Jacques Cousteau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jacques-cousteau/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Dec 2015 01:06:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jacques Cousteau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jacques-cousteau/ 32 32 Il mare dentro di Philip Hoare https://minimaetmoralia.it/interviste/il-mare-dentro-di-philip-hoare/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-mare-dentro-di-philip-hoare/#respond Sun, 13 Dec 2015 07:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29356 Questo pezzo è uscito su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

“C’è mancato poco che nascessi sott'acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

L'articolo Il mare dentro di Philip Hoare proviene da Minima et Moralia.

]]>
Grande-Onda-di-Hokusai

Questo pezzo è uscito su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

“C’è mancato poco che nascessi sott’acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, The sea inside (Fourth Estate) vaga dalle suggestioni della nativa Inghilterra alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Un memorabile romanzo del mare, un viaggio, ma anche miraggio. Di un mare bianco, periferico, interiore, divagante o silenzioso. Lo abbiamo raggiunto a Cape Cod, negli Stati Uniti, dove trascorre molti mesi all’anno.

Philip, perché ha scelto proprio questo titolo? Che cosa significa per lei il mare dentro?

Non sapevo che ci fosse un film spagnolo che si chiamava allo stesso modo, volevo solo esprimere ciò che sento del mare, che in fondo è, fisicamente, dentro di noi: da quel liquido amniotico salato in cui diventiamo esseri viventi fino al nostro corpo, fatto per la maggior parte d’acqua. La vita è venuta dal mare. C’è una teoria evoluzionistica alternativa… ipotizza che discendiamo da scimmie acquatiche. E poi ci sentiamo carichi di energia quando ci avviciniamo al mare. Alcuni scienziati credono che le onde formino ioni negativi che ci fanno stare bene.

Nel capitolo d’apertura di Moby Dick, Herman Melville scrive che la gente ha bisogno di “andare vicino all’acqua quant’è possibile senza cascarci dentro”. Naturalmente a me piace anche cascarci dentro! Poco fa ho nuotato nelle gelide acque della baia di Cape Cod, per dire.

Melville, che per me è un mentore e una guida spirituale, andava avanti così: “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto con dentro un’anima sana e robusta ammattisce prima o poi dalla voglia d’imbarcarsi? Perché voi stessi al primo viaggio fatto da passeggeri avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra?”.

C’è un’idea intima, quasi oscura, del mare in questo libro. Per lei è un’ossessione?

Monaci e poeti hanno trovato salvezza e contemplazione nel suo potere. Per altri il mare è una sfida, qualcosa da conquistare: personalmente trovo gli sport acquatici addirittura offensivi in questo senso. E non ho simpatia nemmeno per chi butta sassi in acqua. Il mare merita più rispetto di tutto ciò. Gli antichi avevano i loro dei del mare che onoravano con offerte. Io la penso come loro, e offro me stesso.

“La più stupefacente meraviglia del mare è la sua insondabile crudeltà”, scriveva Joseph Conrad. Che cosa ne pensa?

Il mare è l’ultima frontiera della solitudine. È insensibile; ma anche un riflesso di noi stessi, come diceva ancora Melville. Il mare non ha colore di per sé. È solo un riflesso del fondo che c’è sotto e del cielo che sta sopra. Camaleontico. Per questo gli artisti, gli scrittori ne sono così affascinati.

Pura illusione, a partire dall’orizzonte, che è un’invenzione…

Il mare è un’illusione, sì – in un certo senso, nient’altro che un gas solido – ma anche un luogo sensoriale. Lo senti attorno a te, a differenza dell’aria, che cogli soltanto quando si muove. E, cosa fondamentale, il mare è un conduttore di suono. L’oceano sembra silenzioso, lo è sembrato a Jacques Cousteau quando scrisse il suo Mondo silenzioso. Naturalmente non lo è, ma noi non riusciamo a sentirlo. Il crepitio dei pesci mentre si nutrono sopra la barriera corallina o il canto del capodoglio così profondo risonante e ripetitivo i cui rimbombi servono proprio a portare le femmine in calore, come se il suono fosse un preliminare uditivo… o anche il canto ancora più profondo della balenottera azzurra che Chris Watson, il sound recordist di Sir David Attenborough, riproduce attraverso quelle casse subwoofer che si usano di solito per il dub reggae, ma anche così non riesce a registrarne la reale profondità.

