insegnamento Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/insegnamento/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Apr 2014 12:50:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg insegnamento Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/insegnamento/ 32 32 Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/#comments Wed, 02 Apr 2014 22:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19773 [Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

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[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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Camere separate: l’ottusità studiata a tavolino delle classi-ponte https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/ https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/#comments Sun, 02 Feb 2014 06:54:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18083 Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte. di Gianluca D’Errico Immagina/1 Vi chiedo uno sforzo di immaginazione. Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato […]

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Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte.

di Gianluca D’Errico

Immagina/1

Vi chiedo uno sforzo di immaginazione.

Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato in patria, decida di emigrare in un altro paese per andare a cercare lavoro, facciamo la Germania per rimanere nei paraggi, ma potrebbero essere gli Stati Uniti o il Canada. Voi e vostra madre rimanete in Italia, vostro padre il lavoro lo trova, a Dortmund, a Toronto, a New York.

Un bel (brutto?) giorno vedete lacrime negli occhi di vostra madre. “Raggiungiamo papà, possiamo di nuovo vivere insieme”.

Immaginate ancora.

Arrivate in una città mai vista prima, siete divertiti e frastornati insieme. All’inizio vi sembra una gita. Guardate tutto, annusate, ascoltate parole nuove. E poi incontrate vostro padre: la felicità e poi la casa che ha trovato per voi. Non è un granché, la casa che avete lasciato in Italia era più grande.

“Tra qualche giorno ricominci ad andare a scuola, è vicino a dove lavoro io, ci andiamo in autobus, mi raccomando”. Da quanto tempo non lo sentivate quel mi raccomando, terribile e rassicurante. Non ci avevate pensato: la scuola.

Ci dovrete rimanere un bel po’ in questo paese nuovo, anni forse. Per sempre, chissà.

Siete anche spaventati. Qui parlano un’altra lingua, non capite poi tanto, non conoscete nessuno.

Quando vostro padre vi accompagna a scuola, al vostro nuovo primo giorno di scuola, incamminandovi verso il cancello siete letteralmente…

Bologna Novembre 2013

Per l’anno scolastico 2013-2014 un istituto comprensivo di Bologna ha deciso che una prima media sarà formata interamente da bambini stranieri. A stare a come viene spiegata la scelta organizzativa da parte di Dirigente e Docenti si tratta di una sperimentazione. Non di una classe vera e propria ma di un “laboratorio” il cui scopo principale è l’insegnamento della lingua italiana. I bambini che vengono iscritti nella IA (questa la classe) sono, per la maggior parte, “ricongiunti”, come vuole la terminologia burocratica: ragazzini venuti in Italia a raggiungere i propri genitori che, emigrati prima di loro, hanno fatto da “apripista” costruendo un minimo di stabilità prima di progettare e realizzare il trasferimento in Italia dei propri figli. Ragazzi che, in larga misura, non parlano l’italiano. Sempre a stare a quanto dicono gli sperimentatori, man mano che apprenderanno l’italiano i ragazzini stranieri verranno trasferiti in classi “normali”.

La classe-ponte ha generato un gran dibattito in città e non solo. Molti hanno richiamato una analoga proposta presentata in Parlamento da parte della Lega Nord, la mozione Cota dal nome del suo primo firmatario, l’attuale presidente della Regione Piemonte. In quel caso la proposta rimase sulla carta, ma ad analizzarne il contenuto le analogie con il progetto della classe ponte Bolognese non sono poche.

La Lega Nord proponeva di “… istituire classi ponte, che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test sopra menzionati (test di lingua italiana ndr) di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all’ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti” (il virgolettato è preso dal documento originale presentato in parlamento il 16 settembre 2008). Nel 2008 la questione si archiviò, forse troppo frettolosamente, come l’ennesimo esempio di populismo xenofobo del partito del carroccio.

Nel caso emiliano l’istituzione di una classe ponte è avvenuta nella democratica Bologna e ad opera di docenti che si dicono lontanissimi dalle posizioni politiche della Lega. Per molti la garanzia che non si tratti di pedagogia della separazione e dell’esclusione è data proprio dal fatto che ci troviamo di fronte a “professionisti democratici” che sapranno gestire al meglio questo particolare modo di accogliere i bambini stranieri. Una visione decisamente indulgente che blocca ogni ragionamento su cosa significhi integrazione a scuola e su come sperimentare pratiche in cui ciascuno si senta realmente accolto.

Sperimentare

Il ragionamento giustificativo degli insegnanti che hanno promosso la classe ponte è il seguente: la scuola è allo stremo, nelle classi “normali” si arriva anche a 29 alunni, l’arrivo di alunni che non conoscono la lingua italiana ha un impatto devastante su un contesto già così precario. È il tema delle risorse, insomma. I tagli intervenuti nella scuola pubblica negli ultimi vent’anni in effetti l’hanno messa in difficoltà gravissima, condizionando in negativo ogni possibilità di intervento.

Questa condizione di scarsità (che non deve essere taciuta, deve essere denunciata e combattuta, sia chiaro) non può essere però la giustificazione per qualsiasi tipo di scelta che porti fuori da un ordinario scolastico già schiacciato e immiserito.

Nella scuola italiana c’è un gran bisogno di sperimentare. Abbiamo scritto più volte su questa rivista di come la scuola andrebbe radicalmente trasformata, di come gli intenti alti di emancipazione dell’individuo sbandierati in tutti i documenti pubblici (dalla Costituzione in giù) facciano i conti con una realtà ben diversa in cui essa riproduce pari pari il classismo e l’autoritarismo che stanno fuori, nella società. Di come invece di essere luogo di liberazione, la scuola sia divenuta fucina di frustrazioni, nevrosi, conformismo.

Questo per essere chiari e mettersi lontano da ogni conservatorismo.  Della scuola così com’è andrebbe conservato poco o nulla. C’è bisogno di sperimentare, di trasformare, mettere in discussione. Tutto: luoghi e tempi, divisione delle materie, burocrazia…

Detto questo, non tutti i cambiamenti vanno nella stessa direzione e poggiano sulle stesse premesse.

Che idea pedagogica c’è dietro la creazione di una classe separata per chi non conosce la lingua italiana? O ancora più crudelmente: c’è un’idea pedagogica o siamo di fronte ad aggiustamenti organizzativi che guardano all’efficienza e non mettono in realtà niente in discussione? Forse è proprio questo: la scelta bolognese è frutto di quel pragmatismo che ha reso le nostre menti ottuse; nel modello emiliano dell’istruzione l’efficienza burocratica e organizzativa è stata il sicario dell’efficacia educativa.

