italiani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italiani/ un blog di approfondimento culturale Tue, 15 Jan 2019 13:49:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg italiani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italiani/ 32 32 Perth: italiani in Australia https://minimaetmoralia.it/reportage/perth-italiani-australia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/perth-italiani-australia/#comments Wed, 16 Jan 2019 06:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39145 di Claudia Petrucci Incontro Matteo e Giada due settimane dopo il mio rientro dall’Italia. Domenica sera la città è un non-morto all’ultima impresa rituale del fine settimana: il venerdì competizioni di resistenza nei locali fully licensed; il sabato feste private in casa di amici; al terzo giorno manchiamo la resurrezione. La prima domanda che mi […]

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di Claudia Petrucci

Incontro Matteo e Giada due settimane dopo il mio rientro dall’Italia. Domenica sera la città è un non-morto all’ultima impresa rituale del fine settimana: il venerdì competizioni di resistenza nei locali fully licensed; il sabato feste private in casa di amici; al terzo giorno manchiamo la resurrezione. La prima domanda che mi fa Matteo quando siamo seduti al pub è: “Avevi voglia di ritornare?”.

Matteo arriva a Perth nel novembre 2007. Sceglie il Western Australia perché è la meta che ha scelto la sua fidanzata storica; nelle ventidue ore di viaggio pensa al surf e all’inglese. “E poi?”. “Poi è andato tutto storto”.
Matteo entra nel Paese con un Working Holiday Visa: nell’anno di permanenza che il visto concede è possibile lavorare ovunque sul territorio australiano, ma mai per più di sei mesi nella stessa azienda; per ottenere un rinnovo, sono inevitabili gli ottantotto giorni in farm, le fattorie delle zone rurali. Se ci si trova in Australia con un Working Holiday, si è backpacker. Se sotto i trentacinque, si è backpacker. Se non asiatici o indiani, si è backpacker. Matteo inaugura il suo visto dove la sua fidanzata è stata assunta come chef. Conosco il ristorante, ci ho lavorato: Perth è un paese, solo più grande – mi succede spesso di incontrare le stesse persone sul treno, o in centro città: tutti membri del ghetto CBD. Io e Matteo siamo d’accordo sul fatto che il proprietario, italiano, sia un pazzo. Con Matteo finisce a botte nel 2008, io mi licenzio con un messaggio nel 2017; entrambi raccontiamo a Giada dei calici di vino schiantati contro il muro – folcloristico, cocainomane, Vincenzo è stato il battesimo del fuoco nostro e di tantissimi altri capitati lì per caso – “Muoviti, frocio!”; “Ma sai che hai proprio un bel culo?”.

Al primo anno in Australia, per Matteo, non c’è niente che non valga la pena dell’isolamento oceanico, soprattutto i soldi. Al secondo anno in Australia, la situazione è già cambiata: Matteo è stanco, con la fidanzata storica il rapporto s’incrina, ma intanto ha imparato a surfare, e qui si è sempre al sicuro, si può camminare di notte senza avere paura. Il passaggio da una possibilità a cui non si pensa granché a una a cui si pensa molto, così tanto da farla diventare l’unico scopo, è breve e insieme immenso: dalla decisione di Matteo di rimanere a questa sera passano dieci anni. L’Australia lo cresce a modo suo. Gli offre una professione specializzata e dei momenti difficili, come il giorno in cui lo chiamano da Canberra per dirgli che il suo visto è stato rifiutato e che ha quarantotto ore di tempo per lasciare il Paese – Matteo vola in Nuova Zelanda con ottocento dollari prestati da un amico, perché ha avuto problemi con il Casinò, ed è solo, non sa se riuscirà a tornare o cosa succederà. L’Australia gli allunga il benessere in una mano, ma si appropria della sua abilità di previsione sul futuro – you’ll be fine, mate, everything will be fine – e gli sottrae la fidanzata, che preferisce il loro coinquilino.
Per Matteo i ricordi si risolvono in inquadrature immobili e nette: le dodici ore in acqua di una surf session; il giorno in cui Giada, il nuovo vero amore, dopo averlo seguito qui, gli ha detto che forse non sarebbe restata. L’Australia gli ha insegnato la postura, la voce, i trucchi per una discreta mimetizzazione: in cambio ha chiesto ottantamila dollari – tra pratiche di visto e agenti di immigrazione – e il suo decennio migliore. Matteo tornerebbe in Italia, se gli offrissero “un lavoro serio”, e ha un sogno ricorrente: lui urla, le persone che ama non lo sentono.

A Matteo e Giada lo dico prima di andare: anche io ho un sogno ricorrente.
Quando ci salutiamo c’è un vento fortissimo, una temperatura troppo bassa per il novembre di questo emisfero: l’estate si è spostata in avanti di un mese, da quando mi sono trasferita, e tra una settimana gli studenti manifesteranno per chiedere al Governo un’azione concreta contro il cambiamento climatico. Io penso che ho freddo, e penso a Giada, a come per forza di cose sono emerse le nostre idee sull’esistenza: lei è trapiantata. “Io so che la mia vita durerà meno della vostra: non è un’eventualità, è una certezza”; i suoi due anni in Australia sono stati un disastro, dice che gli italiani che ha conosciuto hanno troppi problemi, che non siamo normali. Penso abbia ragione: in noi ci deve essere qualcosa di storto.

