Iraq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/iraq/ un blog di approfondimento culturale Sat, 05 Oct 2019 12:54:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Iraq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/iraq/ 32 32 La Milizia della Cultura: intervista a Kadhem Khanjar https://minimaetmoralia.it/interviste/la-milizia-della-cultura-intervista-kadhem-khanjar/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-milizia-della-cultura-intervista-kadhem-khanjar/#respond Sat, 05 Oct 2019 12:50:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41275 Kadhem Khanjar è un poeta iracheno fondatore con altri giovani poeti del gruppo Milizia della cultura che organizza letture poetiche in luoghi colpiti dalla guerra o da attentati terroristici. È ospite di Internazionale a Ferrara (dal 4 al 6 ottobre), il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara, giunto alla […]

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Kadhem Khanjar è un poeta iracheno fondatore con altri giovani poeti del gruppo Milizia della cultura che organizza letture poetiche in luoghi colpiti dalla guerra o da attentati terroristici.

È ospite di Internazionale a Ferrara (dal 4 al 6 ottobre), il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara, giunto alla XIII edizione; qui presenterà la sua raccolta di poesie In guerra non mi cercate. Poesia araba delle evoluzioni e oltre (Le Monier). Per questi giorni a Ferrara ci saranno più di 250 ospiti provenienti da 38 paesi e da 5 continenti per 250 ore di programmazione e 122 incontri. Protagonisti l’attualità internazionale e i grandi temi di fondo: l’emergenza climatica, le questioni di genere, il lavoro e le disuguaglianze.

Abbiamo intervistato Kadhem Khanjar per saperne di più sulla Milizia della cultura.

Hai deciso di rimanere in Iraq, qui hai fondato con altri giovani poeti iracheni il gruppo Milizia della cultura. Ci racconti chi siete?

Innanzitutto ci tengo a dire che il mio non è un “esercito”. Ho voluto creare una milizia culturale, perché una milizia è fatta dalle persone. Il mio è un vero e proprio movimento, fatto dal popolo, nato nel 2013, quando ho deciso che era giunto il momento di portare i ragazzi in strada, di coinvolgere dunque i giovani del paese per cambiarlo attraverso la poesia, che è quello che io faccio. Per un poeta è molto difficile descrivere che cosa accade nel suo paese vivendo altrove. Il poeta ha bisogno di sentire sulla sua pelle quello che succede per poterne scrivere. L’unico modo per essere in pace con me stesso è rimanere nel mio paese, dal quale avevo cercato di allontanarmi iniziando le pratiche di asilo in occasione di un festival a Tolosa, in Francia, al quale ero stato invitato, ma decidendo poi di ritornare in Iraq per continuare la mia opera dall’interno.

Come nasce la vostra attività? Cosa rappresentano i vostri reading e cosa succede durante le performance?

La prima cosa che ho fatto è cercare di spiegare a tutti cos’è la poesia, come si fa, e una volta chiarito questo abbiamo organizzato vere e proprie performance, interventi artistici che abbiamo svolto in luoghi particolari, per esempio tra i resti di autobombe esplose, in campi minati da bombe inesplose, in tantissimi luoghi dove erano attive le forze americane, come ai piedi di alcuni aeroplani, in zone circondate da muri e fili spinati dietro i quali gli americani si barricavano.
Cosa facciamo in questi posti? Leggiamo poesie, mostriamo cartelli con i versi dei componimenti, anche prendendo di mira l’autoproclamatosi stato islamico. Abbiamo ricreato degli scenari a esso familiari, per esempio il video mandato in onda dallo Stato Islamico nel momento in cui aveva deciso di giustiziare un giornalista giordano dentro una gabbia di filo spinato.
Indossiamo le divise dello Stato Islamico per ribaltare la situazione e cercare di distruggere il loro messaggio attraverso la poesia. Noi vogliamo parlare di essere umani; vogliamo che in tutti i luoghi toccati dalla guerra, distrutti, rovinati probabilmente in modo definitivo, si parli di esseri umani e pensiamo che la poesia sia la cosa più universale con cui coinvolgere il maggior numero possibile di persone, perché ricordiamoci che in Iraq ci sono grandi differenze tra di noi, ma tutti paghiamo per la guerra.

