Irmgard Keun Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/irmgard-keun/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Dec 2019 08:20:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Irmgard Keun Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/irmgard-keun/ 32 32 Dopo mezzanotte: un estratto https://minimaetmoralia.it/altro/mezzanotte-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/altro/mezzanotte-un-estratto/#respond Thu, 05 Dec 2019 08:20:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41806 Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Irmgard Keun Dopo Mezzanotte, in libreria per L'Orma con la traduzione di Eleonora Tomassini.

di Irmgard Keun

A volte apri una busta e ne salta fuori qualcosa che ti morde o ti punge, anche se non è un animaletto. Oggi è arrivata una lettera del genere da Franz. «Cara Sanna,» mi scrive «vorrei rivederti, perciò magari ti vengo a trovare. Per molto tempo non ho potuto scriverti, ma ho pensato spesso a te, di sicuro lo sai, devi averlo sentito. Spero che tu stia bene. Ti abbraccio, mia dolce Sanna. Il tuo Franz.»

Cos’è successo a Franz? È malato? Forse sarei dovuta salire subito su un treno e andare da lui a Colonia. Non l’ho fatto. Ho ripiegato il foglio e me lo sono nascosto nella scollatura, e adesso è lì che mi graffia il petto.

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Irmgard Keun Dopo Mezzanotte, in libreria per L’Orma con la traduzione di Eleonora Tomassini.

di Irmgard Keun

A volte apri una busta e ne salta fuori qualcosa che ti morde o ti punge, anche se non è un animaletto. Oggi è arrivata una lettera del genere da Franz. «Cara Sanna,» mi scrive «vorrei rivederti, perciò magari ti vengo a trovare. Per molto tempo non ho potuto scriverti, ma ho pensato spesso a te, di sicuro lo sai, devi averlo sentito. Spero che tu stia bene. Ti abbraccio, mia dolce Sanna. Il tuo Franz.»

Cos’è successo a Franz? È malato? Forse sarei dovuta salire subito su un treno e andare da lui a Colonia. Non l’ho fatto. Ho ripiegato il foglio e me lo sono nascosto nella scollatura, e adesso è lì che mi graffia il petto.

Sono esausta. È stata una giornata così difficile e faticosa, ma ormai la vita si è fatta tutta così. Non voglio più pensare, non riesco più a pensare… nel cervello ho soltanto macchie chiare, macchie scure, e vorticano all’impazzata.

Vorrei bermi in santa pace la mia bella birra, ma quando sento l’espressione visione del mondo so subito che sta per scoppiare un putiferio. Gerti dovrebbe piantarla di stuzzicare questo SA con la solita solfa che le uniformi dell’esercito del Reich sono molto più belle e pure i soldati sono tutti uno schianto, e che se proprio deve andarsi a pescare un militare che almeno sia uno dell’esercito del Reich. Ovviamente parole simili ronzano come calabroni inferociti intorno a Kurt Pielmann, lo pungono e gli bruciano fin nel profondo… se non muore subito si può star certi che si incarognisce.

Di colpo Kurt Pielmann sembra come malato, e pensare che fino a poco fa era così contento, che pena. In fin dei conti, tre giorni addietro ha guadagnato un’altra stelletta e oggi è venuto da Würzburg fino a Francoforte apposta per rivedere Gerti, e anche il Führer. Infatti oggi il Führer è arrivato in città per fissare tutto serio il popolo dal balcone del Teatro dell’Opera e assistere alla sfilata di una fanfara di soldati appena rientrati in Renania. Voglio offrire un altro giro di birra, così ci distraiamo; chissà se di soldi ne ho abbastanza…

«Cameriere!» Stasera c’è una tale confusione. «Cameriere! Oh, lo chiami lei, signor Kulmbach, con quel suo bel vocione. E beva, la prego! Altre quattro Export, cameriere e…» È sparito di nuovo.

