Infinite Jest Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/infinite-jest/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Mar 2022 15:19:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Infinite Jest Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/infinite-jest/ 32 32 Tradurre “Infinite Jest” – Giulia Bocchio intervista Edoardo Nesi https://minimaetmoralia.it/interviste/tradurre-infinite-jest-giulia-bocchio-intervista-edoardo-nesi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tradurre-infinite-jest-giulia-bocchio-intervista-edoardo-nesi/#respond Mon, 21 Mar 2022 15:19:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50173 di Giulia Bocchio   Provate a cercare su Google la prima traduzione italiana di Infinite Jest, di Edoardo Nesi. Sì l’edizione Fandango: vi ritroverete davanti a quello che oggi è a tutti gli effetti un cimelio. L’autore, David Foster Wallace, è un genio iconico, che ha lasciato dietro di sé palle da tennis, aragoste e […]

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di Giulia Bocchio

 

Provate a cercare su Google la prima traduzione italiana di Infinite Jest, di Edoardo Nesi. Sì l’edizione Fandango: vi ritroverete davanti a quello che oggi è a tutti gli effetti un cimelio.
L’autore, David Foster Wallace, è un genio iconico, che ha lasciato dietro di sé palle da tennis, aragoste e un sacco di cose divertenti e commoventi che forse non troveremo più in nessun altro.
Il 21 febbraio scorso, Wallace, avrebbe inoltre compiuto sessant’anni.
Il tempo che stiamo vivendo – questo affollato presente ricco di contraddizioni, fatto di web, nuovi virus e profili social variegatissimi – non saranno né le sue opere né i suoi bizzarri personaggi a raccontarcelo, con quella lingua che è un’autentica autopsia della pancia del mondo; quello che resta di DFW è una preziosa e incommensurabile produzione di libri che forse invecchieranno, ma che manterranno intatta quella sensazione di avere trovato in lui uno strambo ma necessario amico.

 

Giulia Bocchio: Ho qui davanti a me, mentre parliamo, tutti i libri che David Foster Wallace ha scritto e guardandoli, ricordando ogni narrazione e sotto trama che c’è dentro ognuno di loro, è affare complesso capire da dove iniziare, da dove cominciare per raccontare la sua storia. Che è una storia di ossessioni, di personaggi estremamente caratterizzati e strambi, una storia che è tutta nella scrittura e nella lettura. Un diluvio. E quindi racconteremo di come abbiamo cominciato noi, a scoprirlo…

Edoardo Nesi: Tanti anni fa, negli anni Novanta, uscì un numero di Panta dedicato agli americani – Panta era una rivista letteraria molto bella e curata, pubblicata da Bompiani – e fra una pagina e l’altra c’era questo racconto, intitolato Per sempre lassù, tradotto da Edoardo Albinati, di un certo David Foster Wallace, un autore giovane, che non conoscevo. Rimasi folgorato, anche perché al tempo ci raccontavano che la letteratura americana fosse tutta lì, nei libri di Bret Easton Ellis per esempio: questo era qualcosa di molto diverso. Un giorno poi lessi sull'”Espresso” che era uscito un suo romanzo, un testo amato dagli studenti universitari: quel romanzo, che io comprai e lessi tutto, era Infinite Jest. È cominciata da lì la grande storia d’amore con Wallace. Ci sono romanzi nei quali t’accorgi di entrare completamente dentro la storia, perché parlano a te e di te con una qualità straordinaria e con uno stile che richiede sì attenzione, ma che non è mai difficile. Lui va a una velocità doppia rispetto agli esseri umani, ma con le sue soluzioni letterarie ti restituisce tantissimo.
Fa anche molto male leggere Wallace se sei uno scrittore o una scrittrice, perché se pensi di poter fare quello che fa lui sei fregato/a…

G.B. A proposito di scrittori e scrittici, io ho cominciato a leggere DFW nel 2015, frequentavo una scuola di scrittura creativa: letture, stimoli, esercizi, input da ogni parte eppure ricordo quel periodo con un velo di inquietudine: ho smesso di scrivere. Paradossale, in un ambiente che promuoveva l’opposto. E così ho preso in prestito dalla biblioteca della scuola La ragazza dai capelli strani, poi i saggi, Infinite Jest, La scopa del sistema, Oblio e non ho più smesso. È stato davvero un antidoto contro la solitudine, è stato un amico e mi ha fatto ridere e commuovere quasi sempre. I protagonisti dei suoi libri sono estremamente caratterizzati, alcune descrizioni che li riguardano sono sconfinate eppure tutto è chiaro, sono inconfondibili.
La sua grandezza è racchiusa nell’uso virtuoso e a tratti elefantiaco che fa della parola, David Foster Wallace ha una relazione quasi erotica con il linguaggio, ma di un erotismo disperato, stile dipendenza sessuale…

E.N. Sì in parte è così. Prendiamo i suoi personaggi: come dici tu, sono molto caratterizzati. Hai come l’impressione che siano stati molto, molto, pensati prima di essere scritti. Ognuno di loro vive di vita propria, una vita che esula dal libro nel quale si trovano: è come se ci fosse di più. E bisogna conoscerli bene per potersi permettere di raccontarne solo una parte: questo è un grande insegnamento che Wallace concede e che io ho imparato grazie a lui. Ci sono dei momenti all’interno della sua scrittura che si presentano lì dinanzi a te, chiari, anche nei dialoghi molto lunghi che ci sono, che fanno parte del suo stile, sai sempre benissimo chi sta parlando, perché i suoi personaggi sono così, sai chi sono: li riconosci.

G.B. Tu sei stato il primo a tradurre quell’immenso romanzo che è Infinite Jest. Complesso, frammentato, lì confluiscono tanti temi cari a Wallace. Che significato ha avuto per te un così grande lavoro di traduzione e immersione nell’opera?

E.N. La traduzione di Infinite Jest è un lavoro di cui vado molto fiero, perché tradurre è sempre una straordinaria lezione di scrittura, vedi l’opera completamente aperta davanti a te, per questo vale la pena farlo, specialmente per i grandi autori, ed è un impegno che ti aiuta a comprendere la funzionalità del testo: perché un capitolo si colloca in un certo punto – come accade in Infinite Jest, dove questi potrebbero cambiar posto e invece funzionano proprio lì dove sono.
Ebbi all’epoca una corrispondenza con lui, via fax, mediata sempre dalla sua agente, perché avevo bisogno di capire come gestire alcuni termini, alcune citazioni. Non potevo mettere altre note, perché c’era già un apparato di note di oltre cento pagine e quando chiesi come regolarmi lui rispose che gli piaceva l’idea di un lettore che davanti a un termine a lui sconosciuto si fermasse, sospendesse un attimo la lettura, per andarlo direttamente a cercare su un’enciclopedia o vocabolario. Questa era una visione veramente interessante.
La mole era importante, ci è voluto un anno mezzo di lavoro quotidiano, come se fosse un libro mio, era necessario poi stare attenti a ogni passo, come la citazione di prodotti o programmi televisivi americani. Ha richiesto grande energia, anche fisica.
Ma quel libro era il prodotto di una mente superiore e quando una mente superiore si manifesta vale la pena provare a capirla, altrimenti perché leggerla?
Tradurre questo libro mi ha insegnato molto sulla tolleranza, attraverso i personaggi stessi, molto sul desiderio, perché sostanzialmente è un libro sul desiderio, Infinite Jest, ma anche sulle dipendenze e di come queste si rivelano in tutte le loro conseguenze…

G.B. Infinite Jest è un libro unico nel suo genere, credo viva ormai di vita propria; non solo per la sua struttura, ma anche per la sua natura “fisica” di oggetto concreto, maneggiarlo, andare avanti e indietro nel leggere e rileggere certe note: richiede grande attenzione e gesti specifici e non è proprio maneggevole…

E.N. Oltre mille pagine, oggettivamente hanno un peso!
Quel libro non assomiglia a nessun altro, per struttura, varietà d’ispirazione. Ogni scrittore si trova di fronte a un’idea che poi, a un certo punto, vorrebbe raccontare attraverso fatti e passaggi in più, ma farlo porterebbe fuori strada, fuori dal romanzo stesso: e quindi sono parti potenziali che tagli o che sai rallenteranno la narrazione. Lui non fa niente di tutto questo, lo dimostra la storia meravigliosa dei terroristi quebechiani in sedia a rotelle che saltano in aria: una trovata geniale, che apprezzi di più attraverso una nota, episodio che inserito nel testo stesso non avrebbe cambiato di molto il numero delle pagine o la vicenda in sé, eppure lui sa dove inserire ogni cosa, perché il lettore possa meglio goderne. Questo è un altro bellissimo insegnamento che ci ha regalato.
Ancora oggi, ogni tanto, lo riapro e ne rileggo qualche passaggio, un po’ come faccio anche con Proust.

G.B. Nessuno più di lui sapeva a maneggiare la descrizione dei dettagli, nei suoi libri questi diventano artigli nel raccontarti la vita, o le nostre pochezze quotidiane… Un altro aspetto che emerge, quando si parla di Davis Foster Wallace, è la straordinaria metafora fra la vita e il tennis. Sport che l’autore conosceva bene e che secondo me somiglia all’atto della scrittura come nessun altro. Come davanti all’avversario sulla terra battuta, così l’artista sulla pagina: ci sei tu, c’è il tuo ego, la tua mente, la sfida è con te stesso. E c’è quella necessaria solitudine che fa sempre la differenza.

E.N. Interessante questa visione. Io stesso ho giocato a tennis, specialmente in gioventù, è uno sport che conosco e che mi ha aiutato nella traduzione, visto il tema ricorrente. La traduzione presuppone sempre una buona base di conoscenza.
In Wallace il tennis è davvero una metafora dell’esistenza, le paranoie e i disturbi dei ragazzini che lo praticano in Infinite Jest si riflettono nelle loro vite.
E comunque è uno sport che richiede una certa dose di paranoia, per essere giocato bene!

G.B. David Foster Wallace è morto nel 2008, è lì che si conclude la sua parabola tragica. Oblio, a differenza di altri suoi scritti, è una raccolta che non rileggo mai, l’ho lasciata lì, su un ripiano nascosto della libreria, per il forte senso di inquietudine e di ombra che quelle storie trasmettono. Le digressioni dense, il pensiero che diventa un labirinto di parole: a conti fatti, è come se quest’opera avesse in qualche modo anticipato il suo suicidio… E chissà cosa avrebbe detto o scritto dell’egemonia dei social media nella nostra vita, delle derive di internet, di questo nostro essere sempre iperconnessi, chissà cosa si sarebbe inventato a proposito del Metaverso…

E.N. Per quanto riguarda Oblio sì, è oscuro, si percepisce.
In generale lui poi era meraviglioso nei saggi, che è la produzione che io amo di più di Wallace. Basti pensare al saggio su McCain, Considera l’aragosta, Una cosa divertente che non farò mai più.
Se n’è andato nel momento in cui ci sarebbe stato pù bisogno dei suoi libri, perché aveva un modo suo di vedere e raccontare il mondo, con questa grande, immensa, umanità di fondo che più passavano gli anni, più emergeva dai suoi scritti; gli ultimi sono i più sofferti. Una grande mente che forse faceva fatica ad adeguarsi allo scorrere del tempo, ma la sua fu un’esistenza difficile, paralizzato da problemi di più tipi… Ed è incredibile come sia riuscito, nonostante questi aspetti, a regalarci una letteratura e un’opera così unica e importante. Leggerlo è come avere un amico, un fratello più grande che ti fa sentire meno solo e che ti fa anche divertire molto.
Ecco perché vale la pena scoprirlo, raccontarlo, continuare a leggerlo… a dimenticare si fa presto!

