#ioleggoperché Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ioleggoperche/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:35:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg #ioleggoperché Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ioleggoperche/ 32 32 Condominio Italia: la lite sul Salone del Libro https://minimaetmoralia.it/editoria/condominio-italia-la-lite-sul-salone-del-libro/ Sat, 30 Jul 2016 07:50:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31686 Questo pezzo è uscito su La Repubblica di Nicola Lagioia Con la decisione dell’Aie di spostare a Milano il Salone del libro, persino il mondo dell’editoria dimostra come l’Italia sia ancora il paese dei comuni, divisa su tutto, incapace di elaborare una politica unitaria in un settore tanto importante quanto fragile come la promozione della […]

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica

di Nicola Lagioia

Con la decisione dell’Aie di spostare a Milano il Salone del libro, persino il mondo dell’editoria dimostra come l’Italia sia ancora il paese dei comuni, divisa su tutto, incapace di elaborare una politica unitaria in un settore tanto importante quanto fragile come la promozione della lettura. Milano contro Torino, Ministero della cultura contro grandi editori, con il rischio di avere l’anno prossimo due saloni del libro a un’ora di treno nello stesso periodo dell’anno.

Da italiani, bisogna essere felici per come Milano è riuscita a rilanciarsi negli ultimi anni. Una città davvero piena di idee dovrebbe tuttavia essere in grado di inventare, senza bisogno di scippare a qualcun altro una manifestazione che va avanti da quasi trent’anni. Anche perché Milano due eventi importanti con al centro il mondo del libro ce li ha già. Uno è Bookcity, la cui identità è ancora in rodaggio. L’altro è l’ottima Milanesiana, curata da Elisabetta Sgarbi. Perché non investire su quello, che tra l’altro rappresenta il mondo culturale di Milano in modo egregio? Nell’anno di Mondazzoli era impossibile fare altrimenti? Può darsi, ma non bisogna sottovalutare il legame che c’è tra le grandi manifestazioni culturali e il territorio in cui sono cresciute.

E’ molto probabile che Torino avesse perso negli ultimi tempi la sua migliore spinta propulsiva. Ma con quale coscienza gettare un colpo di spugna su ciò che questa città ha saputo fare a partire dagli anni Novanta? Torino sembrava aver vinto la sfida più difficile: sopravvivere alla diserzione della Fiat. Ha provato a reinventarsi come città del terziario e della cultura. Da una parte il Salone del Libro, dall’altra il Museo del Cinema. E poi la rete delle librerie, gli editori, la scena musicale dei Murazzi, il Circolo dei Lettori, la scuola Holden, Torino Spiritualità, il cibo (il primo punto vendita Eataly è nato lì), e ovviamente le Olimpiadi invernali del 2006.

Sottrarre a una città che aveva davvero saputo cambiare pelle la sua più nota manifestazione culturale – abbandonare ai primi segni di stanchezza un contesto che per anni si è dimostrato vincente, anziché tentare un rilancio – oltre che da ingrati potrebbe essere un azzardo. Sicuri che il trapianto riuscirà? Il fatto che il Lingotto, per la sua posizione, fosse in grado di catalizzare l’attenzione di tutta la cittadinanza è da sottovalutare? Rho-Pero, dove dovrebbe svolgersi il Salone milanese, sarà in grado di far succedere qualcosa si simile?

Soprattutto, ciò che colpisce è l’effetto spezzatino e quel mostrare i muscoli che a volte rischia di nascondere una debolezza. Pensateci: che effetto vi farebbe sapere che la Fiera del Libro di Francoforte si trasferisce all’improvviso nei pressi di Amburgo, con gli editori che litigano tra di loro, e l’editoria più forte in disaccordo col governo? Non pensereste che la Germania del libro stia dando una inaspettata prova di fragilità?

L’affaire del Salone torinese, rappresenta insomma terribilmente bene il nostro paese. Se pensate che su certi temi la disunione crei ricchezza, domandatevi: che senso ha avuto la Festa del Cinema di Roma? All’inizio si disse che avrebbe fatto concorrenza a Venezia, o al limite (nel segno di un’offerta moltiplicata) che sarebbe diventato un punto fermo per il mondo della cinematografia che a maggio a va Cannes, e febbraio a Berlino. Ammainatesi queste ambizioni nella bonaccia dei fatti, si ripiegò verso un meno pretenzioso festivalone popolare, e ormai non passa anno che la Festa di Roma la si ritrovi amleticamente a metà strada tra giovane promessa e solito carrozzone.

Non si pensi tuttavia che qui il Ministero della Cultura faccia la parte del buono. Da quando si è insediato il governo Renzi, non è partito nessun progetto serio a sostegno del libro. Ioleggoperché (la campagna governativa per la promozione della lettura) è stato un fiasco, a un certo punto il ministro Franceschini propose la creazione di una Biblioteca dell’Inedito (un progetto metafisico che sarebbe piaciuto a Borges), e non si è stati in grado nemmeno di copiare dalla Germania o dalla Francia una legge a sostegno delle librerie indipendenti, che in altri paesi rappresentano da qualche anno il motore del rilancio della lettura, mentre in Italia chiudono una dopo l’altra.

