Indro Montanelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/indro-montanelli/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Jun 2020 09:08:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Indro Montanelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/indro-montanelli/ 32 32 Quello che può una statua. L’agire politico tra spazio pubblico e significati storici https://minimaetmoralia.it/attualita/quello-puo-statua-lagire-politico-spazio-pubblico-significati-storici/ https://minimaetmoralia.it/attualita/quello-puo-statua-lagire-politico-spazio-pubblico-significati-storici/#comments Sat, 20 Jun 2020 09:08:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43595 La notte tra il 12 e 13 giugno a Milano la statua dedicata ad Indro Montanelli è stata cosparsa di vernice rossa, mentre sulla base della scultura in bronzo è stata lasciata la scritta ‘’razzista stupratore’’. La statua, inaugurata nel 2006 durante la giunta dell’ex sindaco Gabriele Albertini (al tempo Forza Italia), è tutt’oggi situata in una zona centrale di Milano, Porta Venezia, all’interno dei giardini pubblici che dal 2002 sono intitolati al giornalista e fondatore de Il Giornale, quotidiano che ha avuto la prima sede proprio nei pressi dei giardini, nel Palazzo dell’informazione di piazza Cavour.

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La notte tra il 12 e 13 giugno a Milano la statua dedicata ad Indro Montanelli è stata cosparsa di vernice rossa, mentre sulla base della scultura in bronzo è stata lasciata la scritta ‘’razzista stupratore’’. La statua, inaugurata nel 2006 durante la giunta dell’ex sindaco Gabriele Albertini (al tempo Forza Italia), è tutt’oggi situata in una zona centrale di Milano, Porta Venezia, all’interno dei giardini pubblici che dal 2002 sono intitolati al giornalista e fondatore de Il Giornale, quotidiano che ha avuto la prima sede proprio nei pressi dei giardini, nel Palazzo dell’informazione di piazza Cavour.

L’atto dello scorso venerdì sera è stato successivamente rivendicato in quanto azione politica dagli studenti e dalle studentesse del collettivo milanese LuMee Rete Studenti Milano in un lungo post su Facebook con cui hanno spiegato le motivazioni del gesto in relazione principalmente alle idee di lotta, di mondo e di pratica politica connaturate ai simboli e ai flussi che la storia ha assunto e continua ad assumere. Hanno infatti dichiarato, tra le varie cose, che ‘’In un momento globale così importante – che da ogni parte del mondo ci vede capaci di infrangere barriere e abbattere idoli di un mondo che non deve più esistere – crediamo che figure come quella di Indro Montanelli siano dannose per l’immaginario di tuttx. Un colonialista che ha fatto dello schiavismo una parte importante della sua attività politica non può e non deve essere celebrato in pubblica piazza.’’

Le principali critiche ed accuse nei confronti di Montanelli, protratte in modo più deciso nell’ultimo decennio, riferite alla sua persona e della sua immagine pubblica, sono legate all’aver comprato, sposato e stuprato una bambina eritrea di dodici anni, Destà – o Fatima, come chiamò lui stesso in un’intervista pubblicata solo nel 2010 per Correva l’anno (‘’Indro Montanelli. Storia di un grande provocatore’’) – nel 1936, durante la guerra colonialista dell’Italia in Etiopia, ex Abissinia.

Il giornalista infatti, dopo aver collaborato con varie testate in tutto il mondo durante la gioventù, decise di arruolarsi come volontario nel 1935 in un battaglione coloniale, prima di rimanere ferito in combattimento ed iniziarea prestare servizio come giornalista presso l’Ufficio Stampa e Propaganda; negli anni della guerra d’Etiopia, Montanelli scrisse una delle sue opere di maggior successo, ‘’XX Battaglione Eritreo’’, in cui nel raccontare l’esperienza di combattente sostenne: ‘’Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo – riferendosi a Mussolini – in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora.’’

Non è però la prima volta che la statua di Milano viene imbrattata o scritta: già nel 2012 la statua venne cosparsa di vernice rossa e venne anche fatto trovare all’interno del cappello di bronzo un finto ordigno; nel 2018 la scritta ‘’giornalista’’ situata sul piedistallo è stata coperta con la scritta ‘’Stupratore di bambine’’ accompagnata da un cartellovicino alla scultura con scritto ‘’Giardini vittime del colonialismo’’; l’8 marzo dello scorso anno, durante il corteo trans femminista del movimento Non Una Di Meno, è stata nuovamente imbrattata dalle attiviste con della vernice rosa.

L’ultimo atto politico (non vandalismo) nei confronti della statua di Montanelli e del suo simbolo è stato proprio quello della settimana scorsa e la cui intenzionalità è stata mossa, anche, a partire dall’appello dell’associazione Sentinelli di Milano, che all’inizio del mese aveva chiesto tramite un appello su Facebookal sindaco di Milano Giuseppe Sala e all’intero Consiglio comunale la rimozione della statua affermando: ‘’Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l’intero consiglio a valutare l’ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città…’’.

Più in generale, quest’ultimo gesto ha evidentemente seguito la scia delle attuali proteste negli Stati Uniti, nate dall’assassiniodi George Floyd da parte di agenti della polizia, lo scorso 25 maggio nella città di Minneapolis. Le proteste, che dal Minnesota si sono estese gradualmente a tutti gli stati americani e non solo, ad oggi appartengono ad una pratica politica che si riferisce globalmente al movimento di Black Lives Matter; questo movimento, che ha avuto un enorme portata mediatica e politica nell’ultimo mese circa, è nato dalle rivendicazioni degli afroamericani e delle afroamericane che in seguito all’omicidio di Floyd hanno dato vita a qualcosa che è molto più di un movimento antirazzista: le persone nere si sono mobilitate per combattere con la propria voce e i propri corpi il razzismo intrinseco di un sistema che riproduce le proprie disuguaglianze nelle direzioni di potere, che si manifesta spesso con la cosiddetta police brutality e con cui si sono costruiti sistemi socioculturali fondati sul suprematismo bianco – inteso capillarmente non solo nell’ambito di discriminazioni razziali ma anche di dinamiche relative ai concetti di whiteness o white savior complex – in relazione ad istanze che necessitano di pratiche intersezionali, inevitabilmente femministe, antisessiste e anticlassiste.

Non si può prescindere da classe e genere per parlare di razza e per riflettere sul discorso razzista perché vorrebbe dire eliminare a priori lo spazio di corpi che si muovono all’interno di strutture sociali, culturali ed istituzionali connesse e che dal passato al presente agiscono i propri significati in spazi che sfuggono ai processi assimilazionisti e all’impronta del privilegio bianco. La violenza agita da un oppresso non è mai uguale alla violenza agita da un oppressore, la violenza che subisce un nero non è mai uguale alla violenza che subisce un bianco e la violenza che subisce una donna non è mai uguale a tutto il resto.

L’iconografia delle statue che vengono buttate giù è attualmente valorizzata a livello planetario proprio a partire dalle proteste americane e in generale, da più tempo, da un’ostilità politica e storica nei confronti dei simboli della colonizzazione e dello schiavismo, nell’idea-movimento del ‘’all monuments must fall’’. Il colonizzatore e il confederato appartengono e vengono inseriti sistematicamente all’interno di linee di discendenza razziste e patriarcali, come sostenne nel 2017 la scrittrice e storica Karen Cox in un articolo intitolato ‘’Why Confederate monuments must fall’’; l’autrice in riferimento all’istituzione di centinaia di statue di questo tipo presenti sull’intero territorio americano sostenne che ‘’hanno riproposto i soldati confederati come eroi che combattevano non per l’istituzione della schiavitù, ma per La causa perduta, la mitologia della Confederazione come una grande civiltà patriarcale’’ (traduzione dal New York Times).