E invece il problema è altrove. La realtà prepotente bussa alle porte della scuola, in questo caso ha il volto di ragazzi stranieri arrivati da poco in Italia. E pone domande serie, complessive:

Che scuola facciamo? Che idea di bambino abbiamo? Quali sono le pratiche che realmente, a dispetto dei proclami, mettono al centro l’individuo e gli offrono occasioni di emancipazione, possibilità di espressione? Se la risposta è quella di creare una classe separata probabilmente non si sono comprese, o prese in considerazione, le domande. Ancora più chiaramente: una scuola nella quale la possibilità di espressione di ciascuno è pesantemente compressa il problema non è la lingua.

Nei processi di trasformazione poi è fondamentale il metodo. Si può rispondere alle domande di cui parlavo sopra solo attraverso processi di ascolto e partecipazione, sia di quelli che “abitano” quotidianamente la scuola (insegnanti, studenti, genitori) che di quelli che stanno fuori dal cancello.

Guardando indietro impariamo che le sperimentazioni e le conseguenti riforme più pregne di senso pedagogico (penso ad esempio al tempo pieno alle elementari o alle cosiddette 150 ore per l’educazione degli adulti) non sono nate da solitari spiriti illuminati ma da concreti e imperfetti processi di condivisione, discussione, ascolto.

La scelta di fare una classe ponte nella scuola bolognese pecca anche in questo: una assoluta mancanza di confronto; un progetto nato “in laboratorio” magari con le migliori intenzioni ma con le peggiori pratiche. Un insegnante o, nella migliore delle ipotesi, un gruppetto, scrive a tavolino un progetto pescando dal proprio bagaglio di conoscenze, idee, intuizioni. E, solo dopo, alla comunità scolastica è “concesso” di ratificare o meno la decisione. I genitori, le associazioni di immigrati, le associazioni delle cosiddette seconde generazioni, i ricercatori che hanno lavorato sul tema dei giovani ricongiunti: nemmeno presi in considerazione.

Non è una casualità che tutto il dibattito sulla classe ponte sia nato dalle rimostranze di alcuni genitori che fanno parte del Consiglio di Istituto (uno degli organi collegiali delle scuole): della scelta di istituire la classe per soli stranieri non erano stati nemmeno informati per tempo. Non è una questione di cavilli formali s’intende, lo svuotamento di senso degli organi collegiali, degradati appunto a luoghi di mera ratifica di scelte prese chissà dove, è solo un tassello del più generale processo di sparizione della democrazia dalla scuola. Anche in questo la scuola ripercorre il sentiero tracciato dalla società. Pensate a come avviene la trasformazione del territorio, alle grandi opere; chi partecipa? Chi decide? Alle comunità resta solo la possibilità di accettare o meno un pacchetto confezionato altrove.

L’alfabeto.

Si usano i termini “accoglienza” e “alfabetizzazione” quasi come fossero sinonimi; è un uso improprio. O, nel migliore dei casi, alfabetizzazione come presupposto necessario ad una buona accoglienza. Presupposto anche temporale. Prima impari la lingua poi ti integri. Questa visione, anche dietro le buone intenzioni di chi la difende, ha alle spalle una precisa idea di formazione e educazione.

Un’idea secondo la quale la persona è “vivisezionabile” nelle sue componenti cognitive e affettive: c’è il pezzo della lingua, quello dell’affettività, quello dell’incontro con i saperi strutturati, quello della sua corporeità ecc. e ognuno di questi pezzi può essere “aggiustato”, trattato separatamente dagli altri.

Nel caso della lingua poi la cosa è proprio lampante: come si può pensare che sia più fruttuoso imparare l’italiano separando i bambini da alfabetizzare dagli altri già alfabetizzati (italiani e non)? Creando un luogo ad hoc dove, come su una catena di montaggio pedagogica, si mette mano alla lingua, per poi pensare all’incontro con i bambini italiani delle classi normali.

La cosa non regge dal punto di vista “tecnico”, volendo stare sul terreno dei professionisti dell’insegnamento delle lingue. Basta leggere quanto scrivevano nel 2008, a commento della mozione Cota, le maggiori Società e Associazioni che si occupano di linguistica e insegnamento della lingua in un documento comune: “l’acquisizione di una lingua è tanto più facile, rapida, completa quanto più giovane è l’età del soggetto apprendente e quanto più piena è l’immersione nella nuova realtà linguistica e culturale”. La scoperta dell’acqua calda.

Ma non è solo questo. La lingua vive nella relazione e creare luoghi dove essa si apprende come fatto astratto significa nient’altro che riprodurre vecchi errori della scuola tutta; creare luoghi asettici che stanno fuori dalla realtà. Dove la realtà arriva come una eco lontana.

Insomma, nel binomio accoglienza e alfabetizzazione, se proprio dobbiamo cercare un primato, viene prima l’accoglienza. Che accoglienza è quella che dice: “ti do il benvenuto ma per un po’ mettiti da una parte e preparati bene ad essere accolto da me.”?

Sul piano delle potenzialità pedagogiche poi la presenza della diversità in classe (ciascun bambino col suo carico di ricchezza e difficoltà, non solo gli stranieri) dovrebbe essere il punto di partenza dal quale muovere. Ed è un punto di partenza fertile che può aprire possibilità, occasioni per immaginare percorsi di insegnamento-apprendimento nuovi. L’accoglienza (con dentro l’alfabetizzazione) dovrebbe ad esempio diventare un “affare” di tutta la classe e non solo una incombenza dei docenti.

La scuola invece oggi ha come pratica costante quella di creare “ambienti” separati per bisogni specifici diversi. E spesso mette sopra ciascun bambino etichette ben visibili (e spesso indelebili) che certificano la sua “diversità”. La classe ponte Bolognese, in tal senso, lungi dall’essere una novità si inserisce nel solco di una tradizione pluriennale. Per dirla con una battuta: rispetto all’accoglienza di bambini stranieri la scuola così come è oggi non può che produrre risposte come la classe ponte.

Ovvio, l’idea di costruire percorsi a partire dalla diversità presuppone un lavoro faticoso, complesso che necessita conoscenza e riflessione da parte degli insegnanti, ma rispetto al quale non ci possono essere scorciatoie. O così o non si parli di accoglienza.

Ecco: la classe ponte immaginata a Bologna è una scorciatoia. E non ci interessa nemmeno dove porti perché nell’insegnamento-apprendimento ciò che conta non è il “prodotto” ma il processo.

