Igort Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/igort/ un blog di approfondimento culturale Sat, 14 Sep 2019 16:39:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Igort Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/igort/ 32 32 “5 è il Numero Perfetto”: il debutto di Igort alla regia https://minimaetmoralia.it/cinema/5-numero-perfetto-debutto-igort-alla-regia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/5-numero-perfetto-debutto-igort-alla-regia/#respond Sat, 14 Sep 2019 10:05:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41060 di Chiara Babuin

Igor Tuveri, in arte Igort, è presente nella scena artistica italiana da più di quarant’anni. Con la leggiadra mutevolezza propria di ogni ricercatore che si rispetti, Igort fa del mondo la sua casa, alternando un lavoro sedentario, come quello del fumettista, a cambiamenti di dimora e continui viaggi dal sapore documentaristico. Il binomio arte-vita è un fatto consolidato.

Interessato a ogni aspetto dell’Arte, Igort si è mosso tra musica, sceneggiatura e saggistica, anche se la sua nascita e consacrazione è avvenuta nel campo delle arti figurative come fumettista e illustratore. E adesso, dopo quasi 15 anni di meditazione sul da farsi, è da annoverare anche tra i registi italiani. Il 29 Agosto 2019, in concorso alla 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia e contemporaneamente in tutte le sale dello stivale, è stata infatti presentata la prima fatica cinematografica dell’artista cagliaritano.

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di Chiara Babuin

Igor Tuveri, in arte Igort, è presente nella scena artistica italiana da più di quarant’anni. Con la leggiadra mutevolezza propria di ogni ricercatore che si rispetti, Igort fa del mondo la sua casa, alternando un lavoro sedentario, come quello del fumettista, a cambiamenti di dimora e continui viaggi dal sapore documentaristico. Il binomio arte-vita è un fatto consolidato.

Interessato a ogni aspetto dell’Arte, Igort si è mosso tra musica, sceneggiatura e saggistica, anche se la sua nascita e consacrazione è avvenuta nel campo delle arti figurative come fumettista e illustratore. E adesso, dopo quasi 15 anni di meditazione sul da farsi, è da annoverare anche tra i registi italiani. Il 29 Agosto 2019, in concorso alla 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia e contemporaneamente in tutte le sale dello stivale, è stata infatti presentata la prima fatica cinematografica dell’artista cagliaritano. 5 è il Numero Perfetto è tratto dall’omonimo graphic novel noir dello stesso Igort, edito da Coconino Press, nel 2002 e vede lo stesso autore sia come sceneggiatore che, appunto, come regista.

La storia che viene narrata è molto semplice: il guappo Peppino Lo Cicero (Toni Servillo), appresa la notizia dell’assassinio dell’amato figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), si scrolla di dosso la polvere degli anni e dà inizio alla sua vendetta, assistito dal suo fratello in armi Totò (Carlo Buccirosso). Una uggiosissima Napoli degli anni ‘70 è il teatro di sangue di un intricato regolamento di conti, che pare non risparmiare nessuno.

Per il suo esordio alla regia, quindi, l’artista cagliaritano sceglie un film di genere (il noir appunto), come i migliori esponenti del Cinema Italiano. Questo perché i film di genere hanno da sempre permesso ciò che è la linfa vitale dell’arte filmica: la sperimentazione dell’immagine, che nel Cinema diventa sperimentazione della luce.

Ed è questo il momento di introdurre un argomento banale, quanto spinoso: il confronto tra l’opera cartacea – in questo caso, il graphic novel – e la sua trasposizione cinematografica. In realtà, qui si vuole affrontare la questione semplicemente per sottolineare il grandissimo lavoro che ha compiuto Igort nel salto dalla carta alla pellicola. La costruzione di un’immagine su carta implica materiali e strumenti diversi dalla costruzione di un’immagine su un set da catturare in inquadrature, tramite l’uso della luce (non dimentichiamo che il Cinema si basa sulla foto-grafia, quindi sulla scrittura della luce: senza luce, l’immagine filmica non esiste).

Nel primo caso, il limite è l’immaginazione e la tecnica dell’artista, nel secondo il limite è il budget della produzione, articolato in un gioco di squadra di scenografi, costumisti, attori e direttori della fotografia, che assecondano la visione del regista. E lo si vuole dire subito 5 è il Numero Perfetto è un gioco di squadra di altissimo livello, che consacra Igort come artista a tutto tondo, in grado di plasmare il proprio immaginario a seconda del medium che usa. La sua cultura visiva, coltivata per tutta la vita, non poteva che sposarsi con l’occhio pittorico di Nicolai Brüel, direttore della fotografia di un altro grande sperimentatore del Cinema italiano: Matteo Garrone.

Alla presentazione della pellicola il 31 Agosto al Cinema Eden di Roma, Igort racconta alla platea che aveva scartato sin dall’inizio l’idea di utilizzare nel film la bicromia usata nel graphic novel: “perché adesso la fotografia di film e serie tv è tutta azzurrina, io invece volevo colori saturi, volevo far emergere la materia”. E affermare che la sua volontà si è espressa al meglio è riduttivo: 5 è il Numero Perfetto è un’esperienza estetica potente, dove ogni inquadratura è curata nel minimo dettaglio, come se fosse una vignetta, e dove ogni movimento lega la sua funzione narrativa a una grazia che traspare anche nei momenti di azione più cruda. Proprio per la sua altissima attenzione all’ estetica, la prima parte del film potrebbe risultare un po’ lenta e sottotono: ma è impossibile annoiarsi contemplando la bellezza delle immagini.

La scena della prima sparatoria di Peppino e Totò è qualcosa che nel cinema italiano, probabilmente, non era stato mai fatto: l’alternanza di inquadrature di buio e luce calda, unite a raffinati movimenti di macchina, per poi terminare strizzando l’occhio all’iconica carrellata dal basso di Michael Bay in Bad Boys racchiude forse tutta la poetica di Igort: un artista eclettico, autoriale e pop, infaticabile studioso dall’enorme cultura che non fa distinzione tra alto e basso, perché il fine è sempre la potenza di un’immagine e il suo potere di racconto.

Ecco perché più che di citazione, nel film di Igort sarebbe più opportuno parlare di “riversamento”: ovvero una restituzione di un bagaglio visivo costruito da un artista onnivoro.

