ius soli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ius-soli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 23 Oct 2015 14:23:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg ius soli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ius-soli/ 32 32 Ius soli, i nuovi italiani nascono a scuola e i bocciati non vanno esclusi https://minimaetmoralia.it/societa/ius-soli-i-nuovi-italiani-nascono-a-scuola-e-i-bocciati-non-vanno-esclusi/ https://minimaetmoralia.it/societa/ius-soli-i-nuovi-italiani-nascono-a-scuola-e-i-bocciati-non-vanno-esclusi/#respond Fri, 23 Oct 2015 14:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28833 Questo pezzo è uscito sul Corriere.it

Al di là di ogni opinione culturale e politica, per gli insegnanti italiani il passaggio alla Camera della legge riguardante la regolamentazione del diritto di cittadinanza per i minori nati o residenti nel nostro Paese è un buon passo in avanti, che si attendeva da anni. Il motivo è presto detto. Chi frequenta quotidianamente le aule delle nostre scuole, in particolare della primaria e secondaria di primo grado, vive infatti sulla propria pelle la situazione reale della maggior parte di esse: molte accolgono allievi e allieve nati in Italia o arrivati da qualche tempo; ma la loro condizione continua ad essere, in base alle norme stabilite dallo ius sanguinis attualmente vigente, quella di soggetti non meglio identificati, di studenti sospesi in un limbo determinato (almeno sino alla maggiore età) dal luogo di nascita dei propri genitori, con tutte le conseguenze del caso in termini non soltanto di riconoscimento dei propri diritti, ma anche dei loro doveri di cittadini nel prossimo futuro.

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Questo pezzo è uscito sul Corriere.it

Al di là di ogni opinione culturale e politica, per gli insegnanti italiani il passaggio alla Camera della legge riguardante la regolamentazione del diritto di cittadinanza per i minori nati o residenti nel nostro Paese è un buon passo in avanti, che si attendeva da anni. Il motivo è presto detto. Chi frequenta quotidianamente le aule delle nostre scuole, in particolare della primaria e secondaria di primo grado, vive infatti sulla propria pelle la situazione reale della maggior parte di esse: molte accolgono allievi e allieve nati in Italia o arrivati da qualche tempo; ma la loro condizione continua ad essere, in base alle norme stabilite dallo ius sanguinis attualmente vigente, quella di soggetti non meglio identificati, di studenti sospesi in un limbo determinato (almeno sino alla maggiore età) dal luogo di nascita dei propri genitori, con tutte le conseguenze del caso in termini non soltanto di riconoscimento dei propri diritti, ma anche dei loro doveri di cittadini nel prossimo futuro.

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione, lo scorso anno erano oltre 800.000 gli studenti di origine straniera presenti nelle scuole dell’intera Penisola, circa il 9% dell’intera popolazione scolastica nazionale; di questi, il 52% sono nati nel nostro territorio. A confermarlo Vinicio Ongini, responsabile da tre lustri dell’Ufficio per l’integrazione scolastica del MIUR, e tra gli organizzatori di quegli Stati Generali che proprio su questi temi, e giusto nella giornata di ieri (una pura coincidenza) sono stati convocati nel dicastero di Viale Trastevere. «Ci sono ancora alcune cose da rivedere, e il testo in sé appare migliorabile – è il commento di Ongini -; di certo l’identificazione di un percorso che consenta di arrivare alla certificazione dei nuovi cittadini italiani è un obiettivo dal quale non era più possibile prescindere».

In questo senso, la doppia proposta offerta dalla nuova legge, costituita dal binomio ius soli – ius culturae, permette di evidenziare qualche punto. Attraverso il modello dello ius soli, la cittadinanza italiana viene ottenuta nel momento in cui uno dei due genitori stranieri del richiedente nato in Italia sia in grado di dimostrare di possedere un permesso di soggiorno «di lungo periodo», con l’intento di salvaguardare una certa continuità legale della presenza nel suolo italiano. Lo ius culturae aggiunge un elemento ulteriore, significativo e fortemente simbolico per la formazione e la crescita dei nuovi italiani: un minore nato o presente in Italia da qualche anno, potrà infatti ottenere la cittadinanza soltanto dopo aver terminato un ciclo di studi di almeno cinque anni.

