Il Messaggero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-messaggero/ un blog di approfondimento culturale Sun, 03 Mar 2019 08:06:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Il Messaggero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-messaggero/ 32 32 L’era dell’incompetenza: intervista a Tom Nichols https://minimaetmoralia.it/altro/lera-dellincompetenza-intervista-tom-nichols/ https://minimaetmoralia.it/altro/lera-dellincompetenza-intervista-tom-nichols/#comments Sun, 03 Mar 2019 06:19:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39637 Questa intervista è uscita in forma ridotta su “Il Messaggero”, che ringraziamo di Renato Minore Dice Tom Nichols: “I primi anni ‘70 del secolo scorso sono stati caratterizzati non solo dalla perdita di fiducia della gente nella maggior parte delle istituzioni governative, questo periodo fu ‘il decennio dell’Io’. Con la comparsa di quella specie di […]

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Questa intervista è uscita in forma ridotta su “Il Messaggero”, che ringraziamo

di Renato Minore

Dice Tom Nichols: “I primi anni ‘70 del secolo scorso sono stati caratterizzati non solo dalla perdita di fiducia della gente nella maggior parte delle istituzioni governative, questo periodo fu ‘il decennio dell’Io’. Con la comparsa di quella specie di narcisismo che ha prodotto persone che si sentono più intelligenti degli esperti e hanno fatto assurgere a virtù l’incompetenza per non sentirsi inadeguate”.

Nichols è un politologo che insegna a Harvard, autore di un libro di cui si parla e discute molto “La conoscenza e i suoi nemici “(Luiss University Press) in cui offre una chiara analisi della crisi del sapere corrente. Analizzando “l’era dell’incompetenza e i rischi della democrazia”, smonta l’arroganza della “società degli ignoranti”, la faciloneria di chi contrappone credenze a scienza, l’approssimazione diffusa contro i tecnici e gli esperti. Spesso, sebbene la gente abbia a disposizione grandi quantità d’informazioni e accesso all’istruzione, si rifiuta di credere a tutto ciò che contraddice le convinzioni radicate. Sui temi del saggio abbiamo conversato con Nichols, che è stato in Italia per ricevere a Roseto il premio “Città delle Rose” per la saggistica internazionale.

Come spiega che la conoscenza e la competenza siano diventati bersagli di risentimento da parte dell’uomo comune?

Ritengo che questo si possa in gran parte attribuire all’avvento dell’era dell’informazione. Prima tutti avevano chiaro il concetto della categoria del lavoro fisico, cioè persone che potevano costruire delle cose, e sapevano che era diverso dalla capacità intellettuale, cioè la categoria di persone che possedevano specifiche competenze professionali. Tuttavia il XXI secolo appartiene a coloro che sono in grado di comprendere e manipolare le cose immateriali come i dati e l’informazione, un’abilità che non rientra in alcuna di queste categorie. Ciò ha creato un divario fra le persone che capiscono come funziona oggi il mondo e quelle che si sentono lasciate indietro da un mondo che, solo dieci o vent’anni fa, erano in grado di capire.

C’è stato qualche episodio di incompetenza e ignoranza così’ forte da determinare un vero salto paradigmatic o, nel senso che la sua è diventata una analisi di casi generalizzati, e non di singoli casi? Quando ha capito che era l’era dell’incopetenza con relativi rischi per la democrazia?

Come ho scritto nel mio libro, mi sono accorto di questo la prima volta negli anni ‘80 del secolo scorso, gli anni in cui si sono visti i primi risultati del cambiamento della cultura mondiale iniziato alla fine degli anni ‘60 e fiorito negli anni ‘70. I primi anni ‘70 del secolo scorso sono stati caratterizzati non solo dalla perdita di fiducia della gente nella maggior parte delle istituzioni governative (almeno negli Stati Uniti), ma qui in America questo periodo fu definito “il decennio dell’Io”, durante il quale le persone si sono chiuse in se stesse e hanno pensato più a loro che non al posto che occupavano nella comunità civile. Credo che gli anni ‘70 abbiamo segnato la comparsa di quella specie di narcisismo che ha prodotto persone che si sentono più intelligenti degli esperti e che hanno fatto assurgere a virtù l’incompetenza per non sentirsi mai inadeguate.

Non la preoccupa tanto l’ignoranza ma il fatto che per tanti essa è diventata una vera virtu?

È così. L’ignoranza è sempre esistita, anche nelle società più colte e istruite. L’ignoranza non si può eliminare perché gli esseri umani non sono perfetti e alcuni sono portati ad abbracciare la conoscenza più di altri. La differenza sta nel fatto che oggi tendiamo a celebrare l’ignoranza perché abbiamo caro il concetto di “autenticità” e la stupidità giuliva ci appare più autentica, oppure onesta, del linguaggio freddo e distaccato della competenza. Anche questa è una conseguenza del narcisismo: vogliamo poterci immedesimare in tutta la società, compresi esperti e politici. Non si tratta più di voler avere il miglior chirurgo quando stiamo male, ma pretendiamo che sia una persona a noi gradita, con la quale potremmo anche andare a bere qualcosa. In realtà si tratta di un approccio alla vita molto infantile, ma purtroppo assai comune.