Ma, al cinema, una bella immagine non avrebbe potenza senza il corpo e l’uso che di questo fanno gli attori. Nel libro, uscito per Oblomov, che racconta il dietro le quinte del film (5 è il Numero Perfetto. Dietro le quinte), Igort parla del suo rapporto con tutta la squadra di lavoro, lasciando trapelare una considerevole gratitudine per tutti gli attori del set, che l’hanno non solo ascoltato nelle sue richieste, ma consigliato al meglio su come affrontare certe delicate situazioni che il set genera e che chi non è avvezzo, magari, potrebbe non degnare della giusta considerazione. La sensibilità di Valeria Golino, unica donna del film, è stata preziosa sia fuori, che in scena (la sua Rita è veramente intensa), il carisma oscuro di Carlo Buccirosso è magnetico e la napoletanità, fatta di accenti, smorfie e gesti di Toni Servillo, trova nel personaggio di Peppino Lo Cicero una sua possibile consacrazione. Servillo, verso il quale Igort riserva parole fraterne, è stato il primo a spingere l’autore a diventare regista cinematografico della propria opera cartacea.

Ogni anno, nel nostro stivale un po’ ammuffito, si sente dire che il Cinema Italiano ha trovato nuova linfa per ripartire, grazie a un qualche film, solitamente di dubbia fattura e quasi sempre privo di immaginario cinematografico.

Ebbene, dopo questa prima prova da regista di Igort si vuole affermare con forza che è proprio da QUI che deve ripartire la meraviglia del nostro cinema, ovvero da artisti che studiano e si nutrono di immagini, che sanno di cosa queste immagini sono composte, che hanno una visione, ovvero un modo di vedere, interpretare, creare e presentare la realtà. Altrimenti, il tutto si riduce a essere solo un susseguirsi di ambienti e corpi ripresi da una macchina.

Alla luce di quanto detto, è forse inutile sottolineare come sterili polemiche e tentativi di boicottaggio, infaustamente provocati da una frase infelice di un attore, non abbiano fatto altro che mostrare la differenza tra soliti sciacalli da tastiera, interessati solo a cavalcare l’onda dei 5-minuti-di-popolarità, e veri amanti, e sostenitori, dell’Arte.

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I quaderni giapponesi di Igort https://minimaetmoralia.it/fumetto/quaderni-giapponesi-igort/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/quaderni-giapponesi-igort/#respond Tue, 11 Apr 2017 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34141 Pubblichiamo un estratto dal testo introduttivo per la mostra su Igort che si è tenuta a Torino nei giorni scorsi, in occasione della ventunesima edizione di Cartoons on the Bay (fonte immagine).

Tra tutte le opere di Igort, per alcuni versi i Quaderni Giapponesi potrebbe essere definita quella dal fascino più peculiare e ipnotico.
Ciò che colpisce della narrazione non è soltanto il dono di racconti preziosi, aneddoti illuminanti, una serie di "incontri con uomini straordinari", come direbbe Gurdjieff: incontri sia fisici, come con Tanaka e Miyazaki, che interiori, come con Mishima, Hokusai e Tanizaki.

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Pubblichiamo un estratto dal testo introduttivo per la mostra su Igort che si è tenuta a Torino nei giorni scorsi, in occasione della ventunesima edizione di Cartoons on the Bay (fonte immagine).

Tra tutte le opere di Igort, per alcuni versi i Quaderni Giapponesi potrebbe essere definita quella dal fascino più peculiare e ipnotico.
Ciò che colpisce della narrazione non è soltanto il dono di racconti preziosi, aneddoti illuminanti, una serie di “incontri con uomini straordinari”, come direbbe Gurdjieff: incontri sia fisici, come con Tanaka e Miyazaki, che interiori, come con Mishima, Hokusai e Tanizaki.

Sarebbe un peccato d’imperdonabile superficialità svilire i Quaderni Giapponesi ad elegante confezione di meri appunti biografici: la vera bellezza del libro (oltre che nel valore estetico innegabile di molte tavole e nella comprovata sapienza narrativa) si rivela nello sguardo colmo di stupore e ricerca nei confronti di un immenso patrimonio culturale.

Come un viandante gnostico, Igort esplora, con la lanterna della sua sensibilità intellettuale, l’oceano misterioso della filosofia orientale, cogliendo scintille di verità nella contemplazione estatica come nelle storie più turpi, spingendo la sua ricerca artistica e spirituale oltre i recinti illusori dei dogmi e delle ideologie.

Solo un artista consapevole può spaziare, con una solida coerenza formale, dal punk allo zen, dalla New Wave al Wabi Sabi (ovvero il principio zen che induce a scoprire la bellezza nell’imperfezione).

Proprio l’asistematicità della narrazione consente al libro di assumere la forma libera di “catene di immagini lampeggianti” (come disse Ginsberg dei testi di Dylan) che lo rende una lettura straordinaria: una serie di epifanie illuminanti, al di là delle vane barriere mentali che dividono culture e popoli, al di là delle sovrastrutture stantìe che dividono artificialmente in Bene e Male la complessità filosofica dell’esperienza umana.
Nei Quaderni Giapponesi il fumetto diviene non solo arte, ma ricerca, fonte di conoscenza, meditazione.

In quest’opera Igort si rivela autore sensibile non solo alle immediate suggestioni estetiche ma ai significati più profondi, alle meraviglie più nascoste e illuminanti della riflessione orientale.
Ed in questa prospettiva filosofica parlare di coincidenze casuali non ha molto senso, lo stesso sguardo contemplativo induce a svelare la sottile, sotterranea unità degli eventi, al di là dello strepito illusorio che conosciamo superficialmente sotto l’apparenza di quotidianità.

Dunque, il fatto che Quaderni Giapponesi sia di fatto l’ultima opera di Igort pubblicata per la Coconino Press, casa editrice da lui fondata e guidata per più di tre lustri, non ci appare una mera casualità.
Non alludiamo scioccamente a strategie premeditate, ci riferiamo più seriamente al compimento, solo apparentemente casuale, di un destino d’artista: testimoniare un’autentica iniziazione estetico-filosofica, immortalare lo splendore e la fatica, l’ebbrezza e lo strazio di anni cruciali per la propria formazione in un’opera destinata a divenire il commiato dalla creatura editoriale, nata dopo quella stessa folgorante esperienza artistica ed esistenziale.

L’arte di Igort assume diversi volti, forme, stili, mescola sacro e profano, abbatte paletti culturali e gioca con amabilmente con le convenzioni; esalta la sensualità ed insieme testimonia il raggiungimento di vette interiori, non dispregia la goliardia ma più spesso predilige toni elevati, sfiora altezze mistiche e scende nelle atmosfere più torbide, crea nel calderone della propria vulcanica ispirazione un pantheon eretico in cui gli scranni sono occupati da Andrej Tarkovskij come dai Devo, da David Bowie come da Pier Paolo Pasolini, dai Talking Heads come da J.D.Salinger.

Eppure, tutto ciò avviene senza vezzi tipicamente postmoderni, senza compiacimenti nozionistici, c’è una calma consapevolezza a conferire ordine, una sottile capacità di svuotare la propria mente per divenire strumento vuoto della propria ispirazione.
Tanto è istrionico, eccessivo, traboccante l’Igort “personaggio”, tanto l’Igort “autore” può compiere l’incantesimo delle proprie opere solo liberandosi del fardello del proprio ego.