Il giorno dopo ho l’appuntamento per un caffè con Valerio: è stato il mio capo, manager nel ristorante in cui ho lavorato. Ci vediamo a Northbridge, il quartiere notturno – di giorno qui ci sono ristoranti Dim Sum, l’anatra più buona in città, edifici bassi che hanno le loro fondamenta nel boom dell’oro del 1890. Ho conosciuto Valerio in un pomeriggio caldo di marzo, il giorno della prova: è sgroppato dalla sua Polo, ha mangiato una pizza seduto in cortile, mi ha guardato con ostilità. Ho pensato di non stargli simpatica, poi mi hanno assunto e abbiamo passato otto mesi a inventarci le storie – le coppie ricche, gli amanti, le ragazze che ci piacevano e quelle che no, una narrativa maliziosa e infinita sui clienti: era il nostro modo di metabolizzare i turni da dodici ore.
Lo trovo dimagrito, mi dice che ha iniziato una fase di purificazione della carne e dello spirito, dopo alcuni mesi problematici – “da gennaio a luglio tornavo a casa da solo la sera e bevevo, il lunedì andavo da solo al Casinò e bevevo, in vacanza da solo in America ho passato ubriaco quattordici giorni su quindici”; adesso va in palestra, segue una dieta priva di zuccheri raffinati; da San Churro – la più grossa e popolare catena di cioccolaterie in città – ordina un tè alla menta.

A Valerio chiedo di raccontarmi ancora la storia della farm: vorrei ascoltarla come la prima volta che l’ho sentita, a sei mesi dal mio arrivo, ma non è lo stesso – incrocio il mio riflesso doppio nella superficie convessa di un cucchiaino e Valerio riprende il racconto dal punto in cui è iniziato nel 2013: siamo subito dove ha deciso di restare. Gli servono disperatamente gli ottantotto giorni per richiedere il secondo anno di Working Holiday: in questo modo potrà rimandare l’opzione dei settemila dollari da investire in uno Student Visa di sei mesi. Il tempo passato in farm deve essere certificato, le buste paga inviate al Governo per il nulla osta, perciò è importante trovare un posto, uno qualsiasi, che sia in territorio regionale. È la stagione della raccolta delle fragole, ma Valerio risponde a un annuncio atipico e finisce a Pinjarra, solo in una casa nel nulla, con un cane e un fucile. Per ottantotto giorni, il suo lavoro è spostarsi tra nove laghi artificiali con un quad e dare da mangiare alle trote. Il proprietario dell’allevamento, un milionario australiano, va a trovarlo ogni fine settimana.

Io proprio non riesco a immaginarlo, Valerio, solo con un cane e un fucile; ma l’Australia è questo: ciò che sei disposto a diventare per rimanere. Valerio è arrivato qui cercando su Google le città più ricche del mondo, dopo anni di lavoro stagionale tra l’Agro Pontino e Roma. Era stanco dei soldi tirati, dell’impossibilità di uno “sfizio”, della macchina e dell’affitto, forse di suo padre con cui non parla più e di sua madre che, prima di vederlo partire, gli ha detto: “Almeno una cosa portala a termine” – Valerio aveva venticinque anni.

Quando abbiamo finito il tè alla menta mi accompagna fino al centro. Incrociamo una homeless ossigenata che affonda un jab nell’aria – camminiamo larghi per non diventare il nemico cui urla contro, nell’indifferenza generale: a Perth molti vivono, urlano, collassano per strada, non è una sorpresa per nessuno.

Ho chiesto a Valerio a cosa pensa di aver rinunciato. Alla lingua madre, ha detto lui, fiacco. Ha detto che ottenere la residenza permanente è diventato un motivo per alzarsi, sentirsi vivo, che è disposto a qualsiasi compromesso legale per raggiungere l’obiettivo. “Non ce la farei mai a mettermi con un’australiana per un Partner Visa, tanti lo fanno, ma devi essere un animale. È questo che l’Australia crea: persone senza cuore, animali”. Secondo Valerio, gli australiani hanno sostituito la cultura con il possesso delle cose; non che noi non fossimo materialisti, prima di arrivare, ma il materialismo, in Italia, “è ammortizzato dalla cultura che tocchi e vedi”; quest’assenza di cultura, dice, “crea un abisso tra noi e loro”. Di nuovo, qual è la nostra rinuncia? “Siamo diventati persone che non vogliamo essere, ma ce lo facciamo stare bene, perché in Italia abbiamo sofferto troppo. Ognuno di noi se ne va da una sofferenza, e poi qui troviamo i soldi”, che sono dappertutto, come l’alcol.

“I soldi ti danno la libertà”, dice Valerio. Penso al febbraio 2017: rispondo a un annuncio online, il titolare mi chiama subito per fissare un colloquio; due ore dopo stiamo prendendo un caffè in città – lui è un trentenne gentile con l’evidente passione del bodybuilding, una moglie, due figli, un “capitale da investire”; il giorno successivo firmo il contratto; la settimana seguente ho la mia postazione in uno spazio coworking al trentesimo piano di un grattacielo in CBD – ogni tanto qualcuno si alza per giocare a golf nel corridoio; a un mese dall’assunzione, ho un biglietto da visita con scritto il mio nome e, subito sotto, “Marketing Manager”, ma continuo a tenere in piedi tre lavori contemporaneamente, perché ho ancora la paura cieca dei soldi. Per cinque mesi, il martedì e il giovedì lavoro in un negozio d’abbigliamento, a fine turno mi cambio nel bagno, indosso camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti; lunedì, mercoledì e venerdì in ufficio al trentesimo piano, a fine turno mi cambio nel bagno, camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti; sabato e domenica, camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti. Esaurisco il fisico fino ad avere molto sonno ogni ora in cui sono sveglia; spendo i risparmi in Student Visa e parrucchiere. Facciamo tutti così.

In Australia ci passano dentro a un filtro, siamo scorporati: le alterazioni sono imprevedibili. Per esempio: Paolo, in Italia, era gioielliere. Passa a prendermi di domenica, piove e fa ancora freddo – ci dicono che Perth sta diventando la nuova Melbourne, ma i locali chiudono sempre alle dieci, è solo il tempo che fa pena. In quindici minuti siamo a Mount Lawley e il cielo si apre. Con Paolo non ci siamo mai visti prima di oggi, mi ha procurato il suo numero un’amica, ma non c’è nessun imbarazzo – le difficoltà relazionali tra expat sono uno spreco: la persona che si ha davanti potrebbe ripartire tra un mese, si potrebbe non vederla mai più, quindi ogni scambio è significativo e al tempo stesso irrilevante.

