J.Edgar Hoover Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/j-edgar-hoover/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Mar 2014 10:27:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg J.Edgar Hoover Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/j-edgar-hoover/ 32 32 Frank M. Ahearn, l’uomo che fa scomparire le persone nei guai https://minimaetmoralia.it/reportage/frank-m-ahearn/ https://minimaetmoralia.it/reportage/frank-m-ahearn/#respond Tue, 04 Mar 2014 10:40:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19078 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

New York. Frank M. Ahearn ha una quantità di telefoni. Tutti con scheda prepagata, che si è fatto comprare da barboni o passanti male in arnese a cui ha dato 20 dollari per la cortesia di registrarli a loro nome. Li usa per un po’, poi li butta. Più esattamente li distrugge. Li spezza in due, toglie la batteria, rompe la sim e sparge i pezzi in bidoni diversi dell’immondizia. Con i computer dei suoi clienti fa di peggio. Li prende a martellate per estrarre il disco fisso. Quindi lo mette in un catino a mollo nel Lysol, un potente disinfettante, o nella trementina. Lo lascia a marinare qualche giorno e poi lo mette nel congelatore. Infine lo disperde nell’oceano («Sì, è inquinante, e allora? Piantate un albero e vi sentirete meglio»). Basterebbe molto meno per essere certi che nessuno riesca a recuperare i dati. Ma il professionalismo ha la sua liturgia. Se vi siete rivolti a lui vuol dire che le cose hanno preso una brutta piega, tendente al pessimo.

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Frank_Ahearn

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

New York. Frank M. Ahearn ha una quantità di telefoni. Tutti con scheda prepagata, che si è fatto comprare da barboni o passanti male in arnese a cui ha dato 20 dollari per la cortesia di registrarli a loro nome. Li usa per un po’, poi li butta. Più esattamente li distrugge. Li spezza in due, toglie la batteria, rompe la sim e sparge i pezzi in bidoni diversi dell’immondizia. Con i computer dei suoi clienti fa di peggio. Li prende a martellate per estrarre il disco fisso. Quindi lo mette in un catino a mollo nel Lysol, un potente disinfettante, o nella trementina. Lo lascia a marinare qualche giorno e poi lo mette nel congelatore. Infine lo disperde nell’oceano («Sì, è inquinante, e allora? Piantate un albero e vi sentirete meglio»). Basterebbe molto meno per essere certi che nessuno riesca a recuperare i dati. Ma il professionalismo ha la sua liturgia. Se vi siete rivolti a lui vuol dire che le cose hanno preso una brutta piega, tendente al pessimo.

Better safe than sorry, meglio eccedere in prudenza che dover poi dire mi dispiace, commenta con un sorriso prima di portare alla bocca quasi mezzo litro di caffè Starbucks. Questo cinquantunenne mite, gioventù bruciata alle spalle, occhi color carta da zucchero, stempiatura e un codino sale e pepe da cantante folk fuori tempo massimo, è il mister Wolf tarantiniano, quello che risolve i problemi. Se un ex-socio vi ricatta, un amante fuori di testa vi minaccia e chiamare la polizia è sconsigliabile o inutile per mancanza di prove che non potete permettervi il lusso di raccogliere, non vi resta che rivolgervi ai suoi «servizi di sparizione». Lui prima pulisce dove avete sporcato. Cancella le tracce della vostra vecchia vita. Poi vi traghetta in quella nuova, assicurandosi che nessuno possa risalire dall’una all’altra. Non è economico. Però, come dice la pubblicità, ci sono cose impagabili e per tutto il resto Mastercard. Vivere sfuggendo ai radar. Sconnessi dal sistema. Diventare invisibili. Questa è la sua promessa. A patto che siate disposti a compiere, sotto la sua guida sapienziale, una discesa completa agli inferi della paranoia.

Avevo chiesto di vederci a casa sua. Ha preferito un anonimo seminterrato con tavolinetti incustoditi, di quelli che i palazzinari newyorchesi devono tenere aperti al pubblico in cambio di più generosi permessi di edificabilità, in un grattacielo dove ha sede una libreria Barnes&Noble. «Se uno vuole collegarsi a internet rendendo difficile per chiunque risalire al suo IP, l’identificativo della sua connessione, i wifi pubblici in posti frequentati come questo sono l’ideale» è la prima lezione di un corso sull’arte della fuga che potrebbe tenere a braccio per mesi. La cui versione semplificata ha messo per iscritto in un libro di tre anni fa, How to Disappear, che è diventato una sorta di testo di riferimento. Ma siccome più che la teoria conta l’esecuzione, è su quella che ha costruito il suo business: per lo screeening dei potenziali clienti prende 500 euro all’ora; per il servizio completo si parte dai 30 mila euro («Ma alle vittime di stalker faccio forti sconti. E non solo a loro»). Ma non credete che siano soldi facili.

«Una volta c’era un tipo minacciato e non era il caso che tornasse a casa, neanche per un minuto. Sono andato io, con due guardie del corpo, a fare le sue valigie. Siamo stati fortunati e non abbiamo fatto brutti incontri. Se un cliente mi chiede di affittare per lui un appartamento a mio nome in un altro stato, io parto». Nel 2013 di voli ne ha presi trentacinque. Per cinque clienti che ha fatto sparire e altri che ha aiutato solo a far perdere le proprie tracce internettiane. Sono i due filoni della sua attività, analogico e digitale, con il secondo che cresce sempre più. Spiega: «Ho un cliente russo piuttosto ricco ossessionato dal fatto che i suoi figli adolescenti possano rivelare sui social network troppi dettagli della loro vita reale, mettendoli a rischio di rapimento. Quindi una volta al mese, con l’aiuto di traduttori, cerco ciò che hanno scritto e ne valuto la pericolosità. Il più delle volte non è possibile cancellarlo e quindi creo una quantità di informazioni fuorvianti di persone fittizie, più o meno della stessa età, con foto prese a caso da internet, per mettere eventuali malintenzionati su false piste. Se la disinformatja funziona i veri profili non appariranno mai nelle prime pagine dei risultati di Google, ma confusi nel mucchio». Sul sito in cui pubblicizza la sua attività campeggia una frase di Salvador Dali: «Ciò che importa è moltiplicare la confusione, non eliminarla».