Questa è la grande lezione dell’arte orientale, questa la dialettica interiore di un artista in grado di far convivere in sé lo sberleffo oltraggioso dei Sex Pistols con lo sguardo spirituale di Pavel Florenskij, il genio che descrisse le icone sacre come “porte regali” verso l’Assoluto, al “confine fra il mondo visibile e invisibile”.
Il cerchio si è chiuso, per riaprirsi in chissà quali meravigliose forme.

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“Storie del Barrio”: intervista a Bartolomé Seguí https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/#respond Wed, 28 Dec 2016 15:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33248 (foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona... Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell'alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

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(foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona… Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell’alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

Ma dentro ai confini spessi e neri delle vignette di Seguí c’è spazio, ancora, per quella parte d’infanzia che resiste e spera. Che fa stare Gabi su Las Rocas a guardare il mare: “Pensavo che tutto il bene fosse al di là dell’orizzonte. Pensavo che laggiù, oltre la linea sotto la quale sparivano le barche, alle madri non saltassero i nervi e i padri non fossero alcolizzati. Pensavo che fosse sempre giorno, che l’estate abitasse lì e che ci potessi arrivare in barca“.

Le vite dei protagonisti sono difficili, ma il libro conserva in loro uno sguardo ingenuo. D’altro canto, questo è un fumetto non adatto esclusivamente ai giovani, anzi…

Esattamente, per questo credo che sia adatto a tutti. Avremmo potuto fare un libro con storie più marginali e realiste, ma ho e abbiamo voluto, usando un tratto più ingenuo appunto, idealizzare un po’ queste storie. Nei disegni c’è del sentimentalismo affinché emerga la tenerezza. In tutto il libro, ad esempio, non c’è una scena di sangue o di violenza fisica. Appare solo una goccia di sangue nella scena finale della storia intitolata “Coma”, ma non si vede nient’altro. Non volevamo mostrare troppa violenza né essere scabrosi.

Il messaggio non passa attraverso la violenza; c’è piuttosto la volontà di evidenziare che una alternativa concreta è possibile… Come quando il signor Paco ammonisce Gabi per le sue frequentazioni, dicendogli: “Non devi andare con certa gente. Ti porteranno problemi. Credimi… Non sono tuoi amici”.

Sì, nel libro abbiamo riposto anche un forte intento pedagogico. Gabi ha fatto molte chiacchierate con i ragazzi dei riformatori, perché vorrebbe che i giovani potessero trovare un’alternativa alla loro esperienza, alternativa che nel caso di Gabi è stata proprio il disegno e la letteratura.

Com’è stato disegnare per raccontare la storia di un altro che non solo ha conosciuto solo da adulto, ma che ha vissuto anche un’adolescenza completamente diversa dalla sua, seppur nella stessa città?

Avevo già letto alcune storie che Gabi aveva pubblicato sul suo blog. Ha un modo di spiegare le storie che mi sembra fantastico. Credo che sia il migliore nel denudarsi a livello emozionale… Per me è stato facile, in questo periodo della mia carriera quello che mi interessa sono le storie che uno racconta. Io ho già pubblicato cinque libri, con le mie sceneggiature, ma se c’è un buon testo è molto facile disegnare per un altro e in questo caso così è stato, nonostante la mia esperienza e la mia vita non abbiano niente a che vedere con quella di Gabi. Abitavo in tutt’altro quartiere e a volte vedevo il suo, ma da lontano, sapevo che non ci si doveva entrare. Ma, ripeto, è stato facile perché dietro questa storia c’era un bravo scrittore.

Come ha costruito la narrazione grafica della storia?

Di fatto ho voluto mantenere le storie del passato, quelle dell’infanzia. Nel libro ci sono le storie disegnate, che sono quelle di quando Gabi era piccolo, insieme alle narrazioni in prosa che sono quelle del personaggio adulto. Questo aiuta a capire le precedenti che non sono solo un ricordo infantile, ma la visione del personaggio adulto che ricorda quell’ambiente. Le storie non sono raccontate con rancore, ma con la capacità di saper perdonare di un uomo ormai cresciuto, maturo.

Di solito non sono mai completamente contento dei miei lavori, ma in questo caso, avendo dovuto curare una storia che Gabi – che stimo molto come professionista e come persona – non era in grado di rivivere da solo, mi sento finalmente soddisfatto.

Quali autori di fumetti legge e apprezza? Conosce, immagino, Paco Roca, pubblicato in Italia proprio da Tunué…

Conosco Paco Roca perché ci siamo incontrati in alcune premiazioni. Ricordo che un anno Paco vinse il secondo Premio Nazionale e l’anno successivo lui era nella giuria che mi ha premiato. Devo dire che è una persona meravigliosa!
Il mio fumettista italiano preferito invece è Gipi. In Spagna hanno pubblicato anche “5” di Igort e mi è piaciuto molto. Secondo me, quando uno inizia a disegnare e pubblicare, a noi disegnatori quello che interessa sono i migliori illustratori, ma poi, con il tempo, ciò che ci interessa di più è la narrazione. Così, a poco a poco, mi sono interessato ad autori che, forse, non disegnano così bene, però narrano in un modo fantastico. In una narrazione ciò che importa è il ritmo della lettura, che non deve essere interrotto per soffermarsi a vedere il disegno, e questo mi piace in Gipi. Forse non è un autore virtuoso graficamente, ma si limita all’essenza per concentrarsi su una narrazione ottima.

Gipi è un autore molto apprezzato anche in Italia, e tre anni fa con unastoria fu selezionato per il nostro premio letterario più importante, il Premio Strega. L’anno successivo toccò a Zerocalcare con Dimentica il mio nome… Diciamo che qui il fumetto (o graphic novel, che dir si voglia) sta vivendo un momento fortunato. La situazione in Spagna è analoga?

L’etichetta “graphic novel” ha aiutato a recuperare il lettore e avvicinarlo alle librerie di fumetti. In Spagna non c’è una tradizione, manca l’industria che c’è in Francia e negli Stati Uniti, ma ora stanno comparendo molte opere interessanti.
Nel 2007, inoltre, è stato creato il “Premio Nazionale” dal Ministero della Cultura. Prima di allora tale riconoscimento veniva concesso alla pittura, alla musica, alla letteratura, ma non al fumetto che così, grazie al Premio, è diventato ufficialmente arte al pari di tutte le altre. Anche i giornali hanno aiutato a fare in modo che il fumetto venisse visto come qualcosa di importante, alla stregua di letteratura, pittura… Ora i mezzi di comunicazione danno molto spazio e attenzione al fumetto, ci sono più critiche e più recensioni. Il fatto che ci sia un premio importante per i fumetti unito all’interesse dei giornali è stato fondamentale per questo nuovo corso.
Ed è pur vero che il “formato libro” ha permesso di trattare temi che prima non si affrontavano nei fumetti, che ora sono pensati (anche) per un pubblico che legge romanzi.