Immagina/2

L’immagine dalla quale sono partito, quella di un ragazzino che, a prescindere dalla sua volontà, si ritrova in un contesto nuovo non è solo un artificio retorico per introdurre al tema. No, è proprio il cuore della questione: per “far vivere il mondo a scuola” è necessario ripartire dalle storie di vita di chi a scuola arriva, restituire unità alla persona, prepararsi all’accoglienza, parlare di incontro e non di integrazione, creare contesti il cui scopo primario sia la possibilità di espressione di tutti, italiani e non.

 

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Intervista a Tullio De Mauro https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/#comments Tue, 03 Apr 2012 12:53:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7328 L'intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

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L’intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

Ma cominciamo dall’inizio, Professore. Il suo ultimo libro (Parole di giorni un po’ meno lontani, il Mulino) è un intreccio di ricordi linguistici dominato da maestri, insegnanti, professori, scuole, licei, università. Partiamo dalla scuola, allora.
La scuola è un «corpaccio» così grosso e forte che può prendere colpi e cazzotti, può subire tagli e riduzioni, ma resiste. Non che siano stati poco gravi i colpi inferti. Ma la scuola si assesta e va avanti. Porta risultati e profitti. Anche se i genitori a metà anno devono procurare la carta igienica.

E l’Università?
È stata fatta a pezzi. Oltre ai tagli dei finanziamenti, sono due le mosse che sembrano studiate per distruggerla. La prima è una norma: ogni cinque professori che vanno in pensione se ne chiama solo uno. Questo significa che si stronca il funzionamento delle facoltà. Se vanno in pensione un archeologo, uno storico medievale e uno moderno, un glottologo e un italianista, io chi chiamo? Cinque lavori molto diversi. Quattro li elimino. Quali? E perché? Ma vede, c’è un altro problema enorme. I professori oggi passano il loro tempo a studiare normative che richiedono continui adempimenti. Da tre anni sono letteralmente sommersi da regolamenti complicati, di incerta interpretazione e che si accavallano gli uni sugli altri costringendoli a un lavoro del tutto estraneo al loro mestiere. Walter Tocci, uno dei rarissimi parlamentari che si occupano della questione, ha calcolato che la cosiddetta riforma Gelmini richiederà diecimila norme tra regolamenti attuativi del Ministero e dell’Università. Insomma, si è scatenata, a ragion veduta, una tempesta burocratica. Il risultato è il coma dell’Università pubblica. Un giorno qualcuno se ne accorgerà. Forse la mitica Europa? Comunque, la ricostruzione sarà durissima.

I centri di ricerca invece in che condizioni sono?
Si salvano i fisici che hanno creato un’oasi. Per il resto l’atrofizzazione dei centri ha portato alla dispersione o all’ammazzamento di ricercatori giovani. E qui i danni non si riparano facilmente. Rispetto al “corpaccio” della scuola, per la ricerca parliamo di corteccia cerebrale. Lesioni irreparabili dunque. C’è poco da essere ottimisti.

Il nuovo governo non lascia sperare?
Si deve puntare sulla produttività, questo è evidente a tutti. Perché, diversamente, gli sforzi compiuti ora saranno inutili. Sono sorpreso che non si stia lavorando a un progetto a lungo termine. Esistono analisi dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia che, assieme al parere di molti economisti come Tito Boeri o Luigi Spaventa, ci dicono chiaramente il motivo del ristagno della produttività: l’insufficiente grado di formazione. Per tenere il passo con le grandi trasformazioni si deve investire su Università e Ricerca. Mi pare che il governo dei tecnici non stia facendo nulla e che nessuno dei politici ne sia consapevole. Soltanto Prodi ne fece una bandiera. Una parentesi brevissima.

Veniamo allo stato di salute della lingua italiana.
La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.

Il prossimo anno si festeggerà un’altra ricorrenza. I cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita. Di passi se ne sono fatti.
Il progresso è stato enorme. E ora chi parla bene italiano parla con sicurezza molto maggiore. La lingua gira a tutto regime e ne siamo più padroni rispetto alla generazione colta degli anni Quaranta. Questo si vede anche nella scrittura. Chi scrive bene scrive molto meglio. Si è persa quella rigidità, quella pomposità. L’oratoria dei pubblici ministeri, per esempio, era da caricatura

Quanto alla semplificazione della lingua per cui lei si è molto battuto, la sfida è vinta?
Nel parlare e nello scrivere comuni sì. Purtroppo nella comunicazione amministrativa si annidano sacche di oscurità. Le banche innanzitutto. Arrivano malloppi di pagine già materialmente illeggibili perché scritte in caratteri minuscoli. E anche se uno prende una lente, ci vogliono ore per capire. Lì forse un po’ di volontà di lasciare il cliente all’oscuro c’è.

E ci si rassegna.
Qui viene fuori il nostro carattere. Sa, negli Stati Uniti, c’è una normativa sulla chiarezza degli atti rivolti al pubblico di Assicurazioni e Banche. Frutto del coraggio di un cittadino della Virginia che nel ‘70 portò in tribunale un’ Assicurazione. Sostenne che era impossibile, al momento della firma, avere comprensione del cavillo a cui si erano appellati per non rimborsarlo. Sconfitto inizialmente, l’uomo s’impuntò e vinse. Una sentenza che ha fatto epoca. Dovuta all’etica tutta protestante di quel cittadino. Noi siamo diversi. Non sappiamo dire «Io non ci sto». È lontano dalla nostra cultura antropologica.

In che senso?
Dinanzi a una Banca, un Comune, un pezzo di Stato, ci manca il coraggio. È qualcosa che è dentro di noi. Ossia la preoccupazione che vengano a vedere se il balconcino ha troppe piante o se abbiamo le persiane non conformi a qualche regolamento comunale tra i mille. L’idea che un’Autorità pubblica possa, se còlta in fallo, ritorcersi contro di noi è qualcosa che ci portiamo dentro. Ci manca il coraggio protestante del cittadino della Virginia. Preferiamo andare dal potente e chiedere se per favore ci aiuta. È un difetto nazionale. Dovremmo tutti imparare a essere più rigorosi. Verso noi stessi, innanzitutto. Ma anche verso le persone che scegliamo e che paghiamo perché ci amministrino e ci governino.

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Diario di un’insegnante https://minimaetmoralia.it/scuola/diario-di-un-insegnante/ https://minimaetmoralia.it/scuola/diario-di-un-insegnante/#respond Tue, 13 Sep 2011 07:30:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5165 Questo intervento dedicato al libro di Silvia Dai Pra’, Quelli che però è lo stesso (Contromano-Laterza) è uscito sul numero di luglio della rivista Gli Asini. Ringraziamo l’autrice e la rivista per averci permesso di riproporlo anche a voi lettori di minima.