Ma torniamo all’hardware, al nocciolo fisico della sua specialità. Ovvero prendere un uomo, che vive in un certo posto e fa un certo mestiere, e farlo sparire. Seguendo un processo in tre fasi che lui definisce misinformation, disinformation e reformation (informazione ingannevole, disinformazione e emendamento). E che ha messo a punto decostruendo la sua ventennale esperienza come skip tracer, un investigatore privato specializzato nella caccia ai fuggitivi. «Dopo centinaia di casi ho capito i principali errori che commette chi fugge. E a un certo punto ho deciso di passare dall’altro lato della forza e mettere a disposizione la mia competenza per coloro la cui vita era diventata di colpo impossibile da sostenere. In una parola, ciò che tradisce gli uomini alla macchia sono le passioni». O, come canterebbe De Gregori, «ogni bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere/sa che ogni uomo ha un vizio/che lo farà cadere». Di uno che doveva rintracciare conosceva solo il nome, l’età e l’ultimo indirizzo. Poi, parlando con sua madre, era venuto fuori che era un grande appassionato di muscle cars, super-coupé dai motori potenziati. «Esistevano una dozzina di riviste specializzate. Ho cominciato a chiamarle una a una, fingendo di essere la persona che cercavo e lamentando il fatto che non avevo ricevuto le ultime copie. Tanti mi hanno detto che c’era un errore, che non risultavo abbonato. Fino a quando ho trovato quella giusta che mi ha detto che le copie erano state spedite… al nuovo indirizzo. Bingo!».

Non sfuggirà che non è proprio kosher spacciarsi per un’altra persona. Lui lo faceva di continuo, e non l’hanno mai beccato. Però è anche per questo che poi ha cambiato squadra. Definisce questa abilità di estrarre informazioni al telefono «l’arte del pretesto». D’altronde basta andare a vedere Il lupo di Wall Street, l’ultimo esorbitante film di Martin Scorsese, per capire che fortune (anche illecite) si possono costruire negli Stati Uniti convincendo persone al telefono. È il suo vero talento: «Basta un po’ di psicologia e tanta pazienza. E la consapevolezza che, almeno negli Stati Uniti, gli addetti ai call center vengono pagati una miseria e non sono generalmente ingegneri aerospaziali». Dall’assistenza clienti di un operatore telefonico puoi risalire alle ultime chiamate di una donna scomparsa: «Senta, mi chiamo Tal dei tali, il mio codice fiscale è questo e l’ultima bolletta della mia anziana madre è assai più cara del solito. Io non ce l’ho sott’occhio, potrebbe dirmi lei quali chiamate vede che potrebbero giustificare la differenza. Ah, e che numero avrebbe chiamato?». La prima operatrice ti dice che non è autorizzata. Richiami e te ne passano un’altra. Procedi a oltranza sino a quando non trovi l’anello debole. Idem con le carte di credito. Ogni skip tracer fa così e Frank Ahearn è quello che dissemina di trappole la loro strada.

Dunque, con ordine. Primo passo, informazione ingannevole. «Chiamo l’azienda del gas del mio cliente e chiedo di correggere il mio nome: non mi chiamo Joe Smith, ma Joe Smithe. Poi quella della luce: ho cambiato indirizzo. E via confondendo, con refusi e modifiche marginali che faranno perdere un sacco di tempo a chi poi ti cercherà. E ricordate: il tempo è denaro». Secondo passo, la disinformazione, ovvero l’attiva messa in circolo di informazioni false. «Mettiamo che abbiamo concordato di far trasferire il cliente in Nebraska. Allora lui comincerà a cercare appartamenti in Wisconsin, manderà mail, prenderà appuntamenti con agenzie immobiliari locali e si farà fare un controllo bancario per vedere se è un buon pagatore o no (i credit check sono una delle prime mosse degli investigatori). Non solo: si farà foto in Wisconsin e le posterà su Facebook. Sul web condividerà anche l’acquisto su Amazon di una guida del Wisconsin e così via. Magari potrà ripetere il tutto con il Montana. Facendo lievitare l’onorario di un detective che pretenda di seguire tutte queste piste». Il principio è semplice: frapporre tra la tua vita attuale e quella che vuoi riverginare il maggior numero di strati, in modo che la prima risulti inintellegibile. Un esercizio di astrazione progressiva.

La fase cruciale è la terza («spostare la persona da A a B»). Non tanto il tragitto, la cui regola si ispira a una specie di anti-teorema di Pitagora per cui la via più lunga è sempre la migliore («Se devi andare dagli Stati uniti al Canada meglio prima passare da Antigua») oltre a una generale preferenza per gli spostamenti via terra rispetto ai più controllati aerei. Né trovare una sistemazione. «Ci sono servizi come Vacation Rentals by Owners (vrbo.com), in cui privati affittano case e accettano volentieri anche contanti. Oppure siti come Craiglist dove è possibile subaffittare appartamenti. A quel punto diventa molto difficile risalire a voi. E comunque, ogni volta che serve, posso affittare a nome mio o di vari miei collaboratori e spacciare la persona che ci abiterà come mia compagna o mio compagno». Meglio ancora sarebbe creare una società anonima a cui intestare affitto, utenze, eventuale auto: «I trust alle Isole Cayman o nel Liechtenstein sarebbero perfetti, ma in Delaware si può fare per poche centinaia di dollari. Cercate “delaware corporations” o “international business corporation” e capirete di cosa parlo».

Di sicuro Ahearn non è uno che si sgomenta. Lui costruisce l’infrastrutura della vostra nuova vita. Poi sta a voi: basta un errore per rovinare la copertura. «Quello che spiego subito ai potenziali clienti è di considerare questa strada come potenzialmente senza ritorno. Può venir meno il pericolo ma bisogna essere preparati all’eventualità che sia un biglietto di sola andata. E ciò significa chiudere con tutto e con tutti». Dire addio ai genitori, ai fratelli, agli amici? «Non necessariamente, ma solo a rigide condizioni. Perché ogni contatto è un rischio. E ogni email è violabile. Però potete mettervi d’accordo con vostra madre che il primo di ogni mese scriverete un messaggio cifrato in un certo forum online. Qualcosa firmato con il nickname precedentemente concordato del tipo: «Vendo Dodge del 98 con 95550 miglia. Solo 2 proprietari. Chi fosse interessato chiami tra le 2 e le 7 di pomeriggio. E lei capirà che il vostro nuovo numero di telefono prepagato, che avrete fatto registrare da qualcun altro, sarà la serie dei numeri, ovvero 989-555-0227». Oppure rivolgersi a JConnect o siti simili che vi consentono di comprare «numeri virtuali», ovvero numeri che sembrano normali ma non fanno altro che inoltrare la vostra chiamata a qualsiasi altro numero, facendo perdere le tracce.