Negli ultimi giorni sono state abbattute infatti le statue di Cristoforo Colombo presenti a Richmond (Virgina) e Minneapolis, mentre altre statue sempre di Colombo sono state attaccate in vari modi (decapitate, imbrattate, ecc.) ad esempio a Boston o Miami. Anche in Europa sono state abbattute e imbrattate delle statue: lo scorso 8 giugno a Bristol, nel Regno Unito, è stata abbattuta la statua di Edward Colston, inglese mercante di schiavi africani, durante una manifestazione di protesta molto partecipata; negli stessi giorni a Londra è stata imbrattata la statua di Winston Churchill, coperta dalla scritta ‘’Era un razzista’’ e per questo motivo, in vista di nuove manifestazioni del movimento BLM, è stata successivamente coperta con un involucro, provvedimento che ha generato forti attriti anche tra il sindaco londinese Sadiq Khan e il primo ministro inglese Boris Johnson. Ad Anversa sono state le stesse autorità locali a rimuovere e portare in un museo locale la statua dell’ex re del Belgio Leopoldo II, esponente della sanguinosa impresa coloniale ed imperialista in Congo; in Belgio inoltre si sta proponendo tramite una partecipatissima petizione, accolta anche dalla maggioranza di governo, di rimuovere tutte le statue dell’ex re, chiedendo anche un gruppo di lavoro parlamentare‘’per decolonizzare gli spazi pubblici’’. Tutte queste statue e tutte queste azioni hanno in sé l’eredità storica e la coscienza politica di un passato che non ridefinisce la propria storia bensì i significati del presente.

La rilevanza di queste azioni politiche non si trova in un dibattito univoco che si propone in termini di statua sì o statua no, Montanelli sì o Montanelli no, come quello che si sta svolgendo tra le penne di alcuni personaggi pubblici italiani riguardo la statua di Milano; la discussione che si dovrebbe sottolineare è molto più importante e tratta un problema molto più ampio, proprio perché ha in sé questioni e nodi problematici che ragionano sul rapporto tra passato e presente, sul piano politico e storico: il discorso razzista in Italia, il rapporto tra colonialismo e postcolonialismo, i temi dell’elaborazione e della rimozione, l’idea di memoria e la gestione dello spazio pubblico, i simboli e la ritualizzazione.

In Italia è presente un razzismo legato alla mancata elaborazione pubblica del proprio passato coloniale. Questo razzismo si esprime nella continua costruzione di sistemi di potere che riproducono i significati del suprematismo bianco, nelle prospettive di razza, di genere e di classe; è un razzismo che si nutre dei privilegi che semina e dell’esclusione sistemica generata dai dispositivi politici degli ultimi venti anni (il berlusconismo, il populismo, la crisi dei partiti, la rappresentanza e le rappresentazioni, la precarietà, le logiche meritocratiche, la povertà, la mancanza di servizi, i Prima gli italiani! che sono sempre un prima-io-maschio-bianco): quando lo scorso 12 giugno Mohamed Ben Ali muore carbonizzato, come tanti braccianti prima di lui, a causa di un incendio divampato nella baraccopoli di Borgo Mezzanone che ospita, in condizioni pietose e con il riconoscimento neanche minimo di diritti, migliaia di braccianti sfruttati; quando le morti nel Mediterraneo continuano perché non c’è alcuna attenzione, che non sia reazionaria, alle politiche migratorie e ai diritti sociali; quando lo Ius soli è una battaglia di pochi e una richiesta che si protrae da anni; quando una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni è stata quella di Macerata, in seguito all’attentato da parte di Luca Traini a sei persone nere; quando la maggioranza di governo non ha evidentemente alcuna intenzione di combattere davvero per la cancellazione dei Decreti Sicurezza, che impongono ad oggi condizioni legali e burocratiche di sottomissione etnica; quando il Corriere della Sera, uno dei maggiori giornali italiani per numeri e tiratura, sottotitola la pagina dedicata all’imbrattamento della statua nei giardini di Milano con ‘’L’attacco a Montanelli e i nostri valori messi a rischio’’ (da chi? Quali valori?); quando raccontare la verità su ciò che è stato Montanelli – per gli atti e per la storia uno stupratore e un fascista – e pretendere un riconoscimento pubblico della giustizia rispetto la storia relativa alla sua figura, viene considerato un oltraggio da parte di importanti rappresentanti delle istituzioni.

In Italia esiste un grande movimento antirazzista, trasversale, che si interroga molto, che attraversa le lotte e che si fa attraversare dalle istanze delle femministe, che però non corrisponde e non si identifica non solo con le destre ma neanche con il centrosinistra e le sue politiche. Beppe Sala, due giorni dopo l’azione alla statua di Montanelli, ha pubblicato un video su Facebook in cui tranquillamente e aprioristicamente sostiene che ‘’Montanelli è stato di più, è stato un grande giornalista, è stato un giornalista soprattutto che si è battuto per la libertà di stampa’’ e ancora ‘’Noi quando giudichiamo le nostre vite, possiamo dire che la nostra vita è senza macchie, senza cose che non rifaremmo?’’.

Non è l’unico a portare avanti una tesi simile: il gesto dei collettivi studenteschi è stato condannato anche da persone non propriamente di destra, omaggiando la memoria di Montanelli in quanto ‘’grande giornalista’’ e riproponendo la retorica disonesta del ‘’ha fatto anche cose buone’’. L’opera di Montanelli e la sua persona ci pone di fronte ad un giudizio inevitabilmente politico quando al termine della sua vita, nel 2000, racconta, peraltro a partire dalla domanda di una lettrice diciottenne, sulla sua rubrica La stanza di Montanelli per il Corriere, quella vicenda in Abissinia e il rapporto con Destà, la sposa dodicenne (secondo fonti precedenti anche dello stesso Montanelli, ma qui definita quattordicenne) comprata alla convenuta cifra di 350 lire: ‘’La ragazza si chiamava Destà e aveva 14 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a quattordici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancora di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre ad opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile’’.

L’articolo termina con un messaggio alla giovane lettrice: ‘’Spero di non averti scandalizzata. Se l’ho fatto, è colpa tua’’. Forse bisogna ripetere che questo articolo è del 2000, più di sessant’anni dopo la guerra dell’Italia in Etiopia e dopo l’esperienza del giovane Montanelli con la bambina. Siamo posti di fronte ad un giudizio politico anche quando leggiamo i suoi scritti, quando nel 1936 scrive sul mensile Civiltà Fascista che ‘’non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà’’, oppure quando in opere come Il generale Della Rovere mente raccontando la propria presunta condanna a morte, la fuga dal carcere di San Vittore e l’approdo in Svizzera nel 1944-1945,falsando invece su tutta la linea la sua collaborazione con il poliziotto dell’Ovra Luca Ostèria, contro i partigiani prigionieri proprio a San Vittore e successivamente fucilati. Perché l’ostilità verso la sua statua, dunque il suo simbolo, viene ancora considerata oltraggiosa? Quali sono le idee che quella statua sottintende? Come si lega allo spazio del presente e del passato?

Quando si abbattono le statue non si sta e non si vuole abbattere la storia bensì si sta combattendo – e ridefinendo sociologicamente –la monumentalizzazione di quella storia, che a differenza della storia in sé ha, propone ed impone dei significati molto vivi. Forse mai come oggi è importante aprire una riflessione pubblica sul nostro passato coloniale, non solo perché è una questione che riguarda tutte e tutti ma anche perché rappresenta una base profonda del discorso razzista. Capire la storia, questa storia, vuol dire anche capire di cosa si sta parlando quando si parla di vittime e colpevoli, ovvero quando si vittimizza o monumentalizza. Anche quando in Italia pensiamo alle nere e ai neri delle proteste americane sempre come vittime si tende a sottrarre la valenza autentica delle loro azioni politiche nel flusso della storia in favore di un processo di appropriazione culturale che riproduce quei corpi nella dicotomia colonizzatore-colonizzato, come quando parliamo di migranti e non facciamo parlare loro.