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Questo intervento dedicato al libro di Silvia Dai Pra’, Quelli che però è lo stesso (Contromano-Laterza) è uscito sul numero di luglio della rivista Gli Asini. Ringraziamo l’autrice e la rivista per averci permesso di riproporlo anche a voi lettori di minima.

di Federica Lucchesini

Il “diario di un/una insegnante” (DDI) è in fondo un genere letterario: ha le sue marche di stile e di contenuto, una tradizione fatta di pochi classici e una moltitudine di epigoni di varia qualità. Tra i primi si pensi al Diario di una maestrina di Maria Giacobbe e a Un anno a Pietralata di Albino Bernardini, per i secondi ai libri di prof blogger, umoristi, arrabbiati, strappacuore, acide, disperati, snob ecc. recensiti ogni tre mesi sulle pagine dei settimanali o ai reperti degli anni passati che si scovano regolarmente sulle bancarelle dell’usato. Ogni stagione uno o due DDI escono dal circuito dei lettori fidelizzati, gente del mestiere solitamente, perché identificati come adatti ad alimentare il sempreverde dibattito sulla scuola ma raramente sono davvero i più adatti allo scopo e mai hanno un loro intrinseco valore letterario.

Lo schema narrativo tipico del DDI prevede che l’insegnante sia al suo primo incarico, in assoluto o in una scuola nuova, e che l’ambiente socio culturale in cui finisce a lavorare le sia estraneo. La narrazione è, ovviamente, scandita sui tempi scolastici: tri o quadrimestri, dall’autunno all’inizio dell’estate, in un crescendo di conoscenza e di confidenza con l’ambiente e il mestiere. La situazione iniziale è di timore, estraneità, inesperienza e grande fatica; l’istituzione è sempre dipinta come di nessun aiuto e respingente. Ben presto tra colleghi e alunni emergono i caratteri chiave: nomi e/o cognomi, reiterati come in un appello quotidiano, si legano a personaggi, destinati alcuni ad acquisire spessore e significato, altri a rimanere solo macchiette o tipi. Si arriva alla primavera: la maestra o il prof hanno lavorato duro e giungono le meritate soddisfazioni. La sintonia col mondo delle alunne e degli alunni è trovata; lo scontro con l’istituzione registra uno o due episodi salienti. La primavera segna insomma l’acme della vicenda narrata mentre la fine dell’anno, al sopraggiungere dell’estate, è il tempo del raccolto: il rito conclusivo degli scrutini adombra nella sorte di promossi e bocciati il confronto incerto e spesso ingiusto che fuori le mura della scuola attende alunni e alunne, mentre la prof o il maestro ripartiranno per chissà dove.

Chiaramente questa traccia è dettata dalla natura di resoconto più che da convenzioni letterarie: chi sta nella scuola sa che così funziona l’anno scolastico e così lo registra la coscienza. Quanto poi a ricavarne un bel libro è un’altra faccenda e dipende dalla qualità letteraria della scrittura e dalla capacità dell’autore di trascendere la cronaca per un apporto di verità e conoscenza.
Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Pra’, edito da Laterza nella collana Contromano, appartiene indubitabilmente al genere DDI e altrettanto indubitabilmente ne travalica i confini: non solamente è il ritratto originale del funzionamento di un istituto della periferia romana e di un individuo vivo che piomba come impiegato nel meccanismo dell’istituzione ma è anche un intelligente e prezioso reportage sul “mondo popolare” della periferia metropolitana, che escluso Walter Siti, con la sua forte prospettiva, non si trova narrato né compreso nella letteratura d’arte o di ricerca italiane. Non è insomma il libro di una sola stagione e ha molto da dire. La narrazione in prima persona è la cifra dei testi editi nella collana laterziana nonché una moda recente della letteratura italiana che non osa costruire grandi narrazioni o spietate autoanalisi: qui però è finalmente necessaria, e non banalmente soltanto perché l’io narrante è la forma del diario. La voce che racconta è veramente viva, si interroga sulla sua situazione, da dove guarda da dove parla, cercando di comprendersi senza sconti né compiacimenti, sia all’interno di una generazione che nel ruolo di una lavoratrice della scuola.
Silvia ha trent’anni, una vivace vita culturale e sociale a Roma, è piena di interessi, vuole scrivere e ha appena concluso brillantemente un dottorato come ultima tappa di una brillantissima carriera di studi che la porta, per circa mille euro al mese, ad accettare un incarico annuale in un istituto professionale di Ostia, corso serale compreso. Come spiega bene nelle prime pagine non si tratta di Trento Padova o Firenze: al serale di Ostia non ci sono stranieri o adulti super motivati. Roma è metropoli e guarda a sud, sui banchi trova «loro: i ragazzi espulsi da tutte le scuole del regno». E ci trova anche gli adulti della mutazione culturale italiana, incalzati dalle difficoltà, dalla meschinità e dalla grettezza di chi è mal cresciuto con brutto lavoro e brutta televisione. Dei non adulti insomma, indistinguibili nell’irresponsabilità e nei consumi dai giovanissimi: «sulla pelle hanno gli stessi tatuaggi dei ragazzi, sulle unghie gli stessi adesivi zebrati, ai piedi le stesse zeppe in odor di tendinite, sui banchi appoggiano le stesse tette, gonfie, esposte, solo più esauste». Potrebbe parere questo un luogo comune eppure Dai Pra’, nel correre felice della sua prosa, è sempre guardinga contro i falsi pensieri e gli stereotipi, pronta a verificarli al fuoco dell’autoironia. Sorveglia se stessa, i propri pensieri, ignoranze e certezze, si rispecchia per smascherarsi e per vedersi trasformata dall’esperienza che sta vivendo: «storie che ancora aleggiano dentro di me e che io, stasera, mi porterò appresso, nonostante all’inizio dell’anno mi fossi promessa di non diventare lei, la professoressa crocerossina che si affanna dietro i problemi degli studenti» e difatti non ci diventa ma in compenso racconta una salute possibile nelle relazioni anche a scuola, nonostante la scuola.
Nelle cornici ben tratteggiate (lo scempio architettonico del quartiere; i corridoi, le aule, le formalità del tempo scolastico) Silvia Dai Pra’ avvicina progressivamente l’universo delle ragazze e dei ragazzi, lo racconta attraverso i dialoghi, i piccoli episodi, la descrizione attenta di vestiti e acconciature, di modi di dire, di riferimenti e ritornelli “sub-culturali”, della maniera di stare assieme, leggere il mondo e diventare grandi. Le riesce meglio di tanti libri di sociologia, psicologia o narrativa che pure ci provano, come ad esempio il francese Bégaudeau ne La classe, di cui pure si parlò abbastanza qualche anno fa e che dimostrava un’attenzione simile nel registrare le dinamiche di relazione dentro le aule. Il fatto è che in Quelli che però è lo stesso la voglia di conoscere è di altra qualità, la neo prof Silvia mette realmente in gioco se stessa nelle relazioni e nel modo di insegnare e non perché abbia una vocazione pedagogica o un ruolo intellettuale da impersonare ma semplicemente perché si riconosce come una persona impegnata a diventare se stessa, come i ragazzi dall’altra parte della cattedra, nella loro stessa città e tempo. Le interessa vivere e comprendere, perciò verifica le vicinanze e le distanze da quelli incontra, che siano alunne colleghi o bidelle, misura le differenze in termini di reazioni, di libertà e possibilità, scrivendone.