Per finire, a proposito di romanzi, che spazio occupano la letteratura italiana e americana nella sua biblioteca domestica?

Mi piacciono molto i romanzi gialli… E perciò, ovviamente, ho letto Camilleri! Ma apprezzo anche altri autori come Roberto Saviano. Per quanto riguarda la letteratura americana amo Carver, Cheever e Kerouac.

(Si ringrazia Maria Valeria Salinas Soria per la traduzione)

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Kobane Calling, il diario/reportage di Zerocalcare https://minimaetmoralia.it/libri/kobane-calling-il-diarioreportage-di-zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/libri/kobane-calling-il-diarioreportage-di-zerocalcare/#comments Fri, 27 May 2016 12:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31102 Questo articolo è uscito sul numero di maggio della rivista Linus, che ringraziamo (fonte immagine).

Lunedì 11 aprile, ore 22, la coda che si snoda davanti alla Feltrinelli di via Appia fa il giro di tre lati dell’isolato. È la “notte di Zerocalcare”: apertura straordinaria delle Feltrinelli di Roma, Napoli, Milano, Bologna per la promozione di Kobane calling, ultimo lavoro del fumettista romano.

Lungo la fila è parcheggiata una camionetta della polizia, agenti in divisa antisommossa presidiano l’isolato. Colpisce lo spiegamento di forze dell’ordine. Forse si temono proteste. Il giorno prima a Romix un neofascista di Casa Pound ha danneggiato lo stand di Shockdom, colpevole di avere pubblicato un fumetto satirico su Mussolini firmato da Daniele Fabbri e Stefano Antonucci. L’autore del gesto ha messo il video su Facebook. Tra i commenti non manca qualche riferimento a Zerocalcare, i cui legami col mondo dei centri sociali sono noti.

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Questo articolo è uscito sul numero di maggio della rivista Linus, che ringraziamo (fonte immagine).

Lunedì 11 aprile, ore 22, la coda che si snoda davanti alla Feltrinelli di via Appia fa il giro di tre lati dell’isolato. È la “notte di Zerocalcare”: apertura straordinaria delle Feltrinelli di Roma, Napoli, Milano, Bologna per la promozione di Kobane calling, ultimo lavoro del fumettista romano.

Lungo la fila è parcheggiata una camionetta della polizia, agenti in divisa antisommossa presidiano l’isolato. Colpisce lo spiegamento di forze dell’ordine. Forse si temono proteste. Il giorno prima a Romix un neofascista di Casa Pound ha danneggiato lo stand di Shockdom, colpevole di avere pubblicato un fumetto satirico su Mussolini firmato da Daniele Fabbri e Stefano Antonucci. L’autore del gesto ha messo il video su Facebook. Tra i commenti non manca qualche riferimento a Zerocalcare, i cui legami col mondo dei centri sociali sono noti.

Il mercoledì precedente ero passato per caso alla stessa Feltrinelli, di pomeriggio, e di nuovo poliziotti (però meno) e grandi code. In quel caso si presentava il libro di Benji e Fede. Per chi non lo sapesse: due ragazzini bellocci che cantano brutte canzoni pop per adolescenti. Il negozio era invaso da una folla di tredicenni galvanizzate, ognuna col suo libro in mano e un numeretto per la dedica. La mossa marketing di Rizzoli, nel caso di Benji e Fede, era quella di “regalare” insieme al libro il biglietto del concerto dei beniamini delle ragazzine.

Anche la notte di Zerocalcare la Feltrinelli è gremita di gente con in mano un numeretto per farsi dedicare il libro. Al posto del biglietto Bao publishing offre una piccola stampa numerata ai primi settecento che arrivano. Nelle altre città, dove manca l’autore, i fan possono portare una maglietta e farsi serigrafie un disegno. Pare che Benji e Fede abbiamo venduto più di diecimila copie in una settimana. Kobane Calling è stato stampato in centomila esemplari, prima tiratura. Una quantità inedita per un fumetto in Italia. Forse unica nella storia recente. È possibile che quando questo articolo sarà pubblicato si troveranno uno accanto all’altro in cima alla classifica dei libri più venduti.

Qualcuno dirà giustamente che, a parte il successo, hanno poco in comune: lo spaccato sociale alla presentazione di Zerocalcare è vario, giovani e adulti, qualche tipo più centrosocialino, ma l’impressione è di trasversalità. Non ci saranno gli elettori di Salvini, o gli adolescenti che affollano ponte Milvio il sabato sera con le loro macchinette customizzate piene di adesivi in font littoriano. Ma per essere uno che è cresciuto al Crack (il festival indipendente di fumetti del Forte Prenestino), Calcare ha raggiunto un pubblico decisamente vasto ed eterogeneo.

A parte la Feltrinelli, l’analogia tra la boyband e il fumettista finisce qua. Forse i primi potrebbero entrare in un disegno del secondo, diventare oggetto di una battuta tipo: “questi due per ragioni di privacy saranno rappresentati come Benji e Fede”, perché Zerocalcare ha fatto la sua fortuna fagocitando effimere icone del mondo mainstream. Il segreto del suo clamoroso successo non credo sia il disegno né la bravura nell’imbastire storie, ma il modo in cui attinge a piene mani dall’immaginario più umilmente pop degli ultimi vent’anni e all’ironia che ci costruisce intorno.

In Zerocalcare troviamo il conforto di una rappresentazione che mostra senza complessi la nostra coscienza mercificata, ottenebrata da ansie da controllo e intenta ad aggrapparsi ai feticci culturali, come rassicurandoci: nonostante tutto puoi essere una bella persona. Più o meno la fatale evoluzione di quello che Aldo Nove faceva vent’anni anni prima in una chiave pulp e ferocemente satirica. I suoi personaggi erano mostri, mentecatti, poveri lobotomizzati.

Ora quella cosa è passata, quella cultura si è fatta natura. Ci piaccia o no, sembra dire Zerocalcare, siamo fatti così, le nostre madeleine sono pupazzi chiamati “pisolone”, i nostri idoli personaggi di cartoni animati o film d’azione americani. Ridiamoci sopra. Molti criticano questa particolare indulgenza, tra sentimentalismo autobiografico e immaginario televisivo, come se finisse col celebrare i difetti di una generazione incagliata davanti allo schermo a nutrirsi voracemente di prodotti culturali di dubbio valore. Come può convivere tutto questo con la politica e il pensiero antagonista di cui pure questo autore si mostra, ed è, portavoce?

