Isis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isis/ un blog di approfondimento culturale Sat, 27 Jan 2018 10:42:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Isis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/isis/ 32 32 I teorici dello Stato islamico e Primo Levi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-teorici-dello-stato-islamico-e-primo-levi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-teorici-dello-stato-islamico-e-primo-levi/#comments Sat, 27 Jan 2018 10:45:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29099 Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

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Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

Lo Stato islamico pubblica una rivista, Dabiq, la cui versione in inglese è facilmente recuperabile in rete. Il pdf di ogni numero ha 84 pagine, a colori. Sfogliandolo, salta subito agli occhi come le idee più violente, e spesso aberranti, siano mescolate a una grafica patinatissima e accuratissima.

Negli ultimi numeri di Dabiq sono state sistematicamente pubblicate le foto degli ostaggi giustiziati. Sul n. 7, è stato pubblicato addirittura un servizio fotografico sul pilota giordano bruciato vivo in una gabbia: dapprima ci sono alcune immagini in cui la gabbia è avvolta dalle fiamme, poi ci sono quelle di un corpo nero e raggrumato come un pezzo di carbone, riverso sulla nuda terra.

Sempre sullo stesso numero viene menzionata l’esecuzione di un “sodomita” accusato, oltre che di empietà, di diffondere l’Aids nei territori liberati dal Califfo. Anche qui ci sono delle foto. Un uomo di mezza età, bendato, appare legato mani e piedi a una sedia di plastica bianca. La sedia è sul cornicione di un condominio popolare molto alto, circondata da miliziani che inneggiano a qualcosa. L’articolo ci informa che è stato buttato di sotto.

Sul n. 8, l’ultimo per il momento, accanto alle interviste agli autori di recenti attentati, spiccano le foto dei giovani “leoni di domani”. Cioè dei bambini chiamati a giustiziare, pistola alla mano, gli ostaggi o i prigionieri nemici, e addestrati a combattere “i crociati e i loro alleati”. In questo campionario di atrocità, in cui ogni minima regola morale ed editoriale sembra essere pervertita, il linguaggio adottato provoca costantemente una serie di cortocircuiti.

Tutto questo materiale, come detto, si coniuga con una grafica da rivista occidentale: il medium è perfettamente rovesciato, nella sua adozione, ma per niente aborrito. Tuttavia il punto essenziale su cui riflettere è un altro: c’è una precisa ideologia alla base di tutto questo, una precisa interpretazione del mondo, e del proprio agire all’interno di esso. E la si ricava dai saggi più lunghi pubblicati su “Dabiq” forse ancora di più che dalle immagini e dal modo in cui sono impaginate.

“Crociati” è la parola che ricorre più spesso sulla rivista dello Stato islamico. I nemici non sono semplicemente gli occidentali, non sono semplicemente gli Usa e i loro alleati. Sono i “crociati”, e i regimi arabi “apostati” loro alleati.

L’interpretazione dello scontro non è geopolitica o economica (due aspetti di cui il jihadismo radicale non coglie assolutamente gli elementi). È storica e culturale. Sono tutti, indistintamente, crociati: politici, giornalisti, militari, abitanti di società di cui non si capisce l’eccessiva libertà e il ruolo della donna. E vista l’insistenza nell’uso del termine, non meraviglia che la capitale di questo vasto mondo che costituisce il rovescio del proprio non sia Washington, bensì Roma. È Roma, per lo Stato islamico, la capitale “crociata” per eccellenza. Quella che, dopo tutte le altre, dovrà cadere nel giorno della battaglia finale.

Il saggio più lungo apparso sul n. 7 della rivista spiega al meglio questo modo di vedere le cose. Come tutti gli articoli di Dabiq non è firmato. E come molti altri, ha un titolo volutamente programmatico: L’estinzione della zona grigia.

Il modo di ragionare dei teorici dello Stato islamico è tanto schematico quanto semplice. Ci siamo noi, e loro: i “crociati”. Ma non da ora. L’11 settembre ha segnato uno spartiacque, e a tracciare la linea tra un prima e un dopo è stato proprio Bin Laden, di cui viene recuperata questa citazione: “Il mondo oggi è diviso in due campi. Bush ha detto il vero quando ha affermato che chi non è con loro è con i terroristi. Detto altrimenti: o sei con i crociati, o sei con l’islam”.

Oggi ai “crociati” non si contrappone una galassia terrorista come al-Qaeda, bensì una formazione che vuole farsi stato totalitario, con l’idea di rifondare il califfato, e che ha idee non sempre sovrapponibili a quelle dei vecchi capi dell’organizzazione di Bin Laden. Controlla già una parte della Siria e dell’Iraq, e intende andare oltre.