Qualcuno ha detto (Michele Serra): il problema è anche il consumismo. Se ciò che conta è ciò che si ha , ciò che si sa passa in secondo ordine. E’ d’accordo?

Non sono d’accordo. Esistono diversi aspetti del capitalismo, e il capitalismo e la virtù – e la religione organizzata – sono riusciti a convivere felicemente per molto tempo. Lo sanno soprattutto gli europei. Max Weber ha scritto su questo e molte generazioni di analisti politici ed economici hanno studiato a lungo il rapporto tra il mercato libero e i comportamenti virtuosi. Il mercato può insegnarci molte cose, compresa la necessità di essere leali (se vogliamo fidelizzare i nostri clienti facendo sì che tornino ad avere rapporti con noi e continuino a interagire) e l’importanza del merito e dell’eccellenza (se vogliamo che i nostri prodotti e servizi abbiamo successo). Un aspetto del capitalismo – o perlomeno del capitalismo non regolamentato – che, a mio parere, è sbagliato è il fatto di assecondare i nostri peggiori impulsi dandoci tutto ciò che desideriamo, anche quando questo non è un bene per noi. Se vogliamo cibo spazzatura, il mercato crea cibo spazzatura. Se vogliamo pornografia, il mercato la produce. Nel caso del declino della competenza, il mercato ha generato una molteplicità di media e di flussi d’informazione che ci lusingano e ci ripetono continuamente che abbiamo ragione a lamentarci e che non è mai colpa nostra. Abbiamo chiesto al mercato di fornirci una razionalizzazione per i nostri comportamenti e il mercato è stato pronto a farlo. I Padri Fondatori americani credevano che senza virtù la nostra democrazia non potesse prosperare. Io non credo che il problema sia il capitalismo. Credo che il problema sia che non apprezziamo più la virtù, lo stoicismo o qualsivoglia nozione di gratifica differita. Ci rifiutiamo di crescere e di ammettere che non sappiamo tutto e che forse siamo responsabili di molte delle nostre sventure.

Le chiedo: guardando all’Italia degli ultimi tempi la ha sorpresa qualche episodio significativo del fatto che la gente può credere alle sciocchezze, in campo politico o anche in altri settori?

Non sono un esperto di politica italiana, ma non posso dire di essere rimasto sorpreso dalle vostre recenti elezioni. Essendo americano di origine greca, ho pensato che gli stessi problemi che sono sorti in Grecia alla fine avrebbero afflitto anche l’Italia. Ricordo di essermi recato in Grecia verso la metà degli anni ‘90 con mio padre, il quale una sera ebbe una discussione con dei nostri parenti che ricordo molto bene. Disse che la cultura dei pensionamenti precoci e dell’assistenzialismo in vigore in Grecia non avrebbe mai funzionato nell’era moderna. Mio padre non era un uomo istruito o un esperto, ma non serviva un genio della matematica per capire quanto la situazione fosse insostenibile. Credo che la stessa cosa si sia verificata in diversi paesi europei e che gli elettori, pur di non confrontarsi con gli aspetti economici del problema, abbiano cercato dei capri espiatori ai quali addossare la colpa: l’economia, gli immigrati, gli esperti, i tedeschi, le banche, e così via. Mentre mio padre, un uomo che aveva a mala pena finito la scuola secondaria, aveva previsto più di vent’anni fa quello che sarebbe accaduto non solo in Grecia, ma nella gran parte dell’Europa meridionale, basandosi sul semplice teorema che i governi non possono continuare a spendere più di quanto riscuotono.

La campagna di Trump rappresenta quasi un modello per chi guarda con preoccupazione alla fine della competenza?

Vorrei mettere in chiaro che non ho scritto il libro a causa del Presidente Trump (e le mie parole non rappresentano le opinioni del governo degli USA o del popolo americano). Ho scritto quasi tutto il libro molto prima delle elezioni. Non l’ho scritto neppure come reazione alla Brexit, anche se ne parlo. Non avevo previsto la vittoria di Trump, ma ero convinto che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno come lui. In questo senso Trump è l’esempio più calzante di ciò che accade quando si fa una campagna elettorale contro gli esperti e si tenta di governare senza esperienza, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. L’economia americana sta andando bene in questo momento, ma questo accade soprattutto perché nessun presidente americano ha mai il controllo sulla gestione dell’economia del paese, per quanto tentino di prendersene il merito.

E il suo comportamento una volta eletto da presidente? Mi può indicare un esempio più forte di altri?

