J.R. Moehringer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/j-r-moehringer/ un blog di approfondimento culturale Mon, 15 Apr 2013 09:27:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg J.R. Moehringer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/j-r-moehringer/ 32 32 Il grande Gatsby di J.R. Moehringer https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-pieno-giorno-j-r-moehringer/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-pieno-giorno-j-r-moehringer/#respond Mon, 15 Apr 2013 09:27:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13964 Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando Andre Agassi lesse il primo libro di J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze (Piemme), lo trovò straordinario e contattò l’autore. Da quell’incontro nacque un secondo libro, Open, scritto da Moehringer e Agassi: un caso editoriale internazionale. Il terzo libro di Moehringer si intitola Pieno giorno (Piemme, pp. 471, euro 19,50) è appena uscito in Italia e Agassi è il primo tra i ringraziati. Autobiografia di un aspirante scrittore il primo, biografia di un tennista controverso il secondo, il terzo racconta la storia di Willie Sutton: rapinatore di banche che ha attraversato il Novecento americano. Sutton è uno scassinatore leggendario, un disonesto contrario alla violenza e amante della grande letteratura. Le tre vite raccontate da Moehringer sono diversissime ma hanno in comune l’amore per donne inaccessibili. Giovanissimo, Willie Sutton si innamora di Bess: «Lei è biondo cenere (…), ma nella luce autunnale i suoi capelli hanno ogni possibile sfumatura di giallo». Nel destino di Agassi c’era l’incontro con Steffi Graf e nel Bar delle grandi speranze la crescita di Moehringer avveniva per strettoie sentimentali. Con Pieno giorno Moehringer completa dunque una segreta trilogia sull’amore.

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando Andre Agassi lesse il primo libro di J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze (Piemme), lo trovò straordinario e contattò l’autore. Da quell’incontro nacque un secondo libro, Open, scritto da Moehringer e Agassi: un caso editoriale internazionale. Il terzo libro di Moehringer si intitola Pieno giorno (Piemme, pp. 471, euro 19,50) è appena uscito in Italia e Agassi è il primo tra i ringraziati. Autobiografia di un aspirante scrittore il primo, biografia di un tennista controverso il secondo, il terzo racconta la storia di Willie Sutton: rapinatore di banche che ha attraversato il Novecento americano. Sutton è uno scassinatore leggendario, un disonesto contrario alla violenza e amante della grande letteratura. Le tre vite raccontate da Moehringer sono diversissime ma hanno in comune l’amore per donne inaccessibili. Giovanissimo, Willie Sutton si innamora di Bess: «Lei è biondo cenere (…), ma nella luce autunnale i suoi capelli hanno ogni possibile sfumatura di giallo». Nel destino di Agassi c’era l’incontro con Steffi Graf e nel Bar delle grandi speranze la crescita di Moehringer avveniva per strettoie sentimentali. Con Pieno giorno Moehringer completa dunque una segreta trilogia sull’amore.

Uscito di prigione da vecchio, Willie trascorre un giorno intero con un fotografo e un giornalista, i tre tornano sui luoghi di New York cruciali per la sua vita. Si rievoca tutto. L’infanzia a Brooklyn con i pestaggi e le nuotate nell’Hudson. Le scuole, il primo lavoro, il primo licenziamento, le serate passate a cercare ragazze a Coney Island. Anche se «nel 1917 e nel 1918 le ragazze carine vogliono i soldati», l’incontro con Bess ha successo: «Dopo settimane di corteggiamento Bess prende da parte Willie accanto al loro albero preferito e lo abbraccia, il viso sul petto di lui. Bene, Willie Sutton, spero sarai contento. Mi sono innamorata di te». Si baciano. La vita di Sutton cambierà per sempre.

Il Sutton raccontato da Moehringer è un Grande Gatsby con la saggezza dei gangster: «Non esiste un problema che non sia colpa dei soldi o dell’amore. E non esiste problema che non si possa risolvere, con i soldi o con l’amore».