Ma tra “noi” e “loro”, dicono i teorici dello Stato islamico ai propri lettori potenziali (e si presume si stiano rivolgendo innanzitutto alle giovani leve da attirare tra le proprie milizie), c’è una “zona grigia”.

La “zona grigia” è composta da tutti gli arabi che non scelgono da che parte da stare, e soprattutto da coloro i quali volontariamente si sono schierati con i crociati e sono pronti a criticare ogni azione jihadista. E qui l’elenco si fa lungo: dagli stati deviazionisti e corrotti ai singoli musulmani apostati, rinnegati, eretici, eccetera eccetera.

Ora, secondo Dabiq, più lo scontro sarà radicale, e più la “zona grigia” si assottiglierà. Questo per loro sta già accadendo, e gli autori dell’articolo riconoscono che la strategia degli attentati sia un modo essenziale per farla assottigliare. Da una parte i “crociati” tendono a vedere l’islam come un blocco monolitico, schiacciato verso gli estremisti. E dall’altra i musulmani “che vivono nelle terre dei crociati” sono chiamati a scegliere con chi schierarsi, per non soccombere alla persecuzioni crescenti. L’alternativa c’è, per “Dabiq”: basta trasferirsi nelle terre dello Stato islamico.

Insomma, sotto traccia, emerge una visione teleologica. Per trionfare bisogna arrivare allo scontro finale, nudo e crudo, tra “noi” e “loro”, ma per semplificare il campo di battaglia, bisogna prima prosciugare la “zona grigia”. Chi rientra nelle giuste file, farà la cosa giusta. Chi resterà nel mezzo verrà comunque stritolato. Non c’è spazio per i traditori, e soprattutto per chi ritiene di esercitare il libero pensiero davanti a una chiamata alle armi così categorica, per chi vuole soffermarsi sulle sfumature del mondo, o sulle differenze interne a ogni sua parte.

Da un certo punto di vista, i teorici dello Stato islamico non fanno altro che riproporre un modo di pensare comune ad altre strategie terroristiche. Per altri, abbattere la terra di mezzo ha voluto dire dare l’assalto ai riformisti o ai “servi dello Stato”, o a tutti coloro i quali sono stati percepiti come “collaborazionisti”: tutti quelli, cioè, che con la loro semplice presenza hanno attutito l’asperità dello scontro, e quindi della battaglia finale. Per loro, vuol dire liberarsi di una lunga serie di nemici prossimi o interni. Ma nel momento in cui teorizzano tutto questo, e riflettono a modo loro sulla “zona grigia”, inciampano in un evidente paradosso linguistico.

La lente di Primo Levi

Chissà se i redattori di Dabiq sono consapevoli di aver adottato un’espressione introdotta per la prima volta da Primo Levi in I sommersi e i salvati.

Chissà se sanno che quel modo di dire, “la zona grigia”, ormai tanto abusato su scala globale, sia nato all’interno di una riflessione sul lager e sia stato adottato per indicare lo spazio intermedio tra persecutori e vittime: il sottomondo dei kapòs, a metà strada tra il sistema di sterminio di cui erano parte integrante e le nude vite da stritolare (le ultime delle ultime tra le quali, ci ricorda proprio Levi, erano indicate nel campo come “mussulmani”).

Probabilmente i teorici di Dabiq non hanno mai letto niente di tutto questo. Non sanno ciò che Levi scriveva, non solo a proposito del caso estremo del lager, ma di tutte le esperienze umane che riproducono, anche se solo in parte, alcuni segmenti di quel “laboratorio” estremo. Probabilmente non hanno mai letto questo brano di I sommersi e i salvati: “Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.”

Per Levi, quella zona intermedia, la “zona grigia” appunto, oltre ad avere i contorni mal definiti ed essere abitata dalla gente più disparata, “possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare”.

Si ripropone in ogni dialettica umana tra vittime e persecutori, e potremmo aggiungere, anche se su scala diversa, in ogni dialettica tra colonizzati e colonizzatori. Soprattutto è un processo immancabile, che sta a sottolineare quanto sia fallace pretendere di ricondurre il mondo a una visione manichea. La zona grigia, dice a un certo punto Primo Levi, è assente solo nelle utopie. O nei deliri totalitari, alimentati da coloro i quali di esse si sono pure serviti.

Per questo, il pensare alla sua estinzione, anche nel modo grossolano proposto dagli ideologi dello Stato islamico, dice molto più di loro, e di cosa si agita nelle loro menti, che non del mondo che vorrebbero ricondurre al proprio ordine.

Non solo. Per essi la “zona grigia” si popola innanzitutto dei dissidenti, dei laici, dei libertari, dei meticci, dei contrabbandieri di idee. Cioè esattamente quel tipo di persone che sono all’antitesi della selva di privilegiati, capetti e collaborazionisti che popolano la “zona grigia” descritta da Primo Levi. Anche per questo, il loro richiamo allo scontro frontale, e all’eliminazione sistematica di chi non si riconosce in una visione dicotomica della storia, suona doppiamente sadico.