Ogni attività digitale, invio o scaricamento che sia, lascia una traccia. Un modo per ovviare al problema è che la traccia non sia vostra. «Ci sono siti come odesk.com dove milioni di persone si offrono di svolgere piccoli compiti internettiani, dal catalogare foto a mettere like su certe pagine facebook, per un dollaro l’ora. Ecco, voi potete avvicinare candidati chiedendo una prestazione innocente. E poi privatamente chiedere loro, magari per 10 dollari, se vi ricaricano il telefono o vi spediscono una nuova sim. C’è pieno di gente che lo farebbe senza porre domande». Obietto che affidarsi a uno sconosciuto mi sembra un fattore di vulnerabilità, magari si insospettisce e vi denuncia. «Ma così ucciderebbe la sua gallina» è la risposta, «in cambio di cosa?». Già, non si sputa su dieci dollari, e magari altri dieci e dieci ancora, coi tempi che corrono. E dal momento che si parla di soldi, la domanda è come si mantiene chi taglia i ponti con tutto. «In alcuni casi chi scappa ha soldi a sufficienza per andare avanti qualche anno senza lavorare. Oppure si adatta a fare l’insegnante di inglese all’estero, il manovale o il barista. L’importante è non fare esattamente quel che si faceva in passato perché ciò faciliterebbe il compito a chi insegue». Viene in mente il titolo dell’autobiografia di Andrew Grove, cofondatore di Intel, sopravvissuto ai campi di concentramento e alla malattia: Only the Paranoid Survive.

Le storie dei suoi clienti sono segrete per definizione. Talvolta così naturalmente cinematografiche da non meravigliarsi che Ahearn sia già stato protagonista di un documentario selezionato all’ambito festival SXSW e abbia collaborato a due serie tv che devono ancora uscire. Così c’è «il musicista», membro di un gruppo ska californiano cui va il grosso dei diritti quando la formazione si divide. Gli altri gli fanno causa ma perdono. Uno gli spacca la faccia e finisce agli arresti domiciliari. Così, prima che torni libero, il cliente viene trasferito in Messico. C’è «Mister Casinò», imprenditore immobiliare a Monaco che, contro la crisi tenta la carta della disperazione giocando a poker. E vince 680 mila euro che però, facendo infuriare i soci che promettono vendetta, non vuole investire nella società. Ma usa per ricominciare ex novo in Polonia. C’è «Lady Kgb», prostituta dell’est a cui i protettori sequestrano il passaporto. Lei riesce a recuperarlo e a mettere le mani su un bel po’ di contante. Quindi cerca su internet e trova Frank che le consiglia di comprare dell’oro da portare addosso e poi prende un aereo e la scorta verso una destinazione sicura. Ahearn dice che non accetta nessuno che abbia violato la legge. Né quelli che hanno figli e vogliono lasciarseli alle spalle (suo padre gestiva bische nel Bronx, lui è di fatto cresciuto con la madre che adora). Premette che fornirà una nuova vita ma non una nuova identità: «I documenti falsi sono un reato federale. Aggiungerebbero un problema grosso a quelli del cliente. E mi metterebbe fuori gioco per sempre. Mentre io lavoro pulito e dichiaro al fisco sino all’ultimo dollaro».

Le cose più ambigue le faceva da giovane, quando faceva il segugio per conto dei tabloid inglesi («Il recente scandalo delle intercettazioni telefoniche non ha certo sorpreso me: quelli ottenevano di tutto»). «Una volta mi chiamano e mi danno un nome: Monica Lewinsky. Dicono: lascia tutto e trovala. E io compulso gli elenchi, chiamo un paio di amici alla polizia, setaccio internet e alla fine trovo un numero. Mi risponde una donna delle pulizie: no, non è in casa ma rientra stasera. Il primo fotografo a quell’indirizzo l’ho mandato io». Racconta anche di Patrick McDermott, fidanzato storico di Olivia Newton-John, l’indimenticata protagonista di Grease, che nel 2005 scompare dopo una battuta di pesca nelle acque californiane. I guardacosta, dopo lunghe ricerche, lo danno per morto. Ma era pieno di debiti, la polizia sospetta e la Cbs crea un sito per raccogliere segnalazioni di chiunque possa averlo visto. In verità è una trappola perché ogni visita viene registrata e associata alla località geografica del computer da cui proviene. E tante provengono dalla stessa località in Messico dove McDermott aveva trovato rifugio per non pagare neppure gli 8000 dollari di alimenti all’ex moglie. «La sua vanità l’ha rovinato» conclude Ahearn, che da dieci anni ha rotto con la moglie e ora stravede per un cane. L’amor proprio o quello per gli altri è l’anello debole.

Nella strepitosa serie tv Breaking Bad il protagonista Walter White si rivolge a uno specialista di sparizioni che lo mette al sicuro in una capanna spersa in un bosco perennemente innevato. Quando chiama il figlio la polizia che tiene sotto controllo i telefoni rintraccia il nascondiglio. Ma lui voleva essere preso, salvo ripensarsi in extremis. Cito a Frank l’episodio e quasi si commuove: «Non ho perso una puntata». L’ha visto su Netflix, il popolare servizio di streaming che sa tutto dei propri clienti e consiglia loro altri film basandosi su ciò che hanno già visto: «È straordinario, ma non lo consiglierei mai a un mio cliente. La rete è una miniera senza fondo di informazioni sul nostro conto. E i social network sono la peggior minaccia per la privacy dai tempi di J. Edgar Hoover!». Ma lui non è alla macchia, anzi vuol essere trovato da chi aspira all’invisibilità. Lui è l’ultima spiaggia contro ciò che gli scacchisti chiamano zugzwang, l’infelice condizione per cui qualsiasi mossa fai sarà perdente. Lui è un «arrivano-i-nostri» unipersonale. Uno dei telefonini che occasionalmente suonano durante la nostra lunga chiacchierata in mezzo a una folla distratta ha due post-it appiccicati sul dorso. Su uno c’è scritto un nome di fantasia (Ragnar, leggendario re vichingo) e il numero di quella scheda. L’altro serve per tappare la telecamera («Non vorrei scattare accidentalmente una foto che, sottoposta a siti come TinEye.com, potrebbe poi rivelare dove mi trovo»). E come se, razzolando meno bene di quanto predica, non si sentisse credibile. D’altronde divorare chi le coltiva è il destino di ogni ossessione.

