Isbn Edizioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isbn-edizioni/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Nov 2012 13:50:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Isbn Edizioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isbn-edizioni/ 32 32 Tom Bissell scrive un saggio di poetica che si inscrive in una tradizione cominciata con Aristotele, ovvero: a proposito dello stato dell’arte dei videogame https://minimaetmoralia.it/libri/tom-bissell-scrive-un-saggio-di-poetica-che-si-inscrive-in-una-tradizione-cominciata-con-aristotele-ovvero-a-proposito-dello-stato-dellarte-dei-videogame/ https://minimaetmoralia.it/libri/tom-bissell-scrive-un-saggio-di-poetica-che-si-inscrive-in-una-tradizione-cominciata-con-aristotele-ovvero-a-proposito-dello-stato-dellarte-dei-videogame/#comments Sat, 26 May 2012 15:22:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8121 Qualche mese fa ero a un incontro di aggiornamento per gli insegnanti di materie umanistiche nel liceo. In una sala convegni gigantesca, eravamo in seicento a sentire Guido Baldi del famoso manuale Giusso-Baldi, che discettava su come insegnare meglio letteratura al liceo: usate la narratologia, esortava, educate secondo una didattica strutturalista "questi ragazzi di oggi che non leggono niente, non sanno nulla e stanno tutto il giorno a rincretinirsi coi videogiochi". A quella sala d'insegnanti che applaudivano in modo sperticato Baldi, ben contenti di sentirsi superiori moralmente ai ragazzi di oggi che spendono centinaia d'ore davanti a una consolle, vorrei dedicare questa piccola recensione del migliore saggio di poetica (ossia, se vogliamo, dell'arte di inventare mondi) che ho letto quest'anno - un libro che non soltanto è capace di aggiornare meglio di Baldi quanto scritto da Greimas o Genette o ovviamente da Roger Caillois nella sua teoria dei giochi, ma anche di tracciare una mappa del presente spingendosi fino ai confini estremi di quella che potremmo definire immaginazione collettiva.

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Qualche mese fa ero a un incontro di aggiornamento per gli insegnanti di materie umanistiche nel liceo. In una sala convegni gigantesca, eravamo in seicento a sentire Guido Baldi del famoso manuale Giusso-Baldi, che discettava su come insegnare meglio letteratura al liceo: usate la narratologia, esortava, educate secondo una didattica strutturalista “questi ragazzi di oggi che non leggono niente, non sanno nulla e stanno tutto il giorno a rincretinirsi coi videogiochi”. A quella sala d’insegnanti che applaudivano in modo sperticato Baldi, ben contenti di sentirsi superiori moralmente ai ragazzi di oggi che spendono centinaia d’ore davanti a una consolle, vorrei dedicare questa piccola recensione del migliore saggio di poetica (ossia, se vogliamo, dell’arte di inventare mondi) che ho letto quest’anno – un libro che non soltanto è capace di aggiornare meglio di Baldi quanto scritto da Greimas o Genette o ovviamente da Roger Caillois nella sua teoria dei giochi, ma anche di tracciare una mappa del presente spingendosi fino ai confini estremi di quella che potremmo definire immaginazione collettiva.