La mancata elaborazione pubblica e politica dell’esperienza coloniale ed imperialista dell’Italia tra ‘800 e ‘900 ha consegnato al presente ciò che siamo, in tante piccole fette e processi di significazione che riflettono lo spazio dei corpi e delle intenzioni. Ridiscutere la questione della rimozione ci pone all’interno di dinamiche di responsabilizzazione nella considerazione più ancestrale della nostra esperienza occidentalocentrica. Tutto questo avviene, poi, in una continua riproduzione di ciò che non siamo stati, dall’idea del corpo sfruttato politicamente inanimato della donna all’idea di nazione, a quella di Stato. In Italia molte autrici e autori hanno raccontato benissimo l’esperienza coloniale aprendo un punto di critica, come L’Africa in casa o Per una nazione coloniale, entrambi di Valeria Deplano, oppure Sangue giusto di Francesca Melandri, Colonia per maschi di Giulietta Stefani, L’Italia postcoloniale a cura di Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, Non desiderare la terra d’altri di Federico Cresti, Roma negata di Igiaba Scego o testi più lontani e classici come Tempo di uccidere di Ennio Flaiano o, ancora, L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli, e molti altri ancora; queste opere di ricostruzione storiografica non hanno però evitato l’attuale assenza di una ridefinizione collettiva, e non solo pubblica, di quel passato, che si ripercuote sullo spazio sociale.

Quelle statue hanno ancora valore? Quel valore va ritrovato nel simbolismo che deriva dai personaggi rappresentati e, in questo caso, nel rapporto tra colonia e postcolonia. Quando la statua di Montanelli viene imbrattata è chiaro che l’agire politico di oggi ha un significato legato alla memoria del passato. L’eredità coloniale rimossa ha impedito l’elaborazione di un trauma collettivo, che invece è stato possibile ad esempio in seguito ai totalitarismi del Novecento. Il sociologo statunitense Jeffrey Alexander in Trauma: la rappresentazione sociale del dolore sostiene che ‘’è la costruzione sociale, come discorso pubblico dominante, che coincide con la formazione della memoria pubblica di quel trauma’’. Forse è proprio questo il cardine dell’attuale rapporto di una certa politica e coscienza collettiva con la questione migratoria e idea del Nordafrica: quella mancata elaborazione si ripercuote su altri corpi. Sono questi i significati del presente, oltre al continuo storytelling, nel lasciar parlare il movimento di corpi che sfuggono alle narrazioni. La rabbia di oggi, e le sue gestualità, ha sempre senso perché si oppone alle conservazioni, inondando inevitabilmente le dinamiche di sfruttamento e appropriazione diramate, ad oggi, da una certa genealogia storica. Sezionare ed avere chiari i processi della memoria – o i processi di risignificazione nel continuum storico – porta a sviluppare un nuovo rapporto con la storia e con il tema della rimozione, la quale ha come carattere implicito un’idea di alterità e di un alone repubblicano che impone una sorta di accordo tacito rispetto l’idea di civiltà, di civilizzatore e, dunque,di buon italiano. Quest’ultima è usata come un feticcio che propone ripetutamente lo stesso uomo bianco del passato tramite una liturgia vittimistica espressa nelle direzioni della civiltà, fardello di un popolo che non ha elaborato e ripensato non tanto le istanze quanto lo spirito paternalista di un’impresa imperiale che sembra manifestare visceralmente ed ovunque i propri sintomi, come una malattia congenita.

Proprio per questi motivi la retorica del ‘’politicamente corretto’’ viene usata nel dibattito pubblico come un espediente logico di esclusione politica del presente. Chi abbatte le statue è stato accusato in questi giorni di oscurantismo ma in realtà è proprio la ritualizzazione nello spazio pubblico a negare, non sempre ma molto spesso, i contenuti storici del presente e del passato. Non si tratta di vandalismo, ogni scritta deve essere politicamente legittimata perché ha senso nel sistema sociale in cui si muove e nel significato che esprime chi la compie, al di là quindi delle sterili criminalizzazioni, che quasi tutta (o tutta?) l’attuale classe dirigente sta compiendo, assolvendo il conflitto che ne deriva e ne deriverebbe in una critica postcolonialista. Chi erge le statue si trova già in una posizione di dominio in cui la riscrittura della storia porta con sé i significati delle immagini e dei simboli che trasporta: la statua di Montanelli è un simbolo espressione di idee che non sono entrate in conflitto con le istituzioni che l’hanno voluta e che la vogliono, in quanto presidio dello stesso retaggio politico e culturale. Le dinamiche di dominio proiettate nella contemporaneità saranno smantellate solo lasciando spazio alle dominate ed ai dominati, definiti nella storia e dal loro agire, non dalle nostre posizioni di privilegio. La statua di Montanelli è già il proprio stesso significato e risignificarla vuol dire interrogarsi, agire ma anche ascoltare e scegliere.

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“Cibo per la mente”: la cultura e gli italiani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cibo-per-la-mente-la-cultura-e-gli-italiani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cibo-per-la-mente-la-cultura-e-gli-italiani/#comments Thu, 01 Oct 2015 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28607 (fonte immagine)

Questo articolo è uscito su Linkiesta.

Prendiamo lo spot proiettato in anteprima alla fine della conferenza internazionale dei Ministri della Cultura che si è tenuta all’Expo il 31 luglio e il 1 agosto scorsi, e che da allora viene trasmesso: è un punto di partenza buono come un altro, ricco e denso di spunti utili per indagare la percezione diffusa della cultura nel nostro Paese.

Giancarlo Giannini, uno dei più noti attori nazionali, interpreta un maître che – all’interno della ‘splendida cornice’ del Palazzo Farnese di Caprarola - offre a noi spettatori il menu della cultura italiana. Un menu che consiste in: archivi e biblioteche; “arte in generale” (sic); siti archeologici; beni storici e antropologici (“per i palati più raffinati”); il cinema, lo spettacolo dal vivo e quello circense, presentati come “alcune delle nostre specialità”; il patrimonio paesaggistico. Lo slogan è: Italia: il cibo per la mente è in tavola.

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Prendiamo lo spot proiettato in anteprima alla fine della conferenza internazionale dei Ministri della Cultura che si è tenuta all’Expo il 31 luglio e il 1 agosto scorsi, e che da allora viene trasmesso: è un punto di partenza buono come un altro, ricco e denso di spunti utili per indagare la percezione diffusa della cultura nel nostro Paese.

Giancarlo Giannini, uno dei più noti attori nazionali, interpreta un maître che – all’interno della ‘splendida cornice’ del Palazzo Farnese di Caprarola – offre a noi spettatori il menu della cultura italiana. Un menu che consiste in: archivi e biblioteche; “arte in generale” (sic); siti archeologici; beni storici e antropologici (“per i palati più raffinati”); il cinema, lo spettacolo dal vivo e quello circense, presentati come “alcune delle nostre specialità”; il patrimonio paesaggistico. Lo slogan è: Italia: il cibo per la mente è in tavola.

Ora, questo catalogo ci mostra innanzitutto come la metafora “gastronomica” continui a ossessionare l’immaginario politico e mediatico in materia culturale. L’inizio di questa storia si può datare, naturalmente, alla famigerata frase dell’allora ministro Tremonti, che conviene qui citare nella sua versione integrale: “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia.” Rispetto a quel modello, qui siamo in presenza di un chiaro avanzamento: al posto del bar (alla buvette del Parlamento), con la vetrinetta da qui viene estratto il “panino alla cultura”, qui il contesto è di alta cucina e i piatti sono le eccellenze italiane. Non uno snack, ma un pasto mentale sofisticato.

