Isaac Singer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isaac-singer/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Dec 2019 10:12:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Isaac Singer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isaac-singer/ 32 32 Commedia, eros e dramma: la passione secondo Singer https://minimaetmoralia.it/libri/commedia-eros-e-dramma-singer/ https://minimaetmoralia.it/libri/commedia-eros-e-dramma-singer/#respond Fri, 20 Dec 2019 09:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41935 Pubblichiamo un pezzo uscito su Bet Magazine, che ringraziamo.

di Fiona Diwan

Una New York che profuma di aringa, Times Square che sembra Varsavia, un mondo di profughi che si arrabatta con piccoli espedienti, imbrogli da quattro soldi, squallide menzogne, tra emigrati dall’allure impettita e avventuriere dall’eleganza sgualcita e demodè.

Ci sono due amici che non potrebbero essere più diversi: tarchiato, pragmatico, dotato di un prodigioso fiuto per gli affari, l’uno; affilato e erudito, svagato e inconcludente, l’altro. Hertz è “l’eterno studente”: ha frequentato diverse università senza mai laurearsi, ha vissuto alle spalle di chiunque senza mai guadagnare un centesimo, ha abitato in ogni città senza mai conoscerne nessuna, scrive in tutte le lingue senza parlarne alcuna – a parte lo yiddish –, ha avuto quattro mogli e innumerevoli donne senza che neppure una gli sia rimasta attaccata.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Bet Magazine, che ringraziamo.

di Fiona Diwan

Una New York che profuma di aringa, Times Square che sembra Varsavia, un mondo di profughi che si arrabatta con piccoli espedienti, imbrogli da quattro soldi, squallide menzogne, tra emigrati dall’allure impettita e avventuriere dall’eleganza sgualcita e demodè.

Ci sono due amici che non potrebbero essere più diversi: tarchiato, pragmatico, dotato di un prodigioso fiuto per gli affari, l’uno; affilato e erudito, svagato e inconcludente, l’altro. Hertz è “l’eterno studente”: ha frequentato diverse università senza mai laurearsi, ha vissuto alle spalle di chiunque senza mai guadagnare un centesimo, ha abitato in ogni città senza mai conoscerne nessuna, scrive in tutte le lingue senza parlarne alcuna – a parte lo yiddish –, ha avuto quattro mogli e innumerevoli donne senza che neppure una gli sia rimasta attaccata. Perennemente senza un soldo e alla ricerca di qualcuno che gli risolva i problemi, ha uno straordinario talento per cacciarsi nei guai. Tanto seduttivo e bugiardo è Hertz, quanto tachless e generoso è Morris.

Hertz ama le acrobazie del pensiero e lo humour, si inerpica su per improbabili paradossi filosofici (“Leibniz si sbagliava. Le monadi hanno finestre. Hanno persino scale”.), è un groviglio di contraddizioni. È abitato da un eros incontenibile, nessuna donna gli resiste così come Hertz non riesce a resistere a nessuna svolazzante gonnella, sempre disponibile per nuove avventure, seduttivo e insaziabile, sessualmente ingordo, un eros famelico affetto da “menopausa psichica”: di fatto, un uomo senza scrupoli, una sanguisuga incapace di provare alcuna forma di affetto per chicchessia, nemmeno per i suoi stessi figli. Le donne sono il suo oppio, il suo whisky, la sua preda. È la conquista ad eccitarlo: Hertz altro non è, in fondo, che una specie di Barbablù elegante, erudito, irresistibile. E come lo stesso Singer, anche Hertz è abitato da “un conflitto di forze che si adoperano per sabotarlo dall’interno”.

È un tono da commedia brillante quello che aleggia sul mondo febbrile e disilluso narrato da Il Ciarlatano, Der Sharlatan, in yiddish, l’inedito romanzo di Isaac Bashevis Singer uscito per Adelphi (pp 280, 20,00 euro), in anteprima mondiale, mai apparso prima d’ora neppure in inglese. Un evento letterario ed editoriale. Adelphi e Elisabetta Zevi mettono così a segno un altro colpo da novanta, dopo quello di Keyla la Rossa, due anni fa: anche per Il Ciarlatano siamo infatti in presenza di un inedito assoluto, mai pubblicato finora fatta eccezione per l’apparizione in yiddish, a puntate, sul giornale Forverts, avvenuta più di 50 anni fa, tra il 1967 e il 1968. Vede quindi la luce in lingua italiana un altro memorabile romanzo rimasto sepolto fino ad oggi negli archivi della Singer Estate a Austin in Texas, con la traduzione di Elena Loewenthal e la curatela affidata a Elisabetta Zevi.

Piene di fantasiose divagazioni su Freud, Spinoza, Buber, Kohelet, Kant, il Baal Shem Tov e Rabbi Nachman di Breslav, ritroviamo qui le pagine del miglior Singer, quello di Shosha e Nemici, con quel suo procedere per domande aperte, incuranti di ogni possibile responso, l’interrogarsi sulle verità della natura umana, sulla relatività del Bene e del Male. Perché non ci sono risposte per gli eroi svaporati di Singer, tutti displaced person, profughi dall’anima ferita e una psiche violentata da persecuzioni e guerra. Si può amare senza essere schiavi? Si può esistere senza fare il Male? Che cos’è l’amore se non una forma di idolatria?, si chiedono gli eroi de Il Ciarlatano. Una galleria di anime in equilibrio instabile sul filo teso di una redenzione impossibile; anime salve grazie a una forma di imperscrutabile misericordia divina; ma anche anime perdute su cui ogni sorta di demone si scaglia come sul tavolo di un lauto banchetto.

