Ignazio Marino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ignazio-marino/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:45:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ignazio Marino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ignazio-marino/ 32 32 Roma, 2015 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/#comments Thu, 11 Jun 2015 17:31:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27281 E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

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Riot police in Tor Sapienza

(fonte immagine)

E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

È come se negli ultimi mesi i grovigli che covavano sottotraccia nella città  si fossero dati appuntamento, tutti insieme, per uscire allo scoperto. È come se si fosse riaperto – seppure in una forma a volte farsesca – l’abisso immaginato da Nathaniel Hawthorne nel Fauno di marmo: «Senza dubbio», disse Kenyon battendo il piede con fermezza, «questo è il punto esatto dove si aprì l’abisso in cui Curzio si gettò insieme al suo nobile destriero. Immaginate il grande squarcio buio, d’insondabile profondità, i mostri informi e gli orridi volti che indistinti si intravedono sul fondo, con grande spavento dei buoni cittadini che spiavano dall’orlo! Ecco, questo è un buon soggetto a cui finora non si è mai pensato, per una storia sinistra e orrorosa, e forse, con una morale profonda come la stessa voragine. Al suo interno, è fuor di dubbio, c’erano delle visioni profetiche – preannunzio di tutte le future calamità di Roma – ombre di Goti e di Galli e persino dei soldati francesi di oggi. Fu un peccato richiuderla così presto! Darei non so cosa per dare un’occhiata in quell’abisso».

Il 4 dicembre 2014 i carabinieri del Ros arrestano Massimo Carminati  a bordo della sua Smart in una strada di campagna a Sacrofano, accendendo i riflettori su “Mafia Capitale”. Anche grazie alla pomposità metonimica dell’operazione, Mafia Capitale diventa nei mesi successivi la porta dell’abisso che sembra inghiottire la città, dalla stazione di servizio in corso Francia, presunto quartier generale di Carminati, fino ai piedi del Marco Aurelio in Campidoglio, le cui mura tremano sotto i colpi delle intercettazioni, degli arresti e dei sospetti. Qualcuno sostiene che l’operazione sia tutta fuffa (“roba da stracciaculi e giudici intrufolini”: è la posizione del Foglio), altri che sia l’ennesima e non ultima tappa di una nazione endemicamente corrotta, i partiti di opposizione fiutano l’occasione di cavalcare il mostro. Ma non si ferma a Mafia Capitale quello che sta vivendo questa Roma immortalata tra la fine del 2014 e i primi sei mesi del 2015.

A febbraio viene fuori la cosiddetta “Affittopoli” : appartamenti sparsi in tutta la città, centro compreso, affittati da anni a canoni fissi e irrisori, con perdite per il Comune di milioni di euro tra evasione e mancati incassi. Sempre a febbraio, a cavallo della partita di Europa League tra Roma e Feyenoord, centinaia di ultrà olandesi si danno appuntamento in pieno centro. Scontri con la polizia, scene di guerriglia tra piazza di Spagna e Campo de’ Fiori. La fontana della Barcaccia imbrattata e colma di bottiglie diventa immediatamente un simbolo – un altro, per una città che ne ha fin troppi. Il mese si chiude con la discesa nella Capitale di Matteo Salvini, accolto dai camerati di Casapound in piazza del Popolo. Le bandiere verdi della Lega che si vedono dal Pincio erano inimmaginabili fino a qualche anno fa, ma nel complesso la manifestazione non sfonda, e nelle stesse ore un ben più nutrito corteo, “MaiConSalvini”, sfila per le strade della città.

Se Lega e neofascisti hanno visto in Roma un’opportunità di propaganda, è perché come e più di altre città italiane la questione dell’immigrazione e delle periferie esasperate ha rappresentato durante questi mesi un altro fronte in ebollizione, probabilmente il più rumoroso e redditizio in termini di consenso elettorale. Nel novembre scorso brucia Tor Sapienza, quartiere periferico che ospita un centro d’accoglienza – poco tempo prima era toccato al quartiere di Corcolle. Bruciano i cassonetti, monta (o viene montata?) la protesta – si diffonde la voce di un nuovo centro – si rivede l’ex sindaco Gianni Alemanno.  Il 27 maggio un’automobile travolge nove passanti nel quartiere di Primavalle, ancora periferia, uccidendo una donna e ferendo altre otto persone. A bordo della macchina ci sono tre residenti in un campo nomadi sull’Aurelia. Il mattino dopo, il titolo del «Tempo» è “Saluti da Rom”.

Poi, a intorpidire ulteriormente l’aria di una città già depressa, ci sono gli sgomberi e la chiusura dei locali storici, affondati da altri nodi irrisolti che si trascinavano da anni. Il 16 marzo vengono messi i sigilli al Circolo degli artisti, spazio che negli anni ha ospitato decine di concerti, mostre, tante serate di banale divertimento («Il punto è che al Circolo ci va tanta gente diversa. È così grande e misterioso che mi verrebbe di paragonarlo a una spiaggia. Ognuno si diverte a modo suo e per conto suo», ha scritto Francesco Pacifico all’indomani del sequestro del locale). A inizio maggio la polizia con un blitz sgombera lo Scup, un centro sociale che dal 2012 ospitava una palestra popolare, una biblioteca, una cucina economica, una ludoteca per i bambini.

In giro, nei discorsi e nelle chiacchiere che si fanno – ogni giorno ne viene fuori una! –  si tende a vivere tutto questo con rassegnazione (“che ci vuoi fare?”). I più ottimisti confidano in tempi migliori, in una rinascita a breve, ma è pura professione di fede. Nei confronti del sindaco si oscilla tra l’autentico odio politico e la compassione umana per chi si è ritrovato a governare in una delle fasi storiche più delicate degli ultimi trent’anni. Di certo, di fronte a tutto questo, la piazza dei sindacati semivuota e i fischi al suo indirizzo sembrano riflettere l’immagine di questa rabbia/rassegnazione; e il 2015 è ancora lungo.

 

 

 

 

 

 

 


[1] La piazza delle “vittorie” del centrosinistra dai tempi del bipolarismo. Autenticamente festosa quella celebrata nel 1996, quando il neonato Ulivo sconfisse il centrodestra. Grottesco-surreale  il raduno notturno nel 2006, quando l’Unione vinse alla Camera per poche migliaia di voti.

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Il caso Riccardo Muti e la guerra all’Opera di Roma https://minimaetmoralia.it/interventi/il-caso-riccardo-muti-e-la-guerra-allopera-di-roma/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-caso-riccardo-muti-e-la-guerra-allopera-di-roma/#comments Thu, 02 Oct 2014 14:40:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23699 di Michelangelo Pecoraro Una farsa annunciata, una sequela di cialtronerie, annunci fumosi, falsità e veleni più o meno motivati, ripicche e alzate di spalle. Un campionario delle peggiori schifezze che l’Italia possa vantare in campo artistico, insomma, racchiuso nella vicenda smossa in questi giorni dal pesante forfait di Riccardo Muti. E, senza eccedere in retorica, […]

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di Michelangelo Pecoraro

Una farsa annunciata, una sequela di cialtronerie, annunci fumosi, falsità e veleni più o meno motivati, ripicche e alzate di spalle. Un campionario delle peggiori schifezze che l’Italia possa vantare in campo artistico, insomma, racchiuso nella vicenda smossa in questi giorni dal pesante forfait di Riccardo Muti. E, senza eccedere in retorica, è possibile leggere in filigrana la fase storica vissuta dal Paese nelle beghe che animano politici, giornalisti e musicisti più o meno sindacalizzati attorno alle vicende del Teatro dell’Opera di Roma.
I più interessati all’argomento già hanno potuto leggere oceani di byte, formandosi una dettagliata opinione in merito. Mi rivolgo dunque, paradossalmente, data la lunghezza di questo articolo, ai meno interessati, la cui conoscenza della vicenda si basa su frammenti di articoli, spezzoni di programmi televisivi, telegiornali e sentito dire. Parlerò anche di un contesto più ampio in cui alcune prese di posizione, altrimenti incomprensibili, trovano la loro logica.

Il mondo dell’opera è da qualche anno, come altri aspetti nella vita del nostro paese, al centro di tensioni. Ci si potrebbe limitare alla natura economica dei problemi, e fra poco ne parlerò dettagliatamente, ma tale natura nasconde molteplici e complesse vicissitudini. Il casus belli, questa volta, è di quelli memorabili: il sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes, comunica alla stampa di aver ricevuto da Riccardo Muti una lettera; nel testo citato, il maestro si scrolla di dosso gli impegni – Aida e Le nozze di Figaro – assunti con il teatro per l’imminente stagione. Fuortes ricama, tra una citazione e l’altra, un florilegio di attacchi ai sindacati, rei di aver compromesso “la serenità necessaria” con una serie di scioperi culminati nella battaglia estiva di Caracalla.

Ho scritto un primo articolo, subito dopo il comunicato di Fuortes, in cui mi chiedevo se la lettera di Muti sarebbe mai stata resa pubblica. Non sono stato l’unico. Muti ha infine deciso di pubblicare la lettera sulla sua pagina facebook ufficiale. Il commento di accompagnamento inizia con le parole. “Per chiarezza, pubblichiamo integralmente la comunicazione inviata…” Eppure il baccano esegetico continua, la “chiarezza” non è giunta e il motivo è chiaro: il breve testo è un miracolo di equilibrismi in cui si può leggere di tutto. Si parla di “problematiche”, “sforzi”, “vostra causa” (di chi? del teatro? del sovrintendente? dell’orchestra?), “ultimi tempi” (un mese? due? un anno? dieci?).

Gli attori istituzionali continuano a cianciare di un possibile ritorno di Muti, una volta calmate le acque, ma è lo stesso direttore a considerare “irrevocabile” la decisione. Nella lettera precisa di volersi dedicare, «in Italia, sopratutto (sic<) ai giovani musicisti dell’Orchestra Cherubini» da lui fondata. Aggiungiamo un dettaglio non di poco conto che alcuni commentatori già hanno avuto lo spirito di far notare: la lettera è stata scritta su carta intestata della Chicago Symphony Orchestra, l’altro ente diretto da Muti da qualche anno. Chi lamentava il dualismo negli impegni del maestro ora è stato accontentato: il dilemma è sciolto e la decisione a favore dell’orchestra americana è stata presa.

È giusto addossare questo addio ai soli sindacati in agitazione all’Opera di Roma? Senza ombra di dubbio, no. Argomenti di peso remano contro un’ipotesi del genere: nonostante le minacce di sciopero, l’orchestra romana non ha MAI fatto saltare uno spettacolo del direttore, a differenza della Chicago Symphony Orchestra che, nel settembre 2012, organizzò uno sciopero improvviso due ore prima di un concerto che Muti avrebbe dovuto dirigere. E questo argomento basterebbe, contro chiunque parli di “colpa unica dei sindacati”. Un altro argomento non di poco conto riguarda il personaggio-Muti: quando il maestro vuole mandare un messaggio chiaro a qualcuno, da brava primadonna, non le manda certo a dire. Lo ha fatto in passato con diversi esponenti del mondo della politica e della musica e, negli anni scorsi, ha già smentito le ricostruzioni di giornalisti che cercavano di incolpare solo i sindacati per le tensioni all’interno del teatro romano. Facciamo un ulteriore passo e chiediamoci: a chi è che Muti ha mandato messaggi chiari, ultimamente? Alle “maggiori istituzioni”, al sindaco di Roma e al ministro Franceschini; cioè a chi sgancia i soldi.

Ecco un estratto dalle dichiarazioni che il maestro ha rilasciato a Tokyo, dove questa estate si è recato in tournée con l’Orchestra dell’Opera di Roma: «Credo che proprio l’identità italiana in Italia da parte di alcune maggiori istituzioni si stia perdendo. Il fatto che il teatro della capitale dia dimostrazioni a questo livello… credo che sia un messaggio che da Tokyo debba arrivare non solo al sindaco di Roma ma anche al ministro Franceschini. Si deve capire che nel teatro di Roma c’è un tesoro che va potenziato: non aiutato, potenziato». Un problema di soldi, dunque, e di connessa qualità artistica. Come afferma in un servizio per il programma Agoràil fagotto e controfagotto dell’orchestra romana, Fabio Morbidelli: «Muti fa spettacoli importanti, e pretende che le cose si facciano come dice lui, cioè bene. Le cose fatte bene costano. Qui in Italia i soldi per questo settore non ci sono più». Il sindaco Marino, il sovrintendente Fuortes (messo là da Marino) e il ministro Franceschini sono i primi ad aver rilasciato dichiarazioni pubbliche contro i sindacati e di “solidarietà e comprensione” verso Muti. Qualcuno, sui social network, ha ricordato con ironia e saggezza un detto popolare: la gallina che canta ha fatto l’uovo.

