Il Grande Gatsby Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-grande-gatsby/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Dec 2024 16:54:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Il Grande Gatsby Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-grande-gatsby/ 32 32 Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/ https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/#comments Sun, 30 Jun 2013 07:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14796 Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

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Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

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New York in questi giorni è un trionfo di vetrine a tema Il grande Gatsby. Dalle sobrie ma esplicite di Fogal che espongono un logo-cartello del film di Baz Luhrmann in buona compagnia di merce a tema (nel caso delle calze da donna viene da pensare che anni venti può essere qualsiasi cosa) alle più ambiziose di Tiffany & Co. disegnate da Catherine Martin, costumista e moglie di Baz Luhrmann, che ostentano calici e braccia che si incrociano e fuochi d’artificio e altre baggianate simili, a quelle di Prada diventate improbabili spazi espositivi che ti fanno credere di essere andato al MOMA quando invece sei solo dentro una boutique per ricchi. In questi giorni a New York ci sono turisti che fotografano tutte queste vetrine. Ce ne sono tantissimi. Arrivano in gruppo o in coppia e posano mentre uno di loro a sorte scatta la foto. Poi si danno il cambio così da tornare a casa ognuno con la sua brava foto a tema anni venti. Come quando vai a Disneyland e posi insieme a Topolino. È poco chiaro se siano attratti da Scott Fitzgerald, da Leonardo DiCaprio, da Baz Luhrmann o da Miuccia Prada.

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I trailer del Grande Gatsby di Baz Luhrmann erano bellissimi. A un certo punto si vedeva una zebra che faceva il bagno dentro una piscina nel bel mezzo di una festa, e uno stava lì a non vedere l’ora che uscisse il film per guardare tutto il resto. Uno stava lì a dire, ma che genio Baz Luhrmann che ha tutte queste visioni. Ma che genio Baz Luhrmann che cita il video di Being Boring dei Pet Shop Boys con la zebra in piscina sapendo che è una canzone scritta per Zelda. Ma che genio Baz Luhrmann che fa Il grande Gatsby in 3D. Uno stava lì a pensare, ma che genio questo Baz Luhrmann. Io, per esempio, non avevo dubbi che facesse un gran capolavoro. Poi però ho visto il film.

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Qualche giorno fa ero a New York da Strand Book Store, la libreria all’angolo tra Broadway e la Dodicesima. Ero lì a presentare il mio fumetto su Zelda Fitzgerald insieme a Rick Moody. A un certo punto Moody m’ha chiesto: l’hai visto il film? E io: sì. Lui: E? Io: Hai presente Shrek? Ecco, tutto quello che mi viene da dire del Grande Gatsby di Luhrmann è “Shrek”. Questo film è la versione Shrek del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald. Non c’è l’asino che parla ma abbiamo la zebra che nuota in piscina. Intorno alla povera bestia è in corso un party che sembra Ibiza nel 2013. Degli anni venti ci sono i cliché, le cose che t’aspetti, quelle che riesce facilmente a riprodurre qualsiasi casa di moda o grande magazzino. Tutta roba che ultimamente trovi anche all’Oviesse.

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Di bello del giorno in cui ho visto Il grande Gatsby di Luhrmann in un cinema di New York c’è la fila di ragazzini vestiti a tema anni venti che aspettava fuori dalla sala impaziente. Adolescenti inaspettati (del Gatsby di Fitzgerald non si può dire che sia un romanzo per ragazzi). Così come inaspettata è la bruttezza del film. Una bruttezza così brutta che quando l’ho visto mi veniva da piangere. Una bruttezza che raggiunge il suo climax (o l’anticlimax se mai climax ci fosse) nelle scene dei party e in quella della morte di Jay Gatsby. Quelle scene lì son talmente brutte che passi il resto del film a pensare: ma sul serio? E nel frattempo ti sforzi di capire cosa abbiano di così sbagliato. E ti sforzi di trovarci dentro qualcosa di bello. E non ce lo trovi semplicemente perché non c’è. E intanto finisce il film e l’unica cosa che ti viene da dire è “Shrek”. Poi però pensi che è grazie al film che Il grande Gatsby di Fitzgerald è tornato in classifica. E allora fai spallucce e dici ok.