La debolezza umana regna sovrana, è lei l’epica protagonista di tutte le pagine di Singer insieme all’umbratile squallore di esistenze alla deriva, in un crescendo di grottesco parossismo. Il tema è sempre quello: la schiavitù dalle passioni, le pulsioni che ci imprigionano, il corpo a corpo con se stessi. Singer cercava nel fondo di una densa scodella di borsht il dialogo con se stesso e con Dio, la remissione da una implacabile lotta interiore. Più compiuto rispetto a Keyla la Rossa, anche ne Il Ciarlatano l’autobiografismo di Singer è spinto ai limiti estremi della contraddizione esistenziale: i personaggi sono ingaggiati in un rapporto sempre bellicoso con l’Altissimo e, a livello tematico, «in questo romanzo emerge la fascinazione che Singer ha sempre nutrito verso l’occultismo e lo spiritismo: troviamo infatti pagine intere prese di peso da un suo vecchio racconto, La seduta spiritica», spiega la curatrice Elisabetta Zevi.

Il ritmo è serratissimo, a tratti claustrofobico. «È quasi una sceneggiatura, con dei dialoghi davvero eccezionali. Il manoscritto originale riporta la firma di uno dei suoi pseudonimi, Ytzkhok Warshavski, una firma che Singer usa raramente, solo in caso di testi su cui intende ritornare. Singer fa subito tradurre in inglese Il Ciarlatano, segno che aveva intenzione di pubblicarlo. Del resto, in quello che lui stesso chiama il “mio secondo originale”, ossia la traduzione in inglese, Singer arriva a rimettere mano all’intera prima parte, che infatti è stupefacente», dice Zevi.

La passione erotica incatena tutti i personaggi («“Che cosa ti posso offrire? Tè o caffè?”. “Veleno”, rispose lei); è la giostra delle infatuazioni irrazionali e autodistruttive, (“Perché fai così?”. “Devo baciarti”. “E’ una pazzia”. “Sono pazza”). Un vortice sull’orlo dell’abisso, (“Non ho chiuso occhio… sono pronta a morire, Hertz”. “Vallo a dire all’Angelo della Morte, non a me”… “Ottima idea! Ma il mio Angelo della morte sei tu, tesoro, aspettami arrivo!“).

Così, Singer finisce per consegnarci un dramma con il sapore di una commedia brillante, con sparate di humour alla Ernst Lubitsch, un pathos tutto giocato sul filo di un’elegante ironia, il tragico e il grottesco che si rincorrono, in un abbraccio indissolubile. Femmine folli d’amore che entrano in scena animate da eroici furori e cieca gelosia, amanti iraconde, mariti traditi, fumosità filosofiche, lestofanti in bombetta, leggiadri falsari… E su tutto, un’allegra cialtroneria che aleggia ovunque, l’arte di tirare a campare come supremo senso della vita. I personaggi sono scolpiti, scalpellati.

La galleria delle figure femminili è di maestosa perizia: Minna, poetessa erudita, tracagnotta e innamorata; Bessie, che si collega al mondo dei morti con improbabili sedute di occultismo; Bronia, altera e malinconica; Miriam, medianica e distaccata; Flora, energica moglie devota a un marito tanto fanfarone quanto inetto; Pepi, strafottente avventuriera… Come lo stesso Singer ci fa notare, anche il protagonista Hertz non dissimula la fascinazione per i falsi messia, Shabtai Zvi e Jacob Frank, e si atteggia egli stesso a profeta: religione e piacere non sono forse la stessa cosa?, si chiede. E dove può l’uomo trovare rifugio dagli orrori del mondo se non negli abissi della propria anima? Non ci sono luoghi protetti, non ci sono nascondigli possibili… Chi mentir non sa, viver non deve, sembrano dire i personaggi, impegnati in un’interminabile partita a scacchi con un’orda di demoni, spiriti e fantasmi. La distruzione dello yiddishland europeo ne ha destabilizzato psiche e valori.

L’Europa malata è attraversata da quella che lo Zohar chiama “sete di abominio”. Gog e Magog hanno inghiottito il mondo. “Aveva bisogno di inseguire le donne come un cacciatore la preda. Ogni giorno doveva portargli nuovi giochi, nuovi drammi, nuove tragedie, nuove commedie o sarebbe morto d’inedia”: così, mentre Hertz affoga nel pantheon di beffe, vanità, illusioni e false speranze cui si inchina il maschio moderno, l’amico Morris fa un passo indietro, avverte la colpa, cerca di erigere una mechitzà, una barriera, tra sé e la depravazione del mondo esterno. È sufficiente saper estrarre scintille di verità? Non è come voler cavare il sangue dalle rape?, si chiedono. Non è forse evidente a tutti la menzogna della verità? E come si riscatterà il mondo dalla squallida mendacia degli uomini? Singer non cerca risposte, non svela il mistero di esistere, limitandosi solo a descriverlo come nessun’altro.

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Il principe Myškin e altri idioti. Appunti per un’ipotesi anagrafica https://minimaetmoralia.it/letteratura/principe-myskin-altri-idioti-appunti-unipotesi-anagrafica/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/principe-myskin-altri-idioti-appunti-unipotesi-anagrafica/#comments Tue, 12 Nov 2019 13:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41595 Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l'idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all'uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità.

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Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all’uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità. All’alba dell’età moderna la Nave dei folli (Stultiferanavis, Narrenschiff) avrà il compito di rimuovere dalla comunità sociale quanti estranei ai nascenti valori borghesi della produzione e dell’obbedienza, ovvero i folli, i vagabondi, gli idioti[3]. Oggi, più che intendersi nel senso di malattia mentale, il termine, come altri vocaboli di significato simile (stupidoscemoimbecille), si colloca nel perimetro dell’uso comune. Anche da qui la vasta presenza del termine, a volte in senso aggressivo, a volte spregiativo, altre scherzoso, nell’immaginario letterario.

Scontato rilevare che un celebre idiota letterario lo incontriamo nel romanzo di Fëdor Dostoèvskij, L’idiota. Il protagonista del romanzo, il principe Myškin, è però un idiota molto particolare, portatore di una forte valenza simbolica: un ingenuo (una sorta di Candide), buono in ogni sua fibra, così convinto che la bellezza possa salvare il mondo da essere, per questo, considerato, dalle persone normali, un socialmente disadattato, un mentecatto, un malato di idiozia.