Purtroppo, per quanto metta continuamente alla prova le sue percezioni, ciò che l’io narrante al fondo registra è l’incomprensione della spietata assenza di senso in cui debbono vivere la loro giovinezza i suo fratelli e sorelle minori. La città metropolitana si rivela in periferia come cattività del vacuo, un grado zero delle passioni (crescere, amare, avere amici, passioni, lavori e rapporti) rimaste nude e lasciate in balia della ciancia commerciale, tra rottami di discorsi feroci, rifiuti della complessità. La bruttezza materiale e culturale dell’ambiente circostante, la povertà linguistica ed estetica, l’inedia culturale sembrano azzerare il tempo individuale e collettivo,
bloccando tutti i destini sotto una dominazione che non si sa se più o meno feroce di quella di un tempo ma sicuramente profondissima e cattiva. Questo è ciò che decifra il lettore mentre segue la cronaca dell’anno scolastico e delle scoperte della giovane intellettuale sul lavoro nella scuola. Con ironia e leggerezza sono toccati anche i piccoli, claustrofobici drammi del giovane impiegato scolastico: il valore dei gesti e delle riflessioni annullato nella ripetizione inesorabile di formule e rituali stantii; la pretesa di fare bene un lavoro serio e l’idea che le regole abbiano un loro fondato valore svelati come fantasmi dell’adolescenza. E poi ancora: la sensazione di essere una contro tutti; sentirsi completamente diversa dalle altre colleghe e sospettare che non sia più vero; il domandarsi se la propria sia connivenza oppure solo una resa senza importanza perché tanto il luogo della lotta non può essere lì dove si viene inevitabilmente trascesi dalla macchina istituzionale, falsificati nella minuscola parte assegnata nell’apparato teatrale del carrozzone.

Si ride leggendo della preside Concetta Rossi Esposito, sintesi dell’arroganza settentrio-meridionale concessa in questo paese a un funzionario ignorante e trafficone elevato al grado di manager di millequattrocento alunni; si ride delle solite macchiette: la prof anti berlusconiana ma iper-giustizialista, la borghese del quartiere bene che insegna per sfizio ed è paternalista in maniera cinica e nauseante, il collega col doppio lavoro sempre assente e il belloccio inconcludente che a quarant’anni è precario e già divorziato. Tutte e tutti pronti a scrivere e dire il falso, ad autogiustificarsi con foga, disposti a cercare di capire solo fino al punto in cui non gli costa nulla. È divertente ma fa male, perché non deve andare così ed è dei ragazzi e delle ragazze che si fa spreco. Non accade solo a scuola, certo, eppure è il posto dove gli si dice di andare e di restare, dove loro stessi confusamente si aspettano di fare esperienza di vita e di comunità, di dover e poter credere alla retorica buona. Nel libro la Dai Pra’ lo dimostra esemplarmente con l’episodio della visita a Montecitorio, che potrebbe essere banalmente didascalico e invece è intenso: loro, «i barbari», non fanno chiasso ma guardano tutto attentissimi e restano delusi dall’assenza di decoro e impegno dell’aula. Nonostante sappiano (e lo dicano e pensino male con le parole del qualunquista sotto proletario-sub culturale) che la politica è tutta corrotta, pur tuttavia si aspettano qualcosa. La sintonia e il patto di lealtà con queste aspettative profonde e inespresse fa la differenza tra un’insegnante inutile e una come la Silvia di Quelli che però è lo stesso. La quale non si sa se continuerà a farlo, non ha il pallino della didattica o della pedagogia, non la prende come una missione e non trae bilanci o verità però permette di intuire una possibilità. Si può stare nella scuola come persona viva e vera, non dormiente e non quieta. Senza andare di petto contro la stolidità della forma morta dell’istituzione e del potere (almeno fin quando non si saranno trovate abbastanza compagne e compagni) ma portando nella scuola se stessi, i propri studi, portandoci il mondo, fertilizzando con le proprie inquietudini e passioni l’insegnamento, pensando davvero e non solo a parole che «insegnare è un bel mestiere», aprendo la porta dell’aula alla crisi economica, a quella dei modelli familiari e sentimentali, alla catastrofi politiche e culturali apparecchiate per le ultime generazioni, senza infingimenti. Alla fine dell’anno scolastico l’io narrante sembra trasformato e in meglio, perché comunque la giovane donna è andata e ha visto e ha vissuto, cercando di mistificare il meno possibile. Con umiltà, con poche illusioni e senza megalomania, ridistribuendo quello che può e impegnandosi a capire il prossimo. Sono soprattutto loro, i ragazzi e le ragazze, che a fine lettura rimangono impressi. I coatti, i burini, le strappone, il gruppo HelloKitty e i fascistelli, dannati forse e pure ancora innocenti e incompiuti, finalmente raccontati con rispetto e sensibilità. Alcuni personaggi spiccano più di altri, ovviamente, ma le corde più profonde (insegnare è un mestiere così umano e delicato) le tocca la relazione con Nadjette. L’alunna di origine marocchina che pare e forse è diversa da tutte le altre, che con la sua femminilità divergente rispetto a qualsiasi modello e con il suo ragionare unico diventa un magnete per le riflessioni e l’ispirazione della prof, donando momenti di poesia e verità. Chi è stata a scuola sa che accade così e lo sa anche l’arte che ci ha dato recentemente film come Stella, Precious, Fish tanke, Corpo celeste, tutti intensi ritratti di ragazza.

Forse verrà dall’ultra disillusione una nuova forma di desideri e speranze, dalla crisi del femminismo un altro modo di immaginare la libertà per qualsiasi individuo oltre le tradizionali divisioni di genere. Insegnare non è un mestiere da donna, che lo facciano sempre più uomini e più donne in un modo nuovo.

