Il primo amore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-primo-amore/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 Oct 2018 10:32:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Il primo amore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/il-primo-amore/ 32 32 Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-26-antonio-moresco/#comments Thu, 25 Oct 2018 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38220 Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi […]

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Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi cammini, follie cinematografiche e di altro tipo, illusioni, delusioni, fantasticherie… Però quando chino la testa sul tavolo lo faccio in modo concentrato al massimo e con disciplina militare.
Lavoro circa sei ore al giorno, perché non potrei sostenere più a lungo la tensione. Non mi prefiggo un certo numero quotidiano di pagine da raggiungere perché ci sono zone del libro più o meno ardue, parti più dialogate e altre meno, ci sono inizi (come quello in cui sono conficcato adesso) talmente impennati e dove sento talmente l’attrito dell’invenzione che riesco a scrivere solo poche righe al giorno, mentre altre volte riesco a scrivere fino a 8-10 pagine al giorno. La lucina, per esempio, è stata scritta in 14 giorni, Canti del caos in 14 anni. Ma non c’è differenza: 14 giorni e 14 anni sono esattamente la stessa identica cosa.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo per lo più nella camera dove dormo, su un tavolino in fondo al letto, spostando ogni volta pile di cartelle e di manoscritti da questo tavolino al letto e viceversa. Ma anche in un sottotetto oppure in un luogo dove, quando posso, vado a isolarmi. Però sempre in un posto mio, che conosco, dove ho respirato e scritto, dove la bestia ferita non ha paura di mettere la testa fuori dalla sua tana.
All’inizio scrivevo per lo più di pomeriggio e di notte, adesso di mattina. Mi alzo presto e scrivo fino alle 13-14, perché di mattina il tuo corpo e la tua mente sono più riposati e più forti e possono sostenere meglio l’urto dell’invenzione, perché la tensione è tale che devono passare molte ore tra quando scrivo e quando vado a letto per riuscire ad addormentarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Tutte e due le cose insieme. Scrivendo solo per brevi periodi all’anno, le cose che poi metto al mondo hanno un’incubazione lunga dentro di me. Cammino con agendine e foglietti nelle tasche della camicia, su cui scarabocchio immagini, idee, spunti che mi assalgono all’improvviso, fermandomi lungo la strada per poterli fissare con le parole esatte attraverso cui affiorano alla mia mente. Però poi, quando arrivo all’impatto, capisco che gran parte di quello che credevo di sapere non mi serve più, era solo un avvicinamento, un diaframma che devo attraversare e sfondare, che è tutto da affrontare e inventare al momento. È come se ci fosse una parete verticale di fronte a me su cui, mattina dopo mattina, devo riuscire ad arrampicarmi a mani nude.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Io ho sempre fatto e continuo a fare una sola stesura. Correggo e tormento le frasi fino allo spasimo, ma la stesura è la stessa. Non c’è per me separazione tra l’abbandono ipnotico alla narrazione e il lavoro duro, sanguinoso su ciascuna frase. Avviene contemporaneamente, passo dopo passo, frase per frase. Mentre sto scrivendo una frase e sto già pensando a quella che viene dopo mi capita di tornare indietro all’improvviso a una pagina prima, perché nel frattempo mi sono reso conto che c’era una parola inadeguata che devo sostituire subito con un’altra prima che si inabissi per sempre nella mia memoria, che c’era un giro di frase allentato. L’organismo alieno che prende corpo attraverso le parole è come un circuito luminoso che palpita contemporaneamente in ogni sua parte e in ogni suo snodo. La testa è un alveare.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non ho mai scritto due libri in contemporanea, a meno che uno dei due non abbia una motivazione molto contingente, di servizio, e si possa scrivere rapidamente rasentando l’oralità.