Il libro si chiama Voglia di vincere di Tom Bissell (Isbn, 19,90 euro) e è una breve storia culturale dei videogiochi, dagli anni ’80 di Pong fino al quasi-presente di Grand Theft Auto IV. Ed è chiaro che – anche nel caso non abbiate mai usato una Psp in vita vostra o odiate il suono stesso di uno sparatutto – questo libro vi potrebbe piacere comunque moltissimo. Sì, sono sicuro che vi piacerebbe moltissimo per diversi motivi che proverò a elencare brevemente. 1) perché ipotizza che tipo di immaginario avranno gli adulti del futuro, ossia coloro che in un modo o nell’altro hanno passato la loro adolescenza con un joystick o un pad fra le mani (per capire, alle volte la sensazione è come quella di leggere un saggio sul cinema nel 1920); 2) non si risparmia nemmeno una delle domande fondamentali sull’arte, la verosimiglianza, il realismo, l’autenticità che ci facciamo da Aristotele in poi e se le pone con un’onestà rarissima e un’intelligenza potente, prendendo di petto lo stesso concetto di “rappresentazione”, nel momento in cui i mondi dei videogiochi rendono l’interattività possibile tra creatore e abitanti è un terreno ogni giorno da ridefinire; 3) parla della contemporaneità nell’era della riproducibilità tecnica delle sue forme mentali più astratte: creare videogiochi vuol dire essenzialmente dare forma a universi in cui milioni di persone si divertiranno, si arrabbieranno, si spaventeranno magari balzellando da una nuvola all’altra per più di cento ore della loro vita; 4) recensisce molti videogiochi (da Braid o Far Cry 2) riuscendo a riconoscere (con le interviste agli ideatori o con un’acribia da filologo) il loro statuto artistico – ancora plastico, certo: quanta ingenuità, ripetività, autocontradditorietà, sperimentazione fallimentare… in un tipo di opere che non hanno ancora ben definito i loro codici; 5) analizza con uno sguardo politico (derridiano si direbbe) e una spietatezza rivolta verso di sé e verso i suoi compagni di consolle la psicologia dei videogiocatori, il loro amore per la violenza gratuita, per la solitudine, la predisposizione alla dipendenza (le pagine sul suo consumo di cocaina sono toccanti) e soprattutto le questioni di che cosa vuol dire essere liberi o avere potere in un mondo inventato; 6) afferma che in un tempo dei social network che ci chiede sempre di più di essere noi stessi, i videogiochi ci “insegnano cose su di noi che non sapevamo”; 7) si occupa delle sfide più importanti delle scienze cognitive oggi: in sostanza, come tradurre in un codice le abilità semantiche dell’essere umano (ovvero, se fossimo dei game designer: come facciamo a disegnare un volto umano perché ci sembri veramente credibile? quali sono delle scelte morali veramente interessanti?); 8 ) sostiene che gli sparatutto come Gears of War stanno alle guerre contemporanee come Omero o Tennyson stavano a quelle di allora; 9) intervista il creatore di Fable Peter Molineaux per lasciargli in bocca frasi di questo tipo: “Ecco cos’è ancora più stupefacente: se dovessi disegnare su quel muro il personaggio di un videogioco di vent’anni fa, sarebbe fatto di sedici punti, fine. Siamo partiti da quello e ora pensiamo che potremmo replicare il volto umano. E più o meno tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo inventato. Non siamo andati a pescarlo da tecnologie preesitenti. Non esistevano. Dipingere la Cappella Sistina? Prima abbiamo dovuto inventare l’architettura. Abbiamo dovuto estrarre la roccia. Abbiamo dovuto inventare la pittura. Non esiste altra tecnologia al mondo su questo pianeta che abbia tenuto il ritmo dei videogiochi. Cambieremo il mondo e creeremo un tipo di intrattenimento diverso da tutto ciò che c’era prima”; 10) è un libro scritto divinamente – come qualunque cosa del resto che abbia scritto Tom Bissell, da Dio vive a San Pietroburgo, una raccolta di racconti uscita da Einaudi qualche anno fa, a Chasing the sea, un reportage-memoir sui luoghi della vita del padre, che qualche editore italiano dovrebbe avere il coraggio di pubblicare.

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Una generazione in versi https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/libri/una-generazione-in-versi/#comments Tue, 22 May 2012 13:36:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7924 Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull'ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m'impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell'Italia berlusconiana, un'Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

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Pubblichiamo una recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Lo straniero», sul libro di Francesco Targhetta «Perciò veniamo bene nelle fotografie» (Isbn Edizioni). 

Di solito bisogna diffidare delle opere che ambiscono a interpretare il precariato e il periodo storico che stiamo vivendo. Questa diffidenza ha una duplice ragione: la prima, biecamente culturale, deriva dalla proliferazione, dagli anni novanta a oggi, di romanzi che hanno tentato di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale dei giovani con esiti piuttosto discutibili (si pensi ad alcuni brutti libri di Aldo Nove) e altri salvabili e più onesti (va ricordata una delle prime inchieste sui lavoratori flessibili di Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego). Dunque la maggior parte degli scrittori che si sono proposti come cantori del precariato, in questi anni, sono sembrati più degli speculatori delle “avventure” lavorative dei giovani nell’Italia berlusconiana, un’Italia del farsi-da-soli a tutti i costi, soprattutto sui propri simili e sui prossimi, o sulle generazioni successive che spingono per scippare la miseria dei privilegi che si sono strappati coi denti.

Il secondo motivo, circa il pregiudizio verso questa narrativa sul precariato, è forse più profondo e relativo all’impossibilità storica di raccontare, proprio oggi, il presente. O meglio: un presente ricattatorio ci ha condannato all’attualità e all’immobilità, impedendoci qualsiasi progetto di futuro, e ha calcificatoo le forme della narrazione in depositi di iper-realismo giornalistico e di postmoderno super celebrale piuttosto asfittico. Va detto che di questa “fame di realtà” ne patiamo e abbiamo patito tutti, anche per il bisogno di comprensione nelle rapidi trasformazioni che ha subito il nostro paese in questi anni. Ma, alla lunga, questa necessità ha portato a una deriva autoreferenziale sul presente francamente inutile, lagnosa e auto-assolutoria.

Di solito bisogna diffidare di queste opere, ma questo non è il caso del primo libro di Francesco Targhetta, un poeta trentaduenne veneto. Tutto ciò non riguarda, infatti, il suo esordio, Perciò veniamo bene nelle fotografie (pubblicato da Isbn, 256 pagine per 19,90 euro), che, sebbene parli di precariato giovanile e dell’oggi, sfugge a qualsiasi genere e categoria, perché è un curioso “romanzo in versi”, un poema, una forma vecchia, non vecchissima, per raccontare il presente. È proprio nelle forme ambigue e non consuete, ibride, che va cercata la diversità di sguardo e di posizionamento, almeno riconoscendone il tentativo di sperimentare nel deserto. Targhetta ha scritto infatti un romanzo in versi, il suo primo come recita il frontespizio dopo una piccola raccolta di poesie intitolata Fiaschi, rispettando le regole della metrica, gli endecasillabi e i novenari ad esempio, e quelle del ritmo, come le assonanze e le rime interne ai versi, per raccontare la sua personale condizione di ricercatore nell’università italiana e quella dei suoi amici e conoscenti, un ritratto nitido e crudele di una generazione.