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A scuola di scrittura con Sandro Veronesi (II parte) https://minimaetmoralia.it/estratti/a-scuola-di-scrittura-con-sandro-veronesi-ii-parte/ https://minimaetmoralia.it/estratti/a-scuola-di-scrittura-con-sandro-veronesi-ii-parte/#comments Mon, 30 Nov 2009 09:07:30 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1197 La seconda parte dell’intervento che Sandro Veronesi ha tenuto durante un corso di scrittura creativa organizzato dalla casa editrice minimum fax. di Sandro Veronesi Il corso è un’occasione per sbarazzarvi di cosa lo sapete solo voi perché quello che viene qua a parlare non lo sa. Sa che c’è un ingombro in ognuno di voi […]

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La seconda parte dell’intervento che Sandro Veronesi ha tenuto durante un corso di scrittura creativa organizzato dalla casa editrice minimum fax.

di Sandro Veronesi

Il corso è un’occasione per sbarazzarvi di cosa lo sapete solo voi perché quello che viene qua a parlare non lo sa.
Sa che c’è un ingombro in ognuno di voi ma non sa quale, è l’occasione di farvi attraversare il più possibile da un flusso che è il flusso di questa persona che è venuta qua a dirvi delle cose. Magari viene qua a dirvi come bisogna mettere il punto e virgola. Potrei stare due ore a parlare del punto e virgola. E voi potreste annoiarvi, sbagliando. Perché io anche c’ho i miei ingombri, io anche piglio una strada che è quella che posso prendere. Però non è che se sto due ore a parlarvi del punto e virgola – ripeto: cosa che ho anche fatto, ci ho scritto un saggio sopra, sicché non sto scherzando – lo faccio per farvi del male, per farvi pensare che avete buttato i soldi, se li avete spesi, che avete speso per iscrivervi a ‘sta cosa. Perché in due ore qualunque sia il pretesto, una persona che viene ascoltata è molto probabile, statisticamente, che vi dica la cosa che avevate bisogno di sentirvi dire quel giorno. Non deve essere così fondamentale, né che vi cambi la vita per sempre però limitatamente a quell’esperienza, a quelle due ore, a quell’ora e mezza, la pagnotta, questo, anche parlandovi per un ora e mezzo del punto e virgola, se la guadagna. E voi ovviamente dovete accorgervene perché se invece sono io che mi devo preoccupare – voi siete pochi – ma ci sono delle scuole di scrittura dove ci sono 20-25-30 allievi – se io mi devo preoccupare di dire a ognuno di voi e fare con ognuno di voi la cosa risolutiva che vi sblocca e che vi dà… e no, non funziona, no.