Credo che l’esempio migliore sia la politica estera in quanto, in qualsiasi nazione, serve molta competenza per capire e attuare la politica estera. La politica estera americana è alla deriva e va in direzioni diverse nello stesso tempo. La NATO è nel caos. I russi, i cinesi e altri sono diventati spavaldi. Anche i recenti eventi in Corea, per quanto sembrino promettenti, si sono verificati quasi malgrado gli americani, che hanno promesso un summit con una delle peggiori nazioni del mondo e (finora) non hanno ricevuto niente in cambio. Questo accade quando un presidente prende una decisione senza avere nessun ambasciatore sul posto o senza riflettere sui passi successivi assieme a consulenti intelligenti. Ripeto, a molti elettori piace questo modo di fare perché sembra “autentico” e “genuino”, mentre in effetti è alquanto pericoloso.

Come combattere tutto questo? Con un’istruzione adeguata?

Non credo che l’istruzione da sola possa risolvere il problema. L’Italia e l’America sono entrambe nazioni con livelli elevati d’istruzione, ma in tutta l’Europa e nel Nord America la gente è preda di scarsa informazione e decisioni stupide e non per mancanza di istruzione, bensì perché sceglie di non informarsi sulle questioni fondamentali. Spesso, malgrado la gente abbia a disposizione grandi quantità di informazioni e accesso all’istruzione, si rifiuta di credere a tutto ciò che contraddice le sue convinzioni più profondamente radicate. Il mio più grande timore è che questo rifiuto delle conoscenze specialistiche finirà solo quando si verificherà un disastro: una grande depressione, una guerra o una pandemia. Storicamente questi eventi hanno riportato gli esperti al centro della vita pubblica. Spero solo che impareremo la lezione prima che ciò accada.

Ma il pensiero critico non è l’abilità intellettuale presa più di mira anche nelle università americane?

Questa è forse una delle cose che mi fa sentire più orgoglioso di essere americano, o magari è semplicemente la mia limitata esperienza di insegnamento in alcune delle migliori università americane, ma ritengo ancora che gli Stati Uniti abbiamo i migliori istituti d’istruzione al mondo. Tuttavia ciò che compromette il pensiero critico in questi luoghi è un approccio troppo egualitario all’istruzione, col quale i professori incoraggiano i giovani a considerarsi dei pari invece che studenti. Io penso che gli insegnanti e gli studenti siano dei partner che devono compiere insieme un viaggio di apprendimento – ma non come pari. Forse in questo campo possiamo imparare qualcosa dall’istruzione superiore europea, o magari da quella che era un tempo.

Prendiamo il caso dei vaccini pensa sempre che abbiamo bisogno di un grande spavento per convincerci del valore della competenza rispetto alla chiacchiera che non li vuole?

L’ironia dei vaccini è che sono vittime del loro stesso successo. Non rendendosi conto di quanto fossero comuni le malattie prima dei vaccini, la gente crede che adesso non funzionino o che non servano più. Nella mia famiglia ci sono persone che hanno subito i danni della poliomielite e per questo motivo da ragazzo non ho mai esitato a farmi vaccinare contro la polio, ma molti americani più giovani non hanno ricordi simili. Quando dissi a un mio studente che da ragazzo ero stato vaccinato contro il vaiolo, si meravigliò molto. “Il vaiolo?! Perché le hanno fatto il vaccino contro il vaiolo? Nessuno prende più questa malattia!”. Era totalmente incapace di collegare il successo dei vaccini con l’eliminazione del vaiolo. Non si tratta solo di non capire la scienza, ma dell’incapacità di comprendere i nessi di causalità e la logica di base.

E’ d’accordo con Eistein: c’è qualcosa di peggio dell’incompetenza. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza?

Sì. Ritengo che la causa alla radice di tutti i nostri problemi, compreso il declino delle competenze, sia il benessere. Nei paesi sviluppati il tenore di vita è così alto che non ci rendiamo più conto di quanto siano difficili anche le cose più piccole. Come dico ai miei studenti, ogni volta che aprite il rubinetto e sgorga acqua pura e pulita, non dovreste considerarla come una cosa normale, ma come un miracolo. Ci sono voluti urbanisti, scienziati, economisti, idraulici, scavatori e sì, anche politici, perché voi possiate bere un bicchiere d’acqua fresca in una giornata afosa. La gente non considera più queste cose come una sfida. Noi americani non andiamo sulla Luna da oltre quarant’anni perché è diventato noioso. Siamo arrivati a pensare che i viaggi nello spazio siano normali e facili. E ora pensiamo che tutto debba essere facile, a buon mercato e semplice. Ma la vita non è così. Le persone si ribellano all’idea di dover imparare come funzionano le cose perché le fa sentire impotenti e piccole. Invece imparare come funzionano le cose – dall’odontoiatria alla diplomazia – dà potere, se solo ci prendessimo il tempo per farlo.