Ci parli della tradizione della poesia irachena e che importanza ha quest’arte in relazione alle rivolte?

La tradizione poetica irachena è lunga e articolata, si inserisce in una tradizione artistica regionale. Ci sono stati molti cambiamenti, siamo partiti da una poesia libera a una in prosa, questo cambiamento è stato accompagnato da un mutamento della lingua utilizzata: inizialmente c’era solo l’arabo classico, oggi si trova anche il dialetto. Questo ha mutato la struttura dei versi. Negli ultimo 10 anni è stato importantissimo il cambiamento dell’oggetto/soggetto della poesia: inizialmente si esaltava la bellezza, l’amore e la natura, oggi invece la poesia è sociale e politica, si introduce nella vita di tutti i giorni, racconta la vita delle persone e documenta la vita quotidiana. Uno strumento per tracciare le dinamiche sociali dell’Iraq.

Non possiamo non chiederti cosa sta scucendo in questi giorni a Bagdad.

La forte differenza di classe ha amplificato le proteste e questa volta sono molto diffuse. Dal 2011 noi iracheni occupiamo le piazze, soprattutto d’estate quando le nostre enormi risorse energetiche sembrano non bastare e la corrente elettrica salta in continuazione. Tutto ciò rende impossibile la vita quotidiana mettendo a rischio anche il lavoro degli ospedali, tenete presente che nel mio paese la temperatura arriva fino a 50 gradi. Il popolo è disilluso e convinto che la protesta a oltranza sia l’unica via. La gente scende in piazza in modo pacifico per chiedere la garanzia delle infrastrutture di base e reclama parità tra tutti i componenti della popolazione. Si chiede un taglio degli stipendi del potere e e un aumento dei salari per la popolazione.

(Intervista a cura dell’ufficio stampa del festival. Traduzione dall’Arabo di Azzurra Meringolo)

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Le nostre ossessioni di schermi, da Bin Laden allo Stato Islamico https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/ https://minimaetmoralia.it/politica/le-nostre-ossessioni-di-schermi-da-bin-laden-allo-stato-islamico/#respond Tue, 23 Sep 2014 09:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23517 di Donatella Della Ratta Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza […]

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di Donatella Della Ratta

Settembre 2001, la più grande paura (e ossessione) mediatica dell’Occidente si chiamava  Osama Bin Laden. Appariva minacciosamente con il logo dorato di Al Jazeera alle spalle, l’inquadratura era studiata con semplicità, dietro il mezzobusto di Osama campeggiava un paesaggio roccioso con un solo accessorio di scena: il kalashnikov. L’apparizione parlava piano, con studiata lentezza scandiva parole in arabo classico, la lingua del Corano, ma anche della letteratura, della poesia, e dei notiziari televisivi nel mondo arabo. Bin Laden terrorizzava l’Occidente intero ma lo costringeva a tradurre, ad avvicinarci “noi” a “loro”, per comprenderne la minaccia, il perché di tanto odio, il perché di quel kalashnikov sul fondo dello schermo.

Sono passati oltre dieci anni, e tante guerre: Afghanistan, Irak, per nominare solo quelle direttamente collegate alle apparizioni televisive di Bin Laden. Il disperato nostro tentativo di spegnere quell’immagine minacciosa nel sangue: sparare a caso nei posti del terrore per stanare l’immagine e cancellarla.

Poi, dieci anni dopo, sono arrivate le primavere arabe. L’occasione storica offerta al mondo arabo per riscattarsi dalla sua “barbarie”, per provare che è capace di chiedere dignità e democrazia. L’occasione era talmente ghiotta per noi Occidente che abbiamo trovato una bella espressione pulita, “primavera”, per raccontare una stagione che doveva contenere rinascita, ma non sangue; rivoluzione, ma non violenza. I nostri media si sono uniti nell’abbraccio collettivo alle primavere arabe: rivoluzioni per il consumo digitale, i gelsomini che profumano per tutta la Tunisia, la piazza egiziana di Tahrir che offre la più bella inquadratura televisiva possibile, ventiquattroresuventiquattro accesa su un popolo che fa fuori il suo dittatore in un’atmosfera quasi carnevalesca. Il più grande spettacolo televisivo del secolo. I nostri media impazziti per questi giovani arabi, blogger, attivisti, che impugnano telecamerine e cellulari invece che il kalashnikov del loro antenato delle caverne.