Il problema è che la trasformazione è tutta quantitativa, non qualitativa: al posto del bar c’è il ristorante di lusso, ma la fruizione della cultura è sempre e comunque prevista come operazione unicamente passiva. Senza intervento da parte nostra. Questo tipo di visione si riflette sull’interpretazione stessa della cultura. Se infatti analizziamo il catalogo dei “piatti”, la cultura anche in questo caso è fatta di “beni” (monumenti oggetti manufatti) prodotti in un passato che ha scarse relazioni con noi, con la nostra esistenza, con il nostro tempo.

Non è un caso che sia quasi del tutto assente il presente (tranne, significativamente, per la categoria “cinema, spettacolo dal vivo e circense”): la cultura intesa in questo senso ha dunque una connotazione decisamente nostalgica (la nostalgia è la qualità fondamentale della passività: la sua temperatura), e non viene riattivata dalla produzione contemporanea. Se pensiamo che il Rinascimento – costante termine di riferimento retorico dei discorsi pubblici sulla cultura – si fondava sin dall’inizio sullo sforzo di eguagliare e superare l’antichità, e di utilizzare quel modello per porre le basi del progetto che noi conosciamo come “modernità” facendo rivivere un lontanissimo passato attraverso il tempo nuovo, possiamo forse comprendere meglio ciò di cui c’è urgente bisogno anche oggi.

Dunque, il cameriere esperto che offre educatamente le specialità nazionali da degustare è la figura – non nuova – di uno modo tutto italiano di concepire la fruizione e la produzione di arte e cultura: di uno scenario che, anzi,diventa ogni mese più credibile e realistico. L’Italia – insieme all’intera Europa meridionale, quella non a caso più in difficoltà dal punto di vista economico nell’era della crisi e all’interno del progetto comunitario, in apparente via di dissolvimento – trasformata in vacation land. Un unico grande parco di divertimenti, una nazione orientata unicamente all’intrattenimento: l’associazione, l’identificazione tra cultura e turismo nelle diciture istituzionali è da decenni il sintomo di questo processo. Dobbiamo quindi allenarci a sognare generazioni di giovani – i quali tra non molto, è bene non dimenticarlo, saranno “non-più-giovani” – finalmente e felicemente occupati come camerieri, cuochi, domestici, cicisbei?

E d’altra parte, è già tutto accaduto. Per riconoscere l’origine di questa versione dell’Italia (il Seicento, la Controriforma, l’inizio del Grand Tour), basta rileggere ciò che scriveva quasi sessant’anni fa Indro Montanelli: “Il gendarme spagnolo e il tribunale dell’Inquisizione non trovavano in Italia l’ostacolo che avevano incontrato in Olanda: una coscienza individuale resa consapevole dalla Riforma dei propri diritti e doveri e quindi decisa a tutto pur di salvare la sua autonomia dal sopruso autoritario. La trionfante Controriforma aveva tolto agli italiani questa difesa, e li rendeva disponibili a tutto. È da questo momento infatti che si sviluppa nel nostro popolo la propensione ai mestieri ‘servili’, in cui tutt’ora gli italiani eccellono. Essi sono i migliori camerieri del mondo, i migliori maggiordomi, i migliori portieri d’albergo, i migliori lustrascarpe, perché cominciarono a esserlo fin d’allora, quattro secoli fa” (Storia d’Italia. L’età della Controriforma, Rizzoli 1959, pp. 108-109).

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Renzo Zanazzi, il partigiano della bicicletta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/#comments Fri, 25 Sep 2015 05:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28570 (fonte immagine)

Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l'anno 1946. C'era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt'altro che rassicurante. Cielo terso, l'acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

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Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l’anno 1946. C’era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt’altro che rassicurante. Cielo terso, l’acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

Renzo Zanazzi, classe 1924, amava la spicciola, perché è giusto partire tutti insieme dalla stessa linea, non come nella vita. I figli dei ricchi davanti, i figli dei poveri dietro. Questa è la nostra falsa partenza, alla quale spesso non si rimedia neanche con una fuga generosa. Tre fratelli, tutti corridori, figli di un contadino, poi emigrato a Milano a fare la guardia giurata. In una cronaca fumosa di una tappa del Giro, Indro Montanelli sbagliò due volte il luogo di nascita di questo gregario di lusso. Zanazzi invece era preciso. Anarchico, ribelle, allegro. Celso era il primo nome registrato all’anagrafe. Nato in casa, nella corte Valle del fitto, località Campitello, comune di Marcaria, provincia di Mantova. Dunque mantovano di nascita, milanese d’adozione. La Milano che progettava, fabbricava e animava la cultura delle due ruote. La Milano dello sciur Vigorelli e della pista, da troppi anni segnata dall’incuria, che nel suo nome è culla di record e storie novecentesche.

Al Vigorelli Zanazzi ci andava fin da bambino. Lassù fra la rete e i cartelloni pubblicitari, dove la pista sembrava precipitare giù da un muro, studiava l’equilibrio degli idoli. Su Milano piovevano le bombe, ma nel novembre 1942 al Vigorelli, ideato dall’architetto tedesco Schumann, c’era Coppi con la sua Legnano, un gioiello del meccanico e telaista Ugo Bianchi, ad attaccare il record dell’ora, che batté: 45,798 chilometri. Trentuno metri in più di quelli percorsi cinque anni prima, sulla stessa pista, dal francese Archambaud. Lo sguardo del campionissimo restò quello malinconico di sempre, ma alla gente aveva regalato una tregua, che è lo spazio della felicità.

Zanazzi ha preso il diploma della strada, perché le gambe giravano forte e l’hanno aiutato a comprendere il mondo. Una questione di talento. Da adolescente ha scoperto la bicicletta, o qualcosa di molto pesante che aveva quella sembianza, da garzone per un fornaio. Trenta lire al mese, la prima paga da fame. A pedalare percepì quel fresco profumo della libertà. Come alla fine dei propri giorni, ceneri al vento, libero come se fossi in bici. Una maglia di lana con i buchi per l’aerazione, le braghe con fondello in pelle di daino per salvare i gioielli di famiglia, le scarpe con un rinforzo in ferro che quando piove si trasforma in una lama e il piede sanguina, una camera d’aria rattoppata.

S’iscrisse al Dopolavoro Corsico, poi al Gruppo sportivo Spallanzani. Debuttò alla Milano-Varese del 1939: centoventi chilometri di corsa, altrettanti per andare e tornare a casa. Spiccò fra gli allievi. In pianura andava forte, in salita non si staccava e in volata era da rispettare. Uno stradista che ben figurava anche sulla pista. Un giorno diverso dagli altri Fausto Coppi gli prestò per una riunione la propria maglia iridata. Con quella addosso in pista si volava. I campioni li riconosci dalla leggerezza della pedalata. Zanazzi lo riconoscevi dalla passione smisurata, dalle borracce trasportate e dalle poche, ma significative, vittorie, che trasmettono la gioia propria dell’insubordinazione.

Lui andava a pane e acqua. Dice di aver provato la simpamina una volta: «Ma dopo cinquanta chilometri invece della carica mi ha fatto venire i crampi. Si vede che il mio sistema nervoso non la tollera. Alla fine del 1952 mi ritiro. Oltre alle pillole iniziano a vedersi anche le iniezioni. Io, che se solo vedo una siringa svengo, non sono adatto».

C’è chi sostiene che per raccontare una storia sia necessaria una sorta di giusta distanza da essa. Marco Pastonesi in Diavolo di un corridore (Italica edizioni, 252 pagine, 15 euro) dona la misura di quanto possa essere prezioso un legame d’amicizia. Accoglie fra le pagine la forza dell’oralità di una vicenda, narrata in prima persona, che è un racconto corale di un’Italia sparita. L’autore non tradisce la propria ammirazione per la figura epica del gregario. Anche quando si è occupato di un fuoriclasse, Marco Pantani, Pastonesi è andato ad ascoltare le voci dei gregari del pirata, come il coro delle tragedie greche. Zanazzi appare un cantastorie che vorremo avere sempre al nostro fianco, quasi a infonderci coraggio.