«Per caso non avrebbe una sigaretta, signor Kulmbach?» Non mi piace che il signor Kulmbach ascolti questi discorsi spericolati di Gerti, e allora comincio a raccontargli la prima cosa che mi salta in mente, così a casaccio, per distogliere la sua attenzione. Con un orecchio sento me che mi sgolo, e con l’altro ascolto montare il battibecco tra Gerti e Pielmann.

Se resto in silenzio per un istante un estenuante fragore di voci mi avvolge e mi viene un sonno…

Ce ne stiamo seduti alla birreria Henninger, l’aria sa di sigari e luppolo e risa sguaiate. Dalle vetrate si intravedono i lampioni della piazza dell’Opera, un po’ offuscati e sonnolenti, sembrano fiori gialli e malevoli che non vedono l’ora di darci la buonanotte.

Siamo in giro dalle tre del pomeriggio, Gerti e io. Con Gerti siamo amiche da quando sono arrivata a Francoforte. È già un anno che sto qui.

Stasera Gerti è una meraviglia, seduta lì con il suo seno azzurro. Ovviamente non è il seno, ma il vestito a essere azzurro. Gerti pare sempre che non abbia niente addosso, eppure non risulta mai indecente, perché col corpo e colle parole fa quel che le pare e per gli altri è un libro aperto. Le brillano i folti riccioli biondi, le brillano gli occhi azzurrissimi, tutto il viso le brilla come una nuvola rosa.

Io invece non brillo nemmeno per sogno. Ed è per questo che Gerti mi vuole così bene. Però dice che anche io potrei essere graziosa, è solo che non so come valorizzarmi. Su questa cosa del valorizzarmi Gerti e Liska mi danno il tormento e di certo lo fanno con le migliori intenzioni. In fin dei conti lo vorrei pure io, ma non è che mi riesca.

Ogni tanto, quando la sera mi guardo allo specchio prima di andare a dormire, mi trovo molto carina e adoro la mia pelle, così liscia e candida. Ho gli occhi grandi, grigi e misteriosi, e non penso ci sia una sola attrice al mondo con delle ciglia lunghe e nere come le mie. In una serata del genere mi viene voglia di correre alla finestra e chiamare a raccolta tutti gli uomini in strada per fargli ammirare la mia bellezza. Ovvio che non potrei mai farlo sul serio. Però è un vero strazio che proprio nei momenti in cui sei più bella ti ritrovi tutta sola. Che poi magari, a volte, è soltanto un’impressione. Perché invece quando sono seduta accanto a Gerti mi vedo sempre bassa, emaciata e rachitica. E i miei capelli non brillano mica. Sono di un biondo che è una noia mortale.

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Libri da leggere e voci da ascoltare: “Una bambina da non frequentare” di Irmgard Keun https://minimaetmoralia.it/letteratura/libri-leggere-voci-ascoltare-bambina-non-frequentare-irmgard-keun/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/libri-leggere-voci-ascoltare-bambina-non-frequentare-irmgard-keun/#respond Wed, 12 Dec 2018 06:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38929 Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Belle copertine, traduzioni accurate e un catalogo che resterà: ogni volta che si ha a che fare con l’Orma editore non si può fare a meno di notare, prima ancora di entrare nel contenuto del singolo libro, che può esistere un modo intelligente, elegante di fare editoria. In questi giorni, accanto alla nuova traduzione di un vecchio libro di Annie Ernaux, La vergogna, arriva per la prima volta in Italia il testo di un’altra autrice da scoprire: Irmgard Keun, nata a Charlottenburg nel 1905 e morta a Colonia, dove si era trasferita da bambina, nel 1982.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Belle copertine, traduzioni accurate e un catalogo che resterà: ogni volta che si ha a che fare con l’Orma editore non si può fare a meno di notare, prima ancora di entrare nel contenuto del singolo libro, che può esistere un modo intelligente, elegante di fare editoria. In questi giorni, accanto alla nuova traduzione di un vecchio libro di Annie Ernaux, La vergogna, arriva per la prima volta in Italia il testo di un’altra autrice da scoprire: Irmgard Keun, nata a Charlottenburg nel 1905 e morta a Colonia, dove si era trasferita da bambina, nel 1982.