L’idiota non è solo un affresco straordinario, ma si pone come provocazione verso un mondo invaso e dominato dalla vanità dei valori materiali[4]. In tal senso apre la strada a modelli di scrittura che, per forma e contenuto, rompono, per diversi aspetti, i margini letterari tradizionali. Ma non solo Myškin. Il cortile della letteratura, immagine cara a Walter Mauro, va oltre, si allarga, è ricco di presenze analoghe e diverse nello stesso tempo. In rapida ricognizione, al di là dell’ordine cronologico e con estrema libertà di scelta: si pensi ai vari Bertoldo e figli dell’epoca longobarda, descritti da Giulio Croce e Alessandro Banchieri, un po’ saggi, furbi, e un po’ buffoni. A seguire, misuriamo le orme del fantastico cavaliere Don Chisciotte della Mancia, l’intellettuale amante dell’azione, e intanto prestiamo un  ascolto non distratto ai bofonchiamenti di Sancio, soggetto pratico e, in fondo, preso dal fascino del pensiero[5].

Nel cortile passeggiano, a passo lento, le emblematiche figure flaubertiane di Bouvard e Pecuchet, che parlano e sparlano, immersi nella vana ricerca di un sapere universale. Seduto a terra, dal basso li guarda il disarmante Mattio Lovat di Sebastiano Vassalli, che ha perso l’anima nel manicomio di San Servolo, e con lui il Mattis del norvegese Tarjei Vesaas, occhi al cielo ad aspettare, col cuore in allarme, il ripasso delle beccacce. Lo sguardo nel vuoto, le mani di un gigante, mente e cuore di un bambino, in bilico tra Uomini e topi s’avanza, in una nuvola di polvere, Lennie Small. Da un angolo d’ombra, Frank Drummer, con l’Enciclopedia Britannica ingarbugliata tra i meandri della mente, ma finalmente libero dai marmi freddi di Spoon River di E. Lee Masters[6], perché dietro ad ogni scemo c’è un villaggio, come cantava De André[7].

Ed ancora, trotterellando sulla sua obesità, l’Ignatius della banda degli idioti di J. Kennedy Toole, e strisciando carponi il sempre affamato Macario di Juan Rulfo. Per non dire del Learco Pignagnoli e le sue Opere complete inventate da Daniele Benati[8]. Sul fondo si staglia una figura femminile, è la Selin di Elif Batuman, una ragazza prodigio, così amante dei libri da confonderli con la realtà, spesso più strana, banale e complessa del mondo virtuale, per cui scoprirà d’essere, a suo modo, un’idiota. Come tutti.

Senza dimenticare gli affreschi esistenziali, vedi Savini e Gonella, di Ermanno Cavazzoni ne Il poema dei lunatici, altri ancora nelle Vite  brevi di idioti, o anche gli originali repertori di Paolo Nori, alla ricerca dei matti perduti, dispersi per le più strambe vie delle nostre omologanti città. Una parlata yiddish si posa sulle foglie cadute, sono i sussurri dello shiemel Gimpel (Isaac B. Singer) e di Yoshe Kalb il tonto (Israel I. Singer). Nessuno li capisce e nessuno li capirebbe anche se parlassero un’altra lingua. Ancora lungo sarebbe l’elenco, e potremmo smarrirci, come idioti, anche noi. Vista di fronte, la scena si configura quasi come una parodistica copia della Scuola di Atene di Raffaello: gli idioti, eroi bizzarri, emblemi di uno strano che pur esiste, a loro modo liberi pensatori, ruotano in tondo tutti assorti nel cerchio insulare della propria solitudine, quasi che anche l’idiozia possa considerarsi una delle tante forme della saggezza[9].

Non a caso, agli occhi di Singer, Gimpel è l’unico saggio: perché in un mondo così corrotto è meglio non esser troppo sani di mente. Tutt’intorno si leva il volo degli Angeli dell’universo, spinti dalle sognanti e disperate parole di Einar Már Gudmundsson: alla testa del corteo vibrano le ali del giovane Páll che, un giorno d’estate, ha deciso di prendere congedo dalla casa della solitudine e dal mondo terreno. Sembra di raccogliere sparsi frammenti del mondo felliniano[10], a dimostrazione che non solo la storia ma anche la vita, in fondo, non è altro che una favola narrata da un idiota, ma nel senso più buono e umano di quanto relativo all’uomo, alle sue ferite, alle sue cicatrici come alle piccole, a volte immeritate, felicità.

Questi, ma in minima parte, gli idioti esemplari. L’esistenza di questa umanità forse conferma quanto scrive Jorge Luis Borges nei suoi Frammenti di un Vangelo apocrifo: Nessuno è il sale della terra; nessuno, in qualche momento della sua vita, non lo è [11].  Umanità appunto: lo stesso concetto del buon vecchio Hegel quando, nei suoi Lineamenti, scriveva:…l’uomo più odioso, un delinquente, uno storpio, un ammalato sono pur sempre uomini… Il positivo, la vita, esiste malgrado il difetto ed è questo positivo che bisogna considerare [12].

Così la letteratura raccoglie le vite espresse in queste normali anomalie, le fa esistere, le loro voci vanno a rimbalzare per strade e piazze, si fermano sotto le nostre finestre fino ad entrare nelle nostre comode case e, anche in silenzio, a tenerci svegli[13]. Così la follia-idiozia può presentarsi come una delle tante forme della ragione, se non un vero e proprio paradosso di questa, un modo faticoso di cercare la luce nel pieno delle notti senza luna[14]. Solo un minimo inventario. Immaginiamolo come un valzer di fine festa. Di quella festa di cui siamo ospiti tutti, i vivi e i matti. Di quella incompresa festa, che immaginiamo a volte triste, altre un carnevale, con cui riempiamo la parola vita. I fuori-margine si vestono di bianche lenzuola come svolazzanti fantasmi. Eppure anche i fantasmi fanno storia, vivono e raccontano l’umanità del mondo.

