Ignazio di Loyola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ignazio-di-loyola/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Sep 2014 20:43:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ignazio di Loyola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ignazio-di-loyola/ 32 32 End Zone, la summa delle ossessioni di DeLillo https://minimaetmoralia.it/libri/end-zone-don-delillo/ https://minimaetmoralia.it/libri/end-zone-don-delillo/#comments Sun, 14 Sep 2014 05:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23162 Questo pezzo è uscito su Europa.

Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) convoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà lu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.

Leggere End Zone dopo aver conosciuto gli altri grandi romanzi di DeLillo ha però il vantaggio di rivelare come i suoi assili attuali circolassero sin dall’origine della sua letteratura.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Fonte immagine)

Il football americano e la minaccia della guerra nucleare raccontati da Don DeLillo in End Zone (Einaudi, pp. 256, euro 19.50) convoleranno a nozze molti anni dopo, sotto le miracolose sembianze di baseball e guerra fredda, narrati in Underworld. Dato però che End Zone (1972) – pur essendo il secondo romanzo di DeLillo – è arrivato in Italia solo ora, è molto probabile che i lettori percepiranno un paradossale effetto di déjà lu nel ritrovare alternati in queste pagine ancora uno sport di squadra e la paranoia di matrice politica.

Leggere End Zone dopo aver conosciuto gli altri grandi romanzi di DeLillo ha però il vantaggio di rivelare come i suoi assili attuali circolassero sin dall’origine della sua letteratura. Oltre allo sport e al pericolo atomico (orizzonte in cui si deve inscrivere anche Rumore bianco), in End Zone si sente già il rombo dei cieli e dei deserti che si affaccerà all’infinito nella sua narrativa; si ritrova la mania del linguaggio e del potere stregonesco delle parole che persisterà nei rovelli di tantissimi suoi personaggi («le parole non spiegano, non chiariscono, non esprimono. Sono analgesici», si legge qui); si respira poi la dietrologia legata alla politica americana che verrà celebrata definitivamente in Libra sull’omicidio Kennedy («È il mio stesso paese a farmi paura. Io ho paura degli Stati Uniti d’America. È ridicolo, non è vero?», si legge già qui); e ci sono le preghiere, i santi, il senso del sacro (non si finirà mai di interpretare DeLillo alla luce degli scritti di Ignazio di Loyola).

Ma ciò che forse impressiona di più davanti a queste pagine del 1972 è ascoltare quella sua stessa inalterabile voce che era già uno stile compiuto e riconoscibile, in ogni paragrafo: «L’aria si mantenne fresca e serena, le ragazze portavano calzettoni bianchi fino al ginocchio, ogni pomeriggio alla stessa ora un piccolo aereo rosso passava sopra il campi d’allenamento. Quelle giornate in Pennsylvania avevano qualcosa di estremamente asiatico».

Il protagonista di End Zone è Gary Harkness che, dopo essere passato per alcuni college, approda al Logos College e presto scende in campo per combattere un anno di football: «ci allenavamo nel caldo tremulo, aggrappati alla sola certezza che qui le cose erano semplici». Per riempire i buchi che lascia il football – «senza il football la mia vita non aveva senso» – si dedica a studiare volumi che raccontano la possibile catastrofe nucleare: «mi piaceva leggere della morte di decine di milioni di persone». Il football e la palla ovale sono motivo di innumerevoli elucubrazioni: «io rifiuto il parallelismo tra football e guerra – dice uno dei personaggi – la guerra è guerra. Non abbiamo bisogno di succedanei dal momento che abbiamo l’originale».

La strana vita di Gary Harkness ha delle zone oscure «per cinque mesi non feci nulla, dopodiché ricominciai a non fare nulla», oppure:  «quella volta rimasi chiuso in camera mia per sette settimane a rimescolare un mazzo di carte», è un’esistenza che si lega a quella di altri personaggi stralunati: come lo studente di colore Taft Robinson, velocissimo, e soprattutto Myna Corbett, ragazza coi capelli flosci, che si mangia le unghie e ha un’andatura a papera, perfettamente consapevole del suo corpo e forte della sua decisione di non essere bella. Parlando con Gary lei si descrive così: «dentro di me c’è una ragazza emotiva, sciatta e in sovrappeso. Io sono la stessa, Gary, dentro e fuori. È difficile essere belle. Si hanno degli obblighi nei confronti della gente».