Paolo atterra in Australia nel settembre 2008: un mese dopo, il mondo scopre i subprime – suo padre lo chiama dall’Italia: “hai fatto bene ad andare via, resta lì”. In provincia di Alessandria possedeva un apprendistato da orafo pagato male e un’intensa attività parallela di acquisto-rivendita beni avviata da adolescente. Sceglie Sydney, vive in un appartamento diviso con altri nove ragazzi francesi; lavora in hospitality: la ristorazione insegna la lingua velocemente. Si trasferisce a Perth nel 2010 e diventa gelataio. Si appassiona al mestiere, torna a fare dei corsi in Italia, l’attività cresce, quella che gestisce diventa la migliore gelateria del Western Australia: i proprietari australiani sono molto contenti.

Paolo riceve la cittadinanza nel 2015, quando è tutto più semplice. Nel luglio 2017, a otto mesi dal mio trasferimento, il governo australiano annuncia una manovra sulle politiche migratorie: dalla lista di occupazioni attraverso le quali è possibile accedere a un visto lavorativo e, quindi, a residenza permanente e cittadinanza, vengono rimosse un centinaio di professioni – tra queste, la qualifica di Restaurant Manager, una delle più gettonate tra gli immigrati italiani. È collettiva la percezione di una chiusura delle frontiere. Siamo terrorizzati di essere costretti ad andarcene, poi, dopo il panico dei primi mesi, ci ripetiamo che “l’Australia ha bisogno di noi”, che “noi sì che sappiamo lavorare”, che “siamo disposti a fare quello che loro non vogliono”, e poi: “ci sappiamo fare molto di più, siamo europei”.

Al ritorno, in macchina, io e Paolo parliamo di lui che nel 2006 aveva creduto in Prodi e nell’Italia campione del mondo; del fatto che le differenze culturali tra upper class e middle class australiane sono profondissime, e che tra poco arriverà un altro cambiamento economico epocale; che la Cina ci ingoierà. Io e Paolo siamo d’accordo sull’esserci sentiti o sentirci una merce: il mercato dell’immigrazione è una fonte continua di entrate nelle casse dello Stato australiano, sembra che tutti vogliano vivere qui.
Sotto l’ombra lunga del Parlamento, Paolo si chiede perché non siamo stati in grado di fare lo stesso in Italia; io gli chiedo se, secondo lui, per i nati nel 1990, che nel 2008 frequentavano il quinto anno di scuola superiore, la crisi economica potrebbe essere considerata uno shock generazionale. Non mi sa rispondere.

Ricordo bene l’ottobre 2008. Le borse precipitavano, io uscivo dalla depressione per infilarmi nel timido tentativo di una spirale autodistruttiva. È iniziato tutto lì, io lo so, tutto insieme. La fine della scuola, la fine del benessere interno ed esterno. Un crollo progressivo in cui sono diluiti i ricordi delle settimane bianche, dei viaggi a Parigi, delle crociere, dei miei che aprivano e chiudevano attività; dentro al mio mondo mediamente benestante e inutile ne stava collassando un altro enorme.

Il venerdì sera successivo sono sulla Red Cat, il bus gratuito che serve il centro città e su cui la gente sale e da cui scende ringraziando a voce alta l’autista. Sono solo le diciotto e trenta ma qualcuno ha già vomitato sui sedili posteriori. Facciamo finta di niente, mostriamo comprensione, perché tutti potremmo essere quel qualcuno, un venerdì – è un sentimento che distinguo australiano, la tolleranza nei confronti degli stati di alterazione, anche molto molesti. Arrivo in orario all’appuntamento con Sara. Scegliamo un bar dello State Building, una struttura luxury poco lontana dallo Swan River. Prima di accomodarci, siamo passate davanti al bagno dove mi cambiavo per andare a lavorare nei ristoranti, poi davanti alla boutique dove ho lavorato come commessa.

Sara è un caso particolare, non abbiamo paura a dircelo ad alta voce, io a lei e lei a se stessa. Cinque anni fa, dopo la laurea in Mediazione Linguistica, ha visitato l’Australia per una vacanza programmata prima della specializzazione. Un viaggio on the road l’ha fatta innamorare del Paese e, nell’arco di due settimane, ha maturato la decisione di non ripartire: ha raccolto i documenti, presentato domanda di ammissione a un Master; solo dopo essere stata ammessa ha fatto un paio di telefonate: la prima al suo fidanzato, per dirgli che sarebbe rimasta a Perth per il successivo anno e mezzo; la seconda a sua madre.

Un corso universitario può costare dai quindici ai ventimila dollari all’anno, per uno studente overseas. In quell’anno e mezzo, Sara ha lavorato i sabati e le domeniche, stando attenta a non sfondare il tetto legale delle venti ore settimanali consentite a possessori di Student Visa – la contravvenzione a questa regola è una pratica diffusa, ma si rischia grosso: uno studente scoperto a lavorare regolarmente per più di venti ore alla settimana viene espulso dal Paese e, con un visto cancellato in questo modo, le speranze di tornare in Australia sono nulle: questa è la burocrazia con l’ossessione per il bad record. A Perth, Sara ha imparato a cucinare i muffin, ha insegnato italiano, poi ha ottenuto la certificazione di preparatore IELTS – il test di inglese vincolante per l’approvazione di qualsiasi visto lavorativo temporaneo o permanente, e per la gran parte dei visti Student. Mi racconta le coincidenze che si incastrano una nell’altra, mentre beviamo champagne; mi dice che adesso, finalmente, si sente a casa: sta aspettando la chiamata per il primo test di cittadinanza, il suo fidanzato l’ha raggiunta e hanno già avviato le pratiche per un Partner Visa. A Sara dico che qui non ho conosciuto molte donne che non si siano mosse per seguire un compagno, un marito o un fidanzato: lei quasi nessuna. Le chiedo se ha tante amiche e quanto care: ne ha poche, una ragazza della Mongolia con cui ha legato all’università, e che ora è tornata nel suo Paese d’origine; un’australiana, due italiane, poi le amiche storiche lasciate indietro, in Veneto.