Il rapporto di Keun con la letteratura e con il successo è complicato e ricorda quello di un’altra autrice oggi riscoperta (da Adelphi), Jean Rhys, che come lei alternò una grande popolarità a lunghi anni d’insuccesso. Con Rhys, Keuncondivide anche l’aver presto calcato il palcoscenico e l’averlo altrettanto presto abbandonato (Keunaveva fatto l’attrice, Rhys la ballerina), oltre all’alcolismo, una vita sentimentale caotica e un certo nomadismo bohémien.

Ma mentre Jean Rhys scelse di girare senza requie l’Europa, Irmgard Keun vi fu letteralmente costretta: i suoi primi due romanzi, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta finirono nella lista della “letteratura nociva e inopportuna” stilata dal partito nazista nel 1933. Le donne intraprendenti, libere, inclini all’umorismo e di involontaria sensualità raccontate da Keun non piacevano al regime, sulla sua arte cadde l’anatema della censura e Keun decise di lasciare il paese. Poi fece causa allo Stato per danni, tanto perché sia chiaro ai suoi lettori di oggi di che pasta fosse fatta e quanto di sé abbia messo nei suoi personaggi.

Una bambina da non frequentare, pubblicato ad Amsterdam nel 1936, è il primo libro che Keun scrisse in esilio. Nel 1932 aveva sposato uno scrittore, Johannes Tralow, anche lui finito nella lista nera, da cui divorzierà nel 1937. Nel 1936, quando uscì Una bambina da non frequentare, Keun era la compagna di Joseph Roth, resteranno insieme fino al 1938. Un altro scrittore importante da accostarle è quello di Alfred Döblin, che l’aveva incoraggiata a scrivere. Ma lei sorriderebbe a vedere il suo nome in mezzo agli uomini della sua vita, perché non somigliava a nessuno di loro: ogni suo testo è una voce pungente e fastidiosa, incantevole e solitaria.

C’è un filo comune, nei tre che L’Orma ci propone in catalogo, ed è la sottile ribellione della vita quotidiana di ragazze, donne, bambine, ma se oggi dovessi consigliare a un neofita da quale iniziare, direi da qui, e suggerirei di diffonderlo ovunque: Una bambina da non frequentare dovrebbe essere letto nelle scuole per la grazia con cui instilla l’idea che fare la rivoluzione sia sempre possibile, in ogni momento della giornata, in ogni età della vita.

Protagonista è una ragazzina pestifera, che potremmo definire cugina di Pippi Calzelunghe, Gianburrasca e Franti: proprio l’inizio, il primo capitolo, è un tale rovesciamento di Cuore da ricordare le parole di Umberto Eco quando, nell’Elogio di Franti, ribaltava il punto di vista di De Amicis e dell’io narrante Enrico e indicava “il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo, cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame.”

La bambina infrequentabile di Keun si presenta in un modo molto simile: le maestre danno l’annuncio della triste morte della signorina Scherwelbein, “la nostra amata e ammirevole preside”, e tutti gli scolari scoppiano a piangere. Non piangono perché sonodavvero tristi, ma perché il naso gonfio e la voce rotta degli adulti suggeriscono che è quella la condotta da tenere. Tanto più si disperano, mimando ciò che i grandi si aspettano da loro, quanto più la scena assume contorni patetici e grotteschi: “Ma veramente io non l’ho proprio mai vista in vita mia. È la vera verità. Abbiamo cominciato il terzo anno di scuola e la signorina Scherwelbein era vecchissima e malata già da tempo, tant’è che conosciamo solo la sostituta…”. È solo il primo di una lunga serie di episodi in cui la prospettiva irritante e magnetica della decenne ci porterà sempre, nostro malgrado, dalla parte della verità.