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Quest’uso improprio e modaiolo del Grande Gatsby di Fitzgerald è una cosa che qui a New York sta accadendo anche con il punk. Il giorno prima dell’uscita del film nelle sale americane, ha aperto al MET una mostra sul punk (PUNK: Chaos to Couture). Anche qui ci viene proposta Miuccia Prada in forma di vestito esposto come esemplare di moda derivata dal punk. Miuccia Prada ad azzerare la distanza tra Scott Fitzgerald e Richard Hell. Miuccia Prada che è bravissima ma se dobbiamo sinceri di punk non ha mai creato niente. Insieme a Catherine Martin adesso ha fatto i costumi del Gatsby di Luhrmann. E una mostra di abiti anni venti dentro il negozio di Soho che poi andrà dentro il negozio di Tokyo e poi andrà dentro il negozio di Shanghai. E poi chissà chissà.

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A proposito di punk: Zelda e Scott Fitzgerald erano punk. Meglio, erano proto punk. Perché di punk all’epoca non esisteva nemmeno la parola. Zelda e Scott Fitzgerald facevano i rave dentro le camere d’albergo distruggendole e andavano a feste che finivano una settimana dopo. Zelda e Scott cominciavano a bere che erano già ubriachi e facevano il bagno nudi nelle fontane e viaggiavano sui cofani dei taxi e si tuffavano dagli scogli altissimi a rischio di morire. Zelda e Scott erano belli per questo. L’altro giorno raccontavo a un’amica che il party per Il grande Gatsby di Baz Luhrmann con il cast del film e tutta la beautiful people è stato fatto dentro la boutique di Prada a Soho. E la mia amica: certo, se avessero invitato Zelda e Scott sarebbero andati lì ubriachi e avrebbero rubato tutte le borsette. Come darle torto.

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Richard Hell ultimamente lo cito in tutti i pezzi che scrivo. Richard Hell è la prima persona con cui ho fatto amicizia in questi miei recenti mesi newyorkesi. Richard Hell abita in una casa tutta piena di libri. Richard Hell ha scritto la mia canzone punk preferita, Blank Generation. Richard Hell ha scritto un libro bellissimo su di sé e sui suoi anni punk, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp. Il libro si ferma nel 1984. Poi Richard Hell ha smesso di essere musicista ed è diventato scrittore. Mi chiedo cosa ne pensa oggi di questi magneti da frigo con la sua foto che vendono nella boutique del MET come gadget della mostra PUNK: Chaos to Couture.

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Del Grande Gatsby di Fitzgerald da Strand vendono le magliette e da Barnes & Noble vendono le shopper. Con la foto di Zelda in tutù esistono le tazze, le magliette, le pantofole e gli orecchini. A forma di Scott c’hanno fatto i segnalibri e di sue citazioni son piene le cartoline che vendono nelle librerie. Se cerchi frasi di Scott o Zelda su twitter trovi l’opera completa. Ho anche provato a cronometrare i tweet sui Fitzgerald: in media uno ogni venti secondi. Ultimamente esce un romanzo al mese che ne racconta pezzi di vita. E diventano tutti best-seller. E questa cosa è bella e brutta. Bella è l’idea che tutta questa gente conosca Fitzgerald. Però in cuor tuo vorresti che i tuoi scrittori e i libri più amati restassero tuoi e solo tuoi e che venissero scoperti come li hai scoperti tu. Senza che nessuno te ne abbia mai parlato prima, procedendo per tentativi come quando a vent’anni entravi in libreria e pensavi che avresti avuto tutta la vita davanti per leggere.

Quando pensavi che potevi scegliere pure il libro sbagliato perché il tempo per leggere era infinito e invece poi sceglievi Il grande Gatsby che era giustissimo e non volevi leggere che quello. E andavi avanti a leggere tutti i romanzi e i racconti di Fitzgerald e le lettere a Scottie. E scoprivi che Scottie era sua figlia e che Zelda era sua moglie. E poi leggevi tutte le biografie. E scoprivi le vite di Scott e di Zelda. E non ne parlavi con nessuno perché sennò sarebbero diventati meno tuoi. E ora sei qui che scrivi di Baz Luhrmann e di Miuccia Prada quando vorresti scrivere del Grande Gatsby e di Fitzgerald. E pensi che sì, quei tempi lì ti mancano enormemente.