Qualche dubbio, in questo senso, proviene dal passaggio che introduce come impedimento l’eventuale bocciatura del candidato negli anni compresi dal ciclo elementare. Spesso, infatti, un alunno viene bocciato, soprattutto nei primi anni di scuola, per motivi appartenenti a numerose combinazioni, ambientali, linguistiche, familiari, psicofisiche, oltre che puramente didattiche. Forse dunque non siamo ancora giunti al termine di questo importante cambiamento, ma la strada intrapresa sembra finalmente essere quella giusta, in barba a quanti, esclusivamente per convenienze politiche di bassa lega (nomen omen), soffiano sul fuoco di un ventilato nazionalismo, che nulla ha a che vedere con i contenuti in ballo.

Anche perché, per garantire lo sviluppo di un sano e moderno nazionalismo, legato alla propria cultura e alle proprie tradizioni quanto predisposto verso le potenziali ricchezze rappresentate dall’altro, si deve insistere proprio sulla costruzione di un terreno comune, sulla condivisione e il rispetto di principi e valori imprescindibili, perché appartenenti alla natura di ogni essere umano. Ecco perché, a quegli stessi insegnanti in attesa di un esito positivo dell’iter parlamentare in corso, spetta ora il compito forse non più difficile, ma certamente essenziale: diffondere uno spirito di comprensione quale sinonimo di conoscenza delle trasformazione in atto.

Uno strumento efficace e a portata di mano, in quanto già previsto dalle normative didattiche ministeriali, appare essere quell’ora settimanale della materia di Cittadinanza e Costituzione, anche indicata come Educazione alla Cittadinanza, compresa nel programma di Storia e Geografia (e/o nell’insegnamento delle materie letterarie), ma troppo spesso colpevolmente rimossa da alcuni docenti delle discipline coinvolte. Per formare i nuovi cittadini italiani, i primi a farsi trovare preparati dobbiamo essere noi. Un bel ripasso generale non farebbe male a nessuno.

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Patrimonio condiviso, storia condivisa? Ancora su scuola e integrazione https://minimaetmoralia.it/arte/scuola-e-integrazione/ https://minimaetmoralia.it/arte/scuola-e-integrazione/#comments Fri, 27 Jun 2014 15:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21820 di Maria Pia Donato

Nel nostro Paese, “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città, piccole o grandi che siano, nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali che investono insieme lingua, musica, architettura, arti visive, manifatture, cultura alimentare e che entrano nella vita quotidiana. La Costituzione stessa, all’articolo 9, impegna tutti, e dunque in particolare la scuola, nel compito di tutelare questo patrimonio”.

Il brano non è tratto da Istruzioni per l’uso del futuro di Montanari, ma dalle Indicazioni ministeriali del 2012 per la scuola primaria, capitolo su Il senso dell’insegnamento della storia.

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di Maria Pia Donato

Nel nostro Paese, “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città, piccole o grandi che siano, nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali che investono insieme lingua, musica, architettura, arti visive, manifatture, cultura alimentare e che entrano nella vita quotidiana. La Costituzione stessa, all’articolo 9, impegna tutti, e dunque in particolare la scuola, nel compito di tutelare questo patrimonio”.

Il brano non è tratto da Istruzioni per l’uso del futuro di Montanari, ma dalle Indicazioni ministeriali del 2012 per la scuola primaria, capitolo su Il senso dell’insegnamento della storia. Ed è il motivo per cui una storica come me si sente chiamata in causa da uno storico dell’arte come lui, e da un libro dal taglio polemico e politico come il suo, su temi che pure hanno accumulato un’abbondante bibliografia scientifica come cittadinanza e integrazione, la democrazia e il rapporto con il passato e con il patrimonio. E visto che Mario Valentini e Emiliano Sbaraglia, da prospettive diverse, sono appena tornati sulla questione in relazione alla scuola, non è inutile, forse, aggiungere alcune riflessioni dal punto di vista dei contenuti di questa possibile scuola dell’integrazione. Quale passato e quale patrimonio? Quale storia?