Comunque si considerino i suoi libri precedenti, quello su Kobane è in questo senso una specie di banco di prova. Funzionano ancora il linguaggio farcito di oggetti pop, l’ironia scanzonata e quel continuo riferirsi a se stessi, quando deve parlare di cose come la guerra, il Kurdistan, lo Stato islamico? quando si tratta di uscire, e brutalmente, dalla cameretta?

Personalmente ho due risposte.

La risposta numero uno è che dipende dai momenti. Kobane calling, che era già stato in buona parte pubblicato su Internazionale, è il prodotto di due viaggi piuttosto brevi tra il cantone di Cizre e quello di Kobane. Più passa il tempo, più si immerge nella situazione, più Zerocalcare riesce a vedere le cose, a mettersi dalla parte degli altri. Le figure e le metafore pop che sembrano alzarsi come uno schermo difensivo tra lo sguardo dell’autore e il mondo diminuiscono sensibilmente nell’ultima parte. Resta che Zerocalcare lascia poco la parola agli altri. È quasi sempre la sua voce a occupare il primo piano, assimilando tutto nella sua grammatica citazionista.

Al contrario, classici del genere come i libri di Joe Sacco, di Guy Delisle, o i fumetti di Igort sull’Ucraina e la Russia, basano il grosso del materiale e la forza delle storie sulle testimonianze raccolte “sul campo”. D’altronde alla presentazione Zerocalcare ha messo un po’ le mani avanti: non è un reportage, è più un diario. Ok, ma più si avanza, più le figure e le vicende degli altri emergono (anche nella loro drammaticità), più si percepisce quel mondo, più il reportage prende corpo. E sono le parti migliori, o almeno quelle più interessanti, dove troviamo qualcosa di nuovo. La mia impressione è che se Zerocalcare avesse avuto più tempo il libro sarebbe stato più bello, più completo. In certi momenti lui e suoi amici sembrano davvero una comitiva senza arte né parte finita dalle parti di Kobane, un gruppetto di giovani in vacanza dove tutto ciò che succede diventa oggetto di battutine e similitudini prelevate da Ken in guerriero.

Viene a bilanciare questo difetto un punto di forza del libro, quando questi limiti sono presi di petto dall’autore stesso. Kobane calling diventa allora il racconto di come si vorrebbe uscire dalla cameretta, e di quanto sia difficile farlo. In certe tavole, in certe vignette, Zerocalcare riesce a comunicare molto bene questa presa di coscienza. Il pesante mammut che lo accompagna al posto dell’armadillo significa questo: la zavorra della bestia fuori dal tempo che tiene il protagonista ancorato alla sua Rebibbia e all’eterno presente dell’ironia citazionista. In questo senso il libro è un insieme di alti e bassi e porta impressi sia i difetti della maniera dell’autore, sia la sincerità di uno sguardo che sa anche andare oltre se stesso e parlarci di una difficoltà condivisa, qualcosa che riguarda profondamente il nostro mondo e il nostro modo di (non) entrare in contatto con chi non vi appartiene.

La risposta numero due – più breve – fa riferimento a Benji e Fede e ai fascisti che spaccano gli stand alle fiere dei fumetti. Zerocalcare non è solo un autore il cui discorso è infarcito di mainstream, ma è diventato lui stesso mainstream. Se un fumetto che racconta la guerra in Siria in un modo che, in ogni caso, vale più del grosso dell’informazione somministrata alle masse, se un racconto più complesso e umano è capace di arrivare a decine o addirittura centinaia di migliaia di persone, a giovani altrimenti sovraesposti ai discorsi xenofobi e all’intrattenimento di serie zeta – beh, questa è comunque una buona notizia.

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Tamburo https://minimaetmoralia.it/cultura/tamburo/ Tue, 19 Apr 2016 07:36:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30614 Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986. Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link. Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata […]

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Altri lo faranno meglio di me, con più competenza. Soprattutto chi l’ha conosciuto. Era solo per ricordare anche in questa sede Stefano Tamburini. Se ne andò trent’anni fa, in un imprecisato giorno di aprile del 1986.

Spero di fare cosa gradita segnalando qualche link.

Il primo – da Radio Radicale – è l’audio della trasmissione televisiva andata in onda su Teleroma 56 il 29 aprile del 1986, a cura di Carlo Romeo, con Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza, Filippo Scozzari a commentare vita e opere di Tamburini.

Il secondo è un pezzo di Valerio Mattioli uscito l’anno scorso su Vice.

Poi un pezzo in cui Igort ricorda Stefano Tamburini su Fumettologica.

Sempre su Fumettologica, un pezzo a firma Evil Monkey uscito in questi giorni.

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Nelle stanze del Weekend Postmoderno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-stanze-del-weekend-postmoderno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-stanze-del-weekend-postmoderno/#respond Tue, 25 Aug 2015 14:09:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28253 Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

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tondelli

Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

Il lavoro culturale, ora come critico e ora come insegnante di scrittura (si veda il rapporto “epistolare” con i ragazzi coinvolti nel progetto Under 25, “Non abbiate paura di buttar via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti… Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita da un’altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando sarete già in pieno romanzo”). Gli Smiths e Zucchero e Vasco Rossi. Ecco Un weekend postmoderno, lo zibaldone ideale degli anni Ottanta, una porta aperta da Pier Vittorio Tondelli sulle possibilità di una nuova forma di lettura della realtà contemporanea – strada in realtà sorprendentemente poco battuta negli anni seguenti.

Dieci anni di pezzi giornalistici, reportage, racconti, interviste e recensioni per comporre il ritratto composito (e inevitabilmente incompiuto, o meglio: aperto) dell’Italia del tempo, inseguendo itinerari geografici e letterari, mode e fenomeni di costume – i videogame, l’estate a Ibiza, la videoarte. “La complessità del libro sta nella sua architettura: la struttura a scenari, che si aprono su specifiche realtà e che incontrano, di volta in volta, cori diversi di protagonisti che esibiscono se stessi, il loro apparire, il guizzo del loro apporto creativo, permettendo di attraversare il complesso panorama del decennio e di decifrarne situazioni, occasioni, fenomeni”, scrive Fulvio Panzeri nella sua nota alla fine del volume.

Ecco, se l’architettura complessiva del Weekend postmoderno regge ancora – così come valide restano diverse intuizioni che lo compongono – è proprio per via del pensiero strutturalmente moderno del suo autore: un pensiero che ha vissuto in pieno la propria contemporaneità.

Immaginiamo adesso il Weekend come la pianta di un palazzo; esploriamo alcune delle stanze invecchiate nel tempo. Riscopriremo fotografie ingiallite, icone ancora in servizio, eroi sbiaditi, frammenti culturali in dissoluzione.