In conclusione Nichols da voce quello che chiama il suo più grande timore: il rifiuto delle conoscenze finirà solo quando si verificherà un disastro, una grande depressione, una guerra o una pandemia”. Ma ha anche una speranza, “impareremo la lezione prima che ciò accada”.

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Intervista a Tullio De Mauro https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/#comments Tue, 03 Apr 2012 12:53:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7328 L'intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

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L’intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

Ma cominciamo dall’inizio, Professore. Il suo ultimo libro (Parole di giorni un po’ meno lontani, il Mulino) è un intreccio di ricordi linguistici dominato da maestri, insegnanti, professori, scuole, licei, università. Partiamo dalla scuola, allora.
La scuola è un «corpaccio» così grosso e forte che può prendere colpi e cazzotti, può subire tagli e riduzioni, ma resiste. Non che siano stati poco gravi i colpi inferti. Ma la scuola si assesta e va avanti. Porta risultati e profitti. Anche se i genitori a metà anno devono procurare la carta igienica.

E l’Università?
È stata fatta a pezzi. Oltre ai tagli dei finanziamenti, sono due le mosse che sembrano studiate per distruggerla. La prima è una norma: ogni cinque professori che vanno in pensione se ne chiama solo uno. Questo significa che si stronca il funzionamento delle facoltà. Se vanno in pensione un archeologo, uno storico medievale e uno moderno, un glottologo e un italianista, io chi chiamo? Cinque lavori molto diversi. Quattro li elimino. Quali? E perché? Ma vede, c’è un altro problema enorme. I professori oggi passano il loro tempo a studiare normative che richiedono continui adempimenti. Da tre anni sono letteralmente sommersi da regolamenti complicati, di incerta interpretazione e che si accavallano gli uni sugli altri costringendoli a un lavoro del tutto estraneo al loro mestiere. Walter Tocci, uno dei rarissimi parlamentari che si occupano della questione, ha calcolato che la cosiddetta riforma Gelmini richiederà diecimila norme tra regolamenti attuativi del Ministero e dell’Università. Insomma, si è scatenata, a ragion veduta, una tempesta burocratica. Il risultato è il coma dell’Università pubblica. Un giorno qualcuno se ne accorgerà. Forse la mitica Europa? Comunque, la ricostruzione sarà durissima.

I centri di ricerca invece in che condizioni sono?
Si salvano i fisici che hanno creato un’oasi. Per il resto l’atrofizzazione dei centri ha portato alla dispersione o all’ammazzamento di ricercatori giovani. E qui i danni non si riparano facilmente. Rispetto al “corpaccio” della scuola, per la ricerca parliamo di corteccia cerebrale. Lesioni irreparabili dunque. C’è poco da essere ottimisti.

Il nuovo governo non lascia sperare?
Si deve puntare sulla produttività, questo è evidente a tutti. Perché, diversamente, gli sforzi compiuti ora saranno inutili. Sono sorpreso che non si stia lavorando a un progetto a lungo termine. Esistono analisi dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia che, assieme al parere di molti economisti come Tito Boeri o Luigi Spaventa, ci dicono chiaramente il motivo del ristagno della produttività: l’insufficiente grado di formazione. Per tenere il passo con le grandi trasformazioni si deve investire su Università e Ricerca. Mi pare che il governo dei tecnici non stia facendo nulla e che nessuno dei politici ne sia consapevole. Soltanto Prodi ne fece una bandiera. Una parentesi brevissima.

Veniamo allo stato di salute della lingua italiana.
La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.

Il prossimo anno si festeggerà un’altra ricorrenza. I cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita. Di passi se ne sono fatti.
Il progresso è stato enorme. E ora chi parla bene italiano parla con sicurezza molto maggiore. La lingua gira a tutto regime e ne siamo più padroni rispetto alla generazione colta degli anni Quaranta. Questo si vede anche nella scrittura. Chi scrive bene scrive molto meglio. Si è persa quella rigidità, quella pomposità. L’oratoria dei pubblici ministeri, per esempio, era da caricatura

Quanto alla semplificazione della lingua per cui lei si è molto battuto, la sfida è vinta?
Nel parlare e nello scrivere comuni sì. Purtroppo nella comunicazione amministrativa si annidano sacche di oscurità. Le banche innanzitutto. Arrivano malloppi di pagine già materialmente illeggibili perché scritte in caratteri minuscoli. E anche se uno prende una lente, ci vogliono ore per capire. Lì forse un po’ di volontà di lasciare il cliente all’oscuro c’è.

E ci si rassegna.
Qui viene fuori il nostro carattere. Sa, negli Stati Uniti, c’è una normativa sulla chiarezza degli atti rivolti al pubblico di Assicurazioni e Banche. Frutto del coraggio di un cittadino della Virginia che nel ‘70 portò in tribunale un’ Assicurazione. Sostenne che era impossibile, al momento della firma, avere comprensione del cavillo a cui si erano appellati per non rimborsarlo. Sconfitto inizialmente, l’uomo s’impuntò e vinse. Una sentenza che ha fatto epoca. Dovuta all’etica tutta protestante di quel cittadino. Noi siamo diversi. Non sappiamo dire «Io non ci sto». È lontano dalla nostra cultura antropologica.