E oggi arriva l’inverno. Siamo delusi, profondamente delusi da un mondo arabo che non ce l’ha fatta. Ha avuto la sua occasione, e l’ha bruciata. Il mondo arabo non è capace di chiedere giustizia, dignità, democrazia. Non è nel suo DNA. C’è qualcosa di marcio ad Oriente.

Così la primavera è finita, i media hanno cambiato i titoli.

I giovani arabi stanchi delle botte prese hanno mollato i cellulari e imbracciato – magari i kalashnikov! – pugnali e spade con cui oggi tagliano gole e teste. E così c’è una nuova minaccia che imperversa sui nostri schermi, tutti i nostri schermi mobili, portatili, piccoli e grandi: si chiama ISIS, ISIL, o semplicemente IS, Stato Islamico.

Non parla più l’idioma incomprensibile e troppo aulico di Bin Laden: si rivolge a noi direttamente nella nostra lingua, l’inglese, addirittura sfumandola nello slang cool delle periferie dove nasce il rap, l’hip hop, la cultura giovanile occidentale “cutting edge”.

Non ha più bisogno di Al Jazeera per far arrivare il suo messaggio. Ha il tesoro prezioso dell’Occidente a sua disposizione, Internet: i centoquaranta caratteri di Twitter, le segnalazioni di stato di Facebook, i “mi piace” di YouTube. Sa costruire apps che butta dentro il calderone di Google Play Store senza che neppure i nerdoni di Silicon Valley se ne accorgano. Monta video del terrore con camere HD, costruisce inquadrature complesse, zoomma e dissolve. Ed è chiaramente a noi che parla: “a message to America”.

Ironia della sorte, i nostri media che all’unisono nel settembre duemilauno chiedevano ad Al Jazeera di spegnere l’immagine di Bin Laden, di sottrarre il microfono a quella voce pacata e minacciosa in nome della sicurezza internazionale, del non istigare ulteriore odio e terrorismo, oggi fanno a gara a parlare dell’ISIS. Non passa un giorno che non si leggano articoli che ossessivamente scandagliano “la strategia mediatica” dello Stato Islamico, la loro scaltrezza techie, la loro familiarità con i “nostri” social media. Fiumi di inchiostro e pagine web e persino reportage video “embedded” con i soldati dell’ISIS – un pò come si faceva in Irak 2003 con le truppe americane – descrivono minuziosamente il loro stile di vita, nei deserti siriani ed iracheni così come online, nei meandri dei social networks dove impazzano di followers.

Tutto si compie nella celebrazione del momento: come sono bravi questi barbari, qui ed ora, a usare questi nostri media qui ed ora. Pochi, troppo pochi si sono chiesti da dove viene lo Stato Islamico, e perché si manifesti e si imponga proprio in questo momento. Le ragioni storiche vengono continuamente sacrificate all’altare dell’instantanea, dell’intervista intelligente in sessantasecondi, dei centoquarantacaratteri, dell’articolo tempo di lettura dueminuti e quarantacinque.

