Italo Svevo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italo-svevo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 25 Nov 2024 22:23:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Italo Svevo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/italo-svevo/ 32 32 Un estratto da “Airù” di Alberto Locatelli https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-airu-di-alberto-locatelli/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-airu-di-alberto-locatelli/#respond Wed, 27 Nov 2024 07:17:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54514 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Airù” di Alberto Locatelli, pubblicato da Italo Svevo Editore nella collana Incursioni. * di Alberto Locatelli E arrivò il momento in cui si dovette sostituire la targhetta in ottone sulla porta dell’ambulatorio di via Quattro Novembre. Scritto in rosso e corsivo, si leggeva ancora il nome del […]

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Airù” di Alberto Locatelli, pubblicato da Italo Svevo Editore nella collana Incursioni.

*

di Alberto Locatelli

E arrivò il momento in cui si dovette sostituire la targhetta in ottone sulla porta dell’ambulatorio di via Quattro Novembre. Scritto in rosso e corsivo, si leggeva ancora il nome del dottor Regaldossi, nonostante se la fosse data a gambe da un po’. 

Da giorni non si contavano più le lamentele, soprattutto degli anziani, uno zoccolo duro e ben nutrito all’interno della sonnolenta comunità di San Fermo, alla cortese attenzione della signorina Sonia Cecchi, segretaria comunale addetta all’Anagrafe, nonché unica responsabile dello sportello reclami di via Matteotti. Se era già una fatica enorme per loro, dicevano a quella poveretta costretta a difendersi attraverso il buco nel vetro, doversi preoccupare dei dolori spuntati la notte senza il benché minimo preavviso – «Colpa della minestra di cavoletti?», domandava uno, «Eh, nemmeno di Brussèl ci si può più fidare!», rispondeva l’altro, «Tempi duri», faceva eco un terzo –, non è che potevano pure vagare come anime in pena su e giù per i tre piani di quell’edificio dall’architettura militare, le pareti alte, di un bianco chirurgico da sentirsi malaticci soltanto a costeggiarle, prima di trovare finalmente lo studio di…

«Chi, scusate?», chiedeva ogni volta la Cecchi, sfiancata, una mano a reggersi la fronte.

«Ol duturì», rispondevano singolarmente o in coro, non nascondendo un certo fastidio nel tono, quasi fosse ovvio a chiunque che quel soprannome potesse riferirsi soltanto a lui, al giovane dottore fresco di nomina. In fondo, era stato lui per primo e in un mese appena ad abituarli a una distanza sempre più ridotta ogniqualvolta lo incontravano per la via. 

«Devono saperlo töcc in paìs, dal prim a l’öltem, diocàn!», aveva detto una mattina un vecchio contadino della Cascina Martina, battendo il pugno sul vetro. La Cecchi, poerèta, si era segnata il petto con la croce… Ma guarda cosa dovevano sopportare le sue orecchie, Maria santissima! Per paura di ritrovarsi a gestire situassioni del diàol, aveva cominciato lei stessa a adottare quel soprannome anche durante le telefonate che si sentì costretta a fare sotto lo sguardo per niente arrendevole dei presenti; gente con la guerra alle spalle. A nulla giovò la spiegazione che balbettando si era sforzata di dare ai suoi aguzzini, perché era un po’ così che si sentiva: presa in ostaggio.

«Se sulla porta si legge ancora il nome del dottor Regaldossi», aveva detto riagganciando la cornetta, «è perché lo ha voluto ol duturì in persona…». E per la prima volta aveva pensato che non suonasse tanto male il soprannome in fin dei conti.

«Non è püsìbel», avevano bofonchiato quelli di rimando.

«È così, va dise», aveva risposto la Cecchi dopo un sospiro.

Vedeva bene l’incredulità sui loro volti. E sapeva di dover soppesare le parole, fare attenzione a non mandarli in bestia.

«L’ha tenuto perché ci sono ancora scatoloni del dottor Regaldossi da portare via».

«Ma che si arrangi quello là, diobèl! Ci si fa su un bel falò e non se ne parla piö!».

La Cecchi, che qualche volta passava al bar per un bicchiere di latte prima di rientrare a casa, mi raccontò di non essersi segnata subito con la croce; lo avrebbe fatto molto dopo, di notte, rimasta sola nella verginità del matrimoniale. Né si era barricata dietro un silenzio che solo per lei era sinonimo d’indignazione. Bensì, si era schiarita la voce e appellandosi alla misericordia del Vangelo, lei che ogni domenica andava in chiesa e partecipava alle attività promosse di sabato pomeriggio dalla parrocchia – era una corista formidabile –, aveva detto piano: «Signori, per favore…».

Sollevando lo sguardo, quelli si erano messi a fissarla. Lei, pur accusando la loro intenzione per niente pacifica, aveva continuato lo stesso. Mi confessò di essersi sentita come Gesù tra i Farisei: dalla Seconda lettera di san Paolo Apostolo ai Corinzi, ma per davvero nè!

«Al duturì…», aveva cominciato, «è sembrato scortese, molto scortese, buttare via le scatole del dottor Regaldossi. Non piace a nessuno, mi ha specificato. È come se uno viene a casa vostra e non lo so…».

Ma alle orecchie di quei signori era bastato quanto già era stato detto per smettere di ascoltarla. Guardandosi, avevano sbuffato. Dopo un istante di silenzio in cui la Cecchi aveva azzardato un sorriso, convinta di essere ormai riuscita ad ammansirli facendo leva sulle corde dell’emozione che, per fórsa, s’era detta, devono esistere nel cuore di tutti, quelli avevano parlato di nuovo.

«Mé gà crède mia!», aveva esclamato secco quello della Martina. «Non è vero per gniente.

«A essere troppo buoni…», si era aggiunto un secondo con il tono di chi sa benissimo di cosa sta parlando. 

«Si fa la fine dei pecoroni», aveva concluso un terzo, indaffarato in un angolo a sistemarsi i lacci delle braghe. E via con le risate degli altri.

«Ma se ci ho appena parlato al telefono, maginàs», aveva obiettato la Cecchi allibita, venendo persino meno a quel contegno digerito a suon di pianti e castighi, in città, al collegio dei Salesiani, quand’era ancora una bambina.

Si era arrivati così a uno stallo in piena regola. Solo con l’intervento del maresciallo dei carabinieri Aldo Aldibrandi venti minuti più tardi, si era riusciti ad allontanare quei signori, subito docili al cospetto della divisa, concedendo alla Cecchi di tirare finalmente il fiato tra le innocue scartoffie di ogni mattina.

La vicenda rimbalzò senza sosta, un che di ammorbante anche a distanza di giorni, al punto tale che ne vennero fornite versioni diverse – ce n’erano davvero per tutti i timpani – e che qualche simpaticone si prese la libertà di storpiare il proverbio Aprile dolce dormire con Aprile dolce nitrire. Ovunque ci si recasse, al bar, dal panettiere o al cimitero pure, non mancava d’incontrare chi l’aveva riascoltata fino ormai a grattarsi i gomiti per la noia e di colpo sospirare, ma con tutta la bocca, facendo vibrare rumorosamente le labbra alla maniera dei cavalli. L’unica cosa certa, su cui nessuno ebbe un solo ripensamento, fu quel soprannome: ol duturì. Lo ripetevano sempre, tutti quanti. Pure quando potevi metterci una mano sul fuoco che del dottore non c’era traccia nei paraggi, si aveva come l’impressione, un ronzio o uno schiocco di dita, che lo chiamassero di continuo… anche solo per sciogliersi la lingua! Pensai che fosse per via dell’accento, di una vivacità da birbanti, un fremito, un guizzo: «Duturì!». 

Così, la mattina dopo il dottore venne visto recarsi di buona lena da Zago il ferramenta, quand’ancora la vetrina sul fondo del cortile in pietrisco aveva le serrande abbassate. Aspettò dieci, anche venti minuti al cancello di zinco smaltato, prima che Zago si affacciasse in pigiama da una finestra sopra il negozio; era lì che per comodità si era risolto a vivere da divorziato. Intuendo il motivo della visita, gli mostrò le dita in segno di vittoria: l’indomani il dottore avrebbe avuto la sua targhetta nuova di pacca.

Il pomeriggio successivo non si sarebbe trovato un buco nemmeno a volerlo al pianterreno dell’edificio di via Quattro Novembre dove stava la porta dell’ambulatorio. A eccezione di quanti non conoscevano riposo nei campi, si sarebbe riusciti a censire tutti gli altri abitanti di San Fermo in un colpo solo. C’era il sindaco Morelli, con tanto di fascia tricolore cinta al petto, l’intera giunta comunale e le autorità, la caserma dei carabinieri al completo. C’erano le rappresentanze delle varie associazioni: la squadra di calcio A.C. San Fermo, il Circolo scacchisti A. Fedrici, la neopromossa società di pallacanestro Virtus San Fermo e perfino il Gruppo micologico sanfermese, un’allegra compagine di ultrasessantenni con la passione per i funghi e le scampagnate, che già si sollazzavano beati con una bottiglia di rosso recuperata dalla cantina personale del presidente Garboli. Se la passavano di mano in mano e bevevano a canna, incassando la testa nelle spalle mentre deglutivano, in modo da sottrarsi un poco alla vista dei più e conservare un briciolo del ritegno richiesto dall’occasione. C’era il bibliotecario, il signor Sergio, con Efrem lo zoppo, l’aiutante; l’assemblea dei commercianti, che stranamente non aveva nulla di cui lamentarsi. Accompagnati dalle maestre, figuravano addirittura gli alunni delle elementari seduti per terra tra le prime file, a gambe incrociate, ciascuno a farsi aria con il proprio foglio da disegno come mimavano loro i genitori sparsi tra la folla, che di tanto in tanto si sbracciavano isterici o approfittavano della spalla di chi gli stava a fianco per sbirciare e sincerarsi che il proprio figlio non fosse stramazzato per il caldo. Era aprile, ma in cielo splendeva il sole di un’altra stagione.

Allora entrò in scena il dottore, identico agli altri giorni non fosse stato per il ciuffo di capelli pettinato all’indietro con la brillantina. Si fece largo tra la folla mentre alcuni gli sussurravano: «Brào». «Gràssie», gli altri. Lui si limitava ad assentire con la testa nella maniera composta che hanno le marionette quando gli si tira il filo. Se soltanto si fosse fermato da uno… Bòna, sai che risentimento gli altri nel giro di un niente? «E a mé negót?». Si sarebbe fatta mattina, ecco. Il dottore doveva averlo ormai capito.

Si avvicinò all’asta del microfono verticale davanti alla porta, a un passo dal panno azzurrino che di lì a poco avrebbe rivelato la nuova targa con il nome scritto sopra e töt quant. Quindi si voltò verso noi compaesani e ostentando allegria per la sorpresa di vederci tutti lì si schiarì la voce, poi indicando il microfono chiese: «Mi sentite anche senza, vero?».

E a chi mai sarebbe saltato in mente di contraddirlo? Qualcuno cominciò persino ad applaudire. Ma il dottore mostrò il palmo aperto della destra con fare solenne: «Buongiorno», continuò. «Buongiorno a tutti…». Respirò, lasciando al saluto in rimando il tempo di acquietarsi e sfumare nell’aria. «Buon pomeriggio, vista l’ora».

E si scatenarono le risa. Pendevano tutti dalle sue labbra: un gesto banale come grattarsi la testa, se fosse stato lui a farlo in quel momento, sarebbe apparso molto di più di quel che in realtà era, una trasfigurazione; mai visto per davvero prima d’allora. Il dottore passò in rassegna i volti delle persone che aveva davanti: sembrava ne cercasse uno in particolare. Poi sospirò. Si schiarì nuovamente la voce, lanciò un’occhiata al cielo che s’intravedeva sul fondo, al di là delle finestre. E con un’espressione strana, impensierita, quasi avesse dovuto pioverci giù qualcosa da un momento all’altro, restò immobile a fissare le nuvole, le poche che c’erano. Indugiò abbastanza da spingere alcuni dei presenti a voltarsi per capire cosa avesse mai attirato a quel modo la sua attenzione. Se ne doveva essere accorto benissimo anche lui, ma non si avventurò in alcun chiarimento.

«Grazie», sentenziò, lo sguardo nella stessa direzione. «Grazie a ciascuno di voi: siete importanti per me».

E prima che a qualcuno venisse il dubbio se stesse parlando a loro, oppure a qualcosa che solo lui sapeva esserci lassù, nascosto nelle profondità blu del cielo, afferrò il panno azzurrino, lo strinse nel pugno, una frustata di polso e lo tirò giù… Dio mio! Sulla targhetta tirata a lucido manco fosse d’oro zecchino, non comparivano il suo nome e cognome riportati per intero, bensì quel soprannome fresco di battesimo: ol duturì.

«Perché quel che farò…», si affrettò a dire nell’entusiasmo generale, «quel che farò sarà sempre per voi», concluse, portandosi una mano sul cuore come sotto giuramento.

Avrebbero raccontato, quanti in quel tardo pomeriggio di aprile lavoravano al solito nei campi intorno al paese, che il fracasso degli applausi a coronare il discorso del dottore giunse fino alle loro orecchie, portato da un vento a cui non seppero dare un nome. Arrivò improvviso, capriolò un poco sulla curva stanca delle loro schiene e poi li fece rabbrividire. Non troppo, ma abbastanza da storcere il naso.

Ecco che la banda comunale montò di colpo un concerto degno della migliore filarmonica, mentre il dottore stringeva mani a chiunque e tutti si congratulavano: «Tanti auguri, bèl duturì». 

Il sindaco Morelli, insieme all’intera giunta – sì, c’erano persino gli esponenti più ostici dell’opposizione riuniti sotto la bandiera unanime della riconoscenza –, inaugurò una vivace processione con quanti erano impazienti di toccare con mano la targhetta. Ci fu chi addirittura si spinse ad appoggiarvi sopra le labbra e a baciarla, scomodando chissà quale antico potere taumaturgico dell’ottone. «Fa bene ai denti», confermò una delle centenarie, due in tutto il paese, che aveva assistito alla cerimonia. «Ma non era ai capelli?», domandò l’altra sua comare lì vicina, rinverdita dal dubbio, nonché l’unica a disporre dell’autorità anagrafica per contraddirla. Infine, in mezzo a questo carnevale, persino la segretaria Sonia Cecchi si abbandonò alle danze, sebbene l’espressione spaesata del viso, oltre a certe giravolte male in arnese, suggeriva un fastidio taciuto: l’idea che a spuntarla, in fin dei conti, erano stati proprio quei vecchi maleducati che l’avevano torturata allo sportello reclami di via Matteotti. E pensare che per l’occasione sfoggiava pure il suo vestito migliore, corto e a pois, indossato un’altra volta soltanto, a un matrimonio che nemmeno era andato a buon fine.

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Avventura di mare e romanzo di formazione: “Nostalgie della terra” di Mauro Tetti https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/avventura-di-mare-e-romanzo-di-formazione-nostalgie-della-terra-di-mauro-tetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/avventura-di-mare-e-romanzo-di-formazione-nostalgie-della-terra-di-mauro-tetti/#respond Tue, 18 Jan 2022 08:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49847 Come nel precedente "Pietre rovesciate", Mauro Tetti inventa una cosmogonia senza precedenti. I generi verso cui si tende sono l'avventura di mare e il romanzo di formazione. In quest'opera, altro crocevia, Tetti gioca col tempo. Testo contemporaneo che profuma di antico, "Nostalgie della Terra" fila a vele spiegate tra leggende e novelle da mille e una notte.

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di Michele Vaccari

Come si sa, gli scrittori dell’Isola si dividono quasi naturalmente in due foci: chi fa, della propria vita, epica d’autore, chi, dell’epica, fa la propria vita d’autore. Il ritorno di Mauro Tetti in libreria rappresenta una terra di mezzo, un nuovo estuario capace di collocarsi a metà strada tra omaggio all’epica e ritratto dell’artista da cucciolo, a pochi mesi dall’esordio del praticamente coetaneo Giovanni Gusai con il suo Come in cielo, così in mare (giugno 2021, SEM). Entrambi, sembrano raccontare di un’emersione silenziosa ma tellurica, una nuova classe di autori che hanno appena superato la giovinezza per entrare nell’età adulta più matura col passo deciso e sfrontato dei temerari innovatori, dichiarando apertamente il loro legame con la più nobile eredità linguistica e immaginifica della tradizione autoctona, un legame che, fortunatamente, osa, non venendo a patti con l’epigonale, con quel timore reverenziale verso i padri di cui troppo spesso scritture così territorialmente connotate rischiano di soffrire. Aedo barbaricino l’uno, bardo del sud l’altro, con le loro prove mettono due punti inediti sulla mappa, incidendo nuove latitudini nel mosaico letterario di autori e autrici sardi o con cui chiunque scrive oggi dall’altra parte del Tirreno dovrà inevitabilmente confrontarsi.

Come nel precedente Pietre rovesciate, Mauro Tetti inventa una cosmogonia senza precedenti. I generi verso cui si tende sono l’avventura di mare e il romanzo di formazione. In quest’opera, altro crocevia, Tetti gioca col tempo. Testo contemporaneo che profuma di antico, Nostalgie della Terra fila a vele spiegate tra leggende e novelle da mille e una notte, storie di insurrezionalisti di inizio Ottocento, di avi tatuati che appaiono in sogno, madri eteree che hanno nomen omen di Aria, di padri Olandesi Volanti che ritornano in forma di memoria dalla nebbie del passato come vascelli fantasma, e fughe ideali su zattere in eternit, balli tondi al ritmo della techno, invenzione di memoriali, mitici diari di viaggio che sono mappe altre dell’io, io che rimbomba, che vaga tra reale e fantastico, tra accaduto e possibile. L’età del protagonista sembra corrispondere a quella dell’autore, ma l’allegoria è il sestante continuo, disciplinato del periplo esistenziale compiuto nel corso del romanzo. Il sottotesto più evidente è la tematica dell’appartenza, di un chi sono che diventa compreso con la chiave di lettura del chi siamo, come accadeva nel romanzo resistenziale o nelle produzioni dei grandi autori del nostro recente passato (Parise, Morante, Volponi, Del Giudice), con tutto il lavoro abissale di trasfigurazione che questo comporta e che nulla ha a che vedere con la becera autofiction d’accatto che appare sempre più come resoconto vittimista, buono per classifiche, premi e lettori in cerca di conforto. L’autore non cade mai nel pietismo, né costringe il lettore a empatizzare con la sua biografia che s’intravede tra le righe, nella parte in cui è preponderante la relazione con Naira, quasi un anagramma del nome della madre. Stella polare del sentimento, “Naira era la cometa”, la quiete enigmatica, il desiderio, tanto quanto Salif è l’ignoto palese che prende la testa e rende folli, quando si ha per troppo tempo come orizzonte la maledetta, benedetta, acqua salata, prigione e orizzonte di ogni figlio di questa terra su cui ogni uomo, ogni autore tenta vanamente di passare leggero.

Tetti usa l’incanto, l’allegoria, come letteratura docet, fornendoci coordinate stellari per partecipare alla caccia al tesoro del nostro eroe e della sua strampalata armata Brancaleone, una ricerca intima che è soprattutto riscoperta di un sé millenario, collettivo, al di là di quel mondo di cose tangibili e ricordi che ci vuole legati al reale come metro dell’espressione, al resoconto dell’ombelico come orizzonte letterario. La fuga dal mondo conosciuto, proprio, diventa chiave di lettura della matrice, allargamento del campo, scoperta dell’insieme generatore originario. Nostalgie della terra guarda all’indietro come Orfeo, ma trova nella forza di una trama picaresca la propria Euridice che ci salva dalla noia della letteratura dell’ego. Qui c’è un ragazzo che parte e che racconta dai dodici anni dopo del mistero che vuole risolvere e degli approdi che ha attraversato come un vero e proprio viaggiatore delle stelle, perché è nello spazio, fino alle sue estreme conseguenze astrali, metafora dell’evo, che Tetti definisce la propria visione ed è in questo agire speculare, in questo andirivieni tra passato, presente e futuro, da un lato, mare, aria, terra, cosmo, dall’altra, che scorgiamo la visione, l’afflato di una struttura originale e imprevedibile, onirica e interiore, verrebbe facile dire, tratti che ritornano sovente nei titoli di questa intelligente collana diretta dall’editor di raro acume Dario De Cristofaro.