 

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Vent’anni di Infinite Jest https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/appunti-su-un-discorso-su-infinite-jest/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/appunti-su-un-discorso-su-infinite-jest/#comments Mon, 01 Feb 2016 14:00:48 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=666 Esattamente vent'anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l'occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»...) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

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fritz

Esattamente vent’anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l’occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pannolone per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

Un’intervista a Wallace: «Avete mai letto Larry Niven? È veramente un grande scrittore, fantascienza d’altissimo livello. Parla di gente con i fili impiantati nel cervello. Trovate tecnologiche di questo genere ce ne sono un sacco in IJ. Si collegano al tuo cervello e ti danno la possibilità di avere un sistema attraverso il quale tu ti attacchi a una presa in un muro e i tuoi centri del piacere vengono stimolati. E in Niven – e io non avevo letto Niven prima di aver pubblicato IJ – questi tizi con i fili in testa muoiono. Perché non mangiano e non bevono niente. Una specie di orgasmo continuo. Dunque, se ci fosse la tecnologia disponibile e uno avesse i soldi per farlo, e tu potessi in pratica darti un bacio d’addio per tutto il resto della tua vita, lo faresti? Io non ne ho idea. E quello che è interessante è che 60, 70 anni fa la persona media avrebbe risposto: “Assolutamente no. Solo i perversi, i devianti, gente dalla volontà corrotta potrebbe comportarsi così”. Oggi penso che l’individuo morale medio risponderebbe: “Sinceramente non lo so”. Anche a me piacerebbe dire di no, ma la prima volta che sono stato veramente depresso e la vita mi sembrava una merda, mi sarei collegato volentieri a una presa». (con David Wiley, Minnesota daily, 27.2.1997)

Paranoia

La paranoia come stato basico della percezione del mondo. DeLillo lo mostra in modo meraviglioso in Rumore bianco, dove la quotidiana comprensione della realtà è completamente devastata dalle abitudini provocate dall’intrusione dei media (i bambini si fidano che piove solo se lo sentono alla radio) e dalla diffusione degli psicofarmaci (l’utopia del libro è la quest di una pillola che curi dalla paura della morte, ossia dall’umanità stessa).

Ma un mondo colonizzato dalla paranoia, questo è chiaro a DeLillo come a Palahniuk come a Saunders come a Wallace…, non esaurisce né annulla la gamma emozionale, ma la perverte/trasforma, e crea quelle non così fantascientifiche possibilità dell’umano. «…Ed è per questo che Hal e Schacht gli hanno regalato per il suo ultimo compleanno un poster che hanno messo sopra una mensola della stanza di Pemulis, e nel poster c’è un re divorato dalle preoccupazioni con una grande corona in testa che siede sul trono e si gratta il mento e rimugina, con una didascalia: SÌ, SONO PARANOICO – MA SONO ABBASTANZA PARANOICO?» (IJ, p. 1376).

Televisione

(…)
«Questo gap generazionale nella concezione del realismo dipende, ancora, una volta, dal ruolo della tv. La generazione di Americani nati dopo il 1950 è stata la prima per cui la televisione era un qualcosa con cui vivere invece che un semplice qualcosa da guardare. I nostri vecchi tendono a considerare l’oggetto televisione come le ragazzine smaliziate negli anni venti consideravano le automobili: una curiosità diventata prima una forma di divertimento e poi di seduzione vera e propria. Per gli scrittori più giovani, la tv fa parte della realtà tanto quanto le Toyota o gli ingorghi» («E unibus pluram», in Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), minimum fax 1999, p.85). La televisione ha formato le nostre coscienze al punto che si può parlare di era pretelevisiva e post-televisiva, e al punto in cui la televisione non soltanto occupa di stanza il nostro immaginario presente, ma ha finito con l’informare anche tutti gli altri nostri sentimenti.

«Mi manca la TV», disse Orin, guardando di nuovo in basso. Non sorrideva più con distacco. «La vecchia televisione delle trasmissioni commerciali. […] Mi mancano le pubblicità a volume più alto dei programmi. Mi mancano le frasi “Ordinalo subito prima di mezzanotte” e “Risparmia più del 50 percento”. Mi manca quando dicevano che i programmi erano stati filmati in studio davanti a un pubblico vero. Mi mancano gli inni a tarda notte e le riprese della bandiera e i jet da combattimento e i capi indiani con la pelle color del cuoio che piangevano davanti ai rifiuti. Mi mancano “Sermonette” ed “Eversong” e le videate di prova e quando ti dicevano a quanti megahertz il trasmettitore stava trasmettendo. […] Mi manca di prendere in giro le cose che amavo. Come quando ci riunivano nella cucina con le piastrelle a scacchi di fronte al vecchio scatolame Sony a raggio catodico la cui ricezione era sensibile agli aeroplani e prendevamo in giro l’insulsaggine commerciale della roba trasmessa. […] Mi manca quella roba con un denominatore così basso che potevi guardarla e sapevi in anticipo quello che avrebbero detto gli attori. […] Mi mancano le repliche estive. Mi mancano le repliche infilate in fretta nei programmi per riempire gli intervalli degli scioperi degli scrittori o degli attori. Mi mancano Jeannie, Samantha, Sam e Diane, Gilligan, Hawkeye, Jed e tutti gli altri onnipresenti mostri della televisione. Capito? Mi manca vedere e rivedere sempre le stesse cose». (IJ, p.799)

La pubblicità

(…)

L’invasione degli oggetti

(…)

L’adolescenza

I ragazzini diciottenni allievi dalla Enfield Academy di tennis non sono protagonisti di racconti di formazione. I ragazzini in Wallace non si formano, perché il loro mondo dell’adolescenza è già iperformato, e le scelte esistenziali che in genere spettano a quest’età, all’età della ragione, sono state già (non) fatte da qualcun altro, o da una volontà impersonale della società. Quali sono le possibili alternative esistenziali in una società dove l’autorealizzazione (leggi, il successo mediatico) e l’orgoglio di quest’autorealizzazione possono essere considerate le uniche possibilità di una vita degna di essere vissuta?

Un tentativo serio e commovente di rispondere Wallace lo fa in uno dei suoi primi saggi, L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano, in cui dopo aver descritto la vita di un uomo schiacciato fin dall’età di cinque anni dalla devozione assoluta per quella epitome dello show-business che è lo sport professionistico, così conclude: «A prescindere dal fatto che finisca o meno nella top ten e che diventi un nome conosciuto da tutti, Michael Joyce è, in altre parole, un uomo completo (anche se in una maniera grottescamente limitata). Ma vuole di più. Non maggiore completezza; non pensa in termini di virtù o di trascendenza. Vuole essere il migliore, vuole che il suo nome sia famoso, vuole sollevare trofei da professionista sopra la propria testa voltandosi pazientemente in ogni direzione verso i fotografi e le telecamere. È un americano e vuole vincere. Questo vuole, ed è disposto a pagare per ottenerlo ed è disposto a pagare con la gioia senza rimpianti di un uomo per cui il problema della scelta è diventato irrilevante molto tempo fa. Per Joyce, a 22 anni, è già troppo tardi per qualunque altra cosa: ci ha investito troppo, c’è dentro fino al collo. Penso che sia tanto fortunato quanto sfortunato. Lui dice che è felice, e dice sul serio. Augurategli buona fortuna». (Tennis, tv…, cit., p. 300)

La tecnologia

(…)

Vedere

Una delle più grandi impasse nella possibilità di trasmettere emozioni attraverso la letteratura deriva semplicemente dal fatto che la maggior parte di noi ha sviluppato un’iperconsapevolezza del proprio sguardo, si vede vedere(1). L’equazione fallace è semplicemente questa: maggiore possibilità di comunicare non vuol dire maggior comunicazione, ma può voler significare anche una crescita delle difficoltà di aprirsi nei confronti degli altri, una nascita di psicosi provocate da quella contraddizione in termini della società delle immagini che recita: «Cerca di essere spontaneo».
Per esempio: da un saggetto-nel-romanzo, che sta dentro IJ: «Venne fuori che c’era qualcosa di tremendamente stressante nelle interfacce telefoniche visuali, che in quelle solo audio stressante non era stato affatto. Gli utenti videofonici sembrarono rendersi improvvisamente conto di essere caduti in un’insidiosa ma stupenda illusione riguardo alla telefonia solo vocale. Non l’avevano mai notata prima, l’illusione – è come se fosse stata così complessa sul piano emozionale da poter essere capita solo nel contesto della sua perdita. La buona vecchia conversazione telefonica tradizionale solo audio consentiva di presumere che la persona dall’altro lato stesse prestando un’attenzione completa alla telefonata […]. Si giungeva a credere di poter ricevere la completa attenzione di qualcuno senza doverla ricambiare. […] La video-telefonia rese questa fantasia insostenibile». (IJ, p. 196)

La matematica nella fiction

(…)

Le ferite

Quando Marco Cassini e Martina Testa hanno raccolto i testi per l’antologia dei Burned children of America (minimum fax), non cercavano altro che i migliori racconti inediti dei migliori nuovi scrittori americani. Non avevano una tendenza da mostrare, e in molti casi si sono ritrovati per problemi di diritti a ripiegare su delle seconde scelte. Fatto sta che l’antologia che hanno curato mostra delle affinità di fondo tra i racconti, e la più emergente è quella della continua presenza di traumi fisici, esemplificazione ostentata di un disagio morale talmente pressante da esplodere sulla pelle: e allora escoriazioni, mutazioni, amputazioni, ustioni, deformazioni. Remote o recenti.