Tocchiamo di sfuggita l’argomento Manus Island, perché all’improvviso mi viene in mente un volantino che ho visto attaccato a un lampione, due settimane fa, in un viaggio a Sydney. Nauru e Manus sono dove si finisce se si tenta di entrare in Australia illegalmente, come insegna il video del generale Campbell. I centri detentivi accolgono richiedenti asilo che non accederanno mai al Paese e che non lasceranno mai le isole: tra questi, moltissimi bambini. La rigidità australiana nel rispetto dello schema No Way è nota, come sono noti le violenze, gli abusi sessuali, le atroci testimonianze di autolesionismo e suicidio di detenuti di tutte le età. Con Sara non vogliamo davvero parlare di questo, ma ugualmente, mentre finisco lo champagne, penso che i soldi sono gli stessi: quelli che noi versiamo al Governo, implorando di adottarci, e che il Governo spende in Papua Nuova Guinea e Micronesia per la gestione dei centri da cui non si torna indietro. Penso anche che l’Australia, fino al ’73, era bianca.

Prima di andare Sara mi racconta di suo padre, che ha iniziato a lavorare da adolescente, ha aperto l’azienda familiare, “ha fatto tutto giusto”, poi, sei anni fa, si è ammalato: se ne è andato in tre mesi. Allora, dice Sara, lei ha capito – nella morte un potere educativo, la lezione che cerchiamo di imparare per tutta la vita mostrando difficoltà d’apprendimento insolvibili: che il tempo a nostra disposizione in questa dimensione è limitato, e che non possiamo sprecarlo in un posto che non ci offre possibilità; non possiamo sprecarlo in nessun posto; non possiamo sprecarlo.
Dopo esserci salutate, prendiamo due Uber per direzioni diverse. Io raggiungo degli amici australiani per una pizza, li ascolto parlare dei terreni che hanno acquisito, delle case che comprano e vendono, che costruiscono, dei viaggi in Asia, America, in Europa, delle trasferte, del progetto concreto di smettere di lavorare per insegnare a dipingere; li ascolto parlare, figli del boom minerario e di un universo che non ha mai conosciuto una vera crisi, impreparati a quello che ho assimilato come dovere alla sopravvivenza. Sono la più giovane. Non credo che la mia generazione sia stata pensata per essere così ricca; forse la fortuna di questo universo, così lontano, è che è indietro di vent’anni sulla catastrofe. Magari la catastrofe prima o poi arriverà: ma loro dicono di no, stanno aspettando un secondo boom, succederà presto.

Torno a casa la mattina del sabato, alle sei. C’è il sole forte delle nove italiane e una quiete iperbarica; la natura è aliena, preme dai confini deserti della città, ma ne arriva soltanto l’odore. Questo odore non è occidentale, non è civile, è la connessione tra le parti di noi e del pianeta che stiamo distruggendo.
Il mio Uber è una macchina sfinita come il suo autista, i sedili sono protetti da lenzuola bianche; c’è bianco dappertutto. Continuo ad avere, dal 2008, incontri traumatici con la bellezza delle cose, delle persone dentro alle cose, di me dentro a cose che non capisco. Nel bianco della macchina, mi paralizzo.
Il mio trasferimento è iniziato dieci anni fa. Ho l’impressione di aver realizzato, in questa parentesi precaria, la condizione che mi insegue: il voler essere sempre in un altro luogo. A settembre ho riabbracciato mia sorella, i miei cari, i miei amici – non li vedevo da due anni, mi sono sembrati più giovani, più freschi, più vivi di come li avevo lasciati. A ottobre non volevo rimanere ma neppure tornare. Forse, quando sei andato, non c’è un altro posto per te nel mondo.
Spesso mi vergogno di quello che sono e che siamo qui, quando giochiamo a lavorare nelle fattorie, quando ci lamentiamo del lavoro duro, delle avventure tragiche che attraversiamo. Penso che abbiamo un posto a cui potremmo ritornare. C’è a chi invece il posto è stato tolto, per altri il posto non esiste più; chi non era come noi, non se ne voleva andare.
C’è la bellezza di un lenzuolo bianco in una mattina molto presto – il terrore che abbiamo dell’insostituibile; il 2008; io che sono stata la mia lingua, le parole che conoscevo, e adesso, in un’altra lingua, non sono quasi più niente. Poi l’Australia mi allunga il benessere in una mano, dall’altra mi sfila l’illusione di un’abilità di previsione sul futuro, e io sono solo una persona in una cosa bella, in un lenzuolo bianco. La mia vita sono i prossimi cinque minuti.

 

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Italiano! Dico proprio a te! Smetti di odiarti per un quarto d’ora e leggi questo (da “Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente” di Charles Dantzig) https://minimaetmoralia.it/estratti/italiano-dico-proprio-a-te-smetti-di-odiarti-per-un-quarto-dora-e-leggi-questo-da-enciclopedia-capricciosa-di-tutto-e-di-niente-di-charles-dantzig/ https://minimaetmoralia.it/estratti/italiano-dico-proprio-a-te-smetti-di-odiarti-per-un-quarto-dora-e-leggi-questo-da-enciclopedia-capricciosa-di-tutto-e-di-niente-di-charles-dantzig/#comments Tue, 12 Aug 2014 15:08:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22796 Come vedono gli scrittori e gli intellettuali degli altri paesi noi italiani?