El Zanass la guerra, che gli è toccata in sorte, l’ha combattuta dalla parte della resistenza all’oppressore. Tesserino finale numero 3590 del CLN rilasciato al patriota Zanazzi Renzo, corpo volontari della libertà, guardia partigiana. La Presidenza del Consiglio dei ministri e la Commissione riconoscimento qualifiche partigiane certificarono il grado di capo squadra dal primo maggio 1944 al trenta settembre ’44 e comandante distaccamento fino al trenta aprile 1945. Raul, il nome di battaglia.

Dopo l’otto settembre lo disse al tenente Gatti, che per non fargli smarrire la sensazione della gamba gli prestava la sua Wolsit, una sottomarca della Legnano: «Con i tedeschi e i fascisti mai». Lo chiamavano disertore. Era un combattente, che in clandestinità prese le armi. La bicicletta restò una compagna fedele: «Un’altra volta mi fanno: “Tu che vai in bicicletta, c’è un comunicato da portare a Moscatelli”, e Moscatelli è un capo comunista, nascosto in Val d’Ossola. Per me fare cento o centocinquanta chilometri è uno scherzo. Ricevo una lettera, chiusa sigillata, l’arrotolo e la inserisco nel canotto della sella, e sulla mia bici da corsa, vestito da corsa, con del pane – c’è solo quello – in tasca, non ricordo neanche se ho la borraccia, prendo e vado. A un certo punto incontro un posto di blocco dei tedeschi: mostro i documenti, lì ho ancora quelli falsi, mi chiedono che faccio, rispondo che vado ad allenarmi, e mi fanno passare». In quegli anni riuscì a correre e vincere una gara importante fra i dilettanti, la Targa d’oro di Legnano. Anche il ciclismo resiste. La giovinezza non sfiorì fra i boschi, ma sulla collinetta di Sant’Alosio, al funerale di Coppi, nella grigia mattinata del 4 gennaio 1960. «Qualche volta lo avremmo anche battuto Fausto. Ma mai più ripreso».

Le memorie asciutte affidate nel tempo da Zanazzi, scomparso il 28 gennaio 2014, a Pastonesi raffigurano un’epoca pionieristica piena di vita e costruiscono una galleria straordinaria di uomini, che hanno scritto la storia popolare del Paese e di una disciplina povera non nell’umanità. Qui non si celebrano né santi, né eroi. Giovannino Corrieri, siciliano di Toscana, era per Gino Bartali il gregario ideale. Sette anni insieme, fino a diventarne l’ombra. Poi però un giorno Giovannino a Renzo confessò che lui, in fondo al cuore, era sempre stato un coppiano.

L’airone aveva due angeli custodi, ai quali affidare, per quel che è possibile, ciò che definiamo segreti. Ettore Milano, oltre al fratello Serse, era l’unico in grado di penetrare nei sentimenti, nelle paure e nelle emozioni del capitano. Sandrino Carrea dalla prigionia di Buchenwald tornò con quaranta chilogrammi in meno, e chissà quale peso sull’anima. Al Tour de France del 1952 indossò il colore giallo, ma «è così gregario che quasi si vergogna di avere sottratto, anche per un solo giorno, la gloria al suo capitano che l’indomani se ne impadronisce sull’Alpe d’Huez». Sandrino riposa nel cimitero di Cassano Spinola, coerente col suo destino, al fianco di un altro campione, Costante Girardengo.

Il talento senza testa di Meo Venturelli colpisce per come scelga di splendere solo nelle proprie giornate di sole. Sconfisse Rik Van Looy in volata, Anquetil a cronometro, Charly Gaul in salita, ma il nuovo Coppi, per sua stessa ammissione, non fu altro che una meteora. Non sapevi dove andare a trovarlo la notte, dopo aver conquistato la maglia rosa. La mattina non si reggeva in piedi. Beccato in flagrante dalla moglie si difese. Disse che l’aveva fatto per l’albergo: «Se le clienti si trovano bene, poi tornano». Luigi Casola, velocista di rango, euforico per un secondo posto al Giro di Lombardia del 1946, tornò a Busto Arsizio e si mise a lanciare dal balcone ai compaesani i bigliettoni guadagnati. Ci pensarono i genitori a correre per recuperarli.

Luigi Malabrocca, il Luisin, non è che andasse piano, ma sfumava dentro alle osterie. Non poteva vincere, allora voleva l’ultimo posto, la maglia nera per sconfiggere la miseria. Ci sono l’Alfonsina, prima e unica donna ad aver mai corso il Giro d’Italia ed Ernesto Colnago, un artigiano artista della bici, inventore nella sua bottega, officina, negozio, in via Garibaldi 10, a Cambiago. Hugo Koblet, il primo non italiano a vincere il Giro, era elegante su e giù dai pedali. Uomo affascinante che anche in corsa teneva un pettine in tasca e non si dimenticava dei gregari: «Grazie Renzo, senza di te avrei perso la maglia e il Giro». In fondo senza il gregario il capitano non sarebbe tale, una faccenda antica quanto il mondo.

Al Tour del 1951 il commissario tecnico Alfredo Binda schierò Coppi, Bartali e Magni. Il quarto moschettiere era Renzo Zanazzi, che imparò a scrutare e decifrare il territorio delle loro espressioni, delle loro facce. Negli anni Venti Eberardo Pavesi, l’Avocatt, dopo essere sceso dalla bicicletta s’era messo a fare il fornaio. Poi la chiamata dalla Bianchi in qualità di direttore sportivo, successivamente quella della Legnano. Lui investì su un giovane corridore toscano, probabilmente il più forte scalatore di sempre, secondo Zanazzi: «Bartali lo scalatore più forte, Coppi il più completo, Magni il più intelligente». Con Bartali Pavesi vinse il Giro del 1936, del ’37 e il Tour del ’38.

L’Avocatt prende poi un altro ragazzo, un piemontese con i numeri. Coppi è meglio averlo con noi, provò così a convincere il Gino. Al Giro del 1940 Bartali iniziò da capitano, per poi cedere sulla strada i gradi al rivale, compagno di squadra, che ventenne diventò il più giovane vincitore della corsa in rosa. Bartali non ne voleva sapere di avere gregari giovani, e dunque senza esperienza, con qualche ambizione da coltivare. Voleva i signor sì. Pavesi, almeno per un biennio, gli fece cambiare idea con i fratelli Zanazzi.

«Due anni alla Legnano sono il più grande errore della mia vita, perché sogno la libertà e vivo in prigionia. «Stammi vicino» mi dice Bartali, «solo tu mi puoi aiutare». E quando mi dà la libertà, vinco», racconta Renzo. Poche storie, doveva sempre stare al servizio del capitano: «Da gregario lavorare per lui è un inferno: all’inizio di ogni tappa fatica a carburare, scivola in fondo al gruppo, ci vuole una santa pazienza e una inesauribile energia per andare a prenderlo e riportarlo davanti, finché finalmente ingrana». Il Giro del 1946 Zanazzi glielo salvò, risolvendo una foratura pericolosa: «Strappo con i denti la sua gomma, strappo con i denti la mia, la monto sulla sua ruota, gli do una spinta e via». Per Bartali occorreva assaltare con rapidità le ghiacciaie delle osterie e dei bar, che conservavano l’acqua fresca. La religione della borraccia, più democratica di una coppa.