In che senso?
Dinanzi a una Banca, un Comune, un pezzo di Stato, ci manca il coraggio. È qualcosa che è dentro di noi. Ossia la preoccupazione che vengano a vedere se il balconcino ha troppe piante o se abbiamo le persiane non conformi a qualche regolamento comunale tra i mille. L’idea che un’Autorità pubblica possa, se còlta in fallo, ritorcersi contro di noi è qualcosa che ci portiamo dentro. Ci manca il coraggio protestante del cittadino della Virginia. Preferiamo andare dal potente e chiedere se per favore ci aiuta. È un difetto nazionale. Dovremmo tutti imparare a essere più rigorosi. Verso noi stessi, innanzitutto. Ma anche verso le persone che scegliamo e che paghiamo perché ci amministrino e ci governino.

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Luciano Bianciardi: io mi oppongo! https://minimaetmoralia.it/letteratura/luciano-bianciardi-io-mi-oppongo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/luciano-bianciardi-io-mi-oppongo/#comments Wed, 07 Dec 2011 09:42:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5867 Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale per il nostro Novecento letterario, «La vita agra».

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce.

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Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale nel nostro Novecento letterario che è «La vita agra», dove l’aspra critica all’establishment culturale, a cui peraltro Bianciardi apparteneva, si mescola al racconto di un Italia stravolta e snaturata dal boom economico.

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce. Perché era in lotta contro la grettezza e la meschinità e cercava l’abbraccio vero, onesto, la bevuta e la mangiata con braccianti e intellettuali, basta che fossero uomini, come lui. Eppure morì solo. Quasi solo. Quarant’anni fa, dopo quasi tre settimane di agonia in una stanza del San Carlo di Milano. Negli anni che seguirono, Luciano Bianciardi, grossetano classe 1922, fu dimenticato. Ne coltivarono il ricordo gli amici, gli artisti di strada, i pittori e i fotografi con cui aveva condiviso il pane e il vino. Pochissimi continuarono a leggerne i libri. Poi arrivò Pino Corrias a dare alle stampe nel 1993 una biografia che viene oggi ripubblicata (Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli). Poi arrivarono Massimo Coppola e Alberto Piccinini autori di un film straordinario (Bianciardi!) e curatori assieme a Luciana Bianciardi, la figlia, dell’intera opera (il cofanetto con il film e i due “antimeridiani” è stato ripubblicato ora in un’edizione speciale: Luciano Bianciardi, Opera completa, ISBN, 2 voll. + DVD).

E così oggi, finalmente, nessuno storce più il naso se si nomina Bianciardi fra i principali scrittori del Novecento italiano e il suo capolavoro, La vita agra, fra le opere decisive. Del resto, in quel libro c’è tutto il suo autore e il suo dolore, c’è tutta l’Italia di quegli anni e tutto il dolore che provoca, in qualsiasi tempo, la perdita delle radici e il rimpianto dell’Eden di un mondo fatto di relazioni chiare e parole dirette. Quel mondo Bianciardi lo abbandonò presto. Era la Maremma che girava assieme all’amico Cassola su un bibliobus di sua invenzione per portare i libri nelle campagne. Era la casa natia, le osterie, la gente che si conosceva per nome, la moglie e due figli. Lasciò tutto per rincorrere una “solenne incazzatura”. Quell’incazzatura raccontata ne La vita agra: i 43 minatori morti nell’esplosione della miniera di Ribolla. Era il 1954. Il protagonista del romanzo, alter ego dello scrittore, prese un treno per Milano dove, da bravo anarchico, progettava di far esplodere i palazzoni dei padroni. Ma l’utopia anarchica si sarebbe spenta in fretta. Quel che restava, oltre al freddo, i cieli grigi e l’indifferenza della metropoli, era il cosiddetto miracolo economico. “I miracoli veri” scrisse “sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. (…) Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici (…). A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo”.

L’opposizione milanese di Bianciardi fu però un’altra donna, una famiglia parallela, e una vita faticosissima pur di sbarcare il lunario. L’impiego in Feltrinelli (da cui fu licenziato perché “strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile”), l’odio per le “segretariette secche” che usano a sproposito il loro piccolo potere, il lavoro di traduttore in casa (inarrivabili le versioni di Miller) dal mattino alla sera, con l’incubo dei conti da pagare e il terrore dei ‘tafanatori’, rappresentanti pronti a tutto pur di vendere. Tra i paradossi della città (il traffico, la solitudine, i morti in strada, il perenne frastuono – “ma la gente non protesta per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi”), solo il rifugio dell’amore e dell’amicizia. Ossia, a casa, la vicinanza della donna amata e il sesso. Fuori, invece, gli amici del bar Giamaica di Brera, dove elaborare un futuro: un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, un mondo non schiacciato dal delirio della produttività e fondato su una graduale rinuncia del non necessario.