Eppure l’ossessione mediatica per l’ISIS è principalmente ossessione occidentale. Oggi che Al Jazeera esce di scena come megafono necessario di Bin Laden, oggi che il mondo arabo sta veramente cambiando sotto i nostri occhi, anche se non ce ne accorgiamo mentre misuriamo il cambiamento in termini stagionali di primavere ed inverni, oggi anche i media arabi parlano un’altra lingua quando parlano dell’ISIS. Leggere articoli della stampa araba o ascoltare discussioni sui canali panarabi apre lo sguardo su un altro mondo: il binomio ISIS-social media è lontano dalla glorificazione a cui lo sottopone l’Occidente, e lungi dall’essere il solo, ossessivo punto di discussione. L’esistenza dello Stato Islamico ha aperto un dibattito nel mondo arabo (e anche una spaccatura nel mondo sunnita) che si riflette sui media: cosa vuol dire essere musulmano oggi, da dove arriva questa violenza, cosa ne è delle nostre rivoluzioni, come facciamo ad impedire che il terrorismo non sia una nuova scusa fabbricata per sottometterci ancora, un nuovo Sykes-Picot rivisto e aggiornato in versione 2.0.

Ascoltando quello di cui discute il mondo arabo un dubbio emerge: che sia la nostra ossessione a produrre il mostro che ci perseguita. Come se a furia di discutere morbosamente dei talenti multimediali dell’ISIS lo facessimo diventare veramente talentuoso. Legittimamente sale il dubbio se il silenzio stampa che cercavamo di imporre ad Al Jazeera negli anni di Bin Laden non fosse piuttosto la nostra rabbia di non avere noi, sui nostri schermi, il terrorista del momento in diretta esclusiva. Lo Stato Islamico sembra aver colto questa contraddizione in cui ci dibattiamo, e per questo forse non crea problemi se a chiedere di seguire i suoi soldati giorno e notte a Raqqa e dintorni è Vice, la bibbia del glamour lifestyle, che spazia da come si cucina sano e vegano a come si muore barbaramente decapitati per mano di un gruppo sanguinario ma tecnologicamente cool (e nessuno, ahimé, nel nostro civile Occidente si scandalizza se il giornalista decapitato di turno si chiama Bassam Raies, ed è siriano: ma urla vendetta quando lettere a noi familiari riempiono i sottopancia degli schermi di sangue).

È come se l’ISIS abbia toccato il punto più debole del nostro Occidente: la morbosità per lo spettacolo violento; ma che sia e rimanga, appunto, spettacolo. Che ci siano migliaia di schermi, piccoli e grandi, camere e YouTube, portatili e HD home video, fra “noi” e “loro”. Il binomio nuova tecnologia e violenza che alle nostre teste occidentali sembra così assurdo, così inaccettabile (“barbari” e “tecnologici” sono due parole che spesso mettiamo insieme nelle nostre analisi); dentro le nostre pance, invece, quelle a cui parlano i media -l’emisfero destro di McLuhan -, fa scattare qualcosa di ancestrale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo scacciato la guerra e la violenza fuori dalle nostre porte di fortezza occidentale. La morbosità per la violenza si è trasferita sugli schermi, si è mediatizzata, il sangue si è sciolto nei pixel dei nostri HD home video, ma è ancora lì in agguato. E ci piace ancora consumarla, esaltarla nel momento stesso in cui ufficialmente la ripudiamo.

Recupero il bel libro di Don De Lillo, “Mao II”. È profetico quando osserva che:

“c’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi”. “In Occidente”, dice Bill il romanziere protagonista del libro, “noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare (…). Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi”.

Gli scrittori hanno ceduto il passo ai terroristi, che parlano alle coscienze più dei libri che scriviamo, delle nostre pallide riflessioni intellettuali, dei nostri dibattiti timidi. Invece i terroristi parlano la lingua trionfante della contemporaneità, la lingua veloce degli hashtag e dei “mi piace”. E i nostri media gli offrono schermi e pagine su un piatto d’argento.

Perché di fondo esiste una lingua comune, una lingua che accomuna la nostra ossessiva voglia di consumare violenza e coloro che la violenza la producono.

Nel mezzo, c’è un mondo arabo che il mondo ignora perché non riesce ad entrare nei centoquarantacaratteri e non si riassume in hashtag, non si filma e dissolve in HD, e la sua primavera non è passata attraverso il profumo dei gelsomini digitali ma continua a puzzare di corpi martoriati, carne e sangue di gente che ancora muore – mentre sui nostri media si esaltano l’ISIS e i media – per ragioni che forse non abbiamo mai veramente voluto ascoltare.

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