Parliamo di lei adesso, da bambino odiava l’acqua e ha imparato a nuotare a 25 anni. Oggi non riesce a stare più di tanto lontano dal mare…

Eh sì, recupero il tempo perduto. Non posso perdere un’alta marea se sono al mare. È un richiamo, anche in piena notte. Se sento il rumore delle onde, mi alzo e vado in acqua. Nuotare al chiaro di luna è particolarmente magico. L’oscurità dell’acqua ha dei riflessi che sembrano di mercurio o d’argento. Ma continuo sempre ad aver paura di che cosa c’è sotto, non entro mai in acqua senza avere un brivido. Bisogna aver paura perché il mare è senza cuore, non gli importa se vivi o muori.

Ho letto che fa il bagno “ogni giorno, in mare, spesso prima dell’alba, in inverno, primavera, estate e autunno. Difficilmente è un hobby, ancora meno uno sport. Lo faccio per lasciarmi la terra e la gravità alle spalle”. In sostanza va a nuotare tutti i santi giorni. Quanti bagni all’anno?

Oh sì, tutti i giorni, anche tre volte al giorno. Direi 1000 bagni all’anno! Vado sempre da solo ed è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’esercizio. È semmai un istinto, addirittura un ostacolo. Il mare è la mia padrona, o il mio padrone, lui/lei esige obbedienza.

Non mi piace tanto essere guardato e una volta in mare, divento invisibile. Solo i pesci, gli uccelli e le balene possono vedermi, solo loro sanno chi sono davvero. E assolvono i miei peccati.

Quante balene ha avvistato nella sua vita?

Non ho idea. Ho visto più di venti specie di cetacei e partecipo a una cinquantina di spedizioni di whale watching all’anno. A volte se ne avvistano cinque, altre volte 50. Quindi è difficile fare un conto.

Cetacei con cui mi sono guardato negli occhi: orca, tursiope, megattera, balenottera, balenottera minore antartica, globicefalo di Gray, balena franca, capodoglio, stenella maculata atlantica, stenella striata, stenella dal lungo rostro, balenottera azzurra, lagenorinco scuro, cefalorinco di Hector, mesoplodonte di Sowerby, zifio, balenottera di Eden, balenottera boreale, beluga, delfino di Risso, focena, delfino…

“Il mare slega tutti nodi”, ho sentito dire una volta. Il mare ha un potere curativo o perfino religioso secondo lei?

Ho evocato spesso la spiritualità in connessione con il mare, e non me ne vergogno. Il mare rappresenta una comunione con la Natura, e con Dio se vogliamo chiamarlo così. È un promemoria fisico del nostro passaggio provvisorio nel mondo.
Il mare è così più vasto di noi. Non mi sono mai sentito più inetto di quando sono stato nell’acqua insieme alle balene. E allo stesso tempo non mi sono mai sentito così in salvo. Le balene sono totalmente connesse le une alle altre, come in una gigantesca comunità. Casa per una balena sono le altre balene. Sono una lezione per noi.

Esprimono se stesse come individui collettivi e hanno anche un senso astratto di sé, infatti alcuni scienziati credono che abbiano cominciato a razionalizzare il senso dell’esistenza: chi siamo o cosa siamo e perché siamo al mondo. Questo è analogo alla religione. Se essere una balena è un’esperienza religiosa, allora essere testimone di questi animali – che alcuni considerano alla stregua di “persone non umane” – di sicuro ci porta più vicino alla nostra spiritualità. È il punto di contatto tra arte e scienza, io credo. Nel mare, nella balena.