Il progetto non sarebbe mai andato in porto e Bianciardi lo sapeva bene. Il suo libro invece ebbe successo. Forse anche troppo. Lo ammirarono addirittura coloro di cui si faceva beffe. Lui fu invitato ovunque. La sua ribellione venne assorbita nello scintillio di aperitivi intellettuali, nella disonestà da cui quella ribellione era nata. Forse fu qui che cominciò la crisi finale? Difendersi dalla povertà e dall’anonimato è dura. Dai soldi e dal successo può diventare durissima. Bianciardi tentò con tutte le sue forze. Indro Montanelli gli propose una collaborazione al Corriere. Lui rifiutò. Preferì scrivere per Il Guerin Sportivo e commentò in una lettera: “Anziché mandarmi via a calci in culo, mi invitano a casa loro”. Abbandonò Milano per Sant’Anna di Rapallo dove immaginò un ritorno a Grosseto. Ma ogni Eden non può che restare solo un sogno. Quella fu l’ultima definitiva delusione. Il Céline italiano, il Miller della Maremma, lo scrittore così poco e così tanto italiano, aveva deciso, ormai. A Giovanni Arpino, pochi  giorni prima del ricovero, confessò: “Sto crepando, ma ci metto troppo. Morire è difficilissimo”.

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Acchiappare una fugace realtà https://minimaetmoralia.it/letteratura/acchiappare-una-fugace-realta/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/acchiappare-una-fugace-realta/#comments Thu, 03 Nov 2011 12:07:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5586 Pubblichiamo stamattina una recensione di Matteo Nucci pubblicata sul Messaggero a una raccolta di scritti di viaggio di John Dos Passos, uscita da poco per Donzelli e col titolo parecchio evocativo di Orient Express.

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere.

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Pubblichiamo stamattina una recensione di Matteo Nucci pubblicata sul Messaggero a una raccolta di scritti di viaggio di John Dos Passos, uscita da poco per Donzelli e col titolo parecchio evocativo di Orient Express.

Nel 1921, quando sale sull’Orient Express per un viaggio di cui non ha programmato la fine, John Dos Passos ha poco più di venticinque anni. Ha già pubblicato due romanzi e fin da bambino è stato cresciuto con la consapevolezza che per conoscere – come per Odisseo – è necessario vedere. Quello a cui va incontro dunque non tenta neppure di immaginarlo. Del resto, il treno su cui sale ha il nome altisonante dei tempi andati, ma non lo accompagnerà che per il primo breve tratto delle centinaia di chilometri con cui passerà dalla Francia all’Italia ai Balcani, fino in Turchia, per poi spostarsi sul Mar Nero in Georgia, e nel Caucaso e da lì in Persia e in Irak e indietro fino a Damasco e ancora verso il Marocco e di lì finalmente di nuovo in Europa, sulle coste spagnole. Quel treno però è destinato a dare il titolo alla raccolta di scritti a cui con costanza si dedica assieme ai dipinti (otto sono presenti nel libro) e che appariranno riuniti in un unico volume solo sei anni più tardi. Orient Express è uscito ora finalmente anche in italiano nella bella traduzione di Maurizio Bartocci (Donzelli, pp. 205, euro 18) a novant’anni esatti da quel viaggio, ma in nessun modo accusa del tempo passato.

I grandi libri di viaggio sono di due tipi. O penetrano l’epoca in cui sono ambientati, scendendo a tal punto nel gorgo della storia che ne escono pressoché privi di ogni contingenza e in sostanza destinati a una sorta di eternità. Oppure raccontano i particolari dei luoghi che attraversano quasi dimenticandosi del contesto storico, spostandolo in un orizzonte diafano, sbiadito, tanto da apparire poggiati su una sorta di atemporalità. Orient Express appartiene a questo secondo tipo di libro. L’epoca che Dos Passos percorre non si sente che sullo sfondo, non compare che per ambientare quel che il grande scrittore descrive, quasi fosse una semplice necessità letteraria.