L’intonso, così scomodo nel suo finto pauperismo snob, finalmente, trova coerenza col testo: completati gli strappi necessari per accedere alla lettura tra le mani ci si ritrova con un testo che pare un effemeride delle meraviglie, capace di simulare nel corpo la consunzione tipica del medesimo manoscritto ritrovato che fa da motore alle vicende in cui ci ritroviamo immersi. Nostalgie della Terra è, quindi, stato dell’arte: confessione intima, memoir, esplorazione siderale, che dagli asteroidi, dai pianeti, dalle costellazioni di Eridano viaggia oltre la luce per guardare Cagliari come dal fondo di una galleria gravitazionale, un ponte ideale di Einsten-Rosen che unisce indissolubilmente, l’uomo, l’autore, la sua visione alla sua gemella terrestre, “la città bastionata, la città umida, la città martoriata, la città fetida, la città ectoplasma, la città stanca, la città bianca”.

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“Lo scrittore deve scrivere ogni sera la storia della sua giornata”: le “Lettere” di Italo Svevo https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/lo-scrittore-deve-scrivere-ogni-sera-la-storia-della-sua-giornata-le-lettere-di-italo-svevo/#respond Mon, 10 Jan 2022 08:10:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49815 Viene pubblicata da Il Saggiatore una nuova edizione completa delle "Lettere" di Italo Svevo, strumento indispensabile per provare a rispondere alla domanda: "Chi è Italo Svevo?"

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Nel 1928 Italo Svevo suggerì a Giulio Cèsari, in una strana forma in terza persona, alcune righe per la stesura di un profilo biografico, un modo ulteriore per conoscere le sembianze e appianare le crepe della sua natura di artista e della sua stessa identità, lui ebreo triestino di origini italiane e austriache (forse ungheresi), all’anagrafe Aron detto Hector Schmitz, poi Ettore e, infine, ma non del tutto considerati i vari pseudonimi con cui si firmerà, Italo Svevo: «Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana a quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste […] di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina». Che Trieste sia stato un «crogiolo» fa parte ormai del pensiero comune (Bobi Bazlen non era per esempio d’accordo, sottolineando che, a differenza di ciò che accade in un crogiolo dove gli elementi più disparati si fondono, a Trieste la fusione non è mai avvenuta) e resta indubbia l’importanza degli «accostamenti» e degli «incontri» (sono sempre parole di Bazlen che tra l’altro fu tra i principali mediatori, assieme a Joyce e Montale, del successo di Svevo) che la città offrì a Svevo e che lo trasformarono, sin da Una vita, nello scrittore che oggi tutti conosciamo (o, meglio, che dovremmo conoscere).

Per comprendere questo valore, oltre all’opera di Svevo che possiamo leggere con i migliori paratesti possibili (quelli di Lavagetto e dei suoi allievi), arrivano adesso in libreria le lettere dello scrittore triestino (pubblicate da Il Saggiatore con la cura attenta e precisa di Simone Ticciati) che partono dal 1885 per arrivare ai giorni che precedono la sua morte. Come suggerisce Federico Bertoni, altro importante curatore e interprete delle opere sveviane, nel suo accurato e appassionato saggio introduttivo, in queste lettere ritroviamo i due personaggi che costituiscono l’uomo (e d’altronde lo stesso Svevo aveva scritto che «un letterato sa sempre di essere composto di due persone»), da una parte il borghese Ettore Schmitz, dall’altra lo scrittore Italo Svevo. Questo appare evidente già solo scorrendo l’indice dove si potrà notare come le lettere fino all’inizio degli anni Venti siano indirizzate quasi tutte alla moglie Livia Veneziani e alla famiglia, lettere che non soddisferanno chi cerca di scoprire le ispirazioni e la poetica di Svevo in quanto «sono estremamente avare di indicazioni su letture, serate a teatro, riflessioni sulla letteratura o giudizi su altri scrittori». Sono lettere che però hanno il pregio di mostrare il lato famigliare dell’esistenza di Svevo e, in particolare, il rapporto con la moglie, portando il lettore a conoscere le varie sfumature che assume la relazione, aspetti che però pian piano vengono mangiati dalle tematiche del viaggio e del lavoro, lettere che aiutano quindi anche a correggere alcuni luoghi comuni rispetto alla girandola lavorativa che precede l’ingresso di Svevo nell’industria dei suoceri. Sono d’altronde le lettere che corrispondono al cosiddetto periodo del «silenzio» sveviano (seppure in realtà Svevo in quegli anni continui a scrivere molti e differenti testi; Maurizio Serra, nel suo saggio Antivita di Italo Svevo, ha invece definito lo Svevo di quegli anni come «il fuggitivo»), cioè gli anni che vanno dalla pubblicazione di Senilità (1898) a quella di La coscienza di Zeno (1923), cioè dalla seconda delusione editoriale all’esplosione del successo.

E infatti nelle lettere che seguono il 1923 troviamo uno Svevo diverso, risorto, «come Lazzaro» chiosa Bertoni, protagonista di una vita nuova e diversa. Si fanno infatti più rare le lettere famigliari e la vita privata quasi scompare dalle corrispondenze: le lettere adesso sono invece indirizzate a nuovi interlocutori, gli scrittori e i critici che hanno aiutato Svevo a raggiungere il successo che, adesso, meritatamente si gode. In questa parte finalmente si parla di libri (suoi e degli autori da lui ammirati), delle recensioni, delle nuove edizioni e dei progetti futuri, si parla dell’Ulisse di Joyce e della Recherche di Proust, in un flusso nuovo che sembra corrispondere a un’inedita tranquillità letteraria che garantisce a Svevo di poter parlare di tutto e con tutti (a Joyce comunica di aver preso l’Ulisse e che si farà aiutare nella comprensione dal fratello, a Sylvia Beach invece che firmerà con piacere una petizione per fermare la pubblicazione statunitense dell’Ulisse senza l’autorizzazione dell’autore, «il danno arrecato a Joyce è come se fosse fatto a me», ma dell’Ulisse scriverà anche, nel 1927, che è «un mistero» e che «la lettura del libro è durata così tanto che quando sono arrivato alla fine avevo dimenticato l’inizio»). Bertoni riassume bene questa dicotomia epistolare, sottolineando come questa sembri replicare «testualmente la scissione di fondo tra Ettore Schmitz e Italo Svevo», protagonisti di un libro differente: «prima il lungo, e spesso monotono, talvolta ossessivo duetto epistolare con Livia che scandisce la vita del buon borghese, marito, padre di famiglia e uomo d’affari; poi, negli ultimi anni, la partitura polifonica di un vero e proprio carteggio intellettuale in cui registriamo, dall’interno, le reazione dello tesso protagonista a uno dei più stupefacenti casi letterari del Novecento».

Ma cosa riceve in più rispetto agli scritti di Svevo il lettore di queste lettere? È una domanda lecita, visto anche la natura particolare di questo epistolario, e a cui si può rispondere prendendo in considerazione due piani diversi. Innanzitutto c’è la possibilità di affrontare utilizzando strumenti ulteriori la sua opera, si può scartare dalla spesso troppo offuscata definizione di scrittore/bancario/dirigente e della vulgata dello scrittore non consapevole di se stesso (per quanto già gli studi di Lavagetto indirizzino verso una lettura di questo tipo) attraverso un percorso che unisce la vita e l’opera. Questo binomio è poi l’altro piano del discorso interessante e che rende entusiasmante seguire la vita di Svevo attraverso queste lettere, perché si troveranno interessanti chiavi interpretative sommerse in questo Zibaldone, così lo definisce Bertoni. Quando Svevo, nel 1903, scrive alla moglie per esempio «quando mi faccio la barba mi guardo in specchio con grande ammirazione. – Bravo, caro Ettore, bravo! Adesso dovresti cambiare di nuovo mestiere per vedere quanti altri piccoli talenti sono in te», chi sta parlando? È il borghese? È lo scrittore che mette in scena se stesso come personaggio? È la porosità della letteratura che si impossessa della vita stessa? Non si tratta di una questione facilmente eludibile, soprattutto se consideriamo come il materiale di queste lettere, filtrato dal romanzesco o reimmaginato, si trasformi in materiale per La coscienza di Zeno.

Non è secondario ricordare che il romanzo capolavoro di Svevo narra di un anziano bugiardo che scrive allo psicoanalista la sua storia, con l’intento di ingannarlo. Il suo racconto è così ricco di aneddoti che lo stesso narratore/scrittore Zeno/Svevo finisce per non vederne più i confini e individuare quelli che dividono il vero dal falso; le sue menzogne sono nascoste, mimetizzate nel testo, eppure affiorano quelle lacune e quelle smagliature che hanno il compito di rendere identificabili atti mancati e lapsus, mezzi attraverso i quali la menzogna viene tradita e a affiorano i funzionamenti reali dell’inconscio. Concentrandosi sul complicato rapporto tra scrivere la propria storia e l’affermazione rilasciata dal protagonista che dichiara che «con ogni nostra parola toscana noi mentiamo», si arriva a un punto di non ritorno, riassumibile nella frase che dice Zeno: con tutte le parole non vere, si può creare un «mondo nuovo». Queste lettere ci lasciano nel dubbio e ci permettono di immergerci con rinnovata curiosità nel mondo sveviano e di stare con piacere, ancora una volta, ai giochi illusori che la letteratura, «ridicola e dannosa cosa» costruisce. Come nella lettera che nel 1927 Svevo scrive a Cyril Ducker dove si ritrova, ancora, quella stessa e ineludibile ambiguità: «lo scrittore deve scrivere – annota in una lettera del 1927 – ogni sera la storia della sua giornata. È l’unico modo per ottenere una grande sincerità, la qualità più importante, credo».

 

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Giuseppe Pontiggia e la letteratura senza mediazioni https://minimaetmoralia.it/letteratura/giuseppe-pontiggia-la-letteratura-senza-mediazioni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/giuseppe-pontiggia-la-letteratura-senza-mediazioni/#comments Thu, 08 Nov 2018 07:24:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38588 Corsi e ricorsi della letteratura italiana portano ad una frequentazione maggiore o minore con certi autori: nel caso di Giuseppe Pontiggia, purtroppo, questi meccanismi non hanno generato l'attenzione che l'autore si meriterebbe, certamente inferiore a molti pochi colleghi nel secondo Novecento italiano.

Fortunatamente però le sue opere continuano a venir pubblicate e ad avere un pubblico –  ed esiste anche un Meridiano a lui dedicato: si tratta di una fortuna perché molti dei suoi romanzi sono capaci di parlare in maniera profonda e centrata ancora oggi, uno su tutti lo splendido Il giocatore invisibile, insuperato ritratto di un mondo accademico narcisistico e tragicamente ripiegato su se stesso, raccontato con magistrale distacco ironico.

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Corsi e ricorsi della letteratura italiana portano ad una frequentazione maggiore o minore con certi autori: nel caso di Giuseppe Pontiggia, purtroppo, questi meccanismi non hanno generato l’attenzione che l’autore si meriterebbe, certamente inferiore a molti pochi colleghi nel secondo Novecento italiano.

Fortunatamente però le sue opere continuano a venir pubblicate e ad avere un pubblico –  ed esiste anche un Meridiano a lui dedicato: si tratta di una fortuna perché molti dei suoi romanzi sono capaci di parlare in maniera profonda e centrata ancora oggi, uno su tutti lo splendido Il giocatore invisibile, insuperato ritratto di un mondo accademico narcisistico e tragicamente ripiegato su se stesso, raccontato con magistrale distacco ironico.

Esce adesso un volume teorico di Pontiggia, Le parole necessarie. Tecniche della scrittura e utopia della lettura (a pubblicarlo è la casa editrice Marietti 1820, marchio importante che torna grazie al Centro Editoriale Dehoniano), che raccoglie due lezioni inedite e una conferenza dello scrittore e dà decisa testimonianza della sua grande abilità nell’insegnamento della scrittura.

A curare il volume è Daniela Marcheschi, da sempre studiosa dello scrittore e a cui si deve non solo il Meridiano ma anche molti altri suoi volumi. I tre materiali che compongono il libro si muovono tutti, pur partendo da luoghi diversi, verso una simile riflessione, quantomai attuale, sul valore della parola e sul rischio di indebolimento perpetuo che essa corre, in un’epoca in cui sempre più il valore delle immagini acquisisce ruoli decisivi. Pontiggia parte dalla considerazione che «non sappiamo molto parlare, e non sappiamo neanche molto scrivere» e da lì tenta di risalire al significato originario della parola.

Nel primo testo Le parole e la «rettorica» fa riferimento al suo uso nella società ateniese, al «deterioramento e impoverimento» del linguaggio a lui attuale (e siamo nel 1991) e al suo metodo di insegnamento, quello di «indicare esempi funzionali e mostrare anche i meccanismi della loro costruzione»; il secondo Come rendere più espressiva la scrittura, si muove in un territorio simile, come già si comprende dalla fulminante apertura: «Chi pensa che scrittori si nasce, si sbaglia. Troppi libri, troppo giornali, ci dimostrano il contrario. Sembrerebbe allora che lo scrivere – come il suonare uno strumento o il disegnare – presupponga l’acquisizione di una tecnica. E anche un atteggiamento diverso nei confronti della parola». L’ultimo testo infine, Leggere come felicità dell’utopia, sposta l’attenzione sulla lettura, altro «anello imperdibile della catena parlare-scrivere» come sottolinea Marcheschi nella sua introduzione: la lettura è per Pontiggia atto vitale, modo per rivolgere l’orizzonte al passato e al futuro nello stesso momento ma è anche un gesto di rispetto nei confronti della parola e del linguaggio, cioè verso tutto ciò di cui è composto l’uomo.

Un altro volume uscito quest’anno di Pontiggia è la sua tesi di laurea La lente di Svevo, testo che ci permette di aprire una parentesi su un altro inattuale, ma necessario, autore del nostro Novecento. Di Italo Svevo non è certo possibile scrivere qui, tanta e profonda è la sua opera (si può però rimandare agli studi di Lavagetto pubblicati da Einaudi, validi e imperituri viatici d’eccezione allo scrittore triestino), ma merita certamente di essere segnalata la monografia ad opera di Maurizio Serra Antivita di Svevo (pubblicata dall’editore Nino Aragno) che tenta di illuminare gli enigmi che da sempre minano le indagini biografiche, indagando quel confine che divide lo scrittore Italo Svevo dal borghese Ettore Schmitz. Su questo sottile e scivoloso discrimine concentra la sua attenzione Serra, diplomatico e scrittore oltre che fine storico, sui sentimenti di un uomo dalle mille sfaccettature, triestino, ebreo, di educazione tedesca ma di identità italiana, offuscato da vizi che mai tentò di nascondere ma soprattutto dedito alla scrittura, arma attraverso la quale costruire nuovi se stesso. Il confine tra arte e vita è in questo libro sagacemente setacciato, e l’appendice che segue le tre parti che lo compongono (L’inetto (1861-1898), Il fuggitivo (1899-1922) e Il vincitore (1923-1928)) con i dialoghi con scrittori come Magris o Edwards, lo portano ad occupare un ruolo centrale non solo nelle biografie sveviane, ma anche negli studi critici sulla sua opera.

Altra lettura fondamentale su Svevo è la tesi di Pontiggia a lui dedicata (meritoriamente pubblicata da EDB e con la cura ancora di Daniela Marcheschi) e questo per due aspetti principali: innanzitutto per l’attenta esegesi del testo sveviano e, in secondo luogo, perché questo testo costituisce un documento importante anche per comprendere le modalità attraverso cui Pontiggia esercita la lettura e la critica (Marcheschi definisce, a ragione, «vitale e profonda l’intuizione», «terse» le osservazioni di Pontiggia su Svevo). La tesi venne discussa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1959 ed è dedicata in particolare alle tecniche narrative dello scrittore triestino, abile narratore, per Pontiggia, di un nuovo tipo di umanità, quella novecentesca, che si trova gettata dentro una nuova e spaesante civiltà.

L’indagine di Pontiggia corre analitica seguendo una struttura decisa, con ognuno dei capitoli dedicati ad una declinazione della scrittura di Svevo (Il tempo, I personaggi, Il paesaggio, Il dialogo, Il linguaggio): in queste intense pagine critiche si iniziano a materializzare anche i caratteri che la sua scrittura farà propri, uno su tutti la chiarezza del dettato e del ragionamento (come detto oggetto privilegiato delle due conferenze pubblicate da Marietti), strumento indispensabile per assicurare alla letteratura un ruolo centrale, politico, all’interno della società. Nella sua introduzione Daniela Marcheschi, per molti anni vicina a Pontiggia, riesce a riassumere splendidamente la relazione dello scrittore con la letteratura, un’inclinazione oggi necessaria, anche come anticorpo ai narcisismi che ne attraversano i frequentatori: «La letteratura, quando la si ama davvero, si sente vivendone punto per punto la vocazione, la bellezza, e si conosce con i sensi, la memoria, la ragione vivendo, e si sente senza mediazioni in ogni momento».

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Benedetti, l’europeo https://minimaetmoralia.it/letteratura/benedetti-leuropeo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/benedetti-leuropeo/#comments Wed, 19 Oct 2016 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32321 Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede oggi (fonte immagine).

“Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua”: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos.

La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine,con l’auspicio di una sua effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

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“Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua”: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos.

La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine,con l’auspicio di una sua effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

Nottetempo presenta l’uruguayano Mario Benedetti, nato nel 1920 e scomparso sette anni fa, come “uno dei massimi narratori e poeti del Novecento” e sarà il caso, allora, di dare una sbirciata ai due libri che ha in catalogo, La tregua e Chi di noi. Il primo, scritto nei primi cinque mesi del 1959, inizialmente pubblicato dall’editore romano nel 2006 e riproposto in una nuova veste nel 2014, sarebbe un “piccolo classico della letteratura sudamericana”, “uno dei grandi romanzi novecenteschi”, ed è stato tradotto in decine di lingue, ma anche adattato per il teatro, la radio, il cinema e la televisione: più che un romanzo, però, questo è un diario che copre un anno o poco più di vita del protagonista, un impiegato prossimo al pensionamento che vive le proprie giornate di ordinaria solitudine, indecisione e mediocrità a Montevideo e le mette su carta con l’esplicita volontà di non “sembrare patetico”.

Vedovo con famiglia disastrata, ai componenti della quale estende l’amara conclusione: “ormai siamo tutti irrecuperabili”. Là fuori, la società uruguayana degli anni Cinquanta, al cui alto tasso omofobico si conforma il protagonista, che così reagisce alla scoperta che uno dei suoi tre figli è “finocchio”: “Avrei preferito che fosse uscito ladro, morfinomane, ritardato. Vorrei sentire pietà nei suoi confronti, ma non ci riesco”. Poca o punta, la magia quotidiana, almeno fino all’innamoramento per una ragazza che ha meno della metà dei suoi anni: è questa “la tregua”, la momentanea fuga dal proprio destino.