Il nesso tra patrimonio e cittadinanza sul quale insiste Montanari, pur non essendo esclusivo appannaggio né del nostro paese né dell’Europa, ha in Italia una particolare pregnanza per motivi storici di lungo periodo, e soprattutto grazie alla Costituzione repubblicana del 1948. Ed è un principio intrinsecamente progressivo, come la democrazia liberale che nasce dal patto costituente all’indomani della guerra di liberazione: presuppone l’uguaglianza di diritto, ma tende anche all’uguaglianza di fatto, ovvero all’ampliamento dei diritti di cittadinanza e all’inclusione sociale.

Ora, in quanto figura della storia, la funzione di cittadinanza che il patrimonio può svolgere si deve necessariamente evolvere. Deve accordarsi alle trasformazioni della società, e diventare strumento di integrazione per generazioni di cittadini che provengono da paesi, culture, storie diverse, mentre fino a qualche decennio fa il problema della cittadinanza democratica poteva in larga misura essere concepito, anche sul piano culturale, come un problema di classe. Per meglio dire, oltre a una questione di inclusione sociale sempre attuale (anzi, vieppiù attuale con l’accrescersi della diseguaglianze, che poi è la distanza che separa chi vive nei centri storici e chi nelle periferie degradate), ce n’è una, urgente, di inclusione etnica e culturale che non sia (un’impossibile) assimilazione.

Scrive Montanari nel capitolo Ius soli che gli stranieri che giungono in Italia possono fluire nella tradizione culturale italiana perché vivono in un territorio nel quale essa si manifesta in uno straordinario palinsesto che la Costituzione ha messo a disposizione di tutti. Sono immersi in una storia alla quale possono appartenere senza rinnegare la propria. A patto, naturalmente, che lo si conosca, e che le istituzioni preposte all’istruzione e alla ricerca non rinuncino alla propria missione.

Le potenzialità ‘creative’ del patrimonio, tanto per l’apprendimento della storia quanto per l’educazione alla cittadinanza attiva sono al centro della riflessione sulla didattica della storia da almeno un decennio[1], e le Indicazioni nazionali attuali ne sono l’esito. Non solo in Italia, per la verità, dato che da tempo la Commissione Europea ha individuato la funzione del patrimonio nella promozione di senso di identità, memoria collettiva e comprensione reciproca all’interno e tra le comunità e ha favorito l’affermazione di un tale approccio nelle politiche educative dei paesi dell’Unione.

Così, una didattica di tipo esplorativo permette (permetterebbe) ai più piccoli di capire il mutamento osservandone le tracce, e al contempo di scoprire le proprie città, le proprie comunità e sentirsene parte. Si potrebbe dire, di costruire la propria identità di cittadini, se, in Italia, la nozione di identità non fosse così carica di implicazioni proprio nella tormentata vicenda dell’insegnamento della storie. Le indicazioni nazionali del 2007 e del 2012, infatti, sono anche il risultato di un opportuno correttivo all’impianto fortemente ideologico introdotto pochi anni prima dalla cosiddetta riforma Moratti, secondo il quale la funzione identitario della storia era enfatizzata in chiave occidentale, cristiana, nazionale e regionalistica tanto da sollevare la viva reazione degli storici[2]. Si è dunque sostituita la nozione di identità con quella di appartenenza, postulando però così l’intrinseca pericolosità della prima e, dunque, mettendo di fatto in secondo piano il problema della cittadinanza interculturale.

La domanda è sempre la stessa: cosa definisce una comunità, la comunità della quale si vuole/deve sentire parte e tutelarne l’eredità, quando questa comunità cambia molto rapidamente?

Montanari dice da storico dell’arte: il patrimonio che si trova nel nostro paese parla una lingua che tutti possono imparare a parlare. In un certo senso ha gioco facile perché può sostenere la coincidenza tra territorio politico e tradizione culturale, perché il patrimonio è quello che fisicamente si trova in Italia e che la rende inconfondibile. Uno ius soli sui generis, insomma.

Ma che storia raccontiamo di questi monumenti e attraverso questo patrimonio? La storia può svolgere una funzione identitaria al plurale e farlo attraverso il patrimonio? Per dirla brutalmente, se è per scoprire l’innato genio italiano di fronte a Leonardo, o le radici cattoliche della nostra società di fronte a una pala d’altare, meglio stare in classe.