Qual è una parola del mondo marino di cui le piace molto il significato?

Mi piacciono tutte. Perché tutte richiamano, per sinestesia, l’oceano. I nomi latini delle balene mi affascinano particolarmente. Per esempio Balaenoptera musculus – la balenottera azzurra – vuol dire “balenottera piccolo topo”: forse Linneo, che le ha dato il nome, ha voluto giocare sull’ironia del doppio senso.
Alcuni dei nomi comuni delle balene invece sono terribili: la right whale (balena franca) è stata soprannominata così perché era quella giusta da cacciare, la humpback whale (megattera) per la gobba che ha sul dorso o la sperm whale (capodoglio) perché i cacciatori credevano che il grasso che usciva dalla testa fosse sperma. Un modo orribile per chiamare questi splendidi animali.

Come descriverebbe in poche parole il mar Mediterraneo e l’Oceano Pacifico?

Il Pacifico non è placido come il suo nome. Ha un colore diverso da tutti gli altri mari. La sua immensità è veramente sconvolgente, incomprensibile. Il Pacifico rappresenta il futuro del pianeta. Il Mediterraneo è un mare interno, un cuore acquoso e un utero. Rappresenta un passato inconoscibile.

“Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, ha scritto. In definitiva, che cos’è il mare per lei?

Tutto quello di cui ho parlato. Mi ossessiona, mi attrae, mi respinge, mi eccita, mi fa paura. È bellezza profonda in ogni momento del giorno e della notte. Non è mai lo stesso, nemmeno per un attimo, come ci potrebbe annoiare? In un mondo che può essere pieno di monotonia, dove l’unico blu delle nostre vite è lo schermo del computer davanti al quale passiamo ore e ore di lavoro, abbiamo bisogno del blu primitivo che ci redima.

Qual è l’avventura più bella che ha avuto in mare? E la più spaventosa?

Nuotare con le balene. Mostri marini negli abissi. Non ho una particolare paura di affogare, in ogni caso. Alcuni dicono che è un modo piacevole di andarsene.

Le piace viaggiare sul mare? E vivere a bordo di una barca a vela?

Mi piace la sensazione di andare a vela, ma trovo la cultura attorno a questa attività vagamente sgradevole. Un po’ da club esclusivo. Sembra che tu debba essere ricco per far parte del gioco. Non fa per me.

E non mi piace nemmeno l’idea di vivere a bordo. Amo stare in mare, ma parte del fascino è tornare a terra, dare un contesto all’esperienza. È importante conservare un senso di realtà, in contrasto con il mondo fantastico dell’oceano.

L'articolo Il mare dentro di Philip Hoare proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/il-mare-dentro-di-philip-hoare/feed/ 0
L’onda della narrazione: raccontare il mare https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/#comments Sat, 16 Aug 2014 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22833 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l'uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
D25437_10

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Study of Sea, Joseph Mallord William Turner)

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l’uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell’umanità”.

Oggi si parla di una delle grandi emergenze del Pianeta: gli oceani si stanno lentamente spopolando dei loro abitanti, e lo scioglimento dei ghiacci artici sta producendo un lento e inesorabile innalzamento del livello dei mari. Tanto che il presidente Obama ha dichiarato alcune settimane fa che amplierà il Pacific Remote Islands Marine Monument: da circa 160.000 km2 diventerebbe di quasi 1,5 milioni di km2, di gran lunga l’aerea marina protetta più grande del mondo.

