integrazione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/integrazione/ un blog di approfondimento culturale Sun, 02 Feb 2014 07:11:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg integrazione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/integrazione/ 32 32 Camere separate: l’ottusità studiata a tavolino delle classi-ponte https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/ https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/#comments Sun, 02 Feb 2014 06:54:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18083 Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte. di Gianluca D’Errico Immagina/1 Vi chiedo uno sforzo di immaginazione. Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato […]

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Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte.

di Gianluca D’Errico

Immagina/1

Vi chiedo uno sforzo di immaginazione.

Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato in patria, decida di emigrare in un altro paese per andare a cercare lavoro, facciamo la Germania per rimanere nei paraggi, ma potrebbero essere gli Stati Uniti o il Canada. Voi e vostra madre rimanete in Italia, vostro padre il lavoro lo trova, a Dortmund, a Toronto, a New York.

Un bel (brutto?) giorno vedete lacrime negli occhi di vostra madre. “Raggiungiamo papà, possiamo di nuovo vivere insieme”.

Immaginate ancora.

Arrivate in una città mai vista prima, siete divertiti e frastornati insieme. All’inizio vi sembra una gita. Guardate tutto, annusate, ascoltate parole nuove. E poi incontrate vostro padre: la felicità e poi la casa che ha trovato per voi. Non è un granché, la casa che avete lasciato in Italia era più grande.

“Tra qualche giorno ricominci ad andare a scuola, è vicino a dove lavoro io, ci andiamo in autobus, mi raccomando”. Da quanto tempo non lo sentivate quel mi raccomando, terribile e rassicurante. Non ci avevate pensato: la scuola.

Ci dovrete rimanere un bel po’ in questo paese nuovo, anni forse. Per sempre, chissà.

Siete anche spaventati. Qui parlano un’altra lingua, non capite poi tanto, non conoscete nessuno.

Quando vostro padre vi accompagna a scuola, al vostro nuovo primo giorno di scuola, incamminandovi verso il cancello siete letteralmente…

Bologna Novembre 2013

Per l’anno scolastico 2013-2014 un istituto comprensivo di Bologna ha deciso che una prima media sarà formata interamente da bambini stranieri. A stare a come viene spiegata la scelta organizzativa da parte di Dirigente e Docenti si tratta di una sperimentazione. Non di una classe vera e propria ma di un “laboratorio” il cui scopo principale è l’insegnamento della lingua italiana. I bambini che vengono iscritti nella IA (questa la classe) sono, per la maggior parte, “ricongiunti”, come vuole la terminologia burocratica: ragazzini venuti in Italia a raggiungere i propri genitori che, emigrati prima di loro, hanno fatto da “apripista” costruendo un minimo di stabilità prima di progettare e realizzare il trasferimento in Italia dei propri figli. Ragazzi che, in larga misura, non parlano l’italiano. Sempre a stare a quanto dicono gli sperimentatori, man mano che apprenderanno l’italiano i ragazzini stranieri verranno trasferiti in classi “normali”.

La classe-ponte ha generato un gran dibattito in città e non solo. Molti hanno richiamato una analoga proposta presentata in Parlamento da parte della Lega Nord, la mozione Cota dal nome del suo primo firmatario, l’attuale presidente della Regione Piemonte. In quel caso la proposta rimase sulla carta, ma ad analizzarne il contenuto le analogie con il progetto della classe ponte Bolognese non sono poche.

La Lega Nord proponeva di “… istituire classi ponte, che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test sopra menzionati (test di lingua italiana ndr) di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all’ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti” (il virgolettato è preso dal documento originale presentato in parlamento il 16 settembre 2008). Nel 2008 la questione si archiviò, forse troppo frettolosamente, come l’ennesimo esempio di populismo xenofobo del partito del carroccio.

Nel caso emiliano l’istituzione di una classe ponte è avvenuta nella democratica Bologna e ad opera di docenti che si dicono lontanissimi dalle posizioni politiche della Lega. Per molti la garanzia che non si tratti di pedagogia della separazione e dell’esclusione è data proprio dal fatto che ci troviamo di fronte a “professionisti democratici” che sapranno gestire al meglio questo particolare modo di accogliere i bambini stranieri. Una visione decisamente indulgente che blocca ogni ragionamento su cosa significhi integrazione a scuola e su come sperimentare pratiche in cui ciascuno si senta realmente accolto.