Il problema, preciso, non si pone davvero per la storiografia scientifica. Per quanto la ricerca nostrana si concentri di preferenza sulla storia italiana, e non abbia una gran tradizione di storia interconnessa, transnazionale o globale, negli ultimi decenni, come altrove, si è impegnata a restituire la pluralità di intrecci, gli scambi, i meticciamenti della storia ‘nazionale’, nonché la violenza reale e simbolica dispiegata nel tempo per occultarli o impedirli. Ed è anche vero che la riflessione pedagogica degli storici non evita di interrogarsi sulle sfide della società multietnica e del mondo globalizzato, almeno come orizzonte problematico.

Nondimeno, la lista degli ostacoli che si frappongono a un tale progetto culturale e civile è lunga, a partire dalla tanto banale quanto micidiale riduzione delle ore d’istruzione e ritorno al maestro unico della Gelmini. È bene elencarne alcuni, perché il diavolo si nasconde nei dettagli, e in Italia ciò prende abitualmente la forma di iato tra enunciazioni e realtà.

Intanto, l’insistenza delle Indicazioni nazionali su un approccio universalistico piuttosto che interconnesso; in secondo luogo, una scansione cronologico-sequenziale inefficace (dalla III classe elementare alla V: dall’ominazione alla caduta dell’impero romano) che lascia poco spazio per una tal riflessione sulla storia plurale d’Italia attraverso la scoperta delle tracce materiali del passato. Soprattutto, i docenti dovrebbero essere in grado di fare quel che si chiede loro. E purtroppo si può legittimamente dubitare che le università forniscano la preparazione storica iniziale che si presuppone nella Indicazioni nazionali. Tralasciamo che nella stragrande maggioranza dei corsi di Scienze della formazione primaria non è prevista neanche un’ora di storia dell’arte, e ancora, si dovrebbe chiedersi di che storia dell’arte parliamo. Ha ragione Montanari quando dice che la scuola primaria riesce a trasmettere conoscenze e curiosità per la lettura contestuale delle opere del passato, poi dilapidato alle superiori. Ma temo che sia un po’ ottimista, nonostante le eccellenze (fanno autorità l’Emilia Romagna con il Centro internazionale di didattica della storia, e la Lombardia con l’associazione Clio92 e la Storiainrete).

Mancano poi strumenti didattici alla portata di tutti. A parte alcuni interessanti contributi[3], la manualistica finisce per essere ben tradizionale nell’organizzazione dei contenuti. La progettazione di curricoli di storia originali e ricchi è un’operazione molto complessa, come sanno tutti gli insegnanti che si sforzano di fare al meglio il proprio lavoro. Né mi pare esistano ancora pubblicazioni che guidino con facilità e concretezza la scoperta del patrimonio in chiave interculturale, fatta salva l’attività dei servizi didattici museali più dinamici e delle associazioni più attente ma molto disparatamente presenti sul territorio.

Temo quindi che fino a che la ricerca storica e storico-artistica non accetta di ‘sporcarsi le mani’ e fare della riscrittura della storia del patrimonio una priorità, un tema esplicito e collettivo a tutti i livelli del confronto specialistico e pubblico, non si potrà farne la leva di una storia plurale e condivisa. È un invito che una storica come rivolge a uno storico dell’arte come lui, e non solo a lui.

 


[1] A. Bortolotti, M. Calidoni, S. Mascheroni, I. Mattozzi, Per l’educazione al patrimonio culturale. 22 tesi, Milano, Franco Angeli, 2008; B. Borghi, C. Venturoli (a cura di). Patrimoni culturali tra storia e futuro, Bologna, Patron, 2009.

[2] A. Brusa, L. Cajani (a cura di), La storia è di tutti, Roma, Carocci, 2008.

[3] Per esempio L. Landi, Di chi è questa storia? Proposte didattiche per le classi multiculturali, Roma, Carocci, 2010; E. Perillo, Le storie d’Italia nel curricolo verticale. Dal paleolitico ad oggi, Castel Guelfo, Cenacchi, 2011.

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