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Inno del corpo sfatto. Nuove coordinate della Lussuria: da Lena Dunham alla MILF https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inno-del-corpo-sfatto-da-lena-dunham-alla-milf/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inno-del-corpo-sfatto-da-lena-dunham-alla-milf/#comments Wed, 23 Oct 2013 09:40:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15999 Pubblichiamo un pezzo di Fabio Cleto uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui). (Immagine: una scena di Girls.)

di Fabio Cleto

Teaser, I. Lust for Life

È il 3 ottobre 1951, nel Prologo di Underworld. È lo spareggio fra Giants e Dodgers, e piovono sugli spalti del Polo Grounds le pagine della rivista Life, strappate da qualcuno che ne fa istantanee del desiderio, coriandoli di un nuovo lusso ubiquo, proteiforme, imperativo: “Alimenti per neonati e caffè solubile, enciclopedie e tostapane, shampoo e whiskey di malto”. Nell’indifferenza onnivora dello spettacolo diventano tutt’uno beni e pubblicità, capolavori dell’arte e tecnologia, “Rubens e Tiziano, Playtex e Motorola” [1]. L’immagine aderisce alla vita e la replica, diventandone strumento definitivo di cognizione: Frank Sinatra apprende “di essere su Life di questa settimana” quando la pagina che lo ritrae gli sfiora la spalla. Fra stelle del cinema e celebrità dello sport, la presenza di J. Edgar Hoover – il Federale numero uno, la Grande Spia – coniuga fama e segretezza, “due estremi della stessa fascinazione”, evoca “il crepitio elettrostatico di una certa libidine nel mondo” [2].

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Pubblichiamo un pezzo di Fabio Cleto uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui). (Immagine: una scena di Girls.)

di Fabio Cleto

Teaser, I. Lust for Life

È il 3 ottobre 1951, nel Prologo di Underworld. È lo spareggio fra Giants e Dodgers, e piovono sugli spalti del Polo Grounds le pagine della rivista Life, strappate da qualcuno che ne fa istantanee del desiderio, coriandoli di un nuovo lusso ubiquo, proteiforme, imperativo: “Alimenti per neonati e caffè solubile, enciclopedie e tostapane, shampoo e whiskey di malto”. Nell’indifferenza onnivora dello spettacolo diventano tutt’uno beni e pubblicità, capolavori dell’arte e tecnologia, “Rubens e Tiziano, Playtex e Motorola” [1]. L’immagine aderisce alla vita e la replica, diventandone strumento definitivo di cognizione: Frank Sinatra apprende “di essere su Life di questa settimana” quando la pagina che lo ritrae gli sfiora la spalla. Fra stelle del cinema e celebrità dello sport, la presenza di J. Edgar Hoover – il Federale numero uno, la Grande Spia – coniuga fama e segretezza, “due estremi della stessa fascinazione”, evoca “il crepitio elettrostatico di una certa libidine nel mondo” [2].

Non i fasti democratici del supermercato, per Hoover; non le sirene della cosmesi, le promesse di un corpo mondato dal troppo umano del metabolismo (“lassativi e digestivi, pannolini, cerotti callifughi e ritrovati antiforfora”) [3]. Per “Edgar senza-germi”, l’uomo che persegue feroce la pulizia del corpo sociale, c’è la “riproduzione a colori di un quadro popolato da figure medievali morte o moribonde”. Con sgomento, su Life non lo attende la vita: il quadro da cui “non riesce a staccare gli occhi” è Il trionfo della morte di Pieter Brueghel[4]. È la nemesi, il fascino compulsivo di “ulcere, lesioni e corpi macilenti a patto che il suo contatto con la fonte sia puramente figurativo”. A dominare il quadro, il Vizio (“Giocatori di carte, amanti libidinosi, […] il re in manto di ermellino con le sue ricchezze ammassate dentro barilotti”), un teatro di “ingordigia, lussuria e cupidigia” in cui il sé si perde nel marchio dell’infrazione. Il lusso e la lussuria, la spia e l’osceno: questo desiderio apre un’opera-mondo e abbraccia il secolo americano dal 1951 al 1997, quando Don DeLillo ce lo mostra nudo e imbarazzato, protagonista suo malgrado di un’economia della rivelazione e dello sguardo furtivo. Un’economia in cui l’imperfezione va negata, rimossa, mascherata. Per goderne appieno il crepitio elettrostatico, la carica libidinale.

Teaser, II. I’ll never do it again

Sempre nel 1997, la tragica intelligenza di David Forster Wallace licenzia la versione definitiva di Una cosa divertente che non farò mai più. È il reportage di una crociera nei Mari del Sud che due anni prima lo aveva insinuato nel lusso sfrenato della Zenith, una città splendente che solca mari cristallini, lambisce spiagge di zucchero e si staglia apollinea su cieli di lapislazzuli e tramonti disegnati al computer. Il suo sguardo è attonito, e non solo per la surreale perfezione del trattamento riservato ai turisti, trasfigurati in un regime da brochure che sospende il tempo nei riti dell’intrattenimento. È attonito per quel che ha visto, e per la propria colpevole partecipazione. Nel sole dei Caraibi “ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi, cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verruche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli malriusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda” [5]. Ecco, di nuovo, un inventario del Corpo in Sfacelo, una galleria di patologie, materie stomachevoli, fallimenti cosmetici, avvolti nel “profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente” [6].