La scrittura letteraria non assolve mai, e solo, la funzione di un meccanico rispecchiamento della realtà, ma su questa sempre agisce con una logica della trasformazione. Questo l’assunto di partenza. Come un pittore che, dipingendo un paesaggio, nel momento in cui sceglie una certa prospettiva piuttosto che un’altra, certi colori piuttosto che altri, trasforma quello stesso paesaggio in altro ancora, per cui la realtà è e non è allo stesso tempo, e, se è, non è mai come appare. Nei fatti una certa tipologia di persone esercita un fascino particolare all’interno di una comunità e dei codici espressivi che la raccontano. I matti per caso, gli idioti divertono e si divertono delle loro stesse stranezze, sparse in quello che è il loro incontrastabile regno: la strada, la piazza dove … la luce del giorno si divide tra il villaggio che ride e lo scemo che passa… (ancora De André).

Le piazze sono per eccellenza il luogo più idoneo all’esercizio della libertà, seppure il vagare a zonzo (quanto i greci definivano agorazein) richiami una libertà molto simile a quella degli uccelli all’interno di una voliera, quantunque grande, ma pur sempre voliera. In un mondo soffocato sempre più dal crisma della normalità, le anomalie, le piccole manie, le fisse, possono a volte rappresentare nicchie di salvezza, atti di libertà, un modo per riconquistarsi e tornare ad appartenersi all’interno di un contesto sociale emarginante. In una parola provare ad essere liberi in qualche modo. Un’ultima, ma non meno importante, annotazione.

Oltre la porta di questa singolare galleria di persone, barboni, contestatori, vagabondi, menti incomprese, nomi eroici senza lapidi e senza storia, idioti esemplari, esseri singolari in ogni caso, unici a volte, filosofi del quotidiano, la letteratura, bussando piano,entra sempre in punta di piedi, con discrezione e grande rispetto, spesso con simpatia ed affetto sincero, dove la parola è gesto d’amore[15].

Gli idioti sono inutili capolavori: quando spariscono, nessuno li cerca più, pochi li ricordano. Allora è come se dimenticassimo noi stessi. I loro nomi, ma anche i nostri, non hanno particolare rilevanza. I nomi sono come quei fiati che, in un attimo, svaporano nell’aria gelida dei crudi giorni della merla, i nomi sono fili d’erba su acque di fiume, scorrono e vanno, irrimediabilmente, e noi con loro, verso quello che, con un’immagine triste e dolce insieme, Biagio Marin definiva El mar de l’Eterno [16].

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1. Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, minimum fax, 2019

2. Ermanno Cavazzoni, Vite brevi di idioti, Feltrinelli, Milano, 1994.

3. Michel Foucault, Storia della follia, Rizzoli, Milano, 1980, pp.11sgg.

4. Il termine kallopismata (ornamenti dell’oscurità) in C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano, 1982, pp.99-100. Il termine è di origine platonica, cfr. Gorgia, 492c

5. Vittorio Bodini,Introduzione a Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi, Torino, 1980.

6. Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi, Torino, 1973.

7. Fabrizio De André, Non al denaro né all’amore né al cielo, 1971.

8. Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti, R. Emilia, 2006.

9. I.B. Singer,Gimpel è l’unico saggio, Corriere.it, 27 marzo 2012.

10. Con un cambio visione dalla pagina allo schermo è ben giustificabile l’uso del  termine  felliniano: i personaggi felliniani sono sempre, a loro modo, portatori e custodi di forme di estraniamento, di marginalità e di fragilità esistenziale. Si pensi alla Gelsomina de La strada, 1954. Tante pure le analogie con Un uomo chiamato cavallo di Eliot Silverstein, 1970: in un villaggio Sioux il prigioniero francese Batise si finge idiota e pazzo, sapendo che i pazzi sono rispettati dagli indiani. Ancora: Forrest Gump di Robert Zemeckis, 1994, Shlomo di Train de vie di Radu Mihaileanu, 1998.

11. J.L.Borges, Elogio dell’ombra, Einaudi, Torino,1981, p.108.

[12]. Georg W.Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Bari, 1974,p.431.

[13]È l’Estate la stagione dei pazzi,
veniamo in movimenti concentrici
dai centri dai tombini dai vetri
delle vostre macchine a farvi paura.
Perché la nebbia vera è solo vostra.
Riccardo Olivieri, A quale ritmo, per quale regnante, Passigli, 2017.

[14]. A riguardo si veda Rochester, A Satyr against Mankind, 1674, in Poesie e satire, Einaudi, Torino, 1968, p.148-149
Ed è questa ragione che disprezzo
Riempiendo di frenetiche moltitudini
di sciocchi pensanti
Quei reverendi manicomi, università
e scuole
Non è la vera ragione che disprezzo, ma la vostra.

15. Carlo Lapucci, Eroi senza lapidi, Edizioni Clichy, Firenze,2014.

16. Biagio Martin, El mar de l’Eterno, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1967.

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I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/#comments Mon, 14 Apr 2014 16:19:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19797 Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

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Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013. (Fonte immagine)

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

Antonio Monda: Frequento gli Stati Uniti dal ‘79, anno in cui mia madre mi regalò un viaggio dopo la maturità. C’era il presidente Carter. Ho passato due mesi: un mese e venticinque giorni in California, che non apprezzai affatto, e gli ultimi cinque giorni a New York, che mi hanno folgorato. Sono arrivato qui in un albergo che non c’è più che ora è diventato il Peninsula, un pomeriggio nei primi di ottobre, il tempo perfetto, al tramonto ma erano già accesi i grattacieli quindi c’era quella combinazione che qui chiamano magic hours, e io rimasi incantato e un tassista che mi portava dall’aeroporto all’albergo capì la mia emozione e mi disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Poi sono tornato l’anno successivo, già ero studente universitario, con due miei amici, e passammo altri due mesi. Studiavo legge. Io sono laureato in legge, perché io sono figlio di un avvocato. Ho perso mio padre quando avevo quindici anni e l’unica promessa che mi fece fare mia madre era di prendere una laurea possibilmente in quella direzione lì. Mi sono laureato abbastanza mediocremente, 100 su 110, già lavoravo come assistente alla regia nel cinema e mi ricordo che di notte giravo un film come assistente e di giorno andai a laurearmi.

