Igiaba Scego Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/igiaba-scego/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Nov 2015 11:36:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Igiaba Scego Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/igiaba-scego/ 32 32 I confini? Sono stati innalzati per essere attraversati https://minimaetmoralia.it/interventi/i-confini-sono-stati-innalzati-per-essere-attraversati/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-confini-sono-stati-innalzati-per-essere-attraversati/#comments Wed, 18 Nov 2015 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29146 Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

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Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

6 ottobre 2015. A Sydney è scoccata la mezzanotte. Migliaia e migliaia di chilometri più a est, nell’entroterra agrigentino, a Sambuca di Sicilia, è invece pomeriggio. L’agenzia Ansa batte la notizia. “I vertici della Buchmesse, che nel 2016 non avrà un Paese ospite d’onore, hanno deciso così di passare da un criterio geopolitico ad un criterio geoculturale”. Il lancio d’agenzia rispecchia in gran parte la lettera aperta che noi, Lucia Sorbera a Sydney e Paola Caridi in Sicilia, avevamo scritto appena qualche giorno prima, il 30 settembre, e pubblicato sul blog di Paola, invisiblearabs.  Avevamo sfidato distanza e fuso orario, messo assieme le nostre idee grazie a uno sconfinamento virtuale, e nel giro di appena 48 ore eravamo riuscite a mobilitare circa duecento persone in tutto il mondo, dall’Italia all’Australia, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti e il Medio Oriente.

A sostenere con entusiasmo il nostro appello, in un tam tam rapidissimo, si era infatti formato un gruppo di persone diversificato al proprio interno, composto di studiosi, attivisti e intellettuali di generazioni differenti, dislocati in paesi differenti, più o meno legati al mondo arabo. E a loro si erano uniti – elemento forse più significativo degli altri – coloro che rappresentano il pubblico più appropriato per eventi culturali di questo tipo: gli amanti della letteratura e gli appassionati di cultura, le cui professioni non hanno niente a che vedere con i mestieri dell’editoria e della scrittura.

Qualche nota a pie’ di pagina

L’antefatto risale a qualche mese prima, a maggio. Proprio alla conclusione del Salone del Libro di Torino edizione 2015. Gli organizzatori del Salone svelano il nome del paese ospite dell’edizione successiva: l’Arabia Saudita, appunto. Paola commenta subito sul suo blog la notizia, non senza una punta di ironia: “La vera notizia saranno gli scaffali dello stand (presumibilmente imponente) dell’Arabia Saudita, il paese ospite del prossimo Salone del Libro, edizione 2016. E cioè: ci saranno libri, su quegli scaffali? E quali tipi di libri? La domanda non è peregrina, visto che in Arabia Saudita vige la censura, soprattutto sulle opere d’arte”. Il commento circola ampiamente sui social media. La sua voce, però, rimane isolata e non coinvolge né accademici né gli opinionisti che vanno per la maggiore sulla stampa generalista.

Arriva l’estate, e le tragedie lungo le coste del Mediterraneo si susseguono, come una lunga catena di perle rosse. La situazione in Medio Oriente, già precaria, si deteriora ogni giorno di più: in particolare, l’operazione militare sferrata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen si intensifica e, molto più a nord, la popolazione siriana è sottoposta  ad attacchi provenienti dalle differenti forze in campo. A quattro anni dalle prime manifestazioni di piazza democratiche di Daraa del marzo 2011 e dalla repressione brutale a opera del regime di Damasco guidato da Bashar el Assad,  la Siria è nel pieno di una guerra di tutti contro tutti, in cui le uniche vittime sono i civili. Daesh, il sedicente Stato Islamico continua a imperversare, mentre le operazioni militari in buona parte condotte da Stati  Uniti e Russia stanno inasprendo una guerra per procura che ha come obiettivo l’egemonia geopolitica nella regione. A Gerusalemme, nel frattempo, una nuova intifada sta muovendo i primi passi, mentre in Egitto i più importanti attivisti che avevano guidato la Rivoluzione di piazza Tahrir rimangono in carcere, in esilio, oppure “graziati” in nome di una “democrazia militare” (Acconcia, 2014).