I personaggi di IJ hanno spesso la stessa attitudine a imporsi ferite. E c’è qualcosa di virtuosistico in quest’autolesionismo, quasi si dovesse trovare una nuova e più intensa forma di pietà per venire incontro a questi uomini cutaneamente addolorati. James O. Incandenza si suicida infilando la testa in un forno a microonde la cui chiusura elettronica ha precedentemente sabotato in modo che funzionasse anche con lo sportelletto aperto, Eric Clipperton gioca e vince sempre i suoi match di tennis puntandosi una pistola alla testa e minacciando di spararsi in caso di sconfitta.
Il programma radiofonico di culto dei ragazzi della Enfield e della Ennet è E adesso più o meno sessanta minuti con Madame Psychosis. C’è una puntata in cui lei fa il suo struggente Discorso della Montagna: «Obesità. Obesità con ipogonadismo. Anche obesità morbosa. Lebbra nodulare con facies leonina. Gli agromegalici e gli ipercheratosici. Gli enuretici, quelli con gli spasmi da torcicollo. Quello con il naso incurvato. Quelli con gli arti atrofici. E sì, i chimici e matematici puri, anche quelli con il collo atrofico. Scleredema adultorum. Quelli che trasudano, quelli con la dermatite seborroica. […] Gli idrocefalici. I tabescenti e i cachettici e gli anoressici. Quelli con il morbo di Brag con le loro pesanti piaghe di carne rossa. Quelli con l’angioma e il carbonchio o gli steatocriptici, o Dio salvi tutti e tre. Sindrome di Martin- Amat, dici? Vieni avanti. Quelli con la psoriasi, con l’eczema. Gli scrofodermici. Gli steatopigi a forma di campana, con i vostri pantaloni speciali. Gli afflitti da Pityriasis Rosea. C’è scritto: Venite tutti a me, voi detestabili. Beati i poveri in corpo perché di loro…» (IJ, p. 251)

Le metafore

(…)

La possibilità del riconoscimento del male radicale come cammino soterico

La società americana, sembrano dire i vari Burned children, sembra una società del tutto diseducata al senso di colpa, alla consapevolezza del male, una società infinitamente autoindulgente. Per questo l’identificazione del male, della colpa può avere un effetto deflagratorio all’interno di una prospettiva di soffocamento della coscienza. La teoria del male in IJ comprende le variazioni di un male inspiegabile e di un dolore abissale come viatico alla possibilità stessa di riconquistare una dimensione etica, preclusa da un’esistenza normalmente votata a un grado estetico (nei due sensi: visivo, di piacere).

Franzen che parla del mistero: «Il senso di solitudine e inutilità e smarrimento che la frammentazione sociale può produrre – tutta roba che si può raccogliere sotto la generica intestazione o’connoriana di mistero – è già sufficiente per etichettarla come malattia. Una malattia ha delle cause: anomalie nella chimica del cervello, abusi sessuali infantili, il patriarcato, le disfunzioni sociali. E ha anche delle cure: Zoloft, terapia di recupero della memoria, il Contratto con l’America, il multiculturalismo, il World Wide Web. Una cura parziale, o meglio ancora, una serie infinita di cure parziali, ma, in mancanza d’altro, anche la semplice consolazione di sapere che hai una malattia – qualunque cosa è meglio del mistero. La scienza aggredì il mistero religioso molto tempo fa. Ma fu soltanto quando la scienza applicata, sotto forma di tecnologia, modificò sia la richiesta di narrativa che il contesto sociale in cui la narrativa veniva scritta, che noi scrittori ne avvertimmo in pieno gli effetti».

(il male)

Una scena con Kate Gompert, una tizia gravemente depressa e il suo medico, l’interno. È lei (con una potenza poetica pari a dei brani sulla follia e la sofferenza di Sylvia Plath o di Sarah Kane), è lei che parla per prima: «”Me l’hanno già fatto l’elettroshock e mi hanno tirato fuori. Le infermiere con le scarpe da ginnastica chiuse nei sacchetti verdi. Le iniezioni antisaliva. Quell’affare di gomma per la lingua. L’anestesia totale. Solo qualche mal di testa. Non mi dispiaceva affatto. So che tutti pensano che sia orribile. Quella vecchia cartuccia2 con Nicholson e l’indiano gigante. È una visione distorta. Ti fanno la totale qui, vero? ti addormentano. Non è così male. Lo faccio volentieri”. L’interno stava scrivendo sulla tabella la cura che la ragazza voleva ricevere, era un suo diritto. Scriveva molto bene per essere un dottore. Mise tra virgolette il suo mi tiri fuori. Quando Kate Gompert si mise a piangere per davvero lui stava aggiungendo la sua domanda postvalutativa: E poi?»

QUESTIONI STILISTICHE

Il realismo

La sfida del realismo è la sfida (per cui la mimesi ha già in sé una forza etica) che Wallace non si esime dall’affrontare, ma non prima di averla riformulata tenendo conto della ridefinizione avvenuta da parte dell’invasione (spesso dittatoriale) della rappresentazione per immagini. La questione è la stessa con cui a metà degli anni novanta si trova a fare i conti Jonathan Franzen, quando si pone il problema di come essere un romanziere popolare. In Forse sognare (in “Harper’s” 1996, ora in Come stare da soli, Einaudi 2003) Franzen si mostrava ossessionato dal potere nefasto nella formazione simbolica esercitato dalla televisione e dai media in generale: come fare sì che il romanzo non venga ridotto a una reliquia culturale? Come è possibile contrastare il dominio della mitopoiesi commerciale? Wallace non ha mai questo tono manicheo nei suoi saggi; piuttosto ogni volta sembra avere a cuore la comprensione della continua trasformazione di ciò che viene richiesto a uno scrittore, gli standard di percezione del reale, la sua capacità di rielaborazione.

«Realismo letterario a un mondo degli anni novanta la cui definizione è stata deformata dal segnale dell’antenna. Proprio perché uno dei più grandi compiti della narrativa realistica era di rendere possibile il passaggio oltre i confini, aiutando il lettore a superare le barriere dell’individualità e della geografia, a inventare e a mostrarci genti, culture e modi di essere mai visti e neppure sognati. Il realismo rendeva ciò che è strano familiare. Oggi, che noi possiamo mangiare cucina messicana con le bacchette, mentre ascoltiamo musica reggae e, attraverso un satellite sovietico, vediamo al telegiornale la caduta del muro di Berlino – cioè oggi che quasi ogni dannata cosa ci si presenta come familiare – non è certo sorprendente che la parte più ambiziosa della narrativa realista contemporanea sta cercando in tutti i modi di rendere ciò che è familiare strano”. (Tennis, tv…, cit., p. 78)

Il mimetismo fonetico e il mimetismo visivo: queste sembrano due sotto-sfide all’interno della sfida del realismo, che ha in mente Wallace quando scrive. La possibilità di arrivare a uno sguardo e a una voce, si direbbe, fenomenologicamente pura: rispetto allo standard radiofonico e fotografico al quale siamo abituati dalla confidenza con la nostra normale attività di fruitori di entertainment, si dovrà pensare allora di tendere a un grado maggiore di realismo, a un iperrealismo spesso epifanico, dove quell’iper ha la stessa funzione catartica nei confronti dell’espressività, che nei dipinti di Estes o Going.

Vocabolario

Aprendo a caso IJ: «Nodo kekuliano», «nubi teratogene», «prospettiva anticonfluenzionale», «il compagno di stanza adoneideo»…. Il lessico di Wallace è uno dei più estesi della letteratura contemporanea; le sue traduzioni italiane di riflesso delineano uno degli italiani più ricchi oggi esistenti: capaci di abbracciare con una compenetrazione capillare campi linguistici disparatissimi, la botanica come il gergo del rap, la teoria dei numeri come la chimica degli psicotropi. L’enciclopedismo per Wallace è una questione personale che diventa rilevante letterariamente e anche politicamente. Sua madre ha curato l’edizione di diversi vocabolari (Avril, la madre dei tre fratelli Incandenza nel libro riveste un ruolo importante nella associazioni di correttisti The Grammarians of Massachusetts) e nel saggio Tense present uscito su Harper’s, racconta di quando, lui piccolo, nella famiglia Wallace si faceva questo gioco a tavola: se c’era uno dei bambini che sbagliava una parola o un’espressione, la signora Wallace faceva finta di rimanere soffocata dal cibo, finché il bambino non si correggeva.

Nello stesso saggio la questione principale è il dibattito tra grammatici prescrittivisti e grammatici descrittivisti (e i vocabolari corrispettivi) e quella che potrebbe essere una lunga digressione accademica «arida come la polvere», finisce col riformulare attraverso l’analisi dei vocabolari, e dei vocabolari d’uso soprattutto, questioni di non mera lettera: l’importanza di una autorevolezza storica non paradigmatica in una lingua contro i riduttivisti del cambiamento; la molteplicità di fattori apparentemente marginali nell’evoluzione di una lingua (come per esempio l’eufonia: l’espressione Where’s it? suona molto peggio metricamente dello scorretto Where’s it at?); il disegno orwellianamente eufemistico del politically correct; e soprattutto il razzismo intrinseco del linguaggio americano standard insegnato nelle scuole (l’americano medio bianco è solo un dialetto in mezzo ad altri dialetti dell’inglese).

Gli elenchi e le anafore

Se si vuole essere realisti e quindi si vuole riflettere mimeticamente sulla pagina il senso di accumulo che respiriamo come non farlo con gli elenchi e le anafore? Come Rick Moody nel libretto-intervista Col pianoforte ero un disastro che rivendica anche teoricamente l’elencofilia come impronta forte della sua generazione di scrittori. Oppure con due pagine intere di «poveri in corpo», l’intera cinematografia di James O. Incandenza (che comprende titoli come L’unione dei grammatici teorici di Cambridge, L’uomo che cominciò a sospettare di essere fatto di vetro, Accordo pre-nuziale di inferno e paradiso…), oppure tutte le cose che si possono scoprire in una struttura statale di recupero da Sostanze: «Che le persone dipendenti da una Sostanza che smettono all’improvviso di assumere quella Sostanza soffrono spesso di una forma perversa di acne papulosa che può durare mesi in attesa che gli accumuli di Sostanza abbandonino lentamente il corpo. […] Che esiste una categoria di persone che porta la foto del proprio medico nel portafogli. […] Che si riesce ad avvertire una specie di microsballo anfetaminico se si consumano in rapida successione tre Millennial Fizzy e una confezioni di biscotti Oreo a stomaco vuoto. (Per avere il microsballo bisogna però riuscire a trattenerli nello stomaco, cosa che i vecchi residenti spesso dicono ai nuovi.) […] Che alcune persone sembrano dei roditori. Che certe prostitute tossicodipendenti hanno più difficoltà. Che certe prostitute tossicodipendenti hanno più difficoltà a smettere con la prostituzione che con la droga, fornendo poi una spiegazione che riguarda l’opposta direzione del flusso di denaro nelle due attività. […] Che ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. […] Che anche il gioco d’azzardo può essere una fuga abusabile, e così il lavoro, lo shopping, rubare nei negozi, e il sesso, e l’astinenza, e la masturbazione, e il cibo, e l’esercizio fisico, e la preghiera/meditazione, e lo stare così vicino al vecchio cartuccia-visore D.E.C. del TP della Ennet House da avere il campo visivo interamente invaso dallo schermo e l’elettricità statica che ti pizzica il naso. […] Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. […] Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. […] Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso che poi ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un Dio o meno piuttosto in basso nella lista di cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano». (IJ, pp. 270-275)

ironia, meta- e image-fiction

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«Surrealmente astratto e melodrammatico”: ironia e Alcolisti Anonimi

Il cinema del regista James O. Incandenza, patriarca della famiglia Incandenza, fondatore della Enfield Academy, e regista sperimentale viene definito così, «surrealmente astratto e melodrammatico» a pag. 91 di IJ. Questa stessa definizione sembra quella che si adatta meglio all’intero libro.
«Gli Alcolisti Anonimi della Ennet House sono una delle due comunità più importanti di protagonisti di IJ (l’altra è composta dai tennisti della Enfield Academy) e le loro storia, le loro possibilità retoriche hanno la funzione di creare uno set limitato di regole strutturali significanti rispetto al possibile caos di un virtuosismo postmoderno. Negli AA la forma narrativa è sempre funzionale. Sia il postmoderno che la narrazioni degli AA sono risposte a quella frammentazione che Wallace descrive nella sua metafora della festa. Ma dove il postmoderno risponde alla frammentazione con una frammentazione della struttura narrativa, le narrazioni degli AA rendono coerente il materiale frammentato. I membri degli AA imparano tutti a raccontare la propria storia in una nuova forma che ristruttura la loro identità. Forniscono un complesso di convenzioni narrative che permettono ai membri di comprendere se stessi in quanto alcolisti e in quanto membri degli AA. Queste convenzioni narrative condivise inoltre eliminano le differenze concettuali e stilistiche che potrebbero bloccare la comunicazione. Dal punto di vista formale, i testi postmoderni vanno in direzione opposta. Inventano nuovi blocchi concettuali e stilistici che rendono la comunicazione una sfida più stimolante». (Brooks Daverman, The Limits of the Infinite: The Use of Alcoholics Anonymous in «Infinite Jest» as a Narrative Solution after Postmodernism, Senior Honors Paper, Oberlin College, 25 aprile 2001.)