Corpi che “avrei preferito non vedere”, e però osservati, catalogati, riportati. Corpi la cui oscenità risiede nell’essere in disgrazia, eppure esibiti senza pudore, trasformati in un quadro di lussuria contemporanea. A poco serve invocare il registro documentale del narratore-reporter, che ammette del resto un imbarazzo, l’altro polo del ribrezzo e della censura: “Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro” [7]. Siamo di fronte, anche qui, a una variante dell’osceno novecentesco, che ne annuncia la metamorfosi. Non basta la clinica del cinismo, così come non bastava inscrivere J. Edgar Hoover nei confini dell’arte. Grandi ordini discorsivi, arte e scienza, che hanno tradizionalmente esentato dall’oscenità le proprie raffigurazioni, e che però non bastano, perché entrambi gli sguardi sono coinvolti – turbati, disgustati, eccitati – da quel che vedono. DeLillo ne smaschera l’oscenità; Wallace la confessa. I corpi disgraziati, sfacciato emblema della Vacanza Assoluta nella crociera extra-lusso che – segnata dal verbo to pamper, ‘viziare’, inscindibile da un prodotto di consumo per la prima infanzia – si fonda sulla sistematica, professionale infantilizzazione della clientela, non fanno arrossire chi li arroventa arancioni al sole (Problema Loro?), ma chi li osserva (Problema Mio?). Che rimane smarrito e vergognoso nello stordimento puberale, nella vertigine dell’erezione, nella depressione postcoitale. Non lo farò mai più.

Action!

Il Novecento si chiude con una promessa di perfezione. Corpi e immagini si affrancano dalla materia e diventano manipolabili in semplicità tecnologica. Fin dagli anni Ottanta la plasticità del fitness, la chirurgia estetica, la cosmesi generalizzata, e poi – epocale – il morphing, che sovrappone la dissolvenza incrociata alla deformazione del warping nella metamorfosi fluida e impercettibile fra volti, oggetti e scenari. Irrompe quest’ultimo nel lessico e nello sguardo nel 1991, con un video di John Landis – Black or White – che esibisce l’estetica fluida di cui si fa strumento, e l’artista pop, Michael Jackson, la cui performance di transito estetico-chirurgico ne è emblema. Nello stesso anno, il Terminator 2 di James Cameron lo usa per inscenare la spettacolare transizione fra uomo e macchina, solido e liquido. E subito, con l’immediatezza che ne caratterizza la natura trasformazionale, il morphing si fa metafora della società “liquida” e realizza un’utopia millenaria: il corpo che si fa abito, segno di un’identità seamless, indifferente, senza fratture e tensioni, forma di transizione che disperde il perturbante nella meraviglia.

Nel nuovo ordine del possibile indefinito, del fantastico quotidiano, l’anti-estetico sembra dover essere sospeso se non abolito: sguardi e schermi si sono infatti popolati di corpi levigati, tonici, snelli e glabri, imperativamente desiderabili (e gli schermi stessi si sono adeguati all’ultraslim, ultrawhite, ultracool). Corpi fantanatomici. Possibile che dagli anni Settanta la specie abbia fatto un salto evolutivo (Apple design, iVolution)? Ma le utopie, si sa, vivono di negazione nel pragma. E così la promessa di una pandemia di minimalismo californiano si è incarnata nel suo opposto, in uno scenario che ha rinegoziato i confini del possibile, del plausibile, del desiderabile. Perché forse mai come negli ultimi anni la mediasfera ha ospitato il Corpo in Disgrazia. Si dirà: il corpo antiestetico non è novità di questi anni; vero, ma il dominio della bellezza tecnicamente riproducibile ha moltiplicato le ricorrenze del difetto, facendolo sconfinare in territori scabrosi.

Ovvio che un ideale catalogo dell’antiestetico comprende tipologie e funzioni della bruttezza che per lo più ne confermano la tradizionale oscenità. È di questo tipo il difetto quale motore di narrazione factual o medical-finzionale (i reality sulla chirurgia estetica, programmi come Coleen’s Real Women, una serie tv come Nip/Tuck): il difetto come memoria di un transito da corpo reale a Corpo Estetico. L’imperfezione e il segno del tempo (smagliatura, ruga, gravità) sono sempre presenti: celebrano la perfezione del bisturi, del maquillage, del tempo sospeso. Altrettanto inerme il difetto del Comico e Grottesco: fa sorridere evocando la mediocrità del reale (Ugly Betty, il pubblico in studio di un qualsiasi programma televisivo). Ed è pure di quest’ordine il Difetto Spettacolare, che rinvia alla tradizione dei freak show. Intriga perché spaventa, è minaccioso perché affascinante: dargli ospitalità nel circo è stato, ed è ancora, un modo per manifestarne e depotenziarne la portata eversiva. Infine, variante del Difetto Spettacolare che comprende un processo di erotizzazione, il corpo sgraziato come dispositivo di aberrazione/perversione. Qui gli esempi si moltiplicano: ieri le donne di Almodóvar; l’altroieri Divine, musa di John Waters; oggi Amanda Lepore, a sua volta musa di David LaChapelle, regina fra le bambole costruite su un grado patente di mostruosità misteriosamente investito di una carica ipererotica, come nella pornografia delle Barbie Fuck Face di Jake & Dinos Chapman.

E qui si declina la forma più contemporanea del corpo sgraziato: emblema di uno scenario che non solo riserba accoglienza all’anti-estetico, ma che addirittura lo rende oggetto d’appetito sensuale. Ecco insomma l’incantamento del difetto fra i perni della lussuria mediatica. Perché è indubbio che da qualche tempo le arti visive, il cinema e, ancora di più, la televisione, lavorano esattamente su questo: la costruzione erotica della bruttezza, della normalità intesa non soltanto come impietosa, manifesta inferiorità estetica al modello dell’ultraperfezione (è il Corpo Reale), ma anche come luogo di volgarità: il Corpo Burino. È l’epoca questa della lussuria, e del lusso, che irradiano inscindibili (fin etimologicamente) da corpi non belli, che proprio per questo finiscono per catalizzare colossali investimenti di libido.

Paradosso solo apparente, questo, annunciato nel glamour di Sex and the City (1998-2004) e della protagonista Sarah Jessica Parker, un naso imperiale in Manolo Blahnik tacco 12; ma ancor più forse, annunciato, in un film come Secretary di Steven Shainberg (2002), in cui la lei Maggie Gyllenhaal, malfatta, coi brufoli, i cerotti e i gambaletti e pure ottusa, si trasforma in una meravigliosa schiava sessuale. Al netto delle stravaganze, lei deve necessariamente apparire così, perché se chiunque può sellare (letteralmente, in una scena del film) una cavallona, non chiunque può erotizzare un corpo di quel genere. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia”, scriveva Proust nel terzo volume della Recherche: nel suo gusto sublimemente elitario si riconosce oggi non proprio chiunque, certo, ma parecchi spettatori sicuramente sì.