In un contesto così complesso e tragico, le preoccupazioni espresse da politici e amministratori locali sull’invito all’Arabia Saudita come paese ospite del Salone, espresse soprattutto nello scorso settembre, non hanno sorpreso più di tanto. La decisione di revocare l’invito non sembra, però, essere collegata al ruolo più che discutibile rivestito da Ryadh nelle questioni politiche e militari regionali. La revoca resa pubblica in maniera ufficiosa il 26 settembre da due membri del consiglio di amministrazione della Fondazione che gestisce il Salone, il sindaco di Torino Piero Fassino e il governatore della regione Piemonte Sergio Chiamparino, è apparsa semmai come una reazione alle continue violazioni dei diritti umani da parte del regime di Ryadh. La miccia è stata, in sostanza, accesa dalla campagna che le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani hanno lanciato a sostegno di Ali Mohammed Baqir al Nimr, il giovane saudita condannato a morte quando era ancora minorenne, all’età di 17 anni, per aver partecipato a una dimostrazione durante la timida rivolta scoppiata anche in Arabia Saudita nel 2011.

Cosa fare? Cosa proporre dopo la revoca dell’invito all’Arabia Saudita? L’idea è arrivata così, semplice. “Perché non invitare come paese-ospite la Letteratura Araba? Non un paese, ma una patria”, abbiamo chiesto nel nostro appello. “L’unica patria degli scrittori arabi, insomma, che non è piegata alle censure del regime di turno, e alle pressioni politiche e securitarie più o meno forti contro i singoli artisti. In un tempo così difficile e duro, in cui i paesi arabi arrivano sui teleschermi e nei giornali solo per le crisi, le guerre, le nefandezze, e la loro umanità dolente, il Salone del Libro si porrebbe in questo modo all’avanguardia nella cultura europea. Di fronte all’orrore e agli stereotipi, si può rispondere solo con la conoscenza e l’accoglienza”.

Come studiose della regione araba, la nostra prima preoccupazione è stata infatti che il nostro atteggiamento critico verso il regime saudita, così come verso altri regimi in Medio Oriente, sulla questione dei diritti umani e della democrazia, non si traducesse in una nuova chiusura. Nel mortificare e mettere sotto silenzio le voci arabe indipendenti, brillanti e creative. Non volevamo che il nostro appello potesse essere usato come un’arma culturale contro gli arabi e contro le nuove generazioni di arabo-italiani. Questo appello – è bene chiarirlo – si schiera con eguale peso contro due atteggiamenti: è contro la diffusione di stereotipi razzisti che vengono fecondati da visioni orientaliste e neo-orientaliste del mondo arabo; allo stesso tempo, è anche contro il soffocamento in corso delle voci arabe progressiste e democratiche. Sono proprio queste voci ad essere state messe a tacere due volte: sono state mortificate dai regimi autoritari arabi, che fanno ricorso con sempre maggiore veemenza alla repressione; e sono messe a tacere dall’indifferenza dell’Occidente, un Occidente che trascura e dunque rende invisibili le società civili arabe (Caridi, 2007).

Non volevamo, in sostanza, che la revoca dell’invito all’Arabia Saudita come paese ospite potesse trasformarsi in una opportunità negativa. L’ennesima occasione per promuovere l’idea orientalista dell’”arabo”, il cliché ossessivo di un uomo violento in groppa a un cammello che brandisce una scimitarra, immagine per nulla archiviata che – anzi – Hollywood ha perpetuato per decenni nella sua filmografia (McAlister, 2001). Abbiamo sentito, dunque, la responsabilità di “dire la verità al potere”, come scriveva Edward Said nel 1994.

Questa responsabilità ce la siamo assunta noi due, come scrittrici e accademiche che hanno speso così tanti anni in Medio Oriente. Ci sentiamo però, in questo caso, due all’interno di una diaspora sempre più numerosa di intellettuali italiani. Non è di conseguenza così sorprendente che il nostro appello a trascendere i confini nazionali abbia dato la stura a una discussione sul modo in cui guardare agli spazi non-istituzionali dove la letteratura viene prodotta, letta, analizzata. Abbiamo invitato una comunità più ampia di lettori, scrittori, artisti e intellettuali a esprimere le loro idee sui legami profondi tra cultura e politica. Il nostro appello, in fondo, è stato un nuovo modo di immaginare gli eventi culturali e di costruire reali scambi culturali oltre l’ambito-nazione.