La seconda parte del romanzo è quasi solo descrizione di una partita di football, i giocatori si piantano i caschi nel petto, inciampano uno nell’altro e alla fine vengono sepolti dai corpi degli avversari. La terza parte è più lirica, si gioca ancora, ma tra la neve fresca.

È questa responsabilità della bellezza incarnata in Myna ad aver probabilmente dettato la rotta in tutti questi anni a Don DeLillo: il dovere nei confronti dei lettori di accompagnarli annotando i diversi tipi di silenzi, di pensieri, di associazioni di idee («pensai a donne sotto la neve e sotto la pioggia, sulle montagne o nelle foreste, alla fine di lunghe gallerie immerse nella coraggiosa luce dei quadri di Rembrandt»).

DeLillo ha accettato di restituire i desideri nascosti nella cultura pop («lo spettatore ha bisogno di dettagli: impressioni, colori, statistiche, schemi, misteri, numeri, espressioni idiomatiche, simboli. Il football, più di altri sport, è in grado di soddisfare questi bisogni»). Ha accettato insomma il compito (e la responsabilità) di generare bellezza: «Mi stavo addentrando nella fase biblica del pomeriggio, l’apice della mia nuova semplicità. Una verità meno che eterna non poteva avere alcuna attrattiva. Mi stavo preparando a pensare alla notte, al deserto, a foreste dolenti, alla luna, alle stelle. Al vento dell’Ovest, alla bruma battesimale e all’intenso profumo di mirra della terra dopo il raccolto».

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Giordano Meacci: profeta in patria https://minimaetmoralia.it/fiction/laffinale/ https://minimaetmoralia.it/fiction/laffinale/#comments Thu, 10 Jul 2014 08:45:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21848 Quando si dice che uno scrittore possiede doti profetiche, non la si intende in modo letterale, e soprattutto si usa un tempo verbale ("ha avuto doti profetiche", "aveva doti profetiche", "fu profetico quando scrisse di...") che sottintende il passaggio a miglior vita del de cuius di Casarsa di turno. Invece Giordano Meacci è ancora vivo. E non contento di aver previsto dieci anni di vita politica italiana con dieci anni d'anticipo in "Brechtdance" (racconto del 2004 che ripubblicammo su questo blog qualche mese fa, quando le coincidenze iniziavano a essere troppe), ci ha anche preso con la finale della Coppa del Mondo di calcio documentata ne "L'Affinale" pure pubblicato il 30 giugno su questo blog. Stamattina tutti sui giornali a parlare della profezia dei due papi, ma il primo fu Meacci, come Meucci col telefono. Che possiamo fare? Ripubblichiamo "L'Affinale", mentre i più meschini tra i collaboratori di minima&moralia (nonché vecchi amici di Giordano Meacci rifattisi vivi dopo anni) hanno iniziato già stanotte a implorarlo di comparirgli in sonno con i numeri del Lotto come nei vecchi testi di Eduardo.

L'affinale

Il problema principale è l’argento; è quello che sta recintando una corona spinosa e rossastra alla base dell’anulare. Nonostante l’anello sembri d’oro – e infatti l’immaginetta scabra e barbuta alle prese con i nodi delle reti scintilla, blandamente gialla – al movimento avvitante di dito contro dito il bagno dorato mostra le macchie puntinose di un lavoro fatto in fretta. Come se nella fascia compatta del metallo si nascondesse l’anima argentina e ghiacciata di una qualche carta crocchiante da presepe estivo.

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Quando si dice che uno scrittore possiede doti profetiche, non la si intende in modo letterale, e soprattutto si usa un tempo verbale (“ha avuto doti profetiche”, “aveva doti profetiche”, “fu profetico quando scrisse di…”) che sottintende il passaggio a miglior vita del de cuius di Casarsa di turno. Invece Giordano Meacci è ancora vivo. E non contento di aver previsto dieci anni di vita politica italiana con dieci anni d’anticipo in “Brechtdance” (racconto del 2004 che ripubblicammo su questo blog qualche mese fa, quando le coincidenze iniziavano a essere troppe), ci ha anche preso con la finale della Coppa del Mondo di calcio documentata ne “L’Affinale” pure pubblicato il 30 giugno su questo blog. Stamattina tutti sui giornali a parlare della profezia dei due papi, ma il primo fu Meacci, come Meucci col telefono. Che possiamo fare? Ripubblichiamo “L’Affinale”, mentre i più meschini tra i collaboratori di minima&moralia (nonché vecchi amici di Giordano Meacci rifattisi vivi dopo anni) hanno iniziato già stanotte a implorarlo di comparirgli in sonno con i numeri del Lotto come nei vecchi testi di Eduardo.