Sperimentare

Il ragionamento giustificativo degli insegnanti che hanno promosso la classe ponte è il seguente: la scuola è allo stremo, nelle classi “normali” si arriva anche a 29 alunni, l’arrivo di alunni che non conoscono la lingua italiana ha un impatto devastante su un contesto già così precario. È il tema delle risorse, insomma. I tagli intervenuti nella scuola pubblica negli ultimi vent’anni in effetti l’hanno messa in difficoltà gravissima, condizionando in negativo ogni possibilità di intervento.

Questa condizione di scarsità (che non deve essere taciuta, deve essere denunciata e combattuta, sia chiaro) non può essere però la giustificazione per qualsiasi tipo di scelta che porti fuori da un ordinario scolastico già schiacciato e immiserito.

Nella scuola italiana c’è un gran bisogno di sperimentare. Abbiamo scritto più volte su questa rivista di come la scuola andrebbe radicalmente trasformata, di come gli intenti alti di emancipazione dell’individuo sbandierati in tutti i documenti pubblici (dalla Costituzione in giù) facciano i conti con una realtà ben diversa in cui essa riproduce pari pari il classismo e l’autoritarismo che stanno fuori, nella società. Di come invece di essere luogo di liberazione, la scuola sia divenuta fucina di frustrazioni, nevrosi, conformismo.

Questo per essere chiari e mettersi lontano da ogni conservatorismo.  Della scuola così com’è andrebbe conservato poco o nulla. C’è bisogno di sperimentare, di trasformare, mettere in discussione. Tutto: luoghi e tempi, divisione delle materie, burocrazia…

Detto questo, non tutti i cambiamenti vanno nella stessa direzione e poggiano sulle stesse premesse.

Che idea pedagogica c’è dietro la creazione di una classe separata per chi non conosce la lingua italiana? O ancora più crudelmente: c’è un’idea pedagogica o siamo di fronte ad aggiustamenti organizzativi che guardano all’efficienza e non mettono in realtà niente in discussione? Forse è proprio questo: la scelta bolognese è frutto di quel pragmatismo che ha reso le nostre menti ottuse; nel modello emiliano dell’istruzione l’efficienza burocratica e organizzativa è stata il sicario dell’efficacia educativa.

E invece il problema è altrove. La realtà prepotente bussa alle porte della scuola, in questo caso ha il volto di ragazzi stranieri arrivati da poco in Italia. E pone domande serie, complessive:

Che scuola facciamo? Che idea di bambino abbiamo? Quali sono le pratiche che realmente, a dispetto dei proclami, mettono al centro l’individuo e gli offrono occasioni di emancipazione, possibilità di espressione? Se la risposta è quella di creare una classe separata probabilmente non si sono comprese, o prese in considerazione, le domande. Ancora più chiaramente: una scuola nella quale la possibilità di espressione di ciascuno è pesantemente compressa il problema non è la lingua.

Nei processi di trasformazione poi è fondamentale il metodo. Si può rispondere alle domande di cui parlavo sopra solo attraverso processi di ascolto e partecipazione, sia di quelli che “abitano” quotidianamente la scuola (insegnanti, studenti, genitori) che di quelli che stanno fuori dal cancello.

Guardando indietro impariamo che le sperimentazioni e le conseguenti riforme più pregne di senso pedagogico (penso ad esempio al tempo pieno alle elementari o alle cosiddette 150 ore per l’educazione degli adulti) non sono nate da solitari spiriti illuminati ma da concreti e imperfetti processi di condivisione, discussione, ascolto.

La scelta di fare una classe ponte nella scuola bolognese pecca anche in questo: una assoluta mancanza di confronto; un progetto nato “in laboratorio” magari con le migliori intenzioni ma con le peggiori pratiche. Un insegnante o, nella migliore delle ipotesi, un gruppetto, scrive a tavolino un progetto pescando dal proprio bagaglio di conoscenze, idee, intuizioni. E, solo dopo, alla comunità scolastica è “concesso” di ratificare o meno la decisione. I genitori, le associazioni di immigrati, le associazioni delle cosiddette seconde generazioni, i ricercatori che hanno lavorato sul tema dei giovani ricongiunti: nemmeno presi in considerazione.