“Non si muove nessuno, qua / perciò veniamo bene nelle fotografie”. Il titolo deriva da questa chiusa implacabile, sintesi della condizione giovanile, cioè l’immobilità, l’incapacità di reagire per una generazione che ondeggia tra il lamento e il rimorso. Targhetta racconta la vita di alcuni di questi giovani a Padova, gli appartamenti da studenti, descritti fin dentro le deprimenti credenze, con le stanze divise per 120 euro a posto letto al mese, le aspirazioni fallite e i tentativi di galleggiare nel quotidiano e crescere professionalmente.

Racconta i corpi di questi giovani, guastati da un’alimentazione sballata dalle pizze a portar via e dal pessimo vino, in un procedere affannoso per trovare un posto nel mondo: “la nostra via crucis, / da quando siamo qui, nel dribbling / dei pasti, col bidone della carta / che subito si stipa, e arriva / al sabato quasi peggio / dei nostri stomaci esausti”. Dei corpi cresciuti a forza di merendine e schifezze alimentari anche nell’infanzia e anche il cibo della mente non è da meno, con la televisione unica grande educatrice del passato e costruttrice di modelli sociali e di consumo.

Lui, il narratore è il più immobile di tutti tra i personaggi che appaiono nei versi, quello che non riesce a ribellarsi, a scomporsi o a fuggire: un ricercatore di storia dell’università, costretto a seguire per il miraggio di un assegno o di una borsa di studio la cattedra di un professore antiberlusconiano, “con le copie di Alias sul mobile bar”, un barone che fa far carriera a una ricercatrice avvenente. (Pochi romanzi hanno raccontato l’ipocrisia e l’amoralità dell’università italiana come questo Targhetta e un altro esordio, Apocalisse da camera di Andrea Piva). E il tema della ricerca universitaria, la Guerra del Piave, fa come da contraltare alla resistenza quotidiana dei suoi coetanei, “carne da cannone” che sa già di aver perso. Tra questi spicca Teo, un operatore da call-center che fa carriera e si trasferisce a Torino (molto belli i versi delle telefonate tra lui, la ragazza e gli amici, lontani, che descrivono la solitudine nella città sconosciuta di un ragazzo sbarcato dalla provincia), o Mara che si barcamena tra scuole di recitazione dove i maestri di teatro ci provano con le allieve, covando il sogno di diventare attrice sapendo benissimo che “se tutte le strade portano a Roma / ma nessuna lì, a Cinecittà”. O ancora Los, uno che è riuscito a scappare in un’università del Belgio, dove il dottorato è pagato il doppio e permette l’agognata indipendenza, una sorta di auto-esilio volontario che  il narratore no riesce a scegliere per mancanza di coraggio.

Oltre a questi ritratti senza speranza, delle vere e proprie istantanee d’esistenza triste, è interessante il dialogo che si instaura con le generazioni che precedono e seguono i trentenni raccontati da Targhetta: anche in questo caso non c’è alcuna illusione, non c’è alcun patto, ma solo una trasmissione di odi e di sfruttamenti reciproci. “Buttarsi negli intrugli della vita, / bisogna, come insegna l’adulto / medio, e qualsiasi invisa proiezione / dei nostri vent’anni marciti: farsi / amici assenti, ragazze distanti, / affezionarsi alle fiction come / ai bimbi rapiti, diventare stressati / ma non tecnicamente, giocando / su limiti e centesimi di secondo, /  sentendosi la sera come ladri / dentro il proprio miniappartamento / piene le tasche come bombe carta / di lavoro arretrato e cemento”. Se dai padri, oltre all’insoddisfazione e al rancore, si è ereditato un modello, questo stesso verrà usato contro i ventenni, coloro che subiranno la vendetta dei trentenni frustrati e avvelenati dalla vita: “tra questi bimbi / senza speranze che ci odiano / già, ci detestano duri, perché / sanno che toccherà, prima o poi, / anche a noi, e saremo cattivissimi”.

Un racconto, quindi, diviso in trenta capitoli, quello di Targhetta dei perdenti, degli sconfitti trentenni cresciuti in questi anni di estremo conformismo e compromissione. Perciò veniamo bene nelle fotografie è un poema che richiama tantissimi antecedenti, dai Crepuscolari a Giudici, ma soprattutto fa pensare al primo Elio Pagliarani, di recente scomparso, perché sono molto le citazioni e i richiami a La ragazza Carla del poeta del Gruppo ’63 e al filone letterario dello sboom e dei loosers da Bianciardi (La vita agra e Il lavoro culturale soprattutto) alle tavole di Andrea Pazienza.

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