Quando il padre impedirà a Bess di frequentare Willie sarà lei a proporgli il primo colpo: la cassaforte del padre. Il furto riesce, i due scappano. Stanno per sposarsi quando la polizia li prende e Willie finisce in cella. Da lì in poi la vita di Sutton passerà tutta dentro o fuori dai penitenziari. Scassi, manette, celle sempre più buie dove escogita evasioni ogni volta più rischiose. Quando le cose vanno bene – come nel 1931 – mette insieme trentasette rapine in un anno. «Davvero un uomo può svaligiare 37 banche solo per conquistare una donna?» gli chiede il Fotografo. Quando le cose vanno male, vive nelle topaie, fa colazione con l’acqua di rubinetto.

Willie considera il tradimento l’azione più malvagia in assoluto: «Ci ricordiamo ancora il nome di Giuda e non quello del soldato che inchiodò Cristo». La domanda del libro, per oltre 400 pagine, è: Sutton fu anche responsabile di un omicidio?

Da quando esistono i libri di Moehringer è difficile capire perché siano aperte le scuole di scrittura creativa. Ogni suo testo è una lezione sulla narrazione, un ricettario su come costruire l’intreccio perfetto. Moehringer non entrerà nelle antologie letterarie ma sa precisamente quali elementi introdurre in una storia e quando farlo. Sa da dove far arrivare la luce per scolpire i personaggi e il punto in cui tagliare le frasi.

Quando la storia di Sutton termina (non prima di aver descritto lo stesso fuoricampo della partita di baseball che ha dato vita ad Underworld di DeLillo), i riflettori si spostano sul giornalista e si intuisce una sovrapposizione tra Moehringer e il giornalista. Proprio ripensando alla biografia di Agassi, infatti, qualcosa suona familiare: «Giornalista ha dedicato gran parte della sua vita a due ricerche vagamente interrelate – le buone storie e l’amore».

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Mica tanto Open https://minimaetmoralia.it/libri/mica-tanto-open/ https://minimaetmoralia.it/libri/mica-tanto-open/#comments Mon, 01 Oct 2012 08:14:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9639 Pubblichiamo un articolo di Francesco Longo, uscito su «Orwell», su «Open» di Andre Agassi (Einaudi). 

Per arrivare a casa di Andre Agassi bisogna percorrere Las Vegas Boulevard verso sud fino a quando le quattro corsie di Tropicana Avenue non la tagliano perpendicolarmente. Proseguendo verso est lungo Tropicana, prima che l’asfalto evapori in un vacillante miraggio metropolitano, si incontra la fermata del bus 201a. Il biglietto si fa a bordo: andare da Agassi costa due dollari. Ma adesso, due ragazze coi bikini bianchi stanno giocando a Beer pong. Saltellano alle estremità di un tavolo rettangolare su cui hanno schierato una decina di bicchieri di birra riempiti a metà. Lanciano a turno una pallina. Fanno centro, sbagliano, sorridono. Come tutti, sono immerso nella piscina dell’hotel e fa talmente caldo che nessuno pensa a nuotare, al massimo ci si può passare una mano bagnata tra i capelli. Le foglie delle palme si solleticano altissime, i grattacieli ondeggiano nell’afa del primo pomeriggio, una cascata artificiale si tuffa oltre i lettini. Qualcuno in aereo mi ha chiesto perché tornare a Las Vegas se c’ero già stato.

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Pubblichiamo un articolo di Francesco Longo, uscito su «Orwell», su «Open» di Andre Agassi (Einaudi). 

