impegno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/impegno/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Nov 2020 18:46:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg impegno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/impegno/ 32 32 “Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/ https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/#respond Tue, 03 Nov 2020 13:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44480 Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova nella forma del romanzo a bivi la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant'anni

L'articolo “Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti proviene da Minima et Moralia.

]]>
Uno degli esercizi più divertenti, ma spesso esasperanti, che si può fare giocando con le scelte grandi o piccole della nostra vita è quello del “what if”, il “cosa sarebbe successo se”, per immaginare quelle che sarebbero potute essere strade diverse per la nostra esistenza. Questo tipo di ragionamento ha assunto anche una forma narrativa ben precisa, quella del del libro-game, che ha un passato di autori e scuole letterarie illustri (l’OuLiPo per esempio con il racconto di Raymond Queneau Un racconto a mondo vostro), ma anche un vero e proprio mercato vivo con testi soprattutto degli anni Ottanta (come testimoniano popolati gruppi di compravendita su Facebook). Si tratta di una forma di narrazione in cui l’autore sottopone al lettore delle scelte su come proseguire la storia, un romanzo a bivi dove il bandolo della narrazione è padroneggiato dal lettore (per quanto in realtà sia l’autore a disegnare le varie strade e quindi a limitare nell’universo del possibile le scelte da prendere). È chiaro come quindi alla base di questa narrazione ci sia un’ontologica incertezza in quanto neanche a chi crea il libro e la storia è concesso di guidarla e più sono le scelte e i bivi tra cui si trova a scegliere il lettore e più sono le possibilità di ramificazione della vicenda.

Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova in questa forma particolare la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni (chi «ha avuto la sventura di essere giovane negli ultimi vent’anni») e si trova in una condizione di precariato ben difficile da superare. Il libro riesce a muoversi con grande naturalezza tra la tragedia esistenziale e l’ironia del tono, come già le citazioni in esergo a ogni sezione del libro fanno presagire, tra Jack London e Friederich Hegel (rispettivamente «Dovevo impararlo un po’ più tardi purtroppo, che l’ebrezza intellettuale procura anch’essa un amaro futuro» e «L’uomo non è altro che la serie della sua azioni») ed Elsa Fornero («Non bisogna mai essere troppo choosy») per la parte di romanzo dedicata al lavoro, Dennis Robertson, Alfred Jarry e Frabrizio Corona per la parte sull’amore e Philip K. Dick, Mario Soldati e Mark Zuckerberg per quella più generale sulla vita.

Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, edito da Il Saggiatore, si muove appunto attorno a questi tre macroaspetti dell’esistenza. La prima parte è dedicata alle scelte universitarie: «hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. Il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale». A questo punto si apre per il lettore la prima scelta del libro, tra l’iscrizione a filosofia a quella a medicina, anche accogliendo le insistenti pressioni famigliari, ed è strano, leggendo queste pagine e ritornando sul proprio percorso, accorgersi di come una scelta così rapida sia decisiva per molto del proseguimento della vita. Da lì si parte o per una carriera accademica vista come un miraggio e conquistabile solo a costo di inchini, sopportazioni e lontananza dall’Italia oppure la storia si chiude subito con l’accettazione di anni di studio di medicina per recuperare dopo la laurea il tempo perduto. Il fatto che la vicenda dell’“intellettuale” sia quella che dura di più e offre più strade rispecchia da un lato l’esperienza dell’autore, ma dall’altro è anche il modo per parlare del «bracciantato culturale», dell’importanza del «retaggio culturale» e della disponibilità economica che seleziona in maniera netta le scelte per il futuro. Perché ciò che il libro di Mazza Galanti fa, ed è forse l’aspetto più importante di questo lavoro, è indagare non solo una delle possibili strade che si aprono o si sono aperte a un’intera generazione, ma è un tentativo di esplorarle tutte giocando con la letteratura, studiando così le forme del lavoro culturale, ma anche dell’instabilità degli affetti e la difficoltà di mantenerli quando tutto intorno sembra crollare un pezzo alla volta e in maniera inesorabile.

Nella parte dedicata alla “vita”, quella che chiude il libro, la storia assume il carattere di un vero e proprio breve romanzo di formazione, che nasce sui banchi di scuola tra disobbedienza e rispetto per le rette pagate dai genitori e che può arrivare, tra le altre cose, al seminario o alla scelta rurale. Ma in questa parte del libro sono custodite le pagine più drammatiche della narrazione di Mazza Galanti, quelle dedicate agli eventi di Genova del 2001, che assumono anche nella finzione narrativa (ma si tratta davvero di questo? Domanda che risuona continuamente durante la lettura) i contorni di uno spartiacque decisivo. In “Genova”, il primo dei tre capitoli dedicati a questi eventi, dopo l’esperienza di una città che «sembra indossare una maschera antigas», arriva ancora il momento di una scelta all’apparenza neutra, «chiedere asilo alla scuola Diaz, centro di coordinamento del Social Forum con funzione di dormitorio. Oppure uscire definitivamente dalla città, ripartire con l’ultimo treno per Milano, lasciarsi alle spalle questi giorni da incubo». Le due scelte, come è facile intuire, si aprono a due modi assolutamente diversi di proseguire la vita: da una parte il quadrato nero che occupa la scelta “Diaz” e che non ha nessuna nuova scelta da fare, con la fine della storia e del libro, dall’altra la “Fine degli ideali” quel lento e inesorabile sentimento di estraneità dalla società e dall’impegno per essa che sancisce comunque una conclusione amara.