Letteratura oltre i confini

Lo spostamento da un criterio geopolitico a un criterio geoculturale è senza dubbio tempestivo. Così come riteniamo che per il Salone Internazionale di Torino sia opportuno cominciare con la “letteratura araba” come primo tema, o per meglio dire come primo “argomento non-nazionale” assurto al rango di ospite d’onore. Nel mondo degli studiosi, la capacità delle istituzioni nazionali di affrontare le sfide della contemporaneità – migrazioni, guerre, cambiamenti climatici, povertà – è una questione ampiamente dibattuta. Ed è una questione che ha implicazioni molto profonde sul modo in cui interpretiamo le relazioni tra nazione e produzione culturale. Più in generale, ha implicazioni molto profonde sullo stesso concetto di “nazione”. Attraverso il nostro appello, in sostanza, abbiamo affermato che mentre le nazioni hanno bisogno della letteratura, la letteratura travalica e trascende i confini nazionali.

Un esempio semplice, banale quasi: la letteratura italiana è esistita ben prima che lo Stato italiano nascesse e, al giorno d’oggi, c’è un numero consistente di autori non-nazionali che stanno contribuendo a una sua nuova fioritura. I migranti italiani e i loro discendenti hanno influenzato la letteratura mondiale. E ora, nell’Italia del ventunesimo secolo, è la nuova generazione di scrittori italiani – come quella di Igiaba Scego e Amara Lakhous, per citare alcuni nomi – che sta dando nuovo vigore alla cultura italiana, producendo anche nuove narrazioni storiche e nuove visioni della letteratura italiana e delle sue relazioni con il mondo. La letteratura trascende, dunque, il canone nazionale, e in un tempo nel quale i confini rappresentano il problema, più che la soluzione alle crisi sociali e politiche, è importante mettere in risalto proprio le visioni e le narrazioni della storia che sono non-canoniche.

L’idea di travalicare il canone nazionale è estremamente pertinente quando si parla di cultura araba, nella misura in cui la lingua araba e la letteratura araba sono una vera e propria patria per gli intellettuali della dissidenza, dell’esilio e della migrazione. Come ha ben espresso l’autrice libanese Hanan al Sheykh: “Quando lasci il tuo paese diventi un nomade. Non appartieni mai del tutto al paese che hai adottato. Io non appartengo a questo posto, e allo stesso tempo non appartengo al Libano, e quindi io appartengo sia a questo posto sia all’altro”. Hanan al Sheykh va ben oltre: gli scrittori, “quando decidono di lasciare il loro ambiente, la loro cultura e il loro paese, creano un nuovo paese per se stessi. Ed è un paese che è nella loro scrittura. Questa è la mia stessa condizione: il mio paese è la mia scrittura, e così si sta bene in qualsiasi posto. Mi devo ritenere molto fortunata della mia condizione. Posso vivere dovunque” (in Palabra de Mujer, di Silvia Ponzoda, 2004). Certo, il concetto della scrittura come paese non è un tratto specifico solo del mondo arabo. Come Edward Said ci ricorda, è anche parte dell’esperienza europea (Said, 1984). Lo è specialmente del pensiero di Theodor Adorno, che è permeato dall’idea che la scrittura sia la casa per gli esuli.

Esilio, assenza, perdita, appartenenza sono inerenti alla condizione umana, e sono stati esplorati dagli scrittori e dagli intellettuali arabi in discussioni pubbliche su temi collegati, come le riflessioni nelle quali si è tracciato il legame tra la migrazione (così come espressa nell’idea della “doppia assenza” formulata da Abdelmalek Sayyad, 1999) e l’esilio politico. La visione di Edward Said rompe la dialettica tra nazionalismo ed esilio, e suggerisce di concepire l’esilio non come un privilegio, ma come un’alternativa alle istituzioni di massa che dominano la vita moderna. Nel suo lavoro artistico, un’altra palestinese, l’artista Mona Hatoum sviluppa ulteriormente il concetto del “mondo intero come una terra straniera” e descrive la condizione mentale dell’esule come di qualcuno che è costantemente nella condizione di un senzatetto: “Mi sono divertita a entrare e uscire da una cultura all’altra”, ha detto Mona Hatoum in Measures of Distance (1988). Come da una casa all’altra alla quale si appartiene solo in parte, nella sua funzione e non nella sua iconicità.