Money Shot

Ne abbiamo ogni evidenza. Lo scenario mediale contemporaneo, ha un carattere fondamentalmente pornografico: non nasconde nulla, non risparmia nulla, non scarta nulla, l’economia culturale dell’osceno. Suo protagonista, ovviamente, il corpo delle donne – con la partecipazione amichevole del maschile. I suoi confini, mobili: costantemente ridisegnati nell’appetito onnivoro del capitale erotico. Ecco dunque una risposta all’interrogativo: perché, a fronte di una straordinaria disponibilità di bellezza, l’imperfezione si fa desiderabile? Perché Lady Gaga – segno pop artefatto quant’altri mai – non si è rifatta il naso? E per giunta posta su Twitter le sue foto private, senza trucco, in tutta la propria miserevole banalità di ragazzotta senza volto e, in ultima analisi, senza forma? Perché Jean Paul Gaultier prima (dal 2010) e Donatella Versace poi (nel 2012) scelgono di far sfilare la cantante dei Gossip, Beth Ditto, un metro e cinquanta punk per novanta chili in abiti di tulle, glitter e calze a rete? Forse per occupare un segmento di mercato, o promuovere l’identificazione fra consumatrici e star rimodulando la dinamica aspirazionale?

Sicuramente sì, se si pensa alla Campaign for Real Beauty della Dove del 2004, in cui una galleria di donne normali promuoveva l’autenticità della cosmesi chiedendo al pubblico di esprimersi su una serie di alternative (fat or fab, fit or fat, wrinkled or wonderful, 44 and hot or 44 and not) che trasformavano il difetto da un meno in un più (di realtà, di sincerità, di autenticità, di mercato). Forse sì, ma in chiave più complessa, se si pensa a Lady Gaga, mostro autoproclamato che necessita di costanti protesi, compresi i dispositivi più recenti di assimilazione da parte del pubblico. Forse lo è invece meno, una logica di realtà, nel caso di Beth Ditto. Nella tradizione del freak, il corpo sgraziato scatena orgoglioso l’attenzione, agisce sui meccanismi dell’eccitazione sensoriale – così come l’audio pubblicitario richiede un incremento di volume, l’esibizione della corporeità deve introdurre discontinuità, deve evitare a ogni costo la disattenzione, l’indifferenza, o se si vuole, in metafora, il disinteresse erotico.

Perché la pornografia è piena metafora della rappresentazione mediale, nella società dell’osceno. E non a caso ha trovato forme surrettizie di legittimazione nei codici del mainstream, contribuendo in modo decisivo a ridisegnare i confini dell’osceno, lo spartiacque fra ciò che deve e ciò che non può andare in scena. Non solo per l’assottigliarsi della distanza fra performance erotica ed esibizione del corpo femminile, in un processo radicalizzato negli ultimi vent’anni. La prostituzione può infatti diventare centrale a una serie tv popolare come Secret Diary of a Call Girl (2007-11), serie in cui – sia chiaro – la chiave è però la perfezione estetica più che il degrado, il privilegio più che la mancanza: la protagonista “Belle” (Billie Piper), reincarnazione della femminilità disincantata di Sex and the City, emana glamour e ironia in ogni gesto sguardo o parola, combina Brit wits con corpo da schianto e fornisce viso d’angelo malizioso al rapporto che lega il lusso alla lussuria. Pornografia d’autore, insomma.

Emblematico invece dell’economia pornodisgrafica è un altro esemplare della progenie di Sex and the City, ossia Girls, la serie tv diretta e interpretata a partire dal 2012 da Lena Dunham per HBO. Una serie che si staglia nella tv contemporanea non solo per la felicità di scrittura, dialoghi, personaggi e situazioni, ma perché raccoglie il testimone e prende le distanze dal modello, di cui pure mutua un approccio disinibito, fin ilare, alla sessualità della vita metropolitana. Il difetto non è qui confinato a un naso di straordinaria personalità: è il corpo tutto della protagonista a essere contemporaneamente sgraziato, esibito ed erotizzato. Corpo della normalità propria ai nuovi diseredati, a coloro che si muovono sì in un ambiente privilegiato in termini sociali e culturali, ma che lo fanno una volta esclusi dalle sue sicurezze, dalle sue noie, dalla sua banalità. Un corpo generazionale, insomma. Ecco il corpo paradigmatico della pornodisgrafia che si esplicita tematicamente: il penultimo episodio della seconda stagione, On All Fours, in onda nel marzo 2013, inscena un rapporto sessuale violento che si conclude, come vuole il codice pornografico, con un money shot, l’eiaculazione sul seno femminile. Un episodio e un corpo letteralmente seminali, per un’economia dell’osceno, imperniata sul corpo-merce, sulla sessualità ricreativa, sulla dispersione del seme, sull’eccesso “lussuoso” della lussuria.

Esiste forse solo una creatura più emblematica nel Bestiario della pornodisgrafia contemporanea: la Milf. Un corpo maturo, una Mother I’d Like to Fuck, che non nega il tempo e i suoi segni, ma che li smercia come strumento di seduzione. Che trasforma la sottrazione del difetto in un surplus erotico. Caso peraltro peculiare questo in cui un’espressione (nello specifico, un acronimo) transita dal mainstream (è coniata nel film American Pie, del 1999) al porno, dove diventa un fiorente settore di consumo, per poi rientrare in grande stile nella cultura mainstream, carica di gemiti e sospiri. La Milf mette in scena da protagonista l’escluso della sessualità ricreativa, della sessualità emancipata dall’imperativo riproduttivo. Ricolloca nella sfera sessuale il corpo che ha generato, e lo mette poi in competizione con il corpo che – per definizione – si nega alla riproduzione. La Milf infrange un tabù millenario, sovrapponendo il corpo desessualizzato della Madre al corpo puramente sessuale, ludico, dispendioso, ricreativo della prostituta.