“Obama fa benissimo, dice Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino e fondatore dell’Istituto Thethys, “il problema è capire se lo farà davvero. Ogni tanto i politici fanno dichiarazioni di questo tipo, ma poi è difficile che le realizzino. All’ultima conferenza sulla biodiversità in Giappone è stato dichiarato che il 10% dei mari sarebbe diventata area protetta. Per ora non siamo nemmeno 0,01%. In Italia ne abbiamo 27, un buon numero, ma sono poche quelle che funzionano davvero. In Puglia, a Torre Guaceto, c’è una piccola area-modello, gestita dai pescatori locali, che hanno imparato a rispettare le zone “tampone” destinate alla pesca, e ora ne traggono un vantaggio economico: pescano di più!”. Di Sciara, che si occupa da anni di conservation ecology – “una fede più che una scienza”-, è realista: “Sull’innalzamento non abbiamo ancora visto niente. Per ora si tratta solo di dilatazione della massa d’acqua causata dall’effetto serra, ma quando si scioglieranno i ghiacci, e si scioglieranno, succederà tutto molto velocemente. Non possiamo farci nulla”.

Per capire meglio la complessità del fenomeno e in generale lo stato di salute dei mari, soprattutto quello dell’Atlantico – l’oceano chiave per quanto riguarda l’innalzamento, vista la sua quantità di ghiacci – dovreste leggere Atlantico di Simon Winchester (Adelphi), straordinario e denso, scritto con la precisione del geografo e lo stile dello scrittore. Nemmeno Winchester intravede un futuro roseo: “C’è una sola certezza: con i nuovi e più feroci uragani che si formano al largo di Capo Verde, con i vulcani che eruttano a Montserrat, con il livello del mare che si alza a Rotterdam e il ghiaccio che si scioglie nella Groenlandia orientale […] – con una sola o con tutte queste cose che stanno avvenendo e con il pressante dubbio che il genere umano sarà in grado di adattarvisi o se invece segnalano l’inizio della fine nel rapporto dell’uomo con il più importante dei mari – è sicuro che nell’oceano Atlantico oggi stanno accadendo cose estremamente strane e che nessuno ne conosce di preciso la ragione”, scrive Winchester.

Magnifico omaggio al mare e ai suoi abitanti è The Sea Inside (Melville House) di Philip Hoare, uscito da poco in America dopo il successo dell’edizione inglese. Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, il nuovo libro di Hoare vaga tra le suggestioni marine dalla nativa Southampton alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Con uno stile digressivo ma scientificamente corretto, Hoare racconta episodi della sua vita mescolati a vicende di suoi antenati marinai a lunghe e fantasiose descrizioni di specie di uccelli marini o rarissime balene. La sua attrazione verso i giganti del mare è inestinguibile e contagiosa per il lettore, anche quello meno appassionato che, d’improvviso, si trova a voler sapere tutto sulla “arcaica smisuratezza della balena”.

Hoare, autore anche del formidabile Leviatano o della balena (Einaudi), ha trascorso una quindicina di anni a studiare il mare, immergendosi, navigando, osservando, e ora scrive come se ne facesse parte: “Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, scrive. “Perennemente rinnovandosi e distruggendosi, il mare offre un inizio e una fine, un’alternativa al nostro stato landlocked, un’esistenza alla quale siano imprigionati quando invece pensiamo di essere liberi”. Le sue pagine assomigliano a un quadro di Turner, specie quando scrive dell’Inghilterra e del suo “mare periferico”: “Al mare non importa, lui prende e dà. I porti sono luoghi di sofferenza. I marinai di un tempo rifiutavano di imparare a nuotare poiché nel caso fossero caduti fuoribordo avrebbero soltanto prolungato l’agonia”. Oggetto principale della sua curiosità antropologica sono gli aborigeni e i maori. L’oceano, per loro, non è altro che un prolungamento dei sogni: “Per i maori non c’è differenza tra la vita della terra e quella dell’oceano; è una distinzione che per loro non ha alcun senso. Alberi e balene sono una cosa sola”. Per queste popolazioni c’è una corrispondenza tra le varie specie di alberi e le balene, ad esempio il capodoglio è il kauri tree, un podocarpo secolare che raggiunge 30 metri. Fondamentale sapere che né i maori né gli aborigeni hanno mai cacciato le balene, ma si sono limitati a fare buon uso di quelle spiaggiate. Trovare una balena arenata è tuttora considerato un tapu: un segno sacro.