Oggi vorremmo invitarvi a prendere confidenza con un gioiellino sconosciuto ai più. Si tratta dell'Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente dello scrittore francese Charles Dantzig, pubblicata in Italia da Archinto.

Si tratta di un libro scherzosamente organizzato come un'enciclopedia, con una serie di liste (sull'arte, sul sesso, sugli insulti, sui gesti, sulle città...) per provare a organizzare con un pizzico di ironia e molta classe il caos che ci circonda. In un'epoca di rancori incrociati, insoddisfazione cronica e odio di sé riversato con monotona puntualità sul prossimo perché l'odio per se stessi medesimo cuocia ancora più a puntino, potrebbe riverlarsi un toccasana.

Vi invitiamo ad acquistarlo e leggerlo: qui.

E magari, per invogliarvi a farlo, ve ne presentiamo un piccolissimo estratto. Magari dalla lista dedicata ai popoli (i francesi, gli inglesi, gli americani, i polacchi, gli irlandesi...), e magari pescando anche dalla parte che riguarda noi italiani. Chissà, l'odio di sé potrebbe ricevere una sconfitta temporanea. Buona lettura. E ricordatevi che il lbro tutto merita!

di Charles Dantzig (da L'enciclopedia capricciosa di tutto e di niente)

I FRANCESI

I francesi sono ragionatori. Ne deducono che gli altri li considerano intelligenti. Con "ragionatori" dovete intendere il più delle volte che vogliono avere ragione. Da qui, tutti quei commessi che nei negozi vi rispondono "sì, ma", o addirittura, "è un problema suo", e non cedono mai, accecati dall'orgoglio e dalla stupidità.

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Come vedono gli scrittori e gli intellettuali degli altri paesi noi italiani?

Oggi vorremmo invitarvi a prendere confidenza con un gioiellino sconosciuto ai più. Si tratta dell’Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente dello scrittore francese Charles Dantzig, pubblicata in Italia da Archinto.

Si tratta di un libro scherzosamente organizzato come un’enciclopedia, con una serie di liste (sull’arte, sul sesso, sugli insulti, sui gesti, sulle città…) per provare a organizzare con un pizzico di ironia e molta classe il caos che ci circonda. In un’epoca di rancori incrociati, insoddisfazione cronica e odio di sé riversato con monotona puntualità sul prossimo perché l’odio per se stessi medesimo cuocia ancora più a puntino, potrebbe riverlarsi un toccasana.

Vi invitiamo ad acquistarlo e leggerlo: qui.

E magari, per invogliarvi a farlo, ve ne presentiamo un piccolissimo estratto. Magari dalla lista dedicata ai popoli (i francesi, gli inglesi, gli americani, i polacchi, gli irlandesi…), e magari pescando anche dalla parte che riguarda noi italiani. Chissà, l’odio di sé potrebbe ricevere una sconfitta temporanea. Buona lettura. E ricordatevi che il lbro tutto merita!

di Charles Dantzig (da L’enciclopedia capricciosa di tutto e di niente)

I FRANCESI

I francesi sono ragionatori. Ne deducono che gli altri li considerano intelligenti. Con “ragionatori” dovete intendere il più delle volte che vogliono avere ragione. Da qui, tutti quei commessi che nei negozi vi rispondono “sì, ma”, o addirittura, “è un problema suo”, e non cedono mai, accecati dall’orgoglio e dalla stupidità.

I francesi seguono lo Stato come un corteo di malati e gridano di essere individualisti.

I francesi sono così frivoli che non covano mai vendetta a lungo.

I francesi sono così stupidi da pensare di essere amati, ma sono abbastanza ingenui da credere di essere ammirati.

GLI ITALIANI

La prima qualitàdell’Italia è che è abitata da italiani. Cortesia, la spontaneità, il sorriso non hanno altra patria; Italia significa vacanze. – Ho capito, ho capito. Le Brigate rosse. E poi i grandi stronzi. – Almeno gli italiani non li nascondono. Anzi, li mettono in mostra. A loro è dedicata gran parte del cinema italiano. Agli italiani piacciono i rincoglioniti. Gli italiani sono così umani.

La commedia italiana degli anni Settanta era audace perché non risparmiava, oltre ai borghesi e agli aristocratici, la “piccola gente”. L’Italia eterna, quella di Brutti, sporchi e cattivi, il film di Scola. Un catino, una sedia traballante, della biancheria stesa disordinatamente sulla corda, il fracasso di una radio che trasmette musica, e al di là di tutto questo un grande disegno.

Agli italiani non piace si parli bene di loro. Si irritano, gridano allo stereotipo. Quel bene ha a che vedere con la gentilezza; quel bene ha che vedere con la bellezza. Viene offesa la loro virilità già calpestata dal matriarcato. Credono che gentilezza e bellezza sianoqualità femminili. Gli italiani vorrebbero passare per tedeschi.

In Italia ci sono vecchi cantanti con baffi e occhiali. A tal punto gli italiani amano la canzone.

Basta andare su una spiaggia italiana per vedere che soltanto in Italia possono esserci i ragazzi. Questo è un nome affettuoso al quale si può avvicinare “the boys” in Inghilterra, solo che quando gli anglosassoni dicono “the boys” vuol dire che la carneficina della guerra non è lontana.

Quando un’italiana è elegante, lo è davvero. (Quando un’inglese è elegante, è vestita a festa).