Per arrivare a casa di Andre Agassi bisogna percorrere Las Vegas Boulevard verso sud fino a quando le quattro corsie di Tropicana Avenue non la tagliano perpendicolarmente. Proseguendo verso est lungo Tropicana, prima che l’asfalto evapori in un vacillante miraggio metropolitano, si incontra la fermata del bus 201a. Il biglietto si fa a bordo: andare da Agassi costa due dollari. Ma adesso, due ragazze coi bikini bianchi stanno giocando a Beer pong. Saltellano alle estremità di un tavolo rettangolare su cui hanno schierato una decina di bicchieri di birra riempiti a metà. Lanciano a turno una pallina. Fanno centro, sbagliano, sorridono. Come tutti, sono immerso nella piscina dell’hotel e fa talmente caldo che nessuno pensa a nuotare, al massimo ci si può passare una mano bagnata tra i capelli. Le foglie delle palme si solleticano altissime, i grattacieli ondeggiano nell’afa del primo pomeriggio, una cascata artificiale si tuffa oltre i lettini. Qualcuno in aereo mi ha chiesto perché tornare a Las Vegas se c’ero già stato.

Agassi è nato e vive a Las Vegas. Una giornalista di Repubblica ha scritto che se la biografia di Agassi, Open (Einaudi), ha raggiunto in Italia le 100 mila copie, è stato anche merito di Alessandro Piperno che ne ha scritto molto bene, di Alessandro Baricco che ne ha scritto molto bene, e mio, perché avevo scritto che era il miglior libro del 2011. È così che mentre una musica decadente accompagna la ragazza sui tacchi che si occupa solo del ghiaccio, decido di andare a casa di Andre. Ecco perché sono qua. Cerco il tennista che ha vinto otto slam, il marito di Steffi Graf. Il mito. Il mito del tennis che un giorno confessa di aver odiato questo sport. L’icona coi capelli lunghi che ha denunciato i suoi capelli posticci. L’autore del libro che viene divorato da tutti quelli che lo aprono.

C’è un rapporto tra Las Vegas, l’ossessione di Andre per la vittoria e la sua abilità camaleontica. Las Vegas insegna a vincere, a non disperarsi e a mimetizzarsi. È una città che si nasconde sotto le altre città che sogna di essere. Agassi per lo più ha vinto, ma non è mai riuscito ad andare via da qua. È chiaro che tutto cambia quando la bionda con il cappello da cowboy, appoggiata sul bordo della piscina, si alza e se ne va. Scendendo lungo Las Vegas Boulevard, sarebbe inumano non incantarsi centinaia di volte. Le scale mobili sollevano da terra e spingono su ponti sospesi. Vagoni bianchi di un treno aerodinamico sfiorano i palazzi a mezz’aria. I canali veneziani rigati dalle gondole si alternano ai classici edifici di Manhattan che svettano mentre si sfila sotto una copia della Tour Eiffel. Imitazioni, acqua nebulizzata sparata dai ventilatori, altre scale mobili.

Robert Venturi intitolò il suo libro Imparare da Las Vegas (Quodlibet) e ne uscì la bibbia del postmoderno in architettura. La fermata dell’autobus è un’oasi geometrica nel paesaggio rovente. Le folate sfiorano i 50 gradi. Arriva un ragazzo con due buste cariche di cibo messicano. Ci sediamo vicini nel bus. «Vado a trovare Agassi», gli confido. Mi interrompe subito: «È il mio tennista preferito. Uso solo la sua racchetta». Gli consiglio di leggere la biografia. Ci sono due passaggi successivi per chi ha divorato Open. Primo: visitare Las Vegas. Agassi è la perfetta sintesi di azzardo ed eccentricità.

La pianta di Vegas è la cartografia che riproduce la mutevole identità del suo campione. Stessi conflitti, stessi tormenti, stessi i confini indistinti tra spensieratezza e fragilità. Precisamente come Vegas, anche lui è sfacciatamente superficiale e in grado di fare il giocoliere con i suoi abissi. Il secondo passaggio è leggere un altro libro: Il bar delle grandi speranze (Piemme) di J.R. Moehringer. Moehringer è il giornalista premio Pulitzer che (insieme ad Agassi) ha scritto Open. Quando Andre lesse l’autobiografia di Moehringer lo contattò, i due si incontrarono a Vegas.