“Il mare slega tutti i nodi” ho letto una volta in qualche porto del Mediterraneo. Forse non è vero, o forse sì. Però è certo che il mare ha un potere curativo, salvifico talvolta. Valentina Fortichiari, autrice di Lezioni di nuoto (Guanda) è certa che “il mare abbia qualcosa di sacro, perché è anche un mondo misterioso, che non conosciamo del tutto, popolato di animali marini, specie infinite di creature, luci e sfumature cromatiche che bisognerebbe poter guardare da vicino, scendendo negli abissi profondi. Il rispetto di certe popolazioni per le balene fa capire quanto diversa sia assurdo che i giapponesi continuino a farne strage orrenda e crudele… è recente la notizia di uno studio fatto in Islanda, e non pubblicato, che rivela che le balene fiocinate impiegano a volte 90 minuti per morire. Un delitto che fa inorridire. Il mare è sacro, va studiato, conosciuto a fondo, protetto, rispettato, amato. Per me non c’è elemento della natura più ricco di suggestioni letterarie”.

Infiniti sono i miti che scaturiscono dagli abissi: si può dire che tutto cominci da lì, se consideriamo l’Odissea il primo grande romanzo di mare. Poi naturalmente Moby Dick. E i Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling, il pirata Long John Silver con la sua gamba di legno, Corto Maltese, Hornblower, il capitano Aubrey – quello di Master e Commander -, il pirata Tremal-Naik e il Capitano Nemo. Il mare, da sempre luogo inesauribile di storie, è fonte d’ispirazione per alcuni fra i più sublimi capolavori della storia della letteratura.

Senza dimenticare che gente come Conrad, Melville, Björn Larsson, oltre che scrittori, sono stati o sono anche marinai. Del resto, i navigatori hanno sempre scritto diari di bordo: a partire dagli esploratori del ‘500 come Cook e Magellano, fino al mitico Solo, intorno al mondo, il primo navigatore solitario della storia, Joshua Slocum (ripubblicato da poco in una bella edizione da Mattioli 1885, con la prefazione proprio di Björn Larsson). Il libro di Slocum è una testimonianza naif nello stile, ma talmente genuina da essere oggi di culto. Come lo sono le storie (vere) dei navigatori solitari più famosi del Novecento, tutti francesi: Vito Dumas, Bernard Moitessier, Gerard Janichon, Eric Tabarly.

Ma c’è un piccolo, divertente classico delle esplorazioni di mare che è da poco tornato in libreria, dopo una lunga assenza. Gli avventurosi viaggi del capitano Voss (Nutrimenti, pp. 320, euro 18,00) è il racconto della traversata dei tre oceani a bordo di una piccolissima imbarcazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, è scritto dallo stesso John Claus Voss, un canadese dall’esistenza avventurosa, prima contrabbandiere, poi cercatore d’oro e capitano della marina mercantile. Nel maggio del 1901 John C. Voss, accompagnato da un giornalista, lascia il porto di Victoria, nella Columbia Britannica, per un tentativo senza precedenti: la traversata dei tre grandi oceani a bordo di una piroga da guerra indiana scavata in un tronco, lunga poco più di undici metri, il Tilikum. Arriverò a Londra due anni dopo, da solo, senza il compagno di viaggio che cadrà fuoribordo. Perché il mare non è per tutti, ho sentito dire un’altra volta.

Ma, come scriveva il capitano Voss: “Quella del mare è una chiamata molto forte. Le onde blu e i venti sibilanti esercitano un fascino sempre giovane su chi ha passato tutta la vita in loro compagnia. E il fatto che la fatica sia tanta e i guadagni siano risibili non fa alcuna differenza. Come ho già detto, ormai sono in là con gli anni, ma mi sento ancora forte e sicuro di me quanto basta per avventurarmi in un’altra navigazione. E a tutti coloro per i quali l’oceano non è una nuda distesa deserta, ma fonte di vita e di pura gioia, auguro di cuore: buona fortuna e buon vento!”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/feed/ 3