Le scelte sono simboliche, così come i vari momenti di questo libro, ma l’impressione finale è che la scelta del romanzo a bivi sia stata lo strumento migliore per raccontare il disorientamento di un’intera generazione, la discrepanza tra il mondo e le aspettative dei genitori e quello dei figli e quel latente sentimento di trovare un altrove, «di uscire dal mondo», che finisce talvolta per essere l’unico temporaneo rifugio sicuro.

L'articolo “Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/feed/ 0
Impegno in doppiopetto https://minimaetmoralia.it/poesia/impegno-in-doppiopetto/ https://minimaetmoralia.it/poesia/impegno-in-doppiopetto/#comments Wed, 30 Dec 2009 11:43:02 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1445 Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo. Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio […]

L'articolo Impegno in doppiopetto proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.


In un testo del 2008 intitolato My Poetry, l’io che parla si siede a un tavolo di un ristorante di lusso, nell’angolo che tutti desiderano ma quasi nessuno ottiene. È solo. Sono al mio solito tavolo nel posto che preferisco, /Il tovagliolo al collo, a mangiare pietre e sporcizia, / inciampo dallo stupore per questo La Tache. So che è disgustoso ma sento / la mia antipode afroamericana con la mano protesa, fuori dalla finestra, mia clone, / che chiede l’elemosina sul marciapiede. Me la compro e me la porto a casa. Mangeremo sporcizia. / Pascoleremo nell’erba e sbatteremo gli occhi e flirteremo. Come ha fatto notare Dan Chiasson sulla New York Review of Books, proprio in riferimento a questi versi, nessun altro, negli Stati Uniti, avrebbe potuto osare tanto: me la compro, come se fosse uno schiavo. E schiavi compaiono anche in altri luoghi della sua opera – laddove si descrive l’hotel più costoso del mondo / è una nave spaziale che scaricherà gli Africani sulla luna. O in «Casa»: Fioriscono i barboni come rose / A ogni angolo di Broadway. / Sono immondo. / Mi lavano le loro lacrime. Oppure: Una donna della mia età nuda è un incubo totale. / Una donna nuda della mia età è un incubo. / Ma non importa. Uno lascia passare. Ma la poesia di Seidel non sarebbe interessante se fosse solo un catalogo di piccoli e grandi shock, di osservazioni crude e fastidiose. C’è sempre un momento in cui la brutalità si mette al servizio di un atto di produzione di conoscenza, anzi ne è la conditio. È lì che le poesie di Seidel mutano, cambiano passo. In questi frangenti i personaggi di Seidel elevano dei canti tribali, come le litanie di persone che lamentano l’essere diventate proprietà di qualcuno. Sussurrano ooga booga, come recita il suo titolo forse migliore: un urlo di orrore e seduzione infantile, uno scherzo, un richiamo nella foresta dei simboli e dei suoni. Ecco che gli scampoli di umanità di Seidel ballano e battono il tamburo, intonano qualcosa che è quasi insopportabile / dispiegano le ali per essere più belli e terribili (da Broadway Melody). Si tratta di un meta-movimento che torna spesso, nella lirica di Seidel, rendendola più affine al teatrale che al confessionale. Di pagina in pagina gonfia le ali di notazioni devastanti, e incide ritratti sempre più terribili e sempre più belli.

Frederick Seidel è l’erede di un piccolo impero del carbone di St. Louis, la città natale di T.S. Eliot. È un uomo independently wealthy (in inglese ciò che da noi è ricco di famiglia si traduce, alla lettera, autonomamente ricco?) Raccontando sulle pagine di Harper’s della sua passione per le moto da corsa – e le Ducati in particolare – ha concentrato tutta la propria attenzione sugli oggetti e i meccanismi, lasciando poche righe alla disamina del che non riesce ad accettare di esser caduto con l’adorata Agusta MV 750: «Per giorni, per mesi, avevo ripetuto nella mente i dettagli della scena, spiegando a me stesso cosa fosse accaduto, trovando delle scuse. Tutto, pur di evitare d’ammettere che ero stato un incompetente. Ma c’era qualcos’altro. C’è un modo di mimare la vicinanza della morte che conduce dritto al rischio di morire davvero. È un’imitazione così virtuosa del pericolo che porta un reale pericolo. Avevo preso la curva troppo veloce».

La nota fonetica dominante dei versi di Seidel è un battente da tip-tap angoscioso e ilare: affermazioni seguite da negazioni, e l’intensità sta nello spazio vuoto fra le seconde e le prime. Ed è funzionale al tipo di esistenza che insegue e trattiene, a tutto ciò che ne consegue e che quasi sempre sconviene: l’estremo lusso, l’estremo orrore, l’ignifuga, tremenda, continguità di classe che in Occidente mette poverissimi e ricchissimi sotto lo stesso cappello civile, spesso solo apparente. La maggior parte dei poeti (e degli scrittori) frequentano questi temi, ma quasi nessuno dal punto di vista del Privilegio Assoluto. Non lo immaginano neppure. Seidel illumina porzioni di mondo che nessuno racconta con tale densità.
È necessario che gli scrittori facciano emergere il proprio sè disgustoso e parlino di soldi; è necessario che gli scrittori penetrino il mondo con la consapevolezza di chi lo gestisce e la selvaggia inventive di chi lo abbandona. L’io poetico di Seidel si concentra sull’ingiustizia singolare, su quella che, simile ai barboni spunta come un foruncolo nell’arco della propria giornata. I versi di Seidel sono a tutti gli effetti montaggi ultrarapidi fatti con particelle da sondare a ralenti. Ecco perché la scuola di scrittura creativa di un narratore letterario, a qualunque latitudine, adesso, sono i Complete Poems 1959-2009

Frederick Seidel, Complete Poems, 1959-2009, Farrar Straus & Giroux 2009, New York,, 40 $

L'articolo Impegno in doppiopetto proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/impegno-in-doppiopetto/feed/ 1