L’idea di Said, del movimento come una forma di piacere intellettuale, continua a essere significativa nel dispiegamento delle rivolte del 2011. La scrittrice egiziano-canadese May Telmissany lega l’interpretazione di Said alla nozione metaforica di nomadismo elaborata da Deleuze e Guattari (Deleuze e Guattari, 1980), per descrivere le azioni e le forme di appartenenza pubblica degli intellettuali transnazionali. Nell’elaborazione di May Telmissany, i cittadini nomadi sono gli intellettuali che sfidano il potere assoluto della maggioranza e sono in costante movimento attraverso i confini. E se necessario, i cittadini nomadi sono capaci anche di porsi contro il loro stesso gruppo.

In un intervento pubblico all’università di Sydney nell’aprile del 2015, May Telmissany si è pronunciata a favore di una riformulazione delle relazioni tra i cittadini e lo Stato-nazione. Suggerendo nuove formule per le idee di diaspora, migrazione ed esilio, la scrittrice ha delineato il concetto di una cittadinanza nomade come forma di resistenza. Per quanto ci riguarda, consideriamo il nomadismo di May Telmissany e il suo richiamo a trascendere i confini riflessioni molto utili per comprendere sia la sfera culturale araba dei nostri giorni, sia i modi in cui entra in relazione con le sfide globali della contemporaneità.

Il nostro appello, che mira a superare i confini nazionali per comprendere la storia della letteratura, è partito dalla ricerca di un terreno comune o, per meglio dire, usando le parole di Ahdaf Soueif, di una “mezzaterra… come un luogo d’incontro spazioso, con ampi viali che arrivano al ricco entroterra delle tradizioni” (Soueif, 2004). È una ricerca che permea la letteratura araba e che fa comprendere meglio la condizione umana. L’elemento transnazionale travalica, in sostanza, il nazionale ed è il linguaggio del nostro tempo, se è vero che le persone affrontano ogni giorno le loro identità multiple e guardano al mondo in ogni momento da molteplici prospettive. E sono proprio queste intersezioni, questi punti d’incontro che vogliamo esplorare. Noi non consideriamo “il mondo arabo” come un monolite oppure come un’entità a-storica. Siamo, piuttosto, interessate alle trame, agli intrecci tra il mondo arabo e il resto del mondo, per comprendere il dispiegarsi della Storia. Anzi. Il nostro approccio implica un ripensamento della periodizzazione della storia. E alla base di questa riconsiderazione ci sono le contro-narrazioni sempre più frequenti, che ambiscono a superare altri confini, i confini tra le discipline.

La letteratura araba: a chi appartiene questa patria?

Superare i confini è un gesto ormai banale per le èlite neo-cosmopolite. La cronaca quotidiana, però, ci risveglia da questo abbaglio, mostrandoci che l’attraversamento dei confini continua a essere una sfida con la morte per i rifugiati politici ed economici. In un contesto nel quale la forbice della diseguaglianza è sempre più aperta, l’appello a trascendere i confini nazionali attraverso la letteratura e ad adottare i modelli di interpretazione degli intellettuali nomadi e transnazionali può apparire elitario e utopico. Non pensiamo che sia così. Stanno emergendo nuove figure che sono ormai diventate soggetti chiave della sfera culturale transnazionale, e le loro microstorie producono quotidianamente dei racconti, delle narrazioni alternative degli eventi storici. Questi cambiamenti in atto, dunque, ci impongono di rispondere in modo diverso  e più complesso a due domande: quali sono i confini che si possono superare attraverso la letteratura? E quali sono gli attori, i soggetti che possono superarli, oggi?