Nel saggio E unibus pluram, nel 1990 (citato sopra), Wallace pronosticava (cogliendo nel segno) che la prossima generazione emergente di scrittori sarebbe stata capace di elaborare una nuova retorica credibile dell’empatia, dell’ingenuità, della melodrammaticità. In questo senso il percorso di discesa e risalita degli AA riflette questo bagno di purificazione che è necessario alla narrativa.

«”E insomma a quarantasei anni mi tocca imparare a vivere in base a dei luoghi comuni”, è quanto Day dice a Charlotte Treat subito dopo che Randy Lenz ha chiesto l’ora, ancora una volta, alle 08.25h. “Devo piegare la mia volontà e la mia vita ai luoghi comuni. Un giorno alla volta. La calma è la virtù dei forti. Comincia dal principio. Il coraggio è la paura che ha detto le preghiere. Chiedi aiuto, Sia fatta la Tua e non la mia volontà. Funziona se ci credi. Cresci o vattene. Non mollare”» (IJ, p. 360)
«Come fanno le cose squallide a essere squallide? Come mai di solito la verità non è soltanto non interessante, ma anche antiinteressante?» (IJ, p. 478)

Le ellissi

Perché un libro di 1434 pagine è costituzionamente ellittico e falsamente ricorsivo?
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Il postmoderno

Il postmoderno è stato un movimento liberatorio, cruciale per la letteratura americana tra gli anni sessanta e settanta (i nomi da tenere a mente sono i soliti Pynchon, Gaddis, Coover, Barth, Elkin, Barthelme). Parallelamente, altri autori percorrevano (più singolarmente) strade stilistiche più penetrate in una tradizione di fiction realista: Carver, Paula Fox, DeLillo, Roth… I migliori scrittori americani contemporanei sono cresciuti nutrendosi dei migliori principi di queste due specie di prospettive e oggi tentano di lavorare su/superare quei limiti che le due visioni implicavano, integrandole.

«Per me, gli ultimi anni del postmoderno mi hanno dato un po’ l’impressione tipo quando stai al liceo e i tuoi stanno fuori, e tu organizzi una festa… Per un po’ è fico e ti dà un senso di grande libertà, del genere dionisiaco quando il gatto è fuori. Ma poi il tempo passa e la festa diventa sempre più un casino, tu ti sballi di droghe… e quindi gradualmente cominci a sperare che i tuoi genitori ritornino e restaurino qualche cazzo di ordine nella tua casa… è la sensazione che percepisco della mia generazione di scrittori e intellettuali o quello che è: sono le 3 del mattino e il cuscino ha parecchie bruciature e… speriamo che il bordello finisca» (Dall’intervista di Larry McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, «Review of Contemporary Fiction», 13, 2 (1993), 127-50.)

Cosa deve avere uno scrittore oggi in più rispetto agli altri scrittori?

(La soluzione: la morte del romanzo diventa la morte nel romanzo, la crisi del romanzo diventa la crisi nel romanzo).
Credo che siano due le principali caratteristiche che fanno di Wallace «senz’altro il più geniale fra i giovani scrittori americani», come recita senza pudore la quarta di copertina dell’edizione italiana di IJ.

La prima è il riuscire a superare, nella scrittura, gli standard di appeal che l’entertainment stabilisce a dispetto della letteratura. Wallace scrive dialoghi che sono più intensi, profondi, scoppiettanti, eufonici, incisivi, divertenti… delle più alte vette cinematografiche e televisive. Wallace sa immaginare una serie di scene che sono figurativamente più esplosive e originali di qualsiasi film ad altissimo budget. Wallace conosce alla perfezione i meccanismi di seduzione che esercitano le immagini, e sa come rovesciare o intensificare questi meccanismi. La sua non è mai una scrittura di retroguardia, per lui la letteratura non è mai un genere in disuso dell’arte. Ma il genere massimo, la possibilità rinascimentalmente enciclopedica di conoscere il mondo e di dire la propria.

La seconda è la capacità di percepire i limiti e la finitezza della stessa pratica letteraria. Wallace racconta di avere avuto La Crisi precocemente, a 21 anni: non aveva progetti, non sapeva che fare della sua vita, avrebbe voluto implodere e mandare alle ortiche il proprio talento. Il racconto che sancì, a suo dire, la sua vocazione è il sublime The baloon di Donald Barthelme, una storia surreale e bizzarra su una mongolfiera in cui alla fine lo scrittore stesso confessa ai lettori che tutte quelle righe non derivano altro che dalla nostalgia della persona amata. Credo che chi scriva debba almeno una volta, se non ciclicamente, confrontarsi, sul senso più profondo del mettere delle parole sulla carta. E debba leggersi oltre a The baloon, Lost in the funhouse di John Barth, il wallaciano Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, il saggio sulla malattia del padre di Jonathan Franzen, il racconto Demonology di Rick Moody… È la contingenza necessaria della letteratura: che non serve a salvarci l’anima, ma aiuta a farci sapere come è fatta.

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Vuoto totale. David Foster Wallace e internet https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/david-foster-wallace-e-internet/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/david-foster-wallace-e-internet/#comments Fri, 14 Dec 2012 09:20:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11832 Nella foto: un taccuino di David Foster Wallace. (Fonte immagine: The New Yorker.)

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.

Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.

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Nella foto: un taccuino di David Foster Wallace. (Fonte immagine: The New Yorker.)

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.

Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.

Il rapporto di Wallace con il web non ha mai trovato la strada verso i suoi scritti pubblicati, ma la sua opinione in merito è trapelata in un paio di occasioni pubbliche. Nel 1998 si fece mandare in visione alcuni film per adulti candidati a un premio internazionale. Il pacco arrivò in forma anonima alla sua abitazione di Bloomington. Niente intestazione, niente dettagli sulla bolla di spedizione, nessun logo compromettente sulla confezione. Questo, non molto tempo dopo, gli diede spunto per riflettere su quanto nell’era di internet – allora così vicina all’esplosione globale –  questi accorgimenti fossero destinati a scomparire. Nel giro di pochi anni il porno si sarebbe imposto a chiunque avesse un accesso al web, non ci sarebbe più stato motivo di nasconderlo dietro l’ingresso a perline di una sezione speciale della videoteca, perché sarebbe stato non solo a disposizione, ma in arrogante prima fila assieme a centinaia di altri prodotti. Immagini invitanti e ammiccanti, occasioni irrinunciabili, offerte imperdibili. La vita privata di chiunque sulla piazza del pubblico dominio: la peggiore paura del granchio Wallace.

All’uscita di Infinite Jest, alcuni dei critici più perspicaci – o avanguardisti – si lanciarono in varie interpretazioni sulla lettura del tomo. Sven Birkerts sull’Atlantic fornì il suo punto di vista, individuando nel corto feticcio così coinvolgente da uccidere chiunque lo guardi, che fa da trait d’union alle varie vicende contenute nel romanzo, “una risposta allegorica a una sensibilità culturale alterata [da internet]”, probabilmente a voler giustificare in parte la scelta retrograda di utilizzare una videocassetta come frutto proibito di una storia ambientata in un futuro prossimo e possibile. Wallace dissentì: “È semplicemente il fatto di essere vivi, non occorre passare la vita su internet per sentirsi così.” La verità è che era terrorizzato dal web, quanto Ray Bradbury era terrorizzato dalle innovazioni tecnologiche. Il primo si vantava di non essere mai stato online, quanto il secondo di non aver mai messo piede su un aereo, ma entrambi si rendevano conto molto chiaramente di ciò con cui avevano a che fare. L’alienazione della persona attraverso la sua immagine virtuale era quello che per Ray erano i robot. La disfatta del genere umano.

Difficile immaginarlo impegnato in una sfida all’ultimo post sui social network, però qualcosa di scritto lo ha lasciato.

Wickedness è il titolo degli appunti per un racconto o un romanzo – chi può dirlo ormai? – tratti dai taccuini che fanno da corollario al Re pallido, e che D.T. Max ha recentemente esplorato in lungo e in largo per il New Yorker. La storia è la testimonianza di una preoccupazione, l’embrione di una critica sociale, ma anche la prova della curiosità di David nei confronti del mezzo internet.

Skyles è un reporter scandalistico, che cerca di dare sfogo ad alcune sue frustrazioni personali fotografando l’ex presidente Reagan nella casa di cura per malati terminali dove alloggia, afflitto dal morbo di Alzheimer. Anche Skyles è malato, ha un tumore alla bocca di pirandelliano respiro, e il reportage su Reagan, pubblicato online dal tabloid wicked.com, potrebbe essere il suo canto del cigno. Quello che in Jest era il video, alienante e invasivo, qui è il web. La grande vetrina in cui esporre e su cui scaricare tutte le proprie debolezze a discapito di quelle altrui. Un mezzo ancora più capillare, ancora più spudorato, una continua mostra di atrocità, capace di trasformare gli esseri umani in zombi senza senso della decenza e dell’autocontrollo. I robot che prendono il sopravvento.