Se mi fidassi della mia psiche storica, il mio gusto eurocentrico assocerebbe Benedetti a Moravia – più che all’Italo Svevo di Senilità cui allude la quarta di copertina, forse –, al Moravia immaginario e giovane che avesse (anzitempo) rinvenuto e spalancato il baule di Fernando Pessoa: che avesse ritrovato e sfogliato Il libro dell’inquietudine, certo, ma senza lasciarsi intenerire da certe fughe astrali. C’è da dire che sembra difficile che Benedetti si lasci intenerire da alcunché: non da se stesso, cioè dalla possibile promozione di sé, dalle tendenze culturali che sarebbe stato agevole abbracciare, proprio come i suoi personaggi introspettivi non si lasciano abbindolare dall’analisi psichica freudiana e sembrano provare molta pietà verso gli altri e nessuna per sé stessi. Se freudismo c’è, è così annacquato (dall’Oceano che c’è di mezzo) da farsi subito universale disposizione dell’individuo al proprio esame asistematico, auto-confessione e fuga esistenzialistica dalla ripetizione ordinaria.

“Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me”: a riflettere è Miguel, uno dei tre protagonisti di Chi di noi, il “romanzo” tripartito con cui Benedetti esordì nel 1953, recentemente pubblicato da Nottetempo – tripartito perché si compone di un diario intimo, di una lettera e di un racconto, con i tre personaggi della vicenda che prendono la parola, a turno, in una giustapposizione anti-gerarchica, per esporre il proprio punto di vista.

Un triangolo amoroso li coinvolge e li sfianca: Miguel e Lucas incarnano l’uno per l’altro – un europeo sprecherebbe una maiuscola: “l’Altro” – un modello, e si potrebbeapprofittare, in un caso del genere, davvero “di scuola”, della metodologia girardiana del mimetismo inter-personale. (René Girard, al tempo della pubblicazione di Chi di noi, era appena trentenne e lontano da certe intuizioni: giusto per fugare ogni dubbio di reciproche influenze). Che cosa succede, quando uno dei due conquistatori immagina l’altro come un modello irraggiungibile e vincente? Che la combinazione amorosa si svela come self-fulfilling prophecy: quando temiamo che la nostra amata se ne vada con l’altro, sarà proprio questa nostra paura a spingerla verso quelle braccia sconosciute, che continuano a sembrarci più forti e capienti delle nostre, tanto che finiranno per esserlo davvero.

“Ho realizzato il mio unico proposito: essere il più sincero dei mediocri, l’unico consapevole della propria banalità”: Miguel, ancora, che avverte gli assalti di quella noia di sé che è invariabilmente in agguato. Alla massima sincerità, nella narrativa di Benedetti, risponde il dolore che non si sana e sanguina, e la letteratura non è altro che un distanziarsi dalla ferita, per mezzo di un artificio esile e riconoscibile: così, infatti, la terza voce del libro, quella dello scrittore Lucas, è tanto iper-letteraria da contraffare e mascherare l’esistenza dolente che le sottostà. Quello letterario, insomma, è l’atto della confusione inutile: quando comincia il teatrino dell’arte, nell’alzarsi dei suoi fumi, il dolore sembra sparire, ma resta la consapevolezza del trucco.

La vita rientra a modo suo, e fa strage di certi mezzucci: con le note a piè di pagina dello stesso Lucas, per esempio, crepe nel tessuto letterario che s’infittiscono e gettano ombre sul testo. Ma anche “la vita”, se non è quella interiore, la vita come realtà esterna, non è altro che un effetto secondario della partita che si gioca dal di dentro, nel dialogo imperfetto e non cerebrale del sé con se stesso: tanto basta per rendere complicata la scrittura dei tanti romanzi a una voce sola che sarebbero possibili, ma finiscono per sovrapporsi gli uni con gli altri – il romanzo perfetto è la voce sola di un uomo solo, la cui verità non sia contraddetta da quelle altrui.

Di certo, Benedetti non è uno attorno al quale sia possibile allestire mitografie, essendo la sua figura così refrattaria a quella stilizzazione eroica che tanta parte ha avuto, nelle fortune di altri conterranei (García Márquez, Bolaño…), e sembra che la sua narrativa abbia raggiunto il proprio vertice molto presto, con La tregua: un vertice relativo, non assoluto, perché diffiderei di certe iperboli e mi sarebbe difficile non considerare Benedetti come un ottimo “scrittore minore”. Poi, però, qualsiasi gerarchizzazione finisce per sembrarmi uno sgarbo, di fronte al sorriso così pudico e signorile dei suoi ritratti, e la smetto.

Proprio all’altezza di questo romanzo sui generis di Benedetti, negli stessi mesi, Goffredo Parise andava tirando le proprie conclusioni sulla sopravvenuta inutilità di questo genere letterario: un’inutilità non italiana e non europea, ma globale, dato che ogni società si stava imborghesendo e finiva per somigliare a tutte le altre, tanto che risultava impossibile la produzione di quei romanzi “ideologici” che fecero la fortuna del genere, fino all’esaurimento della prima metà del Novecento. Allora, Benedetti potrebbe essere un autore proprio di questa crisi, uno che continua a tentare la narrazione lunga e a ribadirne i fallimenti: è un cronachista domestico o, al massimo, urbano, incapace di romanzi, maestro di blocchi di testo brevi, che vanno fortunosamente a comporre qualcosa che sembra un romanzo, ma non lo è. Dopo, e per decenni, mi pare che egli si sia dedicato quasi unicamente alla produzione poetica e saggistica, ma aspetto chi ne sappia più di me.

Molto novecentesco,ma di difficile collocazione: primo-novecentesco nelle aspirazioni, più tardo negli esiti, e comunque immune dai colpi e contraccolpi teorici dell’epoca, sembra che Benedetti, come certi suoi personaggi, il secolo se lo sia lasciato scorrere dentro e che anche la geografia sia un’opzione non definitiva, se è vero che si avverte bene il suo essere latino e meno l’americanità, come controcanto epicizzante della Storia – Benedetti non ha alcunché di whitmaniano, né di paziano o walcottiano o nerudiano. Uno così sembra e non sembra smaliziato: è ancora naïf chi abbia oltrepassato le mode e le scuole semplicemente passeggiando, come non avvertendo ostacoli? (Questo articolo risente del passato colonialista dell’estensore, nonché della sua ignoranza tipicamente europea: con la promessa che cercherà di emendarsi, in futuro).

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Il nuovo https://minimaetmoralia.it/interventi/nuovo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nuovo/#respond Mon, 19 May 2014 10:20:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20790 Questo pezzo è uscito su Artribune.

La crisi socio-economica nel mondo culturale italiano coincide sempre più con il paradigma della desertificazione: in particolare, alcune tra le maggiori istituzioni dell’arte contemporanea vivono una fase di particolare debolezza e fragilità, tra disorientamento gestionale (l’impossibilità apparente di una ‘manutenzione del presente’) e assenza di una visione lunga che tenga conto dei mutamenti in atto e reagisca ad essi.

Nella città rumorosa la catastrofe che passa. Egli era venuto con il suo sguardo doloroso. Mangiava lentamente un dolce così tenero e così dolce che si sarebbe detto che stesse mangiando il suo cuore. Aveva gli occhi molto distanti l’uno dall’altro.

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Giorgio De Chirico La felicità del ritorno (1915)

Questo pezzo è uscito su Artribune. (Immagine: Giorgio De Chirico, La felicità del ritorno, 1915)

La crisi socio-economica nel mondo culturale italiano coincide sempre più con il paradigma della desertificazione: in particolare, alcune tra le maggiori istituzioni dell’arte contemporanea vivono una fase di particolare debolezza e fragilità, tra disorientamento gestionale (l’impossibilità apparente di una ‘manutenzione del presente’) e assenza di una visione lunga che tenga conto dei mutamenti in atto e reagisca ad essi.

Nella città rumorosa la catastrofe che passa. Egli era venuto con il suo sguardo doloroso. Mangiava lentamente un dolce così tenero e così dolce che si sarebbe detto che stesse mangiando il suo cuore. Aveva gli occhi molto distanti l’uno dall’altro.

Di quali processi più profondi sono le manifestazioni e i sintomi questi crolli che costellano il nostro tempo? Certamente, il collasso istituzionale rivela il nostro essere situati in una “soglia” (è questo il senso originario di crisi): già ben oltre la fine di un’epoca, e sul limite di quella nuova che inizia di cui non distinguiamo ancora perfettamente i confini – sebbene alcune caratteristiche strutturali siano già percepibili.

Tu sai quanto io sia profondamente umano, ma in Italia occorre un’energia sempre pronta contro quella schifosa tendenza che spinge tutti a mettersi comodamente a tavola sul corpo di un artista morto. Dobbiamo dare l’esempio. I vivi, i vivi soltanto sono sacri. Un’arte severa e cerebrale, ascetica e lirica che dalla magna terra ove nasce succhia lo spirito migliore, quello spirito che alcuni grandi costruttori italiani (non parlo solo di pittori) seppero stampare nell’opera loro come un bollo indelebile.

Vito Acconci, protagonista della scena artistica degli anni Sessanta e Settanta, ha dichiarato di recente di essere convinto che l’arte “abbia perduto il suo ruolo all’interno della società”. Infatti, rispetto ad altre discipline (come, a suo parere, l’architettura e il design), essa sembra aver smarrito la capacità di influenzare direttamente la vita delle persone e la realtà.

Ogni inquietudine s’avvia fatalmente a una calma con cui quella sostanza stessa che provocò l’urto inquietante si spiana e si distende in tutta la sua verità: è il processo naturale che conduce dal barbarismo al classico.

Sintetizzando al massimo, è possibile riconoscere una serie di processi e di trasformazioni che hanno riguardato le produzioni artistiche: la lunga sequenza che collega il ready-made di Duchamp a Warhol e alla concentrazione estrema, esclusiva sul ‘processo’ nelle elaborazioni dei baby-boomers occidentali, fino all’incontro di queste definizioni con il mercato dell’arte (che si è istituzionalizzato, così come noi lo conosciamo, esattamente tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta tra gallerie, fiere e biennali – per poi assumere la sua apparenza attuale lungo gli anni Novanta) ha lasciato pressoché esausto il terreno di ciò che è arte.

A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Ma, più che ci pensavo, più originale trovavo la vita. E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l’uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene.

È ormai divenuta una delle retoriche più resistenti del presente quella che fa riferimento in maniera ossessiva allo scollamento e alla distanza tra il “sistema dell’arte” globale (definizione che, nell’attimo stesso della sua onnipresenza, rivela la capacità di oscurare ogni altra interpretazione e punto di vista sull’arte: ma non è affatto stato sempre così, e anche questo concetto è un risultato storico, un’interpretazione) e le persone, il mondo, ciò-che-esiste-là-fuori.

E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Eppure, se questa retorica è così insistente, così pervasiva, al netto delle semplificazioni vuol dire che qualcosa di profondamente storto essa lo indica e lo riconosce.

Di quale partito, di quali uomini fidarsi? Tutti gl’idoli che egli aveva venerati avevano rivelato le loro magagne, in tutti aveva trovato presunzione, ignoranza, vanità, intransigenza, difetti e vizi insanabili. Egli rideva della sua antica ricerca d’un uomo capace di salvare la nazione: nessuno poteva nulla salvare. L’Italia, e come ogni altro paese del mondo, e il mondo intero, erano stati salvati e perduti, e risalvati e riperduti, per fatalità inevitabili, secondo leggi ignote. Né l’apparente salvazione era realmente uno stato prospero e felice, né quella che si giudicava rovina era veramente tale.

 

(I testi sono tratti da: Giorgio De Chirico, Il meccanismo del pensiero, Einaudi 1985; Filippo Tommaso Marinetti, lettera a Pratella, dicembre 1916; Giorgio De Chirico, in “Gazzetta ferrarese”, 18 giugno 1918; Alberto Savinio, “Anadioménon”. Princìpi di valutazione dell’arte contemporanea, “Valori Plastici”, I, n. 4-5, Roma, aprile-maggio 1919; Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La Rivoluzione Liberale”, 1, 23 novembre 1922; Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto, in Ossi di seppia, 1925; Federico De Roberto, L’Imperio, 1929.)

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Nuove frontiere, la scrittrice apolide e altri viaggiatori https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-valeria-luiselli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-valeria-luiselli/#comments Mon, 02 Sep 2013 13:40:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15334 Questo pezzo è uscito su Colla. (Foto: Zony Maya.)

di Marco Gigliotti

Che poi la libreria Koob non è mica così lontana. Voglio dire, è vero, devi prendere gli stessi mezzi che prenderesti per andare allo Stadio Olimpico – la metro fino a Flaminio, poi il tram fino a piazza Mancini –, ma ci sono due differenze fondamentali: la prima è che non sei circondato da migliaia di tifosi come per le partite di campionato, quindi aspetterai il tram per un minuto e non per un'ora; la seconda è che una volta sceso al capolinea ti basterà girare l'angolo per arrivare a destinazione.

La libreria è accogliente e ben organizzata: ha un angolo bar, una sala presentazioni, un calendario ricco d'eventi. Quello che c'è intorno invece mette un po' d'angoscia. I quartieri della Roma bene sono a due passi, ma contrastano nettamente con lo spettacolo offerto da piazza Mancini: capannelli di extracomunitari che bevono Peroni da 66 sul marciapiede e poi scalciano le bottiglie contro i muri; una coppia di zingari che rovista nei cassonetti e seleziona i rifiuti senza preoccuparsi di rimettere dentro gli scarti; un settantenne barcollante che bestemmia in romanesco e si lancia di testa contro ogni saracinesca che incontra.

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Questo pezzo è uscito su Colla. (Foto: Zony Maya.)

di Marco Gigliotti

Che poi la libreria Koob non è mica così lontana. Voglio dire, è vero, devi prendere gli stessi mezzi che prenderesti per andare allo Stadio Olimpico – la metro fino a Flaminio, poi il tram fino a piazza Mancini –, ma ci sono due differenze fondamentali: la prima è che non sei circondato da migliaia di tifosi come per le partite di campionato, quindi aspetterai il tram per un minuto e non per un’ora; la seconda è che una volta sceso al capolinea ti basterà girare l’angolo per arrivare a destinazione.

La libreria è accogliente e ben organizzata: ha un angolo bar, una sala presentazioni, un calendario ricco d’eventi. Quello che c’è intorno invece mette un po’ d’angoscia. I quartieri della Roma bene sono a due passi, ma contrastano nettamente con lo spettacolo offerto da piazza Mancini: capannelli di extracomunitari che bevono Peroni da 66 sul marciapiede e poi scalciano le bottiglie contro i muri; una coppia di zingari che rovista nei cassonetti e seleziona i rifiuti senza preoccuparsi di rimettere dentro gli scarti; un settantenne barcollante che bestemmia in romanesco e si lancia di testa contro ogni saracinesca che incontra.

Prima di andare in libreria sono entrato in un bar e ho chiesto del bagno. L’uomo al bancone mi ha guardato male, ha risposto che era occupato, così ho ordinato un tè freddo. L’ho bevuto molto lentamente, perché la presentazione di Carte false di Valeria Luiselli (La Nuova frontiera, 2013) sarebbe iniziata solo mezz’ora più tardi. Nel frattempo è rientrata la cassiera che stava fumando fuori. Aveva un tatuaggio sul braccio destro, una parola in sanscrito, o in un’altra lingua che non so riconoscere, che scendeva dalla spalla fino al gomito. Un altro molto più piccolo, il volto di Hello Kitty, appena sopra l’arcata sopraccigliare, accanto alla tempia. Mi ha dato il resto ed è rimasta a fissarmi. Mi sono reso conto di conoscerla e lei l’avrà capito dalla mia espressione, perché subito mi ha detto: «Ero fuori a fumare, non mi avevi vista?». Le ho chiesto se potevo usare il bagno. Lei mi ha risposto di sì e il barista ha sceso le scale per chiamare il cliente che lo stava occupando. Mi sono girato verso la cassiera che ha agitato il suo caschetto biondo per farmi cenno di no. Il barista da giù ha urlato: «Cinque minuti, ora esce». La cassiera ha scosso di nuovo la testa e mi ha detto: «È meglio se vai.»

Quando Valeria Luiselli, suo marito Álvaro Enrigue e Francesco Pacifico mi passano davanti, sono seduto su un divano e sto finendo di leggere le ultime pagine di Carte false. I primi due non mi salutano perché non mi conoscono. Pacifico ricambia il mio saluto inarcando il sopracciglio perché non ha idea di chi diavolo sia. È la terza volta che gli succede, di non riconoscermi, il motivo è che quando ingrasso qualcosa cambia nella mia fisionomia. Significa che i petti di pollo e le partite di calcetto ancora non hanno fatto effetto. Álvaro Enrigue è uno scrittore piuttosto affermato in Messico e in Spagna, i suoi libri sono pubblicati da Anagrama – la stessa casa editrice di Bolaño, e per lungo tempo di Marías e Vila-Matas –, ma qui non è stato ancora tradotto.

Tra la gente in sala non vedo nessuna delle facce che incrocio di solito alle presentazioni a San Lorenzo o al Pigneto. I più o meno giovani scrittori italiani, aspiranti scrittori, lavoratori precari dell’editoria vanno solo alle presentazioni dei libri scritti dai loro simili. O alle presentazioni degli scrittori statunitensi di minimum fax. Oppure è la distanza che li ha spaventati, o il caldo, o magari stanno iniziando a sparire, non lo so, sono mesi che non vado a una presentazione, e questo è un buon momento per sparire, licenziarsi da un lavoro che non ti fa arrivare a fine mese, smettere di fare finta che.

Mi siedo in prima fila, riconosco la traduttrice di Carte false, Elisa Tramontin, gli altri volti non mi dicono nulla, li classifico, forse sbagliandomi, come borghesi, ma borghesi veri, non classe media da macello, quelli, per intenderci, che non si dovranno preoccupare per il futuro delle prossime tre generazioni. Forse questa idea sbagliata me la dà la signora bionda che alla fine della presentazione parla con la Luiselli e le dice che ora che i suoi figli sono un po’ più grandi anche lei inizierà a scrivere. Poi chiama uno dei bambini, che ha portato con sé in libreria, e gli fa: «La signora scrittrice ha una bambina della tua età che vive a New York. Noi ci andiamo spesso a New York, vero Amilcare? E abbiamo già tanti amichetti lì, vero?»

Ho letto i due libri di Valeria Luiselli, Carte false e Volti nella folla (La Nuova frontiera, 2012) a Siviglia nel 2011, in poco più di ventiquattro ore, nel giorno di chiusura del bar di tapas dove lavoravo, approfittando della pioggia torrenziale che impediva di uscire.

Il primo si apre e si chiude a Venezia, con un racconto autobiografico: inizia con l’autrice che si reca al cimitero di San Michele per visitare la tomba di Brodskij e finisce con lei all’anagrafe che cerca di ottenere la residenza veneziana. Nel mezzo c’è un ritratto sentimentale dell’artista da giovane composto da un catalogo, solo apparentemente disomogeneo, di parole e luoghi.

Volti nella folla, invece, è un romanzo in cui si incrociano due vicende, entrambe ambientate a New York, ma in epoche diverse. Di una è protagonista una scrittrice messicana dei giorni nostri, che alterna il racconto di un passato sregolato tra amanti improbabili e il tentativo di pubblicare una falsa traduzione di Gilberto Owen al presente in cui è moglie di uno sceneggiatore e madre di due bambini. Il narratore dell’altra storia è invece lo stesso Gilberto Owen, che si aggira tra le strade della Grande Mela in compagnia di altri due famosi poeti, Federico García Lorca e Louis Zukofsky.

La presentazione viene introdotta dal direttore editoriale de La Nuova frontiera, Lorenzo Ribaldi, e subito condotta su binari informali da Francesco Pacifico. Valeria Luiselli, che è ancora più magra e più bella che in fotografia, muove le mani senza sosta. Pacifico le fa le domande in italiano, lei risponde in spagnolo, ma a volte, senza rendersene conto, passa all’italiano, che parla benissimo, dimostrando che le sue insicurezze al riguardo sono ingiustificate.

