Italia Amore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italia-amore/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Nov 2011 10:11:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Italia Amore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italia-amore/ 32 32 Italia amore: insolvenza https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/#comments Thu, 17 Nov 2011 10:09:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5694 di Christian Raimo e Marco Mancassola
La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli.

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di Christian Raimo e Marco Mancassola

La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli. Sembra piuttosto che sulle giovani generazioni graverà l’incalcolabile peso di un’accumulazione di debito contratto da chi ha pensato di vivere in una bolla che non era solo finanziaria, ma metafisica: un’idea immaginifica della realtà. Lo vogliamo dire in un modo più chiaro? Se il prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, il moloch della finanza creativa l’ha surclassato. Il mercato mondiale delle obbligazioni vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi: una biblioteca di Babele di valore possibile. Enti che non esistono, metropoli progettate nel deserto. Quando la bolla scoppia – e le bolle inesorabilmente scoppiano, nonostante la pervicacia ottimistica che fa dire ai Greenspan e ai Tremonti: “Questa volta, ve lo giuriamo, è diverso” – la situazione diventa immediatamente disastrosa. L’America degli anni 30, ma anche – per restare vicino a noi – il Messico degli anni 80, la Russia post-sovietica, l’Argentina di qualche anno fa, la Grecia del 2008. E chissà, l’Italia del 2012. Il crack è una specie di detonatore di realtà: ci fa immediatamente ricordare ciò che siamo. A meno che, anche questo capita spesso, ci affanniamo a pensare di mettere ancora pezze a quella bolla, pur di salvarne i lacerti. E giù salvataggi di banche, manovre di emergenza, dichiarazioni di ottimismo, marketing dell’illusione.

Quando per esempio qualche anno fa la crisi dei mutui ha investito l’Islanda, si è scoperta una piccola nazione con un PIL annuo di 9 miliardi e mezzo di euro indebitata con gli investitori inglesi e olandesi per 50 miliardi. Ma – diversamente da ogni abitudine precedente – i cittadini islandesi con un referendum hanno detto no al piano di restituzione del debito già approntato per loro dalle banche europee: hanno deciso insieme di non pagare, creando un precedente forse rischioso ma affascinante. E se facessimo tutti così?

Quest’idea, la rivendicazione di un diritto all’insolvenza (in un mondo in cui certi padri non solo non rimettono i debiti, ma ne creano di giganteschi) si sta facendo strada anche da noi, non a nome di qualche facinoroso drop-out ma anche da parte di qualche economista come Andrea Fumagalli, che ne ha scritto in tanti luoghi facilmente reperibili in rete. Forse alcune volte, se certi padri non sono stati capaci di insegnare il valore del fallimento, è meglio ammettere noi di aver sbagliato; forse è meglio dichiarare default, invece di pensare di salvare l’insalvabile e foraggiare quelle banche che hanno creato questa montagna di valore inesistente. Se ora anche molti economisti ipotizzano che sarebbe un bene un default controllato di una Grecia o un’Irlanda, qualcun altro come Andrea Fumagalli dice semplicemente che potremmo pensare di non far pagare questa crisi a chi non l’ha creata. Sperando questa volta che siano i figli, consapevoli di un principio di realtà a cui non erano stati educati, a insegnare qualcosa ai padri.

Marco Mancassola Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all’università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all’invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.

Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un’idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l’intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?

Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent’anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un’epoca che non saprà mai pagare il suo debito.

Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?

Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all’insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can’t pay, won’t pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell’aria da un po’.

In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com’è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com’è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.

Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.

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Italia Amore: Andarsene https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-andarsene/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-andarsene/#comments Thu, 15 Sep 2011 09:23:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5178 a Amore è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su Rolling Stone.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Christian Raimo: Alla domanda “Come ti piacerebbe morire?”, la risposta che ho sentito più spesso è stata: “Senza accorgermene”.

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Italia Amore è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su Rolling Stone.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Christian Raimo: Alla domanda “Come ti piacerebbe morire?”, la risposta che ho sentito più spesso è stata: “Senza accorgermene”. Nel sonno, senza soffrire, all’improvviso, addirittura sparato. Un colpo e via. È strano, ma quando ci rimugino, arrivo a pensare che no, a me non piacerebbe morire così. È vero però, stando a quello che racconta Philippe Ariès nella Storia della morte in Occidente, che sia proprio questa una delle grandi trasformazioni che si è avuta dal secondo Novecento in poi: la morte è diventata pornografica. Oscena. Si muore in ospedale, nella maggior parte dei casi. Non visti, non ascoltati. E quindi, se nessuno se ne accorge che morirò, perché dovrei rendermene conto io?

Nelle società pre-globalizzate, ci ricordano il libro di Aries o La morte e l’Occidente di Michel Vovelle, la morte era un rito collettivo, parte integrante della vita sociale, fosse in guerra, in un’epidemia, o semplicemente nella routine famigliare. Oggi è un’esperienza solitaria, e francamente a chi va di fare un’esperienza solitaria?