Ma chi era Bartali, mito della Nazione, padre della patria? «La verità è che Bartali è un naso schiacciato da pugile e una voce roca da fumatore; è una ragnatela di rughe e un corpo, oggi si direbbe di carbonio; è un corridore sulle montagne, l’unico che riesca a vedere orizzontale anche ciò che è verticale. È un gigante in salita. Si alza sui pedali e si siede, si rialza, se lo segui ti ammazzi. In certe fotografie sembra un Cristo in croce. È religioso, cattolico, vicino al Vaticano. Durante le giornate di riposo bussava in stanza per essere accompagnato alla messa. Era troppo di manica stretta con noi gregari».

Gino sosteneva di avere due amici a Milano, uno dei quali Zanazzi. Amici per un amore in comune, il ciclismo. «Così con Bartali ci si vede, anche dopo, ogni tanto, ma sempre. Un giorno lo incontro alla Mostra del ciclo e del motociclo, a Milano. C’è il poster dello scambio della borraccia con Coppi. E, a tutti, Bartali dice che la borraccia l’ha data lui a Coppi. Aspetto che vada via la gente e poi gli dico che è Coppi che gliel’ha data. E glielo spiego: “Se io, davanti, cerco l’acqua, guardo indietro, ma Coppi non sta guardando, perché sei tu che la vai a prendere”. E lo minaccio: “Non dire bugie, ché vai all’inferno”. E allora Bartali si mette a ridere». A Milano l’anima degli Zanazzi la si tocca nella Bottega in via Solari, civico 40, dove s’impone uno scatto che ritrae Renzo e i Coppi. Nel 1949 la Società ciclistica Fratelli Zanazzi contava il maggior numero di agonisti milanesi.

Coppi era un altro pianeta. Classe, eleganza e leggerezza inarrivabili. Renzo lo ricorda così: «Quel modo di accarezzare i pedali come petali, quel modo di volare come se avesse le ali. È all’avanguardia sugli allenamenti: lavori e distanza, i ritiri d’inverno in riviera. Sull’alimentazione: il primo a introdurre passati di verdure. E sulla farmacia. Una volta siamo nello stesso albergo, la sera busso alla porta, mi dicono di entrare, entro: su un letto c’è il Fausto, sull’altro il Serse, e in mezzo, sul comodino, un piatto con una ventina di pillole di tutti i colori. “Renzo – mi fa Serse – stiamo studiando quale colore prendere domani”». Serse, che strinse una forte amicizia con Zanazzi, lui così diverso dal fratello campione, era l’unico in grado di farlo sorridere. «Io non so dire se Coppi sia per natura triste o infelice, forse è soltanto malinconico. È leggero, alato, lo chiamano l’Airone». Renzo è tornato spesso a Castellania a rendere omaggio ai due amici, a due fratelli.

All’ultima curva, all’ultima stagione, nel 1952 alla Ganna, l’incontro con il Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni. Un campione monastico, metodico, le cui uniche trasgressioni, a memoria di Zanazzi, erano il pane toscano di Altopascio e il bagno caldo con sale e aceto, alla maniera di Girardengo. «Il tipo che non si arrende mai, neanche quando cade, neanche quando quei due volano». E ci strappa un sorriso, rievocando la “società della spinta”, una seggiovia umana di muratori, che al Giro del ’48 sospinse Magni in vetta. Scontò una penalizzazione. Fra i ciclisti di oggi gli piaceva il sardo Aru: «L’ho visto subito che ha una voglia matta. E…». Un pezzo della Vuelta è anche per lei, sciur Renzo.

Nella corsa più importante Zanazzi il dubbio e poi la sconfitta negli occhi dell’avversario li ha visti tre volte. Tre tappe al Giro d’Italia tra il giugno 1946 e il maggio 1947. Una vittoria inattesa, la Milano-Torino del 1947 gli valse la maglia rosa. Bartali gli aveva chiesto di ricucire una fuga, lui li riprese e poi li staccò a otto chilometri dall’epilogo. Anche alla Perugia-Firenze del ’46 i tre toscani della Legnano (Bartali, Bini e Ricci), volevano che lavorasse per un successo di campanile, da festeggiare in casa. Obbedì, ma tirando a testa bassa si congedò dalla compagnia.

«Zanazzi solo al traguardo di Torino», titolò il giornale. Solo l’indomani gli fecero vestire la maglia del leader, consegnata da un operaio della Gazzetta dello Sport, e la tenne per tre giornate. Un dettaglio per un uomo tenace e paziente per forza di cose, che ha saputo osservare l’arte dell’attesa: «Caro Renzo complimenti per la vittoria di Torino e per quella di Firenze – leggiamo nel telegramma del patron Mario Della Torre, giunto in gara al Pavesi – ma adesso devi correre solo per Bartali».

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Alluvioni. O il potere forte del cemento https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-alluviani-sblocca-italia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/montanari-alluviani-sblocca-italia/#respond Tue, 18 Nov 2014 13:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24391 Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l'accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell'Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell'Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo

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cemento1Questo intervento di Tomaso Montanari è apparso su La Repubblica. (Fonte immagine)

Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.

Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo: come ci ricorda un prezioso libretto di Domenico Finiguerra.

Per dare un titolo a questa brutta storia, negli anni Settanta Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Antonio Cederna parlarono di ‘rapallizzazione’: perché Rapallo e tutta la Liguria erano il luogo simbolo della distruzione del paesaggio e della deformazione delle città. Per sapere che quella regione non ha cambiato verso, non importa leggersi le statistiche che ci dicono che, tra il 1990 ed il 2005, in Liguria si è massacrato il territorio più che in Calabria e in Campania: basta accendere la televisione.

Ma è stato tutto il Nord a pensare che lo sviluppo fosse perfettamente sinonimo di cemento. E continua a pensarlo.

Quando, nel maggio scorso, un cittadino di nome Gabriele Fedrigo ha esposto fuori dalla sua finestra due striscioni con su scritto «Basta cemento» e «Acqua e aria sane», il suo Comune lo ha diffidato, perché avrebbe attentato al decoro urbano. Il comune era Negrar, in Valpolicella: quello che ha dato origine alla parola ‘negrarizzazione’, che vuole dire «urbanizzazione speculativa, e al di fuori di ogni controllo» (Dizionario Treccani).

È stato l’architetto veronese Arturo Sandrini a coniare questo termine, in un articolo del 1997 in cui invitava a ribellarsi al processo che ha trasformato Negrar, la Valpolicella e tutto il Veneto «quasi in un’unica immensa area urbanizzata, dov’è difficile trovare qualche zona non interessata da quel delirium edilizio, fatto di orridi capannoni prefabbricati, naturalmente uno diverso dall’altro, di ville, villette e villone, ovviamente non quelle venete, che giacciono invece impietosamente abbandonate». Sandrini non era solo. Quando Fedrigo (che non scrive solo slogan, ma ha anche pubblicato il libro di riferimento sulla Negrarizzazione. Speculazione edilizia, agonia delle colline e fuga della bellezza, 2010) è stato diffidato, la Valpolicella si è riempita di identici striscioni. Ne è comparso uno perfino sulla villa Serego Alighieri: la residenza che nel 1353 fu comprata dal figlio di Dante, Pietro, e che dopo ventuno generazioni è ancora di proprietà dei discendenti diretti del poeta.