L’autrice racconta di essere nata in Messico, ma di aver abbandonato il suo paese già dalla prima infanzia, vivendo in luoghi diversi, dal Sudafrica all’India, a causa del lavoro dei suoi genitori. Carte False, spiega, nasce dall’esigenza di riavvicinarsi alla lingua materna, lo spagnolo, e di scrivere della sua città natale, Città del Messico. Ma presto diventa un testo sull’impossibilità di scrivere di Città del Messico. Francesco Pacifico si dice meravigliato della capacità della Luiselli di affascinare il lettore con un libro che sembra non avere un filo conduttore se non il punto di vista della narratrice sulla realtà. Carte false gli ricorda i saggi di Montaigne, aggiunge. L’autrice concorda con l’ascendenza letteraria e sottolinea che il saggio come strumento per descrivere sé stessi comincia già con Petrarca. La presentazione prosegue con la lettura di alcuni brani, con un simpatico battibecco sul livello di autobiografismo del libro – nonostante in Messico e USA il libro sia classificato come ensayo personal/personal essay, Pacifico sostiene che tale livello non si avvicina nemmeno lontanamente a quello preteso da un libro d’esordio di un autore italiano –, con un’interessante divagazione sull’eccessiva esibizione dell’intimità, che a volte sfocia nel pornografico, di autori come Philipp Lopate, Dave Eggers o Franzen.

Sarà che l’aspettavo da due anni, ma l’ora e mezzo della presentazione trascorre velocissima. Mi avvicino a Valeria per farmi autografare i suoi libri, poi la intervisto.

In che nazioni hai vissuto e che studi hai fatto?

Sono nata a Città del Messico nell’83 e nell’85 la mia famiglia si è trasferita a Madison, negli Stati Uniti. Siamo tornati per un brevissimo periodo in Messico, ma quasi subito siamo ripartiti per il Costa Rica, dove ci siamo fermati tre anni. Poi abbiamo vissuto in Corea del Sud per altri tre anni e mezzo e per quattro in Sudafrica. Mio padre era un diplomatico, è stato il primo ambasciatore messicano in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid, e mia madre lavorava per delle ONG, per questo ci spostavamo così spesso. Avevo quindici anni quando siamo tornati di nuovo in Messico, ma non sono riuscita ad ambientarmi benissimo così dopo un po’ ho chiesto un borsa di studio e ho avuto l’opportunità di frequentare un’ottima scuola in India. Ho trascorso un altro periodo in Messico, ho studiato filosofia e poi ho fatto un dottorato in letterature comparate alla Columbia University di New York, dove vivo tuttora.

Come hai iniziato a interessarti alla scrittura e alla letteratura in generale?

Ricordo la scrittura come un’attività che ho svolto fin da quand’ero molto piccola, indipendentemente dal mio interesse per i libri. Quando arrivai in Corea del Sud sapevo scrivere, ma non conoscevo l’inglese – studiavo in una scuola internazionale anglofona – e una delle prime cose che feci fu scrivere un presunto libro in inglese, che in realtà era fatto di una serie di fogli sui quali appuntavo e mettevo in relazione le parole che si pronunciavano in classe. Scrivere questo “libro” quotidianamente era il mio modo di stare in un nuovo ambiente, era un gioco che mi faceva sentire in uno spazio sicuro.

Per quel che concerne la lettura, fino all’adolescenza avevo letto solo in inglese. Poi ho iniziato a leggere Juan Rulfo, Cortázar e tutta una generazione di latinoamericani, che mi hanno segnato come scrittrice. Sono stati la porta attraverso la quale non solo ho avuto accesso a una letteratura e a una lingua, ma ho scoperto un mondo.

Le mie prime letture formative sono state invece traduzioni in inglese di autori come Robert Walser e Kafka. Più tardi sono passata a Hemingway, Fitzgerald, Orwell e a quel punto, quando avevo venti, ventun’anni, ho cominciato a sentire un’inquietudine tremenda verso quello che facevano queste persone. Quindi la scintilla è scoccata con gli anglosassoni, ma la tradizione latinoamericana ha sempre avuto un grande peso.

Come hai pubblicato il tuo primo libro?

L’ho scritto senza immaginare che l’avrei pubblicato. Avevo dei contatti editoriali tramite «Letras Libres», una rivista per la quale lavoravo, e una casa editrice giovane, Sexto Piso, ha deciso di scommettere su Carte false. È stata una scommessa ardita, perché non è comune che un libro d’esordio sia una raccolta di saggi, ma per fortuna è andata molto bene.

Quello che hai scritto finora ha una forte componente autobiografica. C’è una scelta formale, poetica, alla base di questo o dipende solo dal fatto che preferisci descrivere quello che conosci meglio?

Io direi che Carte false è un libro molto autobiografico, un libro dove le esperienze di vita, le esperienze di lettura e l’esplorazione degli spazi sono messe tutte sullo stesso piano. Il romanzo invece non lo è. Quella della narratrice è una voce vicina alla mia e c’è la materia prima di alcune esperienze che sono state romanzate, ma lo scopo non era quello di interrogarmi sulla mia vita e indagare la mia psiche. Può essere inteso come autobiografico in un senso più astratto, come romanzo che esplora il mio rapporto con la finzione.

Perché Carte false inizia e si conclude a Venezia?

Non era una cosa premeditata. Avrei voluto che fosse un libro su Città del Messico, l’ho scritto con lo scopo di legarmi alla mia città natale, di appartenere a uno spazio, ma paradossalmente il processo di scrittura mi ha costretta ad andare a Venezia, di cui ora ho la residenza per una serie di casualità, e poi a diventare abitante di New York. È strano come gli eventi della tua vita accadano in maniera letteraria se ti dedichi a scrivere letteratura. I libri finiscono col modificare la tua vita a un livello palpabile, reale.

Quali sono gli scrittori latinoamericani tuoi coetanei che ammiri di più?

Sono molto interessata all’opera della messicana Guadalupe Nettel. Senza dubbio ammiro una scrittrice che ha pubblicato da poco in Italia, Lina Meruane. Ho letto tutti i libri di Alejandro Zambra e ora leggiamo l’uno i manoscritti dell’altra e ci scambiamo consigli. Mi interessa anche un altro giovane cileno, Diego Zúñiga. E apprezzo molto la poesia del messicano Daniel Saldaña, che fra poco pubblicherà un romanzo. Potrei fare moltissimi altri nomi, ma sarebbe comunque una lista incompleta, ci si dimentica sempre di qualcuno, gli elenchi sono sempre ingiusti.

Credi che Roberto Bolaño eserciti un’influenza forte sulla letteratura latinoamericana attuale?

Ho letto I detective selvaggi e parte di 2666. E alcuni saggi, però i saggi non mi sono piaciuti. Credo che abbia un’influenza minore di quello che la critica internazionale pensa. I critici stranieri considerano molti di noi come piccoli Bolaño, ma spesso si sbagliano. È una figura importante, senza dubbio un ottimo scrittore, ma per chi conosce la nostra tradizione, è solo uno degli scrittori di questa linea, che recupera alcuni elementi dei suoi predecessori e gioca con altri, però di sicuro non ha iniziato nulla di nuovo. In ogni caso, secondo me, l’obiettivo più alto che ha raggiunto è aver scritto il secondo miglior romanzo su Città del Messico dopo La regione più trasparente di Carlos Fuentes. Per comprendere la vitalità e la libertà narrativa di Bolaño bisogna leggere i suoi predecessori, mentre la critica pensa che sia il grande spartiacque della nostra letteratura.

Qual è l’ultimo libro italiano che hai letto e qual è il tuo scrittore italiano preferito?

L’ultimo è un libro di Natalia Ginzburg, una delle mie scrittrici preferite, ma non l’unica. Mi piace moltissimo Italo Svevo. Invece Pavese non tanto, o meglio, non così tanto come pensavo che mi sarebbe piaciuto. Di autori più recenti ne ho letti davvero pochi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto scrivendo un romanzo ambientato in Sudafrica e sto per finire un racconto lungo che è una satira sul mondo dell’arte contemporanea. Questo romanzo nei miei piani dovrebbe essere più autobiografico, ma sospetto che mano a mano che andrò avanti questo elemento si perderà.

 

Quando torno a piazza Mancini, la cassiera del bar è sulla porta e sta fumando. Mi chiama e mi chiede se possiamo parlare. Sono stranamente calmo mentre la ascolto. Come se me lo aspettassi. Tornerò lì molto spesso, due volte alla settimana almeno. Ma questa è un’altra storia.

Mentre sono sul tram, con la fronte incollata al finestrino, penso al tessuto del tailleur che indossava la signora bionda della libreria, quella che va spesso a New York. Penso che anche mia madre, quand’ero adolescente, comprava tailleur del genere. Ora non più, continua a usare quelli vecchi, che però sono perfettamente conservati. Penso a mia sorella, che ha quindici anni, e per fortuna in questo periodo si accontenta di mettere gli shorts e le camicie che mia madre le compra al mercato.

Guardo la cassiera che fuma l’ennesima sigaretta e mi dico che mio figlio non avrà mai degli amichetti a New York, che sarà già fortunato se potrà venire a giocare ai giardini che stanno qua dietro e non saremo costretti a spostarci più in periferia. Mi dico anche, però, che un giorno troverò il modo di farlo viaggiare.

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Speciale Walter Siti – terza parte https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/speciale-walter-siti-terza-parte/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/speciale-walter-siti-terza-parte/#comments Fri, 05 Jul 2013 14:19:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14897 Pubblichiamo un testo di Andrea Cortellessa e una sua recensione a Resistere non serve a niente uscita su doppiozero il 2 luglio 2012.

Vincere non serve a niente?

di Andrea Cortellessa
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?» L’alternativa, fino a qualche tempo fa, non mi si poneva proprio. E invece – mi pare di non sbagliare: per una qualche ragione sottilmente sadomasochistica, proprio a partire dall’edizione successiva all’uscita di Senza scrittori – l’invito alla serata finale dello Strega mi arriva puntuale ogni anno. Ma solo stavolta sono restato incerto fino all’ultimo. Quest’anno poi, con mia grande sorpresa, il sempre gentile Stefano Petrocchi mi aveva anche invitato a far parte degli Amici della Domenica. Già allora, all’inizio dell’anno, i rumors davano per candidati alla vittoria due scrittori “veri”, Aldo Busi e Walter Siti. Non era elegante esplicitarlo, ma doveva significare qualcosa la coincidenza fra questa circostanza e l’offerta che mi veniva fatta. Già, ma cosa esattamente? Del resto anche Tiziano Scarpa, vincitore dell’edizione sbertucciata da Senza scrittori, era uno “scrittore vero”; e così due anni dopo Emanuele Trevi, perdente per un soffio. E cosa vuol dire la formula, poi ripetuta in tutte le salse, “stavolta ci sono gli scrittori veri”? Cos’è uno scrittore “non vero”? Di cosa parliamo esattamente, insomma, quando parliamo di Premio Strega? Domande senza risposta.

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Pubblichiamo un testo di Andrea Cortellessa e una sua recensione a Resistere non serve a niente uscita su doppiozero il 2 luglio 2012.

Vincere non serve a niente?

di Andrea Cortellessa

«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?» L’alternativa, fino a qualche tempo fa, non mi si poneva proprio. E invece – mi pare di non sbagliare: per una qualche ragione sottilmente sadomasochistica, proprio a partire dall’edizione successiva all’uscita di Senza scrittori – l’invito alla serata finale dello Strega mi arriva puntuale ogni anno. Ma solo stavolta sono restato incerto fino all’ultimo. Quest’anno poi, con mia grande sorpresa, il sempre gentile Stefano Petrocchi mi aveva anche invitato a far parte degli Amici della Domenica. Già allora, all’inizio dell’anno, i rumors davano per candidati alla vittoria due scrittori “veri”, Aldo Busi e Walter Siti. Non era elegante esplicitarlo, ma doveva significare qualcosa la coincidenza fra questa circostanza e l’offerta che mi veniva fatta. Già, ma cosa esattamente? Del resto anche Tiziano Scarpa, vincitore dell’edizione sbertucciata da Senza scrittori, era uno “scrittore vero”; e così due anni dopo Emanuele Trevi, perdente per un soffio. E cosa vuol dire la formula, poi ripetuta in tutte le salse, “stavolta ci sono gli scrittori veri”? Cos’è uno scrittore “non vero”? Di cosa parliamo esattamente, insomma, quando parliamo di Premio Strega? Domande senza risposta.

Come senza risposta resta l’altra domanda che mi vado facendo da qualche giorno, cioè che cosa esattamente voglia dire quando a Siti – ho assistito a due sue uscite, all’immediata vigilia della serata al Ninfeo – faccio i miei auguri. Me lo auguro, glielo auguro davvero, che Resistere non serve a niente vinca il Premio Strega? Non posso non pensare al passaggio-chiave di Scuola di nudo: «In una gara di sci la tragedia della mia vita: desidero sempre che vincano quelli per cui non faccio il tifo. Tutto è cominciato col terrore insopportabile che mio padre perdesse, e quindi tenevo per qualcun altro: tifavo contro di lui per non affrontare la disperazione di vederlo sconfitto. Da quel momento la passione superficiale si è divisa dall’appartenenza profonda: quelli contro cui mi schiero sono, in verità, i miei. Non dunque l’atteggiamento nobile di chi sta con i perdenti, ma quello pazzoide di chi vuole che perdano coloro per cui sta».

Secondo me è questo in realtà che pensa, Walter al Ninfeo prima che inizi lo spoglio, quando a qualcuno (che la mattina dopo lo riporta sul sito di Repubblica) dice: «Mi sono dato perdente già da ieri. È una bella tattica per restare tranquillo. Un esercizio zen. Tutto quello che viene è in più. Ho pregato fin dall’inizio il mio editore di non informarmi e di tenermi fuori dai meccanismi del premio perché mi rendeva ansioso». Non si è dato per perdente: ha fatto il tifo contro se stesso (e il suo conto in banca). Che è poi, come s’è visto e forse non solo per uno come lui, l’unico modo in cui si possa vincere.

Fatto sta che, come a malincuore avevo risposto di no a Petrocchi (a malincuore perché, per uno che ha il complesso di Redmond Barry, non può non far piacere andare a una festa dove prima si rifiutavano di invitarti), così alla fine, ieri sera, ho risolto di restare a casa. Per evitare l’ominosa diretta di Rai Uno, fino all’una passata mi sono barricato su Sky, prima nella replica di Lisicki-Radwanska a Wimbledon (entusiasmo smodato per le spalle muscolose, e luccicanti di sudore, della Serena Bionda che ha saputo mettere KO quella Nera!) poi in uno strampalato film a basso costo in seconda serata. C’erano dei tremendi teppisti adolescenti in un sobborgo di Londra che, perseguitati da alieni in forma di scimmioni vagamente kubrickiani ma coi denti fosforescenti (?), alla fine riuscivano a salvare la città dall’invasione, e uscirne come gli eroi del quartiere.

Quando distrattamente faccio il mio ultimo zapping, in televisione appare la faccia di Walter – smagrita e, mi pare, un po’ impaurita. La cornice, inconfondibile, è quella di Marzullo (anche se la trasmissione è in lieve differita, le domande sono state tagliate, si sente solo la voce dell’intervistato). «Siti da Marzullo», penso, «può voler dire una cosa sola. Anzi, due». La prima è che Resistere non serve a niente, come volevasi dimostrare, alla fine lo Strega lo ha vinto. La seconda è che il Premio, come volevasi dimostrare, è un dono avvelenato: non solo fa ammattire chi vi partecipa (come si è visto l’anno scorso), ma disintegra chi lo vince. Già la campagna promozionale del libro, quand’era uscito, non aveva promesso niente di buono. Walter da Fabio Fazio, per esempio, non mi era piaciuto neanche un po’. Era arrivato fino a citare Madre Teresa di Calcutta. Da Marzullo, poi. Pregustavo le battute da sborone, i sorrisi piacioni, i sogni che aiutano a vivere meglio. L’inizio della sua trasformazione in un mostro dai denti fosforescenti, insomma. Invece niente (solo qualche faccetta un po’ troppo gaudente mentre «la bravissima Giovanna Bizzarri» intona con sussiego la canzone da lui scelta, Et maintenant di Gilbert Bécaud). Niente. Piuttosto che a un mostro peloso e fosforescente, somiglia al teppista di periferia chiamato a salvare il mondo. Evoca persino – mise en abîme da manuale, in una cornice come questa – la rubrica di critica televisiva che tiene su «La Stampa», La finestra sul niente.

Gli mando un sms: «Auguri Walter: adesso sì che ne hai bisogno».

 

Futile

 

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste

Pleased to meet you
Hope you guessed my name,
But what’s puzzling you
Is the nature of my game

Rolling Stones, Sympathy for the Devil
 

Certo non inventava niente Walter Siti nel teorizzare, e ampiamente praticare, un «io sperimentale» quale narratore, punto di vista focalizzante e protagonista indiscusso dei suoi primi romanzi. Si ricorderà come già Italo Svevo, a proposito del suo Zeno, scrivesse a un ammirato Montale: «pensi ch’è un’autobiografia e non la mia». Ma, se si avvicina al vero quanto sostiene (esagerando) il Daniele Giglioli di Senza trauma (Quodlibet 2011) – che proprio quella che è invalso definire autofiction, insieme al noir “politico”, sia il genere egemone della narrativa italiana degli ultimi anni – ciò si deve principalmente a lui. All’esemplarità cioè che – presso i narratori più giovani, unico termometro fededegno d’autorevolezza quando i media guardano solo alle classifiche di vendita – s’è conquistato Siti, non tanto con l’esordiale e straripante Scuola di nudo (Einaudi 1994), quanto con la serie in apparenza compatta costituita da Troppi paradisi (ivi 2005), Il contagio (Mondadori 2008) e Autopsia dell’ossessione (ivi 2010; opere, in realtà, fra loro assai diverse e per certi versi l’una in polemica con l’altra; è vero infatti quanto gli viene rimproverato – che Siti scrive tanto, forse troppo – ma altrettanto vero è che gli addendi di questa serie tutt’altro che seriali risultano a una lettura ravvicinata).

Che rispetto a questo ciclo (o pseudo-ciclo) Resistere non serve a niente segni una decisa soluzione di continuità lo dice lo stesso Siti. Persino con brutalità. Nella prima pagina della narrazione (dopo due cornici iniziali): «La condanna di Antonio Franchini (l’editor della Mondadori) a proposito del mio ultimo» – Autopsia dell’ossessione appunto, pubblicato dalla SIS in stagione punitiva e col minimo sindacale di tiratura – «era stata esplicita, lapidaria nella sua rozzezza: “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Così m’ero proposto di non deludere più nessuno, avrei espulso l’erotismo omosessuale dal mio orizzonte letterario» (19). Naturalmente l’affermazione appena citata – lo ha scritto Marco Belpoliti su L’Espresso – ha il valore di una negazione, in senso freudiano; ma è invece genuina quale presa di distanze dalla propria tradizione. Cioè appunto dall’interrogazione dell’io sperimentale quale fine (e insieme mezzo) dell’opera. Se è frocio, in termini non denotativi ma metaletterari, un libro il cui unico personaggio che conti si riveli quello con le fattezze del proprio autore (un testo omodiegetico, cioè, per dirla col gergo narratologico; e, aggiungo, omofocalizzato), viceversa sarà eterosessuale (cioè eterofocalizzato) un testo in cui il personaggio che conta è un altro. Cioè un personaggio “vero”, tridimensionale – round, «tondo», come lo definiva l’Edward M. Forster di Aspetti del romanzo (in contrapposizione a quelli flat, «piatti», stereotipicamente bidimensionali). E sarà, si può aggiungere, un vero romanzo quello che ruota attorno al centro di gravitazione d’un simile personaggio. Mentre altra cosa – seppur splendida – erano da considerarsi i testi precedenti.