Provincia italiana

C’era una volta “il viaggio nella provincia italiana”. A suo modo si tratta di un genere. Capita ancora adesso che qualche direttore di giornale, magari di un grande giornale, chessò con il profilarsi dell’estate o di una stagione politicamente vuota, chiami una “grande firma” e gli dica di farsi un giro lì fuori, fuori da Roma e da Milano, per vedere che succede. L’inviato parlerà con il sindaco, il vescovo e qualche notabile del luogo; ben che vada, si fermerà nel caffè centrale, dopodiché scriverà il suo bel pezzullo, pronto per essere successivamente raccolto in un bel volume unico.

Tondelli, che in provincia ci era nato, non si stancò mai di cercare una scintilla che potesse legare metropoli e periferia; di volta in volta la ritrova a Firenze (con le sfilate che “rendono l’atmosfera della città assolutamente metropolitana ed entusiasmante”), Modena (“i giovani di Modena, i ragazzi d’Emilia, in questo senso hanno mantenuto una loro identità, un codice di comportamento che, pur, sviluppandosi da radici contadine, conserva le immagini della cultura dei padri innestandole nel panorama della contemporaneità”), fino a Lecce (“ogni notte, tutta la notte, ci si sposta in macchina, seguendo le strade o le superstrade che solcano la penisola salentina”).

È nelle pagine che dedica alla fauna di provincia che Tondelli dispiega appieno il suo talento di osservatore fondato sull’empatia e su un orecchio fuori dal comune (elemento che esplode nella lingua utilizzata nei romanzi e nei racconti). Una provincia non isolata, ma fitta di orizzonti, come in uno dei passi più belli di Altri libertini, quando immagina di percorrere in un solo giorno l’autobahn da Carpi fino all’Olanda, ad Amsterdam, al mare del Nord.

Rimini

Tondelli dedicò a quella che negli anni Sessanta/Ottanta era una delle capitali indiscusse del divertimento europeo un romanzo, Rimini. (Qualche giorno fa un pezzo di Mario Andreose sul domenicale del Sole 24 ore ha rievocato l’esplosiva presentazione del libro). Una sezione del Weekend Postmoderno s’intitola significativamente Rimini come Hollywood… ma la città torna continuamente nel libro e nel mondo di Tondelli, con il movimento di un’onda.

Il fascino che la riviera romagnola esercitava su di lui (“La fauna che si osserva lungo viale Ceccarini, per esempio, o lungo qualsiasi lungomare nelle cittadine dai nomi così splendidamente turistici come Bellaria, Bellariva, Miramare, Rivazzurra, Marebello”) aveva il valore di una visione poetica che partiva dall’entroterra emiliano per finire nel “punto terminale ed estremo di quella stessa grande strada, di quella stessa abbagliante cittadina della notte: Rimini”.

Luci che se non si sono spente del tutto di sicuro non abbagliano da tempo: le cronache dalla riviera scrivono di locali che chiudono e qualche volta riaprono, discoteche lontane dai fasti d’un tempo (“Ci sono disco per ragazzi e per schettinatori, per dark e per paninari, per gay e per tardone, per ricchi e poveracci” scriveva Tondelli, osservando il carnevale perpetuo di quei mesi estivi negli anni Ottanta, i punkettari e i machi a caccia, slumanti e occhieggianti sulle spiagge e sulla pista da ballo; ma anche le “tardone, le belle quarantenni d’assalto”, una formula evidentemente più tenera dell’attuale milf); ai turisti tedeschi si sono spesso sostituiti russi, ucraini.

In un pezzo tra i più belli del Weekend, Fuori stagione, descriveva il momento in cui “la scia di luci e di bagliori accesa ininterrottamente per i tre mesi della stagione si smorza”; luci che nella città di Federico Fellini fanno fatica a riaccendersi come un tempo. Quelle delle videocamere si sono ripresentate in massa al principio d’agosto, per riprendere la morte di un ragazzo e riempire il chiacchiericcio estivo sull’opportunità o meno di chiudere o meno una discoteca.

Narrativa americana

Jay McInerney – con cui fondò la rivista Panta, assieme a Elisabetta Sgarbi, Alain Elkann e Elisabetta Rasy – e Bret Easton Ellis, che con i loro Le mille luci di New York e Meno di zero risultarono in definitiva i portabandiera esagerati e quasi-rocker della narrativa Usa anni ‘80 (anche se, scriveva Pvt, occorre riflettere “sull’aleatorità di certe definizioni”). Ma anche David Leavitt e Raymond Carver, “il capostipite di tutta questa generazione”. Ancora, i “maestri” Jack Kerouac, William Burroughs, John Fante.

Nella sezione del Weekend dedicata alle lettere d’America, Tondelli traccia il suo pantheon ideale e una cosa più di tutte, nelle pagine di Maggie Cassidy (Kerouac) o Un uomo solo (Christopher Isherwood) sembrava attirarlo: il loro spirito profondamente libertario, un’idea di letteratura che fosse più lontana possibile dal concetto di accademia… e che trasudava anche nelle biografie degli autori. Qualcosa che Tondelli ravvisava, paradossalmente, più nei cantautori emiliani (Vasco Rossi, Claudio Lolli, Lucio Dalla) che tra i suoi colleghi. Ai ragazzi consiglia di leggere gli autori della generazione perduta prima di Proust e Dostoevskij; e quando scrive di Easton Ellis, riusciamo a intravedere il suo ghigno liberatorio dietro frasi come questa: “Ci voleva questo scazzato e per niente arrabbiato Bret Easton Ellis per spedire, finalmente, la nostra accademia letteraria a lezione da Rockstar & C., e dar così dimestichezza con signori che qui si chiamano Human League, Devo, Beach Boys, Elvis Costello…”

Anni dopo, nel 2010, l’autore di American Psycho (pubblicato proprio nell’anno della morte di Pvt) è ritornato sui luoghi di Meno di zero con Imperial bedrooms; anche McInerney ha ripreso a distanza di tempo i protagonisti dei suoi primi libri. Almeno per loro non è stato semplice uscire dagli anni Ottanta, mentre non sembra un azzardo eccessivo immaginare che tanto sarebbero piaciuti, a Tondelli, gli scrittori che hanno mostrato una nuova freschezza negli anni Novanta/Zero, da Safran Foer a Gary Shteyngart a George Saunders al primo Dave Eggers – quest’ultimo anche per il suo modo d’intendere il ruolo di intellettuale in maniera originale, omnicomprensivo, dentro scuole e riviste.

 

La naja

Dopo quello che come da tradizione italiana non può che definirsi un “intenso e lungo dibattito”, nel nostro paese il servizio militare obbligatorio è stato sostanzialmente abolito nel 2005, mentre già da tempo erano intervenuti meccanismi che rinviassero il più lontano possibile la temuta chiamata alle armi. E così per i ragazzi nati nei primi anni Ottanta, proprio mentre Pvt scriveva Pao Pao, il suo romanzo breve centrato sulle storie di naja, la leva è rimasto un racconto da padri e fratelli maggiori.