Mentre studiavo ritornai per due mesi, un altro viaggio, non più regalo ma sempre finanziato da mia madre. Dopo due settimane finii tutti i soldi e cominciai a fare dei lavoretti, e questa è stata una caratteristica che mi son portato tanto nella vita, improvvisare lavori. Ho fatto l’imbianchino, per esempio. L’imbianchino è stato il più catastroficamente comico perché mi hanno licenziato dopo tre giorni, non ero capace, però questo mi ha insegnato che in America si possono trovare lavori. Andavo strada per strada, negozio per negozio e chiedevo “Avete un lavoro per me”. E un signore francese che aveva una boutique su Madison Avenue, che non esiste più, disse “Io devo dipingere tutto il mio basement”. Mi ha detto “prendi e fai”. Io ho mentito, ovviamente: mi hanno detto “Sai farlo?”, e io “Certo che lo so fare”. Poi dopo un po’ mi hanno detto “Se ne vada”, mi hanno pagato… Poi ho trovato lavoro in un negozio di scarpe che era due volte più avanti rispetto a questi, io andavo sempre in zone buone, Madison Avenue…

Di chi eri ospite?

La questione dove abitavo è legata a un capitolo importante che ti voglio raccontare. Trovai un lavoro come stock boy – ovvero quel ragazzino che nei negozi di scarpe o in questo tipo di negozi prende la mercanzia dallo scantinato e la porta al superiore di grado che è quello che mette le scarpe al cliente – e io dovevo fare decine di volte al giorno dal piano di sotto al piano di sopra a portare delle scarpe, siccome ero negato anche in questo, nonostante non fosse un lavoro altamente intellettuale, il padrone del negozio, che si chiamava Baku ed era un indiano, quando sentiva che io nelle scale facevo cadere diciotto scatole, diceva, io lo sentivo dal piano di sotto, “povero povero Baku”, di se stesso che aveva assunto questo sciagurato che faceva quel disastro… E lì ho avuto un piccolo glimpse, come si dice qua… Già ero innamorato di New York, ci volevo restare, ma una volta ebbi un glimpse delle star, del glamour, perché in quel negozio entrarono Ingrid Bergman e David Bowie a comprare delle scarpe…

Insieme, spero.

No no, in momenti successivi. David Bowie credo per la moglie, una bellissima donna; Ingrid Bergman invece per sé: io andai tutto emozionato a portarle queste scarpe. Mi hai chiesto dove alloggiavo. Un amico carissimo, che era un collega di mio padre, nello studio legale di mio padre, un importante avvocato di Roma, era proprietario di un palazzo che aveva degli appartamenti vuoti e lui mi fece abitare lì. Ci ho vissuto per due anni. Poi io dal ’79-80 fino al novantaquattro, anno in cui mi trasferisco a vivere a New York, sono venuto quasi ogni anno perché innamorato della città. Nell’ottantacinque conosco quella che è diventata mia moglie, la mamma di tre figli, girando documentari… Ogni volta m’inventavo lavori da fare…

E quanto stavi ogni anno?

Dall’uno ai tre mesi. In questo periodo quella casa non era più nella mia vita perché andavo dove capitava, da amici eccetera, però poi nel novantaquattro, quando ormai ero sposato con le prime due figlie, e mi trasferisco a New York perché non mi piaceva più stare in Italia, perché era un momento difficilissimo, non molto diverso da quello che stiamo vivendo adesso, con gli attentati mafiosi, tangentopoli, anni terribili, io me ne vado anche perché avevo l’opportunità di avere la Green Card.

Come ce l’avevi l’opportunità?

Perché avevo sposato un’americana… Jacquie è giamaicana però ha il passaporto americano, quindi quando ci siamo sposati ho fatto il passaporto americano. Non avevo una lira. Io nel novanta faccio un film che si chiama Dicembre, il film viene presentato a Venezia alla settimana della critica, ottiene delle buone, a volte anche delle ottime recensioni e un pessimo risultato al box office, incassa poche decine di milioni, un disastro, nonostante un buon riconoscimento. Io cerco a quel punto di fare un altro film.

Il tuo sogno a quel punto era di fare cinema?

Era proprio il mio progetto, quello che credevo sarebbe diventata la mia vita. Io sono da sempre stato innamorato della cultura ebraica, tant’è che nell’ottantacinque, ottantasette, è in quell’occasione che conosco Jacquie, faccio un documentario sulla cultura ebraica per Rai Tre. Oltre New York. Viaggio nella cultura ebraica americana. Intervisto tante persone che negli anni mi sono diventate amiche o conoscenti: Philip Roth, che rifiuta l’intervista però lo conosco quella volta, Saul Bellow mi dà l’intervista, Arthur Miller, di tutti questi quello di cui sono diventato forse – amico è un po’ troppo, ma veniva a cena… Li conosco tutti in questa occasione e tra questi intervisto Isaac Singer, forse il più grande di tutti questi, gigante vero, io mi innamoro di un suo racconto che opziono, trovo un produttore, che oggi è diventato presidente di Cinecittà, Roberto Ciccutto, e cerco di convincerlo a fare il film in America. Vengo qui per fare sto film, già con due figlie di un anno, io e Jacquie non avevamo un lavoro, non avevamo una lira, Jacquie si impiega all’Italian Trade Commission, l’Istituto del Commercio Estero, io cerco lavoro all’università, dove mi vedi in questo momento… Vengo a fare un’interview qui alla NY University e mi prendono come Adjunct Assistant, l’ultima ruota del carro…

Sulla base di cosa?

Avevo girato un film, avevo fatto vedere molte pubblicazioni, mi hanno detto: “Li faresti dei corsi?” Questo è come funziona l’America. Ovviamente devi saperti molto presentare, devi far vedere la tua mercanzia: io ho fatto vedere tutte le recensioni, ho detto quanto potevo portare di buono… Bisogna fare lobbying a favore di se stessi. Comunque ci credono e mi danno questa opportunità e io l’ho presa.

Quindi da allora stai qui?

Dal novantaquattro. Che cosa succede? Non avevamo una lira perché il mio primo contratto qui era 600 o 700 dollari al mese, il contratto di Jacquie era meno di 2000, 1600-1700, insomma in due avevamo 2500 ed eravamo in quattro, anzi avevamo pure la donna di servizio di mia madre che era venuta da noi a fare la nanny pagata dall’Italia da lei perché non ce la potevamo permettere, quindi così vivevamo… al che cosa abbiamo fatto?

