James Taylor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/james-taylor/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Mar 2015 15:54:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg James Taylor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/james-taylor/ 32 32 E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/ https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comments Wed, 04 Mar 2015 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670 di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

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Francesco_De_Gregori_-_Raccolta2Questo articolo di  Malcom Pagani è uscito sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

Dal terzo disco di De Gregori, il produttore Lilli Greco, avrebbe preteso classicismo, ma si ritrovò in un film. Lilli cercava un disco soffertamente monacale, filologicamente legato alla seconda prova del principe (il disco con la pecora in copertina, un capolavoro assoluto, secondo un dubbioso De Gregori, curiosamente, il suo peggiore) e Francesco un trono per essere finalmente Re del suo creare. Greco sognava arrangiamenti severi, il dominio pieno e incontrollato del binomio voce e chitarra, la pretesa austerità del cantautore d’epoca. De Gregori la band con cui sperimentare. Il sax di Mario Schiano.  “La risata forte e l’amicizia a cena” dei baffi di Franco Di Stefano e di Alberto Visentin, marito della Brigitte Bardot Italiana, Cristina Gajoni: “L’ambiente in cui nacque Rimmel era disteso, c’era l’incoscienza della gioventù”. Il contrabbasso di Roberto Della Grotta: “Che è diventato buddista” e dove sia finito, esattamente come Alice, De Gregori non lo sa. La pulizia formale di Renzo Zenobi. Le acrobazie, “i salti mortali” di Ubaldo Consoli, tecnico del suono, alla guida di un banco a valvole (proprio come le radio ascoltate dal De Gregori bambino) e di un registratore a 4 piste. I guizzi biondi di George Sims, uno che quarant’anni dopo Rimmel, deposta la chitarra elettrica sfoggiata poi negli stadi in Banana Republic, ancora giura: “Partecipare al disco fu un’emozione enorme, è stato e sarà sempre uno dei miei momenti più belli”.

Viste le resistenze di Greco, De Gregori svestì il suo “canestro di parole nuove” dell’ufficialità, giocò d’astuzia e iniziò a registrare i falsi provini che avrebbero costituito l’architrave di Rimmel. Per esercitarsi, in quel circo dai confini allargati che era la Rca dell’epoca (un po’major dè noantri, un po’ straordinario artigianato, un po’ Casa del Popolo di un gruppo di maestri residenti per caso e per passione al numero 7 di Via Sant’Alessandro) non serviva chiedere permesso.

Così De Gregori si infilò nello studio A, radunò qualche complice e senza dirlo a nessuno incise un pezzo dopo l’altro, un Lp straordinario. Quando Greco si accorse della macchinazione si incazzò come una iena. Sbarrò letteralmente lo studio, impedì l’accesso a chiunque e fece convocare De Gregori dal gran capo della multinazionale, Ennio Melis. Francesco ammise senza resistenze: “Non volevo che le mie canzoni suonassero come suggeriva qualcun altro”. Melis gli diede via libera avvertendo De Gregori che il suo putsch sarebbe stato sottoposto al ‘giudizio’ del popolo: “Per me puoi proseguire, ma se il disco è brutto o non vende, ogni responsabilità sarà tua”.

Rimmel superò le 500.000 copie. De Gregori, che nel disco aveva messo l’amore per Dylan, ma anche quello per “James Taylor, Joni Mitchell e Karol King”, a neanche 25 anni, divenne una divinità terrena. Acqua santa per le tasche di Melis e il piacere del pubblico pagante, indizio demoniaco nei sacrari intellettuali in cui ‘guadagno’ equivaleva a sterco. Giaime Pintor si sistemò dietro la collina senza “aghi di pino” e punse dalle colonne della sua rivista. La purissima, durissima Muzak. Il titolo: “De Gregori non è Nobel, è Rimmel” spiegava ogni cosa. Il resto era persino peggio: “Chi osasse citare il decadentismo italiano, quello francese, l’ermetismo o Lorca o persino Dylan, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura”. Dessì difese il disco. Ci si accapigliò e tra una nuvola di fumo e una barricata, molto si discusse e non poco si processò, non solo metaforicamente, il peccatore che aveva osato evadere dalla cantina buia.

Quarant’anni dopo, De Gregori spande ancora luce. Nella foto virata seppia, vestito da poeta, abbraccia i musicisti. Con i suoi amici- la Rca alle spalle- guarda verso un punto lontano. Ha un cappello da pescatore in testa, eredità dall’avventura gallurese di Volume 8 con De Andrè. Erano notti lunghe, fughe in motorino, silenzi e canzoni scritte nel silenzio. Un giorno, d’estate, dalla porta entrò Cristiano, figlio di Fabrizio. L’anno prima aveva sentito una canzone, Alice. Gli era piaciuta, ma non aveva capito perché lei guardasse i gatti. Lo chiese a De Gregori. Quello non rispose. Per farlo scrisse Oceano. Nuota ancora oggi, De Gregori. Fondali chiari. Fondali scuri. Nuota al largo. Non si è stancato.

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Ascolti d’autore: Gaetano Cappelli https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-gaetano-cappelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-gaetano-cappelli/#comments Wed, 19 Feb 2014 17:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18188 Questa è la versione integrale dell’intervista a Gaetano Cappelli pubblicata sul numero di giugno di Outsider, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. Qui le puntate precedenti.

«Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani»: parola di Antonio d’Orrico. Gaetano Cappelli, lucano fifty-something, oltre che del romanzo-saga che gli è valso il Premio John Fante, è autore anche di altri fortunati titoli come “Volare basso”, “Baci a colazione” e l’ultimo “Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”, oltre che viscerale e raffinato musicofilo.

Come definiresti la tua passione per la musica?

Esistenziale: nel senso che la musica è legata alla mia esistenza fisica e mentale. Non posso farne a meno. L’unico momento “silenzioso” della giornata è la sera quando, a letto, leggo romanzi.

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cappelli

Questa è la versione integrale dell’intervista a Gaetano Cappelli pubblicata sul numero di giugno di Outsider, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. Qui le puntate precedenti.

«Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani»: parola di Antonio d’Orrico. Gaetano Cappelli, lucano fifty-something, oltre che del romanzo-saga che gli è valso il Premio John Fante, è autore anche di altri fortunati titoli come “Volare basso”, “Baci a colazione” e l’ultimo “Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”, oltre che viscerale e raffinato musicofilo.

Come definiresti la tua passione per la musica?

Esistenziale: nel senso che la musica è legata alla mia esistenza fisica e mentale. Non posso farne a meno. L’unico momento “silenzioso” della giornata è la sera quando, a letto, leggo romanzi.

Quanti dischi compri?

Mah, non tantissimi. In un mese 4, 5. Ho paura di intasare le mie librerie già zeppe di libri. Ogni tanto regalo sia gli uni che gli altri. Recentemente ho dato via la gran parte dei vinili. Tenendo solo le rarità, tipo i meravilliousi Shandar di La Monte Young e Terry Riley o il sublime In den Garten Pharaos dei Popol Vuh.

Sei un frequentatore di concerti?

Non mi piacciono i concerti negli stadi. Per il resto, se capita qualcosa di veramente interessante…

La musica che ascolti ha qualche tipo di influenza su quello che scrivi?

Direi moltissima. Parenti lontanti è dedicato a Harold Budd, il mio primo romanzo a Jon Hassell. L’ultimo, Romanzo irresistibile della mia vita vera  raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, a Franco Battiato anche se lui non se n’è accorto… deve aver avuto molto da fare in questo periodo. Diciamo, in generale,  che in certe musiche si definisce meglio il mood di quello che, in un certo momento, vado scrivendo.

Ascolti musica mentre scrivi?

Certo, ma parlare d’ascolto è un po’ troppo. Diciamo che la uso, alla maniera di Satie,  come tapisserie.

Anni fa ti occupavi di critica musicale, è vero?

Ho iniziato con quello! Scrivevo su “Re Nudo” con Tomangelo eravamo conosciuti come i fratelli cosmici… quanto tempo è passato.

Hai anche scritto un libro, a quattro mai con tuo fratello, “Minimal trance music ed elettronica incolta”: di cosa si trattava?

Il libro si chiamava Minimal trance music ed elettronica incolta:  sarà nata lì la mia passione per i titoli lunghi? È stato un autentico cult, uno dei primi libri, e non solo in Italia, su quel tipo di musica. Per anni, e già avevo scritto un bel numero di romanzi, ho ricevuto lettere e telefonate di appassionati che invece mi richiedevano quel libretto… e la cosa un po’ mi seccava ahahah inoltre il minimal era fuori catalogo da tempo.

Come spiegheresti l’elettronica ad uno scettico?

Scettici? Ancora ci sono scettici sull’elettronica? Peggio per loro.

Ti è capitato di usare elementi pop nei tuoi libri, in “Parenti lontani” addirittura un’icona come Madonna. Quanto è importante poter attingere all’immaginario pop per ricreare un’epoca e delle situazioni credibili ad essa collegate?

Nei miei romanzi entra tutto. Quello che è reale e quello che è irreale. Chi scrive ha tra i suoi primi compiti di rendere ogni cosa credibile. Ogni tanto, qualcuno mi chiede se sono davvero stato io a suggerire il nome Madonna alla Ciccone. E questo mi dà un gran  piacere!

Il miglior disco per un viaggio in macchina?

It’s a Beatifull Day degli omonimi ma è introvabile ahahah.

Il miglior disco per un tentativo di seduzione erotica?

Older  di George Michael.

Il disco che, già dopo pochi istanti di ascolto, è capace di rievocarti la giovinezza?

In Search of Lost Chord  dei Moody Blues, citato anche per la copertina paurosamente kitsch, in Parenti lontani: ah, struggimento!

Esiste un disco che da ragazzo non amavi e che, col tempo, hai riscoperto?

Bitches Brew di Miles Davis.

Un disco che, al contrario, amavi e che ora non riesci più ad ascoltare?

Be’, i dischi di James Taylor o Cat Stevens, ma non perché non mi piacciano: mi mettono tristezza, troppa nostalgia! Battisti lo ascolto solo alla radio. Stesso motivo.

A chi affideresti la colonna sonora di un ipotetico film sulla tua vita?

A Stan Getz con un’ orchestra di soli archi.

Top 5 secca: i tuoi cinque album di tutti i tempi.

Ummagumma Pink Floyd, Kind of Blue Miles Davis, The Plateaux of Mirror di Budd e Eno, Hossiana Mantra Popol Vuh, L’era del cinghiale bianco Franco Battiato.

Mi dici il motivo per cui hai scelto ciascuno dei cinque dischi?

Perché sono dei capolavori che non mi stanco mai di ascoltare…  continuano a far da colonna sonora al romanzo irresistibile della mia vita vera!

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