Carta o computer?antonio-moresco

Ho scritto quasi tutto a mano e ci sono i manoscritti di quasi tutti i miei libri, compresi quelli enormi come Gli esordi e Canti del caos. Scrivevo a mano e poi ribattevo a macchina, molti anni fa, oppure con il computer usato come una macchina per scrivere, più avanti. Però poi correggevo sempre a mano, su carta. Alla fine ribattevo tutto a macchina oppure correggevo sul computer.
Solo da poco riesco a scrivere direttamente con il computer, e questo perché, a un certo punto della mia vita, ho realizzato che non potevo più disporre di decenni e che perciò o riuscivo ad accorciare i tempi della scrittura o non sarei riuscito a mettere al mondo ciò che ancora mi restava da scrivere. Però all’inizio non è stato facile e ho disperato di potercela fare.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Io ho il problema opposto. Non quello di trovare il modo di favorire la concentrazione ma quello di allentarla un po’. Perché quando scrivo sono concentrato a tal punto e vivo una tale trance che mi dimentico persino di respirare, vado in apnea, si interrompe o diminuisce l’ossigenazione del sangue e ho perciò dei contraccolpi penosi che mi fanno sentire una nullità: annebbiamenti continui della vista seguiti da forti emicranie quando i capillari si rilassano e il sangue riprende a scorrere, certe volte addirittura perdita della memoria e, in qualche caso, anche ischemie cerebrali transitorie. Mi devo andare a gettare sul letto, sperando che la crisi non sia troppo lunga e non lasci dietro di sé strascichi troppo pesanti. Intanto mi dispero e mi dico: “Ma cosa vuoi fare tu, che vieni continuamente spazzato via come un fuscello e devi trovare ogni volta la disperazione e la forza per ricominciare? Che opera vuoi mettere al mondo in simili condizioni?”  Da un po’ di tempo – per quel poco che serve – ho attaccato un foglio alla base dello schermo, con su scritto a caratteri cubitali: RICORDATI DI RESPIRARE.

Come hai esordito?

Ho esordito a 30 anni, in un cesso, nel senso che il mio primo libro l’ho scritto, letteralmente, in un cesso, seduto sulla tazza del water, col quaderno sulle ginocchia. Era il cesso lurido, con la moquette tutta marcia e pisciata, di un monolocale in affitto alla periferia di Milano dove ero approdato dopo dieci anni di deragliamento e dove, di notte, per non tenere la luce accesa e svegliare la mia compagna e mia figlia bambina che dormivano nell’unica stanza, ho scritto Clandestinità. Questo è stato il mio vero esordio. Lo stesso libro è stato poi pubblicato quindici anni dopo da Bollati Boringhieri e quello è stato il mio esordio pubblico come scrittore.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Nella sostanza non è cambiato molto. Scrivo ancora, in un certo senso, in un cesso, e continuo a sentire e a patire l’attrito di ogni parola che scrivo, anche se nel frattempo – credo – sono diventato un po’ più esperto. Ma non ho ancora imparato “il mestiere” e, a questo punto, credo che non lo imparerò mai.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Non mi pare ci siano opere specifiche che mi abbiano influenzato a livello tecnico. Ci sono opere che mi hanno influenzato a livello spirituale, che hanno raggiunto le mie zone più profonde e che hanno rotto l’isolamento della mia anima e indicato anche a me una strada che rendeva necessario il passaggio alla pratica della nuda parola e della scrittura. Le opere che hanno avuto grande influenza su di me, prima ancora che quelle dei grandi romanzieri che ho più amato e che continuo ad amare, come Cervantes, Melville, Balzac, Dostoevskij, Kafka…, sono libri intimi di grande intransigenza e purezza come l’epistolario di Van Gogh, che mi ha accompagnato nei periodi più bui della mia vita, oppure certi libri scritti o dettati da sante o da guerrieri, poemi antichi, lettere e diari che ci fanno andare vicino a certe zone di incandescenza e a cui possiamo unire la nostra fiamma.
Ma, se devo dire qualcosa di più “spendibile”, magari una cosa da nulla in confronto al resto, mi viene in mente un umile consiglio di Hemingway che non ho mai dimenticato, e cioè di interrompere una frase a metà prima di smettere di scrivere, per riprenderla il giorno dopo da lì, senza spezzare il filo.

“Esisti” online?

Non sono collegato a internet e non ho un profilo né su Facebook né su Twitter. Pubblico di tanto in tanto (o meglio qualche amico posta pietosamente per me) qualcosa su un sito collettivo, Il primo amore. Però so che la mia brutta faccia e la mia brutta voce postate da altri sono presenti nell’alluvione della rete.

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[26 – continua; le precedenti interviste: Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

 

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Sul pubblicare per Berlusconi https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/#comments Mon, 25 Jan 2010 15:31:36 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1589 In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza […]

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In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo – e casi ve ne sono – lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà. Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è XYZ ed è l’editore dei miei libri». Col tempo anche quegli XYZ si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall’unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell’intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del PD. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.

Siamo d’accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l’elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d’impresa. Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall’altro l’autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano – siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori – scelta nel 95% dei casi fungibile – sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? Visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? E visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all’attuale governo? Saviano ha replicato a un’accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, sareste lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l’ideologia? Purtroppo non l’abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.

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