Ed è allora davvero Resistere non serve a niente il primo, “vero” romanzo di Siti. Tale mi era potuto apparire, per la verità, già il precedente Autopsia dell’ossessione (rinvio a quanto scritto sul «Caffè illustrato», 57, novembre-dicembre 2010): nel quale uno dei passi saggistici metanarrativi che vi intercorrevano diceva che «Il grande nemico dell’ossessione è mettersi nei panni dell’ossessionante; per questo l’ossessione, pur essendo una storia, è il contrario del romanzo» (p. 209). Materia prima di Autopsia dell’ossessione era appunto, almeno in apparenza, il mettersi nei panni dell’ossessionante rivale (nella passione per il culturista marchettaro Angelo): la bravura di Siti consisteva in quel caso nel condurre l’intero testo da quel punto di vista senza però poter evitare, né voler dissimulare, il rispecchiamento dei rivali l’uno negli occhi dell’altro. Danilo Pulvirenti, l’antiquario fanatico protagonista di Autopsia dell’ossessione, si rivelava così un vero e proprio doppelgänger del «professore bavoso» (p. 203) che l’aveva fatta da protagonista nei libri precedenti (non senza tornare tale, a tradimento, nell’ambiguo lieto fine appiccicato a forza allo scenario fosco e delirante che lo aveva preceduto). Allo stesso modo, della “pseudotrilogia” dell’io sperimentale, Autopsia si rivela specchio rovesciato; un’abiura che dissimula una variazione sul tema. Un gioco di prestigio, insomma.

Resistere non serve a niente fa un passo ulteriore. Il protagonista indiscusso, il «feroce bankster» (come si autopresenta a p. 26) Tommaso Aricò – proveniente da un ambiente degradato che pare uscito dagli scenari del Contagio, e oltretutto omonimo del protagonista di Una vita violenta di Pasolini – che giovanissimo accumula una fortuna smisurata grazie ai micidiali hedge funds e ad altri non meno mortiferi paraphernalia finanziari, non è semplicemente un doppio, una maschera, una proiezione dell’autore. Non mancano neppure qui, si capisce, giochi di specchi fra lui e chi dice «io» (e che alla fine, 316, viene chiamato «Walter Siti»): le psicologie dei due, nello studiarsi con attenzione, tendono sempre più a commisurarsi l’una all’altra («Eccoci ancora di fronte, sempre più simili l’uno all’altro ma diversi da come eravamo partiti», 311).

Ma ciò non toglie che Tommaso resti, dall’inizio alla fine, un “vero” personaggio. Non è solo perché ha conosciuto la «prigione mobile» (103) dell’obesità, insomma, che è un personaggio «tondo» secondo la dicotomia di Forster. Il quale ne indicava un esempio nella Becky Sharp della Fiera delle vanità di William Thackeray: arrampicatrice sociale che sempre resta, anche all’apice del successo, dolorosamente consapevole del fango da cui proviene («l’unica cosa che gli importa», si dice di Tommaso, «è mettere più cielo possibile tra il sole del futuro e le proprie radici avvelenate, analfabete»: 90). Glielo dice in faccia, l’autore al personaggio: «M’ero programmato un Thackeray e mi ritrovo tra le mani un Philip Roth, se va bene…» (168). Mentre infatti Thackeray entra direttamente nella testa di Becky, come l’ottocentesco narratore onnisciente che è (differente però la strategia dello stesso autore in Barry Lyndon, in cui è il protagonista a narrare la propria parabola), il narratore del 2012 in un simile ruolo si trova comprensibilmente a malpartito («onnisciente sarebbe solo Dio, se esistesse», commenta a p. 50), e sebbene annunci il proprio «ritiro» dalla scena della narrazione non se ne allontanerà mai del tutto: tornando a farvi capolino in più d’un’occasione e in effetti continuando a svolgervi, dall’inizio alla fine, quanto meno il ruolo di “microfono” del Marlowe di Conrad (o dello Zuckerman di Roth, appunto).

Ciò non toglie che Tommaso riesca, proprio come quelli di Thackeray, un personaggio irresistibile. Non serve a niente resistere, infatti, ai “ganci” per l’immedesimazione, agli ami per il lettore che Siti a profusione dissemina nel costruirlo: la furia di riscatto (dalla catastrofe sociale di partenza – il padre è un killer della mafia carcerato da una vita – ma anche dall’handicap corporeo dell’obesità), il talento inspiegabile e appunto irresistibile (è un personaggio che conta anche perché dispone di un genio illimitato nella matematica), il cinismo strafottente (e dunque simpaticissimo), la neppure troppo segreta vena nichilistica («il progetto che affascinava Tommaso era quello di distruggere il mondo», 228, e si pensa proprio alla conclusione della Coscienza di Zeno quando, a p. 234, si parla di «un libro-ordigno») dipingono una figura, oltre che memorabile, appunto straordinariamente coinvolgente. Il miracolo di Siti – luciferino miracolo – consiste però nel farci appassionare così tanto a un personaggio che nel corso della narrazione si rivela – assai più del Pulvirenti di Autopsia dell’ossessione – un vero demone. Una figura del Male, cioè.

Un personaggio «tondo», dice Forster, si riconosce perché «cresce e cala e ha sfaccettature come gli esseri umani» (1927, trad. it. Garzanti 1991, p. 78). Si modifica, cioè, davanti ai nostri occhi mentre leggiamo: mentre la sua vita ficta si snoda nella narrazione. Ed è esattamente quanto succede a Tommaso in Resistere non serve a niente. Il romanzo prevede infatti non uno ma due snodi (o, avrebbe detto Henry James, due giri di vite) che, del personaggio in questione, mutano profondamente la natura. Nel capitolo programmaticamente intitolato «Il patto cambia», si viene infatti a sapere che Tommaso, nel mondo astratto e immateriale della mega-finanza sul quale surfa in modo impareggiabile, non è solo il più spregiudicato fra coloro che si muovono nella zona grigia tra legalità e illegalità; ben al di là di questo ci sono i capitali mafiosi che in realtà – veniamo a sapere – usano questo suo talento come proprio strumento. Al narratore confessa infatti (225): «se arrivo prima su certe informazioni non è perché sono così bravo… sono anche bravo, ma ho sempre potuto contare su un aiutino. […] Da parte di gente che le cose le può anche modificare… sanno quello che succederà perché lo fanno succedere loro…». Zuckerman-Siti gli chiede allora: «Stai dicendomi che sei sostenuto, o addirittura fai parte di una associazione criminale?». E Tommaso gli risponde divertito: «Questo ti farebbe orrore?».

La domanda è ovviamente retorica; se Tommaso attrae il narratore è proprio perché si muove in quella zona grigia. Ed era difficile non nutrire anche prima il sospetto che la linea d’ombra del crimine, Tommaso, l’avesse da tempo attraversata (i due all’inizio, nello stringere il loro patto irridendo compiaciuti i moralismi e le ipocrisie dei «fighetti di sinistra», si complimentano a vicenda: «“È intelligente”: lo pensiamo l’uno dell’altro ed è l’alibi di entrambi», 46): «Se tu non mi avessi già giudicato» – e dunque implicitamente  assolto, osserva Tommaso – «non ti saresti spinto così avanti» (225). Infatti il capitolo seguente, il cui titolo parafrasa il passo evangelico posta da Leopardi in esergo alla Ginestra («Gli uomini preferiscono le tenebre»), porta Zuckerman-Siti a diretto contatto con un capomafia, Morgan Lucchese, che di Tommaso è più o meno coetaneo e strutturalmente è in sostanza un suo doppio, solo più esplicito e privo di sfumature: il che consente all’autore di esplorare nei dettagli anche tecnici il bicefalo sistema finanziario-criminale che fa da sfondo al romanzo (con tanto di doppio grafico, alle pp. 274-5, dell’architettura dei clan di Cosa Nostra a specchio di quella delle «banche depositarie» più o meno off shore – citate sono anche Barclays, Morgan Stanley, Unicredit…).

È questo il tratto “savianesco” del libro (il nome di Roberto Saviano, sul quale in passato Siti ha scritto pagine di grande intelligenza, figura tra i ringraziamenti): il corpo contenutistico che furbescamente gli ha conquistato una sorprendente visibilità mediatica (con tanto di comparsata televisiva da Fabio Fazio). Ma la sua reale sostanza è ben altra. E infatti pressoché opposta funzione a quella che ha in Gomorra, a ben vedere, ha in Resistere non serve a niente la stessa presenza “viva” e non stereotipata della criminalità. Se qualche lettore intelligente (e non troppo benevolo) di Saviano ha potuto osservare che la plasticità e la vividezza della sua rappresentazione di quel mondo si deve anche alla sua omogeneità antropologica con esso, e all’ambigua attrazione di cui si venano la sua esecrazione e la sua denuncia (attrazione con ogni probabilità contraccambiata da chi per ritorsione lo ha condannato a morte), non si può immaginare antropologia più distante di questa, invece, dall’esperienza di un Siti cresciuto – come insegna Scuola di nudo – entro la serra protetta e soffocante della Scuola Normale di Pisa. È proprio questa distanza ad attrarlo: e a fargli desiderare così tanto, come già nei confronti del mondo borgataro dei libri precedenti, di esporsi al suo contagio. Solo che, a fronte del capitale simbolico (e non solo) mobilitato dall’universo orrendo di Morgan Lucchese, il piccolo spaccio del quartierino e la marchetteria borgatara del libro che al Contagio s’intitola sono spiccioli d’abiezione, argent de poche dello scandalo.

Ma soprattutto, come si diceva, la prospettiva di Siti è simmetricamente inversa a quella di Saviano: ammesso che in questi vi sia, un’attrazione segreta per l’oggetto della propria esecrazione, quella di Gomorra è per l’appunto un’esecrazione. Che infatti si struttura (non solo retoricamente, come dimostrano le successive conseguenze) come una denuncia. Simmetricamente inverso, Resistere non serve a niente sotto l’apparenza di una denuncia (come è stata presa dalla ricezione mediatica di cui sopra, in qualche modo incoraggiata da ipocrite dichiarazioni pubbliche dell’autore) ha invece proprio l’attrazione, quale sua reale molla conoscitiva.

Un’attrazione, del resto, tutt’altro che segreta. Dal momento che sin dall’inizio il rapporto fra chi scrive e chi viene scritto si presenta come scambio di favori: Tommaso risolve il cruccio abitativo dello scrittore sfrattato (acquistando l’immobile in cui risiede), «e io in cambio scriverò un libro sulla sua vita (“devi dirmelo tu chi sono”)» (49) non esente da un certo ammiccamento da spin doctor («pensa piuttosto a combinare qualcosa di glamour che renda giustizia alla nostra categoria», incita Tommaso il suo beneficiato cliens, «…sono stufo di quelle robe americane che ci fanno sembrare tutti degli isterici», 50). Ma nel momento in cui «il patto cambia» si fa evidente che una tale «complicità può non essere simbolica» (si dice «Walter» a p. 215).

Se fino a quel momento la complicità del narratore-portavoce era infatti coi provocatori disvalori di un simpatico avventuriero, un immoralista in sedicesimo del quale ritrarre, a contorni neppure troppo acidi, l’irresistibile ascesa come un Hogarth del ventunesimo secolo, ora i giochi cominciano a farsi seri. Quel che più interessa, dal punto di vista strutturale, è che se il personaggio di Tommaso come detto si modifica – avvitandosi verso il peggio – non si modifica, di contro, l’atteggiamento del narratore nei suoi confronti. La presenza scenica di «Walter», anzi, da questo momento in avanti si intensifica. E non certo per contrastare le idee e i comportamenti di Tommaso. È questa la sua vera complicità. La simpatia e l’immedesimazione che eravamo pronti a concedere al Barry Lyndon della finanziarizzazione, in una sorta di scivolamento progressivo e costante, siamo ora indotti a provarla anche per il quaquaraquà di Cosa nostra, il consigliori dei corleonesi, l’Harry Potter delle cosche. E poi, ancora oltre.

Difatti ho parlato di un secondo giro di vite. Che ci porta in un territorio estraneo alla cronaca finanziaria nonché alla cronaca nera; ma più in generale estraneo ai ritmi, ai linguaggi, alle temperature della cronaca tout court. Un territorio di pertinenza della letteratura, invece: forse ancor più che della filosofia che, pure, tanto lo ha indagato. È nel territorio del Diavolo che entriamo, nella dimensione del Male (nella «Nota al testo» conclusiva, Siti ammette ma non spiega: «La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso», si limita a osservare a p. 319). Sempre nel capitolo-chiave, «Il patto cambia», «Walter» si trova nella necessità di far visita al luogo-simbolo d’aggregrazione di coloro che oggi si oppongono allo stato di cose esistente: il Teatro Valle occupato, a Roma. Senza neppure uno dei commenti che ci attenderemmo, il suo occhio percorre «gli eterni look da okkupazione», descrive gli striscioni e gli slogan, annovera le presenze inevitabili del «vecchio Bifo», della Guzzanti, di Monicelli (in effigie), di Concita De Gregorio Lidia Ravera Teledurruti gli attori politicizzati e insomma tutto il radicalscicchismo in precedenza acutamente irriso e moralmente disintegrato. Poi però, al momento di uscire, si imbatte «in una specie di clown, non capisco se maschio o femmina», il quale «alza le dita a V, le guance e le sopracciglia impiastricciate di glitter» e gli dice «hasta la victoria siempre». Al che il narratore commenta, a sintesi di quanto pensa di quel luogo e di ciò che rappresenta: «Come no? E la bellezza salverà il mondo» (224). La frase, si sa, è quella attribuita al Principe Myškin nell’Idiota, e nella cultura postmoderna – al netto dell’ambiguità di Dostoevskij, com’è ovvio, qui invece ripresa e accentuata sino allo scherno dall’esibita carnevalizzazione – rimbalzata ossessivamente, nei contesti più diversi (sino a figurare tatuata sul braccio del tennista serbo Janko Tipsarević, per ciò stesso appellato “filosofo” dai colleghi dell’ATP), come slogan consolatorio, generico e, dunque, semanticamente vuoto.

Il sarcasmo sferzante col quale viene ripetuta dal narratore è la sintesi, in epitome, dell’atteggiamento anti-virtuistico e immoralistico di Siti, dei suoi intenti da «demoralizzatore totale» (come una volta si definì James G. Ballard). Quella che si condensa con aforisma memorabile nel titolo Resistere non serve a niente, insomma, non è l’ideologia solo di Tommaso, o di Morgan. «Il lato oscuro della globalizzazione» (216) – quello in cui, con un altro dei micidiali aforismi che scandiscono il testo, «le vittime sono invidiose dei carnefici», 282 – viene presentato come qualcosa cui non ha senso opporre resistenza, appunto, perché iscritto nella natura delle cose. E infatti nei discorsi diretti dei personaggi viene illustrato con metafore prese dalle scienze naturali («la finanza mondiale è irresistibile come la marea e noi dobbiamo essere la Luna», dice Morgan a p. 240; Tommaso parla di «calamità naturali, terremoti e tsunami», 219). Le stesse usate però dalle parole del narratore, che per lunghi tratti del resto parafrasa senza virgolette quelle dei personaggi. Per esempio a p. 217: «la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre». Un sottile quanto insidioso scivolamento mimetico fa sì, dunque, che la medesima metaforologia “naturale” si ritrovi anche nelle parole direttamente pronunciate dal narratore (il quale per esempio definisce la situazione finanziaria una «slavina generalizzata» a p. 153), laddove non si trova a parafrasare alcunché.

S’è detto che il narratore si fa strumento di Tommaso (al modo in cui Tommaso, come s’è visto, si rivela strumento di Cosa nostra) «ai limiti del favoreggiamento e oltre». Tanto è vero che, proprio qui, egli si autodefinisce «un utensile dismesso» (243). Ma il modo in cui si fa strada nel testo l’ideologia dell’autore, per gradi e insensibilmente, suggerisce come a essere vero sia – piuttosto – il contrario. È l’oltranza provocatoria degli atteggiamenti e degli statements di Tommaso a consentire a Siti di prendere posizioni, ed esprimere giudizi, in modi sconosciuti ai suoi libri precedenti (che se “scandalizzavano” era proprio per la compiaciuta epochè praticata dall’autore sulla materia trattata: «Il mio destino è osservare la vita», diceva Troppi paradisi a p. 57, «non sono fatto per intervenire o per schierami. Dimenticare, glissare, saltare»). Verso la fine, invece, il narratore di Resistere non serve a niente si rivolge al personaggio in questi termini: «forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore» (a p. 314).

Più d’una volta (per esempio a p. 42, a p. 49, a p. 167) Tommaso viene paragonato a un alieno, un extraterrestre. E in effetti il titolo del romanzo di Siti ricorda irresistibilmente, è il caso di dire, la frase-slogan dei Borg, gli arci-nemici appunto alieni dell’equipaggio dell’Enterprise nella seconda serie di Star Trek (1987-94; la prima serie si trova citata, en passant, in Troppi paradisi a p. 9): Resistance is futile (slogan che scopro – http://en.wikipedia.org/wiki/Borg_(Star_Trek) – essersi poi ampiamente diffuso nella cultura pop contemporanea). È almeno in apparenza su un supporto differente dall’io sperimentale d’antan, insomma, che Siti ha voluto sperimentare un innesto di quelli acrobatici, davvero transgenici: quello di un’ideologia aliena, in quanto tale disumana, su una psicologia umana, troppo umana (e infatti irresistibilmente coinvolgente). Del resto il narratore lo confessa, rivolgendosi sempre a Tommaso: «sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori dall’umano ci fosse qualcosa… può darsi che tu abbia scelto l’evangelista sbagliato» (170).

Che Siti abbia sempre avuto nostalgia di una dimensione extra-umana della quale sognarsi partecipi (o dalla quale sospettare di provenire) lo dice la quantità di riferimenti alla mitologia gnostica cosparsi nei suoi libri precedenti; ma qui, blasfemo, aggiunge la dimensione cristologica (meta-umana, appunto). Seppure in modo deforme e imperfetto, e in forma di parziale preterizione, egli si presenta qui, infatti, niente meno che come l’evangelista di Tommaso (suo il nome, fra l’altro, dell’autore del più conosciuto dei vangeli gnostici): proprio al modo in cui, con ambiguità tormentosa, Dostoevskij si presentava quale evangelista del nuovo Cristo – Myškin, appunto.

Ma come quello a Saviano (si parva licet) anche il riferimento a Dostoevskij di Siti è perverso, infido, profondamente traditore. Perché mentre l’invenzione di Myškin rappresentava una provocazione in quanto Dostoevskij aveva preteso di farne l’«uomo assolutamente buono» (come scrisse alla nipote Sonija Ivanova), l’adesione di Siti ai valori di Tommaso è provocatoria in quanto egli incarna, al contrario, l’assolutamente cattivo. Non certo in quanto speculatore finanziario, e neppure perché complice della mafia. Parlavo prima, infatti, di un secondo giro di vite narrativo, che sposta ulteriormente in avanti (se così si può dire) l’asse morale di Resistere non serve a niente. Un giro di vite che si colloca nelle ultime trenta pagine del testo e che si consuma, dunque, davvero a tradimento: quando il lettore s’è cioè abituato a concedere a Tommaso, se non l’adesione incondizionata della prima parte, almeno l’ambigua attrazione della seconda.