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La fiction occidentale del Califfato https://minimaetmoralia.it/interventi/la-fiction-occidentale-del-califfato/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-fiction-occidentale-del-califfato/#comments Mon, 23 Nov 2015 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29201 Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l'autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l'ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

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Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che “la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio”, ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio  — “Dieu le veult” — devastazioni e massacri di massa ben noti agli storici, dall’illuminismo agli studi novecenteschi di Steven Runciman.

Quando il califfo omayyade Umar ibn al-Khattab, successore del Profeta e creatore della prima struttura politica dello stato islamico, era entrato a Gerusalemme nel 638, aveva assicurato il rispetto della vita, del culto e delle proprietà dei cristiani al patriarca Sofronio, che pure per due anni aveva guidato la resistenza antiaraba. Aveva visitato la basilica bizantina dell’Anastasis e quando era sopraggiunta l’ora della preghiera l’aveva recitata fuori dalle sue mura, per evitare che i musulmani le rivendicassero. Ogni atto compiuto dal califfo, e riportato concordemente dalle fonti musulmane come cristiane, serviva a sottolineare la proverbiale tolleranza araba verso chi rimaneva fedele al proprio culto. La forza dell’irresistibile espansione islamica non era solo militare, era anche morale.

Non solo la natura storica dell’antico califfato — cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto — non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi.

L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana attraverso le suggestioni del clero cattolico e del personale politico proiettate in crescendo sull’immaginario mondiale.

Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”.

Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.

Oltreché, dichiaratamente, un’orribile rappresaglia, quella di Parigi è  un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, e in senso letterale, se ha spinto il presidente Obama a proclamare apertamente che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare. Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare.

Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi.

Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, l’avversario, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra perdurante fragilità: la vulnerabilità al dogmatismo e all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

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Cose che ho notato leggendo “Il Califfato del terrore” di Maurizio Molinari https://minimaetmoralia.it/editoria/cose-che-ho-notato-leggendo-il-califfato-del-terrore-di-maurizio-molinari/ https://minimaetmoralia.it/editoria/cose-che-ho-notato-leggendo-il-califfato-del-terrore-di-maurizio-molinari/#comments Mon, 22 Jun 2015 05:59:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27459 Questo articolo è uscito sul Lavoro culturale. di Nicola Perugini Questo è davvero un libro che “tutti dovremmo leggere” come suggerisce Roberto Saviano nella fascetta pubblicitaria che avvolge il libro? La scorsa settimana ho compratoIl Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente (Rizzoli, 2015) di Maurizio Molinari e ho notato alcune strane cose.  Apro a […]

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Questo articolo è uscito sul Lavoro culturale.

di Nicola Perugini

Questo è davvero un libro che “tutti dovremmo leggere” come suggerisce Roberto Saviano nella fascetta pubblicitaria che avvolge il libro?

La scorsa settimana ho compratoIl Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente (Rizzoli, 2015) di Maurizio Molinari e ho notato alcune strane cose. 

Apro a pagina 36 e 37, e trovo uno “scalino” nello stile di scrittura. Mi è sembrato di sentire abbastanza chiaramente la traduzione letterale da un’altra lingua. Molinari introduce la sezione “La rinascita del Califfato”, in cui spiega ai lettori religione e cultura islamica, con le seguenti parole:

«L’Islam afferma di essere una religione universale, in grado di coprire ogni aspetto della vita quotidiana, e dunque ha come obiettivo ultimo uno Stato Islamico. Questa idea politica è parte integrante del concetto di ‘umma’, secondo il quale tutti i musulmani, ovunque risiedano, sono legati da una fede che trascende i confini geografici, politici, nazionali. Tale legame è la fedeltà ad Allah e al profeta Maometto. Poiché i musulmani credono che Allah abbia rivelato tutte le leggi concernenti questioni religiose e laiche attraverso il Profeta, l’intera umma è governata dalla sharia, la legge divina, applicabile in ogni tempo e luogo perché anch’essa trascende i confini.»

Déja vu. Apro le pagine 16 e 17 del libro Rise of ISIS (un best seller del New York Times) di Jay Sekulow — se ne avete voglia, fate una ricerca in rete per vedere chi è Sekulow, magari se ne riparla in una prossima puntata — e trovo le stesse identiche parole, in inglese:

«Islam purports to be a universal religion. In other words. Its teaching encompass all aspects of life and its ultimate goal is the establishment of a global Islamic State. This political idea of Islam is embodied in the concept of the ummah(community), which is the idea that all Muslims, wherever they reside, are bound together through a common faith that transcends all geographical, political, or national boundaries. This common bond is formed through Muslims allegiance to Allah and to the Prophet Muhammad. Because Muslims believe that Allah revealed all laws concerning religious and secular matters through the Prophet Muhammad, the entire ummah is governed by the divine law, or Sharia. Sharia is applicable at all times and places and, therefore, supersedes all other laws.»