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La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-la-grande-bellezza-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-la-grande-bellezza-paolo-sorrentino/#comments Thu, 23 May 2013 11:13:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14432 Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby's Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d'ora dall'inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

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Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby’s Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d’ora dall’inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all’impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell’epoca in cui l’ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos’altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.

Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l’arte – romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale – è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch (To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Buñuel.

Se La Grande Bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un altro problema.

La storia è ridotta all’osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l’Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l’effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l’aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all’estero e rituffarvi nel Paranoid Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole fuori e dentro l’Ermitage di Aleksandr Sokurov.

L’errore – come accade a volte ai talentuosi – è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l’avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c’est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).

La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D’Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l’opera di Marta Marzotto e Roberto D’Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia  e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.

Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina).

Ecco un’estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un’idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un’estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell’attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata).

Ecco l’elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l’assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l’originale da cui far scendere l’operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di «Chi». Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.

Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell’interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c’è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.

A questo punto i veri cinici – in rete, sui giornali, nei circoli cinefili – iniziano a dire che Paolo Sorrentino è finito. Stupidaggine anche questa. Non è affatto la mia opinione. Io spero che un regista dotato e ambizioso come lui abbia invece appena iniziato (dal fallimento forse anche fisiologico dell’ultima parte di quella precedente) la sua seconda vita. C’è chi riesce a smarcarsi appena in tempo, ma anche i migliori cadono in questo genere di buche (ricordate Fuoco cammina con me di Lynch?)

L’immaginario nato fresco con L’uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell’amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura ne La grande bellezza. Un film molto brutto di un bravo regista il cui futuro (al contrario di Gambardella) non è alle spalle ma davanti, se davvero avrà il coraggio di inseguirlo.

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I miei maestri https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-miei-maestri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-miei-maestri/#comments Mon, 24 Sep 2012 13:23:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9586 Il 24 settembre 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Riprendiamo un testo di Richard Yates, scritto per la «New York Times Review» negli anni '80 e pubblicato in uno speciale sul sito di minimum fax. Da «Il grande Gatsby» a «Madame Bovary», da Dostoevskij a Salinger: tutti i libri e gli autori che Yates ha ritenuto fondamentali per la propria formazione di scrittore.

di Richard Yates

Sono stati i film degli anni Trenta più d'ogni altra cosa a influenzarmi come scrittore. Da ragazzo non leggevo molti libri, mi costava fatica e cercavo di evitarlo quando possibile. Ma non ero neppure un sempliciotto, e così il cinema soddisfaceva due mie necessità: mi dava una straordinaria quantità di materiale a basso costo da cui ricavare storie, e un buon posto in cui nascondermi. 
A 14 anni, cominciai a sottoporre ai miei insegnanti di inglese storie ispirate al cinema, per dimostrare che fossi capace di fare qualcosa, ma solo tre o quattro anni dopo la lettura di romanzi e di poesie iniziò a ricacciare i film in qualche oscuro e indefinito angolo della mia mente, per farceli poi rimanere. Ancora oggi non vado quasi mai al cinema, e sono noto per sostenere che è perché i film sono una cosa per bambini.

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Il 24 settembre 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Riprendiamo un testo di Richard Yates, scritto per la «New York Times Review» negli anni ’80 e pubblicato in uno speciale sul sito di minimum fax. Da «Il grande Gatsby» a «Madame Bovary», da Dostoevskij a Salinger: tutti i libri e gli autori che Yates ha ritenuto fondamentali per la propria formazione di scrittore.

di Richard Yates

Sono stati i film degli anni Trenta più d’ogni altra cosa a influenzarmi come scrittore. Da ragazzo non leggevo molti libri, mi costava fatica e cercavo di evitarlo quando possibile. Ma non ero neppure un sempliciotto, e così il cinema soddisfaceva due mie necessità: mi dava una straordinaria quantità di materiale a basso costo da cui ricavare storie, e un buon posto in cui nascondermi. 
A 14 anni, cominciai a sottoporre ai miei insegnanti di inglese storie ispirate al cinema, per dimostrare che fossi capace di fare qualcosa, ma solo tre o quattro anni dopo la lettura di romanzi e di poesie iniziò a ricacciare i film in qualche oscuro e indefinito angolo della mia mente, per farceli poi rimanere. Ancora oggi non vado quasi mai al cinema, e sono noto per sostenere che è perché i film sono una cosa per bambini.