La vicenda di J.R. Moehringer ha fatto da specchio ad Agassi. Il padre lo costrinse a diventare un campione di tennis. L’altro sparì, e il piccolo J.R poteva sentirne la voce solo alla radio. Due padri-mostri da cui non riescono a liberarsi. Il padre dell’uno racconta aspetti latenti di quello dell’altro. Quando Agassi legge Moehringer qualcosa gli si muove dentro e decide di narrare la sua vita. Leggendo Moehringer si scoprono molte cose anche di Andre: quel poco che non c’è nella sua biografia, sta qui. L’errore fatale è stato che dalla mappa di google non era facile accorgersi che per accedere ad Andre Drive, la strada di Las Vegas dove abita Agassi, bisogna entrare in un comprensorio di lusso. L’autista del bus apre la portiera, scendo, mi ritrovo solo, in mezzo al tipico nulla del Nevada. Il 2010 ha percorso varie miglia lungo Tropicana Avenue e se n’è andato. Le uniche presenze vive sono la polvere e il vento, animate notte e giorno da un caldo furioso. Dall’altra parte della strada sta allungato l’ingresso lussureggiante – ma perfettamente limato dai giardinieri – del comprensorio Spanish Hills.

È l’ultima area abitata. Poi inizia il deserto di sassi che si srotola fino all’orizzonte, dove si ficca sotto a una catena di montagne basse e frastagliate che chiude il paesaggio. Oltre ai cancelli, è acquattata la villa col campo da tennis dove di notte, Agassi e Steffi Graf si corteggiano con dritti e rovesci. Un’auto sportiva decelera, e la sbarra si alza. È a quel punto che, appena mi scopre, uno dei guardiani viene fuori dal gabbiotto e mi blocca. Non si può accedere, è proprietà privata. «Who are you?» mi interroga l’americano armato, in divisa. In quel momento ho chiaro che se non fosse stato per la traduzione di I racconti di John Cheever (Feltrinelli) il libro di Agassi sarebbe stato anche il miglior libro del 2012. E non è un caso che quando J.R. Moehringer era giovane e lavorava in una libreria, i suoi due capi, per avviarlo alla letteratura, gli consigliarono di leggere proprio la raccolta dei racconti di Cheever: «Passai quel fine settimana a leggere Cheever, nuotare dentro Cheever, innamorarmi di Cheever», scrive Moehringer.

Tutti oggi divorano il libro di Agassi, che tra un torneo e l’altro centellinava il libro di Moehringer, che a sua volta, aveva letto e amato John Cheever. La letteratura è fatta sempre di questi gorghi. Un autore dentro l’altro, all’infinito. Piperno legge Open, ne prende una frase lapidaria come epigrafe del suo romanzo (Inseparabili, Mondadori) e vince il premio Strega.

Gli occhi dell’uomo si fanno minacciosi. Non si può entrare, proprietà privata. Quando ho voltato le spalle al cancello chiuso, ho pensato: «Alla fine, mica tanto Open». Due ore dopo, su Las Vegas Boulevard, sono stato prelevato dai soliti amici che con una Ford rossa mi hanno fatto attraversare il deserto del Mojave, fino a quando non è scesa una notte impenetrabile e siamo entrati nel villaggio sperduto di Twentynine Palms. Nella veranda del The West End Cottage al 29 Palms Inn è spuntata una copia di Open. «Lo sto divorando», ha detto un mio amico. Ho annuito e aggiunto che avrebbe potuto continuare con Il bar delle grandi speranze. Sarà stato il caminetto o il pianoforte del West End, ma non mi sentivo sconfitto.

Las Vegas ha insegnato ad Agassi a vincere, ad altri insegna a perdere. Ci sono molti motivi per cui la biografia di Agassi si chiama Open. Un motivo sta nel libro Il bar delle grandi speranze. Bud è uno dei due capi della libreria dove lavorava il giovane Moehringer: «Bud poteva parlare senza sosta della speranza dei libri, della promessa dei libri. Diceva che non era un caso se un libro si apriva proprio come una porta (He said it was no accident that a book opened just like a door)».

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