I suoi lettori sanno come il più lacerante emblema del Male sia rappresentato, per Dostoevskij, dalla sofferenza dei bambini (c’è anche, sul tema, una ricca monografia italiana recente: Angeli sigillati di Antonina Nocera, Franco Angeli 2010). Dal primo romanzo, Povera gente, sino alla disputa fra Ivan e Aleša Karamazov nell’opera ultima, è questo enigma a sostanziare la sua implacabile interrogazione metafisica. E non è un caso che tanto spesso ricorrano, nei suoi intrecci, le violenze inflitte all’infanzia incolpevole – soprattutto nella forma più spregevole, quella dell’insidia sessuale. Come ha fatto notare il giovane George Steiner nel suo mirabile Tolstoj o Dostoevskij (1959, trad. it. Garzanti 1995, pp. 197-8), il Diario di uno scrittore registra con insistenza morbosa i casi di violenza contro i bambini, e anche alle radici di Delitto e castigo – documentate dagli abbozzi – figura la passione sadica per i «bambini violati» di Svidrigajlov, questa specie di doppio iperbolico (e destinato alla catastrofe) di Raskol’nikov.

Sicché si può dire che fermenti sempre questo medesimo plesso lancinante, alle radici del tema dell’atto gratuito che da quest’opera di Dostoevskij, come si sa passando per Gide, s’è imposto alla coscienza moderna. In ogni caso, sintetizza Steiner (op. cit., p. 199), «Dostoevskij considera la sofferenza dei bambini, e soprattutto la loro degradazione sessuale, come il simbolo del male concentrato in un’unica azione irreparabile. […] Torturare o violentare un bambino equivale a profanare nell’uomo l’immagine di Dio proprio dove essa è più luminosa. Ma, ancor più spaventosamente, è mettere in dubbio la possibilità di Dio, o, con una formulazione più rigorosa, la possibilità che Dio abbia una qualche affinità con la sua creazione» (è appunto questo il rovello di Ivan Karamazov).

Nell’ultimo capitolo di Resistere non serve a niente, intitolato «Che cos’è una magnolia?», torna il tema faustiano («siamo davvero i nuovi alchimisti, i soli che si orientano nel pianeta in bollitura», 107) del «patto». All’inizio s’era saldato in questa chiave il rapporto fra Tommaso e il suo «evangelista» narratore; ma ora la sua natura demoniaca – proprio come, in precedenza, la «complicità» fra i due – non può più considerarsi con tanta facilità «simbolica». Quello che stringono Tommaso e un industrialotto alla canna del gas viene definito, infatti, «un patto che non è di questa terra» (298). L’industrialotto riesce ad avere Tommaso a cena, e gli piacerebbe cavarsela come in qualche commediaccia all’italiana: offrendogli – in cambio del finanziamento in grado di evitargli la revolverata alla tempia – i favori di una moglie più che consenziente. Ma Tommaso, che di «super-merce» (204) muliebre ne consuma già sino alla noia, decide di rilanciare («I peccati banali non mi interessano», 296): quella che chiede all’industrialotto – che a tale richiesta quasi non fa una piega, badando soprattutto ad assicurarsi che il corrispettivo bonifico venga versato in anticipo – è la figlia dodicenne.

Quando si produce l’incontro con Isabella, Tommaso scruta nei dettagli, con disgusto sottile che tuttavia non lo fa perdere d’animo (proprio come accadeva all’Humbert Humbert di Nabokov), il suo «corpo non specializzato», grassottello e sudaticcio. È chiaro che non prova alcuna attrazione per lei. Tommaso non è un pedofilo. Il suo, infatti, è in realtà un “patto” con se stesso: un perfetto atto gratuito dostoevskiano. «Sotto la maglietta non porta reggiseno perché il seno è solo abbozzato, sembrano le mammelle di un maschietto obeso; com’ero io, pensa Tommaso, e il cazzo gli dà segni di vita» (299). Così può succedere quello che deve succedere. Al che il narratore, in clausola, fa due distinti (e direi opposti) commenti: «la dignità umana è una bufala» (che è quanto viene da pensare, dopo, a Tommaso) e «Lo schifo può essere una soluzione» (nel senso – abbastanza ipocrita – che «se i desideri che conducono al peccato cominciano a ripugnarti, forse qualcosa di nuovo può cominciare»: 302).

In modo come s’è visto perfettamente dostoevskiano, in realtà, l’episodio serve al personaggio di Siti quale eclatante argomento di anti-teodicea, sull’assenza o indifferenza di Dio cioè (già il tema-guida di Troppi paradisi, si ricorderà, era orientato nella medesima direzione: «il consumismo è una protesta per l’inesistenza di Dio», p. 133). Le spie in tal senso, in Resistere non serve a niente, sono numerose. Al padre di Isabella che tenta di giustificarsi per la goffa e pecoreccia profferta di sua moglie, a sorpresa Tommaso risponde: «Che credo in Dio, lo sai?» (296). Ma, quando poi lui gli fa la sua controfferta, l’unico barlume di resistenza che riesca a opporgli l’industrialotto suona: «Chi te l’ha ordinato? Dio, non credo…». Al che Tommaso risponde, coerente con tutto ciò che ha detto e fatto sino a quel momento: «La responsabilità è tutta mia, non c’è nessun altro di mezzo» (297).

E infatti tutto il suo comportamento, nella narrazione, è ordinato alla smentita e alla cancellazione del disegno divino: il suo gioco superiore – che in pochi istanti, con un click di mouse, mette a repentaglio i destini di interi paesi e popolazioni – lo definisce «un gigantesco risiko, uno sberleffo cosmico» (251). Mentre un giorno il suo doppio Morgan, a Cipro ascoltando ubriaco Amy Winehouse, alza gli occhi al cielo e, nello «spazio vuoto tra una palma scarmigliata e l’altra, quel che crede di leggere non è un miracolo né tanto meno un perdono ma piuttosto un permesso, una tabula rasa» (264). È appunto la tabula rasa nichilista – la febbre di Kirillov nei Demoni – che a questi personaggi permette, e anzi in qualche modo impone, di tuffarsi nell’estasi del Male.

Ma se di fronte a loro l’atteggiamento del narratore «Walter», come abbiamo visto, è di sostanziale e incrollabile complicità, non riesco a non interrogarmi – giunto a questo punto – su quale sia, invece, l’atteggiamento dell’autore Siti. So bene di commettere in tal modo la più clamorosa delle ingenuità, di infrangere la prima norma che governa ogni narrazione “inattendibile” quali sono sempre e in particolar modo, a dispetto delle apparenze, quelle di Siti. Ma a questa tentazione, stavolta, non ho modo di resistere. La cosa che mi ha davvero infastidito nell’atto appena descritto di Tommaso (e lo ha fatto molto), è un suo aspetto in apparenza marginale. S’è detto che il suo gesto non ha moventi passionali, sessuali. Non ha cioè alcuna parte, in esso, il Desiderio – primo motore immobile, invece, di tutti i libri precedenti di Siti. Quello di Tommaso nei confronti di Isabella è uno stupro tutto intellettuale, e anzi come s’è visto addirittura (a)teologico. Forse rappresenta un’altra ingenuità chiedersi il perché di qualcosa che per definizione un perché non ce l’ha, come appunto un atto gratuito; eppure avere a che fare con un romanzo – un’architettura di parole, calibrata come sempre quelle di Siti, con echi e raccourcis mai casuali – mi spinge irresistibilmente a farlo.

E dunque. Appena prima che Tommaso vada dal padre a fargli la proposta che sappiamo, in seguito a una baruffa coi fratelli Isabella s’è chiusa in camera. E «andando in bagno Tommaso ha notato un cartello sulla sua porta, tenerissimo di privacy infantile: “Vietato l’ingresso –  Pericolo di morte” e sotto un teschio con le ossa incrociate» (296). Appena una decina di pagine prima, all’inizio del capitolo, vediamo lo stesso Tommaso pasteggiare in un ristorante di estremo lusso, nel centro di Roma percorso dalle «proteste dei giovani» (286; siamo al Pantheon, il Teatro Valle è lì a pochi metri). Gli capita un piccolo incidente: è alla cassa per pagare quando vede che di fronte alla vetrina del ristorante si danno di gomito «due ragazze molto giovani, quasi due adolescenti». Il loro aspetto e il loro abbigliamento gli fanno escludere che siano due possibili clienti.

A un certo punto infatti le due ragazzine si accovacciano davanti alla soglia del locale, si abbassano jeans e mutandine (l’occhio del narratore indugia, au ralenti, su questo istante: «il doppio diaframma dei vetri ne rifrange la bizzarra postura e i lampi di acrilico multicolore – poi due mezzelune rosa di efebica nudità»): le due piccole rivoluzionarie si mettono «a pisciare per spregio davanti a quel tempio borghese del lusso (così probabilmente presentano l’azione a se stesse)» (286). Tommaso non pensa nulla e nulla – per una volta – gli fa dire il narratore. Sente solo un’inspiegabile attrazione nei loro confronti: «già mulina nel cervello varie ipotesi di approccio – una consolazione, un blando rimprovero paterno, un “avete ragione” a mezza bocca», tutte ipotesi per lui perfettamente equivalenti come si vede; allorché una delle due, con perfetta scelta di tempo, proietta nella sua direzione uno sputo. Col quale non centra il suo viso come avrebbe voluto, ma gli sfiora solo il mento, atterrando su una spalla della sua giacca. È un’epifania: «più delle auto in fiamme e dei cartelli stradali usati come arieti, quell’umidore carnale è il marchio a fuoco della giovinezza finita e di una progressiva, inquietante, perdita di lucidità» (287).

Se fossimo in uno dei libri precedenti di Siti non ci stupiremmo a scorgere, in una scena del genere, la genesi del desiderio. È sotto la lente del desiderio, appunto, che negli altri libri venivano regolarmente tradotte le emergenze storiche e politiche (rinvio a quanto scritto in Il romanzo della politica La politica nel romanzo. Almanacco Guanda, a cura di Ranieri Polese, Guanda 2008). Ma quello che nasce, stavolta, non è un desiderio. Bensì una volontà di vendetta: che per proprio oggetto sceglie chi detiene quanto colui che la esercita sente di aver perduto – la giovinezza finita. Lo stupro di Isabella comincia qui, insomma; e a dimostrarlo è un dettaglio rivelatore. Sotto i giubbotti colorati delle ragazze del ristorante, infatti, Tommaso fa in tempo a scorgere che indossano «magliette coi teschi» (286). Esattamente il dettaglio tenerissimo che, di lì a poco, definitivamente lo attrarrà nell’abiezione.

Questo cortocircuito, seppur spostato verso la fine, è il vero centro del romanzo di Siti. Quello che lo spinge a mettere in scena, per il suo personaggio, un atto decisivo che è estraneo al proprio immaginario sessuale, il suo personale desiderio (che infatti viene dichiarato estinto all’inizio del romanzo – il quale del resto segue l’altro, che dell’ossessione annunciava l’autopsia). Ma dal punto di vista di un’ipotetica verosimiglianza non è così congruo che domini i pensieri di un men che quarantenne, qual è Tommaso, il senso della giovinezza finita. Il quale riguarda invece, molto evidentemente e appunto molto dichiaratamente, il narratore. Nonché, al di là di esso, l’autore che porta il suo stesso nome. Era stato infatti proprio il narratore, e non Tommaso, a visitare il Teatro Valle e a pronunciare, con parole dostoevskiane, il più sprezzante dei giudizi nei confronti della passione di futuro dei giovani compagni delle due ragazze colle magliette coi teschi. E quando, alla fine del libro, viene pronunciato l’aforisma che lo intitola, è «Walter» a farlo – con aggiunta eloquente: «Resistere non serve a niente… il sangue dei vecchi non lo vuole nessuno» (313). S’è visto poi come sia stato direttamente l’autore a comminare, alle ossessioni valoriali di Dostoevskij, il più sulfureo dei contrappassi. Per dirla con l’ennesimo aforisma: «L’eternità non è più di moda» (49).

È stato sempre Steiner a indicare come in Dostoevskij «i delitti contro i bambini sono l’altra faccia, reale e simbolica, del parricidio», cioè dell’altro grande tema ossessivo della sua opera (op. cit., p. 200). Un tema che com’è noto Freud – nel saggio più acuto fra quelli da lui dedicati alla letteratura, quello sull’autore del «romanzo più grandioso che mai sia stato scritto» ossia I fratelli Karamazov (Dostoevskij e il parricidio, 1927) – ha ricollegato al complesso di Edipo. Ma è in uno scritto assai meno noto, Un’esperienza religiosa, scritto più o meno insieme a quello su Dostoevskij, che Freud applica esplicitamente il meccanismo edipico alla tematica religiosa in precedenza affrontata in Totem e tabù e nell’Avvenire di un’illusione: la lotta contro Dio (Freud parla anzi, propriamente, di «resistenza contro Dio»), che si spinge nell’ateo sino al decidio, altro non è che «una riproduzione della situazione edipica»: cioè ovviamente della lotta contro il Padre (trad. it. di Renata Colorni in Opere, X, Boringhieri 1978, p. 516).

Nei libri di Siti – che seguono, seppur con lievi e significative sfasature, lo snodarsi del vissuto “empirico” dell’autore, per dirla sempre col lessico narratologico – l’emersione dell’Edipo procede di pari passo con l’invecchiamento dei suoi genitori reali (nonché ovviamente col proprio). Ma è anche simmetrica al precisarsi e approfondirsi della dimensione politica, di quest’opera. Se in questo senso un punto di svolta non si può non indicare in Troppi paradisi, vi si dovranno rileggere quelle che sono in assoluto, con ogni probabilità, le pagine più belle mai scritte da Siti: il capitolo iniziale intitolato «La miseria dei miei» e dedicato, appunto, alla catastrofe dell’invecchiamento. L’invecchiamento dei genitori ottantenni, l’invecchiamento proprio, l’invecchiamento della realtà tutta (e persino dell’irrealtà, una volta ben funzionale a sostituirla). «La mia coazione al semi-lusso», confessa «Walter Siti», «è anche una reazione alla miseria dei miei» (p. 18): cioè alla loro parsimonia antica e out-of-date, figlia dei valori di un tempo esautorato e obsoleto. Passando per la formazione di compromesso di Autopsia dell’ossessione, alla fine del quale la madre veniva uccisa dal doppelgänger Pulvirenti (che forse, alla maniera di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore gaddiana, dopo tanto averlo desiderato, in effetti solo fantastica di averla fatta fuori), è in Resistere non serve a niente – dove la sua coazione incontra il lusso vero, sia pure per l’interposta persona di Tommaso – che il nodo di «Walter», nonché quello di Siti, finalmente viene al pettine.

Il sangue dei vecchi non lo vuole nessuno. I vecchi genitori di «Walter» – memorabili co-protagonisti del primo capitolo di Troppi paradisi – in Resistere non serve a niente sono liquidati in poche battute. E “liquidati” non è una metafora. Di sua madre, a un certo punto,  gli chiede Tommaso «Ma… è morta?» e lui risponde: «Peggio, non è più in grado di rispondere… l’unica cosa che manca a una morte dignitosa è una salma» (212). Mentre la pratica paterna, già archiviata da qualche tempo, così la commenta «Walter» rivolgendosi a Tommaso (e così giudicando il proprio operato): «se invece che un povero commesso viaggiatore mio padre fosse stato proprietario di un negozio, voi gli avreste rovinato la vita… in realtà sto sputando sulla sua tomba» (311-2).

Tommaso e il suo mondo valoriale hanno insomma consentito «per procura» (314; e cfr. Troppi paradisi, p. 57), a «Walter», quanto vagheggiava almeno da Troppi paradisi («Come si fa a uccidere una madre senza lasciare tracce?», p. 305) – e che il troppo isterico Pulvirenti di Autopsia dell’ossessione non era riuscito a fare “davvero” fino in fondo: simbolicamente uccidere i propri genitori.

L’ambivalenza torturante del proprio rapporto coi genitori «Walter» l’ha confessata una volta per tutte, del resto, già in Scuola di nudo (pp. 154-5), col tramite esemplare d’uno spettacolo televisivo: «In una gara di sci la tragedia della mia vita: desidero sempre che vincano quelli per cui non faccio il tifo. Tutto è cominciato col terrore insopportabile che mio padre perdesse, e quindi tenevo per qualcun altro: tifavo contro di lui per non affrontare la disperazione di vederlo sconfitto. Da quel momento la passione superficiale si è divisa dall’appartenenza profonda: quelli contro cui mi schiero sono, in verità, i miei. Non dunque l’atteggiamento nobile di chi sta con i perdenti, ma quello pazzoide di chi vuole che perdano coloro per cui sta». Il disamore profondo che «Walter» nutre nei confronti dei suoi, insomma, è un costante scommettere al ribasso. E qual è infatti la specialità di Tommaso Aricò – il virtuosismo che gli permette una fulgida ascesa proprio negli anni della Grande Crisi, quando i suoi colleghi speculatori annaspano – se non appunto questa? Rispetto al compagno di scalata Folco, che «è più portato a comprare» e che ci lascerà infatti le penne, Tommaso è uno specialista del «vendere giocando al ribasso; prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il crollo previsto è inevitabile» (121).

Con tutta evidenza, non si tratta solo di affari. Per lui questa speciale abilità ha qualcosa di più intimo, simbolico e quasi trascendente (mio l’ultimo corsivo): «in quei momenti si sente come un profeta vendicativo con la spada sguainata. A vendicare che cosa non saprebbe dirlo nemmeno lui» (121; e si rammenti la frase di «Walter», su Tommaso proprio fantasmatico «vendicatore», 314). Il fatto è che Tommaso e «Walter» professano e praticano, in campi diversi, la medesima «religione profonda»: «un rancore vecchio quanto me», spiega il secondo in Troppi paradisi (p. 127), «mi spinge ad apprezzare tutto quello che distrugge la vita, o la sputtana, dimostrando che è identica ai suoi surrogati». E distruggere la vita, per «Walter» che per scelta sessuale si preclude di produrne di ulteriore, non può che consistere nell’annichilire chi gliel’ha data.

Quanto più fa soffrire, nelle prime pagine di Troppi paradisi, è l’incapacità d’amare che si capovolge nel suo contrario. L’odio per i genitori, a più riprese scatenato in «Walter» dalla loro «miseria», a questo si deve in realtà: «Lo so cosa vorrebbero da me, amore e non cibo – ma quello non posso darglielo da tanto tempo, ve l’ho detto che sono mediocre» (p. 16). In Resistere non serve a niente la stessa generosità – che allude alla medesima sfera trascendente – è preclusa invece a Tommaso, nei suoi rapporti con l’altro sesso: «la fede che sarebbe necessaria a un grande amore è condizione non più recuperabile» (144; e infatti poco prima, citando un innominato Céline, dell’amore si dice che «è l’infinito alla portata dei cani»: 143).

Ma a quali valori è impossibile restare fedeli? Per quale parte, che malgrado tutto si continua a sentire la propria, si fa un così nevrotico tifo contro? A quale DNA, nel tempo remoto ma nelle viscere così prossimo, ci si sente ancora legati? Quali legami si vorrebbe con tutte le proprie forze recidere – se necessario uccidendo chi storicamente, ma anzitutto visceralmente appunto, ne è portatore? A queste domande ha per tempo dato risposta la scena più memorabile di Troppi paradisi, il suo cuore di tenebra: «penso a mio padre, intimidito dall’enormità dei telegiornali; a mio padre che posa piano la forchetta quando parlano di corruzione, e mia madre antica staffetta partigiana di Montefiorino che inveisce “an n’am menga mazè abasta, quand a psìven”, non ne abbiamo ammazzati abbastanza, quando si poteva» (p. 48). È appunto la Resistenza – in tutti i sensi fisici e metafisici, storici e trascendenti (il «Principio Resistenza» di Zanzotto…) – quella che «Walter», e insieme a lui Siti suo metafisico complice, hanno deciso di uccidere dentro loro stessi. Eseguendo la sentenza, finalmente, in Resistere non serve a niente.