La Milf indica una possibile risposta al perché la disponibilità radicale di perfezione abbia finito per produrre un ritorno erotico del difetto. È la facilità stessa con cui il Corpo Estetico si rende disponibile sul mercato dell’immaginario ad avergli sottratto sex appeal. Perché manca di realtà: è in fondo, diciamolo, un corpo noioso. Oltre la pornografia professionale, quello con corpi scultorei in pose e ritmi da superstar dell’atletica, troviamo l’amatoriale, interpretato male, ripreso peggio, con corpi e mise en scène dozzinali. Oltre il 35 millimetri troviamo la soggettiva di una videocamera o i pixel della webcam, che dona effetto di realtà, rende l’imperfetto più eccitante del levigato. Come nella pubblicità della Dove. Ed ecco l’orizzonte, e la ragion d’essere, dell’immaginario pornodisgrafico: l’autenticità di cui è segno il corpo sgraziato è da pensarsi come frontiera della sofisticazione.

Come stadio estremo della lussuria, nel lusso della semplicità. Perché la temporalità della Milf è una temporalità sospesa, truccata, negata nel momento stesso in cui sembra essere riconosciuta in un corpo “maturo”. È la temporalità di un’opzione che supera il presente assoluto della barely legal o della superstar di perfezione chirurgica. Effetto Instagram: un filtro che produce il difetto dell’immagine d’antan, paradigma di artificio che simula l’autenticità della rappresentazione e il lavorio del tempo, richiamando la nostalgia della polaroid – un’istantanea in cui sono sedimentati decenni. Una mimica del tempo a basso prezzo, poiché azzera la necessità – il costo – del processo che conferisce patina e glamour: l’eccesso del lusso.

(Nel percorso della lussuria, oltre la ragazzina c’è la Milf.

E di nuovo, il crepitio elettrostatico.

Lo rifarò, eccome.)

 


[1] D. DeLillo, Underworld (1997), Einaudi, Torino 1999, p. 36.

[2] Ivi, pp. 11-12.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Ivi, pp. 38-39.

[5] D. F. Wallace, A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again (1997), Una cosa divertente che non farò mai più, minimum fax, Roma 2001, p. 8.

[6] Ivi, p. 5.

[7] Ivi, p. 8.

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Baseball e letteratura americana https://minimaetmoralia.it/letteratura/baseball-e-letteratura-americana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/baseball-e-letteratura-americana/#comments Fri, 22 Mar 2013 09:57:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13709 Questo pezzo è uscito su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera.

Il baseball è il grande serbatoio della memoria americana. Incarna la devozione per il passato e insieme il sogno che la storia possa procedere a rilento, secondo processi immutabili. Il baseball, con la sua estetica sempre anacronistica, è per eccellenza lo sport dei cimeli, ed è per questo che la letteratura ne ha scoperto presto la natura romantica e malinconica. Ogni volta che uno scrittore vuole raccontare adolescenti sognatori, o riportare in vita un’epoca d’oro della società americana, nei romanzi appaiono epifanie bianche: palline sparate in cielo, palline bloccate nei guantoni, palline sospese in aria. Gli spalti si riempiono, i giocatori leggendari tornano in vita, le pagine si impregnano dell’aroma di senape degli hot dog e del ricordo di pomeriggi struggenti. Speranze collettive e desideri privati si fondono per la durata di un fuoricampo, di una partita intera, o di una stagione mitica che non tornerà più.

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Questo pezzo è uscito su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera.

Il baseball è il grande serbatoio della memoria americana. Incarna la devozione per il passato e insieme il sogno che la storia possa procedere a rilento, secondo processi immutabili. Il baseball, con la sua estetica sempre anacronistica, è per eccellenza lo sport dei cimeli, ed è per questo che la letteratura ne ha scoperto presto la natura romantica e malinconica. Ogni volta che uno scrittore vuole raccontare adolescenti sognatori, o riportare in vita un’epoca d’oro della società americana, nei romanzi appaiono epifanie bianche: palline sparate in cielo, palline bloccate nei guantoni, palline sospese in aria. Gli spalti si riempiono, i giocatori leggendari tornano in vita, le pagine si impregnano dell’aroma di senape degli hot dog e del ricordo di pomeriggi struggenti. Speranze collettive e desideri privati si fondono per la durata di un fuoricampo, di una partita intera, o di una stagione mitica che non tornerà più.

Sarà che la passione per il baseball si tramanda di padre in figlio, ma in questi romanzi i padri sono figure cruciali. Gli aneddoti sui campioni, le regole e le statistiche si imparano come cantilene. Trofei e sconfitte formano un immaginario emotivo che passa dalla speranza incontenibile a delusioni che durano una vita intera. Che i protagonisti siano adolescenti lentigginosi o squadre intere, il baseball letterario racconta sempre storie di fedeltà e purezza. Non è un caso che il campo da gioco abbia la forma inscalfibile del diamante.

Fante

Dom Molise, orecchie a sventola e denti storti, è il mancino più promettente d’America. Nasce in una famiglia di sognatori, in un luogo freddo, accanto alle Montagne Rocciose. «Un paese pessimo per un giocatore di baseball, specialmente per un lanciatore che non toccava palla da ottobre. Ma Il Braccio mi dava la forza di andare avanti». Il suo braccio sinistro è Il Braccio, e Dom si rivolge a lui perché è la sorgente della sua unica speranza: diventare un fenomeno del baseball in California. Nel romanzo di John Fante, 1933. Un anno terribile (Einaudi) essere un grande lanciatore è la sola via di redenzione: «Braccio forte e fedele, parlami con dolcezza. Parlami del futuro, della folla osannate, il lancio che vola al limite dell’irregolarità, i battitori che si molleggiano sulle ginocchia, dimmi che fama fortuna e vittoria ci apparterranno».

Italiano d’origine, il padre vuole che il figlio lavori con lui con la betoniera. Dom sa di avere un altro talento: «Ma quale talento? –ripeté. Avrei voluto essere sincero, ma non ce la facevo a dire baseball».

È difficile coltivare la speranza, se la tristezza copre il paesaggio fino al disgelo. Dom si innamora di Dorothy Parrish, una ragazza con occhi grandi, caldi e grigi. Quando è sul punto di scoraggiarsi, qualcosa lo rianima: «Poi mi ricordai chi ero – non uno smidollato di un barbone, ma Il Braccio, quello che può farcela, quello ce la farà, non il ragazzetto incerto, ma l’uomo dalle palle a effetto, dalla presa forte, Mister Hall of Fame».

Il segreto di un grande lanciatore è il desiderio, insegna Fante. E Don lo possiede.