I sindacati sono del tutto esenti da coinvolgimento, dunque? Nemmeno. Il fatto che Muti abbia mantenuto una certa ambiguità, nella lettera di dimissioni, parla chiaro: non vuole accusare gli orchestrali, ma non vuole nemmeno discolparli pubblicamente. A un uomo concentrato principalmente sulle proprie ragioni non può di certo aver fatto piacere una così continua fibrillazione. Del resto, non avrebbe potuto attaccare esplicitamente la sua ormai ex orchestra: ha già una fama di “bacchetta dittatoriale” per le sue passate vicissitudini con la Scala, ci mancherebbero anche nuove polemiche con l’orchestra che l’ha amato al punto da farlo nominare “Direttore Onorario a vita”, carica curiosa che nell’ambiente musicale fa sogghignare più di qualcuno, e che ora gli ha inviato una lettera di amore incondizionato

A questo punto, giungono i giornalisti – l’ingrediente peggiore in un mix già esplosivo – e mi concedo una breve digressione ispirata a uno degli articoli più brutti che abbia letto sull’intera vicenda, a firma Filippo Facci.
Sono pochi gli organi informativi di questo paese a salvarsi, e quelli finanziati dalla politica, cioè la maggior parte di quelli più diffusi, sono i peggiori in assoluto: potenzialmente entità di grande importanza per garantire il pluralismo dell’informazione, all’atto pratico si riducono spesso a cassa di risonanza per i potentati del momento più o meno amici. E così è andata anche questa volta, con uno sconcertante (o indicativo, a seconda dei punti di vista) allineamento delle testate considerate “di destra” a quelle “di sinistra”. I politici, come capita, hanno sparato scemenze nel mucchio, tirando la giacchetta dei numeri e delle parole un po’ da una parte e un po’ dall’altra e mostrando di non aver capito una mazza (o di aver capito troppo bene), ma alcuni giornali e alcuni giornalisti si sono accaniti con particolare verve contro gli orchestrali sindacalizzati, appiattendosi sull’interpretazione data alla lettera di Muti da Fuortes, Marino e Franceschini. La galleria dei peggiori, oltre al già citato Facci, comprende vari pezzi di telegiornali (regionali e non), articoli su Repubblica (Francesco Merlo, Leonetta Bentivoglio e altri), sulla Stampa (dove un accanitissimo Altero Mattioli sembra avere risentimenti personali contro tre quarti degli orchestrali), sul Tempo (un Chicco Testa in grande spolvero allinea una serie di insulti senza capo né coda), sul Corriere, sul Messaggero, la puntata di Virus, trasmissione condotta da Nicola Porro, del 25 settembre (invitato da Facci),eccetera eccetera eccetera.

Negli argomenti, trovati perlopiù con l’ausilio del copiaincolla, si ripetono una serie di falsità e inesattezze. In generale, si nota la bieca abitudine di prendere episodi particolarissimi e renderli specchio della normalità, pratica già tristemente usata per altri settori come la pubblica istruzione (i casi più eclatanti di “baronie”, con cui da anni si giustificano tagli su tagli a un settore dello stato in profonda sofferenza). Vale la pena, però, citare i due argomenti più usati:

  • la panzana per cui gli orchestrali dell’Opera di Roma sarebbero “i più pagati del mondo”;
  • l’elenco delle “indennità” che percepirebbero orchestrali e coristi;

Sul gruppo facebook dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, strumento utilissimo per venire a conoscenza di dati costantemente ignorati dai principali organi di informazione, il già citato Fabio Morbidelli dichiara che con il proprio status contrattuale da “prima parte B”, con il massimo degli scatti di anzianità e comprese tutte le indennità, il proprio stipendo si aggira sui 2.200 euro al mese. E vale la pena andarle a vedere, queste indennità. Sono tre: indennità “mensa e vestiario” (non fornito dalla Fondazione che però, come in ogni orchestra, lo pretende in linea con certe prassi); indennità “spettacoli all’aperto”, nei quali, come spiega Morbidelli, gli strumenti “si deteriorano notevolmente, per questa ragione molti hanno comprato strumenti allo scopo”; indennità “strumento”, dato che gli orchestrali usano in teatro strumenti di loro proprietà dal costo di migliaia o decine di migliaia di euro, per i quali può capitare che debbano aprire mutui e che necessitano spese continue di manutenzione. Insomma, a occhio e croce pare difficile parlare degli orchestrali “più pagati del mondo”.

Ma allora perché tutto questo accanimento? Ecco l’importanza del contesto. Di cosa si parla in questi giorni su tutti gli organi d’informazione citati? Della grande battaglia in corso tra il partito dei mercati, con Renzi in prima fila a perorare l’abolizione dei reintegri sul posto di lavoro (le spoglie dell’articolo 18) per licenziamenti causati da “motivi economici” (“un’azienda deve sapere quanto spenderà se vuole andarsene”, ha detto il Presidente del Consiglio nell’ultima Direzione PD), e i sindacati che, nelle ore più buie della loro storia recente, cercano di ritrovare un minimo di compattezza (con la CGIL in prima linea che ha già messo sul piatto la minaccia di sciopero generale).

Vogliono “flessibilità”, vogliono insomma la possibilità di poter licenziare con più tranquillità, di poter lasciare le persone a casa in un periodo in cui gli affari non vanno tanto bene per poi richiamarle quando le cose ricominciano a girare, di poter contrattare il prezzo del lavoro da posizioni di forza sempre maggiori. E lo vogliono in ogni ambito. Il caso del Teatro dell’Opera di Roma, esploso proprio nel momento più critico di questo grande scontro, viene oggi usato dai giornali come exemplum: paradigma di ciò che può succedere a lasciare le cose in mano ai pericolosi e conservativi sindacati. Che può succedere? Che un direttore del talento di Muti se ne vada all’estero. Ecco perché bisogna bastonare i sindacati e i lavoratori sindacalizzati, in questo caso gli orchestrali.

Si aggiunga un altro tassello: il tentativo fatto dall’Italia, negli ultimi anni, di tagliar via parte delle proprie prerogative statali per affidarle ai privati. Nel campo della lirica passi importanti sono stati fatti con la nascita delle “fondazioni”, processo iniziato negli anni Novanta, e l’anno scorso con la legge Bray, non a caso salutata con favore dagli organi di informazione succitati, che introduce nei teatri la “meritocrazia” di gelminiana memoria: criteri quantitativi, maggior produttività, diminuzione degli stipendi (per i lavoratori semplici, non certo per i “super-tecnici” chiamati a sovraintendere queste operazioni), licenziamenti e ricollocamenti.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo non ha nulla a che vedere con il forfait di Muti, ma sbaglierebbe. Sarà un caso che abbia voluto dire la propria sulla vicenda anche l’Istituto Bruno Leoni, “idee per un libero mercato”, associazione che si autodefinisce “liberale, liberista, mercatista”?  Sarà un caso che tutto il trambusto cominciato con il forfait di un direttore finisca con l’auspicio da parte dei “soci” (Comune, Regione e Ministero) di modificare tutti i contratti per i lavoratori trasformandoli in contratti a termine? Proprio questa è la proposta fatta dal sovrintendente Fuortes, da Marino, da Zingaretti e Franceschini al termine di un colloquio tenuto l’altro giorno, le cui decisioni verranno discusse dal prossimo Cda del teatro romano, nell’assoluta chiusura al dialogo con i sindacati. Posizioni molto, molto vicine a quelle che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha espresso e continua a esprimere in questo periodo.

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Parcheggi a Roma: il film horror di Ignazio Marino https://minimaetmoralia.it/interventi/parcheggi-a-roma-il-film-horror-di-ignazio-marino/ https://minimaetmoralia.it/interventi/parcheggi-a-roma-il-film-horror-di-ignazio-marino/#comments Sat, 30 Aug 2014 08:22:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23029 Con Repubblica-Roma abbiamo concordato di scrivere qualcosa sulle nuove (assurde) norme sui parcheggi a Roma volute dal sindaco Ignazio Marino. Le persone intervistate, a domanda rispondevano con frasi irriproducibili a mezzo stampa. Visto che son giorni di festival, mettiamola così: il film horror di Marino scartato a Cannes e a Venezia sarà proiettato a Roma […]

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Con Repubblica-Roma abbiamo concordato di scrivere qualcosa sulle nuove (assurde) norme sui parcheggi a Roma volute dal sindaco Ignazio Marino. Le persone intervistate, a domanda rispondevano con frasi irriproducibili a mezzo stampa. Visto che son giorni di festival, mettiamola così: il film horror di Marino scartato a Cannes e a Venezia sarà proiettato a Roma fino a cambio programma. L’articolo è stato pubblicato ieri su Repubblica-Roma in forma più breve. Il Codacons sta organizzando un ricorso collettivo al Tar, e invita tutti i romani ad aderirvi. Qui.

di Nicola Lagioia

“A questo punto me conviene de licenziamme. Co’ ‘ste regole la spesa per anna’ a lavora’ supera lo stipendio mensile. Ma te pare?”

Quartiere Pigneto. A parlare è Franco, regista radiofonico, uno dei tanti romani che non riesce a capacitarsi di come il Comune sia riuscito a trasformare una difficile battaglia quotidiana (trovare parcheggio) in una guerra già persa in partenza da ogni cittadino di buona volontà e reddito inferiore a quello del capo dei vigili urbani.

Se è vero che gli italiani son disposti a perdonare chi fa loro del male ma non chi gli rompe le scatole, il sindaco Marino potrebbe esser riuscito nell’impresa di incarnare il doppio ruolo di chi ti ferisce nello spirito e non contento rende impossibile anche la tua vita ordinaria. Ridotte alcune zone di Roma (Esquilino per giocare facile) a una malinconica desolazione da città dell’est Europa poco prima del crollo del Muro – con l’aggiunta di una sporcizia che guarda con rimpianto all’età d’oro del vespasiano –, la cosiddetta “tassa sulla macchina” rischia ora di diventare la conferma di come le istituzioni cittadine stiano mettendo in scena una sorta di comico rovesciamento del Faust di Goethe, che pure amò tanto la città. Vale a dire una forza che pur “desiderando eternamente il bene, opera eternamente per il male”.

“Talmente comico che nun ce se crede”, continua Franco, “per riuscicce me devo riguarda’ i numeri. Allucinante”.

Già, i numeri. Non solo i parcheggi sulle strisce blu sono aumentati dalla sera alla mattina del 50% (da 1 euro a 1 e 50 all’ora), ma sono stati eliminati gli abbonamenti giornalieri (4 euro) e mensili (70 euro) che consentivano ai tanti romani che ogni mattina devono attraversare in auto la città per andare a lavorare di poterlo fare senza rendere più economico il rimanersene a casa. Pallottoliere alla mano, se con il vecchio abbonamento mensile un giorno di parcheggio costava 2,3 euro, adesso per dieci ore sulle strisce blu (la sosta media di chi lavora 8 ore al giorno) si pagano 15 euro. L’aumento vale a dire è in certi casi del 600%. Parcheggi per ricchi. O, più crudelmente, per chi si può permettere di muoversi ogni giorno in taxi.

“Cioè, io vado a lavora’ in via Asiago, e questo se pare che vive nel migliore dei mondi possibili”.