Il paragrafo successivo del libro di Molinari e quello di Sekulow coincidono parecchio. Ecco Sekulow:

«Traditionally Islam divides the world into two spheres: the house of Islam (dar-al-Islam) and the house of war (dar-al-harb)”. The house of Islam includes nations and territories that are under the control of Muslims and where Sharia law is the highest authority. The house of war includes nations and territories that are under the control of non-Muslims and that do not submit to Sharia».

Molinari scrive:

«La religione islamica divide il mondo in due sfere: la ‘Casa dell’Islam’, dove il territorio è controllato da musulmani e la sharia viene applicata, e la ‘Casa della guerra’, che include le zone sotto controllo altrui.»

Altri passaggi di Sekulow e Molinari sembrano estremamente simili. Poi continuando a leggere ho notato che altri paragrafi sembrano presi da altre fonti senza citarle. Ad esempio a pagina 119 Molinari inizia una sezione sui nasheed, che definisce come “musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa [in Siria]”. Il testo continua facendo (erroneamente) risalire la nascita dei nasheed agli anni 70 (le musiche hanno ben altra storia, irriducibile alla jihad):

«La genesi dei nasheed risale alla fine degli anni Settanta quando, in Egitto e in Siria, i fondamentalisti islamici iniziano a comporli per ispirare i seguaci, motivare la jihad e diffondere il proprio messaggio. Si tratta di motivi a sfondo religioso che i Fratelli Musulmani trasformarono in inni alla ribellione politica per sfidare Hafez Assad in Siria e Anwar Sadat in Egitto, facendoli circolare sotto forma di cassette e suscitando sovente le ira di imam salafiti, che li condannano come una “distrazione dallo studio del Corano”. A conferma dell’importanza di questi inni come fattore aggregante c’è il fatto che Osama bin Laden, da adolescente, finanziò e cantò in un gruppo nasheed, puntando a diventare popolare fra i suoi coetanei sauditi.»

E allora basta confrontare queste linee con l’articolo di Alex Marshall su The Guardian del 9 novembre per ritrovare il passaggio, poco diverso:

«Jihadi nasheeds date back to the late 1970s, when Islamic fundamentalists in Egypt and Syria started writing them to inspire their supporters and get out their message. “Nasheeds as a genre of religious songs are old,” Behnam says, “but supporters of the Muslim Brotherhood and other groups started making ones that were political and rebellious in the 70s. That was new.” These were circulated on cassette, reaching a wide audience. Some stringent fundamentalists, mainly Salafists with their literal interpretation of Islam, condemned nasheeds, saying music was unIslamic and a distraction from studying the Qu’ran. But this didn’t stop them. Even a teenage Osama bin Laden founded and sang in a nasheed group in an effort to avoid being seen as “too much of a prig”, according to The Looming Towers, journalist Lawrence Wright’s history of al-Qaida.»

Dell’articolo di The Guardian manca la parte in cui un esperto intervistato spiega che i nasheed hanno un’origine antica. Molinari li trasforma maldestramente in un fenomeno salafita contemporaneo. Però i due testi sembrano intercambiabili.

Queste le cose che ho notato e che hanno a che fare con questioni di ordine metodologico e deontologico.

Poi c’è tutta una serie di questioni di ordine analitico su cui vale la pena di soffermarsi. Sulla quarta di copertina «Una nuova guerra si combatte in Europa»; poi “Chi si nasconde dietro i terroristi islamici che vogliono conquistare Roma»; e per finire «Chi li protegge e cosa possiamo fare per difenderci».

Apro la prima pagina del libro e guardo la dedica di Molinari: «A Vittorio Dan Segre che era solito dire: ‘Per comprendere il Medio Oriente, evitiamo banalità.»

Vado a pagina 9 e trovo proprio una serie di banalità di apertura. Forse più che banalità, perché sono frasi che tracciano subito l’orizzonte politico e retorico del libro, incanalandolo subito dentro binari discorsivi precisi. Ecco l’incipit: «Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli “infedeli”, di imporre su ognuno la versione più estrema della sharia, la legge islamica».

I migranti che entrano in Europa vengono dipinti come massa di potenziali reclute dello Stato Islamico—un mare di “lupi solitari” che potrebbero colpire da un momento all’altro. D’altronde l’ossatura argomentativa del libro è abbastanza semplice: lo Stato Islamico è la nuova faccia della brutalità sulla terra, vuole conquistare territorio fino a Roma e siamo tutti in pericolo. Molinari usa la nozione di “jihad totalitaria” e annuncia nell’introduzione che i lettori potranno scoprire questo mostro misterioso “dal di dentro grazie alle testimonianze raccolte fra chi ci vive, chi lo combatte e chi lo costruisce”, lasciando intendere che ci saranno fonti di prima mano che aiuteranno a comprendere la sua tesi.