Non è una casualità che tutto il dibattito sulla classe ponte sia nato dalle rimostranze di alcuni genitori che fanno parte del Consiglio di Istituto (uno degli organi collegiali delle scuole): della scelta di istituire la classe per soli stranieri non erano stati nemmeno informati per tempo. Non è una questione di cavilli formali s’intende, lo svuotamento di senso degli organi collegiali, degradati appunto a luoghi di mera ratifica di scelte prese chissà dove, è solo un tassello del più generale processo di sparizione della democrazia dalla scuola. Anche in questo la scuola ripercorre il sentiero tracciato dalla società. Pensate a come avviene la trasformazione del territorio, alle grandi opere; chi partecipa? Chi decide? Alle comunità resta solo la possibilità di accettare o meno un pacchetto confezionato altrove.

L’alfabeto.

Si usano i termini “accoglienza” e “alfabetizzazione” quasi come fossero sinonimi; è un uso improprio. O, nel migliore dei casi, alfabetizzazione come presupposto necessario ad una buona accoglienza. Presupposto anche temporale. Prima impari la lingua poi ti integri. Questa visione, anche dietro le buone intenzioni di chi la difende, ha alle spalle una precisa idea di formazione e educazione.

Un’idea secondo la quale la persona è “vivisezionabile” nelle sue componenti cognitive e affettive: c’è il pezzo della lingua, quello dell’affettività, quello dell’incontro con i saperi strutturati, quello della sua corporeità ecc. e ognuno di questi pezzi può essere “aggiustato”, trattato separatamente dagli altri.

Nel caso della lingua poi la cosa è proprio lampante: come si può pensare che sia più fruttuoso imparare l’italiano separando i bambini da alfabetizzare dagli altri già alfabetizzati (italiani e non)? Creando un luogo ad hoc dove, come su una catena di montaggio pedagogica, si mette mano alla lingua, per poi pensare all’incontro con i bambini italiani delle classi normali.

La cosa non regge dal punto di vista “tecnico”, volendo stare sul terreno dei professionisti dell’insegnamento delle lingue. Basta leggere quanto scrivevano nel 2008, a commento della mozione Cota, le maggiori Società e Associazioni che si occupano di linguistica e insegnamento della lingua in un documento comune: “l’acquisizione di una lingua è tanto più facile, rapida, completa quanto più giovane è l’età del soggetto apprendente e quanto più piena è l’immersione nella nuova realtà linguistica e culturale”. La scoperta dell’acqua calda.

Ma non è solo questo. La lingua vive nella relazione e creare luoghi dove essa si apprende come fatto astratto significa nient’altro che riprodurre vecchi errori della scuola tutta; creare luoghi asettici che stanno fuori dalla realtà. Dove la realtà arriva come una eco lontana.

Insomma, nel binomio accoglienza e alfabetizzazione, se proprio dobbiamo cercare un primato, viene prima l’accoglienza. Che accoglienza è quella che dice: “ti do il benvenuto ma per un po’ mettiti da una parte e preparati bene ad essere accolto da me.”?

Sul piano delle potenzialità pedagogiche poi la presenza della diversità in classe (ciascun bambino col suo carico di ricchezza e difficoltà, non solo gli stranieri) dovrebbe essere il punto di partenza dal quale muovere. Ed è un punto di partenza fertile che può aprire possibilità, occasioni per immaginare percorsi di insegnamento-apprendimento nuovi. L’accoglienza (con dentro l’alfabetizzazione) dovrebbe ad esempio diventare un “affare” di tutta la classe e non solo una incombenza dei docenti.

La scuola invece oggi ha come pratica costante quella di creare “ambienti” separati per bisogni specifici diversi. E spesso mette sopra ciascun bambino etichette ben visibili (e spesso indelebili) che certificano la sua “diversità”. La classe ponte Bolognese, in tal senso, lungi dall’essere una novità si inserisce nel solco di una tradizione pluriennale. Per dirla con una battuta: rispetto all’accoglienza di bambini stranieri la scuola così come è oggi non può che produrre risposte come la classe ponte.

Ovvio, l’idea di costruire percorsi a partire dalla diversità presuppone un lavoro faticoso, complesso che necessita conoscenza e riflessione da parte degli insegnanti, ma rispetto al quale non ci possono essere scorciatoie. O così o non si parli di accoglienza.

Ecco: la classe ponte immaginata a Bologna è una scorciatoia. E non ci interessa nemmeno dove porti perché nell’insegnamento-apprendimento ciò che conta non è il “prodotto” ma il processo.

Immagina/2

L’immagine dalla quale sono partito, quella di un ragazzino che, a prescindere dalla sua volontà, si ritrova in un contesto nuovo non è solo un artificio retorico per introdurre al tema. No, è proprio il cuore della questione: per “far vivere il mondo a scuola” è necessario ripartire dalle storie di vita di chi a scuola arriva, restituire unità alla persona, prepararsi all’accoglienza, parlare di incontro e non di integrazione, creare contesti il cui scopo primario sia la possibilità di espressione di tutti, italiani e non.

