Inghilterra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/inghilterra/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:55:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Inghilterra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/inghilterra/ 32 32 L’ultima generazione a permetterselo https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/#comments Sun, 20 Apr 2014 20:48:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20124 Come forse sapete, l'edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c'è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest'articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un'élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

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Come forse sapete, l’edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c’è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest’articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un’élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

Capite cosa intendo? Non è un dato incredibile? Ecco, ogni volta che penso cosa si può fare per questo Paese in cui viviamo (e votiamo), mi ritornano in mente questi numeri.

Perché i governi nascono e muoiono, i leader fanno infiammare e raggelare nel giorno di pochi giorni; i ragazzi si disaffezionano alla politica, e un sentimento ostile – contro coloro che occupano posizione di potere senza avere una visione – accomuna non solo chi fa il contestatore di mestiere: nel cuore di chi ha 16, 20, 25 anni spesso dimora un’insofferenza quasi feroce per chi campa di rendite di posizione, nel partito, nel lavoro, nelle proprietà. E dunque la politica in questi ultimi anni è stato essenzialmente questo: indignazione – spesso molto legittima – contro i privilegiati, siano vecchi tartufi da rottamare o Casta da mandare in galera.

Per questo mi piacerebbe che – indipendentemente da come andranno le cose sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni parlamentari o magari alle prossime elezioni – io e voi facessimo un piccolo esercizio di consapevolezza, riconoscendo che c’è un’emergenza molto grave qui in Italia, e se si vuole fare politica bisognerebbe dedicarsi anima e corpo a una sorta di New Deal culturale: un progetto di alfabetizzazione culturale su larga scala.

Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire, a Berlino! a Londra! a Toronto!, invece di lasciare questo Paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito, sì, io e voi. Non abbiamo un dovere in quanto privilegiati? Siamo persone che – nonostante la crisi – possono comprare libri, fumetti, dischi, discutere se ci piace più l’ultimo album dei National o quello dei Wild Beasts (a me il secondo), viaggiare ogni tanto e guardarsi in streaming l’ultima serie tv appena sottotitolata: non sembra un granché, il nostro ruolo è forse ridotto a quello di consumatori culturali di basso livello; ma, anche se non ci credete, è tantissimo per la maggior parte dei ragazzi nati in Italia.

Non facciamo battaglie soltanto per i nostri diritti (per giusti compensi sul lavoro, per poter accendere un mutuo senza dover avere la malleva della pensione dei genitori…), ma combattiamo anche – non è scontato, certo – per i nostri doveri. Potremmo essere l’ultima generazione a permetterselo.

MM. Il lunedì mattina, in una famosa pizzeria del mercato coperto di Brixton, li vedo prendere lezioni di gruppo su come usare una macchina del caffè. Hanno trenta, venticinque, venti anni. A volte vorrei chiedere loro: cosa fate qui? Cosa credete di trovare? Non ci tengo ad apparire come il tipico immigrato dell’ondata precedente che guarda con sufficienza gli immigrati più recenti. Eppure so che questa città divorerà molti di loro. Strapperà loro il cuore e lo servirà con patatine in un baracchino di Camden.

L’immigrazione italiana a Londra è una faccenda antica, ha avuto ondate successive e ravvicinate fin dagli anni Cinquanta – quando italiani erano i parrucchieri, sarti, ristoratori, gangster dandy di Soho – e anche da molto prima. Oggi gli italiani trasferiti a Londra fanno mille lavori, spesso di primo piano. Magari tirano su bambini – mai sentiti tanti bambini parlare italiano a Londra come adesso. Cosa c’è di nuovo allora?

Di nuovo ci sono i numeri dell’ultimissima ondata migratoria, quella dell’ultimo paio d’anni. L’immigrazione italiana, soprattutto giovanile, nel Regno Unito ha avuto un’impennata ufficiale del 50% dal 2012 a oggi. E cosa finisce a fare questa nuova ondata di manodopera? Spesso compete con l’ondata spagnola per fare i lavori che fino a un anno fa facevano gli immigrati dell’Est Europa: Starbucks, Pret A Manger, le casse delle grandi catene di negozi. Quelli fortunati, i cassieri da Whole Foods. Vengono a nutrire una città famelica il cui appetito principale è proprio quello per lavoratori a basso costo. Poco più di sei sterline all’ora la paga sindacale. Sognando di fare gli hipster a Dalston, riuscendo al massimo a pagare una stanza a Stratford.