Tuttavia, le fonti di prima mano sono davvero poche. Piuttosto troverete passaggi in cui Molinari fa coincidere non innocentemente Islam e Stato Islamico, al-Qaida e resistenza palestinese. Le imprecisioni e le mistificazioni sono molte.

Potrei andare avanti in questa mia strana recensione, ma mi fermo, perché a questo punto le questioni di rigore metodologico e analitico si saldano. È arrivato il momento di porre qualche domanda.

Rizzoli, che lo ha pubblicato, è contenta di trasformare in un best seller—con tutta la macchina pubblicitaria che ha fatto seguito alla sua pubblicazione—un libro in cui si possono notare le strane cose che ho notato in apertura di questa mia recensione?

E, mi domando, per «La Stampa», che giustamente intende raccontare il Medio Oriente con analisi dal vivo, tutto ciò non pone un problema deontologico?

Tutte questioni urgenti: per Molinari, per chi lo pubblica, e soprattutto per chi lo legge.

Poi c’è una questione ancora più ampia. Molinari rappresenta uno dei pochi inviati in pianta stabile in Medio Oriente dei nostri quotidiani nazionali. Dunque detiene un certo potere di rappresentazione di una realtà molto delicata in questo momento storico. Un potere di verità, potremmo dire. Tanto che le diverse radio, giornali, università, centri di ricerca (l’ISPI) e figure intellettuali e istituzionali (incluso il Ministro degli Esteri Gentiloni) che hanno dialogato con Molinari sul suo Il Califfato del terrore sembrano aver preso il suo libro per un lavoro affidabile—“un libro prezioso che ci aiuta a capire”, per usare le parole del Ministro Gentiloni.

Il problema sta proprio qui. Rigore metodologico-deontologico e rigore analitico sono inseparabili, anche per chi come Molinari vuole entrare a far parte di quella formazione intellettuale, culturale e politica egemonica che in Italia rischia di mettere in circolo rappresentazioni islamofobe da “scontro di civiltà” che spiegano davvero poco della realtà dei paesi del mondo arabo e islamico, perché con quelle realtà hanno poca aderenza.

Di Nicola Perugini è appena uscito The Human Right to Dominate (con Neve Gordon, Oxford University Press, 2015, di prossima uscita in Italia). Qui un estratto del libro.

L'articolo Cose che ho notato leggendo “Il Califfato del terrore” di Maurizio Molinari proviene da Minima et Moralia.

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Prendersi Roma https://minimaetmoralia.it/societa/prendersi-roma/ https://minimaetmoralia.it/societa/prendersi-roma/#comments Mon, 16 Feb 2015 09:45:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25464 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: The Sack of Rome, Johannes Lingelbach)

“Conquisteremo la vostra Roma, spezzeremo le croci e faremo schiave le vostre donne”, questa la minaccia dell'Isis. Non bastavano la "Grande bellezza" e il "Sacro Gra" a farla sentire sotto i riflettori dell'immaginario, anche se fuori fuoco e con uno sguardo stanco, – ecco che Roma si riscopre nel mirino della sicurezza, ecco che puntuale arriva l'ironia romanesca, ormai unico gergo nazionalpopolare. Dagospia raccoglie una lista di commenti degli abitanti. Sono tutte risposte ispirate a un giorno di ordinaria convivenza, dalla suocera al traffico a Equitalia, una ironia che vuole smontare l'impalcatura serissima della minaccia stendendo sui feroci proclami dell'Isis la protettiva e indulgente nebulosa di malesseri, affanni e pesi made in Rome, chiamando a protezione il cerchio gastrosessuale di battute che compone il primato comico di una città Roma che vorrebbe seppellire il mondo con una risata apparentemente leggiadra ma che rivendica come anticorpo contro i mali del pianeta una infastidita autarchia. “Pjamose Roma” diceva il Libanese di Romanzo Criminale, “prima però pensateci bene” è la sintesi della risposte all'Isis. Insomma la globalizzazione a Roma deve chiedere il permesso per entrare e casomai mettersi in fila. Ma non è sempre andata così, anzi.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: The Sack of Rome, Johannes Lingelbach)