Questa piccola Franti deve vedersela anche lei con i suoi Enrico Bottini: “Dicono che mia cugina Linda è una bimba bravissima, che deve essermi da modello e da fulgido esempio. Ora dorme nella mia stanza, ha già tredici anni e assomiglia alla giraffa dello zoo della nostra città, tutta lunga e secca con due orecchione maligne e occhi castani fuori dalle orbite”, si legge in un capitolo intitolato, per l’appunto, “Signore e signori, la verità è servita!”, nel quale si scopre che se a dire le cose come stanno è un bambino nessuno gli crede, meglio provare a dirle da ubriachi.

L’infrequentabile allora rilassa i muscoli, aguzza l’ingegno e inizia la recita: una bambina ubriaca, anarchica, fuori posto e un po’ folle è l’unica voce sensata che dobbiamo ascoltare, dentro e fuori la letteratura.

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Scriviamo all’Imperatore https://minimaetmoralia.it/estratti/scriviamo-allimperatore/ https://minimaetmoralia.it/estratti/scriviamo-allimperatore/#respond Sat, 01 Dec 2018 09:34:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38820 Ringraziando editore e autore, pubblichiamo un estratto dal romanzo Una bambina da non frequentare, della scrittrice tedesca Irmgard Keun, uscito per L'Orma.

di Irmgard Keun

Vorrei che l’imperatore portasse la pace. Allora gli scrivo che un imperatore può fare qualsiasi cosa, per questo è imperatore. La signorina Knoll ha detto che è come un dio in Terra e il signor Kleinerz ha detto che è anche pieno di soldi. Hans Lachs ha detto che bisogna immaginarselo così: dio buono, imperatore con la corona e per giunta con una barca di soldi. E l’ermellino? Che cos’è? Be’, lui ha anche quello. Dovrebbe far sì che su tutti gli alberi cresca pane bianco, che il Reno sia un fiume di marmellata, che in un battibaleno le persone abbiano quattro braccia, nel caso in cui un colpo di fucile gliene faccia saltare uno, e che tutti i soldati morti tornino in vita. Abbiamo letto qualcosa circa il nobile gioco della guerra e spesso ci abbiamo giocato anche noi con i fratelli Schweinwald, buttandoci per terra stecchiti. Però poi ci siamo sempre rialzati sulle nostre gambe, e quando una volta giocando mi è uscito il sangue dalla testa mio padre ha detto che non dovevamo esagerare.

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo Una bambina da non frequentare della scrittrice tedesca Irmgard Keun, uscito per L’Orma, che ringraziamo.

di Irmgard Keun

Vorrei che l’imperatore portasse la pace. Allora gli scrivo che un imperatore può fare qualsiasi cosa, per questo è imperatore. La signorina Knoll ha detto che è come un dio in Terra e il signor Kleinerz ha detto che è anche pieno di soldi. Hans Lachs ha detto che bisogna immaginarselo così: dio buono, imperatore con la corona e per giunta con una barca di soldi. E l’ermellino? Che cos’è? Be’, lui ha anche quello. Dovrebbe far sì che su tutti gli alberi cresca pane bianco, che il Reno sia un fiume di marmellata, che in un battibaleno le persone abbiano quattro braccia, nel caso in cui un colpo di fucile gliene faccia saltare uno, e che tutti i soldati morti tornino in vita. Abbiamo letto qualcosa circa il nobile gioco della guerra e spesso ci abbiamo giocato anche noi con i fratelli Schweinwald, buttandoci per terra stecchiti. Però poi ci siamo sempre rialzati sulle nostre gambe, e quando una volta giocando mi è uscito il sangue dalla testa mio padre ha detto che non dovevamo esagerare.