Alcuni appaiono così irrimediabilmente fuori posto che è facile prevederne il futuro: qualche mese a servire caffè da Starbucks, il costo della vita sempre più insostenibile, infine tornare alla provincia italiana da cui sono venuti. Altri appaiono più determinati e consapevoli di dove sono: in una delle metropoli più affascinanti, certo, e più crudeli del pianeta. Come canta Jamie Woon: “Anything can happen in the city but you can’t sit down”.

Di fatto, luoghi come Londra o Berlino, approdi di massa dei giovani immigrati italiani, rappresentano una possibile soluzione pratica, e insieme una valvola di sfogo dell’immaginario. Sapere che esistono, che sono disponibili, anche se le possibilità che offrono sono sempre più limitate, aiuta a calmare la claustrofobia della gioventù italiana: sia per quella che parte, sia per quella che rimane a casa. Almeno fino a quando quegli approdi saranno effettivamente disponibili. Il governo britannico ringhia sempre più forte contro l’immigrazione interna europea: presto, chissà, trasferirsi liberamente nel Regno Unito potrebbe diventare difficile per i giovani europei.

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Settanta acrilico trenta letteratura: però strega! https://minimaetmoralia.it/libri/settanta-acrilico-trenta-letteratura-pero-strega/ https://minimaetmoralia.it/libri/settanta-acrilico-trenta-letteratura-pero-strega/#comments Sat, 16 Apr 2011 03:37:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4185 Il romanzo d’esordio di Viola Di Grado procede letteralmente per picchi e precipizi. Si intitola Settanta acrilico e trenta lana ed è il romanzo che la casa editrice e/o candida per il Premio Strega 2011. La proporzione tra le virtù di questo testo e le sue irrisolutezze potrebbe essere espressa con le stesse percentuali contenute nel titolo, ma va detto subito che le pur ridotte qualità di questo romanzo hanno la forza di far distogliere l’attenzione dai suoi difetti. L’assoluta freschezza irregolare della scrittura di Viola Di Grado e il suo sguardo spiazzano il lettore al punto da corromperlo, e indurlo a perdonarle moltissimo, addirittura a perdonarle tutto.
La scrittura di Settanta acrilico trenta lana è alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori. Ambientato nell’oscuro paese di Leeds, in Inghilterra, il romanzo racconta un breve arco di tempo della vita di Camelia, una ragazza affamata di vita che dopo la morte traumatica del padre vive con la madre (o meglio la assiste) in una casa piena di dolore e poverissima di parole: madre e figlia comunicano per la maggior parte del tempo semplicemente attraverso gli sguardi. La madre scatta fotografie a buchi e voragini. Camelia trova lavoro come traduttrice di manuali per lavatrici e con il primo stipendio regala alla madre un pappagallo. Si innamorerà presto di Wen, un ragazzo cinese che la inizierà al mondo degli ideogrammi. Quello di Camelia sarà un amore viscerale e non corrisposto tanto che finirà per avere una storia con il fratello di Wen, un ragazzo emotivamente malconcio e psicologicamente borderline.

Come detto, però, le colonne che sostengono la trama sono le atmosfere di un’Inghilterra invernale fatta di kebab e di negozi cinesi, la cupezza sensuale dello sguardo di Camelia, e lo stile che rende i paesaggi (esteriori e interiori) universi distorti e deformi. La lingua di Viola Di Grado è del tutto snodata, come uscita da un corso di yoga. Ciò comporta a volte una tendinite del linguaggio, alcune immagini sono infatti infelici: «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», oppure «Un sole carnoso come un petto di pollo sporgeva a tratti nella grotta». In altri casi invece le immagini sono gradevoli: «La neve aveva cominciato da poco il suo lavoro di annientamento, guardavo dalla finestra le case scomparire come ricordi», o almeno piacevolmente sorprendenti: «Scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno», «La testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi».