Ma se questa storia diventa esemplare, se si può parlare di una ‘negrarizzazione’ dell’Italia intera, è proprio perché la sua morale risponde in modo concreto alle domande di queste ore: di chi è la colpa? A Negrar non c’è stato un singolo mostro, l’orco speculatore. Né c’era una povertà da cui riscattarsi di colpo. E non c’è stato nemmeno l’abusivismo: non c’è un solo edificio fuori della legge, a Negrar. La Valpolicella aveva una bellezza naturale struggente, aveva la storia, aveva un vino spettacolare: un’economia solida. Ma questo non è bastato: era troppo lento. La speculazione edilizia è come una droga: tutto corre più veloce. E allora una comunità – senza che nessuno la costringesse – ha deciso di eleggere politici disposti a corrompere le leggi, perché le leggi corrotte permettessero di corrompere l’ambiente. Legalmente. Il motto del ventennio berlusconiano – ‘padroni in casa propria’ – è stato applicato nel modo più radicale e devastante: fino a distruggere la casa stessa. E infatti il sinonimo perfetto di ‘negrarizzazione’ è ‘irresponsabilità’: l’idea bestiale che non importa chi sarà a pagare il conto. Anche se saranno i nostri figli: anzi noi stessi, solo qualche anno – o qualche temporale – dopo. E non siamo usciti da questa storia: basta vedere quante resistenze, e quanto violente, sta incontrando l’ottimo Piano Paesaggistico della Regione Toscana, finalmente vicino all’approvazione.

Allora vorremmo che il Presidente del Consiglio pensasse al futuro, e non al passato. Che invece di sostituirsi ai giornali e agli storici nella ricerca delle responsabilità, egli si chiedesse cosa può e deve fare il suo governo. Che invece di pensare alle leggi regionali, pensasse a quelle che sta firmando lui.

Vezio De Lucia ha spiegato (Nella Città dolente, 2013) che la storia del cemento cominciò davvero quando la Democrazia Cristiana rinnegò Fiorentino Sullo e la sua ottima legge urbanistica, che ci avrebbe lasciato un’Italia diversa. Era il 1963: cinquant’anni dopo il governo di Matteo Renzi fa lo stesso errore, approvando lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi, che è una legge fatta per portare a compimento la negrarizzazione dell’Italia. Una legge che bisogerebbe avere il coraggio di ripensare radicalmente anche se è appena uscita sulla Gazzetta Ufficiale. Anzi, una legge che bisognerebbe avere il coraggio di rottamare.

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Patrimonio culturale, Montanelli aveva già scritto tutto https://minimaetmoralia.it/arte/patrimonio-culturale-montanelli/ https://minimaetmoralia.it/arte/patrimonio-culturale-montanelli/#comments Fri, 04 Apr 2014 12:46:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19788 Domani, sabato 5 aprile, Tomaso Montanari sarà ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai Tre) per presentare Istruzioni per l'uso del futuro. Pubblichiamo un suo articolo uscito sul Fatto Quotidiano.

«Un soprintendente è tenuto a compiere sopralluoghi, controllare perizie, dirigere i lavori, pubblicare studi, redigere piani paesistici, ma soprattutto resistere ai privati che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l'assenso e l'appoggio delle autorità». «Resistere ai privati»: chi lo sostiene oggi è segnato a dito come talebano, statalista, comunista. A scriverlo, invece, era il liberalissimo Indro Montanelli, in un memorabile articolo comparso sul «Corriere della sera» il 12 marzo 1966. Oggi, invece, un giornale come «Repubblica» scrive che «troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell'economia», sul «Corriere» si invoca un giorno sì e l'altro pure l'intervento salvifico di quegli stessi privati, Matteo Renzi ripete a macchinetta che «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba».  L'entusiasmo e la fantasia di chi – tra il 1966 e oggi – ha sepolto questo Paese sotto una colata di cemento.

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montanelli

Domani, sabato 5 aprile, Tomaso Montanari sarà ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai Tre) per presentare Istruzioni per l’uso del futuro. Pubblichiamo un suo articolo uscito sul Fatto Quotidiano.

«Un soprintendente è tenuto a compiere sopralluoghi, controllare perizie, dirigere i lavori, pubblicare studi, redigere piani paesistici, ma soprattutto resistere ai privati che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l’assenso e l’appoggio delle autorità». «Resistere ai privati»: chi lo sostiene oggi è segnato a dito come talebano, statalista, comunista. A scriverlo, invece, era il liberalissimo Indro Montanelli, in un memorabile articolo comparso sul «Corriere della sera» il 12 marzo 1966. Oggi, invece, un giornale come «Repubblica» scrive che «troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell’economia», sul «Corriere» si invoca un giorno sì e l’altro pure l’intervento salvifico di quegli stessi privati, Matteo Renzi ripete a macchinetta che «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba».  L’entusiasmo e la fantasia di chi – tra il 1966 e oggi – ha sepolto questo Paese sotto una colata di cemento.

L’attualità dell’articolo è devastante, perché tutto è rimasto come allora: il bilancio miserabile del patrimonio, gli stipendi da fame e la solitudine dei soprintendenti, «pochi eroi, sopraffatti dal lavoro e senza mezzi per svolgerlo».

Montanelli vedeva che il vero problema era– ed è tuttora – la disparità dei mezzi tra i difensori del bene comune e quelli degli interessi privati: «I loro uffici sono letteralmente assediati da orde di impresari, ingegneri, architetti, geometri e altri guastatori. Nel periodo del «boom» edilizio il soprintendente ai monumenti della Liguria, Mazzino, esaminò in un anno 10 mila progetti con l’aiuto di un solo architetto. Il suo collega di Sassari, Carità, deve difendere da solo circa mille chilometri di costa che, a lasciar fare agli speculatori e ai progettisti a quest’ora sarebbero già un’immensa Ostia. …E mentre gli speculatori hanno a disposizione i migliori giuristi per redigerlo, il Soprintendente deve farlo con l’aiuto del bidello e della custode».

Montanelli vedeva lucidamente nel clero un pericolo per il patrimonio: «E qui bisogna parlarci chiaro, soprattutto coi preti. Il settanta per cento dei monumenti italiani è in loro custodia… Non per malizia o cupidigia, ma per ignoranza e spregio di ciò che essi chiamano «valori mondani», i parroci demoliscono vecchie chiese gotiche e barocche per costruire orrende scatole in vetrocemento (quelle che i fiorentini chiamano con pertinente empietà i «cristogrill») con pareti intonacate a ducotone, tapparelle, luci al neon e cromi». Oggi le cose stanno forse perfino peggio: ma quasi nessuno osa scriverlo. Con la scusa dell’adeguamento liturgico, zelanti vescovi rifanno da capo a piedi (e orribilmente) le loro cattedrali (da Reggio Emilia ad Arezzo) senza che nessun soprintendente riesca a contrastarli, e la ricostruzione delle chiese emiliane dopo il terremoto rischia di risolversi in una mattanza del tessuto storico in nome delle mani libere.

Oggi è di moda parlar male delle soprintendenze: dovremmo piuttosto chiederci se il Ministero per i Beni culturali (nato nel 1974) sia riuscito a farle funzionare meglio di quando scriveva Montanelli, ed esse rispondevano alla Pubblica Istruzione. La risposta è evidentemente negativa, e questo dovrebbe indurre a ripensamenti radicali: il problema non è la rete territoriale della tutela, ma semmai la burocrazia e la sudditanza alla politica del quartiere generale romano.

Ciò che più colpisce, tuttavia, è la regressione generale del Paese, e del suo discorso pubblico. C’è davvero un abisso tra il profondo senso dello Stato e del pubblico interesse del liberale Montanelli, e il liberismo all’amatriciana del pensiero unico di oggi, insofferente ad ogni regola che non sia l’arbitrio assoluto degli interessi privati. E, soprattutto, c’era in Montanelli la profonda convinzione che il patrimonio culturale non fosse misurabile, come scrive, «sul metro del denaro». Perché è proprio il nostro straordinario patrimonio ciò «che ci qualifica a un rango, del tutto immeritato, di Nazione civile».

È proprio questo il punto centrale: il punto che sfugge a tutti coloro che si riempiono incessantemente la bocca della retorica del «petrolio d’Italia». Ad essere venuta meno, in questi cinquant’anni, non è solo la tutela del patrimonio, è l’idea stessa di Stato, un qualunque progetto di civiltà.