Questo sarebbe sempre Ignazio Marino, e in effetti la vocazione leibniziana del nostro sindaco (o non piuttosto un Candide di guerra?) è proprio l’aspetto che andrebbe indagato a fondo. Interrogato sulla ratio del giro di vite, Marino ha dichiarato che l’aumento del costo dei parcheggi serve a incentivare l’uso del trasporto pubblico. Ora, possiede per caso Roma le 12 linee di metropolitana di Londra? Le 16 di Parigi? Le 12 di Madrid? Le 10 di Berlino? Evidentemente no, e in attesa che il quarto segreto di Fatima (linea C)  si avveri, per adesso persiste la miseria di due linee che – come nell’incubo di geometrica esclusività proprio di ogni croce – si incontrano in un solo punto. In compenso, il sistema di autobus e tram suscita l’ilarità di chi ha ancora in mente quel ministro dei trasporti giapponese che tempo fa si scusò perché in un anno tutti i treni del paese avevano accumulato un ritardo complessivo di 8 minuti.

Facendo l’esempio del povero Franco che abbiamo eletto a vittima paradigmatica del colpo di sole comunale, per rinunciare all’auto (“una Fiat 500”) e recarsi ogni giorno al lavoro da casa sua coi mezzi pubblici (“abito a via Teano”), il nostro amico dovrebbe: 1) prendere il 409 in via Dal Verme, 2) dopo nove fermate scendere ad Arco di Travertino, 3) raggiungere la metro Battistini, 4) scendere a Lepanto dopo altre tredici fermate, 5) prendere il 280, 6) scendere in via Oslavia dopo quattro fermate e da qui a piedi fino al posto di lavoro. Tempo di percorrenza tenendo conto di ritardi e imprevisti: quantificabile nel migliore degli scacchieri urbani possibili, ma non qui.

L’alternativa è la rivoluzione del car sharing. Ma con 25 centesimi al minuto (“nel traffico de Roma!”) l’uso quotidiano se lo può permettere solo chi guadagna bene.

A pensar male si dovrebbe credere a una manovra sleale per riempire le casse del Comune. A voler essere anche noi Candide, saremmo invece costretti a concludere che la fantasia al potere ha fatto immaginare al primo cittadino una capitale con i trasporti pubblici di Londra, gli stipendi di Berlino, il traffico di Stoccolma. Ma Roma è la culla del neorealismo, e tutti ricordiamo che fine fece Anna Magnani mentre inseguiva quel veicolo (oggi sarebbe un tram) in Roma città aperta.

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Il futuro del Valle https://minimaetmoralia.it/interventi/il-futuro-del-teatro-valle/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-futuro-del-teatro-valle/#comments Thu, 14 Aug 2014 08:53:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22835 Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari apparso sul Fatto quotidiano.
Se la storia del Teatro Valle occupato sia finita bene o male, saranno i prossimi mesi a dirlo. Lo si vedrà dalla convenzione, che si scriverà dal due settembre, tra Teatro di Roma e Fondazione del Teatro Valle Bene Comune; e dal calendario dei lavori che la Soprintendenza potrebbe dovervi effettuare. Dalla prima si capirà se e quanto l'esperienza di questi tre anni sarà messa a frutto. Dal secondo si capirà, più concretamente, se l'amministrazione comunale di Roma e il Ministero per i beni culturali sono in buona fede, o se invece pensano di cancellare financo la memoria del Valle Occupato, chiudendo il teatro a doppia mandata e buttando la chiave fino a nuovo ordine.

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teatrovalleoccupato

Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari apparso sul Fatto quotidiano. (Fonte immagine)

Se la storia del Teatro Valle occupato sia finita bene o male, saranno i prossimi mesi a dirlo. Lo si vedrà dalla convenzione, che si scriverà dal due settembre, tra Teatro di Roma e Fondazione del Teatro Valle Bene Comune; e dal calendario dei lavori che la Soprintendenza potrebbe dovervi effettuare. Dalla prima si capirà se e quanto l’esperienza di questi tre anni sarà messa a frutto. Dal secondo si capirà, più concretamente, se l’amministrazione comunale di Roma e il Ministero per i beni culturali sono in buona fede, o se invece pensano di cancellare financo la memoria del Valle Occupato, chiudendo il teatro a doppia mandata e buttando la chiave fino a nuovo ordine.

Quando (dopo oltre un anno di afasia) la giunta di Ignazio Marino ha finalmente capito che bisognava affrontare il caso Valle, lo ha fatto in modo schizofrenico. Da una parte – cito un comunicato ufficiale del comune – «Roma Capitale e il Teatro di Roma hanno riconosciuto il percorso culturale e artistico compiuto dagli artisti della Fondazione dal 2011 e assicurato l’avvio di un progetto condiviso che ne salvaguardi i migliori risultati e le esperienze realizzate nella logica di un teatro partecipato anche dalle associazioni e dagli artisti attivi nella città di Roma». Dall’altra, però, il Comune ha lanciato un ultimatum sull’uscita dal Valle (prima fissata al 31 luglio, poi spostata al 10 agosto) e contemporaneamente dichiarato di non essere in grado di scrivere la convenzione in pieno agosto. Come dire, intanto uscite e poi fidatevi di noi: il che sembrava fatto apposta per ingenerare sospetti. Tanto più che ufficialmente l’urgenza era dettata dall’«improcrastinabilità» (così il Comune) dei lavori.

Una balla colossale, come è emerso durante la trattativa: la Soprintendenza non aveva fatto nemmeno un sopralluogo, e dunque non c’è né un progetto né un finanziamento. E come chiunque avrebbe potuto vedere lunedì mattina (specie se la prefettura non avesse irresponsabilmente staccato la luce durante il sopralluogo dei giornalisti, in un’inutile prova di muscolarità di tipo cileno), in questi tre anni il Teatro è stato tenuto come uno specchio, ed davvero l’ultimo monumento ad aver bisogno di interventi, in un patrimonio invece largamente cadente.

Ma l’evocazione del Ministero per i Beni culturali (che è proprietario dell’immobile, in gestione al Comune) un elemento di verità ce l’aveva: ed era lo svelamento del vero convitato di pietra della trattativa, ovvero del mandante dello sfratto. Che è stato il ministro Dario Franceschini, in palese difficoltà con Renzi (che ha per ora bocciato la sua riforma del Mibact), e dunque ansioso di deporre ai suoi piedi il topolino esanime del Valle ‘liberato’.

In ogni caso, i comunardi del Valle hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Hanno scelto la strada stretta di un futuro da costruire pezzo a pezzo invece del narcisismo sterile di un conflitto senza speranze. Questo va interamente a loro merito.

E a merito di Marino Sinibaldi, che ha condotto la trattativa come direttore del Teatro di Roma. Sinibaldi ce l’ha fatta perché si vedeva che il suo interesse per il Valle non era strumentale, ma genuinamente culturale; perché sa che le istituzioni hanno un drammatico bisogno di farsi educare dai movimenti, e perché sa che il Teatro di Roma ha bisogno dell’energia del Valle Occupato (pluripremiato in Italia e in Europa per la qualità del suo lavoro) almeno quanto è vero il contrario.

Proprio in questa consapevolezza stanno le ragioni della speranza. Negli ultimi decenni, anche in campo culturale le pubbliche amministrazioni hanno creato società e agenzie che permettessero di agire secondo procedure, e non di rado anche con finalità, di tipo privatistico (si pensi ad Arcus; o a Zétema, per restare a Roma). Qua si tratta di avviare un processo perfettamente speculare: studiare il modo in cui sia possibile che le istituzioni pubbliche ospitino al loro interno un modo più radicale (e dunque meno commerciale e meno lottizzato) di essere ‘pubblico’.

Si tratta di portare dentro ad un teatro pubblico un modo di fare, produrre, condividere teatro ispirato alla filosofia dei beni comuni. Se ci saranno abbastanza onestà intellettuale, fantasia e tenacia per farlo davvero, allora la storia del Valle Occupato sarà finita bene. E la Repubblica sarà un po’ più res publica.

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Una discarica a cinquanta metri dalle case, a cento da un asilo nido, e a centocinquanta dalle sedi di Rai e Sky (che però non ne parlano) https://minimaetmoralia.it/interventi/la-puzza-che-produce-una-citta/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-puzza-che-produce-una-citta/#comments Sat, 02 Aug 2014 10:47:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22573 A casa mia si sente la puzza. Nei giorni di vento soprattutto, un odore cattivissimo, sottile e acre, come di roba lasciata marcire al sole. La ragione di questa puzza è una discarica che si trova a un chilometro in linea d'aria dalle mie finestre: un deposito di raccolta, smistamento e trattamento a via Salaria 981, a Roma. Ma io non sono quello messo peggio. Ci sono case che si trovano a cinquanta metri dalla discarica, c'è un asilo nido a cento metri.
Le proteste contro la discarica di Villa Spada sono iniziate nel 2011. Qui per esempio ce n'è uno del 9 settembre 2011 e a un certo riporta una voce di un abitante del quartiere:

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A casa mia si sente la puzza. Nei giorni di vento soprattutto, un odore cattivissimo, sottile e acre, come di roba lasciata marcire al sole. La ragione di questa puzza è una discarica che si trova a un chilometro in linea d’aria dalle mie finestre: un deposito di raccolta, smistamento e trattamento a via Salaria 981, a Roma. Ma io non sono quello messo peggio. Ci sono case che si trovano a cinquanta metri dalla discarica, c’è un asilo nido a cento metri.
Le proteste contro la discarica di Villa Spada sono iniziate nel 2011. Qui per esempio ce n’è uno del 9 settembre 2011 e a un certo riporta una voce di un abitante del quartiere:

Fino a pochi mesi fa quello di via Salaria 981 era solo un normalissima rimessa di mezzi dell’Ama e per la loro pulitura e manutenzione, poi da giugno abbiamo cominciato a sentire strani odori che si sono fatti sempre più forti fino a rendere la vita nella zona impossibile. I miasmi hanno anche provocato malori a diversi cittadini, dopo che le istituzioni e l’Ama non ci hanno dato nessuna risposta per tutta l’estate abbiamo deciso di fare questa grande assemblea per pretendere chiarezza su quello che sta succedendo e poi come si può pensare di fare una discarica in un centro densamente popolato dentro il raccordo anulare?

Nel 2011 al Campidoglio governava Gianni Alemanno; il presidente della Commissione Ambiente di Roma Capitale era Andrea De Priamo del Pdl che minimizzava:

Sarebbe il caso di evitare strumentalizzazioni e inutili allarmismi sull’impianto Ama di via Salaria – ha detto – l’azienda ha più volte ribadito che, dalle verifiche effettuate ogni anno dall’Istituto tossicologico Mario Negri, non è emerso alcun tipo di impatto ambientale sulla zona.

I rappresentanti dell’opposizione Pd erano invece furibondi:

I cittadini che hanno sopportato per mesi meritano di poter tirare il fiato in attesa di essere rassicurati. Non si può continuare a prenderli in giro come fatto negli ultimi mesi. Altri guai in arrivo per il sindaco Alemanno che è anche Commissario straordinario per i rifiuti: mentre Malagrotta sta per chiudere quello che sta accadendo a Via Salaria sembra un tampone alla crisi legata alla gestione dei rifiiuti della Capitale, crisi pagata dalla salute e dal benessere dei cittadini.

Oggi le parti sono invertite. Cristiano Bonelli, ex-presidente del Municipio, ora all’opposizione nell’NCD, si è preso a cuore questa battaglia, e almeno un paio di volte al mese sta con il megafono in mano a guidare i mini-cortei, i sit-in, e le altre manifestazioni che i comitati formali e informali o i cittadini semplicemente esasperati organizzano. L’obiettivo polemico è chiaramente il sindaco Marino e l’assessore all’Ambiente Estella Marino, la quale oggi si prende il suo turno per minimizzare. Il 25 luglio per esempio rilasciava questa dichiarazione:

In settimana insieme a Paolo Marchionne e Gianna Le Donne, Presidente e Assessore all’Ambiente del Municipio III, incontreremo i comitati del tavolo partecipativo per la zona di Villa Spada. L’incontro, dopo quello dello scorso 8 maggio, vuole proseguire l’impegno dell’Amministrazione nella ricerca di soluzioni per diminuire l’impatto olfattivo sulla zona, anche grazie ai diversi sopralluoghi del Dipartimento Tutela Ambientale.