 

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La bestia ruminante e la questione del velo https://minimaetmoralia.it/societa/la-bestia-ruminante-e-la-questione-del-velo/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-bestia-ruminante-e-la-questione-del-velo/#respond Thu, 11 Feb 2010 08:34:21 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1743 Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto […]

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Di fronte ai discorsi che in questi giorni, sui media francesi, affrontano la questione del velo islamico e della sua legittimità sento muoversi in me un’imbarazzante pulsione regressiva… Perché non riesco riconoscere le ragioni di coloro che si oppongono al velo? Perché, io che con la religione ho un rapporto del tutto esteriore, nel divieto di questo oggetto non vedo altro che un sintomo di oltranzismo laicista e di illuminismo accecato dalla sua stessa luce? Perché immagino strette relazioni tra la nostra imposizione, chiaramente razzista, di conoscenza della costituzione italiana e l’obbligo (proposto come una difesa dei diritti civili) di tenere la testa o il volto scoperto, che in Francia è da qualche anno un punto controverso del dibattito politico-culturale e che ora pare stia procedendo verso una soluzione piuttosto drastica? Forse ultimamente ho letto troppo Pasolini, forse mi sono lasciato plagiare dalle sue mirabolanti provocazioni, come quando si è presentato al convegno dei radicali per sostenere che le persone che non sanno di avere diritti sono molto più umane e simpatiche di quelle che sbandierano diritti a destra e a manca. Il diritto diventato ricatto, strumento di omologazione e di conformismo, o peggio di un fascistoide imperativo identitario, questo mi sembrano oggi certe misure simboliche, come quella del velo, o meno simboliche, come la pretesa della conoscenza linguistica o l’esamino costituzionale per gli aspiranti italiani. Il tutto fa parte di un sinistro e ridicolo dibattito sull’identità nazionale che in Francia, ad esempio, si consuma in altrettanto sinistre e ridicole pretese, come quella che i bambini cantino a scuola, almeno una volta all’anno, la marsigliese. E che mostra il suo volto nascosto ogni volta che prendo un taxi a Parigi e che il tassista africano di turno, approfittando della mia origine straniera, si lamenta del razzismo pesante e strisciante che regna in una città apparentemente aperta, tollerante e cosmopolita. Apprezzo il postino Besancenot, dirigente del NPA, il Nuovo Partito Anticapitalista (il successore del LCR, insomma i vecchi trotskisti), che fa candidare alle amministrative una donna mussulmana e velata, sfidando, oltretutto, le prevedibili resistenze femministe di una parte del suo stesso partito.