Al signor Kleinerz un colpo gli ha fatto saltare un braccio. Dice che esiste di molto peggio, ma io non ci credo. Quando era ricoverato nel convento della Trinità io e mio padre andavamo a trovarlo ogni giorno. Gli abbiamo portato delle prugne verdi, tutte le nostre rose rosse rampicanti, giochi passatempo, a lui e anche agli altri feriti. Gli ho raccontato centinaia di storie sui lupi che hanno denti grandi come tronchi d’albero e che vogliono divorarsi prati e pecore, ma i fili d’erba diventano di colpo cardi spinosi e gli tagliuzzano le pance, quindi arriva una pecora gigante e con delle forbici gli apre la pancia, come in Cappuccetto Rosso. Gli ho raccontato anche cosa provo quando mi immergo nel mare e finisco su un’isola corallina, e gli squali mi nuotano attorno, ma non mi mordono perché gli do dei pezzetti d’ambra. Anche i feriti hanno raccontato delle storie, tutti abbiamo raccontato qualcosa, uno suonava piano l’armonica e cantava: «Mägdelein dai capelli neri…». Spesso sono andata da sola dai feriti, senza papà. Ma io non sono imperatrice. L’imperatrice posa benevola la sua dolce mano sulla fronte di un soldato febbricitante e tutti i feriti sono felici e vorrebbero morire di gioia. Io queste cose non le so fare.

Il signor Kleinerz mi ha raccontato che in tempo di pace si poteva avere tutto il pane bianco che si voleva, bastava solo andare nei negozi. Da bambini lo inzuppavano sempre nel latte. Piacerebbe anche a me farlo, perché con quello non ci si ammala mica. Il nostro medico di famiglia, il dottor Bohnenschmidt, è tremendamente vecchio e sa qualsiasi cosa, e mi ha detto che le piaghe sulle mie mani e sui miei piedi sono causate dal pane. Da allora sono terrorizzata all’idea di mangiarlo e anche mia madre non me ne dà più perché ne ha già passate tante con me. Per darmi del cibo che non mi fa male se lo toglie lei dalla sua bocca. Ora mi sono rimaste solo le cicatrici sulle gambe, che però non mi danno più fastidio. Ma prima, quando erano dei veri e propri buchi, usciva sempre il pus e dovevo metterci lo iodio. Faceva un male cane, la mattina al risveglio avevo già paura della sera. Quando lo iodio entrava nei buchi urlavo così forte che una volta è arrivata la polizia perché i vicini credevano che mi stessero maltrattando e volevano sporgere denuncia.

Alla locanda dei Mengers c’è un soldato straniero che zappa la terra. È un prigioniero e appartiene ai tedeschi. Se nel locale non c’è nessuno, a volte la signora Mengers mi lascia giocare con le palle del biliardo. Allora immagino che le palle siano fiori e che io le faccia rotolare su un grande prato verde. Non ho il permesso di spingerle con quella lunga stecca, ma solo con le mani, così non rischio di rompere niente. Un giorno la signora Mengers mi ha chiesto di portare il caffè al prigioniero fuori nel campo, d’altronde era pur sempre un essere umano. All’inizio avevo paura, in fin dei conti era comunque un nemico. Però se ne stava seduto tranquillo su una pietra e stringeva la vanga nelle mani, gli occhi stanchi e inespressivi, il mento grigio e nemmeno l’ombra di un sorriso, solo un’infinita tristezza. Ero lì in piedi con il caffè, il cielo era immenso e azzurro, il campo marrone e sterminato. Nell’aria non volava nemmeno un uccello, ero completamente sola con il prigioniero. Il suo berretto era poggiato per terra, i capelli sembravano erba appassita mossa dal vento. Voleva andare a casa, di di sicuro se ne voleva andare a casa. Non ha detto una parola, ma sono certa che volesse tornare a casa. Viene da un altro Paese. Gli altri Paesi sono lontani, a scuola non li ho ancora studiati, ma me l’ha detto papà. Una volta lui è stato anche in Romania e a mamma ha portato una camicetta ricamata. La Romania: ma dov’è la Romania? E poi esiste anche l’Africa, dove ci sono gli uomini neri, ma proprio tutti neri, e il sole batte fortissimo. Loro non devono aspettare la villeggiatura per essere abbronzati, lo sono naturalmente e molto di più della signorina Löwenich che per questo motivo è andata apposta a Borkum, tanto che le signore del circolo le hanno detto: «Ma sembri africana!». Qualche volta mia madre si mette sul balcone, affonda nella vecchia sedia a sdraio, si ritrova con dei lividi sul corpo, batte i denti dal freddo e piagnucolando dice a mio padre: «Dio mio, Victor! Anche il sole di marzo picchia eccome!».