Diminuire l’impatto olfattivo è un interessante eufemismo che si ritrova pari pari nel comunicato dell’Ama del 29 luglio:

Ama comunica che ad agosto sarà effettuata la manutenzione straordinaria del sistema di aspirazione del locale di ricezione dei rifiuti presso l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico dei rifiuti indifferenziati di via Salaria 941. Tale intervento sarà consentito anche grazie alla fisiologica diminuzione dei rifiuti prodotti nella Capitale nel periodo delle ferie. L’intervento, programmato già da tempo, rientra in un articolato piano di iniziative predisposte dall’azienda per diminuire l’impatto olfattivo sulla zona. Nell’arco degli ultimi due anni sono stati svolti altri interventi strutturali all’impianto che hanno permesso di migliorare l’arredo esterno (con barriere arboree e fonoassorbenti), la logistica, la movimentazione dei mezzi e le operazioni di trasbordo dei rifiuti, apportando evidenti benefici alla qualità ambientale dell’area.

Mettere una discarica a cinquanta metri da delle case e cento metri da un asilo nido – lo capirebbe bene anche un amministratore di una casa dei Lego – è una stronzata, un atto demente da qualunque punto di vista, ambientale, logistico, civile, morale. In questo caso la demenza amministrativa sta nell’aver trasformato un ex-deposito Atac in un deposito Ama e quindi in una discarica e nel rivendicarla come una soluzione possibile per oggi, da rivedere, da ripensare, da piantarci intorno barriere arboree e fonoassorbenti.

Come tutte le battaglie che si definiscono nimby sono in pochi ad appassionarsi a questa. Se dal 2011 a oggi, pochissimo è mutato è anche dovuto al fatto che è questo pezzo di cittadinanza si fosse dovuta semplicemente auto-organizzare, auto-raccontarsi, coordinare gruppi su facebook, etc… con una tigna che, come spesso accade in questi casi, qualcuno spera che declini in stanchezza e rassegnazione. Così a dispetto delle retoriche della partecipazione, della politica vicina ai cittadini, di fatto la protesta di Villa Spada è rimasta inascoltata, e iporappresentata.

Ma c’è un paradosso in più in questa storia anche banale e molto istruttiva: la discarica è situata a circa cento metri dal palazzo di Sky (via Salaria 1021) e a duecento dal palazzo della Rai (via Salaria 1041). Chi ci lavora sente la puzza tutti i giorni, probabilmente protetto solo dai filtri dell’aria condizionata. Se alle sette di sera, ti presenti alla fermata davanti all’uscita, li vedi uscire i gruppi di impiegati che hanno appena finito di montare un serivizio sulla questione ambientale al largo dell’Australia con uno straccio davanti alla faccia aspettando il Cotral. Eppure. Eppure questa storia è stata trattata con la sordina da Sky o dalla Rai. Se chiedi di entrare alla Rai e lasciare i fogli della petizione, ti dicono che non si può, che agli impiegati è stato detto di non firmare. Se chiedi a quelli di Sky di farsi una foto con i cartelli di protesta, declinano l’invito.

E allora uno si chiede: a che serve informare, fare cinquanta flash di news quotidiane fino a rendere compulsivo il nostro bisogno di informazione da consumare così come la nostra indignazione, se poi quando sei tu che devi impegnarti politicamente fai un passo indietro? Non è assurdo questo cortocircuito inutile tra politica e informazione? Se da una parte vediamo spesso un legame addirittura incestuoso tra l’una e l’altra, esistono poi questi casi in cui l’una diventa l’alibi dell’altra – ed entrambe sono solo il feticcio di quello che dovrebbero essere. È chiaro che oggi la questione dei rifiuti dovrebbe diventare un tema prioritario in un’agenda politica urbana, un item da non lasciare a quella gestione delle emergenze come quella che pare si riproponga in questi giorni, con rimpalli di responsabilità tra sindaco, prefetto e Ama; un modello di gestione che ha di fatto incoronato Manlio Cerroni – “l’avvocato”, il patron di Malagrotta, l’amico dei politici, il proprietario dell’emittente privata Roma Uno, da gennaio agli arresti domiciliari – come il salvatore della città nei moltissimi momenti in cui sembrava che Roma dovesse scoppiare d’immondizia (la serie di interviste che ha rilasciato un paio di mesi fa al Tempo sono molto istruttive).

La responsabilità di aver deciso di trasformare il deposito di camion di via Salaria in una discarica e in un centro di trattamento rifiuti è di quattro amministrazioni regionali: prima Badaloni, poi Storace, poi Marrazzo con parentesi Montino, e infine Polverini. Quattro amministrazioni, due di centrosinistra, due di centrodestra, che si sono adeguate a un’inerziale non-pensiero sulla qualità di vita in una città. Quello è per me ha dell’incredibile è che il consenso che tutti e quattro questi ex-presidenti della Regione hanno avuto se lo sono conquistato proprio in battaglie di cittadinanza attiva, capitalizzando un po’ di populismo televisivo per rinnegarlo allo stato dei fatti.

Insomma per me è molto chiaro come invece politici e giornalisti hanno buon gioco a soffiare sul fuoco delle emergenze ma – per assenza di studio, per mancanza di immaginazione, per indolenza civica – restano muti di fronte alle domande strutturali, sui modelli di vita, sulle relazioni tra governo e partecipazione, su cosa vuol dire fare un’educazione all’ecologia. La questione della discarica di Via Salaria è una questione da risolvere oggi, ma per cambiare la mentalità degli amministratori locali ci vorranno almeno un paio di generazioni.

 

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Una lettera aperta al sindaco Marino https://minimaetmoralia.it/arte/una-lettera-al-sindaco-marino/ https://minimaetmoralia.it/arte/una-lettera-al-sindaco-marino/#comments Tue, 08 Jul 2014 07:41:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21997 In queste ore il regista Piero Maccarinelli si è fatto promotore di una lettera aperta al sindaco Marino, che condividiamo in toto, e invitiamo a firmare, commentare, ripostare sulla propria bacheca facebook. Signor Sindaco Noi, cittadini e cittadine, artisti operatori culturali della città di Roma, le chiediamo di prendere atto della grave urgenza in cui […]

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In queste ore il regista Piero Maccarinelli si è fatto promotore di una lettera aperta al sindaco Marino, che condividiamo in toto, e invitiamo a firmare, commentare, ripostare sulla propria bacheca facebook.

Signor Sindaco

Noi, cittadini e cittadine, artisti operatori culturali della città di Roma, le chiediamo di prendere atto della grave urgenza in cui versa il sistema culturale della città. Riteniamo che sia inconcepibile che Roma Capitale non abbia un Assessore alla Cultura. La vita culturale a Roma sta collassando per paralisi istituzionale, non certo creativa.
Riteniamo fondamentale che, avendo voluto Lei assumere ad interim la carica di Assessore alla Cultura debba provvedere quanto prima a comunicarci il suo progetto per la città. Musei, Biblioteche, Teatri, Istituzioni Culturali aspettano in un clima preagonico da troppo tempo le sue indicazioni.
Il 14 luglio è una data simbolica nella storia europea, confidiamo possa essere altrettanto simbolica per lei per nominare un Assessore alla Cultura facente funzione, o comunicarci qualche linea strategica. In assenza di un suo riscontro nel concreto ci impegniamo ad adottare qualsiasi forma di protesta dandone ampia comunicazione.

Buon lavoro

Alvia Reale
Piero Maccarinelli
Francesco Biscione
Gabriele Lavia
Umberto Orsini
Annamaria Guarnieri
Luciano Virgilio
Michele Placido
Federica Vincenti
Andrea Gromiero
Cristian Giammarini
Giuseppe Manfridi
Raffaella Azim
Erica Basso
Matteo Micheli
Sergio Rubini
Natalia Di Jorio
Giovanni Costantino
Sara Greco Valerio
Sandra Toffolatti
Manuela Mandracchia
Sergio Castellitto
Marco Balsamo
Nuovo Teatro
Teatro Ambra Jovinelli
Giorgio Lupano
Fabrizia Pompilio
Michele Gentile
Francesca Comencini
Moira Mazzantini
Silvana Mazzocchi
Carmen Pignataro
Alessandro Riceci
Andrea Bonella
Edoardo Sala

seguono altre 1300 firme

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Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/#comments Fri, 04 Jul 2014 13:21:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21923 Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell'impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell'ultim'ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia ("Manco sotto Carraro ho visto 'na roba del genere"), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino "lui e quella sua cazzo di bicicletta", non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: 'Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo', non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l'Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno... Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l'ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo - forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po' la strategia comunicativa che l'ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

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Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell’impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell’ultim’ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia (“Manco sotto Carraro ho visto ‘na roba del genere”), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino “lui e quella sua cazzo di bicicletta”, non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: ‘Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo’, non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l’Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno… Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l’ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo – forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po’ la strategia comunicativa che l’ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

Fatto sta che, per esempio, la riapertura dopo cinque mesi della Tangenziale , con una serie di dichiarazioni da amministratore lungimirante (“Avremmo potuto solo togliere la terra con la ‘pala’, come qualcuno suggeriva ironicamente con scritte sui new jersey e invece siamo andati in fondo per risolvere il problema sulla collina mettendo in sicurezza la vita di dozzine di famiglie che abitano in palazzine che erano a rischio.”) gli ha risparmiato le ulteriori bestemmie dei circa 50000 automobilisti che per più di 160 giorni si sono sobbarcati un’ora e mezza di traffico in più per andare e tornare dal lavoro. Tra quelli c’ero anche io e mi chiedo adesso che la questione è miracolosamente risolta se per caso non ci sia stato un sesquipedale deficit di comunicazione: le spiegazioni sul senso del riassetto stradale sarebbero state provvide anche prima della conclusione dei lavori?

Altro esempio: ieri Marino si è fatto vedere anche al Ninfeo di Valle Giulia, e ha rivendicato il ruolo attivo che il Comune ha scelto di tenere di nuovo per il Premio Strega – cinquantamila euro di stanziamenti: “È importante che Roma continui questa tradizione della sponsorizzazione, non possiamo sottrarci. È un premio importante, è molto significativo che da tanti anni si tenga nella nostra città e al quale hanno partecipato scrittori importantissimi come Umberto Eco”.

Insomma credo che Marino abbia realizzato che la sua immagine pubblica, soprattutto tra i giornalisti politici e gli operatori culturali a Roma (ossia quelli che questa immagine la modellano), si sia nutrita di un fortissimo discredito e che stia provando come può a rimediare.

Purtroppo per lui la questione non è solo di immagine. Perché il busillis che si trova a maneggiare in questi giorni è una patata incandescente: la questione dell’assessore alla Cultura.

Come saprete, Flavia Barca – in giunta per circa un anno, discussa e criticata assai soprattutto per la sua abulia – si è dimessa il ventisei maggio scorso, e da allora la sede di Piazza Campitelli è vacante. Ma quest’assenza non è solo letterale, assume piuttosto significati evidentemente simbolici, e produce un’esasperazione trasversale in chiunque si occupi anche solo marginalmente di cultura a Roma. L’espressione di questa rabbia virata all’incredulità si può esprimere a) in toni goliardici con l’occupazione per un giorno dell’assessorato da parte degli attivisti del Valle – vestiti con maschere, occhialini da mare e occhiali da sole, cappelli, in mano, pinne, fucili, ombrelloni, secchielli e palette, in conferenza stampa hanno fatto loro il minimo sindacale dell’incazzatura: “Dal Palladium all’Eliseo a un’Estate Romana sbrindellata, la situazione è ormai insostenibile. Per quanto ci riguarda invece, da tempo il sindaco sostiene che la soluzione è vicina, ma sono passati mesi e non siamo riusciti a parlarne”.

Oppure si può esprimere b) con editorialesse al veleno dal tono blasè come quella di Francesco Merlo: Il grande crac culturale titolava Repubblica in prima un lunghissimo articolo che non risparmiava nulla a Marino, con tiro fittissimo di strali (e anche qualche freccia spuntata – la topica sul Romaeuropafestival che chiude); dall’editoria ai teatri, dall’opera all’archeologia, tutto – secondo Merlo – sembra gestito male, se non malissimo a Roma.