Eppure, quasi quotidianamente, ci capita qualche amico che ci manda un messaggio su facebook, con scritto Hai visto, è morto quello. No, lo ritwittiamo immediatamente ai nostri amici, che a loro volta postano un video in cui quell’uomo era vivo, era felice, completamente diverso da ora. Nel tempo di un giorno, e anche chi non sapeva nulla di quell’uomo appena morto da vivo, adesso che è morto, conosce chi è, lo ricorda, gli dedica due righe su youtube, lo comincia ad amare (non saprei dirlo meglio). Nei giorni seguenti poi, si parla della biografia di quest’uomo, di quello che ha detto, di come ha vissuto, di quanto era solo, e di ciò che lasciato: lettere, soldi, progetti incompiuti. Girano altri video su facebook, si tira fuori la storia di quando…, qualcuno dedica una rivista a suo nome, una canzone lo cita in un modo nascosto… E a un tratto, siamo percorsi da una sorta di brivido epifanico – noi rimasti sull’orlo del mondo dalla parte dei vivi – che ci dice che in fondo è giusto che quest’uomo sia morto, che tutto quello che ha fatto, era chiaro, diceva che doveva andare a finire così, e che da morto è più facile averci a che fare che da vivo.

Finché poi, un giorno qualunque, ci svegliamo nel sonno urlando, rendendoci conto che da quando siamo nati non abbiamo mai visto un uomo morire, dal vero. E ci tornano in mente quei preti salesiani che una volta al mese a catechismo ci facevano fare un esercizio chiamato L’ora della buona morte. Ci portavano in chiesa e ci facevano pensare alla morte, insegnandoci la cosa più preziosa che esiste.

Marco Mancassola: Quando andai a Camden Square, c’erano fiori sotto la casa di Amy W. I fiori venivano ammucchiati sotto un albero e si mescolavano a biglietti, candele, peluche e altri piccoli oggetti lasciati al modo di offerte rituali, donate a un dio capriccioso e remoto. Una bambina si avvicinò con un gladiolo in mano. Un plotone di fotografi iniziò a scattare. La gente depositava il proprio fiore, metteva le mani in tasca e sembrava raccogliersi: in realtà, subito estraeva il telefono e iniziava a sua volta con le foto. Nessuno che non avesse in mano una camera o un telefono. Vidi una ragazza depositare delle margherite, quindi chiedere a un cronista della BBC, che aveva appena concluso un collegamento, di farle delle foto accanto ai fiori.

Popstar ventisettenni che muoiono in una casa di Londra. Vittime di stragi e di attentati. Personaggi famosi che se ne vanno troppo presto. Non c’è dolore senza fotografie, i flash i flash i flash. Sui siti dei giornali, la photogallery della gente che va a commemorare e a lasciare fiori e candele e biglietti è diventata un’appendice tipica della notizia di ogni evento traumatico.

Le società cosiddette primitive con i loro culti dei morti riassorbivano la morte, davano loro un senso. Oggi la comunità di riferimento è quella che condivide i nostri media: il lutto e il trauma si consumano all’interno di una comunità mediatizzata e non possono che essere elaborati per via mediatizzata. Vale per le morti famose e per quelle comuni. Le bacheche facebook degli amici scomparsi si trasformano in pagine della memoria dove lasciare messaggi al defunto. L’applicazione IF i DIE consente di registrare un video di saluto che diventerà visibile in rete dopo la propria scomparsa.

Secondo alcuni, uno dei motivi del nostro distacco progressivo dalla realtà dipende dal fatto che sempre meno persone vivono l’esperienza di vedere un cadavere. Pochi di noi vanno in guerra, i nostri parenti muoiono quasi sempre in ospedale, e avere a che fare con la morte è una specializzazione professionale riservata a medici, operatori di servizi funebri, forze dell’ordine.

Rimuovere l’esperienza pratica della morte e trasferirla nella sfera dei media crea un ovvio deficit di realtà. Siamo inautentici quando neghiamo la morte. Il rapporto deviato con la morte è il punto chiave per cui la società ipermediatica diventa automaticamente una società iperreale.

Negli ultimi tempi, sulla tivù britannica seguo un programma intitolato Psychic Sally on the Road. Sally è una medium dall’aria sorniona. Gira incontrando folle di persone ed entrando in contatto con i loro defunti. Lo spettacolo è cinico e insieme straziante. Perché quelle persone piangono sul serio. Anche in tempi di rimozione della morte, sappiamo cosa vuol dire perdere qualcuno: l’impellente bisogno di parlargli, sentirne la voce, e sapere di non poterlo mai più fare. Non in questo mondo.

Così come nessuno ci educa più all’amore, nessuno ci educa più al distacco: un’altra cosa da imparare da soli, uomini e donne del XXI secolo. Per questo, alla ricerca di sentimenti da condividere, qualcuno appena può va a commemorare una morte celebre e spettacolare. Lascia il suo fiore e lo fotografa.

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