Sono domande determinanti: implicano una discussione approfondita sullo spostamento in atto, nel mondo arabo, della funzione della cultura e del ruolo dell’intellettuale. Nella sua ricerca, la studiosa egiziana Randa Abu Bakr ha analizzato il cambiamento in atto della figura dell’intellettuale da una concezione canonica – sia moderna sia postcoloniale – a una concezione non-tradizionale e non-convenzionale. Randa Abu Bakr sottolinea che la definizione tradizionale degli intellettuali,  in particolare di quelli impegnati, era profondamente legata all’esistenzialismo francese. Un legame fondato anche sull’impronta storico-cronologica di una concezione di questo genere, che si è sviluppata non a caso nel mondo arabo negli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo. La funzione tradizionale dell’intellettuale doveva essere quella di rendere consapevole il popolo ed educarlo (Jacquemond, 2002). Un ruolo che imbrigliava, peraltro, l’intellettuale in una condizione paradossale: un attore culturale che lottava per la decolonizzazione e che era, allo stesso tempo, parte del sistema educativo coloniale. Oltretutto, la gran parte degli intellettuali affermatisi negli anni Cinquanta e Sessanta facevano parte delle istituzioni statali. Erano contemporaneamente scribi e scrittori (Jacquemond, 2002), e con il tempo sono diventanti i rappresentanti di un sistema gerarchico e dell’egemonia dello Stato sulla cultura.

Il profondo cambiamento in atto negli anni più recenti, rispetto alla funzione classica dell’intellettuale arabo, è quello  colto  da Randa Abu Bakr. La generazione emergente di artisti, produttori di cultura, creativi, in sostanza la generazione divenuta visibile soprattutto dopo le rivolte del 2011, rappresenta una “nuova corrente di intellettuali” che mette in discussione proprio la concezione moderna e post-coloniale del ruolo dell’intellettuale (Abu Bakr, 2015). È una generazione certamente più coinvolta nelle fatiche, nelle lotte quotidiane delle diverse popolazioni. Utilizza un linguaggio più colloquiale, reale, lavora su un terreno culturale più egalitario, e soprattutto non esercita la propria funzione di artista e intellettuale all’interno dell’egemonia dello Stato.

Sono queste le figure che ci piacerebbe coinvolgere in una conversazione pubblica sulle sfide attuali che affronta la società civile non solo nel mondo arabo, ma sul piano globale. Crediamo che questa nuova corrente di intellettuali arabi, emergente sin dall’esperienza delle rivolte del 2011, si trovi in una posizione a suo modo privilegiata. Può, infatti, fornire visioni nuove e innovative sulle sfide che il mondo deve affrontare. Sappiamo, però, che sarebbe impossibile incontrare loro e interrogarci sulle loro chiavi di lettura se non fossimo disposte a trascendere i confini che le istituzioni statali impongono a entrambi. A loro e a noi.

“I nostri cuori sono più grandi dei confini”, ha detto recentemente il regista palestinese-italiano Khaled Soliman al Nassiry alla prima a Sydney, lo scorso ottobre, della docu-fiction Io sto con la sposa (di Del Grande, Agugliaro e Nassiry, uscito nel 2014). Le sue parole fanno parte di una conversazione in corso da tempo sulla necessità di “cambiare l’estetica della frontiera” (Del Grande, 2014). Si tratta di un processo culturale ampio che travalica i confini delle singole discipline, e ingloba, assieme alla letteratura, nuove riflessioni teoriche. Stiamo assistendo alla produzione di una nuova cultura, che è innovativa e che si pone allo stesso tempo nel filone post-coloniale e post- globalizzazione. L’arte e la cultura della generazione che è scaturita dalle rivolte del 2011 dovrebbero essere esibite in Italia e in Europa per poter assicurare una profonda comprensione del lungo processo storico in cui le stesse rivolte del 2011 sono inscritte. È in corso una rivoluzione, ed è in corso nella letteratura, nella grafica contemporanea, nella musica, nell’arte visiva, nelle espressioni multimediali. I legami e gli intrecci tra questi spazi artistici meritano sia l’attenzione degli studiosi sia quella di un pubblico più ampio.

La storia dell’umanità ci ha mostrato, ieri e oggi, che i confini sono stati innalzati per essere superati. La decisione di attraversarli spiegando la vela della “letteratura araba”, il rifugio di coloro che hanno scelto di non avere una patria, potrebbe porre il Salone del Libro di Torino alla testa di un modo nuovo di concepire gli eventi culturali.