Non serve a niente resistere sino al provocatorio, protervo lieto fine appiccicato alle sue ultime pagine – riconsegnando a Tommaso la magnifica merce Gabry, il suo paradiso prêt-à-porter –, onde ricavare la morale di Resistere non serve a niente. Come la lettera rubata essa ci viene consegnata all’inizio, prima dell’inizio anzi. È tutta nel titolo, il primo e più comprensivo degli aforismi che lo punteggiano. Una morale politica. È un pensiero compiutamente e consapevolmente di destra, cioè, quello dall’inizio alla fine professato da Resistere non serve a niente. Quel pensiero che da sempre ha terrore del futuro e detesta chi si sforza di produrlo («Sono l’Occidente perché detesto i bambini e il futuro non mi interessa», memorabile sentenziava Troppi paradisi a p. 186). Quel pensiero che da sempre considera la storia un fenomeno naturale, al quale come tale – appunto – è inutile opporsi. Quel pensiero che da sempre, della natura umana, considera solo e ossessivamente il Male. Quel pensiero che da sempre osserva esclusivamente il pessimismo della ragione, irridendo e compiangendo quella volontà che altro potrebbe concepire.

Certo siamo in presenza di una destra moralmente, oltre che tecnologicamente, «all’altezza dei tempi» (315). Alla fine del capitolo “ideologico”, «Gli uomini preferiscono le tenebre», al capomafia Morgan viene lasciata torrenzialmente, irresistibilmente la parola. Ed è lui che ci proietta «nel cuore del teorema» (281): «la democrazia è il dio morto della modernità che sopravvive come un idolo di cartapesta» (281), «la democrazia è contro natura» (innegabile la degnità di p. 279: e infatti la destra di ogni tempo è la legge di natura che venera), «le oligarchie implicite devono uscire allo scoperto» (280: se necessario redigendo «per procura» un manifesto in forma di romanzo) e finalmente regnare, come è loro diritto sempre di natura, sugli esseri umani ridotti a «organismi collettivi, colonie tipo i coralli o le spugne, compattati dalla scienza come nell’alto medioevo li compattava la religione» (281).  Resistance is futile. Come no? E Resistere non serve a niente – purtroppo – è il libro più bello dell’anno.

Ancora più provocatorio era stato Tommaso. Che a un certo punto s’era trovato a pronunciare la frase-scandalo: «un’alternativa c’è ma si chiama rivoluzione» (166). Naturalmente la pronuncia – allo stesso identico modo in cui il narratore aveva detto che «la bellezza salverà il mondo» – solo per «risolvere un teorema per assurdo» (134): appunto il «teorema» che più avanti spetterà alla sua versione hard, Morgan, dispiegare per esteso. La morale di Siti è quella che in Troppi paradisi lo aveva fatto innamorare della televisione appunto perché in essa aveva scoperto «il luogo in cui si può raccontare solamente che non c’è speranza di cambiare il mondo» (p. 78). Ed è la stessa morale che ora lo spinge a inscenare, implacabile, un patto che non è di questa terra.

Ma ognuno riconosce i suoi, Walter. E tu lo sai bene che noi, invece, siamo della razza che rimane a terra.

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Svevo, Joyce: storia di un’amicizia https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comments Mon, 20 Aug 2012 08:17:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082 Senza dimenticare il suo blog Nutopia2, ripeschiamo questa intervista che Sergio Falcone fece nel 1982 a Letizia Svevo Fonda Savio, figlia di Italo Svevo, scomparsa nel 1993.

“Un grande amico di papà fu James Joyce. Mio padre, che si recava spesso a Londra per curare da vicino gli interessi della filiale inglese della ditta Veneziani, decise di studiare bene l’inglese e di prendere una serie di lezioni da Joyce, allora giovanissimo professore alla Berlitz School di Trieste (eravamo, credo, nel 1907). Joyce cominciò a venire in villa Veneziani e a dar lezioni a mio padre e a mia madre. Durante una delle prime lezioni disse loro che era uno scrittore, che aveva pubblicato una raccolta di poesie, Chamber Music (1907) e che aveva composto un romanzo, A Portrait of the Artist as a Young Man (o Dedalus) e i racconti Dubliners. I miei genitori ne furono subito entusiasti: mamma si recò in giardino e portò a Joyce un mazzo di rose. Allora papà timidamente gli disse: ‘Sa, anch’io ho scritto; ma ho scritto due libri che non sono stati riconosciuti da nessuno’. Così ebbe inizio l’amicizia tra Joyce e mio padre, che durò, attraverso frequenti contatti personali, sino al 1915, allorché Joyce, come cittadino inglese, dovette lasciare Trieste, dato lo stato di guerra fra l’Austria e l’Inghilterra. Egli si recò dapprima in Svizzera, a Zurigo, con la moglie Dora Barnacle e i due figli, e quindi, nel ’20, a Parigi. Ma tale amicizia durò, per così dire, a distanza, anche negli anni successivi alla prima guerra mondiale”.

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Senza dimenticare il suo blog Nutopia2, ripeschiamo questa intervista che Sergio Falcone fece nel 1982 a Letizia Svevo Fonda Savio, figlia di Italo Svevo, scomparsa nel 1993.

“Un grande amico di papà fu James Joyce. Mio padre, che si recava spesso a Londra per curare da vicino gli interessi della filiale inglese della ditta Veneziani, decise di studiare bene l’inglese e di prendere una serie di lezioni da Joyce, allora giovanissimo professore alla Berlitz School di Trieste (eravamo, credo, nel 1907). Joyce cominciò a venire in villa Veneziani e a dar lezioni a mio padre e a mia madre. Durante una delle prime lezioni disse loro che era uno scrittore, che aveva pubblicato una raccolta di poesie, Chamber Music (1907) e che aveva composto un romanzo, A Portrait of the Artist as a Young Man (o Dedalus) e i racconti Dubliners. I miei genitori ne furono subito entusiasti: mamma si recò in giardino e portò a Joyce un mazzo di rose. Allora papà timidamente gli disse: ‘Sa, anch’io ho scritto; ma ho scritto due libri che non sono stati riconosciuti da nessuno’. Così ebbe inizio l’amicizia tra Joyce e mio padre, che durò, attraverso frequenti contatti personali, sino al 1915, allorché Joyce, come cittadino inglese, dovette lasciare Trieste, dato lo stato di guerra fra l’Austria e l’Inghilterra. Egli si recò dapprima in Svizzera, a Zurigo, con la moglie Dora Barnacle e i due figli, e quindi, nel ’20, a Parigi. Ma tale amicizia durò, per così dire, a distanza, anche negli anni successivi alla prima guerra mondiale”.

Sono degli stralci di memorie di Letizia Fonda Savio, 85 anni, figlia di Italo Svevo, e che trovano qui una duplice motivazione: da un lato, il centenario di James Joyce (1882–1941), dall’altro l’uscita della Iconografia sveviana. Scritti, parole e immagini della vita privata di Italo Svevo (1861–1928), a cura di Letizia Svevo Fonda Savio e Bruno Maier (ed. Studio Tesi).

1907-1915: come viveva Joyce, scrittore allora sconosciuto, a Trieste?

“Andava sempre in osteria ed era sempre senza un soldo. La moglie Nora, ancora più strana di lui, non conosceva le regole dell’economia domestica neppure per gli abiti dei bambini. Cambiavano spesso di abitazione. A Parigi invece (diceva mio padre) vivevano bene, poiché una miliardaria americana sosteneva il lavoro letterario di Joyce con tutti i mezzi”.

Dunque era un po’ matto Joyce, ma un grande amico di Svevo; il quale aveva, all’inizio della loro amicizia, 46 anni, mentre Joyce meno di 25 anni.

“Joyce ragazzo aveva sofferto per l’alcoolismo del padre. Episodi nascosti, come ce ne sono in tutte le vite. Nell’Ulisse si avverte questa assenza o mancanza del padre, ovvero una nostalgia della figura paterna, dalla psicologia del giovane Stephen. Credo si sia ispirato a mio padre per il personaggio di Bloom. Mentre mia madre dava vita non so a quanti personaggi femminili, se l’irlandese ripeteva che i capelli di Livia Veneziani gli ricordavano il fiume biondo che passa per Dublino.
Lo ricordo alto, magro, con grandi occhi azzurri e interrogativi oltre le lenti. Spesso litigavamo per questioni politiche, poiché noi eravamo irredentisti (Trieste apparteneva all’Impero austro-ungarico), e quindi a favore dell’Italia a fianco della Francia e Inghilterra, mentre Joyce, di nascita irlandese (l’Irlanda territorio del Regno Unito), era ostile agli inglesi”.

Nel 1915 Joyce, dunque, parte da Trieste, ma l’amicizia con Svevo prosegue.

“Già. Conservo le lettere di Joyce a mio padre in dialetto triestino. L’Ulisse è nato a Trieste, tanto è vero che c’è una lettera di Joyce a papà, dopo la prima guerra, in cui lo prega di portargli a Parigi il copione manoscritto dell’Ulisse. I suoi figli nacquero a Trieste, frequentavano le scuole italiane; quando andarono via, parlavano tutti il dialetto triestino”.

Nel ’19 Svevo inizia La coscienza di Zeno, che esce da Cappelli nel ’23: silenzio della critica, indifferenza dei lettori. Svevo manda il romanzo a Joyce, che entusiasta lo raccomanda ai critici francesi Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux. Svevo è tradotto in Francia. E finalmente i critici italiani: Solmi, Bazlen e Montale, con il saggio critico Omaggio a Svevo nel dicembre del ’25.

“Ricordo la sua felicità. Joyce aveva parlato del libro ad Eliot. Più di trent’anni (1892-1925) di attività letteraria svolta nel silenzio. Non manifestava la propria disperazione; alla mamma, semmai. Ma aveva deciso di non scrivere più. Anche perché riteneva di rubare del tempo all’industria, ai soci, alla sua stessa famiglia. Mio marito tuttavia lo spiava mentre prendeva appunti di letteratura sul bloc-notes. Aveva 64 anni quando la critica si è accorta di lui. È morto a 67 anni. La sua gloria (appena tre anni in vita) la doveva a Joyce. Ci mostrava trionfante la lettera di Larbaud che iniziava così: ‘Egregio signore e maestro’. Ci diceva: ‘Ma fioi, ma cossa che me nassi nela mia tarda età!’ (‘ma figlioli, cosa mi sta succedendo nella mia tarda età!’). In Trieste dei miei ricordi di Stuparich, si parla della sua gioia. Si vedevano al Caffè Garibaldi: Stuparich, Svevo, Saba, Giotti”.

Abbiamo accennato alle stranezze di Joyce. Ma anche Svevo non scherzava. Trieste “ponte” tra diverse culture, città di confine geografico e linguistico, città di tensioni, contraddizioni, propizia alla esasperazione di caratteri introversi, nevrastenici, a tendenze autopunitive (vedi Saba). La psicoanalisi era un rifugio per molti.

“Mio padre preferiva la cura nella solitudine senza medico, in contrasto con la stessa teoria di Freud: una sorta di suggestione e autosuggestione. Diceva che Freud era più prezioso per i romanzieri che per i malati. Edoardo Weiss, allievo di Freud, era amico di suo cognato e frequentava villa Veneziani: l’impatto era stato sgradevole per entrambi. Suo cognato Bruno Veneziani, afflitto da paranoia, introverso, psicopatico, genialoide, era stato già in cura da Freud senza trarre giovamento dalla terapia. A Jahier, che gli confidava di aver già fatto sessanta sedute di psicoanalisi, mio padre chiedeva ironico: ‘E sei ancora vivo?’”.

Svevo detestava l’anima mercantile triestina?

“Evidenziava, certo, i difetti di una borghesia triestina dedita al commercio e agli affari. Lui, borghese contro borghesi. Concepiva, semmai, un socialismo di tipo umanitario. Avrebbe voluto dedicarsi alla letteratura e lasciare l’industria. Basta pensare che, durante gli studi cui era stato avviato dal padre in Germania, leggeva Schopenhauer (al quale era rimasto fedele per tutta la vita), quasi come antidoto agli studi commerciali e, quindi, Goethe, Jean-Paul, i russi in traduzione tedesca. Più tardi, mi diede da leggere Kafka che, però, era più disperato di papà, ebreo in un mondo cattolico, tedesco in un mondo slavo. Comunque, l’ultimo Svevo pensava a Proust, a Joyce; alla memoria involontaria del primo, al flusso di coscienza del secondo”.

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Zeno, il grande seduttore che si fece passare per inetto https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/zeno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/zeno/#comments Mon, 19 Dec 2011 09:04:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5971 di Fabio Stassi

Per anni mi sono imbattuto nella Coscienza come in un vecchio amico che si incontra per strada: poche parole, un rapido mulinellare di pagine sulle dita, e l’affetto e il disagio che sempre danno i ricordi dell’adolescenza. Più spesso ho fatto finta di non vederla: correvo avanti sugli stessi scaffali in cerca di un altro volume, la evitavo. Certo che non valeva la pena sapere che ne era stato, se poi ne avevo davvero intuito qualcosa, da ragazzo. È il destino dei libri che si studiano a scuola e che si crede di conoscere.

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di Fabio Stassi

Per anni mi sono imbattuto nella Coscienza come in un vecchio amico che si incontra per strada: poche parole, un rapido mulinellare di pagine sulle dita, e l’affetto e il disagio che sempre danno i ricordi dell’adolescenza. Più spesso ho fatto finta di non vederla: correvo avanti sugli stessi scaffali in cerca di un altro volume, la evitavo. Certo che non valeva la pena sapere che ne era stato, se poi ne avevo davvero intuito qualcosa, da ragazzo. È il destino dei libri che si studiano a scuola e che si crede di conoscere. Per riaprirli ci vogliono altri occhi, fatti più aspri, e nessun commercio di voti. Ma della Coscienza non ne avevo mai smesso la curiosità, l’avevo soltanto rimandata. Ci eravamo dati un appuntamento, con quel libro. Per quando avrei dimenticato le formule dei manuali e le storie letterarie. A quell’appuntamento ci sono arrivato in ritardo, con un principio di canizie e una miopia di tutto, senza sapere che tornavo a leggere un romanzo sconosciuto.
Zeno lo ricordavo il campione dell’inettitudine per eccellenza, il paradigma dell’inabile e dell’incapace. Cesare Musatti riassumeva così la nozione canonica della personalità di Zeno:

Un individuo sempre indeciso, che non conclude gli studi, che vive da parassita, che ha aspirazioni musicali ma fallisce anche in questo campo, che non possiede amici veri, che si comporta in modo gretto con le donne, che nel suo egoismo non ha affetto per alcuno, che anche quando, durante la guerra, deve provvedere da solo a se stesso, arricchisce, sì, ma soltanto in virtù della disponibilità di denaro e di un meccanismo economico che non riesce affatto a comprendere, tanto che al primo variare della situazione perde tutto ciò che aveva grossolanamente accumulato: un individuo da definirsi sul piano psicoanalitico non genitalmente maturo e che, come egli stesso dice, fa sempre centro, non tuttavia sul proprio bersaglio, bensì su quello collocato accanto. Una assoluta nullità, dunque.[1].

Un’assoluta nullità, dunque. E invece ecco che mi viene incontro un personaggio completamente diverso: un conversatore brillante e loquace, bugiardo e battagliero, lucido e vendicativo, uno che manifesta una insolita esperienza della vita, e degli uomini, e delle donne, e che in modo apparentemente casuale si prende i suoi piaceri e le sue rivincite[2].
Mi sono subito chiesto se il mondo, il nostro mondo videocratico e networkizzato, non sia diventato inetto e apatico a tal punto da farmi apparire un inetto d’altri tempi come un risoluto uomo d’azione. In fondo Zeno ci prova sempre ad agire. Discute con il medico del padre, si dichiara ad Ada, si trova un’amante. È inopportuno, sbaglia più volte bersaglio, d’accordo, crea comicità e imbarazzo, ma non è mai fermo, assente, muto. Zoppica, ma non è paralitico. Subisce delle sconfitte, ma non cessa mai di battersi.
Perché, allora, la diceria dell’inetto? Chi l’ha messa in giro?

Quando ho scoperto che Un inetto era il titolo che Svevo avrebbe voluto dare al suo primo romanzo[3] la risposta mi è parsa d’una semplicità quasi offensiva. È Zeno stesso l’artefice consapevole del mito della sua inettitudine. Il suo è il trionfo di un abilissimo seduttore. E dire che ci aveva messo in molte occasioni sull’avviso. Sin dall’inizio si era mostrato come un uomo soggiogato dai sensi e dal desiderio delle donne (l’ultima, dichiara candidamente dopo poche pagine, sarà l’infermiera al suo capezzale); aveva poi ammesso di conoscere la forza delle parole e della scrittura e sostenuto addirittura che le parole siano azioni[4], citando il fuoriclasse del genere: Jago[5]; in chiusura, infine, gli ultimi richiami li riserva a Da Ponte e Casanova. I suoi punti cardinali sono i maestri della lusinga e dell’inganno[6]. E già tanta competenza suonerebbe strana in chi vuol farsi credere maldestro e pasticcione. Ma ancora di più stona con la sua leggenda l’esito finale degli eventi: il suo matrimonio è l’unico del libro che riesce. La moglie lo circonda di un mondo sano e regolato e Zeno diventa un patriarca. Le sue scelte accidentali si dimostrano alla fine le più convenienti e vantaggiose, a cominciare proprio dalla moglie. Merito solo del caso?
Tu leggi e a un certo punto ti viene il dubbio. E se davvero ci stesse gabbando con la storia della malattia e della dappocaggine? Quale verità nasconde dietro la sua inesauribile destrezza affabulatoria? È davvero “così privo di volontà”, come dice di essere[7] e come vorrebbe il primo principio di un decalogo dell’inettitudine? La malattia non è forse la sua più geniale ed elegante trovata per non assumersi alcuna responsabilità?

“La salute – scrive limpidamente – spinge all’attività e ad addossarsi un mondo di seccature”. È manifesto che Zeno non voglia essere molestato dai tanti fastidi della vita quotidiana: cerca sempre di schivare ciò che lo importuna, finanche i bambini, con i quali non è pietoso né comprensivo. E in un’occasione confessa: “finsi quella malattia che doveva darmi la facoltà di fare senza colpa tutto quello che mi piaceva”[8]. È il suo trucco, per sfuggire alla usuale dialettica tra pensiero e azione, delitto e castigo, e giustificare la sua capacità di adattamento a ogni evenienza e a ogni smacco[9]. Quando non riesce a indirizzare le cose secondo il suo desiderio, si esonera da qualsiasi adempimento, si affida alla corrente, lascia che la vita decida per lui, ma per scelta, volontariamente. Decide di non decidere[10]. Una strategia, ma degna di un generale, non di un inetto.
Se lo si osserva più da vicino e non si dà credito alla sua eloquenza, ci si accorge poi che Zeno ride e deride, è attento, non ripete gli errori, come quando non entra nella stanza del suo amico Copler per dargli l’estremo saluto perché troppi moribondi lo avevano già guardato con rimprovero. Vede con chiarezza i difetti e le debolezze degli altri. Anche negli affari. Sa affrontare e chiudere bilanci commerciali, non si rovina in borsa e nell’ufficio sovrasta gli altri. Si dice forte e ha fortuna, e in ultimo trionfa nel commercio.
A suo modo, è determinato e coraggioso, smaliziato e riflessivo. Si liquida dell’amante con un’invenzione che sarà carica di conseguenze: con il solito gusto del fraintendimento, le indica Ada come sua moglie. Ma più che fingere, Zeno si mette sempre in condizione di non doverlo fare. Sa dissimulare e parlare per metafore. Non riesce a ristabilire la verità e a provare la sua innocenza, ma dentro di sé la riconosce. Si sente intero, anche se ridotto in un silenzio impotente di fronte a rimproveri ingiusti. Ha una natura barocca e in più occasioni dimostra una filosofica saggezza: conosce “l’assurda e amara originalità della vita in cui l’uomo è un errore”[11]. Conserva tuttavia un fondo di ottimismo. In ultimo si dice guarito e sano e soddisfatto della sua vita. Il suo monologo si conclude con una sarcastica confidenza: “Naturalmente io non sono un ingenuo.”[12]

Ma cosa lo muove? Quale è il motore della sua impostura?
Ciò che Zeno si ostina a negare o a ricoprire con i suoi infiniti discorsi, si traduce presto nel lettore diffidente in un sospetto banale ma assai verosimile. Il suo movente è un desiderio di rivalsa.
Il tema del fumo ha il compito di sollevare una vera e propria cortina di vapore intorno ai veri sentimenti di Zeno, si fa allegoria di un uso dilatato del linguaggio, digressivo capriccioso inquinante, è il gioco di un illusionista provocatoriamente reoconfesso, seppure con estro raffinato ed enigmistico. La scelta dell’elemento “fumo” come primo capitolo è già carica di risonanze, ma ancora di più l’ossessiva datazione dell’ultima sigaretta rivela una memoria rancorosa, un senso ritorto del tempo, un calendario interiore di lacerazioni e offese.
Il tempo, per Zeno, è una ferita continua.
La ragione di tanto malanimo, di tale dolorante rapporto con la realtà, Zeno stesso la ravvisa nella mancata stima che ha di lui il padre, nella negligenza del loro affetto.