Se solo avessi potuto parlare con quel prigioniero straniero. Ho cercato di ripescare qualche parola straniera dalla mia testa. Ho detto «Simsalabim», «Apriti sesamo», «Abdullah», «Vodka», «Oh là là, mademoiselle», «Madagascar», «Thurn und Taxis», che è una collezione di francobolli, e in quel momento non mi è venuto in mente altro. Il prigioniero mi ha fissato senza dire nulla. Ma ha fatto dei gesti amichevoli e ha bevuto tutto il caffè con un lungo sorso. Poi si è rimesso il berretto e mi ha regalato un piccolo crocifisso d’avorio.

Volevo giocare ancora a biliardo, ma le palle rotolavano tristi. Mi sono affacciata alla finestra: in lontananza il prigioniero ha ripreso a scavare e non ha più smesso. Avrei tanto voluto che potesse tornare a casa. Non vorrei essere prigioniera, buon Dio, non vorrei mai essere prigioniera e non poter tornare a casa.

Quando verrà la pace, il prigioniero potrà andare a casa e i nostri soldati torneranno a casa, tutti potranno andare a casa. Anche il mio soldato potrà tornare a casa. È in Francia, e io non lo conosco. Ho fatto un pacchetto per un soldato rimasto solo, senza più genitori. A scuola il signor cappellano ci ha dato gli indirizzi dei soldati rimasti soli. Quello mi ha risposto, e ora gli scrivo tutte le settimane. Una volta abbiamo cucinato un piccolo arrosto, ne abbiamo mangiato metà e l’altra metà l’ho spedita al mio soldato. Mi ha mandato delle magnifiche cartoline disegnate da lui, con carri armati, montagne ricoperte di reticoli e prati pieni di filo spinato. Le ho incollate tutte su un bell’album, ma a dir la verità non credo che mi piacerebbe vivere laggiù.

Le nostre lettere all’imperatore sono venute molto lunghe. Io gli ho scritto su della carta rosa, Hans su un foglio azzurro. I francobolli non li abbiamo messi, abbiamo pensato che tanto all’imperatore si può scrivere anche così.

Stavolta però ci è andata particolarmente male. Mentre aspettavamo una risposta eravamo felici, mai avremmo pensato che una roba del genere potesse andare di nuovo storta. Ma il fatto è che a Berlino dei signori importanti hanno intercettato le nostre lettere e non le hanno consegnate all’imperatore, io e Hans Lachs siamo assolutamente certi che sia andata così. Come diavolo faranno a essere tanto cattivi? Per colpa delle lettere il professor Lachs e mio padre devono recarsi ogni giorno al presidio di polizia. Sono convinti che i nostri padri fossero a conoscenza di tutto. Come se noi bambini fossimo incapaci di mantenere un segreto! E ora i nostri papà ci odiano come non mai, hanno la testa piena di rabbia e di preoccupazioni, e per colpa nostra hanno dovuto affrontare pericoli tremendi e interminabili odissee. Avrebbero inoltrato le lettere anche alla scuola, così da farci cacciare. Mia madre non voleva vivere questa vergogna, i nostri padri dovevano sistemare tutto. Noi mica intendevamo fare qualcosa di male, al contrario; tra l’altro nessuno ci ha mai detto cosa ci fosse di male, hanno solo continuato a ripetere quanto siamo tremendi, talmente tanto che non si può dire.

Hans Lachs è scoppiato a piangere e ha detto che ora anche lui è convinto di essere tremendo. Allora gli ho risposto che dovevamo rimediare dei soldi per andare di persona dall’imperatore e fargli sapere che gli leggono la posta. Questo non si fa, lo so bene da quando mia zia Millie ha provato a leggere una lettera di mia madre. Hans Lachs ha smesso subito di piangere e ha concordato con me sulla necessità di andare dall’imperatore. Per procurarci i soldi, però, ci toccava batterci con gli orsi.