Speriamo di essere smentiti dai fatti il prossimo anno. Per come si sta delineando in questi giorni, il trasloco del Salone sembra tuttavia l’ennesimo sintomo di un paese che da anni ragiona intorno al mondo del libro con molta retorica, qualche grammo di furbizia, azzardi e poche idee. Del resto in Italia il numero dei lettori diminuisce, e quando va bene non aumenta. Tra istituzioni e editoria che conta, qualcuno prima o poi dovrà trarre le dovute conclusioni.

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Ancora sulla poca sensatezza di #ioleggoperché https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-sulla-poca-sensatezza-di-ioleggoperche/ Mon, 30 Mar 2015 11:21:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26049 di Claudio Giunta Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a […]

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di Claudio Giunta

Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a diventare Messaggeri, si ricevono gratuitamente a casa 6+6 copie di due diversi romanzi, scelti da una lista di 24, dopodiché si può “partecipare attivamente a tutte le iniziative di #ioleggoperché” (non mi è chiaro come, ma iscrivendosi si capirà).

Non so come siano stati scelti i 24 romanzi. Immagino che ogni casa editrice ne abbia indicato uno dal suo catalogo, scelto tra i più facili, leggibili, tentanti anche per i lettori più deboli, che sono quelli da conquistare alla lettura. Sono tutti romanzi di autori contemporanei. Sono, per dirla molto gentilmente, romanzi di qualità diseguale.

È un’iniziativa promozionale, e va benissimo: è bene che i libri si vendano e che le case editrici non chiudano, e ogni tattica che aiuti a raggiungere questo obiettivo è legittima (la stessa cosa naturalmente – ma il dettaglio sembra sfuggire a molti, specie tra gli intellettuali – vale per i gestori di sale cinematografiche, i produttori di lampadine e i rivenditori di auto usate: in sé, vendere libri non è un’attività né più né meno nobile che vendere bistecche). Nello specifico ho però due obiezioni, una di metodo, o meglio di forma, l’altra di sostanza.

L’obiezione di forma è questa. Invitare alla lettura può anche andare bene, ma il linguaggio emozional-motivazionale che leggo nel sito no, perché è proprio il tipo di linguaggio che bisognerebbe tenere lontano dai libri e lasciare agli imbonitori di piazza o ai telepredicatori: “Lascia il tuo segno sul Social Wall”, “Il libro come esperienza da condividere”, “Diventa Messaggero” (e lasciamo stare, che ormai è tardi, la parola-prezzemolo evento, che in un paese normale non sarebbe mai andata più in là di Corso Como). Sospetto che i non-lettori intelligenti non si faranno sedurre da questa retorica, e continueranno a non leggere: hanno la mia totale approvazione, anche perché secondo me non leggere è meglio che leggere alcuni dei libri che si trovano nella lista compilata dall’AIE. E sospetto che a essere sedotto sarà soprattutto qualche secchione brufoloso con la smania di evangelizzare il mondo a colpi di Sveva Casati Modignani. Spero che continuino a non invitarlo alle feste.

Fin qui siamo nel kitsch, ma nel legittimo. Illegittima è un’altra cosa (e questa è l’obiezione di sostanza). Ho appreso dell’esistenza di #ioleggoperché perché mi è arrivata una comunicazione della mia università che mi invitava a visitare il sito e ad “aderire all’iniziativa”. Visitare il sito e aderire a un’iniziativa promozionale? Sono caduto dalle nuvole. Poi però ho visto che #ioleggoperché ha ricevuto il patrocinio di varie associazioni di benintenzionati, e tra gli altri quello della CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Che avrà sollecitato gli uffici comunicazione degli atenei, avrà invitato a partecipare a questa bella iniziativa, a organizzare un Evento, stabilendo anche che – come leggo nel sito – «se sei uno studente universitario, oltre a poter diventare un Messaggero e offrire un contributo essenziale alla diffusione della passione della lettura in tutta Italia, potrai avere accesso ai crediti formativi se la tua università è tra quelle che li hanno previsti». Fai il Messaggero, declama un paio di pagine di Margaret Mazzantini, e ti togliamo mezzo programma d’esame: ecco un’altra patacca di cui si sentiva la mancanza.

Senza nostalgie per lo stato di natura e per il buon selvaggio, ho sempre più spesso l’impressione (e so che non è un’osservazione originale, che altri l’hanno pensata prima e meglio) che la cultura amministrata sia ormai uno dei tanti nomi della stupidità. Ma lasciando la filosofia ai filosofi, vorrei solo dire che nei dipartimenti universitari dei cui destini la CRUI dovrebbe occuparsi, specie in quelli che si dedicano alle scienze speculative (sottorappresentate, temo, in quegli uffici, fitti invece di medici ingegneri economisti avvocati, cioè di persone che di libri veri, nella loro vita, ne hanno letti pochi), nei dipartimenti universitari s’incoraggia regolarmente la lettura di centinaia, migliaia di libri nessuno dei quali si trova né si troverà mai nella lista dei magnifici 24 che la CRUI ha controfirmato, ed è in base alla conoscenza di questi libri, non di quelli, che si scontano i crediti agli studenti. L’università serve a questo: a tenere alta l’asticella, non ad aiutare la gente a passarci sotto. Anche per questo (ma non solo per questo), la CRUI non dovrebbe avallare iniziative promozionali, specie se camuffate da crociate per la cultura, e specie se la loro qualità culturale è discutibile come quella di #ioleggoperché.

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