L’affinale

Il problema principale è l’argento; è quello che sta recintando una corona spinosa e rossastra alla base dell’anulare. Nonostante l’anello sembri d’oro – e infatti l’immaginetta scabra e barbuta alle prese con i nodi delle reti scintilla, blandamente gialla – al movimento avvitante di dito contro dito il bagno dorato mostra le macchie puntinose di un lavoro fatto in fretta. Come se nella fascia compatta del metallo si nascondesse l’anima argentina e ghiacciata di una qualche carta crocchiante da presepe estivo.

Dopo la scelta povera, s’era ricordato – pulviscolo di quasar nella rètina di Dio, minuzia fastidiosa a insidiargli la prima nottata insonne – della sua allergia all’argento. «Un’anima nomade, probabilmente», si dice. Sono i rom a pensare che l’argento porti sfortuna, per la cenere nera che lascia sulla pelle. E in qualche strano modo sorride allo stadio pieno e vociante che lo accerchia.

Quasi gli sembra – non capisce se c’è stato un suo primo piano casuale sui maxischermi, nel dubbio continua a sorridere – quasi (che è la migliore delle approssimazioni, pontifica il gesuita che comunque, nomi e cose conseguenti a parte, gli vive dentro: come uno Yoda nerastro a forma di Ignazio di Loyola) ― quasi si convince di non avere assunto quell’espressione sempre troppo complice (con il mondo mentre appare, con la natura dell’occhio di chi guarda) che gli gonfia – sempre; davvero, se ci pensa è sempre – una sacca d’aria tra le gengive e il fucsia sbiadito del labbro. Una vescica che poi scompare, lasciando migrare l’aria del sorriso sulle guance, oltre gli zigomi; fino a svaporare di elio involontario di là dalle ali di polvere delle occhiaie, vìa vìa fino alle ultimerughe della fronte.

Stan Laurel, gli hanno sempre detto. Che somiglia a Stan Laurel. E, mentre il guizzo da soriano che gli allarga le braccia in un gesto naturale di condivisione costringe tutto lo stadio a curvare un’ola di appagamento e di meraviglia accogliente, ecco che la coda dell’occhio saétta colore dopo colore sul bianco del cappello del Tedesco in arrivo. Il Tedesco gli fa un cenno e poi si ferma, avvinghiandosi al corrimano aggiunto; e appoggiandosi allo Svizzero che lo aiuta a camminare tra i seggiolini.

È stata questa neocerimonialità d’occasione – la Fifa in persona, pare: per quello che vuol dire alle sue orecchie latine – a imporre una distanza di dieci posti tra loro due. (Ancora vuoti, in realtà).

È stato lui a sentirsi studiatamente emozionato dalla mattina presto; e ora che il Tedesco arranca e gli sorride, appoggiandosi di schiena al sedile in plastica bianca, lui si vede da fuori – forse la consapevolezza degli schermi del Maracanà, o una semplice trasmigrazione parziale dell’anima senziente verso il brusìo incontrollato che commenta ogni suo gesto – proprio si vede mentre risponde al sorriso; e distoglie gli occhi da quella che, a tutti gli effetti (e almeno oggi ufficialmente), è l’ombra bianca del Nemico.

Fa per sedersi anche lui. La mano destra dell’anello si muove nella tasca interna di una delle due maniche, ne tira fuori la figurina Panini che s’è portato via, più o meno consapevolmente, quando due giorni prima uno dei bambini dell’incontro del venerdì gli ha offerto un mazzetto di santini; gli eroi in effigie in cui aveva scorto – i gesti palpabili di chi è avvezzo al calcio – la bellezza rifinita del Grande Lusitano, lo sguardo riposto di un Rafael Márquez, l’allure demoniaca di un Kostas Mitroglou alle prese con la ferita lucente dell’obiettivo; fino al cipiglio malrasato, e triste, del suo Lionel Messi: lo sguardo pieno di preoccupazione di chi può soltanto fare bene: e senzagloria; perché il meglio del premio può essere solo la sufficienza scontata di chi se l’aspetta.