Quanto è divertente, la donna italiana diventa irresistibile. Mi sono trovato a un pranzo con tre italiane, una più raffinata e simpatica dell’altra. Quando ho detto che mi piaceva Antonioni, se ne sono uscite con esclamazioni scherzose facendosi il segno della croce e gridandomi “buu”. E’ stato delizioso. L’impero del mondo dovrebbe essere loro. Roma lo ha peduto. E’ un peccato.

Soltanto in Italia si può vedere questo e io l’ho visto: in un aeroporto, l’addetto al controllo del passaggio dei bagagli a mano ai raggi X legge un libro di storia dell’arte.

Questo popolo ha un buon gusto naturale perché è impregnato di bellezza sin dall’infanzia. Quando, anche nel paese più piccolo, si esce di casa, si arriva in una piazza dalle proporzioni fantasiose, fiancheggiata da abitazioni da colori squisiti, e se si entra in chiesa si troverà almeno un quadro di grande qualità.

Gli italiani non credono nella legge. Non ci pensano più di quanto un cowboy del Wyoming non pensi all’ultima collezione di Karl Lagerfeld. E discendono dagli inventori del diritto. E’ vero però che i romani sono anche il popolo di, per esempio, Pompeo, il quale, ai mamertini di Messina che rispondevano con argomentazioni giuridiche al suo giudizio, dice: “smettete di citare leggi, noi portiamo armi” (Plutarco, Vita di Pompeo)

GLI INGLESI

Ho amato a tal punto l’Inghilterra da dire che si mangiava bene. Amavo a tal punto l’Inghilterra da essere rapito dall’aria tetra dei suoi abitanti, chiusi in abiti neri, simili a ombrelli, che non hanno mai con sé.

Amavo a tal punto l’Inghilterra da ritenerla l’unico paese politicamente civile al mondo. Una volta ho chiesto a un londinese che cosa pensasse del nuovo ministro Gordon Brown. “Brown? Non male, direi; sembra che non ci sia”. In Inghilterra è scandaloso genuflettersi davanti all’autorità. Nessun militare è mai stato alla guida del paese, al contrario di quanto accaduto negli Stati Uniti e, diversamente dalla Francia, nessun ex ministro dell’Interno, ministro della repressione poliziesca e delle manovre losche (Mitterand, Chirac e Sarkozy lo sono stati prima di diventare Presidente della Repubblica).

La Francia, paese di cortigiani, ammira chi si mette sull’attenti; gli Stati Uniti, affascinati da Roma, ammirano i centurioni. Tutto questo è estraneo all’Inghilterra, che non ha mai avuto a capo del governo nemmeno un ex direttore dei servizi segreti come Bush senior.

Però gli inglesi sono i maestri del controspionaggio. Negli anni Ottanta gli agenti dello Special Air Service, informati che l’Ira aveva progettato di assassinare un funzionario, penetrano nell’abitazione dei sicari e invece di ucciderli ne ritardano il risveglio. Il mondo deve ancora farne, di strada, per arrivare a tanto.

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Emilio Salgari tra resistenza e nostalgia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/#comments Mon, 07 Nov 2011 08:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5600 di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa.

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di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa. Il primo riproduceva un fregio che Salgari aveva disegnato sul frontespizio di un suo quaderno. In alto un veliero, un mappamondo e un cannocchiale, tra i fulmini e la luce di un astro; in basso un’ancora, e in mezzo la scritta “Poesie” e il suo nome, in bella calligrafia. Il giorno che lo ricopiai, sostituendo la mia firma alla sua, iniziai anch’io ad avere un quaderno su cui scrivere. Fu un piccolo atto decisivo e iniziatico. Quei due libri li collocai poi sulla mensola delle cose a cui tenevo di più, accanto a un album di figurine del Risorgimento che non ho mai terminato.