La questione della crescente invasività dei media è sempre stato uno degli argomenti preferiti e temuti da Wallace. In Wickedness – chiamato anche Wickeder – i tabloid, i giornali scandalistici, la televisione, pur restando deprecabili nella sua visione, giocano la parte dei buoni. Il web è in grado di superarli di parecchie misure sul loro stesso campo, di trasformare la loro arroganza in un’ingenua sconvenienza. Sembra delinearsi il nuovo mostro. La differenza sta nel fatto che se i primi, pur razzolando nelle bassezze più gravi, lo fanno legalmente, il secondo se ne frega del regolamento. “Malgrado i sogni di globalità e informazione libera, [internet] è e resta il muro dei cessi della psiche americana” scrive accanto ai nomi vagamente inquietanti di siti inventati. Latrine.com, 10footpoll.com e filth.com, che non si fanno alcuno scrupolo a pubblicare servizi umilianti sulle celebrità pur di alimentare la fogna a cielo aperto del web. Chiunque può scatenare se stesso nella caccia alla celebrità, chiunque può scagliarsi contro chiunque in una sorta di orgia cannibale informatica in cui non esistono limiti di decenza o rispetto per gli altri. Se la televisione può essere spenta, i giornali posso essere ignorati, il web si insinua ovunque travestendosi da qualcosa non solo di utile, ma di necessario.

La storia di Skyles si arresta bruscamente dopo circa quattromila parole scritte a mano, mentre il protagonista, travestito da manutentore, si aggira per la casa di cura con una macchina fotografica nascosta sotto la tuta. Anche la figura di Skyles sembra voler richiamare la sporcizia e l’ambiguità del mezzo messo alla berlina. È sfigurato dal tumore e porta una maschera che gli nasconde mezza faccia. È grottesco, impacciato e viscido. Un antieroe che incarna l’idea del suo creatore. Non sapremo mai se riuscirà a portare a compimento la sua missione, né cosa Wallace avesse intenzione di fare delle proprie idee, così come non sapremo mai come avrebbe risposto alle accuse di Bret Easton Ellis.

A margine dell’incompiuto Wickedness c’è una nota che dice “Blankness is ok”, il vuoto totale va bene. E il vuoto ha vinto, dopotutto.

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L’ultima confessione di David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/libri/lultima-confessione-di-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/libri/lultima-confessione-di-david-foster-wallace/#comments Fri, 09 Sep 2011 08:52:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5135 Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri.

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Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax – traduzione di Martina Testa), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri. Stamattina Repubblica regala ai suoi lettori un’anticipazione, un estratto che noi rimbalziamo qui su minima, sicuri di fare anche a voi un graditissimo regalo.

Ti chiedi mai se i libri sono fuori moda? Te ne preoccupi mai? Come dicevamo ieri, erano dieci anni che Rolling Stone non faceva un pezzo su uno scrittore della tua età.
Penso che un tempo i libri fossero una componente importante del dibattito culturale, in una maniera in cui oggi non lo sono più. E il fatto che Rolling Stone, una rivista mainstream piuttosto importante, non ne parli più come una volta dice molto. Non tanto su Rolling Stone. Quanto sull’interesse che la nostra cultura nutre verso i libri.
Per me… lo sai anche tu, quando ci vediamo con altri scrittori questo diventa un grande argomento di conversazione, perché ci mettiamo tutti a lagnarci e a piagnucolare. Parliamo del declino dell’istruzione e del calo della soglia di attenzione della gente, e della responsabilità della tv in tutto questo. Ma per me la domanda interessante è: cos’è che ha fatto sì che i libri diventassero una parte meno importante del dibattito culturale? […] Ecco, secondo me molti di noi si dimenticano che in parte la colpa è dei libri stessi. È che probabilmente, sai… si crea una sorta di circolo vizioso per cui, man mano che gli scrittori perdono importanza a livello commerciale e rispetto alla cultura di massa, cominciano a difendere il proprio ego parlando sempre di più fra loro. E ponendosi come una sorta di conventicola chiusa in se stessa che non ha niente a che fare con i reali, normali lettori.
E quindi no, non credo che i libri siano passati di moda. Credo che debbano trovare modi radicalmente nuovi di svolgere il proprio compito. E penso che noi, per esempio, come generazione, non siamo stati granché bravi in questo.
[…] Ci sono cose che la grande letteratura può fare e che altre forme d’arte non riescono a fare così bene. E la principale mi sembra che sia il fatto di poter saltare al di là del muro dell’identità individuale e descrivere la propria esperienza interiore; e provocare, direi, una sorta di conversazione intima fra due coscienze. E il trucco starà nel trovare il modo per farlo in un’epoca, e per una generazione, che ha un rapporto radicalmente diverso con la comunicazione verbale lineare e prolungata nel tempo. Uno dei motivi per cui il mio libro [Infinite Jest] ha una struttura strana è che quantomeno tenta di imitare, strutturalmente, una sorta di esperienza interiore.
[…] Certe cose influenzano il tipo di esperienze interiori che uno vive. E i sentimenti di cui la letteratura deve parlare. Cioè, una persona di oggi passa molto più tempo di fronte a un monitor. In stanze illuminate dai neon, nei cubicoli degli uffici, a un capo o all’altro di un trasferimento di dati. E cosa significa essere umani, e vivi, ed esercitare la propria umanità in questo genere di scambio? Rispetto a cinquant’anni fa, quando il grosso dell’esperienza di una persona era, che ne so, avere una casa, un giardino, e farsi quindici chilometri in macchina ogni giorno per andare a lavorare in fabbrica. E vivere e morire nella stessa città in cui si nasceva, e sapere com’erano fatte le altre città solo dalle fotografie e da un cinegiornale di tanto in tanto. Insomma, ci sono un’infinità di cose che mi sembrano diverse, e la velocità a cui cambiano è proprio…
Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare… sarà cercare di creare una mimesi efficace quanto basta per mostrare che in realtà non è cambiato nulla. […] Che ciò che è sempre stato importante è ancora importante. E il nostro compito è capire come fare questa cosa in un mondo la cui consistenza sensoriale è completamente diversa.

E ciò che è importante – mi stai dicendo – è una certa fondamentale componente umana.
Sì, come dire… per chi vivo io? In che cosa credo, che cosa voglio veramente? Ecco, sono quel genere di domande così profonde che quando uno le fa ad alta voce sembrano banali.

Penso che ogni generazione trovi nuove scuse per spiegare come mai la gente si comporti sostanzialmente da schifo. L’unica costante sono i comportamenti sbagliati. Secondo me la nostra scusa, oggi, sono i media e la tecnologia.
Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti tanto, tanto spaventati. […] La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma […] il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così.
Per quanto mi riguarda, come maschio americano, il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. Secondo me funziona così da sempre, fin da quando gli uomini primitivi si picchiavano con le clave. Anche se si può descrivere in mille parole e in mille gerghi culturali diversi. E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo.

Quel vuoto si potrebbe anche tamponare usando strumenti interiori?
Personalmente, credo che se è tamponabile in qualche modo, lo è solo grazie a degli strumenti interiori. […] Quegli strumenti interiori bisogna guadagnarseli e svilupparli, e hanno a che vedere con… per fare della psicologia spicciola, con l’amore per se stessi. Come dire… se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano un valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo.

(c) David Lipsky, 2010 – by arrangement with Broadway Books, an imprint of the Crown Publishing Group, a division of Random House, Inc / Agenzia Roberto Santachiara – (c) minimum fax, 2011 – Tutti i diritti riservati. Traduzione di Martina Testa.

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The Pale King https://minimaetmoralia.it/libri/teh-pale-king/ https://minimaetmoralia.it/libri/teh-pale-king/#comments Sat, 07 May 2011 06:01:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4310 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

Wallace e Franzen
Esce in questi giorni in Inghilterra e Stati Uniti The Pale King, il romanzo postumo di David Foster Wallace (1962-2008), proprio mentre in Italia infuria il dibattito su Libertà di Jonathan Franzen.
Wallace era un carissimo amico di Franzen: dopo la sua intempestiva scomparsa, Franzen si è sbloccato e ha potuto scrivere Libertà quasi d’un fiato.

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

di Francesco Pacifico

Wallace e Franzen
Esce in questi giorni in Inghilterra e Stati Uniti The Pale King, il romanzo postumo di David Foster Wallace (1962-2008), proprio mentre in Italia infuria il dibattito su Libertà di Jonathan Franzen.
Wallace era un carissimo amico di Franzen: dopo la sua intempestiva scomparsa, Franzen si è sbloccato e ha potuto scrivere Libertà quasi d’un fiato. Grandi figure della letteratura, hanno entrambi agguerriti sostenitori (talvolta riuniti in opposte fazioni), e si contrappongono ideologicamente e artisticamente in maniera interessante: Franzen era quello che voleva fare il romanzo popolare intelligente, Wallace quello che credeva che la sperimentazione avesse una componente spirituale ed emotiva che doveva vincere sulla cerebralità. I due obiettivi, nobili, peraltro non ontologicamente opposti (si tratta di due modi per provare a coniugare ragione e sentimento, alto e basso), hanno dato luogo a grandi sforzi e grandi quanto diversi risultati.
Wallace e Franzen hanno scritto tre dei romanzi fondamentali della letteratura americana recente, nonostante Infinite Jest non sia davvero considerato lettura obbligatoria al pari di Pastorale Americana e Underworld (forse perché ha poco “l’aria da classico”, parlando di tennisti adolescenti e terroristi canadesi in sedia a rotelle), e nonostante gli altri due, Le correzioni e Libertà, siano liquidati come buona fiction derivativa da chi ritiene che un capolavoro non possa mai venir annunciato, ma si debba imporre lentamente modificando le categorie dei lettori.

Borges al neon
Wallace si è tolto la vita nel settembre del 2008 per lo stato di prostrazione cui l’aveva ridotto l’incompatibilità fisica con gli antidepressivi che era costretto ad assumere. Stava scrivendo un lungo romanzo, di cui erano usciti una manciata di estratti su rivista. In The Pale King, Wallace si era prefisso l’ambizioso obiettivo di affrontare gli aspetti spirituali, mistici, metafisici, emotivi del lavoro più noioso del mondo: quello degli impiegati del fisco. Da sempre DFW era alla ricerca di strutture aperte dove il tema portante fosse così forte da creare un mondo assorbente, ipnotico: si vedano le interviste seriali di Brevi interviste con uomini schifosi, la scuola di tennis di Infinite Jest. Con questo nuovo romanzo, la capacità ipnotica non è solo una tecnica, ma è il tema stesso del libro: l’assorbimento totale in azioni mentali ripetitive è la realtà quotidiana degli agenti del fisco, che passano la vita sui moduli delle tasse. Ambientato negli anni Ottanta di Reagan, il romanzo rende definitiva la nomina di Wallace a Borges della sua generazione: un JL Borges al neon dove al posto del Don Chisciotte e di Giuda abbiamo i pannelli in finto legno delle station wagon, i presentatori televisivi, i manuali di diritto; e al posto di grandi biblioteche immaginarie troviamo istituzioni americane come appunto il temibile IRS o le terapie di gruppo. Come già in Borges, si deve imparare a perdersi nei luoghi del libro come in un romanzo fantasy per adulti.
Col fisco Wallace sembra aver trovato il suo tema definitivo. La sua prosa richiede quel tipo di concentrazione del lettore per cui il tempo possa dilatarsi e la lettura trasformarsi in una sorta di preghiera-accettazione del maggior numero di particolari del mondo. Qui questo metodo si riflette anche nel tema. The Pale King lo si legge soltanto rinunciando al tempo, affrontandolo come una cartella esattoriale, come uno di quei compiti noiosi che ci fanno andare in trance – tagliarsi le unghie, ordinare la corrispondenza. Dalla noia manifesta di quell’ufficio dove si registra, in cifre immateriali, l’azione dell’uomo occidentale, organizzata fra il profitto e il consumo e le ansie spirituali, Wallace pare pronto a passare pazientemente in rassegna tutto ciò che sa del mondo (che poi è ciò che sa dell’America suburbana e rurale pesantemente corporate ma anche religiosa), e farlo in modo apertissimo: parlando di scienza politica e di fantasmi, di crisi mistiche e psicanalisi, di levitazione e capitalismo…