In sovrappiù, alla mancanza dichiaratamente strutturale di fondi, alla chiusura di luoghi storici (vedi ieri il pezzo sulla quella, probabile, dell’Eliseo), alla diciamo nonsimpatia di Marino, alla sua idea di mecenatismo quantomeno discutibile (vendere agli sceicchi del Qatar il “brand Roma”?), alla vacanza dell’assessorato, al comunicato dell’ultim’ora in cui liquida in due righe il lungo processo dialettico che c’è stato con gli occupanti del Valle con il precedente assessore (se ne devono andarè, è strigni strigni la sua miopissima posizione), è arrivata anche la polemica sugli esiti del bando dell’Estate Romana – Graziano Graziani l’ha ricostruita in questo pezzo, L’estate del nostro scontento, in cui al di là della contingenza delle accuse incrociate, sottolinea una questione di fondo rispetto alla questione delle politiche culturali, quella di una condivisione sulla valutazione: “Ciò che è un valore incontrovertibile per un settore della città è frutto di amicizie politiche per un’altra. Ciò che per qualcuno è una manifestazione storica, per altri è il segno di una città inamovibile che non è in grado di rinnovarsi”. Cosa significa? Che per molti anni l’organizzazione culturale a Roma è funzionata a isole, se non a feudi, automatisimi spesso divenute cancrene, con un’ignoranza reciproca rivendicata e nessuna visione di sistema.

Rispetto a questo tipo di critiche come ha reagito Marino? È molto interessante leggersi per intero l’intervista che gli ha fatto Concetto Vecchio per Repubblica. Eccola.

Sindaco Marino, “Repubblica” denuncia il degrado della cultura a Roma, il senatore Zanda la invita a un colpo di reni, e il capogruppo del Pd in Comune dice che bisogna cambiare passo. Lei pensa di essere ancora in sintonia con il suo partito e con la città?
Sì, assolutamente. Guardi che i romani sono contenti che ci sia un sindaco che vada in giro in bici. Ogni volta incontro un cittadino che mi pianta le mani sul manubrio e non mi lascia andare finché non mi ha raccontato la dimensione della buca davanti a casa sua. Preferivano forse un sindaco in autoblu?
Veramente le rimproverano di non avere una visione sul futuro della città.
Forse si dimentica la crisi nella quale ci dibattiamo. I consumi culturali diminuiscono dappertutto, le vendite dei libri sono in calo, la gente risparmia anche sulle cure odontoiatriche. La riprova è che nella notte dei musei, quando si entrava a un euro, abbiamo registrato 250mila presenze: con la mia bicicletta sono andato a controllare la fila alla mostra di Frida Kahlo, beh arrivava a piazza Venezia.
Insomma, è solo colpa della crisi?
No, non dico questo. Credo, ad esempio, che i privati devono dare di più. Così il sistema non regge. La filantropia è stata troppo trascurata. I donatori del Teatro dell’Opera hanno versato appena 3 milioni di euro su un bilancio di 58. È troppo poco. Però mi reputo soddisfatto: il Teatro l’ho ereditato con un disavanzo di 10,4 milioni euro e quest’anno avremo un attivo di 200mila.
Sì, ma la sua giunta non ha nemmeno un assessore alla Cultura. Com’è possibile?
Solo da un mese. Ho lavorato bene con Flavia Barca, ma ora serve una figura di eccellenza, che abbia chiara la dimensione della sfida. Fare l’assessore alla Cultura a Roma è come fare il ministro in un medio paese europeo.
Sarà il professore Andrea Carandini?
È una persona straordinaria, ma ho una rosa di candidati, e prima di scegliere voglio compiere un’operazione di ascolto.
E quanto ci vuole?
Il tempo che ci vuole.
Le rimproverano anche il mancato governo. Perché non fa le nomine?
A quali si riferisce?
Assessore a parte, sono senza vertice il Macro, le biblioteche, la Casa del cinema. Come lo spiega?
Ma la casa del cinema scade a settembre, sulle biblioteche opereremo a giorni e non perché il tema è stato sollevato dai giornali.
Lei che voto si dà?
Il voto me lo daranno gli elettori tra quattro anni.
E lei pensa di convincerli?
(Marino si alza e ci invita sul balconcino con vista sui Fori). Guardi lì, il Foro di Augusto. Fino a settembre la sera c’è una rivisitazione storica con Piero Angela. Abbiamo venduto 30mila biglietti a 15 euro. È un successo, no? E le Scuderie del Quirinale aperte tutta l’estate, vogliamo parlarne?
Non è troppo poco quel che ricavate dal sistema dei musei? Francesco Merlo si è trovato al Montemartini con altre quattro persone.
Ho controllato: il Montemartini fa 112 biglietti al giorno, 41mila all’anno. Non è tanto, convengo, ma i Musei capitolini fanno 500mila ingressi.
Infatti, sono gli unici. Avete un giacimento enorme e non lo fate fruttare. Non è un delitto?
I piccoli musei bisognerebbe renderli gratis. Prenda il Carlo Bilotti: ha 18 De Chirico, ma ogni visitatore ci costa 45 euro. Bisognerebbe eliminare la biglietteria, spostare il personale alle Scuderie del Quirinale: dove davvero serve.
Roma è l’unica città al mondo con due soprintendenze. Le sembra sostenibile?
Non lo è, e ne ho già parlato con il ministro Franceschini. Stiamo lavorando benissimo con lui. Guardi, quello spicchio, il Foro di Cesare: è nostro. Il resto no.
Lei a marzo è andato dagli emiri a proporre il brand Roma. Che ne è stato?
Ne ho parlato con il sultano Bin Abdulaziz, e poi l’ambasciatore in Qatar e anche con la first lady azera. Sono disposti a restaurare i nostri monumenti, ma in cambio vorrebbero esporre le nostre opere nei loro Paesi.
Il concerto dei Rolling Stones è stato un successo, ma tutti parlano solo dei 7mila euro per il Circo Massimo. Lei sconta un problema d’immagine?
Io penso che ci sia un po’ di provincialismo. È stata una straordinaria vittoria, tutti i media del mondo hanno celebrato l’evento e noi qua a parlare ancora dei 7mila euro. Mah!
Ma al suo partito che la critica sulla cultura cosa risponde?
Che ho portato la cultura nelle periferie. Lo sa che quaranta su 57 eventi dell’estate romana si terranno fuori dal centro storico. Questa è la mia visione.
La sua solitudine non nasce dal fatto che Renzi è freddo con lei? Teme l’ombra della Madia?
Non è vero. I rapporti sono ottimi. Sono reduce da un importante colloquio con Delrio.
Fare il sindaco di Roma è più difficile che fare il chirurgo?
Molto di più, in sala operatoria devi salvare una vita umana alla volta. Ma non sono preparato psicologicamente alla sconfitta. Non posso che vincere.

Non ci vuole un’analista della comunicazione per evidenziare come Marino sembri sempre sul chi va là, si dimostri scioccamente  impermeabile alle critiche, rivendichi in modo spocchioso i suoi successi (“Sono andato a controllare con la mia bicicletta…”), non usi nemmeno un minimo di captatio benevolentiae, e come per un politico dire di sé “non sono preparato psicologicamente alla sconfitta” non sia la battuta migliore. Ma è un altro il passaggio che m’interessa sottolineare, quello sulla nomina dell’assessore alla Cultura. “Ho lavorato bene con Flavia Barca per un anno, ora serve una figura di eccellenza”, dice. Il che vuol dire, per chi legge: la Barca non lo era. Anche qui, non proprio un’uscita elegante. E vuol dire: serve un nome altisonante. E l’unico che cita anche Marino è quello di Andrea Carandini, classe 1937, archeologo di fama, attuale presidente del Fai.

Ora credo che in nodo della questione sia proprio qui: nel pensare – dopo aver letto gli articoli di Merlo e di Graziani o dopo aver visto cosa vuol dire fare il sindaco di Roma per un anno – che una personalità come Carandini possa essere una figura indicata per un impegno – Marino qui lo riconosce – che “è come fare il ministro in un medio paese europeo”. L’impressione che io, come molti altri abbiamo di molti che hanno amministrato la città in questi anni è la loro poca conoscenza del territorio. L’immagine di una Roma “grande bellezza” o quella di una Roma “sacro Gra”, con un centro storico bellissimo e decadente e le periferie degradate da riqualificare è una specie di pregiudizio molle e insinuante che spinge a costruirsi idee di una città inesistenti, frutto di percezioni ristrette, semplificanti…

La critica di mancanza di visione che si rimprovera a Marino e che Marino, anche questa ovviamente, respinge al mittente ha proprio questo senso: all’assessorato di Roma non serve una figura di eccellenza, ma un amministratore dotato di competenza e umiltà da una parte e originalità dall’altra. Qualcuno che in questi anni, spesso bui, e stracolmi delle retoriche peggiori, dalla Roma futurista di Alemanno e dei gran premi automobilistici all’Eur, alla finta grandeur veltroniana, abbia lavorato con costanza anche nell’ombra, scontrandosi con le rendite di posizione, interpretando e provando a contrastrare la crisi di sistema che il mondo della cultura attraversa, provando a inventare modelli e iniziative e non solo a fare il burocrate. Ogni ambito, anche a Roma, ha prodotto per fortuna figure di questo genere, nomi riconosciuti in modo trasversale. La fatica che Barca ha fatto per un anno per conoscere, incontrare, intessere rapporti, formare tavoli di lavoro, etc… potrebbe essere risparmiata al futuro assessore, se per esempio questa consapevolezza se la fosse già creata in anni di presenza sul territorio.

Provo a farli questi nomi negli ambiti che conosco. Nel mondo del libro (tra parentesi, rimango abbastanza freddo per l’elezione di Paola Gaglianone al presidente delle Biblioteche romane eletta due giorni fa: di quale riconoscimento si faceva forte? quale inventività aveva dimostrato in questi anni? Si vedrà) spicca per la quantità e la qualità dell’impegno da anni una persona come Luisa Capelli. Antropologa di formazione internazionale, fondatrice di uno dei migliori progetti editoriali italiani degli ultimi anni, Meltemi, docente (con un contratto economicamente ridicolo) a Tor Vergata di Economia e gestione delle imprese editoriali, curatrice e organizzatrice da un po’ di tempo delle giornate sull’editoria Librinnovando, esperta come pochi altri in italia di editoria digitale, e soprattutto capace di avere una visione politica sul futuro dei libri: dai rapporti tra istituzioni e privati, alle questioni di sistema, la proprietà intellettuale, l’accesso ai contenuti, etc… È una persona con una solida formazione novecentesca, ma che non ha nessuna di quelle nostalgie bibliofile che molti spacciano per passioni, se non per competenze… Darle un ruolo di assessore o almeno di direttrice della Casa delle Letterature dimostrerebbe un coraggio inedito per Marino, e sarebbe ripagato dalla possibilità che Roma – la città di una Biblioteca Nazionale (oggi caricatura di se stessa), delle biblioteche storiche, degli archivi, della piccola e media editoria – diventasse un vero polo editoriale e una città della cultura del libro.

Vogliamo fare un’altro nome, un altro nome eccellente ma non di fama? Una donna che negli ultimi anni in tutta Italia è stata capace di ripensare intorno ai libri e alle biblioteche un diverso rapporto tra istituzioni e cittadini, facendo, nel suo piccolo, della cultura veramente la chiave di un nuovo welfare, e riconoscendo alle biblioteche il ruolo di presidi democratici? Antonella Agnoli. Qui trovate il suo curriculum. Agnoli ha lavorato in piccoli comuni e grandi città, a Venezia, a Bologna, a Seattle, a Helsinki, a Maiolatis Spontini, a Cinisello Balsamo, progettando biblioteche multimediali che nel giro di poco tempo hanno completamente trasformato l’accesso alla cultura dei luoghi dove si inserivano. Utenti della biblioteca moltiplicati anche di dieci volte, una partecipazione civile inusitata. I suoi libri, Le piazze del sapere, o l’ultimoLa biblioteca che vorrei. Non sarebbe sfidante investire su  di lei, sulla sua visione?