Soltanto ora mi accorgo del legame che c’era tra quell’album e il mio cofanetto. Curiosamente, il mancato romanzo risorgimentale, quello che doveva fissare per sempre l’eroismo, e la dedizione ingenua a una causa, e l’ansia di giustizia e di riscatto, è questo giornalista veronese con la passione della scherma, degli aerostati e del velocipede a scriverlo. Un romanziere d’appendice che aveva più o meno la stessa età del Regno (era nato nel 1862) e millantava di avere solcato tutti i mari e di tenere in tasca un brevetto di capitano di gran cabotaggio.
L’altro romanzo, quello della disillusione e del tradimento degli ideali, saranno per lo più i siciliani a comporlo ma come un’opera collettiva, passandosi il testimone di una riflessione comune che può riassumersi mettendo in fila, uno dopo l’altro, i malavoglia, i Viceré di De Roberto, i vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi, il quarantotto di Sciascia, l’ignoto marinaio di Consolo e le menzogne della notte di Bufalino.
Salgari, il disincanto di come erano andate le cose lo aveva incarnato sulla sua pelle, e ne era stato stritolato. Dopo un primo quasi tragicomico tentativo di suicidio, crollò definitivamente quando restò solo, con i quattro figli. La moglie è affetta da psicosi. Lui non ha i soldi per una clinica e nel 1911 è costretto a ricoverarla nel Manicomio pubblico, dove la registrano tra i poveri. È “ormai un vinto”, come scrive ai figli, un uomo senza onore. “Spezza la penna” tagliandosi con un rasoio il ventre e la gola in un bosco fuori Torino, a 50 anni esatti dall’Unità d’Italia, la sola morte eroica che gli era rimasta. Fu la sua estrema rivolta contro chi si era arricchito con il suo lavoro, gli editori sanguisuga per i quali scriveva “a tutto vapore”, non meno di tre pagine al giorno, e che lo avevano abbandonato in uno stato di “semi-miseria” e di autentica disperazione. Un finale feroce e maledetto che si ripercosse sulla sua famiglia e sui figli in una catena inesorabile di infelicità (due altri suicidi, un incidente, la tubercolosi, la follia…).
Ma Salgari la tragedia l’aveva già alle spalle, che è come averla sempre davanti: una madre morta di meningite poco più che quarantenne (quando comunque lui aveva 25 anni) e poco dopo un padre suicida. Era cresciuto in una cascina di Negrar, un comune della provincia di Verona che suonava già come un nome inventato. L’intreccio tra la sua indole sognatrice e un vissuto così doloroso modificò la direzione delle sue storie, le inasprì, diede loro una risonanza inaspettata, e si può essere sicuri che Sandokan e il Corsaro Nero non avrebbero avuto una diffusione così universale se a generarli non ci fosse stato questo desiderio di rivincita che Salgari, nel chiuso della sua stanza, invocava per primo per sé stesso e che sosteneva per intero la sua fatica. Il suo Risorgimento, la sua rivoluzione, quella che doveva portarlo a un’esistenza migliore, Salgari li perse, come in gran parte li perse l’Italia. Ma si batté fino all’ultimo respiro. Ogni nuovo libro divenne una sfida mortale: lo scriveva con la sensazione di giocarsi sempre il tutto per tutto, con la consapevolezza di poter soccombere, una volta o l’altra.
In lui straripava lo stesso slancio giovanile che solo i diaristi o i cronisti dell’epopea garibaldina avevano provato a raccontare, un avanzo di tutta quella stagione di sconsiderata intrepidezza di cui doveva essere così imbevuto. Idealismi troppo languidi e ingenui, forse, per metterci le mani. Salgari lo fece con la rabbia di un adolescente che è arrivato tardi a una festa, e ci è rimasto male. Si sente come un rimpianto, il dispiacere di chi ha sprecato malamente la sua giovinezza. Solo pochi anni prima se ne sarebbe stato lì, sullo scoglio di Quarto o sulle barricate di Palermo, con una camicia rossa indosso, a morire per la Repubblica Romana o in una qualunque spedizione, oppure sul ponte di una nave, attraversando gli oceani e i continenti, e invece gli tocca in sorte una vita così mediocre da vivere, e piena di problemi, una vita che ci vuole una forza enorme per sublimarla…
Lo schema narrativo che usò per restituire nella finzione tutta la Storia a cui non aveva fatto in tempo a partecipare è di una semplicità quasi disarmante, niente di più che una decalcomania infantile. Me ne accorsi accostando un giorno per caso il mio album di figurine ai due volumi annotati. Le illustrazioni combaciavano, potevo sovrapporle. Sandokan aveva il viso e le mani da marinaio di Garibaldi: marinaio come lui, i capelli erano gli stessi, lo stesso il dono e il culto del coraggio; la mappa di Mompracem corrispondeva a quella di Caprera, l’isola del buen retiro; Yanez poteva essere Nino Bixio (che andò a morire di colera proprio nell’arcipelago malese, a Sumatra) o anche André Aguyar o István Türr o qualsiasi altro dei luogotenenti del Generale; i tigrotti, naturalmente i Mille; Marianna, la Perla di Labuan, che muore tra le braccia di Sandokan, ricalcava senza ombra di dubbio Anita nelle valli di Comacchio; l’Inghilterra colonialista sostituiva l’impero austro-ungarico, lo straniero oppressore, e sir Brooke il maresciallo Radetzky.
Salgari prese tutta la valigia dei sentimenti popolari che avevano agitato fino a pochi anni prima la nostra penisola e la rovesciò su una carta geografica presa in prestito. È lui il più grande cantore in maschera del Risorgimento. Non fece mai mistero, del resto, di avere modellato su Garibaldi il suo più famoso protagonista. Tutta la sua opera è e una celebrazione dell’eroismo disinteressato di chi aveva combattuto, un tributo alle dissennate imprese mazziniane, al sacrificio di Pisacane, alla chiamata a raccolta a Roma di tutti i ribelli del mondo, nel quarantanove, come accadrà solo nella guerra civile spagnola, un secolo dopo. Eroismi troppo presto repressi e disinnescati dai politici e dai diplomatici, ibernati per sempre nella retorica e nell’agiografia dei manuali o abbandonati all’oblio. Sentimenti buoni solo per un romanzo, che solo in un romanzo potevano continuare a pulsare. Così, mentre l’Italia si muoveva verso Adua, Salgari conduceva solitariamente la sua polemica anticolonialista e antimperialista.

Quando iniziano a uscire, a puntate, Le tigri di Mompracem è il 1883, la stessa data in cui si rilega Pinocchio. I due libri segnano una comune linea anti-don Abbondio. Entrambi inneggiano al coraggio e alla disobbedienza, e rappresentano l’orgoglio di un’altra possibilità, di un altro modo d’essere, una sovversione piratesca della vigliaccheria nazionale e delle altre ingloriose tradizioni di una stirpe di imboscati e di furbi. Sono passati poco più di vent’anni dall’Unità, e anche questo è un intervallo tipicamente italiano. Da noi, la riflessione sulla Storia arriva sempre un poco in ritardo, e spesso mascherata o trasposta; in alcuni casi non arriva mai, o si scopre molto dopo (è un’eccezione la Resistenza di Fenoglio e di Calvino). Come mi ha scritto un amico costretto a emigrare in questo nuovo secolo di spartenze e di uomini desterradi, l’Italia è un paese dov’è impossibile riflettere davvero, prendere coscienza di ciò che si è. Qui l’epica si traduce quasi sempre nella nostalgia di un’occasione perduta.
Salgari è intriso di nostalgia. Ha ancora addosso il gilet del giovane Werther come l’ultimo dei romantici. Per lui, ogni amore è un amore impossibile, e la sigaretta di Yanez dà sempre l’idea di essere l’ultima. Non a caso ama Dumas il mago, Dumas il biografo di Garibaldi e dei Mille, lo scrittore affascinato dall’azione, e non Verne lo scienziato. Ama naturalmente l’Opera e il Melodramma, che molto più del romanzo avevano intercettato i sentimenti risorgimentali (Verdi è una bandiera come nessun scrittore riuscirà ad essere). Sostanzialmente, il generoso mitomane che vive in un modesto appartamento torinese è un visionario, un irregolare, mai accettato dall’ambiente letterario, uno scrittore senza patente, fuori dalle università, un istintivo anarchico e cortese, antiaccademico, antiborghese, antideamicisiano, in definitiva un ingenuo bohémien che viene depredato dalla società e dai suoi meccanismi. È necessario per lui trovare una via di fuga, ma che sia clamorosa, iperbolica ed esagerata come sarebbe il suo carattere se non fosse frenato dalle condizioni. E la via di fuga che inventa è spettacolare: un altro continente, un’altra umanità con cui inscenare i suoi sentimenti. Pagina dopo pagina, un giorno dietro l’altro, Salgari ripopola il mondo di corsari, spadaccini, esploratori, di essenze d’oppio, e frutti tropicali, cibi malesi, “armonium di ebano con la tastiera sfregiata”: tutta la nomenclatura di un universo parallelo.