E dire che il 1921 nei Paesi che Dos Passos attraversa è un anno di grandi rivolgimenti. In Italia il fascismo sta per prendere il potere. Tra Grecia e Turchia il conflitto sta esplodendo ormai con una ferocia destinata alla catastrofe. Nel Caucaso le repubbliche sovietiche cominciano ad assumere più precisi connotati. Quanto al Medio Oriente, i confini dell’Irak sono appena stati disegnati dagli inglesi. Tuttavia, la storia, questa storia, nei racconti che Dos Passos via via consegna a quotidiani e riviste, non appare che dietro un velo. A Venezia si sente cantare Giovinezza giovinezza tra calli dove scritte inneggiano a Stalin. In Turchia, una ragazza greca tenta di convincere l’autore sui motivi per i quali non si dovrebbe studiare la lingua turca. In Georgia, un professore parla del nuovo sistema scolastico che i bolscevichi cercano di introdurre. Ma quel che Dos Passos racconta in questi tre casi è altro. A Venezia è “la luce morente di un giallo tramonto”. A Istanbul, è il movimento della mano di un “mendicante incredibilmente vecchio, nodoso come un susino morente”, un movimento in cui “c’era qualcosa dei minareti e del grido dei muezzin e dello sguardo impassibile dei vecchi signori turchi in gilè bianco”. A Batun, infine, sono “le mani larghe ossute, massacrate e dolenti” che il professore ha aperto eppoi richiuso “come nell’atto di acchiappare una fugace realtà”.

D’altronde proprio in questo movimento sta ciò a cui ha deciso di destinarsi in quanto artista, Dos Passos. Acchiappare una fugace realtà. Dipingerla nei particolari, in ogni minuzia. Il fatto è che poi questa realtà, nella penna dello scrittore, non resta affatto fugace. Tanto che, pagina dopo pagina, chi legge viene conquistato da ben altro rispetto ai particolari che a ogni riga sembrano sbriciolarsi in effrazioni di luce. C’è semmai un moto ondoso, un’onda lunga di cui non si parla mai e che assale e conquista e che ha a che fare con il tempo. La lentezza orientale. Quasi inspiegabile, incomprensibile, lontana, troppo lontana per un occidentale. Dos Passos sa bene che non potrà mai penetrarne il segreto eppure tenta di abbandonarvisi. Le sue descrizioni, in fondo, hanno a che fare proprio con questo. È inutile correre. Inutile affannarsi per produrre. Inutile tenere costantemente il conto dei giorni e delle ore.

Quando lascia l’Irak in direzione Damasco, destinato a un viaggio che si allunga ogni giorno e che resiste a qualsiasi tentativo di pianificazione, Dos Passos infatti riesce finalmente a lasciarsi andare. Forse in un caffè ha bevuto “l’erba del ritardo che induce una sonnolenza dolce-amara nella quale si sprofonda nell’attesa”. Forse è il polso finalmente libero (“è la cosa più bella del mondo essere senza orologio e senza soldi e non sentirsi responsabili di niente”). Quel che è certo è che, improvvisa e insperata, arriva la felicità. “Mai stato più felice di così” sentenzia, poche pagine prima di confessare: “Ho il vago sospetto che oggi sia Natale”.

Perduta la schiavitù tutta occidentale rispetto al dominio dei possessi, delle “Cose” (così Dos Passos chiama la proprietà privata), della legge temporale che spinge alla produttività, anche lo stile narrativo del grande scrittore americano finisce per diventare solido e forte come mai prima, perché impregnato di uno spirito difficilmente comprensibile all’occidentale. Miriadi di microscopici dettagli spezzano in un’interminabile eternità ogni secondo. Movimenti quasi impercettibili, luci che s’incontrano, odori. Nulla è più come prima. Al punto che che noi stessi, ancora oggi, finiamo per farci prendere e, in uno stato di sonnolenza e abbandono, ci lasciamo portare via.

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Show. Don’t tell https://minimaetmoralia.it/ritratti/show-dont-tell/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/show-dont-tell/#comments Tue, 11 Oct 2011 08:03:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5341 Questo articolo è uscito per il Messaggero.

“Mostri queste cose e non avrà bisogno di dirle”. Il consiglio di scrittura, in una lettera di oltre cinquant’anni fa, è di Flannery O’Connor. Oggi nessuna scuola di scrittura creativa farebbe a meno di ripeterlo. Mostrare, non dire: “Show. Don’t tell” per chiunque segua corsi e maestri è una legge scritta a caratteri indelebili che nessuno si sogna neppure di tradurre.

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“Mostri queste cose e non avrà bisogno di dirle”. Il consiglio di scrittura, in una lettera di oltre cinquant’anni fa, è di Flannery O’Connor. Oggi nessuna scuola di scrittura creativa farebbe a meno di ripeterlo. Mostrare, non dire: “Show. Don’t tell” per chiunque segua corsi e maestri è una legge scritta a caratteri indelebili che nessuno si sogna neppure di tradurre. Ma per lasciare che il consiglio porti i suoi frutti è ancora il caso di leggere con cura quel che ne scriveva una delle autrici più straordinarie della letteratura americana del Novecento. I suoi saggi, articoli, caustici suggerimenti e determinati tentativi di dissuasione sono finalmente usciti in traduzione integrale. La raccolta, originariamente intitolata Mistery and Manners, era già stata in parte tradotta per un’edizione di minimum fax curata da Christian Raimo e intitolata Nel territorio del diavolo. Il mistero di scrivere. I saggi che da quell’edizione erano stati omessi sono apparsi ora a cura di Antonio Spadaro: Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere (Rizzoli, pp. 173, euro 9,50). Assieme, i due volumetti costituiscono una fonte inesauribile per chiunque voglia cimentarsi con il mistero della scrittura.

Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925 e destinata a vita brevissima da una malattia ereditaria (il lupus), Flannery O’Connor non era solita sottrarsi a richieste di aiuto da parte di aspiranti scrittori. E così, se è vero che quanto di più importante va cercato nei due romanzi e nei meravigliosi racconti, tutto quel che scrisse per indicare una via d’approccio al mestiere non finisce di stupire. A partire da una premessa essenziale: il lavoro di scrittore non è semplice, non rappresenta una fuga dal mondo, costa fatica e salute (“spesso cadono i capelli e i denti si guastano”) e in molte occasioni sarebbe meglio farsi da parte. “Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza. Con un buon insegnante diversi best seller si sarebbero potuti prevenire” scrisse in una famosa conferenza. Ma a chi davvero abbia voglia di affrontare la fatica di scrivere, la O’Connor suggerisce innanzitutto di guardarsi dai corsi dove gli studenti si criticano a vicenda i manoscritti (“critica in genere composta in parti uguali da ignoranza, adulazione e ripicca”) e poi di fare attenzione ai maestri perché “se un cieco guida l’altro può essere pericoloso. Un insegnante che cerchi di imporvi un modo di scrivere può essere a sua volta pericoloso”.

Superati i primi, decisivi ostacoli, il cammino si farà davvero duro. Perché una cosa è certa: i proclami, i grandi giudizi sull’esistenza, le facili tentazioni di dire tutto e subito così presenti nei primi tentativi di chi si cimenta con la scrittura andranno severamente banditi. Niente è più nefasto. “La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa”. La frase, ormai celebre al punto che entrambe le edizioni italiane la citano sul dorso, alza il velo sull’aspetto più caratteristico e complesso di questa scrittrice: il suo intransigente cattolicesimo. Un cattolicesimo fatto di dogmi e mistero, assolutamente refrattario a qualsiasi ingentilimento per conquistare anime alla causa. Tanto serio e rigoroso da permettere alla O’Connor di cercare il mistero della grazia nelle più recondite pieghe del male. Tanto distante dalla retorica del catechismo da risultare un carattere imprescindibile dei suoi scritti, ma al tempo stesso quasi ignorabile per chi voglia seguire l’autrice nelle sue “lezioni” per possibili futuri scrittori.

Nel definirsi scrittrice proprio in quanto cattolica e non sebbene cattolica, la O’Connor infatti mette davanti a chi voglia seguirla la più comune delle aspirazioni che qualsiasi scrittore presume di avere, a prescindere dalla sua fede: raccontare il mondo visibile per lasciare che attraverso di esso si mostri l’invisibile. Non è un caso che sia Conrad il termine di paragone citato dalla scrittrice: “Gli interessava rendere giustizia all’universo visibile perché ne suggeriva uno invisibile”. Né è un caso che questo universo visibile debba essere colto attraverso i sensi. “La conoscenza umana ha inizio attraverso i sensi, e lo scrittore di narrativa inizia là dove inizia la percezione umana. Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia ed è proprio su questo che gli scrittori principianti sono così restii a creare”.

Materia, polvere, persone in carne e ossa. Non emozioni, astrazioni, commenti. Mostrare il mondo e non dirlo. Ma per dargli vita. Per far sì che quel mondo che prende vita non sia mai completamente compiuto e il suo senso non si lasci mai catturare. “Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due non fa sempre quattro”. Allora forse si è sulla buona strada. Flannery O’Connor, quella strada, la percorse con una tale serietà che in quanto scrisse fino agli ultimi giorni di vita (anche nelle lettere, quel bellissimo epistolario di cui si aspetta sempre una traduzione completa) non si sente che una lontanissima eco del dolore fisico. Morì che non aveva ancora quarant’anni completamente dedita al suo mestiere. È inutile immaginare quel che avrebbe ancora potuto scrivere. Quanto ha lasciato parla per lei. E nei racconti brevi resta insuperabile. Forse perché aveva visto subito il pericolo connaturato al complesso genere della short story. Pericolo che non evitò di rivelare ai mille aspiranti scrittori. “Molti si mettono a scrivere racconti perché sono brevi, e brevi in tutti i sensi. Credono che un racconto consista in un’azione incompiuta nella quale poco viene rivelato e molto suggerito, convinti che suggerire significhi omettere. È difficilissimo distogliere uno studente da questa idea, perché s’immagina che omettendo qualcosa si dimostrerà sottile; e quando gli vai a dire che una cosa bisogna mettercela dentro, perché ci sia, quello penserà che sei un idiota privo di sensibilità”.

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