E invece la disperazione di un fallimento è infinitamente più abissale, e insostenibile. Gli occhi di Dio puntati su di te: con soprammercato una torcia portatile con cui rinforzare la luce dei secoli centrando il fascio dritto nella pupilla.

Così respira forte, la figurina di Messi in mano: una versione pieghevole e adesiva del mezzobusto che è, adesso, imprigionato nel fratino del riscaldamento prepartita.

Nel cuore smeraldo del Maracanà ci sono solo gli Argentini, per ora. Coloni affannati della loro metà di campo.

Gli viene da tossire; pensa che trattenere lo sbotto d’aria compressa che gli s’è piazzata in gola lo farà sembrare di nuovo Stanlio. Maledizione, si mormora dentro; e il biascichìo esplode con la bolla di saliva e singhiozzo: fa appena in tempo a coprirsi la bocca con una mano; e intanto già appare dal nulla il ristoro immediato di una caramella alla menta. «Grazie», oscilla in italiano, istintivamente, alla sua sinistra.

Si scontra con gli occhi acquosi del Tedesco. Che muove leggermente in giù la testa e lo risalùta, di nuovo. Confermandogli una considerazione che, finora, aveva sempre evitato di denunciarsi in testa a voce alta. «Quando siamo insieme, allora, mi fissa costantemente…».

Muove di scatto la testa per coglierlo di sorpresa; e invece a sorprendersi è lui: perché il Tedesco si sta stringendo forte al mancorrente che gli hanno messo davanti: ha appoggiato la fronte al ferro lucido. Sembra pregare. Ed è, anche, come se avesse appena inventato un metodo di meditazione alternativo a quello, esageratamente devoto, degli islamici rivolti alla Mecca. Con il segno della flessione e però l’evidenza della fissità. Anche perché oscillare avanti e indietro la fronte su un corrimano comporterebbe danni ingestibili dall’età del Tedesco.

Suo malgrado ridacchia, poi sbuffa. E si rende conto ancora una volta – l’ennesima – che l’ossessione del Magrolino gli ha condizionato la vita e le smorfie. Quando lui, in realtà, si è sempre rivisto in un altro viso, più scavato: anche se con le stesse orecchie sporte in fuori come portiere di DeLorean, il naso a punta; le stempiature a forma di golfo. «Fred Astaire!» vorrebbe gridare, in un impeto di vanità inconsolabile. «Fred Astaire. A lui…». Cerca un’antica somiglianza che s’è poi evoluta, espansa in una doppia vecchiaia – prima – e in una prosecuzione successiva cambiata di segno. Pensa agli anni del suo primo amore, alla brillantina passata con perizia sui capelli per trasformarsi – una sagoma nello specchio, le promesse in fuga dei vent’anni – in Fred Astaire. E precisamente in un Fred Astaire seduto, diméntico del ballo e delle scarpe di vernice. Davanti allo specchio della sua giovinezza tanguera, appena prima del momento inarrivabile dell’appuntamento con Amalia, si rivedeva Fred Astaire in Swing Time, mentre canta al piano per Ginger Rogers The Way You Look Tonight: la cravatta nera a righe bianche, nel ricordo da cinematografo; e l’immancabile fiore bianco spampanato all’occhiello. Lui che fa finta di andare via e si siede al piano, la Rogers nella stanza da bagno che si passa lo sciampo nei capelli; lui che attacca a suonare e intona Saamdéi… Uén Aim o-offli louu, guarda in alto a sinistra più o meno dove dovrebbe esserci stato, nella realtà della finzione, un faretto di scena. Lei, illuminata, esce dal bagno in vestaglia e con un asciugamano sulle spalle, lo sciampo che le copre la testa come un cappello da cocktail: e in tutto questo è perfettamente truccata, probabilmente ha anche le ciglia finte; ma appena lui smette di cantare lei si finge sorpresa nel pieno dell’intimità più sconsiderata e inguardabile e scappa fuoricampo ­― un altro colpo di tosse lo porta via con un suono di porta chiusa, un vago dolore al polmone: quasi un fantasma di bollicine di  gazzosa gli passasse nel fiato dal basso verso l’alto della sua smorfia sul maxischermo, di nuovo salutato dalle devozioni laiche degli applausi.