Sul prato di fronte allo Stadtwald, infatti, si è sistemato il circo Platoni, che viene tutti gli anni e ogni volta diventa sempre più piccolo. Mio padre ha detto che era penoso, minuscolo e deserto. Io invece lo trovo magnifico, con quella capra che sa contare, l’uomo dei serpenti e l’orso sempre pronto a combattere. Il signor Platoni è un clown e spruzza acqua dalla bocca su un altro clown, ma a far questo sono capace anche io. Poi però si mette a lottare con l’orso e riesce a scaraventarlo a terra. E chi fra il pubblico ha il coraggio di sfidare il bestione vince un mucchio di soldi.

Ce ne stavamo davanti al circo. Otto Weber, i fratelli Schweinwald più grandi, Hans Lachs e io. Nessuno di noi fiatava, io e Hans Lachs abbiamo tirato a sorte lanciando in alto una lattina di birra. Ho perso, e gli altri hanno detto: «Tocca a te». Allora l’ho fatto. Ero impietrita dalla paura, non sapevo più niente, non riuscivo a pensare ed ero come morta, eppure l’ho fatto. Sono corsa dentro al circo, davanti a tutti, fino al clown e all’orso.

Volevo combattere con il bestione, il clown era lì vicino. Ho afferrato l’orso dalle orecchie per tirargli giù la testa. E quello mi ha guardata con degli occhi tristissimi ed è crollato a terra. L’avevo a malapena toccato, era molto più debole di me. Più tardi quelli del circo hanno detto che l’orso era stremato. È tanto tempo che patisce la fame, senza pesce né altro da mangiare. Hans Lachs ha preteso la giusta ricompensa per la lotta, ma non ci hanno dato un fico secco. È stata una cattiveria, però in fin dei conti non avevo combattuto per davvero. Inoltre l’orso avrebbe sì potuto mangiarmi, ma non l’ha fatto. Non sono riuscita a fare a meno di piangere per quell’orso triste, così come Hans Lachs per l’ingiustizia subita, i fratelli Schweinwald erano tutti attorno a noi ma non piangevano affatto. Ce ne stavamo sul prato, nell’erba i piedi si bagnano; era già tardi, anche stavolta ci avrebbero fatto una ramanzina. In quel momento si è avvicinato un soldato in licenza che aveva assistito alla scena, e mi ha regalato un marco. Eravamo così felici di aver rimediato un marco, che c’importava ora dell’imperatore? E poi, anche senza le nostre lettere, avrebbe dovuto sapere tutto anche da solo, sennò voleva dire che non valeva chissà quanto. Hans Lachs ha detto che forse era molto più interessante il signor Zeppelin: con lui c’era più azione, bisognava scrivergli! Volevamo comprare un succedaneo del miele per il povero orso, sicuramente l’avrebbe mangiato volentieri. E poi volevamo andare all’Angolo d’oro a fare un giro sull’altalena, sempre più in alto, altissimi, fino alle nuvole. Non c’è niente di più bello.

A casa tutti erano già al corrente dell’orso. Mamma mi ha abbracciata. C’era anche il signor Kleinerz, il quale ha detto vivaddio che in questo mondo ci sono ancora bambini come me e Hans Lachs, pronti a rischiare i pericoli che abbiamo corso: è grazie a noi se l’umanità non si estinguerà tanto presto. «Per favore, signor Kleinerz, non dica scempiaggini di fronte a questi bambini orribili» ha commentato zia Millie.

Papà è venuto con noi dall’orso, volevamo portargli il miele finto. Ma il bestione era morto. Chissà da quanto non mangiava più pesce, è tutta colpa della guerra, quanto sarebbe bello se ci fosse la pace, se l’orso fosse vivo… Voglio che l’orso sia vivo di nuovo.

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