A 20 anni, fresco di servizio militare e rimpinzato dei libri di Thomas Wolfe, cominciai a divorare quelli di Ernest Hemingway, tanto che mi sforzavo in maniera quasi imbarazzante a parlare e comportarmi come i primi personaggi di Hemingway. Nello stesso tempo, fui catturato da T.S. Eliot, che mi appesantì di un insopportabile carico di manierismi.
 Ma Il Grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald si rivelò il romanzo più ricco che avessi mai letto, quasi come la mia scoperta di John Keats, qualche anno prima, aveva fatto sembrare gli altri poeti inglesi inconsistenti.
 Come alcune poesie di Keats, il romanzo di Fitzgerald è un’opera breve che acquista velocità man mano che cresce, sino a che il finale ci illumina magnificamente sul mondo. E la cosa più bella per un aspirante scrittore è che il romanzo non è solo un miracolo di talento ma anche un trionfo della tecnica narrativa, che fa sperare di riuscire a capirne l’architettura. 
Se ne possono scoprire le basi quasi immediatamente: ogni riga di dialogo in Gatsby rivela su chi parla più di quanto il personaggio stesso volesse rivelare.

L’autore non permette mai che il dialogo sia semplicemente realistico, con personaggi che si scambiano scialbe frasi piene di informazioni, ma fa più volte in modo di fissare tutti i propri personaggi, sia pure in maniera impercettibile, nell’esatto gesto di rivelarsi. 
Un distillato puro di questa sua abilità lo si trova nelle chiacchiere della terribile festicciola nell’appartamento di Myrtle Wilson – durante la quale, attraverso le parole di Nick Carraway, viene pronunciata quella che considero la più eloquente descrizione dello stato d’animo di ogni narratore.
”Eppure alta sulla città, la fila delle nostre finestre gialle deve aver comunicato la sua parte di segreto umano allo spettatore casuale nella strada buia, e mi parve di vederlo guardare in su incuriosito. Ero dentro e fuori contemporaneamente affascinato e respinto dall’inesauribile varietà della vita.”

Non ero mai arrivato a capire cosa Eliot intendesse con l’astrusa formula di “correlativo oggettivo” fino a quando non ho letto la scena del Grande Gatsby in cui Meyer Wolfshiem, personaggio comicamente minaccioso, appena compare nella storia sfoggia i propri gemelli e spiega che sono “i più begli esemplari di molari umani”.
 Capito? Questo intendeva Eliot.
 Oppure la pila di camicie su misura su cui Daisy Buchanan piange “a dirotto” durante la sua prima visita alla casa di Jay Gatsby (“Che belle camicie. Mi fanno piangere perché non ho mai visto delle camicie così… così belle prima d’ora”).
 O ancora le semplici annotazioni che un Gatsby adolescente aveva segnato sotto “Orario” e “Decisioni Generali”, e che suo padre legge attentamente ad alta voce a Nick, come se fosse il ragazzo a doverle utilizzare dopo la morte di Gatsby.

Il Grande Gatsby, insieme a gran parte dei libri di Fiztgerald, ha rappresentato la mia ufficiale iniziazione al mestiere di scrittore.
 Nel 1951, quando avevo 25 anni, l’esercito mi assegnò una pensione di invalidità per una lieve tubercolosi, e così per i successivi due anni e mezzo ho vissuto in Europa scrivendo racconti a tempo pieno e cercando di rendere sempre l’ultimo migliore del precedente. 
Ho imparato molto. Potermi dedicare completamente alla scrittura è stato molto istruttivo, e ho anche capito quanto ricca possa rivelarsi la lingua americana quando si è costretti a ripescare dalla memoria gran parte dei suoi vocaboli.
 Tre di quei racconti sono stati acquistati da alcune riviste prima che facessi ritorno a casa, e ne ho venduti altri cinque negli anni immediatamente seguenti. Ma all’improvviso mi ritrovai a 29 anni a guadagnarmi da vivere come redattore di comunicati commerciali – un’attività che sconsiglio a chiunque – e divenne sempre più chiaro che avrei fatto meglio a scrivere subito un romanzo.