“Conquisteremo la vostra Roma, spezzeremo le croci e faremo schiave le vostre donne”, questa la minaccia dell’Isis. Non bastavano la “Grande bellezza” e il “Sacro Gra” a farla sentire sotto i riflettori dell’immaginario, anche se fuori fuoco e con uno sguardo stanco, – ecco che Roma si riscopre nel mirino della sicurezza, ecco che puntuale arriva l’ironia romanesca, ormai unico gergo nazionalpopolare. Dagospia raccoglie una lista di commenti degli abitanti. Sono tutte risposte ispirate a un giorno di ordinaria convivenza, dalla suocera al traffico a Equitalia, una ironia che vuole smontare l’impalcatura serissima della minaccia stendendo sui feroci proclami dell’Isis la protettiva e indulgente nebulosa di malesseri, affanni e pesi made in Rome, chiamando a protezione il cerchio gastrosessuale di battute che compone il primato comico di una città Roma che vorrebbe seppellire il mondo con una risata apparentemente leggiadra ma che rivendica come anticorpo contro i mali del pianeta una infastidita autarchia. “Pjamose Roma” diceva il Libanese di Romanzo Criminale, “prima però pensateci bene” è la sintesi della risposte all’Isis. Insomma la globalizzazione a Roma deve chiedere il permesso per entrare e casomai mettersi in fila. Ma non è sempre andata così, anzi.

Nel suo “Diario Notturno” Flaiano scriveva che “Roma è una città eterna non per le sue glorie, ma per la capacità di subire le barbarie dei suoi invasori, di cancellarle col tempo, di farne rovine”. Le rovine sono arrivate col passare dei secoli, non certo con l’ironia. L’eternità è stata guadagnata pagando un tributo enorme con il suo rovescio, ovvero una precarietà scandita dai cosiddetti sacchi di Roma. Il nemico alle porte, le mura violate, il panico, l’esercito in rotta, la fuga delle vestali, la città a ferro e fuoco, le basiliche depredate, l’umiliazione del riscatto, l’incubo del ritorno, il mito infranto dell’invulnerabilità, la resa della capitale dell’Impero e della Cristianità, e ancora le leggende sui salvatori, il presagio, la paranoia, l’angoscia latente per la devastazione, le sepolture nascoste, i palazzi imperiali danneggiati e abbandonati, ma maestosità rinnegata, la città museo di se stessa costretta a non specchiarsi più intatta. Insomma anche Roma ha avuto il suo 11 settembre. Ma quale? Più di uno.

Nell’estate del 386 a.C. i Galli entrano nella Roma repubblicana tra la Salaria e la Nomentana, se ne andranno sei mesi dopo carichi di bottino e con un clamoroso riscatto in denaro. Poco si è riuscito a ricostruire storicamente, di certo è il primo dei ripetuti colpi all’equilibrio mentale della città: è un disatro, un incubo, un big bang della paura. Nel 410 d.C. fu la volta dei Goti di Alarico alle prese con la Roma imperiale. Per il professore di Storia Romana presso l’Università Europea di Roma Umberto Roberto che li ha raccontati tutti nel libro “Roma Capta” (Laterza) fu il sacco con l’impatto emotivo più forte: “durò solo tre giorni, la città opulenta viveva della sua memoria, era indifesa, l’imperatore era a Ravenna e infatti politicamente non ebbe il valore terribile che invece fu nell’immaginario. Alarico diede retta alla parte più oltranzista del suo popolo per dare una lezione a Roma”. Nel 455 e nel 472 è la volta dei Vandali, i mori di Genserico entrano da Portuense e deportano le donne a Cartagine. “Durò due settimane, fu il sacco peggiore perché i Vandali arrivando dall’Africa interruppero il flusso economico a cui era legata l’aristocrazia senatoriale, Roma era una città parassita, viveva di sussidi e così non ci furono più risorse per rimetterla in piedi”.

I tre sacchi del quinto secolo secolo cambiano la mentalità dei romani e la loro concezione dello spazio urbano, sono traumi che si inseriscono nella memoria storica, c’è la consapevolezza – in una città così grande e spaziosa – che qualcuno possa portare via tutta la ricchezza che a Roma è arrivata da fuori. Anche la mappa della città cambia. “Nel 410 i miliardari dell’epoca, le grandi famiglie e la Chiesa, si erano impegnate per restituire Roma alla memoria dell’età dell’oro, alcune grandi basiliche vengono costruite su terreni saccheggiati, come Santa Maria Maggiore e il Celio, dopo il 455 invece molte zone vennero abbandonate a se stesse, la città si concentra tra Campo Marzio e Trastevere”.

Evariste-Vital_Luminais_-_Gaulois_en_vue_de_Rome

Altri cinque assedi avvenuti tra il 535 e il 552, con i Goti che entrano da sud a Porta San Paolo. Non sono nomi da soap opera quelli che i romani sono costretti a imparare – Brenno, Alarico, Totila, Genserico- eppure non erano barbari rozzi estranei alla società romani. Però l’immaginario dei Galli spina nel fianco è servito, anche a distanza di secoli. “L’avvicinamento dei Galli a Roma”, il dipinto ottocentesco del francese Evariste-Vital Luminais, potrebbe essere la copertina di “Meridiano di Sangue” di Cormac McCarthy: chiome fulve, enormi cavalli minacciosi, l’agro romano che risuona del trotto, nell’aria una lingua straniera contro cui – diceva Sallustio rammaricato- “ci si batteva sempre non per la gloria ma per la vita”. Idem per la cavalcata fragorosa e apocalittica tra i Fori illustrata dallo spagnolo Ulpiano Checa y Sanz.