Allora è vero quello che dicono i dilettanti e cioè che non si insegna a scrivere, che non si impara a scrivere, il che non è vero. È vero il contrario: si impara a scrivere e si insegna a scrivere. Si insegna tutto. E chi insegna non è detto che debba essere più bravo di quello che impara. Solo che chi insegna fa il suo e chi impara fa il suo. Se chi impara fa il suo, già siamo a metà dell’opera. Spesso chi impara non fa abbastanza la sua parte. Può benissimo capitare che noi ci vediamo al bar e chiacchieriamo e i ruoli non sono questi, ma qui sono questi, e questa che è un’impostazione di fondo che investe, come vi ho detto, fin dall’inizio, addirittura la natura della vostra passione, se è una natura professionistica o dilettantistica. E non c’è nulla di male se fosse dilettantistica. Non è che uno dive dire: eh, vabbè, io sono dilettante. No perché bisogna capire anche con quanta drammaticità uno si è posto o si è trovato addosso senza averlo nemmeno mai deciso l’obiettivo di scrivere e dunque di essere letto, e dunque di essere giudicato, possibilmente in modo favorevole, dagli altri. Bisogna vedere com’è nata ‘sta cosa. Bisogna vedere, appunto, quanti cazzi amari ci vogliono perché uno dica, vabbè, ritiro la bandierina dello scrittore, perché c’ho un problema troppo grosso adesso, e perché poi non posso, perché la mafia letteraria è troppo forte. Se invece ti va bene, con quello stesso atteggiamento che in un’opzione sfortunata ti farebbe arrendere di fronte alle difficoltà, siccome le difficoltà non ci sono, tu puoi andare, navigare, essere uno scrittore felicissimo. Felicissimo proprio nel senso del gesto. Io ne conosco – non mi chiedete nomi perché non li faccio – però io li conosco gli scrittori dilettanti, fortunati adesso, in un bel momento, ma sono persone che nel momento della difficoltà invece che smettere rincarano la dose e si fottono. Non hanno la difficoltà: buon per loro. Conosco altri scrittori, meno famosi forse di quelli dilettanti, che però si sono resi subito conto che qualunque cosa consegua alla tua vita quotidiana che finisce dentro la scrittura va vagliata e lavorata molto prima. Perché se tu hai un rapporto familiare, è ovvio che questo rapporto familiare finisce per formare quello che scriverai. Il disagio, quello che non funziona nel tuo rapporto familiare, con i tuoi genitori, con tua moglie, con i tuoi figli, finirà per formare in un modo o nell’altro quello che scrivi. Però c’è il rischio che dopo tu trasferisci sulla scrittura la soluzione del rapporto familiare. Se ti va bene il libro, perché lo pubblichi, perché viene anche apprezzato, rischi di non considerare più un problema familiare quello che è diventato addirittura la chiave del tuo successo. Ecco, allora: un professionista questo sbaglio non lo deve fare, perché è troppo fragile, lo capite, troppo fragile quello che costruisci. Ti appoggi su un problema, lo trasformi in soluzione senza avere toccato il problema, semplicemente perché nel contesto del tinello è un problema, nel contesto del romanzo non è più un problema, ma addirittura ti dicono bravo. Però sempre un problema c’è. Ci sono dei momenti in cui le cose sono veramente merdose, c’è poco da fare. Tanto più la pressione che viene dagli altri si fa forte e dolorosa, tanto più uno si deve dedicare ad arginare quella pressione. Perché se quella pressione uno si limita a deviarla sulla scrittura fa un gesto da dilettante. Ti affidi allo sbaraglio delle cose. Ora io non so quanti di voi vanno a fare la spesa al supermercato. Ci andate? Come vai a fare la spesa te? Dimmi come fai la spesa? Fai la lista della spesa.
studente: no.
Vabbè. Che fai?
studente: mah, prendo i prodotti. Generalmente poi alla fine diventa una cosa metodica, perché in linea di massima prendo sempre le stesse cose. Poi magari dai uno sguardo, c’è qualcosa in offerta speciale, dici, oggi, vabbè, mi concedo questo, lo metti là nel cestino, ma alla fine, non lo so, fai bene o male un resoconto di quello che ti può servire. Perché io ci vado due-tre volte a settimana a fare la spesa, quindi…
Però non fai la lista della spesa.
studente: non faccio la lista della spesa.
Vai sempre nello stesso posto?
studente: in linea di massima sì.
E però se ci sono le offerte speciali, le prendi, qualche volta.
studente: sì.
Allora, se io ti faccio su una lavagna che non c’è, ma ve la immaginate facilmente, ascisse e ordinate, c’è un 10%, c’è proprio una specie di curva gaussiana nel primo 10, da 0 a 100, nel primo 10 siamo nella parte bassissima della campana gaussiana. Poi c’è un 80 alto e poi c’è un 10. Allora che succede qui? Te sei qui, alla fine del primo 10, cioè te sei un pollo quando vai a fare la spesa. Ti pigliano. Coi tre per due. Ti chiappano. L’hai detto: poi me lo concedo… Ma te eri partito per comprarti delle cose che ti servivano e in parte quelle cose le hanno decise altri.
studente: le spiego, il discorso è un altro. Ogni supermercato ha la sua dinamica, nel senso che ogni volta che vai a fare la spesa sai che troverai un tipo di pasta in offerta, un tipo di caffè in offerta, eccetera. Tu alla fine raggiri loro, nel senso che tu, comprando le offerte che loro ti propongono, ti pigli le cose che ti servono al prezzo che vuoi tu.
Vabbè, diciamo allora che tu sei nella parte dal 20 al 90, quelli che fanno la spesa a ragion veduta. Però, la maggior parte delle persone che conosco io, compreso me, stanno qua, nel primo 10. Sono veramente grilli nell’uragano, fuscelli al vento. Poi c’è l’ultimo 10, conosco una persona, un ingegnere che c’ha la pianta del supermercato e prevede prima – sa tutto, dove sono i reparti – prevede prima il percorso che farà.
studente: ma esce una volta a settimana dal manicomio?
Sì, gli levano la camicia di forza e parte. Lui sta là. Sta nella cosa maniacale. Quindi non si accorge che c’è un’offerta vantaggiosissima, perché lui già ha deciso, la spesa l’ha già fatta a tavolino. Deve solo eseguire un gesto, risparmia tempo e tutto quanto, però se quel giorno imprevedibilmente c’è una roba che te la tirano dietro, lui non ci passa e non lo sa.
studente: al contrario di una signora con il volantino che alle otto di mattina sta là perché inizia l’offerta.
Succede anche questo. Tu hai detto una parola, hai detto, c’è una metodica che compensa la tua sprovvedutezza, – sei tu contro i geni del marketing, quindi è chiaro che sei sotto –la metodica ti dà un po’ di chance di resistere. Però la maggior parte delle persone che conosco io, degli artisti che conosco io stanno qua. Se scrivessero i romanzi come fanno la spesa… non andrebbe bene. Possono permettersi di far la spesa a cazzo. Perché così è fare la spesa a cazzo, come la faccio io, ma non possono permettersi lo stesso atteggiamento quando fanno un quadro se sono pittori o un romanzo se sono scrittori. La metodica se la devono inventare. Pure se sono le persone più scombinate di questo mondo quando sono a fare la cosa di cui sono professionisti, la cosa che potrebbero anche insegnare, lì la gaussiana si deve trovare al punto alto, non al punto basso. Perché se te fai un romanzo come fai la spesa, puoi essere Rimbaud, puoi essere Pynchon, ma non viene. Io quando vado a far la spesa non faccio altro che dare il mio contributo a linee produttive e di marketing di questi cazzoni che decidono come devo far la spesa io. Perché io non lo decido. Io sono in preda, in altre parole, all’ingombro che mi impedisce di prendere sul serio, come va preso, l’impegno di fare la spesa. È buona cosa farsi una lista, la lista della spesa.
studente: però anche i tetragoni della spesa sono passati attraverso la fase della sprovvedutezza.
Certo. Certo. Io non ti contraddico, per carità. Il problema è che nel momento in cui voi andate a un corso di fare la spesa, i famosi corsi creativi di fare la spesa creativa, vi insegnano a usare un criterio, poi dopo il criterio ve lo dovete scegliere voi. Però ci vuole un criterio. Io vado a fare la spesa quando non ho niente in casa, questo è il problema, che torno e non ho risolto i problemi che hanno determinato la vuotezza del mio frigorifero, perché non ho usato un criterio, perché non ho metodica, perché non ho esperienza e non ho intenzione di averla. Perché se avessi intenzione di averla, e l’avrò, perché cambiando vita dovrò anche avere una metodica nel fare la spesa, io dico, vabbè, all’inizio mi piglieranno, mi pizzicheranno, per 2, 3, 4 mesi con le offerte speciali di zerbini… mi ritrovo uno zerbino, ma io non lo volevo, uno zerbino… ma era in offerta, l’ho comprato, non so dove metterlo… per un po’ ci casco, ma dopo, io so di cosa ho bisogno, so di quanti soldi dispongo, so di quanto tempo dispongo.
Però se uno va al supermercato con la stessa frequenza con cui andrebbe alle bottegucce sotto casa, sarebbe meglio che al supermercato ci andasse una volta a settimana e basta, e portasse via tutto quello che gli servirà durante la settimana salvo le cose fresche che si comprano sotto casa.
Se voi scriveste come fate la spesa, ci sarebbe veramente d’andà alla scuola della spesa: lesson one. Perché di fare la spesa a cazzo potete anche permettervelo sebbene poi dopo tra gli ingombri ci saranno anche quelli economici, no? Che uno dice, però io devo guadagnare… e non pensate che magari quando andate là a fare la spesa buttate via ‘sti soldi che poi dopo non sapete come fare a guadagnare e che per guadagnarli dovete abbandonare la scrittura e questa è una buona scusa per dire, che cazzo, eh, vedi, però, non ci riesco. Cioè fare la spesa comunque bisogna farla bene. Il messaggio è questo. O la spesa la fa qualcun altro, con i soldi suoi. Però ora non funziona nemmeno più con i genitori. Ai miei tempi funzionava ancora, erano buoni tempi per rimanere il più possibile a carico dei genitori, ma ora già voialtri siete di una generazione in cui vi mandano fuori presto…
studente: magari.
Non vi mandano? E allora questa è una grande risorsa, quella di non doversi preoccupare …
Il dilettante, siamo sempre lì, vuole andare a vivere da solo. Il professionista dice no, io sto scrivendo un romanzo, poi quando avrò pubblicato il romanzo vado a cercare di vivere da solo, il lavoro, l’affitto, dopo m’incasino. Se vado a vivere da solo adesso, già faccio fatica così… certo non c’ho la mia casa, c’ho la mia cameretta come quando avevo 14 anni, però, ‘sti cazzi, al supermercato ci va la mi’ mamma, insomma, di queste cose qua non me ne devo preoccupare. E è vero che viviamo in una società che ti spinge a considerare fico l’essere autonomi, e in un certo senso, alla fine di un percorso corretto, è fico essere autonomi, è necessario. Però è anche vero che se per te è molto più importante scrivere il romanzo e pubblicarlo che essere fico, perché comunque non puoi essere fico se non finisci ‘sto romanzo, allora stai a casa dei genitori. Ma chi te lo fa fare di andar via? Dice, ma non vado d’accordo… Ma vacci d’accordo, fa tutto parte del tuo lavoro per il romanzo, perché se no, allora vedi, c’hai i cazzi con i genitori, devi andar via, non c’hai i soldi, devi far la spesa, ti spennano, lo zerbino…