Per il mondo del teatro il nome che può venire in mente con facilità non solo a me è quello di Veronica Cruciani. Regista quarantenne, il cui lavoro sul palco è oggetto di una stima condivisa da tutti gli addetti teatrali, mainstream e indipendenti, ha dalla sua un’esperienza da imitare: negli ultimi dieci anni è riuscita, con un impegno e una costanza unici, a creare al Quarticciolo, nella periferia orientale di Roma, un modello di teatro di quartiere riconosciuto, lodato, tanto da chi fa teatro che da chi semplicemente ci abita vicino. La sfida di poter coniugare sperimentazione con teatro popolare (Muta Imago, Michele Santeramo o Virgilio Sieni con Valerio Aprea, Massimiliano Bruno, Geppy Cucciari), la capacità di coinvolgere le scuole, gli universitari, i centri anziani, gli utenti della biblioteca, è stata vinta. Con pochissimi soldi a disposizione – quest’anno ha fatto il direttore artistico gratis – e con la minaccia molto attuale che il budget dell’anno prossimo le venga decurtato di un quarto, ha trasformato un teatro di cintura in quello che doveva essere, non una microcattedrale nel deserto, ma un riferimento per tutto il quartiere.

Capelli e Cruciani (come anche Agnoli) hanno di fatto svolto un ruolo di supplenza in questi anni, hanno mostrato come si possa conservare e trasmettere il senso del pubblico, hanno usato i contributi degli attori privati sempre nell’ottiva di una funzione pubblica, hanno cercato di capire come trovare nuove modalità di finanziamento partecipato. Si sono fatte un mazzo encomiabile. Non è per me un valore positivo in sé svolgere una supplenza rispetto alla politica: Capelli e Cruciani sanno fare benissimo il loro mestiere – l’editore e la regista – ma hanno compreso che, in una fase di crisi, non ci si può limitare all’eccellenza nell’impegno professionale: occorre invece provare a riformare le condizioni di sistema, dato che la produzione teatrale o la produzione libraria si sono modificate profondamente negli ultimi anni.

Sono proposte quelle che ho provato a fare, che – più che i tre nomi in sé – indicano delle caratteristiche, un metodo, e soprattutto un’aspettativa. Che la politica accompagni i processi virtuosi, e non li eterodiriga. Un assessore alla cultura deve sorprenderci, inventare quello che non c’è. Non è detto che debba essere un non politico a rivestire il ruolo di assessore: ce ne sono – anche a Roma (Andrea Valeri, per esempio nel primo municipio) di amministratori locali, di funzionari che riescono a combinare insieme capacità gestionale e inventiva, rapidità nel governare la macchina amministrativa e visione. Sarebbe bello anche che Marino, che si fa vanto di un nuovo modo di fare politica, rendesse trasparenti i criteri dei suoi processi decisionali. Non si tratta di azzeccare il nome, ma di capire quali sono i desideri che esprime una città.

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Lo Stato della follia. Un film sugli OPG https://minimaetmoralia.it/cinema/lo-stato-della-follia-un-film-sugli-opg/ https://minimaetmoralia.it/cinema/lo-stato-della-follia-un-film-sugli-opg/#comments Tue, 25 Mar 2014 16:58:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19533 “Caro Socrate tu sapevi di non sapere,  io non so perché mi stanno facendo morire in carcere”.

Roberto G.

“L’uomo è un animale che può provare a abituarsi,  qua viene messo a dura prova”.

Ci sono queste due frasi: la prima scritta su un muro di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario, la seconda pronunciata da un uomo che in quello stesso OPG è rinchiuso. Entrambe denunciano quello che è chiaro fin dalle prime immagini del film di Francesco Cordio, Lo Stato della follia: uno, gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno oltre ogni immaginario detentivo, due, una volta che ci sei entrato puoi scordarti la vita fuori, puoi scordarti di uscire, perché venti anni trent’anni lì dentro ce li passi, stai tranquillo, e se tranquillo non ci stai nessun problema perché tanto ti imbottiscono di farmaci et voilà. Ma cosa c’è che non torna, cosa c’è che lascia perplessi guardando un film che riproduce le stesse situazioni, gli stessi volti, gli stessi luoghi che sembrano appartenere a un’epoca ormai lontana, immagini che richiamano alla mente quelle girate da Frederick Wiseman in Titicut folies. I manicomi in Italia non li hanno chiusi? E la legge Basaglia? E la psichiatria democratica? La risposta è semplice: negli OPG non sono arrivati, la storia lì è ferma al 1978, così tutto si spiega.

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E allora io penso che, e voi pensate che, e tutti pensano che.

E tutti dicono che. E anche le buone signore che propongono le controriforme dicono che:

“Ma che cavolo ci fanno ancora in piedi i manicomi criminali?

Bisogna chiuderli tutti quanti. E subito.

Dialogo di Marco Cavallo con il Drago di Montelupo

“Caro Socrate tu sapevi di non sapere,  io non so perché mi stanno facendo morire in carcere”.

Roberto G.

“L’uomo è un animale che può provare a abituarsi,  qua viene messo a dura prova”.

Ci sono queste due frasi: la prima scritta su un muro di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario, la seconda pronunciata da un uomo che in quello stesso OPG è rinchiuso. Entrambe denunciano quello che è chiaro fin dalle prime immagini del film di Francesco Cordio, Lo Stato della follia: uno, gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno oltre ogni immaginario detentivo, due, una volta che ci sei entrato puoi scordarti la vita fuori, puoi scordarti di uscire, perché venti anni trent’anni lì dentro ce li passi, stai tranquillo, e se tranquillo non ci stai nessun problema perché tanto ti imbottiscono di farmaci et voilà. Ma cosa c’è che non torna, cosa c’è che lascia perplessi guardando un film che riproduce le stesse situazioni, gli stessi volti, gli stessi luoghi che sembrano appartenere a un’epoca ormai lontana, immagini che richiamano alla mente quelle girate da Frederick Wiseman in Titicut folies. I manicomi in Italia non li hanno chiusi? E la legge Basaglia? E la psichiatria democratica? La risposta è semplice: negli OPG non sono arrivati, la storia lì è ferma al 1978, così tutto si spiega.

Di manicomi giudiziari ce ne sono sei in Italia. E allora contiamoli, gli OPG:

Montelupo Fiorentino che contiene più di 200 persone, mentre la sua capienza massima è di 188. Aversa, in provincia di Caserta, che ne contiene più di 200 sulle 150 previste. Napoli più di 150 su 150. Reggio Emilia più di 200 su una capienza di 190. Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, più di 200 su 194 posti. Castiglione delle Stiviere, Mantova, l’unico ad avere anche un reparto femminile che contiene circa 200 persone, delle quali meno di 100 sono donne. Un elenco che fa anche Luigi Rigoni che de Lo Stato della follia è il narratore:Ad Aversa e Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, Castiglione delle Stiviere Mantova, l’unico dove ci stanno anche le signore. Poi Reggio Emilia e Montelupo Fiorentino. Li Ho contati tutti? E più di mille persone ci stanno chiuse dentro. Poche? Tante?”. Rigoni legge le parole di un dialogo, quello fra Marco Cavallo e il Drago. Un dialogo scritto per i detenuti di Montelupo, nella speranza, del 2003, che l’OPG chiudesse.

Rigoni ricorda, ricorda e racconta sul palcoscenico del teatro di Lodi, i suoi 25 anni in un OPG. Per aver aggredito la moglie, e la figlia, ubriaco e sotto effetto di psicofarmaci. 25 anni.

La sua voce nel film tesse la trama che sorregge altre voci: un internato italo algerino “Questi sono talebani mascherati, gli altri si vedono. La differenza è che qui ti uccidono piano piano”. Un altro, giovane: “Io ho le parole per dirlo, ma chi non lè ha? Volete sentire cosa dice? Pennino vieni, come ti trovi qui? Bene. Si trova bene”. Lo sguardo si sposta su quello che questi due uomini hanno intorno: strutture fatiscenti, letti di contenzione. O farmaci o la camicia di forza: non ci sono alternative.  “Non ci piace praticare la contenzione, ma se non ci sono risorse?” dice un operatore sanitario. Il tempo non conta in un OPG: “Ero qui per due anni- dice un altro detenuto- e invece sono passati dieci. Guardate la mia foto, ero un bambino normale”. “Per quale reato è dentro?, domanda qualcuno, “Non ha commesso reati, solo un disturbo della personalità”. Si chiama ergastolo bianco, la proroga infinita di misure cautelari. Così è possibile passarci venti anni in un OPG per una rapina di settemilalire. Perché nel frattempo cambiano i medici, i primari che devono aggiornare le terapie, firmare le perizie, che poi, spesso, vanno perse. Detenuti, malati, in mano a uno Stato che negli ultimi 40 anni non ha saputo cosa fare.

La malattia e il crimine. Nel 1982 la Corte Costituzionale, con la sentenza  n. 139 stabilisce che la pericolosità sociale “non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere invece relativizzata, ovvero messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione relative alla disponibilità di risorse e di servizi. Deve dunque essere vista come una condizione transitoria. E di conseguenza anche le misure di sicurezza vanno di volta in volta riviste e aggiornate”. Il decreto ministeriale 230/99 e in particolare il Progetto Tutela Salute Mentale in ambito penitenziario dispone, nell’ottica dell’equità e del diritto alla cura, che i Dipartimenti di Salute Mentale operino anche all’interno delle carceri, con gli stessi obiettivi e con le stesse modalità utilizzate per tutti i cittadini di quel territorio. Tale decreto non ha avuto una sua piena applicazione. Il 1 aprile 2008 viene promulgato il decreto del presidente del consiglio dei ministri che ha determinato il passaggio delle competenze sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse sanitarie e delle attrezzature e dei beni strumentali dalla sanità penitenziaria al sevizio sanitario nazionale. L’allegato C del decreto prevede le tappe per il superamento degli attuali OPG. Ma così non è andata. (qui un approfondimento di StopOPG)

La Commissione. Francesco Cordio, autore e regista de Lo Stato della follia, è entrato negli OPG a seguito della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale, presieduta dal Senatore Ignazio Marino. La Commissione durante il 2010 ha effettuato ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei 6 OPG: quello che ha trovato sta nella relazione finale dalla quale emerge che la situazione dei Servizi psichiatrici sia fortemente in sofferenza, ma che, tuttavia, non ci siano giustificazioni rispetto a luoghi definiti ospedali nei quali non è presente neanche un medico. A luglio 2011 la Commissione dispone la chiusura di alcuni reparti di Barcellona Pozzo di Gotto perché contro la costituzione. A gennaio 2012 in Senato si discute il decreto ribattezzato svuota carceri, la commissione presenta un emendamento che prevede il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari entro il 31 marzo 2013. Favorevoli 175, contrari 66 (Lega), astenuti 27. Il decreto diventa legge il 14 febbraio 2012: dal 31 marzo 2013 il ricovero è previsto entro strutture sanitarie. La legge 9 del 2012 dispone finanziamenti per affrontare la trasformazione delle strutture e l’assunzione di personale. Ma il decreto per rendere utilizzabili i fondi da parte delle regioni a cui è stata delegata la gestione del sistema sanitario è stato emanato solo il 7 febbraio del 2013 e il termine ultimo per la chiusura è stato proprogato al 31 marzo 2014. Pochi giorni dunque? No, perché la conferenza delle regioni nel gennaio 2014 ha chiesto un’ulteriore proroga al 1 aprile 2017.

Chi è Stato? Un uomo dietro a un vetro mostra un dente: “Signori del Senato guardate, mi tirano via i denti”. “Oddio un dente”, dice una voce femminile. Un membro della Commissione? Lo stupore impotente dei senatori negli OPG lascia senza parole, e si ritrova, identico, nelle parole usate durante il dibattito parlamentare: Michele Saccomanno, del PDL, dice: “Persone dimenticate da 25 anni, detenute e non curate, perché dire ospedali psichiatrici giudiziari è un eufemismo. Di psichiatrico abbiamo trovato solo la follia di chi mantiene in vita questi luoghi. Io so di essere legislatore ma di fronte a uno specchio che mi rimanda un immagine così vergognosa di me delle mie funzioni … Ad Aversa abbiamo incontrato  un uomo che poi purtroppo è deceduto, lui ci ha detto. Siete uomini di legge? Ecco ci siamo vergognati. E io mi sono vergognato ancora di più perché sono medico”. Vergognato. La disperazione di Saccomanno è sincera, o così appare, la sua indignazione pure: ma allora se alle Istituzioni è consentito vergognarsi la domanda è: lo Stato cosa è? dove è? Non è una domanda retorica.