L’operazione
The Pale King non è completo, ma le 540 pagine che abbiamo sono a un buono stadio di lavorazione. Il libro, a patto di amare Wallace, è leggibile e per niente debole. Specialmente nelle prime 250 pagine, che l’autore riteneva già spedibili all’editore Little, Brown per ottenere un anticipo, la scrittura tiene, le immagini sono forti, mette molta curiosità. D’altra parte fra un capitolo e l’altro si trovano le tipiche discontinuità di Wallace, che alternava sempre zone del testo di aperta sfida linguistica (finte interviste fiume, dialoghi filosofici, pezzi in gergo specialistico ai limiti del comprensibile), a zone di meno impegnativo “realismo” narrativo, a zone metanarrative incentrate sulla figura di “David F. Wallace” impiegato del fisco. Arrivati a metà del volume, con tanti elementi ancora appena abbozzati, si comincia a capire che si sta solo intravedendo il piede di una statua gigantesca, di un vero e proprio monumento alla noia che avrebbe richiesto migliaia di pagine per rendere l’idea.
Visto che di recente un altro grande americano ha ricevuto il trattamento postumo dove non ce n’era bisogno (Nabokov, L’originale di Laura), lo dico esplicitamente: The Pale King mi piace moltissimo, ha saziato la voglia che avevo di leggere cose nuove di Wallace, quindi non me la sento di parlare di “operazione”. La prosa regge, e oltretutto, per tornare a Borges, il fatto che sia incompiuto non vale quanto se, per capirci, fosse rimasto incompiuto Libertà: anche Infinite Jest pareva un romanzo incompiuto, tanto era elusiva la sua struttura. Così The Pale King sembra solo un nuovo strano romanzo di Wallace, un nuovo scherzo con la forma-romanzo.

Il regalo
Ciò che di indiscutibilmente compiuto rimarrà in questo romanzo, in ogni caso, è il capitolo 22: cento pagine che sono una sorta di novella, come Un amore di Swann nella Recherche. Vi si narrano due momenti chiave della giovinezza di Chris Fogle, uno degli impiegati del libro: l’adolescenza da tossico pseudoanticonformista, conclusa con la morte del rigido ma dignitoso padre per incidente nella metropolitana, con conseguente arruolamento catartico nel fisco. Se lo consideriamo una novella a se stante, è un incrocio fra un rimuginio di Thomas Bernhard e il Giocatore di Dostoevskij ma scritto da un paio di buoni moralisti cristiani come Thomas Merton o C.S. Lewis. Potrebbe perfino essere l’apice dell’opera di Wallace, se è vero che il suo obiettivo dichiarato è sempre stato scrivere cose morali su come diventare esseri umani. Quella di Fogle è una storia sul raggiungimento della maturità che non ha nulla di semplicistico e che approfitta della lezione di pazzi reiteratori di frasi e tic discorsivi come Bernhard per postulare un attaccamento all’umanità tanto sincero quanto era sincero il disprezzo dell’austriaco.
A giudicare dalla lunghezza e ampiezza del capitolo 22, credo che Wallace non sarebbe comunque mai uscito vivo da quell’ufficio del fisco, non avrebbe mai scritto un altro romanzo: sarebbe andato avanti a scrivere The Pale King per il resto dei suoi giorni (tecnicamente parlando, purtroppo, l’ha fatto). Ma anche così, l’incompiutezza di questo romanzo è un appropriato paradosso borgesiano: il racconto-mondo non può che essere incompleto; lo sforzo umano di mimare la totalità tradisce la nostra finitezza ma pure la onora.

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Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/#comments Thu, 17 Jun 2010 08:43:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2558 Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno – Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura. – Cioè? – Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, […]

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Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno

– Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura.
– Cioè?
– Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, aggiornandoli, degli impliciti consigli disseminati un po’ ovunque. Se Pilsudzki si era preoccupato fino all’ultimo di mantenere le apparenze della legalità, il buon Silvio ha fatto lo stesso. Il suo più grande terrore era quello di essere dichiarato fuori-legge, quindi si muove dentro-legge spostando all’occorrenza il baricentro legislativo.
– Ma per Malaparte quest’ansia di legalismo era un problema, un difetto.
– Certo, per questo Silvio è andato oltre. Se l’obiettivo tattico, caduto Craxi, era il Parlamento, lui lo ha piegato alle proprie esigenze trasportando la violenza del suo golpe liquido in un terreno rappresentativo. Ha occupato i ministeri e deteneva le leggi. Malaparte parlava di compromessi e complicità, niente di più facile quando da compromettere ci sono i giudici e a compromettersi c’è il PD.
– Il reinserimento dell’immunità parlamentare pre-tangentopoli.
– Esatto!
– Ma l’ambito parlamentare per Malaparte è anti-rivoluzionario…
– … e rischioso. Bonaparte, prima di aprovirgolette decidersi chiudovirgolette, cercava di muoversi entro gli angusti limiti di una procedura parlamentare. Questa burocratizzazione di un colpo di Stato può essere controproducente quando l’altra parte sa – e riesce – a opporsi utilizzando le armi concesse dalla natura parlamentare della rivoluzione: le procedure.
– E Berlusconi ha invertito… geniale.
– Sì! Il genio di Silvio ha ribaltato i termini della questione e le lungaggini procedurali, i regolamenti di camera e senato sono diventati i paletti legali della sua personalissima tecnica: leggine varie come la Cirielli o la Cerami, i vari lodi, l’aporia di fiducia…
– Malaparte ha fatto davvero tanti danni…
– Non credo l’abbia letto. Ci sono troppe finezze nella tecnica silviesca. Dai ponti mezzo novecenteschi è passato ai nuovissimi ponti mediatici (i decoder), e alle centrali elettriche ha sostituito centrali di produzione di informazioni talmente imponenti da rasentare la letteratura anche nei format targati Endemol.
– E le sinistre?
– Beh, hanno smesso di esistere nel momento esatto in cui hanno perso il legame con l’unica forza, paradossalmente, contro-rivoluzionaria. Quando all’inizio degli anni venti in Italia infuriava la guerra civile il dissenso contro i fascisti veniva dagli operai e dai contadini. Un immenso carico di violenza ha ammutolito i piccoli focolai lasciandosi alle spalle dissoluzioni o metodiche distruzioni di quello che restava dell’organizzazione socialista e comunista.

– E oggi anche questo si muove nel solco della legalità, dato che gli operai sono passati a destra.
– E al di là dei motivi che hanno causato tutto questo, resta il danno causato dalla perdita dell’unica forza in grado di difendere, e paralizzare, lo Stato.
– I sindacati sono diventati involucri di bandiere, e non riescono più a comunicare neanche fra loro.
– Sai che copiando la letteratura la Lega potrebbe vincere la sua reale battaglia per la secessione?
– Quante teorie innovative questa sera!
– Sai di Infinte jest e dell’experialismo inventato da Foster Wallace? Ecco, le camicie verdi leghiste dovrebbero presentarsi a Montecitorio e dire «noi ci assumiamo la responsabilità della gestione delle aree più degradate del paese, Palermo e Napoli, e voi in cambio ci concedete la Padania». Ci sono lievi differenze rispetto la politica della riconfigurazione dell’Onan, ma potrebbe funzionare lo stesso. Ora, l’Onan è presumo una Confederazione di Stati, l’Organizzazione delle Nazioni del Nord America, e in Italia manca una confederazione da ricattare. E serve una rete terroristica radicata sul territorio. Il radicamento per la Lega non è mai stato un problema, e sul terrorismo credo possano attrezzarsi per benino.
– Quello che manca è di nuovo l’Europa unita.
– Sì, se solo l’Unione Europea rappresentasse un fronte politico unico la Lega potrebbe utilizzare, nei confronti dell’Italia, Napoli o Palermo come merce di scambio e dire «gli atti terroristici da noi compiuti in nome dell’identità padana e per la secessione da Roma ladrona, da oggi in poi verranno rivendicati come esclusivamente leghisti e non più italiani. Ci date la secessione, ci date Napoli e noi la utilizziamo per fomentare le nostre genti contro la politica anti-padana che l’Europa tutta continua a manifestare riempiendo la nostra Napoli dei suoi rifiuti tossici e nucleari».
– Ma a farlo non è l’Europa, sono proprio le industrie del nord!
– Beh, stiamo ragionando per assurdo, stiamo asserendo che l’Europa è in grado di presentarsi come un blocco unitario, come una Federazione. Che i singoli Stati sovrani retrocedano dinnanzi al bene maggiore rappresentato dal peso politico di un’Europa unita. Continuando a ragionare per assurdo, se l’Europa fosse un enorme Stato, oppure scegli la formula che preferisci, le differenze tra nord e sud si acuirebbero. Tranne l’Irlanda i P.I.G.S., se ci pensi, sono tutti a sud e quindi le ricche regioni mitteleuropee comincerebbero a scaricare su quella che invece di chiamarsi “concavità” potrebbe diventare “la voragine”. A’ vuraggine, direbbero i napoletani, o se fosse in Sicilia su Palermo o Catania – curiosa la presenza di un vulcano nelle due zone – A’ voraggini e, vista la tendenza alla melodrammaticità biblica dei due popoli La voragine dell’inferno, La bocca di Lucifero o qualcosa di simile.
– E se l’Europa la smettesse di seppellire i propri rifiuti in Campania?
– Allora i Padani avrebbero un posto pulito dove andare in villeggiatura d’estate.

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Hanno detto di lui https://minimaetmoralia.it/letteratura/hanno-detto-di-lui/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/hanno-detto-di-lui/#comments Sat, 12 Sep 2009 06:20:20 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=654 Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom […]

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Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom Bissel l’altro di Dave Eggers pubblicati su McSweeney’s e tradotti dal nostro direttore editoriale e traduttrice di Wallace, Martina Testa, di cui l’ultimo ricordo.