Le camerate, gli aneddoti a volte conditi con gli scherzacci e il nonnismo; i racconti di ore perdute in qualche caserma sperduta lontana da casa, a smarrire tempo prezioso per il lavoro. “Eppure, dentro i muri scalcinati della patria, anche oggi, come un tempo, viene a consumarsi quel particolarissimo rito di passaggio che è l’attraversamento della prima giovinezza e l’approdo a un’età, se non definitivamente adulta, quanto meno diversa e nuova: l’età del lavoro, della famiglia, degli obblighi sociali”, scriveva Tondelli nel Weekend.

Osservava i suoi compagni militari e i ragazzi in divisa che sciamavano nelle città nell’ora del passeggio, registrando un fenomeno sociale che diventava sempre più anacronistico e stridente con la società dello spettacolo pronta ad esplodere negli anni Ottanta. Una sorta di linea d’ombra, tuttavia: un percorso in cui qualcuno “prenderà i primi stupefacenti, qualcun altro le prime sbronze, chi avrà il primo rapporto con una donna e chi il primo con un compagno di branda”.

Di tanto in tanto partono petizioni per ripristinarla, la leva obbligatoria.

Fumetto*

“Nuovo fumetto italiano”, così Pvt definiva nel 1985 la schiera di disegnatori che in quegli anni si affacciò “alla ribalta della società dell’immagine”. Una generazione di fumettisti cresciuta nei ‘70 davanti alla televisione con il rock nelle orecchie “maneggiando i paperback e altri gradevoli frutti dell’industria culturale […] che nell’impossibilità di offrire a se stessa una ben precisa identità culturale […] ha preferito mischiare i generi, le fonti culturali, i padri putativi”, dando vita dunque a un universo creativo grondante di postmodernità.

Tra gli artisti citati, ecco Tanino Liberatore, Stefano Tamburini, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Daniele Brolli, Nicola Corona, Massimo Iosa Ghini, Igort, il gruppo Valvoline, i Giovanotti Mondani Meccanici e soprattutto Andrea Pazienza. Proprio a quest’ultimo, alla sua morte, dedica uno dei brani più toccanti del Weekend, “una specie di ballata per un amico che non è più”. Ecco, forse in quegli anni era fin troppo facile individuare e non farsi sfuggire certi movimenti: oggi già la parola stessa “movimento” ma anche solo “generazione” hanno perso di senso.

Immaginate se qualcuno tirasse fuori oggi una definizione come “nuovissimo fumetto italiano”. Tutto è più complesso, gli stili cambiano e si riciclano in continuazione, il Web ha annullato i confini geografici, c’è tutto ma quasi niente in cui identificarsi. Nel recentissimo passato, uno degli esempi che forse può ricordare in qualche modo quell’epoca è il gruppo dei Superamici (Ratigher, Tuono Pettinato, Dr Pira, Micol e Mirko e LRNZ – diventati poi Fratelli del cielo), il resto è formato da bravi artisti singoli (Bianca Bagnarelli, MP5, Virginia Mori…) e un sacco di altre frammentate etichette autoprodotte che creano un grande fermento artistico, spesso promettente; eppure è molto difficile individuare un filo rosso che li unisce.

Chissà cosa ne penserebbe Tondelli. Di sicuro non si sarebbe scandalizzato del successo “mainstream” ottenuto da Zerocalcare. Anzi, gli avrebbe consigliato di spingersi ancora oltre. Dopotutto proprio quel suo paragrafo sul “nuovo fumetto italiano” si apre così, parlando proprio dei fumettisti citati sopra: “Eccoli dapprima sfilare, nel maggio del 1984, come autentici fotomodelli, sulle pagine della rivista mondan-giovanile ‘Per lui’. Indossano le prestigiose firme del made in Italy, accanto ai già conosciutissimi fratelli maggiori Milo Manara e Sergio Staino. […] Nel gennaio di quest’anno è la rivista ‘Vanity’ che se li accaparra in blocco per illustrare le collezioni di moda”.

Bei tempi.

*la sezione sul fumetto è di Andrea Provinciali.

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Lunga vita alle graphic novel! https://minimaetmoralia.it/fumetto/davide-toffolo-graphic-novel-is-dead/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/davide-toffolo-graphic-novel-is-dead/#respond Wed, 05 Feb 2014 06:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18167 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Strano momento per la graphic novel italiana che in questa notte abbastanza buia dell’editoria, brilla di luce propria con gioia di chi il fumetto da sempre lo frequenta e a beneficio di che ne è stato appena iniziato. E se il 2013 si è chiuso con i libri di Zerocalcare in classifica e la notizia della candidatura allo Strega del bellissimo ultimo graphic novel di Gipi unastoria, ad aprire il 2014 è il fumettista e musicista Davide Toffolo con il fulgido e autobiografico Graphic Novel Is Dead (Rizzoli Lizard, pagg. 144, 16 euro).

Davide Toffolo appartiene a una generazione di gente che con il fumetto c’è cresciuta. Nato a Pordenone nel 1965, ha avuto la fortuna di attraversare quelli che per alcuni sono stati gli anni migliori del fumetto italiano (la fine dei settanta, i primi degli ottanta), quell’età dell’oro in cui esistevano riviste bellissime (CannibaleFrigidaire) scritte e disegnate da artisti come Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza. Sempre in quegli anni Pazienza insegnava insieme a Magnus e Lorenzo Mattotti in una scuola di fumetto che si chiamava Zio Feninger, fondata a Bologna da Daniele Brolli e Igort. Lì studiava Toffolo, che oggi di mestiere fa il cantante e il fumettista.

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Toffolo_Pasolini

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Strano momento per la graphic novel italiana che in questa notte abbastanza buia dell’editoria, brilla di luce propria con gioia di chi il fumetto da sempre lo frequenta e a beneficio di che ne è stato appena iniziato. E se il 2013 si è chiuso con i libri di Zerocalcare in classifica e la notizia della candidatura allo Strega del bellissimo ultimo graphic novel di Gipi unastoria, ad aprire il 2014 è il fumettista e musicista Davide Toffolo con il fulgido e autobiografico Graphic Novel Is Dead (Rizzoli Lizard, pagg. 144, 16 euro).

Davide Toffolo appartiene a una generazione di gente che con il fumetto c’è cresciuta. Nato a Pordenone nel 1965, ha avuto la fortuna di attraversare quelli che per alcuni sono stati gli anni migliori del fumetto italiano (la fine dei settanta, i primi degli ottanta), quell’età dell’oro in cui esistevano riviste bellissime (CannibaleFrigidaire) scritte e disegnate da artisti come Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore, Vincenzo Sparagna, Andrea Pazienza. Sempre in quegli anni Pazienza insegnava insieme a Magnus e Lorenzo Mattotti in una scuola di fumetto che si chiamava Zio Feninger, fondata a Bologna da Daniele Brolli e Igort. Lì studiava Toffolo, che oggi di mestiere fa il cantante e il fumettista.