Marco Cavallo e il Drago: un frammento. Marco Cavallo: Io penso e tutti i miei amici pensano e anche esimi dottori ed illustri scienziati lo pensano e anche i ricercatori e gli studiosi lo pensano e anche i giudici e i giuristi lo pensano e anche i poeti e i teatranti e gli scrittori e gli artisti lo pensano e anche voi lo pensate: il manicomio criminale va soppresso, buttato giù, sfondato, disfatto, dismesso, distrutto, aperto, cioè chiuso. Insomma chiuso.

Drago: Ma come si fa ?

Marco Cavallo: Voi lo sapete molto bene…quello che i manicomi giudiziari sono.

Luoghi orrendi, sono. Istituzioni che vorrebbero curare la malattia e contenere la pericolosità e la malvagità degli uomini. Ma che invece, come tutte le istituzioni totali, tutte ma proprio tutte, la malattia la riproducono e la violenza e la malvagità la moltiplicano.

Perché invece di essere posti di cura, sono fabbriche di malattia.

Perché in manicomio matto sei e matto resti. In carcere criminale sei e criminale resti.

I manicomi giudiziari riproducono il peggio del peggio del manicomio e il peggio del peggio della galera. A Trieste, proprio perchè abbiamo rotto i muri, abbiamo scoperto che dietro quei muri c’erano tanti uomini e donne. E che si può ascoltarli. E abbiamo scoperto che perfino le medicine, fuori dal recinto, possono essere buone. E che le parole e gli sguardi e le mani permettono di avvicinare le persone. Per sentire il loro male. Per sperare di guarire, di stare bene. O almeno di stare meglio.

Invece, dietro le mura, tante storie tristi o disperate si confondono. E le persone, le loro storie le perdono.

Ma come si può pensare di vivere senza la propria storia? Io la mia ve la sto raccontando, se no cosa potreste capire, di me.

Insomma, non c’è verso. Bisogna aprirli, cioè chiuderli. Punto e basta.

 

Lo Stato della follia, con Luigi Rigoni martedì 25 marzo e mercoledì 26 è a Roma, al Nuovo Cinema Aquila.

 

28 marzo 2014                           Palermo – Cinematocasa

29 marzo 2014                           Roma – Teatro Scuderie Villino Corsini

29 marzo 2014                           Santa Ninfa (TP) – Sala del Consiglio Comunale

31 marzo 2014                           Milano – Cinema Beltrade

06 aprile 2014                           Catania – Zo Centro Culture Contemporanee

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I soliti zingari https://minimaetmoralia.it/interventi/i-soliti-zingari/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-soliti-zingari/#comments Sat, 01 Feb 2014 11:24:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18073 L’immagine è una foto di Alessandro Imbriaco. di Christian Raimo Non è per una sorta di captatio benevolentiae che penso che questo post non riceverà molti commenti, non aprirà nessun dibattito, non sarà ritweetato, etc… Magari pone male la questione, magari è pieno di luoghi comuni, magari è semplicemente sciatto, etc… Ma la mia idea […]

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L’immagine è una foto di Alessandro Imbriaco.

di Christian Raimo

Non è per una sorta di captatio benevolentiae che penso che questo post non riceverà molti commenti, non aprirà nessun dibattito, non sarà ritweetato, etc… Magari pone male la questione, magari è pieno di luoghi comuni, magari è semplicemente sciatto, etc… Ma la mia idea è che se c’è una cosa di cui non frega nulla veramente a nessuno in Italia è questa.
Qualche giorno fa consideravo che da quando ho l’età della ragione, penso, come tutti, di aver visto molte persone in molti modi sensibilizzarsi, prendere coscienza, poi battersi, impegnarsi politicamente per una serie molteplice di temi che ancora si potrebbero definire l’agenda politica, o meglio il firmamento valoriale di una roba chiamata sinistra: la difesa dei più deboli, essenzialmente, che passa dai diritti agli immigrati, alle lotte per il lavoro, alle battaglie sulle questioni di genere, a quelle per i popoli oppressi, etc… Da quando ero al liceo, da quando partecipavo alle autogestioni e alle assemblee, da quando ho cominciato a leggere i giornali, a fare volontariato, a fare politica, a discutere in un centro sociale, in un circolo, o tra amici, da quando insomma ho sviluppato una vaga coscienza politica a oggi, che ho un’età, una voce, una consapevolezza diversa, ho però sempre notato che c’è un grande assente in tutte le battaglie politiche anche a sinistra: e sono i rom.
Se c’è qualcosa anzi che unisce trasversalmente l’Italia in una forma di odio profondo, incondizionato, senza nemmeno bisogno di giustificazioni, è l’odio per i rom e i sinti, per gli zingari, per gli zingari di merda.
Negli anni ho visto che si può essere antirazzisti, antirazzisti convinti, antirazzisti militanti, e odiare i rom. Negli anni ho visto che si può avere uno spirito internazionista, essere cosmopoliti, andare a fare volontariato nei Balcani, e odiare i rom. Negli anni ho visto che ci si può divertire, commuovere, che si possono amare i film di Emir Kusturica e Tony Gatlif, e odiare i rom. Negli anni ho visto che ci si può battere per la salute dei bambini, essere sostenitori dell’Unicef o di Save the Children, e fottersene dei bambini dei campi nomadi. Ma soprattutto negli anni ho visto gli amministratori di sinistra governare Roma per quasi un ventennio ininterrotto e riuscire a affrontare la questione dei rom e dei sinti nel modo più retrogrado e razzista che potesse essere mai concepito: l’invenzione dei campi.
I campi nomadi a Roma sono una indecenza civile senza se e senza ma. Gli sgomberi forzati, visti sotto Alemanno, come quello del Casilino 900 (qui un lavoro fotografico di Alessandro Imbriaco, finito di realizzare pochi giorni prima dell’arrivo delle ruspe) sono stati tra gli atti politici più putridi visti negli ultimi anni in Italia.
Nel dicembre scorso, il commissario dei diritti umani al Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, ha inviato una lettera al sindaco di Roma, Ignazio Marino, in cui chiedeva un piano politico serio, e di finirla con gli sgomberi forzati e i campi nomadi. Il Comune ha risposto assicurando di aver abbandonato «l’approccio emergenziale» e di aver «intrapreso i passi per la piena attuazione della strategia nazionale di inclusione» delle etnie interessate. In cosa consiste questa strategia? In cosa consistono questi passi?
Ma seppure la politica capitolina ha delle responsabilità, e gravi, per la questione dei campi, è vero anche che questa gestione razzista e fetente è stata possibile anche perché difendere i nomadi in Italia è controproducente dal punto di vista del consenso politico, che la maggior parte delle persone li odia a pelle gli zingari, perché puzzano, rubano, sono incestuosi, tutto secondo stereotipi razzisti praticamente ottocenteschi.
L’anno scorso Stefano Liberti e Enrico Parenti hanno realizzato un bellissimo documentario sul campo di Salone, nella periferia romana. Si chiama Container 158, è stato presentato in anteprima all’ultimo Festival di Roma e sarà presentato a breve di nuovo a Parigi. Si racconta in modo incredibilmente antiretorico la vita quotidiana nel campo nomadi più grande d’Europa (1200 persone stipate in container anche da otto, dieci persone) e un’emergenza che definire abitativa o sanitaria è molto riduttivo. A vedere Container 158 si pensa a un’emergenza di tipo umanitario. A circa dodici chilometri da casa mia.

Questo è il trailer.

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8 ½ cinquant’anni fa https://minimaetmoralia.it/cinema/8-%c2%bd-federico-fellini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/8-%c2%bd-federico-fellini/#comments Thu, 19 Dec 2013 14:48:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17136 Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno. La versione restaurata del capolavoro di Fellini in “prima” nazionale a Bari, giovedì 19 dicembre 2013, ore 20.30 Multisala Showville. Un’iniziativa di Oscar Iarussi, Alessandro Laterza e Multisala Showville, in collaborazione con i restauratori del film (Medusa Film, Rti Gruppo Mediaset, DeLuxe Digital Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale) e con Veluvre – Visioni Culturali, Libreria Laterza, Club delle Imprese per la Cultura Confindustria Bari-Bat. La serata, prima del film, prevede una breve performance musicale del pianista Emanuele Arciuli, che proporrà una “Fantasia” di Nino Rota e un collage di celebri motivi rotiani raccolti da Michele Marvulli. Venerdì 20 a Roma, a Cinecittà, sarà intitolato a Fellini il “suo” Teatro 5. Interverranno Claudia Cardinale, il ministro Massimo Bray e il sindaco Ignazio Marino.

di Oscar Iarussi

Avrebbe dovuto essere La bella confusione il titolo di 8 ½ di Federico Fellini che mezzo secolo fa rivoluzionò la struttura del racconto e tra l’altro ottenne due premi Oscar, assegnati al miglior film straniero (la terza statuetta hollywoodiana delle cinque che avrebbe vinto Fellini) e ai costumi di Piero Gherardi. Il titolo suggerito dal co-sceneggiatore Ennio Flaiano nel 1963 fu scartato da Fellini che lo ritenne didascalico. Eppure Federico il Grande si divertiva a raccontare di quando un tassista – che aveva visto 8 ½ in occasione della tesi di laurea della figlia – gli disse: “A dotto’, mi scusi se glielo dico, ma non ci ho capito un cazzo!”. Il regista postillava: “È la migliore recensione che abbiano mai fatto per questo film” (sempre che la storiella sia vera).

In 8 ½ Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) è un famoso regista alla ricerca di riposo in una stazione termale. Realtà e fantasia si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe garantirgli un po’ di relax si trasforma invece in una inquietante ribalta di personaggi, memorie e chimere. L’arrivo dell’amante Carla (Sandra Milo), poi della moglie Luisa (Anouk Aimée) e dell’attrice Claudia (Cardinale), nonché i colloqui con il suo produttore e con altri ospiti delle terme, aumentano la confusione di Guido e ne fanno venire a galla i ricordi: il collegio dell’infanzia e i genitori scomparsi da tempo. Quando il regista appare sul punto di rinunciare al film cui intanto sta lavorando, sul set occupato dalla scenografia di una rampa di lancio per un’astronave, un momento magico dà vita a una sorta di “social catena” leopardiana. È il celebre girotondo dei personaggi del film, scandito dalla musica circense di Nino Rota.

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fellini

Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno. La versione restaurata del capolavoro di Fellini in “prima” nazionale a Bari, giovedì 19 dicembre 2013, ore 20.30 Multisala Showville. Un’iniziativa di Oscar Iarussi, Alessandro Laterza e Multisala Showville, in collaborazione con i restauratori del film (Medusa Film, Rti Gruppo Mediaset, DeLuxe Digital Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale) e con Veluvre – Visioni Culturali, Libreria Laterza, Club delle Imprese per la Cultura Confindustria Bari-Bat. La serata, prima del film, prevede una breve performance musicale del pianista Emanuele Arciuli, che proporrà una “Fantasia” di Nino Rota e un collage di celebri motivi rotiani raccolti da Michele Marvulli. Venerdì 20 a Roma, a Cinecittà, sarà intitolato a Fellini il “suo” Teatro 5. Interverranno Claudia Cardinale, il ministro Massimo Bray e il sindaco Ignazio Marino.

di Oscar Iarussi

Avrebbe dovuto essere La bella confusione il titolo di 8 ½ di Federico Fellini che mezzo secolo fa rivoluzionò la struttura del racconto e tra l’altro ottenne due premi Oscar, assegnati al miglior film straniero (la terza statuetta hollywoodiana delle cinque che avrebbe vinto Fellini) e ai costumi di Piero Gherardi. Il titolo suggerito dal co-sceneggiatore Ennio Flaiano nel 1963 fu scartato da Fellini che lo ritenne didascalico. Eppure Federico il Grande si divertiva a raccontare di quando un tassista – che aveva visto 8 ½ in occasione della tesi di laurea della figlia – gli disse: “A dotto’, mi scusi se glielo dico, ma non ci ho capito un cazzo!”. Il regista postillava: “È la migliore recensione che abbiano mai fatto per questo film” (sempre che la storiella sia vera).

