del Duomo di Milano. Ma usando la retorica dell’amore o quella del rancore? Qui le strade del premier e dei suoi pasdaran sembrano al momento biforcarsi: Berlusconi sparge amore, Cicchitto e Capezzone seminano odio. Un gioco delle parti? Come sempre, è difficile scindere nel Cavaliere la recita dall’istinto. Difficilmente si potrebbe sostenere che l’ostensione del volto ferito al suo popolo dopo l’attentato fosse una recita scientemente allestita sotto trauma: era una risposta istintiva all’attacco, e come sempre l’istinto di Berlusconi è un istinto carico di effetti politici. Nel caso, l’effetto cristologico del sacrificio, mica poco quanto a densità simbolica. Unito alla parabola dell’amore, l’effetto raddoppia. Il che però non impedisce ai suoi fedelissimi di usare il tasto opposto dell’odio, ovviamente proiettato sugli avversari. È l’operazione Cicchitto di ieri mattina in parlamento, replicata dalla prestazione elevisiva dello stesso Cicchitto la sera dell’attentato e di Capezzone la sera successiva. Il copione recita che la «campagna di odio» di cui il premier è vittima è quella altrui: «il network» Repubblica, il Fatto, Di Pietro, Bindi, pm, tutti uniti a scaravenare sul premier gossip personali e accuse di mafia. Una sequenza paranoica da manuale – altro che Tartaglia -, che va a parare in picchiata sul chiodo fisso di Cicchitto: «l’uso politico della giustizia, che è il cancro che ha distrutto la prima Repubblica e che sta corrodendo anche la seconda». Ed ecco la ricetta: «disinnescare quel cancro con leggi funzionali», tipo il processo breve o il lodo-ter. Sarebbe questo il modo di volgere «il male in bene». Di Pietro lo chiama, più prosaicamente, «criminalizzazione e messa a morte» dell’opposizione. Non è che i toni si siano propriamente abbassati. Solo l’amore potrebbe riuscirci.

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