Vedete, io è questo che dicevo, tutta questa roba qua poi va a finire – voi non volevate parlar di questo – ma va a finire che rispunta anche nelle cose che scrivete perché vi porta via tempo, vi porta via soldi, vi porta via risorse, sono maniere con le quali voi affrontate la pressione che vi dà la vita e poi l’unico modo per digerirle, tutte queste cazzate, perché son cazzate, per non aver avuto il coraggio di dire: io sto scrivendo il romanzo. Non mi rompete i coglioni finché non ho finito questa missione non ce n’è per nessuno. Io son nato qua e resto qua in camera e mi date da mangiare come prima.

studente: Quando ti sei accorto di essere diventato un professionista?
Per me… la cosa più audace che ho fatto io, naturalmente non la vedevo così all’epoca, quindi è uno sguardo retrospettivo… è stato dopo la bocciatura del mio secondo romanzo scritto e presentato. Perché io m’ero preso del tempo dopo finito di laurearmi a Firenze in architettura, con anche una fortuna, cioè possibilità di lavoro subito… via da lì, a Roma, parassita più che potevo, scrivo, scrivo, scrivo e alla fine ce la farò. Primo romanzo, segato. Era ancora un residuo della vita, l’errore di portarsi appresso il manoscritto di quando eri giovane. La vuoi picchiare la capata? Va bene, capata. Allora, se ne fa un altro da capo, pirpim, purupum, parapà… BOM anche quello me lo rifiutano. Passato un anno io ne scrivo un altro. Lì è stato il momento – perché lì veramente puzzavo come il pesce marcio – perché ero proprio veramente… non guadagnavo una lira. M’ero distanziato dalle possibilità di guadagnare. M’ero distanziato anche da casa mia quindi non è che direttamente io pesassi sui miei genitori o almeno non sembrava, certamente poi è ovvio che in un modo o nell’altro ti aiutano. Però io cercavo di essere parassita di persone nuove, qui a Roma. Quindi io andavo a cena… non lo sapevano, ma tutte le sere andavo a cena da qualcuno, nessuno sapeva che questo era sistematico da parte mia, quindi tutti pensavano d’invitarmi a cena, così, invece io mi procacciavo tutti i giorni queste cose qua, un po’ perché non c’avevo i soldi, ma un po’ perché non c’avevo il tempo né la voglia d’andar al supermercato per fami gli spaghetti a casa mia… via gli spaghetti. Io devo scrivere ‘sto romanzo, se no qua mi tocca tornare a fare l’architetto. Allora il momento è stato quando la seconda bocciatura era già passata, volendo essere un dilettante, come scusa… per dire, io c’ho provato, cazzo, me n’hanno bocciati due ‘sti stronzi, mafiosi, son tutti che se non conosci quello… vaffanculo vado a fare l’architetto, sono imbufalito col mondo. E poi a scrivere il sabato e la domenica e riprovarci magari negli anni, lì invece fu proprio il caso di dire, no, porca troia, a me mi ci devon portar via col cellulare…. [risate] ora son qua e sto qua, e che cazzo! E ci riproviamo. E alla terza è andata. Però è lì che inconsciamente io ho stabilito, dovendomi sbilanciare, io sono un professionista, non sono un dilettante, non è che adesso il problema è che siccome non m’è andata bene, non me l’hanno accettato… il giocatore di poker professionista… badate che questi sono i modelli… il giocatore di poker professionista gioca tutte le sere. Te giochi una volta. Il professionista gioca tutte le sere. Quindi il professionista regge il bluff. Perché, ok, m’hai inculato, m’hai portato via 10 milioni in una botta sola, ma io domani rigioco, io me lo potevo permettere di vedere. Perché metti caso che bluffavi, mi pigliavo i 10 milioni miei. E vabbè, oggi ho perso, ma siccome gioco 360 giorni l’anno, è il mio mestiere, so come fare adesso per rientrare di questi 10 milioni che ho perso da te. L’altro che gioca forte, che è anche molto bravo, ma gioca una volta a settimana perché poi c’ha i bambini, la moglie, le cose, ecc. ecc., è cera nelle mani del professionista. Alla fine dell’anno quello che gioca per divertimento ci perde e quello che gioca per lavoro ci vince, per forza, è giusto. La sua forza sta nel fatto che lui lo fa tutti i giorni. Quando lo lascia la donna, c’ha un lutto, lo massacrano di botte, gli rubano la macchina, smette di giocare, finché non si rimette da ‘sta botta. Perché andare a giocare vulnerabile, nel fisico o nel morale, non se lo può permettere. Non è che dice, vabbè non voglio pensarci vado a giocare. Perché lì ti fanno ancora più male.
Se non sei lucido, se non sei forte, se non sei in grado di controllare quel poco che si può controllare, sia nel gioco d’azzardo che nella letteratura … perché ‘sto mito del controllo è un’altra cazzata, si controlla proprio poco. Però quel poco, dico io, cerchiamo di controllarlo. Se poi quel poco che si può controllare ce lo giochiamo con i problemi, dopo alla fine non controlli nulla. Però il professionista, sempre tra virgolette, nell’accezione che abbiamo impostato, sa, almeno sa, che lui tutti i giorni si espone a questo imprevisto che è la scrittura. Controlla quello che può controllare – è detto nel Corano: prega Allah, ma lega il tuo cammello. Ecco: te leghi il cammello, tutti i giorni, e preghi Allah, e qualcosa succede. Quando non puoi più permetterti nemmeno di legare il cammello perché rischi di legarlo male perché sei distratto, perché sei prostrato, perché sei frustrato… quando arrivi lì vai da tizio e dici, mi tieni il cammello, per piacere, perché io ho paura che non lo so più nemmeno legare…è meglio aspettare…

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