Oddio, questo miscuglio di borghesia e lastrico…

Sì, totale, ah ah… Allora io mi ricordo della famosa casa di quattordici anni prima: richiamo questo signore il quale si rivela ancora l’amico straordinario che era stato, mi dice “Antonio, io ti do una casa e puoi stare lì fin quando ne hai bisogno”. Dopo due mesi però la casa era molto… la casa era in un posto bellissimo… sessantatré tra Madison e Park, il cuore della città, East Side, però era anche piccolissima: un salotto con un bagnetto e un angolo cucina e noi vivevamo in cinque…

In Italia dove vivevate?

Ai Parioli, da mia madre. Da sposati avevamo una casa in affitto in Via del Boschetto, ma vengo da quel mondo lì, dai Parioli. Succede che gli ultimi mesi prima di trasferirci in America viviamo quasi un anno da mia madre e poi siamo venuti qua. Dopo pochi mesi io non riesco a sopravvivere in queste condizioni, a vivere tutti in una stanza, al che io vado dal mio amico e gli faccio questa proposta, gli dico “Senti mi dai un secondo di appartamento? In cambio io lavoro, ti faccio da super”, che è una via di mezzo tra il portiere e il factotum. Perché lui era proprietario del palazzo ed era andato via. Era un palazzo piccolo di dieci appartamenti più uno studio medico, quindi avevo dieci persone da gestire, anzi nove perché poi mi ha dato due appartamenti. Qual era la cosa buffa? Che io avevo l’appartamento che mi aveva dato all’inizio che avevo trasformato nella zona living, e un altro appartamento due piani più sopra, quindi non collegato, dove andavamo a dormire. Quindi la zona living dove vivevamo di giorno e facevamo le cene…

Visto che siamo arrivati alle prime cene: come avevi conosciuto gli artisti e scrittori che invitavi? A questo punto avevi già una rete?

Te lo racconto, ma ti faccio una piccola chiusura sulla storia dell’appartamento: io questo lavoro da super l’ho fatto per quasi cinque anni, dal ‘94 al ’99, dai trentatré ai trentotto anni. Ho lavato le scale, pulito le caldaie, riscosso gli affitti. La cosa più noiosa era la riscossione degli affitti con tutti quelli che prendono tempo e devi fare a volte il muso duro. E pulire le scale è la parte più umiliante.

Ma era moquette?

C’era la moquette sulle scale. Le caldaie… lì ero terrorizzato di far esplodere mezzo quartiere, allora che cosa facevo: la cameriera di mia madre, diventata babysitter delle nostre figlie, si era innamorata del super della porta accanto – era giovane, è morta molto giovane di un tumore che l’ha stroncata in pochi mesi. Questo qui era il mio sotto-super: io gli davo mance, faceva il super su cose che per me erano impossibili, come la caldaia guasta.

Dalla caldaia guasta come arriviamo al network?

Allora, mi chiedi dei rapporti. In parte me li sono costruiti quando ho fatto i documentari: quello sulla cultura ebraica ma anche un altro sulle minoranze etniche a New York, sempre per Rai Tre. Io intervistavo questa gente, e poi tenevo i rapporti. Per esempio, la prima persona che mi ha accolto con simpatia e della quale sono ancora amico è Gay Talese, un’amicizia dall’80 a oggi. Siccome mi prendevano in simpatia – l’italiano quando è un minimo presentabile e ha un minimo di cultura è considerato immediatamente per default qui dicono charming – lui mi ha molto inserito, mi ha invitato una volta a cena da lui, ho conosciuto Charlie Rose, mi ha presentato Nick Pileggi, quello che ha scritto Goodfellas e Casino, Nick Pileggi e Talese sono cugini. Conosco Scorsese… È tutto così, insomma, se uno si sa presentare, ha delle idee e soprattutto non chiede e dà l’impressione di essere lì non per interesse ma per sincera curiosità e ha qualcosina da dire è molto più facile. Apprezzano molto le persone che hanno delle idee che vogliono essere realizzate, quindi l’ambizione…

Questo network nasce così. Insomma comincio a costruirmi una carriera che nel 2003 diventa una cattedra. Dopo otto anni puoi fare il concorso. Il concorso non è come quello italiano. Prima devi rispettare dei criteri minimi: non fare cazzate, fare tutte le lezioni bene… devi avere un setaccio iniziale in cui hai avuto voti sempre molto buoni nelle evaluation degli studenti. Poi però devi dimostrare di essere qualcosa di più perché l’università ti prende a vita: la tenure è l’unico esempio nella cultura americana di contratto a vita. È una difesa della tua libertà intellettuale. Io ho presentato le pubblicazioni dei miei libri, nel 2003 avevo già cominciato a scrivere i miei articoli… le cose che avevo girato… Poi devi fare una serie di interview, ti interrogano, vengono a vedere in classe come insegni e poi chiedono delle evaluation esterne che sollecitano loro e delle evaluation che puoi sollecitare tu, devi portare delle lettere a garanzia. Io le ho chieste a chi conoscevo: alla Sontag, a Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo e Martin Scorsese.

Nel frattempo cominciavo a fare il lavoro dell’organizzatore culturale, mi sono inventato dei festival…

Quando è iniziato?

Nel novantasei, novantasette. Sono andato con molta faccia tosta, con il biglietto da visita con cancellato Adjunct Professor, al MoMa dicendo che ero un professore e che volevo organizzare delle mostre. E lì ha aiutato molto Gillo Pontecorvo che non solo ha scritto la lettera per me, perché all’epoca era presidente di Cinecittà e lui mi diede carta bianca per organizzare delle mostre sul cinema italiano per valorizzare il cinema italiano. Non avevo un contratto, mi davano dei compensi forfettari ogni volta che c’era una mostra. La mia idea è mettere insieme il passato e il presente, cioè facciamo una retrospettiva, dico per dire, di Visconti, però cerchiamo di vedere chi sono oggi i nuovi Visconti se ci sono. Ne ho fatte decine. La mia strategia da sempre, anche nei libri che faccio, quando faccio i libri con le interviste ai “grandi”, è partire sempre dal più forte. Quando ho fatto il dialogo sulla fede [Tu credi?, Fazi 2006] sono partito da Saul Bellow, per un motivo molto banale: avevo il privilegio di conoscerlo e ho pensato: “Se c’è Saul Bellow gli altri mi diranno tutti sì”. Stavolta con le interviste per il libro appena uscito [Il paradiso dei lettori innamorati, Mondadori 2013] sono partito da Roth.