Sul New York Times hanno fatto notare che l’idea francese di vietare (è una delle proposte) alle donne velate di entrare nei mezzi pubblici non farebbe altro che portare acqua al vendicativo mulino dei vari integralismi. Un ragionamento semplice e scontato, puramente utilitaristico, che da solo dovrebbe bastare a far abbassare le armi della cosiddetta «integrazione». L’«identificabilità» infine, usata a mo’ di giustificazione logistica per le pretese «umanitarie» di eliminazione del velo, unisce a questo clima da piccola crociata la follia legalista e l’ossessione sociale per la sicurezza di cui sono da anni vittime le società occidentali, mostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, come dietro a tutto si nasconda la solita disperata inappartenenza, il solito inquieto sonno comunitario e sociale capace di generare mostri ben peggiori di quelli di cui qui si parla.
Il dibattito sul velo e in generale sulla libertà di culto richiederebbe di differenziare e articolare i problemi e questo forse sarà fatto, speriamo, ma probabilmente lontano dai megafoni mediatici. Il discorso pubblico, quello chiassoso e maggioritario, è invece come al solito in balia di umori incontrollati, che i politici, con la complicità di molti giornalisti, sanno benissimo come fomentare e sfruttare per creare effimeri consensi.
Manca drammaticamente, alla nostra pubblicistica e alla nostra coscienza civile, una figura difficile e complessa come è stata quella di Pasolini. Sulla questione del velo, e in generale sull’immigrazione, l’autore degli Scritti corsari e delle Lettere luterane avrebbe certamente detto cose penetranti. Per colmare in qualche modo questo vuoto, possiamo, provvisoriamente, provare ad affidarci alla letteratura. Una letteratura che non vuole surrogare il discorso politico e giornalistico, ma parlare del mondo dal suo luogo specifico, che è quello della creazione immaginaria. Ad esempio, potremmo provare ad ascoltare le parole di un personaggio inventato da qualcuno che con l’opera di Pasolini ha avuto un rapporto strettissimo. Il passo che segue è tratto dal primo romanzo di Walter Siti, Scuola di nudo, pubblicato del 1994. Il protagonista, che ha lo stesso nome dell’autore e che, come l’autore, di lavoro fa il professore universitario, è stato invitato da un’associazione di immigrati africani a esprimere la propria opinione sul fenomeno dell’immigrazione, sulla questione postcoloniale, sul razzismo, ecc. Il suo discorso va molto al di là di quello che si attendono gli organizzatori dell’incontro.
Quello che potete leggere qua sotto non è un ragionamento politico. Walter Siti – l’autore in carne e ossa – mai si sognerebbe di firmare su un quotidiano un testo del genere. Colui che parla, è bene ripeterlo, è un personaggio letterario, un soggetto esemplare. La sua è una provocazione, possiamo dire, esasperatamente pasoliniana, ultra-pasoliniana. Pasolini, diversamente dal Walter di Scuola di nudo, per quanto umorale e angosciato, anche negli anni più bui continuava a misurare le proprie opinioni col metro di un giudizio profondamente razionale, e quindi in fondo speranzoso. Si tratta, in queste righe, dello sfogo immaginario di un uomo disperatamente ossessionato dal destino del mondo occidentale, di cui allo stesso tempo non può, tragicamente, non sentirsi parte (Io sono l’Occidente, dirà lo stesso personaggio in un romanzo successivo, intitolato Troppi paradisi). È un discorso maniacalmente, sublimamente ideologico, che non potrà certo servire per fare leggi ma forse potrebbe servire, nel suo parossismo letterario e nichilista, a incrinare, a contaminare, o almeno a controbilanciare le certezze, altrettanto ideologiche ma meschine, che nutrono il desiderio di normalità delle nostre anime belle.
La lunga citazione vuol essere anche un invito a leggere uno dei più bei romanzi pubblicati in Italia negli ultimi anni, recentemente riproposto da Einaudi in edizione tascabile.