In 8 ½ Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) è un famoso regista alla ricerca di riposo in una stazione termale. Realtà e fantasia si mescolano nella sua mente, e il luogo che dovrebbe garantirgli un po’ di relax si trasforma invece in una inquietante ribalta di personaggi, memorie e chimere. L’arrivo dell’amante Carla (Sandra Milo), poi della moglie Luisa (Anouk Aimée) e dell’attrice Claudia (Cardinale), nonché i colloqui con il suo produttore e con altri ospiti delle terme, aumentano la confusione di Guido e ne fanno venire a galla i ricordi: il collegio dell’infanzia e i genitori scomparsi da tempo. Quando il regista appare sul punto di rinunciare al film cui intanto sta lavorando, sul set occupato dalla scenografia di una rampa di lancio per un’astronave, un momento magico dà vita a una sorta di “social catena” leopardiana. È il celebre girotondo dei personaggi del film, scandito dalla musica circense di Nino Rota.

Come La dolce vita tre anni prima, 8 ½ si accosta al reale con infinita curiosità, senza preconcetti, attento a registrarne i battiti nascosti, i chiaroscuri, l’enigma. Molti, allora, per partito preso (cattolico o comunista) intravidero nella “bella confusione” felliniana una minaccia per quelle “grandi narrazioni” (illuminismo, idealismo, marxismo) invero già in declino in prossimità del ’68. In tal senso, involontariamente, Fellini anticipa la condizione post-moderna senza però compiacersi della “debolezza” del pensiero. E lo fa d’istinto, di pancia, di cuore, grazie al suo onnivoro desiderio di conoscere, di toccare, di smontare il giocattolo della vita e di toccare con mano un oggetto, una forma, un’idea e lasciarli cadere per vedere l’effetto che fa, per scoprire la vertiginosa bellezza dell’ignoto nel noto. Non un intellettuale, ma, sia concesso il neologismo, un principe “affettuale” bravissimo a percepire prima che a razionalizzare, a proiettare l’infanzia nell’età adulta, a scommettere sul sorriso del bambino, il piccolo Guido del finale di 8 ½, unico rimedio alla malinconia del vivere.

D’altro canto, possono ben poco i rimedi della società affluente o piccolo borghese che sul farsi degli anni Sessanta sembrano coincidere. Le acque curative, i bagni turchi, i fanghi terapeutici di dovrebbero ristorare il protagonista, esplicito alter ego felliniano fin dal titolo che ne riepiloga il numero dei film girati fino ad allora,  ma l’andirivieni di emozioni, ansie, aspettative, passioni procura a Guido un’ulteriore spossatezza. Egli è alla ricerca del dono di un senso. Fa testo la beffarda domanda iniziale del medico termale al regista paziente-impaziente: “Che ci prepara di bello? Un altro film senza speranza?”. Il Nostro ha 43 anni, esattamente l’età di Federico, ed è in preda a un autentico ingorgo esistenziale oggetto dell’incubo claustrofobico nell’incipit del film, allorché lo vediamo imprigionato in un’automobile circondata da altre vetture nelle quali persone che scopriremo essergli familiari lo guardano stupefatti, indifferenti, o addirittura amoreggiano tra loro. Guido non riesce a uscire dalla macchina, se non librandosi verso l’alto fra nebbie e nuvole. Eccolo, sorvola una torre-scenografia sulla spiaggia, dove però un uomo a cavallo ingiunge a un altro che ha in mano una fune di metter fine al volo strattonandolo verso il basso: “Giù definitivamente”.

Perfino il ricorso alla gioia dell’infanzia contadina, con il bagno nella grande botte e il letto riscaldato ad arte e l’avvolgente affetto materno, non basta più. L’ineffabile sciarada/ritornello “Asa Nisi Masa” del film evoca misteriosamente le radici popolari nella domestica penombra vespertina. È la medesima cifra delle sequenze dedicate alla “mostruosa” Saraghina (Edra Gale) sulla spiaggia di Rimini: fotogrammi accelerati come in una vecchia comica, gioia e tremori per l’iniziazione erotica. Mentre tornano alla luce altri episodi dell’infanzia: dalla famiglia al collegio improntato a una rigida educazione cattolica. “Eminenza, io non sono felice”. È la  confessione di Guido al cardinale che gli concede udienza nelle terme e lo gela: “Perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?”. Tuttavia Guido, in mezzo ai “suoi” personaggi che sono in fondo altrettante proiezioni di un’identità moltiplicata e frammentata (più di Pirandello, qui conta Pinocchio), alla fine impartisce direttive con un megafono e tutti gli danno retta, si prendono per mano.

Così accompagna lo spettatore nell’esplorazione della zona grigia del genio, ma anche nelle incertezze e negli affanni di chiunque. Vedremo come lo accoglierà il pubblico quando il film tornerà in sala nella versione restaurata. Fellini riesce a comporre la confusione in una summa catartica, in un’autentica liberazione, in un ilare agnosticismo senza conversioni né pentimenti. È come se la fune iniziale che nell’incubo àncora Guido/Federico alla terra fosse recisa e gli permettesse finalmente di prendere il volo. Il modo stesso di girare e di narrare, quell’episodieggiare fascinoso e pigro all’insegna dell’improvvisazione, dell’occhio di bue puntato su figure in apparenza minori, ovvero sui capricci dell’arabesco, testimoniano la straordinaria capacità sintetica di Fellini, il suo canone anti-sistemico, la sua sofferta e feconda “esperienza della modernità”.

Sì, 8 ½ è un film immenso per grazia ricevuta dall’artista, vivificato da una visione baluginante grazie al Guido bambino che dirige la banda dei clown con il suo abito da collegiale. Lasciamo infine che parli Guido: “Ma che cos’è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature, non avevo capito, non sapevo, com’è giusto accettarvi, amarvi, e com’è semplice… Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. È una festa la vita, viviamola insieme”.

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Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/#comments Sun, 28 Apr 2013 20:33:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14144 di Christian Raimo Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco […]

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di Christian Raimo

Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.

Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.

Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti. Da parte sua, dei partiti che lo appoggiavano, mi colpiva una prospettiva marcatamente diversa e ribadita fino a diventare uno slogan in più occasioni: «La cultura al primo posto nel programma». Molte volte, nel corso di questi anni, Zingaretti si è mostrato sensibile alle questioni dell’universo culturale romano e laziale – nei limiti delle possibilità di un assessore attento e preparato come Cecilia D’Elia che scontava la debolezza di un ente-cenerentola come la Provincia – fino a voler incontrare, per fare un esempio, i lavoratori di Cinecittà in sciopero o i lavoratori dell’editoria in crisi negli ultimi atti della campagna elettorale.
Per questo da quella che è stata praticamente l’unica vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni mi sarei aspettato un coraggio molto diverso e sono rimasto interdetto – non sono stato il solo – dalla investitura di Lidia Ravera a assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Una persona onesta, beninteso, che sarà affiancata da uno staff competente, beninteso, che magari sta imparando in fretta come funziona la macchina faticosa della politica, beninteso, ma che per molti versi a sua stessa detta è arrivata lì totalmente inadeguata a quel ruolo (nel 2008 candidata con la Lista Bonino si autodefiniva «una signora sabauda» che si scocciava a dare i volantini per fare campagna elettorale; una settimana fa rilasciava un’intervista a Paese Sera in cui formulava una serie di ottimi propositi ma faceva un serio scivolone con una dichiarazione di questo tipo: «Ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio, perché per 5 anni voglio provarci. Bisogna invertire questa tendenza vergognosa. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena»). Vorrei partire da quest’errore di scelta non certo per fare una battaglia ad personam ma per provare a ragionare su un errore di metodo (e per tentare anche un’autocritica).

Parto alla larga e pongo questa domanda: Quale è stata la grande mancanza nell’immaginare una Roma diversa negli ultimi anni? Un deficit mostruoso di esperienza della città. Quale è stata la seconda grande mancanza? La distanza polare tra gli intellettuali e i politici.

Cosa voglio dire con esperienza della città? Per anni ho preso alle 6.50 il trenino metropolitano che viene da Borgata Ottavia a Trastevere, per altri anni alle 7.05 ho preso quello che da Nuovo Salario va a Trastevere. Chi non è mai salito a quell’ora su quel treno non credo possa capire che cos’è Roma nel 2013. Un’eccezione costante. Una città divisa in due. Non a caso Beppe Grillo nel venerdì precedente l’ultimo comizio elettorale del febbraio scorso fece la mossa di prenderlo quel trenino dei pendolari che è l’ipostasi di una situazione perennemente emergenziale e sperequativa.

Cosa voglio dire con distanza polare tra intellettuali e politici? Da una parte gli scrittori, i registi, gli artisti se ne sono fregati di coltivare una conoscenza di tipo urbanistico, economico, amministrativo su Roma, si sono in modo estremamente colpevole deresponsabilizzati da un ruolo attivo, critico, personale dall’avere a che fare con quello che questa città diventava; dall’altra i politici hanno preferito affidarsi ai report degli staff e evitare di leggere un libro uno, di vedere un film uno che gli raccontasse una Roma diversa da quella che avevano in testa.
Il rimpianto per quello che poteva diventare Roma in questo senso è stato doppio: mentre gli abitanti di Roma hanno cominciato a spostarsi fino a Orte per i prezzi proibitivi delle case, creando di fatto una non-metropoli su un’area vasta praticamente quanto il Lazio, oggi Roma è di fatto una non-città divisa in due – un centro e una periferia che non si parlano perché praticamente non usano la stessa lingua.

Ci sono due interviste che metterei a confronto per spiegare quello che intendo. La prima è del 2009, la rilasciò l’allora sindaco Walter Veltroni all’indomani dell’uscita del suo romanzo, Noi. Non parlava ovviamente di politica, ma a latere diceva una cosa che mi aveva colpito quasi quanto la improvvida, ingenua dichiarazione di Lidia Ravera. Siccome Noi è ambientato a Roma Nord, Veltroni prendeva spunto per parlare anche di come era cambiata la sua città e diceva che il risultato di cui era più orgoglioso come sindaco era aver risistemato Villa Borghese cosicché anche lui, per esempio, ci poteva passeggiare in bicicletta con le sue figlie.

La seconda intervista è del 2010 ed è stata fatta da Francesco Raparelli a Walter Tocci per una free-press legata al centro sociale Esc. Tocci è stato vicesindaco di Roma fino al 2001 e a rileggere quest’intervista in cui parla di quella primavera dei sindaci targata ’92-’93 viene alla mente tutta una teoria di occasioni sprecate in questi anni dal Pds-Ds-Ps (Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città). Sembrava allora che fosse possibile immaginare un’altra città, e del fatto che non sia avvenuto non per colpa di un destino avverso – a mia chiara memoria – l’unico politico di sinistra che più volte si è preso le responsabilità è colui che, pur governando, ha cercato di evitare che accadesse: proprio Walter Tocci. Mi ha colpito qualche giorno fa ritrovare il suo nome in due documenti diversi e fondamentali e che i candidati di sinistra dovrebbero leggere assolutamente e di cui vorrei parlare per il resto di questo pezzo prima di arrivare a delle conclusioni minime.

Il primo è una ricerca che ha redatto il Centro per la Riforma dello Stato. S’intitola Le forme della periferia (vedi pdf): Rintraccerete almeno un paio di elementi preziosi: a) la ricostruzione ormai possiamo dire storica dell’amministrazione capitolina di sinistra (1993-2008) intrecciata al calendario legislativo da una parte e alla trasformazione dei partiti dall’altra, utile per cercare di indagare le ragioni di uno scollamento tragico nella rappresentanza; b) il racconto degli interventi dal basso della comunità periferiche che si sono inventate altri modi di fare politica.

E veniamo al secondo documento, che è un libro. Bello, fondamentale, necessario, per una città che – nonostante venga ogni giorno iperraccontata dalla televisione, dalla cronaca, dalla sociologia d’accatto – è oggetto raramente di uno sguardo sintetico. L’ha scritto Francesco Erbani, l’ha pubblicato Laterza, e s’intitola Roma. Il tramonto della città pubblica (190 pagine, 12 euro). È un libro che chiunque vive a Roma è bene che legga, figuriamoci chi vuole fare il sindaco.

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