Io andavo dal MoMa e gli dicevo: “Gillo Pontecorvo mi dà le copie quindi state tranquilli che le copie ce le avete, io voglio curarlo”. E dico: “Io a parlare di Visconti vi porto Micheal Cimino, che è un grande appassionato di Visconti…” A NYU poi dicevo “Io domani c’ho la mostra al Lincoln Center, venite”. È tutto collegato: quando dici network… questo è l’elemento nobile del network. Cosa faccio: io conosco i fratelli Cohen e li ho invitati qui a lezione a parlare con gli studenti e ovviamente gli studenti sono tutti felici, poi li ho invitati a Roma al Festival del Cinema di Roma.

Allora qual è il meccanismo? Prima devi farti conoscere e devi saper conquistare il tuo interlocutore e lo conquisti con la sincerità: ho capito che in America ti perdonano tutto ma non la menzogna, devi essere sincero e devi essere affidabile, tu dici una cosa e la mantieni, la professionalità quindi, e poi costruire con delle idee. Io ho costruito grandi retrospettive. Ho fatto la prima retrospettiva di Fellini al Guggenheim al decennale della sua morte nel 2003; Anna Magnani; molto cinema italiano… Insieme a Richard Peña, che per venticinque anni ha diretto il New York Film Festival, abbiamo fatto la più importante rassegna di cinema italiano che c’è in America, Open Roads New Italian Cinema. Un anno è venuto Scorsese a dare il benvenuto, un anno è venuto Jonathan Demme, un anno Arthur Penn; alle volte degli attori, John Turturro, Marisa Tomei.

Sentendo tutta la storia si vede la tua voglia fortissima di un posto al sole, o forse pure un posto al vento, un posto dove passano tante cose, persone, si possono prendere cose…

Questa è una cosa che ho fortemente voluto, ho voluto cercare un posto dove l’alito vitale mi facesse crescere. Io dico sempre che innanzitutto l’emigrazione è un’esperienza di dolore, non è un’esperienza facile anche quando uno ha successo (metti molte virgolette se no sembra che…). Comunque è un’esperienza dolorosa perché si tronca con un momento della propria vita. Dico però che l’esperienza di ognuno, tanto più se è un emigrante, è simile a quella della pianta. La pianta può e deve muoversi cercando l’acqua o il sole che gli dà la vita, ma guai se perde le radici perché muore subito.

Ho voluto esser qui perché New York è sempre quella che mi ha raccontato quel tassista che mi ha detto “benvenuto nel cuore del mondo”. Io da diciannove anni ci vivo e non c’è un giorno in cui non senta, anche nei momenti di stanchezza, nei momenti di depressione che ovviamente ci sono e anche i momenti di dolore, che non senta di stare al centro di una cosa. E sai perché siamo al centro di una cosa? Perché questo è il paese che ha nel porto la Statua della Libertà, e questa è una cosa che senti, è una città di mare, una città aperta a tutti, una città in cui c’è la religione della libertà e in più siamo in un paese dove nella dichiarazione di indipendenza c’è the pursuit of happiness, che è una follia che ci sia nella dichiarazione di indipendenza la ricerca della felicità…

Io mi sentivo, nella mia amatissima Italia che mi manca – mi sentivo di non poter fiorire. Onestamente pensi che se io fossi andato in una qualunque università mandando i curriculum avrei ottenuto qualcosa? E poi dopo otto anni, regolare concorso, mi hanno esaminato… Mi ricordo quando ho vinto la tenure eravamo due candidati, ce ne era un altro nel dipartimento di animazione, qui abbiamo un grande dipartimento di animazione, hanno vinto l’Oscar insomma. L’altro, che era bravo, non ce l’ha fatta. Mi sono sempre chiesto perché: non aveva lettere così forti, il suo curriculum, non lo so. Però ricordo l’orrore del suo volto quando gli hanno detto “non ce l’hai fatta”, lo sai come funziona qui.

Ma puoi riprovare?

No! Ti licenziano!

Passiamo ai tuoi pranzi della domenica. Quando hai iniziato a invitare a casa? È stata una cosa naturale? Una cosa che nella tua famiglia si è sempre fatta?

Ho iniziato quasi subito, sì sì, è proprio una tradizione familiare. Mio padre, mio zio [Riccardo Misasi, politico DC], mia madre… Quando è morto mio padre, mia madre mi ha incoraggiato a ricevere a casa… un po’ per proteggermi, aveva paura che da ragazzino, che potessi sbandare, è anche normale, una madre giovane che vede i suoi quattro figli adolescenti, non riusciva a controllarci totalmente, quindi diceva “io vi metto a disposizione la casa sia a Roma sia a Maratea”, noi abbiamo una casa a Maratea, al mare, bella grande, dove ci siamo riuniti dal settanta… “Fai quello che vuoi ma fallo da noi, invita invita”. Io facevo sempre queste tavolate da quindici venti persone… A New York, all’inizio l’ho fatta in quella casa, anche quando facevo il super, magari io finivo di lavare, mi vergognavo con i miei ospiti che non sapevano che facevo il super, e ora mi vergogno di essermene vergognato… Però ricevevo, una volta mi ricordo che venne Giovanna Melandri, non so se era ministro ma comunque aveva un ruolo molto importante, e io ero pure ragazzino avevo trentaquattro trentacinque anni ed ero un po’ emozionato e avevo finito di lavare e pensavo “magari arriva e mi trova ancora per le scale che sto così”…