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Il romanzo d’esordio di Viola Di Grado procede letteralmente per picchi e precipizi. Si intitola Settanta acrilico e trenta lana ed è il romanzo che la casa editrice e/o candida per il Premio Strega 2011. La proporzione tra le virtù di questo testo e le sue irrisolutezze potrebbe essere espressa con le stesse percentuali contenute nel titolo, ma va detto subito che le pur ridotte qualità di questo romanzo hanno la forza di far distogliere l’attenzione dai suoi difetti. L’assoluta freschezza irregolare della scrittura di Viola Di Grado e il suo sguardo spiazzano il lettore al punto da corromperlo, e indurlo a perdonarle moltissimo, addirittura a perdonarle tutto.
La scrittura di Settanta acrilico trenta lana è alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori. Ambientato nell’oscuro paese di Leeds, in Inghilterra, il romanzo racconta un breve arco di tempo della vita di Camelia, una ragazza affamata di vita che dopo la morte traumatica del padre vive con la madre (o meglio la assiste) in una casa piena di dolore e poverissima di parole: madre e figlia comunicano per la maggior parte del tempo semplicemente attraverso gli sguardi. La madre scatta fotografie a buchi e voragini. Camelia trova lavoro come traduttrice di manuali per lavatrici e con il primo stipendio regala alla madre un pappagallo. Si innamorerà presto di Wen, un ragazzo cinese che la inizierà al mondo degli ideogrammi. Quello di Camelia sarà un amore viscerale e non corrisposto tanto che finirà per avere una storia con il fratello di Wen, un ragazzo emotivamente malconcio e psicologicamente borderline.

Come detto, però, le colonne che sostengono la trama sono le atmosfere di un’Inghilterra invernale fatta di kebab e di negozi cinesi, la cupezza sensuale dello sguardo di Camelia, e lo stile che rende i paesaggi (esteriori e interiori) universi distorti e deformi. La lingua di Viola Di Grado è del tutto snodata, come uscita da un corso di yoga. Ciò comporta a volte una tendinite del linguaggio, alcune immagini sono infatti infelici: «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», oppure «Un sole carnoso come un petto di pollo sporgeva a tratti nella grotta». In altri casi invece le immagini sono gradevoli: «La neve aveva cominciato da poco il suo lavoro di annientamento, guardavo dalla finestra le case scomparire come ricordi», o almeno piacevolmente sorprendenti: «Scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno», «La testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi».

La libertà linguistica di Viola Di Grado è il frutto di un’estrema sensibilità, venata certamente di ingenuità. Quali scrittori in Italia avrebbero il coraggio di scrivere «bianchissimissimo»? Nessuno, e si dirà che se ciò non avviene è solo un bene. Tuttavia, quel preciso coraggio di scrivere «bianchissimissimo» permette alla Di Grado di affrontare la scrittura letteraria esplorando zone che altri scrittori evitano (per saggezza ma soprattutto per pigrizia). Chi infatti arriverebbe a pensare questa frase: «Passarono due anatre blu e il fiume divenne schiumoso come la pellicola del latte quando cuoce troppo»?

Settanta acrilico trenta lana è una versione italiana di quelle favole nere che scrivevano Angela Carter o Rikki Ducornet. È una fiaba piena di ombre e di sangue, di abbandoni e di incomprensioni. Racconta di una Alice cacciata dal paese delle meraviglie, che cerca di colmare l’infelicità con le parole, coi caratteri, con gli alfabeti, e con la scoperta di lingue che possano esprimere il dolore di vivere e insieme un rovente desiderio di felicità. Il Premio Strega non lo vincerà. Ma tra mille esordi tutti simili tra loro, mille esordienti che scrivono tutti lo stesso romanzo, la scrittura della Di Grado brilla ambiguamente, fa come i pappagalli disegnati sulle cravatte: «I pappagalli della cravatta mandavano i bagliori spietati della seta».

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