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Lista delle citazioni

Abu Bakr Randa, “The Egyptian colloquial poet as popular intellectual. A Differentiated Manifestation of Committment”, in Friederike Pannewick and Georges Khalil together with Yvonne Albers (eds.), Commitment and Beyond. Reflections on/of the Political in Arabic Literature since the 1940s. Riechert Verlag Wiesbaden, 2015

Acconcia Giuseppe, Egitto democrazia militare, Exòrma, 2014

Caridi Paola, Arabi Invisibili, Feltrinelli, Milano, 2007

Del Grande Gabriele, Augugliaro Nicola, Al-Nassiry Khaled, Io sto con la sposa, Italia, 2014

Deleuze Gilles and Guattari Felix, A Thousand Plateaus, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1987

Hatoum Mona, Measures of distance, MOMA, NY, 1988

Jacquemond Richard, Entre Scribes et écrivains: le champ litteraire dans l’Egypte contemporaine, Sindbad, Paris, 2003

McAlister Melani, Epic Encounters: Culture, Media, and U.S. Interests, California University Press, Berkeley and Los Angeles, 2001

Ponzoda, Silvia, Palabra de Mujer, Women Make Movies, Spain/Egypt/Lebanon?Morocco, 2004

Said, Edward, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano 1995 (orig. 1994)

Sayad, Abdelmalek, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alla sofferenza dell’immigrato, Raffaello Cortina, Milano, 2002 (orig. 1999)

Sueif Ahdaf, Mezzaterra. Fragments from the Common Ground, Bloomsbory, London, 2004

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Una moschea in centro (a Firenze) per un’integrazione vera https://minimaetmoralia.it/interventi/una-moschea-per-unintegrazione-vera/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-moschea-per-unintegrazione-vera/#comments Fri, 16 Jan 2015 09:55:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24987 Questo intervento di Tomaso Montanari è uscito sulle pagine dell'edizione fiorentina di Repubblica. (Fonte immagine)

Quanti secoli ci ha messo il cristianesimo a ripudiare la convinzione che si possa uccidere in nome di Dio? Quando aveva l'età che ha ora l'Islam, in Europa scorrevano fiumi di sangue. E sembra che ci siamo dimenticati che, in nome del cristianesimo, solo vent'anni fa furono uccise decine di migliaia di musulmani bosniaci, a poche centinaia di chilometri da Ancona.

Se vogliamo accelerare un simile ripudio nell'Islam italiano, se vogliamo che siano più numerose e più forti le voci di chi dice «not in my name» (come ha subito gridato Igiaba Scego, scrittrice musulmana di origine eritrea, che vive a Roma), abbiamo un'unica strada: accelerare l'integrazione. Ma quella vera.

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Questo intervento di Tomaso Montanari è uscito sulle pagine dell’edizione fiorentina di Repubblica. (Fonte immagine)

Quanti secoli ci ha messo il cristianesimo a ripudiare la convinzione che si possa uccidere in nome di Dio? Quando aveva l’età che ha ora l’Islam, in Europa scorrevano fiumi di sangue. E sembra che ci siamo dimenticati che, in nome del cristianesimo, solo vent’anni fa furono uccise decine di migliaia di musulmani bosniaci, a poche centinaia di chilometri da Ancona.

Se vogliamo accelerare un simile ripudio nell’Islam italiano, se vogliamo che siano più numerose e più forti le voci di chi dice «not in my name» (come ha subito gridato Igiaba Scego, scrittrice musulmana di origine eritrea, che vive a Roma), abbiamo un’unica strada: accelerare l’integrazione. Ma quella vera.

Per far questo occorre radicalizzare la lacità, e dunque la terzietà religiosa, dello Stato: e contemporaneamente consentire il più pieno esercizio della vita religiosa delle comunità islamiche nel nostro Paese. Esattamente il contrario di ciò che propone la Destra (Lega e Forza Italia): che difende i presepi e i crocifissi nelle scuole (così che i bambini musulmani che ci studiano mai potranno sentirsi pienamente cittadini italiani) e al tempo stesso si oppone vigorosamente alla costruzione di nuove moschee. Ma anche la Sinistra, e l’intera classe dirigente italiana, non sembrano consapevoli che questa è una delle partite cruciali per il futuro del Paese.