da Scuola di nudo di Walter Siti

Il colonialismo e l’imperialismo sono stati un genocidio esteso e duraturo rispetto al quale l’olocausto degli ebrei è quasi uno scherzo, con la differenza che stavolta le SS (o almeno i contadini polacchi che vedevano il fumo uscire dai camini e continuavano a sbocconcellare il loro pane e cipolla) siamo noi. Altri crimini certo sarebbero stati commessi senza il nostro contributo, e sono stati commessi: ma quello d’aver piegato gran parte dell’umanità ai nostri comodi è così clamoroso che non lo vediamo più, come una forma che supera in ampiezza il nostro campo visivo non la percepiamo più, o un rumore che dura da sempre cessa di essere un rumore. La nostra coscienza però non lo sopporta e reagisce elaborando un finto sapere; qualcosa di peggio che menzogna o ipocrisia, qualcosa che è più simile all’impossibilità di pensare pensieri interi. Il nostro cervello è foderato di teorie che non abbiamo il coraggio di formulare…
… un tempo i rivoluzionari borghesi rinunciavano ai privilegi in nome della verità, ora si tratta di rinunciare ai privilegi e insieme alla verità: alla nostra verità, a quella che per noi è la verità, perché non è altro che la difesa dello status quo, del nostro essere in cima. Il vero contrasto oggi è tra chi crede che i valori occidentali meritino di sopravvivere e chi invece è convinto che debbano autocondannarsi ad essere sopraffatti; soltanto il nostro masochismo può stare alla pari delle vostre ragioni…
… le vostre culture, è inutile negarlo, ci sembrano infantili, tiranniche, superstiziose, tali che rischiano di trascinare il mondo intero nel caos; ma la nostra tra poco le ucciderà tutte, imporrà il bene e si stenderà come una bestia ruminante gonfia d’innocenza. Di fronte a questa volgarità immensa, che sporca i sentieri dell’universo, abbiamo il dovere di dirvi “distruggeteci, quando assumerete il comando vi odieremo, ma riconosciamo il vostro diritto a calpestarci in nome degli interessi superiori della dignità della specie”. Le nostre condizioni di vita peggioreranno, metterete le bombe nei bar, perseguirete i diversi, velerete le donne, brucerete i libri, ci imporrete usanze e modalità logiche che considereremo degradanti; eppure venite, il poco orgoglio che ci resta consiste nel sabotare noi stessi le nostre armi per favorire la vittoria degli incivili. Volere l’Europa unita significa recalcitrare al castigo; siamo nell’attesa ansiosa di una catastrofe, non crediate a chi ci governa e alle loro ottimistiche prescrizioni, tutti ci sentiremo sollevati quando potremo finalmente consegnare nelle vostre mani un potere che ci inibisce. Voi dimostrerete che il potere e la soggezione possono cambiare di campo e sarà comunque un guizzo d’allegria; se lo guideremo noi, il mondo sarà come un vecchio rimbecillito così lentamente che non si è accorto d’essere rimbecillito. Meglio gli sbudellamenti per strada che l’acquiescenza generale…
… l’internazionalismo deve impegnarsi ormai alla distruzione della cultura europea, perché non c’è in Europa una particella che non sia padronale; l’imperialismo ci ha colonizzato la comprensione, l’uomo onesto dentro di noi l’abbiamo ridotto al silenzio, non possiamo più fidarci che del nostro istinto di traditori. Le nostre migliori creazioni sono state divorate di una virus che le ha lasciate identiche in apparenza ma tramutate internamente nel loro rovescio ottuso. L’unica memoria a cui possiamo decentemente appellarci è quella dei capolavori mancati, delle competenze sprecate, delle opposizioni naufragate del ridicolo…
… mia nonna aveva due fratelli minori, gemelli: appartenendo a una famiglia di mezzadri, erano destinati alla terza elementare ma si dimostrarono così dotati per la matematica che il padrone li prese sotto la sua protezione e pagò i loro studi; frequentarono l’università, vinsero un concorso nazionale, suscitavano meraviglia per il modo barbaro e geniale di risolvere i problemi e per quel loro misterioso funzionare insieme: ne parlò Peano su una rivista. Andarono in guerra, morirono sul Piave lo stesso giorno; nessuno dei due era mai stato con una ragazza. Mia nonna ne conservava i ritratti sul cassettone, col doppio viso imbambolato. A duecento metri da dove vi sto parlando, in un appartamento di Borgo Stretto, una notte del 1903 il poeta Saba voleva morire: un amico bellissimo e musicista lo sospettava d’una tresca con la propria fidanzata e Saba era ossessionato dal delirio che l’amico bellissimo volesse vendicarsi denunciandolo alla polizia asburgica; leggeva negli Juvenilia di Carducci “per Vanni Fucci frusta e galera” e vomitava quel che aveva mangiato per cena, accusandosi di essere ladro e miserabile, marchiato da ferite anteriori alla sua nascita. Questa è la tradizione che mi riconosco…
… la nostra è una generazione di senza-padri: cinquant’anni fa a essere piccolo-borghesi erano in cento, ora siamo in mille, in novecento abbiamo un padre da disprezzare. Il non rispettare alcuna autorità, che tra i miei peccati era quello di cui mi vergognavo di più, può essere una qualità che ho da offrirvi; la passione del piromane è benvenuta se il contagio è totale. Maledetto il vizio prometeico di migliorare, di edificare, di non lasciare in pace; se c’è qualcosa che vale la pena di predicare è un radicale antiumanesimo; sovrestimando la vita, l’umanesimo è avaro; solo la sfiducia nell’uomo può salvare il pianeta. Voi non siete migliori: le vostre fedi oscurantiste sono la punizione che meritiamo, ma presto sarete condannati all’illuminismo…
… la democrazia toglie aria e s’impone come unica forma di governo praticabile, alla lunga, perché la modernità rende l’oppressione troppo feroce. Voi potete ancora permettervela, l’oppressione, perché lavorate artigianalmente; la vostra superiorità è nel ritardo. Se non mi sono fatto capire non importa, basta che abbiate annusato l’odore del selvatico che possiamo ancora emanare e che questo odore ecciti in voi il piacere della caccia: perderemo tutti, se la vostra intelligenza si accoppierà alla vostra diplomazia invece che al vostra rancore.

I ragazzi del circolo Maisha, soprattutto i tre o quattro organizzatori che conosco meglio, un ghanese e tre senegalesi, sulle panche della prima fila sono divertiti a forza di sconcerto; se avessero immaginato qualcosa del genere non m’avrebbero invitato, si aspettavano un discorso di solidarietà.

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