I sacchi non si fermano e Roma riduce notevolmente la sua popolazione scendendo a poche migliaia di abitanti. Nell’alto medioevo c’è il sacco dell’846 da parte di diecimila Saraceni che risalgono il Tevere e bivaccano a San Pietro indisturbati. Nel 1084 c’è il sacco dei Normanni in soccorso del Papa che mutilò di nuovo la città rendendo marginali l’Esquilino e il Laterano. Infine il sacco imperiale dei protestanti Lanzichenecchi per tutto l’anno 1527 contro una Roma-Babilonia, sede della chiesa trionfante quattro-cinquecentesca e insieme della raffinata corte rinascimentale di Raffaello, Bramante e Michelangelo, di nuovo urbe Caput Mundi grazie a uomini che guardavano al mondo classico come modello da seguire e superare. Ma “il sacco arriva a riproporre dopo l’antico splendore rinnovato anche la decadenza e l’angoscia dei sacchi del quinto secolo. Erasmo disse che Roma se l’era meritato. L’evento segnò la marginalità dell’Italia”. La razzia sanguinaria dell’orda incontrollabile di soldati affamati, quella che una per tutte conia il termine Sacco, porterà a Clemente VII a commissionare il Giudizio Universale.

Dopo la punizione divina del 1527 solo nel 1870 verranno assediate di nuovo le mura di Roma, ma non ci sarà nessun sacco con la Breccia di Porta Pia, anzi Roma è da proteggere ed esaltare a gloria nazionale. Alla modesta capitale del Papa, tutta entro le mura, si aggiunge la nuova capitale del regno. Cambierà di nuovo la mappa, poi con Mussolini Roma raggiunge il milione di abitanti ma arriveranno pure i bombardamenti e i rastrellamenti, un antico vulnus riaperto, e finalmente la liberazione con i carri americani. La città dal dopoguerra a oggi è ridiventata enorme e popolatissima, con quartieri che si ignorano e urne disertate da un milione e mezzo di persone. Unico argine alla minaccia una risata, Carlo Verdone incalza: “questa è la grandezza dei romani”. Un esorcismo un po’ misero.

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Quelli che vanno a combattere con l’Isis, perché lo fanno? https://minimaetmoralia.it/interventi/quelli-che-vanno-a-combattere-con-lisis-perche-lo-fanno/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quelli-che-vanno-a-combattere-con-lisis-perche-lo-fanno/#comments Sun, 12 Oct 2014 14:22:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23822 Questo pezzo è uscito in Germania sulla TAZ. Ringraziamo l’autore e la testata. di Marco D’Eramo È straordinario come nessuno si soffermi davvero a chiedersi perché tanti giovani che vivono in Europa, Canada, Australia, persino Cina, vadano ad arruolarsi per combattere in Siria e in Iraq con il cosiddetto Stato islamico (Isis), o con altre […]

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Questo pezzo è uscito in Germania sulla TAZ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Marco D’Eramo