Il caso di Firenze è emblematico. Qui la comunità islamica ha presentato un progetto per una grande moschea nel settembre del 2010. L’arcivescovo (cui certo non spettava esprimere un giudizio) sostenne che sarebbe stato meglio non pensare ad un unico tempio, ma a tanti piccoli luoghi di preghiera, possibilmente senza minareto. E il sindaco Matteo Renzi mise subito le mani avanti, dichiarando: «al momento non c’è un progetto, non c’è un’ipotesi di lavoro». Per poi chiudere ogni prospettiva: «Non vedo spazi nel centro storico di Firenze per farla, in questo momento». Oggi, cinque anni dopo questo esorcismo, tutto è ancora fermo: e l’assenza della moschea è assai eloquente sulle vere intenzioni di chi parla di integrazione.

Ebbene, è da questa miopia che dobbiamo liberarci: quando ci sembrerà finalmente venuto il momento di costruire l’Italia del futuro? Soffocati dagli eterni tatticismi della politica e prigionieri in un discorso pubblico inchiodato alla cronaca di un presente mortificante, sembriamo non sapere che presto anche in Italia si porranno le questioni che oggi agitano la Francia. La sera del massacro di Charlie Hebdo, davanti a una televisione inevitabilmente accesa, mio figlio (che fa la prima elementare in una scuola pubblica fiorentina) mi ha detto che lui non ha paura dei suoi (tanti) compagni di classe musulmani. Mi sono chiesto quanto ci metteremo a rovinare questa naturale armonia: quanto ci vorrà perché cambi idea?

Tutto si deciderà nelle nostre città, così strettamente legate alla storia delle libertà (appunto) civili italiane. Come dimostra ciò che è successo nelle banlieuses francesi, le politiche urbanistiche hanno un peso straordinario nel futuro sociale di un Paese. Per secoli le città italiane hanno creato cittadini: italiani non per stirpe, ma per cultura. Siamo una nazione non per via di sangue, ma – letteralmente – iure soli: per la forza di un territorio che ci ha fatto comunità. Lo riconosce l’articolo 9 della Costituzione, uno dei pochissimi che spenda appunto la parola ‘nazione’: associandola al patrimonio storico e artistico e al paesaggio. Cioè allo spazio pubblico: luogo terzo in cui non siamo divisi né per fede né per censo, ma siamo cittadini ed eguali.

Oggi questo patrimonio può tornare a giocare nella direzione del futuro. Quante chiese abbandonate potrebbero diventare moschee (invece che alberghi di lusso)? Quanti centri storici possono rinascere accogliendo anche un’altra cultura, invece che avviarsi ad un’imbalsamazione turistica? Una moschea nel centro di Firenze sarebbe un segno potente, capace di indicare la direzione del cammino che dobbiamo intraprendere. Un modo per dire che ora, sì, sappiamo come costruire un’integrazione vera. Che passa attraverso città che permettono l’incontro quotidiano, la mescolanza, la conoscenza. E non attraverso quartieri ghetto: periferie chiuse e separate, luoghi fatti apposta per fomentare il risentimento verso quella separazione e nutrire un’identità basata sull’alterità radicale.

È una partita che ci mette di fronte alle nostre antiche carenze: non siamo mai riusciti a formare veri cittadini, a costruire uno Stato impermeabile al pervasivo secolarsimo della Chiesa, a dare un senso attuale e progressivo al patrimonio storico e artistico delle nostre città. Ebbene, è venuto il momento di farlo.

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Caro Presidente https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/ https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/#comments Wed, 05 May 2010 08:34:43 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2354 di Igiaba Scego Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal […]

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di Igiaba Scego

Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?

L’Unità – Edizione Nazionale – 30/04/2010

Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia, il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione.

Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo… letteralmente. Ho un curriculum d’eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all’estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell’essere precario. Nella speranza che l’amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m’ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l’animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L’amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta ‘sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s’è fatta più drammatica: c’è la crisi e il poco lavoro». Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l’Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. la voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L’Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L’ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c’è l’Australia. Gordana è l’ennesimo cervello in fuga. Io l’Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto. Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un’altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L’università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell’emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L’Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L’università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande. L’università italiana è un po’ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni. Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l’Italia è cambiata, dove c’è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare.
30 aprile 2010 pubblicato nell’edizione Nazionale nella sezione «Economia»

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