Come Pinocchio, La coscienza è l’altro libro della nostra letteratura privo della figura della madre, un libro tutto di scontri e di comparazioni tra uomini. Con il padre, innanzitutto. Poi con l’altra variante paterna, il suocero, il signor Malfenti. Infine, con il cognato, Guido, l’antagonista, il giovane di fascino, ingegno e belle speranze che sposerà Ada e con il quale, a distanza di molti anni, Zeno vincerà il confronto, senza riserve e agli occhi di tutte le donne[13]. Ma, a differenza di Pinocchio, negli uomini che circondano Zeno non c’è né tenerezza né amore. Il suo è, se possibile, un universo ancora più agro, senza mastri Geppetti e candele steariche tenute accese nel buio di un sottosuolo o nella pancia di un pescecane. Si chiarisce allora che l’inettitudine di Zeno può avere valore nella sola accezione di un disadattamento cronico, di un’insufficienza affettiva. Zeno è in guerra con il mondo, ma è dotato di una pazienza orientale. Si siede sulla riva del fiume e aspetta i cadaveri dei suoi nemici. Ha la grande abilità di rovesciare sempre i suoi limiti in virtù e le umiliazioni in successi. Esemplare la faccenda del violino, l’arma vincente di Guido agli occhi di Ada. Nonostante il superiore e indiscutibile talento del cognato, alle lunghe Ada finirà per odiarne il suono. Augusta, invece, la terza sorella, la scelta di ripiego, si manifesterà ancora una volta una compagna salda ed entusiasta, restando beata ad ascoltare Zeno ogni qual volta ne avesse voglia, nonostante la sua mediocrità di musicista.
È una delle sue rivincite. Tutte le promesse di Guido di riuscire nella vita si corrompono rapidamente. Passaggio dopo passaggio, nel dettagliato resoconto di Zeno, Guido si svelerà furbo, spregevole, avventato, senza scrupoli, incapace, all’opposto di lui, di portare avanti una relazione con la segretaria senza compromettere il suo matrimonio. Zeno assiste al progressivo avverarsi della sua tragedia concedendosi persino la magnanimità dell’amicizia e del sostegno.
Il racconto della morte di Guido è il culmine del libro. Nell’inscenarsi di una spaventosa congiura delle circostanze, l’episodio ha un suo ritmo shakesperiano. Ma la trama borghese di una rovina finanziaria, filtrata dalla sua voce, si tramuta in una vicenda infinitamente più complessa e, in definitiva, in una questione privata. Zeno assiste alla commedia della morte, ai rimpianti e ai rimorsi che provoca, ma non ne prende parte, anzi ne sfida il potere purificatore. Da vero funambolo dell’equivoco, forza al massimo l’ambivalenza della realtà e attraverso una serie incredibile di malintesi si sottrae al funerale del cognato, in una delle sequenze più famose e comiche del romanzo, sbagliando corteo. Poi, in un lusso di autodifesa, di sfida e  volontà di ripristino, vince in borsa per conto dell’“amico” morto, ma, anche in questo caso, temperando sia l’ira che la bramosia.
È l’accordo centrale della sua lunga confessione.
Se non si presta fede agli scherzi del caso e ai suoi aneddoti coloriti e si accetta di seguire la pista della non accidentalità degli accadimenti attraverso i quali si dipana la sua esistenza, tutto assume ben altro significato.

Ada è l’Elena del libro, la regina che lo ha rifiutato, e anche verso di lei si indirizza l’infantile e feroce necessità di rivalsa di Zeno. Ada invecchia, si ammala di un morbo terribile, perde la sua bellezza, viene umiliata dal marito, sa d’essere tradita. Il suo destino di infelicità si compie secondo una meccanica esatta e crudele. Fino alla resa, all’ammissione privata dell’errore e all’amarezza del rimorso. Fino al riconoscimento straziato a Zeno, nella penombra di casa Malfenti, d’essere lui il miglior uomo della famiglia, il maschio più forte del gruppo (e l’elogio suona di risarcimento e riscatto, oltre che verso Guido, anche e soprattutto verso il padre e il suocero che non lo hanno mai valutato abbastanza).
C’è una ferinità verghiana[14] celata magistralmente in questo libro, un inventario di furori segreti, una lotta mortale. Zeno è più simile alla lupa delle novelle rusticane o, semmai, a un implacabile conte di Montecristo che al decadente modello dell’inetto novecentesco in cui è riconosciuto. La sua non è una moderna favola volteriana, ma l’antica commedia delle maschere. Zeno non è e non sarà mai un Candide che attraversa la realtà chaplinianamente, come vuole farci credere. L’inettitudine è solo il suo cavallo di legno, l’inganno col quale vincere la competizione dell’esistenza. Zeno è un ulisside travestito da mendicante e da buonoanulla. La sua è una terribile storia di vendetta e di affermazione e di irriverente scherno a tutte le convenzioni borghesi. Uno dopo l’altro, Zeno si burla dell’obbligatorio rispetto del padre, dell’istituto del matrimonio, dell’illusione dell’amore e dell’amicizia, della pratica dell’accumulazione capitalistica e della guerra e persino della cerimonia del lutto e dell’ipocrisia della morte. In un microcosmo familiare dove i nomi di tutti cominciano per A (Ada, Alberta, Augusta, i figli Alfio e Antonia), il suo, per Z, è un’anomalia, una capriola, uno sberleffo. La prova di una consapevole identità, agli antipodi della norma. Un segno di disubbidienza e di stravaganza, di ribaltamento del mondo e delle sue leggi, e dei suoi alfabeti.

NOTE

[1] Musatti spiega poi il processo umoristico usato da Svevo per convogliare simpatia e solidarietà su Zeno: un personaggio che si scopre e denuda per tutti gli aspetti deteriori della sua umanità rende superflua l’aggressività critica del pubblico e si riscatta. “Con questo mezzo il personaggio umoristico si conquista l’affettuosa comprensione del lettore, che con lui solidarizza e s’identifica, perché le debolezze di lui si rivelano debolezze di tutti.” Per Musatti, la coscienza del titolo è la coscienza di Zeno delle proprie deficienze e miserie. (“Belfagor”, marzo 1974).

[2] Ripercorrendo l’avventura critica del romanzo, a lungo si discusse dell’identificazione tra Zeno e Svevo, esercizio per alcuni arbitrtario e sterile. Di qualche interesse, tuttavia, questo breve e antiretorico ritratto che fece dello scrittore triestino il suo amico Bobi Bazlen e che potrebbe essere esteso anche a Zeno: “Non aveva che genio: nient’altro. Del resto era stupido, egoista, opportunista, gauche, calcolatore, senza tatto. Non aveva che genio, ed è questo che mi rende più affascinante il suo ricordo” (La morte di Italo Svevo: ultimo addio, in “La Fiera Letteraria”, 23 settembre 1928, ora in I. Svevo, Carteggio con J. Joyce, E. Montale, V. Larbaud, B. Crémieux, M.A.Comnène, V. Jahier, a cura di B. Maier, Milano, Dall’Oglio, 1978, pp. 94-98).

[3] Fu cambiato in Una vita in seguito al rifiuto di Emilio Treves di pubblicare un romanzo “con un titolo simile”.

[4] Così scrive Guido Guglielmi: “Le parole non sono per l’appunto azioni, non mirano all’esterno a provocare modificazioni della realtà ma hanno in sé il loro proprio premio, sono modi di realizzazioni e di compensazioni simboliche, non mirano alle cose ma le sostituiscono. […] La parola sana Zeno e lo riequilibra: dietro di essa egli può schermirsi e preservarsi.” (La narrazione dell’ultimo Svevo in “Tempo presente”, giugno 1961, ora in Glosse a Svevo in Letteratura come sistema e come funzione, Torino, Einaudi, 1967, pp. 104-7).

[5] “(…) so benissimo che le parole di Jago, per esempio, sono delle vere e proprie azioni” in Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Gruppo editoriale l’Espresso, divisione La repubblica, 2002, p. 262.

[6] Ha rilevato con efficacia Mario Lavagetto che “l’autentico oggetto del discorso narrativo” della Coscienza di Zeno non sono gli episodi della vita del protagonista ma è “un vecchio – più precisamente un vecchio bugiardo – che prende la parola e scrive con un destinatario preciso – lo psicanalista a cui si è rivolto – da circuire e da ingannare. Un vecchio bugiardo che scrive, dunque. Non credo che questo enunciato, nella sua povera banalità, possa suscitare resistenze o trovare oppositori. Ma credo tuttavia che questo enunciato, se tenuto ben fermo davanti agli occhi, generi tutta una serie di tesi e di corollari, che hanno nel loro insieme un’evidenza assoluta”. Non bisogna mai dimenticare, per Lavagetto, che questo racconto è il racconto di una narrazione e che qui è il motore della macchina narrativa di Svevo. (Correzioni su Zeno, in Italo Svevo oggi. Atti del convegno, Firenze 3-4 febbraio 1979, a cura di Marco Marchi, Firenze, Vallecchi, 1980, pp. 131-140.) Secondo l’insegnamento di Henry James, aggiunge Lavagetto, bisogna leggere anche questo romanzo come un “esercizio di omissioni” (H. James, Le prefazioni, Milano, Lerici, 1958, p. 41).

[7] Italo Svevo, La coscienza di Zeno, cit., p. 183.

[8] Ivi, p. 185.

[9] Giacomo Debenedetti ha individuato una sensibilità e un tono tipicamente ebraico nell’opera di Svevo e in Zeno: “l’instabile molteplicità del fondo morale lo renderebbe [l’ebreo] plastico, disponibile e deformabile a tutti gli urti” (Omaggio a Italo Svevo, in “Il Convegno”, gennaio-febbraio 1929, ora in G. Debenedetti, Saggi 1922-1966, a cura di F. Contorbia, Milano, Mondadori, 1982, pp. 248-252).

[10] Per Guido Guglielmi “Zeno è alienato nelle cose; si attende dall’esterno quello che non può operare sé, ha abdicato al suo potere di decisione spostandolo all’esterno, trasferisce all’‘altro’ le sue potenzialità investendone l’oggettività. E la sua è una vita indiretta.” (La narrazione dell’ultimo Svevo, cit.).

[11] I. Svevo, La coscienza di Zeno, cit., p. 292.

[12] Ivi, p. 382.

[13] Giuseppe Prezzolini, tra i primi a capire il valore del romanzo, denunciò subito, senza dubbi, l’odio di Zeno per il cognato (Rivelazioni: Italo Svevo, in “L’Ambrosiano”, 8 febbraio 1926); Vittorini parlò invece dell’”elegante freddezza” con cui Zeno esamina le cose dalla distanza degli anni, “in una luce quasi clinica” (Diario in pubblico. Parte prima: 1929-1936. La ragione letteraria, 2. ed., Milano, Bompiani 1970, pp. 13-19); Claudio Magris e Amgelo Ara definiranno “accidiosa” l’immaginazione dei personaggi di Svevo (Trieste. Un’identità di frontiera, Torino, Einaudi, 1982, pp. 40-46); Debenedetti, sviluppando il suo discorso sul fondo ebraico dell’anima di Zeno, fissa il fuoco sulla sua “implacabilità”, su “un gusto della ritorsione che ricordano l’appassionata ferocia dell’antisemitismo semita” (Omaggio a Italo Svevo, cit.).

[14] Scrive Montale: “Come poeta della nostra borghesia – poeta giudicante e distruttivo – si può considerare Svevo un continuatore di Verga” (E. Montale, Italo Svevo nel centenario della nascita (1963), ora in I. Svevo, Carteggio, cit., p. 143).

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14. Amore e morte

I matrimoni fra gente che non si ama probabilmente non esistono più per la maggior parte degli italiani, perché non è più obbligatorio sposarsi. Quindi sembra difficile affermare che questo brano di Svevo sia classico nel senso calviniano, dire che ancora ci parli in modo chiaro ed esplicito. I condizionamenti nella nostra epoca sono meno diretti; il nostro conformismo è più difficile da decifrare, e può darsi che una gran parte di ciò che fanno i grandi romanzi di molte generazioni fa – mettere nero su bianco la rete di pregiudizi che costituisce una comunità e stare a vedere come emerge l’individuo dallo sfondo, per contrasto, con la lotta (Anna Karenina) o come l’individuo nonostante abbia «un cuore» non emerga affatto (Cicikov nelle Anime morte) – alla fin fine ci sfugga e non illumini la realtà che ci circonda, priva di carrozze e non misurabile in verste.

Fatta questa premessa, ecco un matrimonio senza amore che ha fatto la storia della letteratura italiana, quello fra Zeno Cosini e Augusta Malfenti. Il brano di oggi è un meraviglioso pasticcio dove ogni possibile ambiguità del matrimonio fra i due esce fuori frase dopo frase costringendoci contemporaneamente a guardare la commedia di un uomo e una donna, niente di più triviale, e l’abisso assoluto cui si affaccia l’essere umano quando è in scacco, quando pensa alla morte, quando riflette sulle convenzioni sociali fino al punto da trovarle misteriose, insensate, non-morte: come una parola ripetuta troppe volte.
Zeno qui è in viaggio di nozze, e mentre la moglie ammira Venezia lui, invece, sente, con pieno sconforto, se stesso. Questo sentirsi se stesso è la conseguenza di uno spirito filosofico e sensibile o solamente un eccesso morboso di interiorità? Forse la seconda, visto che Zeno è paranoico e si fissa sull’idea che presto morirà e sua moglie andrà in viaggio di nozze con un altro.
Ma a far da contraltare a questa paranoia la moglie gli dice che lo amava da prima di conoscerlo. E lo amava per motivi assurdi, per un aneddoto su di lui che le fa provare una sorta di tenerezza per la mediocrità.
Altro giro: lei al primo incontro era distratta dall’amore per lui, lui invece dalla bruttezza di lei.
Lui insiste e dice che comunque con lui morto lei si risposerà.
Lei dice che è troppo brutta per trovare un altro marito. Il che significa che Zeno ha preso per moglie il peggio che poteva trovare. E qui se non bastasse Zeno ci mette lo humour più nero che c’è: «Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche momento di putrefazione tranquilla». Come a dire che l’angoscia di essere vittima di scherzi del destino e ironie della sorte la percepiamo con tale potenza da pensare che lasci un’eco di sconforto anche nel nostro corpo senza vita, che insomma meglio putrefarsi senza che ci ridano dietro. Così il pensiero della fine entra in una qualunque riflessione da ipocondriaci-paranoici, conferendole una stralunata dignità che non sappiamo se prendere sul serio.
Da qui si precipita nel ridicolo: «Ma la paura d’invecchiare non mi lasciò più, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie. Non s’attenuò la paura quando la tradii e non s’accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l’amante».
E infine la soluzione geniale: nella coppia si stabilisce questa tenera usanza: quando Cosini è angosciato gli basta dire «Povero Cosini!» perché la moglie corra a consolarlo. Una volta, pensando addolorato di aver tradito la moglie, Zeno Cosini mormora automaticamente «Povero Cosini!» E la moglie si precipita a consolarlo.
L’abisso e la comedy of manners formano un matrimonio ben più riuscito di quello dei Cosini. La comedy of manners, quel gioco a mettere in scena fissazioni di una classe sociale, relazioni, scambi, tic, da sola vale poco se non c’è una sincera disperata vertigine verso il vuoto, l’assoluto, la morte. Quanto all’abisso: fa più impressione quando sbuca negli interstizi delle nostre porose sicurezze sociali piuttosto che in scenari appositamente creati (un infarto su un campo di calcetto fa molta più impressione di un disaster movie).

Da La coscienza di Zeno
di Italo Svevo

Mi ricordo che una sera, a Venezia, si passava in gondola per uno di quei canali dal silenzio profondo ad ogni tratto interrotto dalla luce e dal rumore di una via che su di esso improvvisamente s’apre. Augusta, come sempre, guardava le cose (…) Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso. Le dissi del tempo che andava via e che presto essa avrebbe rifatto quel viaggio di nozze con un altro. Io ne ero tanto sicuro che mi pareva di dirle una storia già avvenuta. E mi parve fuori di posto ch’essa si mettesse a piangere per negare la verità di quella storia. Forse m’aveva capito male e credeva io le avessi attribuita l’intenzione di uccidermi. (…)
Fu allora ch’essa mi raccontò di avermi amato prima d’avermi conosciuto. M’aveva amato dacché aveva sentito il mio nome, presentato da suo padre in questa forma: Zeno Cosini, un ingenuo, che faceva tanto d’occhi quando sentiva parlare di qualunque accorgimento commerciale e s’affrettava a prenderne nota in un libro di comandamenti, che però smarriva. E se io non m’ero accorto della sua confusione al nostro primo incontro, ciò doveva far credere che fossi stato confuso anch’io.
Mi ricordai che al vedere Augusta ero stato distratto dalla sua bruttezza visto che m’ero atteso di trovare in quella casa le quattro fanciulle dall’iniziale in a tutte bellissime. Apprendevo ora ch’essa m’amava da molto tempo, ma che cosa provava ciò? Non le diedi la soddisfazione di ricredermi. Quando fossi stato morto, essa ne avrebbe preso un altro. Mitigato il pianto, essa s’appoggiò ancora meglio a me e, subito ridendo, mi domandò:
– Dove troverei il tuo successore? Non vedi come sono brutta?
Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche momento di putrefazione tranquilla.
Ma la paura d’invecchiare non mi lasciò più, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie. Non s’attenuò la paura quando la tradii e non s’accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l’amante. Era tutt’altra cosa, che non aveva niente a che fare con l’altra. Quando la paura di morire m’assillava, mi rivolgevo ad Augusta per averne conforto come quei bambini che porgono al bacio della mamma la manina ferita. Essa trovava sempre delle nuove parole per confortarmi. In viaggio di nozze m’attribuiva ancora trent’anni di gioventù e oggidì altrettanti. Io invece sapevo che già le settimane di gioia del viaggio di nozze m’avevano sensibilmente accostato alle smorfie orribili dell’agonia. Augusta poteva dire quello che voleva, il conto era presto fatto: ogni settimana io mi vi accostavo di una settimana.
Quando m’accorsi di esser colto troppo spesso dallo stesso dolore, evitai di stancarla col dirle sempre le stesse cose e, per avvertirla del mio bisogno di conforto, bastò mormorassi: «Povero Cosini!» Ella sapeva allora esattamente cosa mi turbava e accorreva a coprirmi del suo grande affetto. Così riuscii ad avere il suo conforto anche quand’ebbi tutt’altri dolori. Un giorno, ammalato dal dolore di averla tradita, mormorai per svista: «Povero Cosini!» Ne ebbi gran vantaggio perché allora il suo conforto fu prezioso.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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