Gli dèi aerei degli argentini hanno sempre problemi strampalati al respiro; sono puck senzafiato che si lasciano giocoforza trasportare dalle correnti sghembe appena sopra il terreno. E sì che Buenos Aires dovrebbero essere ‘i venti buoni’, per nascita; le arie che rabboniscono. «O imboniscono?», si chiede, improvvisamente dubbioso. A furia di pensare in due lingue alla volta le parole si confondono, arrogandosi tutti i significati che gli vorticano dentro da un punto all’altro del mondo. «Bonificano, mi sa», pensa. E si riaccomoda sulla seggiolina.

In campo, Messi si crea una veronica ingannando sé stesso: l’immagine vera del piede che addirittura precede il gioco di ombre dei riflettori, quando una zolla viene arpionata dal truch-cht morbido – indistinguibile, dalla tribuna d’onore, ma chiaro e indimenticabile come l’arco minimo del sole sui mattini di Mar del Plata – dei tacchetti degli scarpini.

Lui respira forte nel vestito bianco. Vede più in basso Joni Ernst: e gli passa un brivido leggero sulla schiena, la mano di un qualsiasi angelo purgatoriale minore che gli solletica le vertebre con una foglia di tè. Lula, poco distante, gli agita contro la mano destra e ammicca. L’uomo accanto all’ex presidente beve da una bottiglia nascosta in un sacchetto di carta del pane.

Pensa che se non parla con il sindaco di Roma c’è il rischio che con la nuova ordinanza sugli alcolici si vada a mettere a repentaglio la messa della Vigilia.

Alza gli occhi per non ridere – assolvendo con imposizione immediata quel maledetto impulso fratesco che lo farebbe dannare, per una battuta. E ogni pensiero piccolo degli inferni quotidiani si porta dietro il sipario scuro del 1976, di Luís, Enrique, Francisco, Orlando. Una piccola nenia di nomi, l’annuncio di una formazione interrotto all’improvviso.

«Ma se i morti devono seppellire i morti, allora che i vivi seppelliscano i vivi, quando serve…». È questo che direbbe, se solo qualcuno gli desse un centesimo per i suoi pensieri. Ma non c’è elemosina per nessuno dei suoi ricordi tristi; così il pensiero nuovo si accavalla all’immagine, tre file più in basso, di una donna bellissima e pensierosa, che – se soltanto se lo concedesse – gli porterebbe l’immagine di Amelia a quarant’anni che lui non ha mai conosciuto.

«Dopotutto le cose sono andate come sono andate, no?»; e non c’è risposta che non possa essere ossequiosa e pacificata, dopo quel suono di no.

Ecco però che lo stadio si ferma alle parole degli altoparlanti. S’è distratto un momento e il portoghese strascicato in volo sullo stadio gli è sembrato un’idea aerea tra le altre: ma eccola ancora, la voce dall’alto: che ripete quello che già tutto il Maracanà ha sentito e che, nel profondo del cuore, nonostante gli straordinari nonpagati del suo super-io eternamente al lavoro, anche lui sa.

La Germania. La Germania che s’è semplicemente affacciata, mezz’ora prima, con qualche giocatore in maglia bianca, oltre il tunnel che dagli spogliatoi arriva fino al prato. La Germania ha appena confermato ai dirigenti della Fifa – c’è sempre un qualche passato che non conosciamo, quando arriviamo alle evidenze del presente – la sua decisione di non presentarsi in campo. Di non giocare la partita. Di ritirarsi. E tornare a casa.

L’Argentina è già campione del mondo vincendo tre a zero a tavolino.

Vede il Tedesco che alza la fronte, bianchissima, dal ferro del corrimano – sembra passata nella cipria: una sogliola alla mugnaia pronta per una soirée invece che per l’olio bollente. Il Tedesco guarda verso di lui per un momento: un momento soltanto; si gira alla sua destra, verso lo Svizzero in alta uniforme, gli stessi colori almeno dai tempi della morte di Trakl. Rinuncia per un attimo alle domande classiche degli storditi ― la clymax ascendente «Dove sono?», «Chi sono?» Forse crede di essere finito nel miraggio sdoppiato di un demone pomeridiano dalla digestione lenta. Ci riflette, prendendosi il tempo giusto che gli serve.

«Com’è finita, poi?»

Tutt’intorno a lui, nessuno sa veramente che cosa dire.

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