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Percezioni & proiezioni dell’Italia https://minimaetmoralia.it/interventi/percezioni-e-proiezioni-dellitalia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/percezioni-e-proiezioni-dellitalia/#comments Wed, 19 Feb 2014 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18634 Questo articolo è uscito su Artribune. (Immagine: Luigi Ghirri, Italia in miniatura)

Occorre indagare a fondo la percezione esterna dell’identità italiana. Soprattutto nel mondo anglosassone, essa è inevitabilmente legata all’immaginario degli anni Cinquanta e Sessanta: La dolce vita, Mastroianni, la Vespa, la Cinquecento… Questo tipo di universo narrativo è estremamente attraente per uno spettatore straniero – mediamente colto, impegnato in una professione creativa, ecc.

Il nostro presente così complesso e difficile non ha praticamente nessuna penetrazione nella percezione esterna: è come se continuassimo a proiettare la stessa immagine e la stessa aura da, appunto, sessant’anni. In questo tipo di processo c’è ovviamente una quota molto alta di nostalgia: il riferimento auratico è un’età dell’oro – e indubitabilmente è abbastanza vero che in quel periodo noi abbiamo prodotto il nostro meglio, finora, in termini di cinema, arte, moda e design. Non è detto che questo tipo di nostalgia sia necessariamente un male: è un patrimonio intangibile, valoriale; una piattaforma se si vuole molto utile, su cui si può costruire nuova una proiezione dell’Italia.

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Luigi Ghirri Italia in miniatura (1978)

Questo articolo è uscito su Artribune. (Immagine: Luigi Ghirri, Italia in miniatura)

L’Italia è un paese dove sono accampati gli italiani.

Ennio Flaiano

Occorre indagare a fondo la percezione esterna dell’identità italiana. Soprattutto nel mondo anglosassone, essa è inevitabilmente legata all’immaginario degli anni Cinquanta e Sessanta: La dolce vita, Mastroianni, la Vespa, la Cinquecento… Questo tipo di universo narrativo è estremamente attraente per uno spettatore straniero – mediamente colto, impegnato in una professione creativa, ecc.

Il nostro presente così complesso e difficile non ha praticamente nessuna penetrazione nella percezione esterna: è come se continuassimo a proiettare la stessa immagine e la stessa aura da, appunto, sessant’anni. In questo tipo di processo c’è ovviamente una quota molto alta di nostalgia: il riferimento auratico è un’età dell’oro – e indubitabilmente è abbastanza vero che in quel periodo noi abbiamo prodotto il nostro meglio, finora, in termini di cinema, arte, moda e design. Non è detto che questo tipo di nostalgia sia necessariamente un male: è un patrimonio intangibile, valoriale; una piattaforma se si vuole molto utile, su cui si può costruire nuova una proiezione dell’Italia. L’aspetto interessante – e inquietante – è però che questo tipo di percezione nostalgica ha da tempo intaccato anche il modo in cui noi interpretiamo noi stessi: basta guardare La grande bellezza di Paolo Sorrentino, per esempio, o considerare la maniera in cui le icone del boom economico degli anni Cinquanta vengono usate all’interno dello spettacolo politico; oppure, farsi semplicemente un giro tra le bancarelle nei pressi della Fontana di Trevi a Roma.

Questa fusione di monumenti antichi (il patrimonio storico-artistico) e di oggetti della modernità patinati e congelati è un modo efficacissimo di proporre un’identità culturale collettiva completamente inerte, imbalsamata. Tutto è lì, pronto, ready-made: come nelle nostre fiction tv (le peggiori, credo, dell’Occidente), ogni aspetto è orientato alla continua conferma del già noto, del già dato. Esattamente il contrario di ciò che la cultura e l’immaginario dovrebbero fare: suggerire prospettive inedite, orizzonti narrativi da esplorare. Aver introiettato questa retorica è un problema piuttosto serio, perché ci ricaccia continuamente indietro e soprattutto non ci aiuta a rendere vivo il passato (il Rinascimento, il Barocco, il secondo dopoguerra) e a costruire dunque il presente.

Ci lascia invece sospesi nel rimpianto, un po’ come se fossimo i custodi delle tombe di famiglia. Validare dunque la percezione nostalgia della nostra stessa identità è un modo dunque per continuare a rimuovere chi siamo e il nostro presente, e per adattarci disperatamente a un’immagine scolorita di noi stessi (i vitelloni, i latin lover, “il popolo più creativo del mondo”). Basterebbe, come punto di partenza, tornare a comprendere qualcosa di molto ovvio: che la “dolce vita”, così come l’avevano intesa Federico Fellini e Ennio Flaiano, non è affatto dolce ma amarissima, è il momento in cui Marcello e l’Italia intera perdono un’innocenza che molto probabilmente non hanno mai avuto (Indro Montanelli, “Corriere della Sera”, 22 gennaio 1960: “Il suo reportage non è una ‘patacca’. Il poco – oh, molto poco! – che vi luce è proprio oro. E il molto che vi puzza è proprio fogna. Del resto, se così non fosse, il film sarebbe fallito come falliscono i reportages quando eludono la verità o non riescono a centrarla. Quindi, amici, vi prevengo se domani La dolce vita vi farà inorridire, non confutatela dicendo: ‘Non è vero’. Perché per esser vero, tutto ciò che qui è raccontato, lo è”). E accedono all’inquietudine dei primi anni Sessanta.

Dopo aver scandagliato, dunque la realtà esterna in movimento e in continua evoluzione, la produzione artistica e culturale inaugura gradualmente una grande ed originale opera di introspezione collettiva frutto di una modernità faticosamente raggiunta: passa cioè, per così dire, da un’indagine a tutto campo dello spazio esterno a un’analisi dello spazio interno italiano.

Questo momento coincide con una fase misteriosa, l’inizio degli anni Sessanta, appiattita nell’immaginario collettivo dalla percezione nostalgica (da “anni di plastica”). Sono gli anni di una gigantesca transizione epocale, del passaggio da una civiltà ad un’altra, dell’inaugurazione di un futuro alienante (inizia a questa altezza la “mutazione” descritta in seguito Pasolini) percepiti con un senso di sottile angoscia dagli autori più attenti. Ma scrittori, registi e artisti non rinunciano ad interrogare la realtà storica in cui vivono: piuttosto, aggiorneranno radicalmente i propri mezzi, per catturarne le trasformazioni e le novità che esse portano con sé.

Il “silenzio spaziale” di cui parla a un certo punto Goffredo Parise è lo stesso, per esempio, che domina gli undici minuti finali de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, in cui la cinepresa abbandona completamente la vicenda umana che aveva seguito fino a quel momento, e si sofferma sugli oggetti, sul paesaggio urbano.  E l’introspezione condotta da opere come  Otto e ½ (1963), Memoriale (1962) di Paolo Volponi, La vita agra (1962) di Luciano Bianciardi e Fratelli d’Italia (1963) di Alberto Arbasino, e da film come Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, I compagni (1963) di Mario Monicelli o Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli è pervasa, inevitabilmente, di elementi di forte critica sociale, che illuminano quello che si configura come ‘il lato oscuro del boom’.

Questi sono gli aspetti di quel passato (che molto spesso viene idealizzato), aspetti tra l’altro vicinissimi alla nostra sensibilità attuale, che andrebbero recuperati per riconfigurare integralmente e radicalmente il tipo di percezione dell’identità italiana e la sua rappresentazione culturale proiettata verso l’esterno. Abbiamo bisogno di nuove narrazioni culturali dell’Italia e dell’italianità, che fuoriescano finalmente dall’autocelebrazione retorica – così come dall’autocommiserazione (l’altra faccia del medesimo atteggiamento, se ci pensiamo).

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