Mi ricordo che mi capitava di ricevere personaggi importanti ma non mi potevo permettere di fare niente e lo facevo lo stesso: magari facevamo i debiti però dovevamo rispettare l’etichetta. Jacquie è bravissima in cucina, fa delle ricerche, ogni domenica sperimenta una cosa nuova, lei ha proprio il culto e la passione e il talento della cucina… Comunque sia in quel periodo che poi quando nel novantanove siamo andati in una casa più nobile, più ricca, più grossa, una bella casa signorile a Central Park West… La tradizione della domenica nasceva quasi solo per gli italiani perché era un modo, vivendo in un’altra città, di fare un po’ l’Italia la domenica… È durato poco perché mi annoiavo e non perché mi annoiano gli italiani, per carità, ma perché poi si finiva a parlare della politica italiana, dello sport… Quindi prima li ho ibridati, cominciando a invitare anche ospiti stranieri, e poi adesso quasi il contrario, cioè la norma sono il novanta percento stranieri e poi c’è qualche amico italiano, tutta questa cosa si è un po’ ingigantita, c’è gente che dice “Sono a NY” e si aspetta di essere chiamato, anche capire chi ci può trovare, che è un po’ ridicolo se ci pensi…

Io ci trovai Dante Ferretti e Wes Anderson… E quando hai affittato questa casa in che situazione economica eravate? Migliorata, immagino.

Sì sì, la mia situazione economica si sblocca nel novantasei perché divento full time Professor, che è il gradino per diventare Tenure, e l’attività curatoriale, Repubblica, i primi libri… Ho trovato una casa molto bella ma che mi posso permettere perché ho l’affitto bloccato, se no dovrei andarmene dopodomani…

Bloccato per quanto tempo?

Adesso per altri due anni però io mi tengo molto buono il mio padrone di casa ah ah perché mo’ non voglio entrare nella cifra ma pago circa la metà di quello che vale, se no non potrei mai permettermelo… Secondo piano, all’italiana. È un affare pazzesco. Però il palazzo non è tenuto come altri palazzi…

Ah, quindi c’è ancora questo elemento quasi da cinema: non dico vendersi di più per quello che si è, ma dico mettersi nella luce giusta…

No no, ma questo per me è fondamentale. Non è uno status symbol, però facendo dell’incontro, dello scambio, una parte centrale di quello che faccio, io devo poter ricevere in un posto dignitoso o addirittura bello, dove poi noi diamo il calore eccetera eccetera. Noi l’abbiamo fatto anche quando il posto non era bello, però… Poi ci piace avere tanta gente quindi ci serve un posto caldo.

Lì a Central Park West le finestre fanno tutto…

Sì sì è sul parco, per di più hai notato che ha i soffitti alti, è calda la casa, sembra un po’ europea. Nel 2006 insieme a Davide Azzolini creiamo il festival di Capri [Le Conversazioni] e questa cosa nasce da casa nostra. Davide, che mi era venuto a trovare due, tre anni prima per fare delle cose che poi abbiamo fatto insieme in America, viene una sera a cena da me e non ricordo bene chi c’era, sicuramente c’era Paul Auster e Richard Ford, ma c’era anche qualche altro scrittore importante, questi due li do per certi, con relative signore… Alla fine si stava tra amici a cena, solo che erano anche famosi e bravi scrittori… Davide mi dice “Senti ma ci hai mai pensato di farle in pubblico ste cose? Fare una cosa di conversazione…” Gli ho detto “Lo faccio a condizione che sia nel più bel posto del mondo”. Allora abbiamo individuato Capri.

Capri è bella, gli scrittori sanno che vengono a fare una cosa di qualità. Quest’anno abbiamo un Nobel, cinque premi Pulitzer.

Volevo chiederti: tu ricevi la domenica, di base, a pranzo. A proposito di Never never never quit: ricevere a pranzo tutte le domeniche è complesso, come si gestisce?

No, innanzitutto un tempo era veramente religiosa ogni domenica, adesso un po’ di meno, un po’ perché è economicamente impegnativo e un po’ perché sai crescendo uno tende a vedere solo le persone che uno vuole vedere, perché c’è stato un momento in cui arrivavano telefonate dall’Italia… Perché poi qual è la mentalità: “Vado lì perché incontro…” E questo noi non lo amiamo più di tanto. Se funziona questa cosa e non è un salotto nel senso peggiore del termine è perché è fatto con piacere… Se vuoi ti dico un po’ di rituali: sono io che vado a fare la spesa sempre, scelgo tutto. C’è una differenza di compiti totale, ovviamente la regina è Jacquie, non solo ai fornelli ma nell’organizzazione della bellezza della casa; però io faccio la manovalanza, io vado a fare la spesa un po’ perché mi diverte, mi distrae…

Quindi sai cucinare?

Mi dà lei la lista e poi io telefono e chiedo “Ma che significa questa… Corn Starch…? Oppure zucchine le vuoi così o così, i pomodori vuoi quelli gialli…?” Io ogni sabato mattina vado alle nove nove e mezza da Fairway oppure Citarella per il pesce o la carne… Settantaquattro West Side e Broadway… Passo un’ora e mezza del sabato mattina, è una cosa che mi piace moltissimo. E poi faccio io la tavola.

Decidi chi si siede e dove?

Questo lo negoziamo io e Jacquie, però la preparo io.

Ma ti rilassa o è perché sei ansioso?

È un rito.

E per combinare gli ospiti come fai?

Questo è un divertimento. Cerco sempre di evitare le cose più scontate… stupire, far trovare la superstar no, deve essere sempre cercare la naturalezza. Ovviamente eviti le idiosincrasie, le rivalità: ci sono amici che tra di loro non si amano, questa è una regola che chiunque riceve sa. Mi è successo un paio di volte non sapendo di mettere delle persone vicine e non è stato piacevole… Oppure se succede lo faccio solo quando abbiamo una grande festa: su ottanta persone ci possono essere pure due che non si amano, insomma.

E hai un numero più o meno ideale di invitati a pranzo?

Dodici. Siamo sempre dodici.

L'articolo I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda proviene da Minima et Moralia.

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