In realtà, quella dell’esotismo, per Salgari, è una pista sbagliata. In lui l’India non è mai India, e lo stesso discorso vale per la Siberia o per i ghiacci del Polo o per i Caraibi del Corsaro Nero o per l’America del Far-West dei suoi racconti minori. La geografia di Salgari è una geografia trasfigurata. Si può avvicinare allo scenario dei romanzi d’avventura che leggeva Don Chisciotte, alle quinte dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, ai fondali dell’Aida o della gazza ladra, al ciclo carolingio dei pupi siciliani. I suoi luoghi sono sempre luoghi immaginati: come tutti sanno, Salgari non li ha mai visitati di persona se non sulle enciclopedie della biblioteca che raggiungeva in tramvia. Il grado delle sue opere è esclusivamente “letterario”. Le sue pagine nascono da altre pagine, sono reportage da altri libri, non da altre terre.
Salgari è un tipo di scrittore puro: la sua fantasia si mette in moto solo attraverso l’incontro con le parole, ma devono essere parole strane, inconsuete, misteriose, parole in corsivo, parole in un’altra lingua. Tutte le sue storie non nascono che da suoni, come le filastrocche. Da un kriss, da un babirussa, dalla voce del ramsinga… i suoi personaggi più compiuti devono forzatamente avere nomi stranieri, altrimenti non prenderebbero mai vita: Tremal-Naik, Kammamuri, Sandokan e il più seducente di tutti: Yanez de Gomera. Particolarmente vicina alla sensibilità moderna, poi, la sua capacità di impastare la vita con la fantasia e di usare soggetti realmente esistiti come James Brooke per i suoi “romanzi con personaggi veri”. Parafrasando Vittorini, si può dire che il Borneo di Salgari “è solo per avventura” Borneo, solo perché il nome Borneo “gli suona meglio del nome Persia o Venezuela”. Contrariamente alle apparenze, Salgari resta uno scrittore profondamente italiano, che parla dell’Italia. Ha solo bisogno di un altro modo di chiamare le cose per riuscire a dirle. Occupa lo stesso posto di un narratore orale in un paese del Sud, di un cuntista con le sue tavole, e la spada di legno, le sue leggende. Ma è comprensibile da tutti che se avesse ambientato i misteri della jungla nera negli Appennini, la saga non avrebbe funzionato. In qualche modo, Salgari fugge dall’Italia come fugge dalla sua vita, la nasconde anche a sé stesso, le muta il nome. Ma è da lì che parte, ed è lì che rincasa.

Stranamente, nelle sue carte geografiche, il Sud America non assume lo stesso peso fantastico dell’Asia, nonostante sia stata la seconda terra di Garibaldi. Eppure proprio in Sudamerica Salgari viene letto e amato forse più che nel resto del mondo. I suoi libri sono sempre nella bisaccia di Ernesto Guevara e negli armadi di molti zii anarchici o rivoluzionari (in un racconto di Paco Ignacio Taibo II, i tigrotti sbarcano a Città del Messico e partecipano agli scontri del Sessantotto; ed è lo stesso Paco Ignacio a scrivere il seguito del ciclo indo-malese). Per tutti loro, messicani, cileni, peruviani, argentini, Salgari è principalmente la rabia, la rabbia, e poi l’avventura, la vendetta, l’amore, e infine la fatica e la disperazione, tutta quanta la vita, a dispetto dei critici letterari che non lo hanno mai amato e dei suoi detrattori.
Ma solo sotto il sole dell’Oriente, al riparo della sua luce che confonde tutte le cose, l’avventura di Salgari si unisce a un discorso più vasto sul destino, ai presagi, ai rischi mortali e alle guarigioni miracolose, alle delusioni storiche, ai drammi già vissuti e a quelli ancora da vivere. L’ombra dell’Asia di Salgari si allunga fino agli indovini di Terzani e al suo ultimo giro di giostra. Perché se in Sudamerica era stato il Che a raccogliere l’eredità salgariana nella pratica della lotta politica e della guerriglia nella foresta, nel nostro emisfero sarà Tiziano Terzani a indossare la giacca bianca del viaggiatore che Salgari aveva soltanto immaginato di essere.
Oggi, rovesciate le tradizionali geografie letterarie e la nozione stessa di esotismo, a cento anni dalla sua tragica fine, mi piace pensare a un Salgari indiano intento a scrivere con furia dell’Italia, divenuto il paese più pittoresco del mondo, e a mostrarci una piccola isola del Mediterraneo dove una banda di pirati libertari continua a condurre la sua resistenza corsara al dominio dei maharajà e dei James Brooke che avvelenano la nostra terra e ci tengono in ostaggio…

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