È straordinario come nessuno si soffermi davvero a chiedersi perché tanti giovani che vivono in Europa, Canada, Australia, persino Cina, vadano ad arruolarsi per combattere in Siria e in Iraq con il cosiddetto Stato islamico (Isis), o con altre milizie musulmane. Nei giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un diagramma impressionante sulla provenienza geografica dei volontari stranieri presenti sul terreno. Le cifre sono sempre scivolose e spesso contraddittorie, ma la presenza straniera in Siria e Iraq è valutata intorno ai 17.000 combattenti (la confusione nasce perché alcune stime si riferiscono al solo Iraq o alla sola Siria, alcune al solo Isis, altre all’intera galassia di gruppi combattenti nei due paesi). I contingenti più nutriti provengono naturalmente dalla Cecenia e Nord Caucaso (circa 9.000) e dalla Turchia (1.000), dove l’Islam è religione dominante, come in Kosovo (400 volontari), ma ben 1.900 vengono dall’Europa occidentale (700 dalla sola Francia, 340 dalla Gran Bretagna, una sessantina dall’Irlanda), un centinaio dagli Usa, e tra i 50 e i 100 persino dall’Australia. L’interpretazione corrente è che questi volontari siano emarginati e fanatici, cioè “pazzi”. La follia è stata usata come spiegazione storica dai tempi di Caligola fino a Hitler e poi Amin Dada, Saddam Hussein e tutta la compagnia di leader e/o dittatori abbattuti o da abbattere. Ma è una spiegazione che non spiega niente e che anzi indica che siamo incapaci di spiegare il fenomeno. Bisogna maneggiare con estrema cautela le “eterodefinizioni”: così nessuno definisce se stesso “terrorista” (come nessuno definisce se stesso “populista”). Parafrasando una vecchia massima, il terrorista degli uni è il martire irredentista degli altri: “terrorista” è sempre la definizione che il nemico dà dell’avversario, il vincitore del vinto. Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi chiamavano “terroristi” i maquisards, ma dopo la vittoria alleata nessuno li ha più chiamati così. Nello stesso modo, i francesi chiamavano “terrorista” l’Fln algerino, ma dopo l’indipendenza nessuno ha usato più questo termine, semplicemente perché l’Fln aveva vinto. Così nessuno ha chiamato “terroristi” Begin od Ho chi min, perché anch’essi hanno imposto la “narrazione del vincitore”.
Perciò andrebbe ponderato con attenzione il fenomeno di queste nuove brigate internazionali, tanto più dopo una monografia resa pubblica solo di recente, ma preparata nel 2010 dal Rand National Defense Research Institute e intitolata An Economic Analysis of the Financial Records of al-Qaeda in Iraq che analizza i dati contabili di Al-Qaida tra il 2005 e 2010, ma che Rand considera ancora validi anche per l’Isis, almeno nei caratteri fondamentali. Le due conclusioni di Rand sono che 1) la retribuzione non è il movente principale che spinge ad arruolarsi nelle milizie islamiche (Rand afferma che il reddito di un combattente è di gran lunga inferiore a quello percepito dalla media delle famiglie nelle regioni interessate, mentre le probabilità di morte sono assai superiori); 2) i terroristi hanno livelli d’istruzione e patrimonio superiori alle attese, il che indebolisce le teorie che spiegano la partecipazione alla militanza con una carenza finanziaria, una instabilità mentale o una scarsa educazione” (the observed higher-than-expected education and wealth levels of terrorists weakens theories explaining participation in militancy as being due to financial deprivation, mental instability, or poor education): non sono emarginazione, follia, povertà a motivare i volontari, parola di Rand.
Insomma queste nuove “brigate internazionali” sono un fenomeno che va preso sul serio e che pone un interrogativo ancora più serio. Non dimentichiamo che i primi “volontari stranieri” moderni furono coloro che nel primo ‘800 andarono a combattere e morire per l’indipendenza della Grecia cristiana dall’islamico impero ottomano. I più famosi furono il conte italiano Santorre di Santarosa (morto a Sfacteria nel 1821) e il poeta inglese George Byron (morto a Missolungi nel 1824). Il simbolo del volontariato internazionale ottocentesco fu Giuseppe Garibaldi non a caso chiamato “l’eroe dei due mondi” perché combatté in Brasile, Uruguay, Italia e Francia (nel 1871, contro i tedeschi). Tutti costoro facevano proprie le parole del saint-simoniano Emile Barrault: «Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe».
Nel ‘900 questa tradizione fu ripresa dalle brigate internazionali, anarchiche, repubblicane, comuniste, nella guerra di Spagna che tanta traccia hanno lasciato nella letteratura: da Per chi suona la campana di Ernest Hemingway a Omaggio alla Catalogna di George Orwell.
Dopo la seconda guerra mondiale questa tradizione s’interruppe. Nessun volontario europeo partì per il Vietnam o per l’Africa del Sud dell’apartheid.
Il fenomeno riprese all’inizio degli anni ’90 con la guerra in Bosnia e poi in Afghanistan, fino all’arruolamento attuale nell’Isis che desta molta più attenzione. Ma c’è una novità enorme nella motivazione di questo nuovo volontariato internazionale. Non è più l’irredentismo patriottico o la solidarietà di classe, ma è un nuovo irredentismo religioso che vuole liberarsi dal giogo degli infedeli occidentali. I volontari europei dell’Isis potrebbero far proprie le parole di Barrault, solo che al posto dell’umanità porrebbero l’Islam.
L’interrogativo è allora: come è avvenuto che a motivare il sacrificio di tanta gioventù europea non sia più l’umanità, la patria, il socialismo, ma la religione? Che cosa abbiamo fatto a questi ragazzi per portarli a questo punto? Quello che fa imbestialire nel discorso dominante sul fondamentalismo islamico, soprattutto quello in Europa, è che glissa sulle cause strutturali, sull’alienazione sociale e riduce tutto a un’improbabile e inutile categoria di “insania e fanatismo”.
E che all’Isis tanto insani non siano, lo dimostra il fatto che con due “sole” decapitazioni pubbliche un gruppo di scalzacani è riuscito a farsi riconoscere come il nemico principale della maggiore superpotenza mondiale.

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