Kinsella

Seduto nella veranda della sua fattoria, Ray sente una voce: «Se lo costruisci, lui verrà». La voce gli sta dicendo di costruire un campo da baseball nella distesa di granturco davanti casa. Quando il campo sarà pronto, arriverà Shoeless Joe, fuoriclasse del baseball morto nel 1951. La moglie lo ama e lo sostiene: «Se ti rende felice, fallo».

Il romanzo più miracoloso sul baseball è Shoeless Joe di W. P. Kinsella (edito da 66thand2nd). Il baseball è restituito nella sua anima nostalgica e leggendaria. Il padre, prima che Ray nascesse, leggeva le statistiche al pancione della moglie. Ora Ray, costruito il campo, si mette in attesa. Arriverà Joe Shoeless e altre vecchie celebrità.

A volte, giocatori e tifosi appaiono perdenti, gregari, e il baseball si mostra come lo sport delle occasioni mancate, dei campioni bruciati come meteore.

La voce parla di nuovo. Ray va in New Hampshire, da J.D.Salinger e lo condurrà al suo campo. Quando i giocatori (e Salinger) entrano, lo stadio si anima, le mazze luccicano, le palle lasciano la scia. Ecco la grande partita: «Il lanciatore tira e Moonlight liscia una palla liftata: strike! Quando lancia di nuovo, Moonlight fa scattare la mazza in avanti e la palla schizza in alto verso il centro destra del campo». Ogni partita è una cerimonia, la preghiera di Ray viene esaudita. Una notte dolciastra, compare suo padre. I due giocano insieme. Il baseball è il paradiso in terra. Tutte le volte che i riflettori si spengono la magia svanisce e il mito resta.

Malamud

«Vide la palla partire roteando dalla punta delle dita di Roy: gli fece venire in mente un piccione bianco che aveva da ragazzo e che faceva volare gettandolo in aria. La palla filava verso di lui e ne distingueva perfettamente la forma da uccello e le bianche ali che sbattevano, finché all’improvviso non gli scomparve da sotto gli occhi. Sentì ai propri piedi un rumore simile all’esplosione di un petardo, e Sam era lì con la palla nel guantone». Nel 1952 Bernard Malamud pubblica Il migliore (minimum fax), romanzo sul baseball con uno stile virtuoso, ricchissimo, sempre metaforico. Le palle «scivolano», «scintillano», «fumano» o «si impennano» e non vengono mai semplicemente “prese” ma solo «catturate» o «artigliate». I colpi sono «spietati», le partite sono «battaglie». I giocatori si aggirano «attorno alle basi come un battello a vapore del Mississipi, luci accese, bandiere al vento, fischio a pieno ritmo, tornando al punto di partenza».

Il protagonista, Roy Hobbes, insegue la lealtà, rimugina molto e ha le caratteristiche per diventare il più grande campione di sempre. Ma per Malamud il baseball è frustrazione, tormento, destino avverso. Una donna gli spara quando è ancora giovane e i suoi anni migliori sono persi. Quindici anni dopo, rindossa la casacca, può entrare nella storia. La partita cruciale occupa le ultime trenta pagine. Roy deve salvare la squadra: «La cosa più importante che gli fosse mai toccato di fare in vita sua». Ma il sole cala, il destino atterra l’eroe. Ray è un perenne sconfitto, Malamud uno scrittore portentoso.

Auster

Il padre di Miles Heller era il miglior lanciatore della squadra della scuola. Durante una partita, una palla violentissima lo colpisce. Carriera finita. Il padre non racconta mai a Miles quest’episodio, ma torna spesso sull’infortunio identico che capitò ad un campione. Paul Auster, in Sunset Park (Einaudi), presenta il baseball come l’emblema dell’eredità che si passa di padre in figlio. Anche Miles si appassiona: «Quella del lanciatore era la sua posizione ideale. Solitudine e forza, concentrazione e volontà, il lupo solitario ritto in mezzo al diamante, che assume su se stesso tutto il peso del gioco. Ai tempi erano tutte palle veloci e changeup, due lanci e un interminabile lavoro sul modo di lanciare, il movimento fluido, la frustata del braccio avanti ogni volta con la stessa angolazione, la gamba destra raccolta in alto che spinge fuori dal rubber fino al momento del rilascio». Ma quando Miles uccide “involontariamente” il fratellastro, rinuncerà al baseball. Si punisce privandosi di ciò a cui tiene di più. Però, a sua volta, trasmetterà al figlio gli insegnamenti paterni.

La visione di Auster purtroppo non manca di retorica: «Il baseball è un universo grande come la vita stessa e perciò nel suo ambito ricadono tutte le cose della vita, buone o cattive, tragiche o comiche».

DeLillo

È il fuoricampo di una cruciale partita di baseball tra Giants e Dodgers il detonatore di uno dei romanzi più importanti della letteratura americana degli ultimi cinquant’anni: Underworld di Don DeLillo (Einaudi). Le ottocentoottanta pagine attraversano cinquant’anni di storia seguendo le vicende di una pallina da baseball. Per DeLillo il baseball è il nucleo attorno a cui si aggrega un sentimento indefinibile: l’America. È il 1951, a New York. Sugli spalti ci sono tutti. Venditori di noccioline, J.Edgar Hoover e piccoli tifosi tra cui il giovane Cotter. «Thompson ruota su se stesso e colpisce la palla con un colpo fortissimo dall’alto in basso, e tutti, tutti stanno a guardare (…) La gente si chiede dov’è la palla. Un ritardo leggerissimo, il tempo che si ferma, una pausa che dura una frazione di secondo. E Cotter in piedi nella sezione 35 guarda la palla che viene nella sua direzione. Resta folgorato. Perde di vista la palla quando oltrepassa le prime gradinate e pensa che atterrerà nella tribuna superiore. Ma prima che riesca a sorridere o a gridare o a dare una botta sul braccio del vicino. Prima che il momento possa travolgerlo, la palla ricompare, con le cuciture che roteano visibilmente tanto è vicina, e rimbalza di sbieco sul pilone – mani che balenano dappertutto». I Giants vincono il campionato. Cotter ha la palla. Ciò a cui gli americani hanno assistito «li unirà in un modo raro, li legherà a un ricordo dotato di una forza protettiva». Il baseball è il collante della società americana. È un mito fondativo: «Questa è la storia della gente», dice DeLillo.

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