Frontman del celebre gruppo punk art rock Tre Allegri Ragazzi Morti, Toffolo è autore di una decina di libri a fumetti tra cui la biografia di Pier Paolo Pasolini (Pasolini) e la serie Cinque allegri ragazzi morti, diventato ultimamente lo strepitoso Cinque allegri ragazzi morti IL MUSICAL LO-FI (diretto dalla regista Eleonora Pippo, con i bravissimi Mimosa Campironi, Maria Roveran, Libero Stelluti, Matteo Vignati e lo stesso Davide Toffolo) che ha debuttato in gennaio al Teatro Litta di Milano, è stato in scena negli spazi delle Carrozzerie n.o.t. a Roma e presto sarà di nuovo a Milano, Roma e in altre città d’Italia (per gli aggiornamenti su date e città tenete d’occhio il blog).

Nella sua biografia su Wikipedia c’è scritto: “Le due attività, fumettista e musicista, non sono separate”. Ed è esattamente di questa importantissima “non separazione” che racconta con passione, talento e molto struggimento in Graphic Novel Is Dead. La storia che racconta è la sua, cercando di ricucire la metà pubblica di cantante idolo già di più di una generazione e la metà privata di narratore e disegnatore che passa un sacco di tempo in quella solitudine visionaria e scandagliante a cui costringe il mestiere. Una doppia vita a tutti gli effetti, se vogliamo come quella dei supereroi, con tanto di costume da Yeti e maschera a forma di teschio che indossa sul palco, a cercare di prendere distanza dalla merce a cui il successo ti costringe a diventare.

“L’idea di scrivere di me è nata perché sono diventato una specie di personaggio pubblico anomalo”, dice Toffolo. “Vivo una vita pubblica che è mediata da un costume, da una maschera e da un immaginario che è quello degli Allegri ragazzi morti. Avevo voglia di provare a raccontare qualcosa che conoscevo bene usando il fumetto nella sua espressione più primitiva, più vera, mettendo dentro registri anche complessi che vanno dall’ironico al drammatico al comico al declamativo”. Ad alternarsi nella storia sono di fatto fotografie (della brava fotografa argentina Cecilia Ibañez) e disegni (colorati e supervisionati dal fumettista Alessandro Baronciani). Le foto raccontano il pubblico, i disegni il privato. Ancora una volta, non per separare il dentro dal fuori, ma a unirli in una sorta di linea d’ombra poetica e immaginaria che dell’autore/protagonista della storia restituisce un’identità piena e soprattutto autentica. Ovvero, l’identità di chi (in questo caso cantando e disegnando) diventa quello che vuole diventare.

Scrive Toffolo a un certo punto della storia: “Volevo diventare punk. Era il 1980”. Interrogato su questa “punkitude” applicata alla vita, ancora una volta a unire e mai a separare musica e fumetto, risponde che “già solo l’estetica del punk aveva qualcosa di stilizzato e fumettistico” e che “il punk ha sempre usato il fumetto come mezzo di comunicazione”. Dice: “Così ho cominciato, imparando che ci poteva essere una sorta di laboratorio personale, nel mio caso il fumetto e la musica, che dalla provincia ti dava la forza e anche l’ispirazione per raccontare cose originali. Ed essere originali per me vuol dire avere il coraggio di fare i conti con se stessi, in modo anche profondo. Nel 1992 ho provato a presentare la mia prima ipotesi di fumetto autoriale a un grande autore, che è stato anche il mio maestro ed è il mio editore, Igort. Ha visto le mie tavole, che comunque erano belle, e ha detto: secondo me e non sei nella direzione giusta, quando presenti il tuo lavoro devi sempre pensare che hai una sola possibilità di mostrare che cosa sei rispetto all’intera storia del fumetto. Una cosa da far tremare i polsi, che però si è rivelato l’atteggiamento giusto. Quando fai una cosa devi avere la coscienza precisa di quello che stai facendo, di quello che hai intorno e della tua posizione rispetto a quell’intorno”.

Nell’83 Toffolo frequentava la scuola Zio Feninger, imparando per esempio da Magnus che “una storia si può fare quando conosci la fine”. Negli anni ha insegnato anche lui fumetto, ha scritto e disegnato un albo che si chiama Lezioni di fumetto, ne ha scritto e disegnato un altro che viene da sospettare sia per molti adolescenti tutto quello che sanno su Pasolini, e che citando Uccellacci e uccellini dice: “I maestri sono fatti per essere mangiati”. Dell’inevitabile ribaltarsi dei ruoli, del diventare adulti e maestri, dice Toffolo che cerca di tenere sempre lontana l’idea di essere didattico: “Non mi interessa che quello che scrivo abbia il fine di insegnare, anche se è una cosa con cui devo fare i conti”. E così ai giovanissimi che, come lui negli anni novanta, vanno da lui a mostrare le loro tavole dice che “l’importante è leggere fumetti, innamorarsi del linguaggio, capire cosa succede intorno, avere questo tipo di sincerità che ti porta a fare tutto in modo profondo”.

Da fumettista e soprattutto da frontman di una band di successo ha un rapporto privilegiato con questi “cosiddetti giovani, che poi di fatto sono un’entità multiforme, difficile da capire”. Di loro parla benissimo, soprattutto in termini di fiducia e di talento. “Anche in una situazione complessa come quella dell’Italia degli ultimi vent’anni, la capacità che c’è nelle nuove generazioni è sempre sorprendente”. Cita musicisti della scena indipendente come Il Pan del Diavolo e Le luci della centrale elettrica, bravissimi, più giovani di lui, capaci di innamorarsi di quello che fanno, a dirla con Pasolini di “operare con pura passione”, arte e vita che sia, ancora una volta coincidenti e mai scisse.

Della nuovissima scena del fumetto italiano, orfana di riviste dove un tempo si pubblicavano storie bellissime, guarda alle infinite possibilità date alle graphic novel. “Anche solo dieci anni fa c’erano editori pronti per le graphic novel, oggi hai dei referenti editoriali per poterle fare. La graphic novel rimane un modo di fare fumetti non industriale, molto vicino a quello che era il cosiddetto modo di fare fumetti d’autore, più artigianale, affrontabile da una persona sola e non da un gruppo di lavoro complesso richiesto dai fumetti industriali”. Questo il “qui e ora” per chi si opera oggi nel fumetto, nato da quella che Toffolo chiama “una battaglia per un fumetto adulto, un fumetto libero che non sia solo narrazione di genere e possa raccontare qualsiasi tipo di storia. Con gioia”.

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