Fu allora che Madame Bovary si impose. Lo avevo già letto prima, ma non l’avevo studiato come avevo fatto con Gatsby e gli altri libri; ora sembrava idealmente adatto a farmi da guida per il romanzo che stava prendendo forma nella mia testa. Volevo quel tipo di equilibrio e suggestione a ogni pagina, quel tipo di inquieto presagio combinato alla leggerezza, quel tipo di destino inesorabile piantato nel cuore di una sola, romantica ragazza. E tutto questo, ovviamente, da rendere con la stessa vividezza e grazia di Fitzgerald.

Come molti altri lettori, ho sempre considerato che le prime 70 pagine di Madame Bovary non erano belle come avrebbero potuto essere, ma dal momento in cui Charles ed Emma sono invitati a un ballo di società, tutto comincia a scorrere. 
E parliamo dei “correlativi oggettivi”!
 – quando Charles trova una scatolina da sigari di seta verde nella polvere di una strada da poco percorsa da due uomini a cavallo, e quando Emma più tardi la nasconde al marito per utilizzarla come sua propria fonte di languide fantasticherie. 
- quando Rodolphe fa recapitare la sua lettera d’addio a Emma sul fondo di un cesto di albicocche, e quando Charles inconsapevolmente conduce Emma sull’orlo di una crisi di nervi mettendole una di quelle albicocche sotto al naso dicendo “Senti che profumo!”
- quando il giovane apprendista della farmacia Justin, il quale è disperatamente innamorato di Emma, è duramente ripreso dal suo superiore, alla presenza di lei, perché ha con sé un manuale illustrato sulla vita matrimoniale e perché aveva armeggiato con il barattolo dell’arsenico. Accidenti!

Un’altra cosa che mi è sempre piaciuta sia di Gatsby che di Bovary è che in nessuno dei due romanzi ci sono personaggi cattivi. La forza del male, che pure si percepisce in questi libri, non è mai personificata – nessuno dei due scrittori intende cavarsela così facilmente.
 Tom e Daisy Buchanan avrebbero potuto essere accusati della morte di Jay Gatsby, ma Fitzgerald ci impedisce di vederla in questo modo facendo dire a Nick, nelle sue battute conclusive, che loro erano semplicemente “gente sbadata”. Charles Bovary avrebbe tutte le ragioni per considerare Rodolphe responsabile del suicidio finale di Emma, ma quando più tardi lo incontra accidentalmente gli dice: “Non te ne do colpa. La colpa è del destino.”

Ecco alcuni scrittori senza i quali non sarei riuscito a mettere insieme in maniera decente nemmeno mezzo libro: Dickens, Dostoevskij, Čekhov, Conrad, E.M. Forster, Katherine Mansfield, Sinclair Lewis, Ring Lardner, Dylan Thomas, J.D. Salinger, James Joyce.
 Sarebbe facile estendere questa lista al doppio della sua lunghezza portandola fino a oggi, ma ho imparato a diffidare di quelle liste che sembrano la lista dei membri di un club privato, o l’asfittico risultato finale di un qualche gara di popolarità. 
Il tempo è tutto. Ora ho 55 anni, e il mio primo nipote nascerà a giugno. Sono passati molti anni da quando ero un ragazzo, per non parlare di quando ero un aspirante scrittore. Ma lo spirito entusiasta, timoroso, e baldanzoso degli inizi è lento a morire.
 Ho appena cominciato a lavorare al mio ottavo libro – e con un profondo rammarico per il tempo inutilmente sprecato non fosse per il quale ora sarei a quota dieci o dodici – mi pare di non essere nemmeno agli inizi. E credo che questo stato d’animo durerà, nel bene e nel male, fino alla fine.

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