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di Infinite Jest – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. «Cosa sta succedendo?» mi sono chiesto allora.
A differenza di Hemingway, David Foster Wallace non era una star. Non era neanche un divo della pura assenza come Thomas Pynchon. Si trattava di una persona schiva e gentile, che non se la tirava, e che al delirio metropolitano degli scenari alla Bret Easton Ellis preferiva la quiete nascosta e forse anche monotona delle università di provincia. Dunque, lo sgomento provocato dalla sua morte c’entra poco con l’isterico falò dell’effimero che circonda i campioni della società dello spettacolo quando escono di scena. Tra l’altro, molte delle persone che, appresa la notizia del suicidio, hanno sentito il bisogno d’incontrarsi o semplicemente di mettersi in contatto tra di loro (non tanto gli addetti ai lavori, ma i puri e semplici e sacrosanti lettori), interpellate sui propri gusti letterari, hanno indicato – più o meno confusamente, fuori da ogni ordine cronologico, ma sempre con passione – in Philip Roth e in Cormac McCarthy e in Houellebecq e in Céline e in Philip Dick (questi ultimi due, considerati giustamente a tutti gli effetti dei contemporanei) i loro scrittori di riferimento per il presente, le loro bussole di carta. Solo qualcuno metteva al primo posto Foster Wallace. Dunque, molto spesso, ad andarsene non era stato neanche il loro autore preferito. «E tuttavia», mi hanno tutti detto, «se si fosse suicidato Roth o McCarthy, mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non poter leggere i loro prossimi libri. Ma come dire… non avrei sentito tutto questo scombussolamento emotivo». E per quale motivo? «Era uno di noi… solo più talentuoso», di nuovo l’immancabile risposta. Così, prima ancora di capire attraverso il passare del tempo qual è la vera eredità dei reportage di Tennis, tv, trigonometria, tornado o di Considera l’aragosta (probabilmente il superamento del gonzo journalism di Hunter Thompson e di Lester Bangs, uno sfondamento letterario capace di spianare la strada per il revival delle scritture ibride) o di romanzi-mondo come La scopa del sistema e Infinite Jest (il tramonto della stagione minimalista e, contemporaneamente, un vittorioso tentativo di superare il postmoderno mettendosi coi piedi sulle spalle proprio dei vari Barth e Barthelme fin quasi a schiacciarli?), si può cercare di isolare già da adesso di cosa è fatto il vuoto emotivo lasciato da questo scrittore. «Era uno di noi…» Sì, ma in che senso? Pur non avendo mai commesso l’errore di scrivere un romanzo generazionale, David Foster Wallace è stato lo scrittore di riferimento (non necessariamente il più amato, forse non il migliore, ma il più vicino) per moltissimi lettori dell’Occidente ricco nati dopo gli anni sessanta. Insomma, la cosiddetta generazione x. Ma di che tipo di vicinanza si trattava? Sia che ambientasse le sue storie in mondi semifantascientifici dominati dalle multinazionali che negli studi televisivi dei quiz serali o del David Letterman Show che nelle aziende del terziario che nelle classi di creative writing, i personaggi di Foster Wallace erano molto simili ai suoi lettori. Tutti nati in un mondo mostruosamente libero e competitivo (il nostro), tutti abbastanza colti, tutti cioè posseduti dalla cultura pop ma consapevoli della mostruosità che il pop iniziava a rivelare già alla fine del secolo scorso, tutti spietatamente inclini all’autoanalisi fino alle soglie della ridondanza depressiva, di conseguenza tutti a rischio di tracolli d’autostima, tutti capaci di ispezionare fino all’ultima molecola la composizione di un universo bidimensionale e scintillante che provoca inevitabili malesseri in chi lo abita ma che (pur lasciandosi ispezionare in questo modo) non si lascia invece attraversare. Ed eccola, la tragedia dei personaggi di David Foster Wallace: l’incapacità di toccare la cosiddetta real thing. O, per dirla diversamente, l’incapacità di guardare in faccia la Gorgone. Abitare un mondo perennemente acceso dalle luci dei monitor e della pubblicità e dei centri commerciali e dell’informazione giornalistica e della politica-spettacolo, avere tutti gli strumenti per capire che quel mondo rischia di minare alla base lo stesso principio di umanità di chi ne è dentro, dunque sapere che esiste per così dire un controcanto notturno oltre l’abbacinante apparenza di tutte quelle luci ma non riuscire a trovare la porta che consentirebbe di entrare e dunque di attraversare quella notte avendo in questo modo almeno la possibilità di un riscatto: ecco la condanna di tutti i personaggi di David Foster Wallace. Sentire intorno a sé il Male, ma non riuscire più neanche a raggiungerlo così da sbarazzarsene per sempre, persino (o a maggior ragione) nella sconfitta. Una condanna a cui si sottrae il Bardamu di Céline (che invece la sua notte riesce ad attraversarla) o il Barney Mayerson di Philip K. Dick (che nelle profondità dello spazio si trova faccia a faccia con il terribile Palmer Eldritch) o il Marlow di Conrad (che al termine del proprio viaggio nelle tenebre trova Kurtz) o prima ancora Achab, forse il padre di tutti i viaggiatori notturni della letteratura dell’ultimo secolo e mezzo. Una condanna alla quale – per tornare alla contemporaneità – si sottrae il protagonista di uno dei più intensi e significativi reportage di David Foster Wallace: quel David Lynch che per certi versi di Foster Wallace è l’antitesi, e che molto spesso è riuscito a salvare se stesso e tutti noi (sia pure per la durata di un lungometraggio) facendo parlare i propri personaggi direttamente dal dark side per il quale i personaggi di Foster Wallace non riescono invece a trovare mai la via d’accesso. Così, se la scomparsa di Foster Wallace ci lascia soli con qualcosa, è proprio questa terribile impasse. Trovare una strada (etica, artistica, profondamente umana) per superarla rimanendo vivi, è la scommessa che rende più preziosa qualunque eredità del genere.
di Nicola Lagioia

Avevo una sola cosa in comune con Dave Wallace: il vizio di masticare tabacco. Anzi, in realtà, ce n’era anche un’altra: tutti e due venivamo dal Midwest. Ah, e poi probabilmente ho copiato da lui più che da ogni altro scrittore. Ma la nostra amicizia, in effetti, si basava soprattutto sul fatto che tutti e due masticavamo tabacco, e lo masticavamo mentre scrivevamo, e spesso ci odiavamo per questo nostro vizio. L’ultima volta che l’ho visto, in primavera, ero reduce da un’operazione alla bocca – la mia terza operazione alla bocca, a dirla tutta. Avevamo parlato tanto della nostra abitudine ma non avevamo mai masticato tabacco insieme, ed era la prima volta che ci vedevamo da parecchi anni. Si può dire che eravamo conoscenti più che amici. È difficile instaurare un’amicizia con una persona che si ammira così tanto quanto io ammiravo Dave, e la dice lunga sul suo garbo e la sua gentilezza il fatto che, pur sapendo benissimo quanto ero in debito con lui come scrittore, mi abbia anche solo lasciato entrare nella sua vita. Comunque sia. Tornando al tabacco. Lui aveva smesso per un po’, ma poi aveva ricominciato. Io avevo smesso da tre settimane. Dopo lunghe contrattazioni, decidemmo che potevamo concederci almeno una masticatina insieme, una sola. Finita quella, ci mettemmo a giocare a scacchi. Mi stracciò due volte di seguito, senza mai smettere di esternare la sua sorpresa per quanto mi stessi rivelando una schiappa. (Prima di cominciare, mi aveva detto che i suoi amici si sorprendevano sempre di quanto fosse una schiappa lui.) Quando poi, al termine delle partite, gli chiesi di firmare la mia copia di Infinite Jest (che avevo comprato nel 1996, mentre ero al college, quando spendere 30 dollari per un libro cartonato ti mandava in bancarotta sul serio, e che da allora mi ero portato dietro praticamente ovunque, perfino nel mio soggiorno in Uzbekistan con i Peace Corps, altra cosa non facilissima, date le limitazioni di bagaglio e di spazio a cui eravamo sottoposti), lui me la firmò in un modo molto tenero e bello, ma anche un po’ sardonico, disegnando uno schemino che mostrava il progredire delle nostre partite a scacchi, quasi a lasciar intendere che mi aspettava tutta una serie di partite a scacchi con lui in futuro: fece due segni di spunta sotto il suo nome e lasciò vuoto lo spazio sotto il mio. Poco prima della fine del weekend, però, finalmente riuscii a batterlo. Mi scordai di fargli correggere lo schemino, ma mi dissi che la prossima volta che ci saremmo visti gliel’avrei chiesto, e magari ci saremmo anche fatti un’altra partita.
L’unica cosa che posso dire di Dave è che la persona che leggiamo sulla pagina – le circonvoluzioni da Via Lattea del suo cervello, l’integrità quasi da uomo di altri tempi, la capacità di rendere colloquiali le cose intellettuali e di dare eleganza alle cose scatologiche e di raccontare con onestà le cose orribili, l’impressione che dava di non cercare mai di mentire al lettore – coincide, di fatto, con la persona che era. O se non altro, con la persona che è sempre stato quelle volte che l’ho incontrato e ci ho parlato, che non sono state molte, ma che proprio per questo, adesso, mi sono ancora più care. Per quanto sia difficile crederlo, nei rapporti personali e virtuali era altrettanto spiritoso che sulla pagina. Qualche giorno dopo quel weekend passato insieme, ho ricevuto un’e-mail in cui Dave commentava lo stato in cui erano rimasti i cani suoi e della moglie dopo la partenza della mia ragazza, la quale aveva legato talmente bene con quegli animali che la separazione aveva lasciato parecchio turbate tutte le parti in causa. In questa e-mail scriveva che i cani continuavano «a vivere, sul piano emotivo, in una sorta di stato apparentemente post-coitale; lei gli ha fatto qualcosa, a livello fisico, che sembra essere stato tutt’altro che spiacevole». Gli mandammo anche dei cioccolatini, e lui ci assicurò che la moglie Karen ci si sarebbe «avventata sopra strillando di letizia, mentre io mi mordo le mani per l’invidia». «Stato apparentemente post-coitale». «Strillando di letizia». Nessun altro scrive così. Anche adesso, oggi, quando col cuore di piombo sono andato a recuperare queste e-mail, nel rileggerle, chissà come, ho riso di nuovo. Era una persona schietta, sì, e spiritosa, certo, ma era anche l’uomo più gentile e più corretto che si possa immaginare: una specie di gentilezza da vecchietta del Midwest, di correttezza non priva di ostinazione che però aveva dentro anche lo spazio per cose pesanti.
Io non riesco a capire come possa esistere un mondo in cui uno come lui ci lascia in questo modo, ma le opere di Dave, se cercavano di insegnarci qualcosa, cercavano di insegnarci che non esistono risposte semplici. In questo secondo e impenetrabile giorno dalla sua morte non riesco a levarmi dalla testa l’ultima frase di Infinite Jest, in cui Don Gately, probabilmente il personaggio più complicato, affascinante e straziante che Dave abbia mai creato, si risveglia su una spiaggia dopo una pesantissima abbuffata di droghe. «E quando si riebbe era disteso sulla schiena su una spiaggia di sabbia ghiacciata, e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana». In questo periodo la marea sembra più lontana, e il cielo più basso, che in qualunque altro momento della mia vita, e l’unico scrittore che consideravo in grado di mostrarmi esattamente quanto era lontana, e quanto ci avrebbe messo a riavvicinarsi, se n’è andato.
di Tom Bissell

Contattammo per la prima volta David Foster Wallace mentre mettevamo in piedi la rivista letteraria Might, nel 1996. Avevamo letto La scopa del sistema e quindi gli chiedemmo se gli andava di mandarci qualcosa: un articolo, un racconto, un appunto su un tovagliolo di carta. Lui ci mandò un pezzo, sul sesso all’epoca dell’AIDS, che fu di gran lunga la cosa migliore che la rivista abbia mai pubblicato. Mi ricordo che ci arrivò in condizioni impeccabili, senza un refuso o un errore di punteggiatura: di fatto era impossibile da editare. Ma uno dei nostri editor ci si mise d’impegno e cominciò a riempirlo di freghi rossi come se fosse stato il pezzo di un esordiente. Tornammo in noi appena in tempo, e ci rendemmo conto che in fatto di scrittura quel tizio ne sapeva molto di più di quanto ne sapessimo, o ne avremmo mai potuto sapere, noi.
Un paio d’anni dopo lo conobbi per la prima volta di persona. Abitavo a New York e lavoravo per Esquire: lui aveva appena pubblicato un racconto sulla rivista. Insieme ad Adrienne Miller (che all’epoca era la responsabile della narrativa) lo portammo a cena in una tavola calda dietro l’angolo. Notai con sollievo che di gastronomia sembrava saperne poco quanto me, o interessarsene poco quanto me. La tavola calda fu un sollievo per tutti e due. Parlammo del fatto che era cresciuto a Champaign-Urbana, nell’Illinois, e che io ci avevo frequentato il college, e che suo padre ci insegnava, e rivangammo le bellezze e le stramberie dell’Illinois centrorientale.
È un’esperienza molto strana e di rara intensità quella di conoscere di persona uno scrittore che consideri straordinario e rivoluzionario ma che al tempo stesso proviene dalla tua stessa parte del mondo: e che ha proprio tutta l’aria di provenire dalla tua stessa parte del mondo. Era spiritoso, aveva una correttezza perfino eccessiva e una totale mancanza di supponenza. Era – tutti l’hanno detto e continueranno a dirlo – esattamente come uno avrebbe sperato: era esattamente come uno avrebbe voluto che fosse la persona che aveva scritto quei libri. E lo si capiva già dopo essergli stati accanto un paio di minuti. Era un vero essere umano, molto più colloquiale e normale di quanto ci si poteva immaginare, vedendo ciò che riusciva ad architettare sulla pagina.
Per tutta la cena tenne una tazza sotto il tavolo, mezza nascosta alla vista, in cui sputava il succo di tabacco. Fino a quel momento non avevo idea che avesse il vizio di masticare tabacco. Era buffissimo, perché è un’abitudine molto bizzarra, e molto problematica se non si vive all’aria aperta. Un cowboy o un giocatore di baseball possono sempre sputare per terra, ma chiunque altro si deve portare appresso una tazza piena di sputo marrone. Come quella che lui tenne sotto il tavolo per tutta la cena. Dovevo trattenermi dal guardarla in continuazione.
Qualche mese dopo, Dave fu la prima persona a cui chiedemmo di scrivere qualcosa per McSweeney’s, convinti di non poter cominciare la rivista senza di lui. Per fortuna ci mandò un pezzo immediatamente, a quel punto capimmo che si poteva iniziare. Avevamo davvero bisogno del suo incoraggiamento, del suo nulla osta, perché stavamo cercando, almeno all’inizio, di concentrarci sulla letteratura sperimentale, e in quel campo lui era talmente più avanti di tutti gli altri che senza di lui tutta la nostra impresa sarebbe apparsa ridicola.
Insieme al primo pezzo ci mandò anche un assegno di 250 dollari. Era una cosa inaudita: insieme al contributo letterario, ne mandava uno finanziario. E così fu il primo benefattore della rivista, anche se insistette perché in quel primo numero la sua donazione restasse anonima. Non mi venne facile incassare quell’assegno: avrei voluto conservarlo, incorniciarlo, passare ore a guardarlo.
Il biglietto che ci mandò era scritto a corpo 8, in un carattere con le grazie, ed era ritagliato in modo tale che non andasse sprecato neanche un po’ di carta. Non aveva ancora cominciato a usare l’email, cosa che fece solo molto più tardi. Fino a quel momento, spediva buste da Bloomington, Illinois, con dentro un solo foglio, tagliato in modo tale da utilizzare solo la carta strettamente necessaria per quel messaggio. Il resto lo conservava, o lo usava per altre lettere. E così, ti capitava di trovare nella busta un foglietto di dieci centimetri di altezza e venti di larghezza. E, anche in questo caso, non c’era neanche una parola fuori posto.
Queste lettere diventarono il mio modo di comunicare personalmente con Dave. Anche se lo ammiravo come persona e come scrittore più di quanto sia mai riuscito a dirgli, restammo amici sul piano professionale. Io gli chiedevo di mandarci i suoi pezzi ogni volta che voleva, e tutto quello che ci ha mandato l’abbiamo sempre pubblicato.
di Dave Eggers

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta. Da allora ho tradotto più di 30 libri dall’inglese all’italiano. Alcune sono opere di narrativa sperimentale, o best-seller di qualità, o candidati al premio Pulitzer, o perfino vincitori del premio Pulitzer, ma di nessuno vado fiera come dei quattri libri di David Foster Wallace su cui ho lavorato. Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore.
Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi. Per quello che mi è dato capire, il motivo per cui gli veniva così difficile lavorare con i traduttori non è che considerava le sue parole talmente curate e perfette che chiunque altro, lavorandoci sopra, le avrebbe rovinate; piuttosto, aveva soprattutto paura di essere frainteso, male interpretato, o semplicemente incapace di comunicare esattamente ciò che voleva: in altre parole, era votato all’estrema chiarezza, onestà, purezza, a tutti i costi. Ho sempre pensato che la sua scrittura fosse così complessa e ricca di sfumature perché attribuiva un valore profondamente morale all’atto in sé del comunicare un pensiero, un’immagine, un’idea al mondo esterno: non voleva che la gente lo capisse male, che capisse male una qualunque cosa di quelle che diceva o scriveva; e si faceva veramente in quattro per evitarlo. Poteva sembrare geloso delle sue parole, ma in questo atteggiamento io in realtà vedo un altissimo grado di generosità.
Ho avuto anche la fortuna e l’onore di conoscerlo di persona. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Capri per un festival letterario. Gli ho fatto da interprete in alcune interviste e nell’incontro ufficiale con il pubblico. Era con la moglie (una gran bella persona), e sembrava talmente sereno e rilassato che non ho la forza di pensare che nel profondo non fosse affatto così. Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito. Sul libretto del festival mi scrisse «Per Martina, con immensa gratitudine e affetto». Nessun sentimento è mai stato così reciproco. Mi mancherà per sempre.
di Martina Testa

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Questa è l’acqua https://minimaetmoralia.it/libri/questa-e-lacqua/ https://minimaetmoralia.it/libri/questa-e-lacqua/#comments Fri, 11 Sep 2009 08:28:11 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=612 L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista). «A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in […]

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L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista).

Acqua_blog«A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in pubblico, è diventato la prefazione del nuovo libro di Wallace che Einaudi ha appena pubblicato in anteprima mondiale. La raccolta si chiama Questa è l’acqua (Einaudi, pp. 166, euro 16,50) e contiene sei testi inediti in Italia (cinque racconti) più il testo (che dà il titolo alla raccolta) che è il discorso che Wallace tenne ai giovani laureati del Kenyon College nel 2005 e che Luca Briasco definisce, nella nota che chiude questa edizione di cui è il curatore, come «un testo quasi sapienziale».
Se si paragona questo discorso alle Lezioni americane di Calvino (ed è inevitabile cadere in questo paragone) lo si scopre più leggero, meno compiaciuto e più in grado di far luce sul nesso che lega la letteratura, gli studi umanistici e il comportamento morale della vita quotidiana. In questi cinque racconti, pubblicati tra il 1984 e il 1991, si trovano tutte le virtù e i vizi che rendono Wallace quell’indiscusso fuoriclasse della letteratura che oggi tutti riconoscono. Nel racconto che apre la raccolta, «Solomon Silverfish» si legge: «Sophie ricordava i malati di tubercolosi visti da piccola. Adesso la loro sembrava una morte elegante. Dimagrivano e espettoravano sgargianti colori in delicati fazzoletti di seta, impallidivano sempre più, diventavano quarzosi e traslucidi, quasi sbiadissero davanti agli occhi distolti del loro mondo, trasferendo ciò che erano in un altrove alto, freddo e delicato. Angeli erano sembrati, e le lenzuola del letto di un lontano cugino malato erano bianco inamidato, pulite come dovrebbero esserlo le ali. Ma laddove la tubercolosi era stata delicata, eterea, ultraterrena, il cancro era scuro e tozzo. Umidiccio, rovente e centripeto».
In un brano così si ritrova concentrata molta della narrativa di Wallace: chirurgia linguistica, acrobazie lessicali, dolcezza emotiva, attrazione verso il mondo della malattia e capacità di deformare il mondo o di restituirlo alterato così come questo si può mostrare ad un occhio iper-sensibile. Non è un caso che poche pagine dopo il protagonista baci «lacrime silenziose di un dolore silenzioso», che unisce il tipico calore amorevole cariato di sofferenza ricorrente nell’universo wallaciano.
wallaceQuesta raccolta sarà probabilmente letta da chi ha ancora addosso il gelo della notizia della sua morte. Lettori pronti a ridere quando leggeranno il racconto «Altra matematica» in cui un nipote si dichiara innamorato del nonno: «Sono innamorato di te, nonno». O si prepareranno tristemente ai battuti percorsi psicologici del racconto che ha come incipit: «Prendo gli antidepressivi da, quanto sarà, un anno, e ritengo di avere i numeri per dire come sono».
Prima dell’estate è uscito in Italia un libro di critica letteraria su Infinite Jest. L’autore è Filippo Pennacchio e il libro si intitola What Fun Life Was. Saggio su Infinite Jest di David Foster Wallace (Arcipelago Edizioni, pp. 188 euro 10). Tra le numerose tesi interessanti di questo studio, c’è quella che pone Infinite Jest all’interno di una tradizione di narrativa enciclopedica che vanta opere come la Divina Commedia, Gargantua e Pantagruel, il Don Chisciotte, Moby Dick, il Faust e l’Ulisse di Joyce e che arrivava fino a Pynchon.
Il lettore che si avvicinasse a Wallace con Questa è l’acqua deve sapere che ciò che lo attende è proprio Infinite Jest (magari assistito dall’interpretazione che ne dà Pennacchio).
Chi invece è già un conoscitore di Wallace non avrà bisogno di sapere altro circa questa raccolta, gli sarà sufficiente sapere che è in libreria per uscire e comprarla. Ultima cosa, però. Nel testo sapienziale Wallace scrive: «Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro». Non vi pare questa una vera lezione americana?

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