Jane Campion Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jane-campion/ un blog di approfondimento culturale Mon, 15 Dec 2014 13:18:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jane Campion Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jane-campion/ 32 32 Mommy è il film del regista più libero che c’è https://minimaetmoralia.it/cinema/mommy-xavier-dolan/ https://minimaetmoralia.it/cinema/mommy-xavier-dolan/#comments Mon, 15 Dec 2014 13:18:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24769 Questo pezzo è uscito su Internazionale.

Mommy è la storia di un rapporto madre-figlio, un amore fusionale, totale e ovviamente melodrammatico, tra un ragazzo con un bel po’ di problemi caratteriali e una donna vedova, single e nevrotica. I due vanno a vivere insieme in una nuova casa in un quartiere povero, un suburbio di un’anonima città del Quebec, litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, conoscono la vicina di casa – un’insegnante in anno sabbatico, ipersensibile al limite dell’implosione ma affettuosa – che diventa una sorta di presenza organica di questa famiglia di strambi allegri infelici.

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Questo pezzo è uscito su Internazionale.

Mommy è la storia di un rapporto madre-figlio, un amore fusionale, totale e ovviamente melodrammatico, tra un ragazzo con un bel po’ di problemi caratteriali e una donna vedova, single e nevrotica. I due vanno a vivere insieme in una nuova casa in un quartiere povero, un suburbio di un’anonima città del Quebec, litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, conoscono la vicina di casa – un’insegnante in anno sabbatico, ipersensibile al limite dell’implosione ma affettuosa – che diventa una sorta di presenza organica di questa famiglia di strambi allegri infelici.

Qualche giorno fa sono andato a vedere Mommy; era il secondo o il terzo giorno di programmazione, sono entrato allo spettacolo delle 22.20 in un cinema medio grande romano. Ero con due miei amici, e in tutto il cinema c’erano altri cinque spettatori. L’odore dei popcorn lasciati sul pavimento da quelli dello spettacolo delle 20 faceva sembrare ancora più triste un cinema così vuoto, come mi rendevo conto che era abbastanza deprimente – oltre che insensato – vedere Mommy doppiato (nonostante la bravura dei doppiatori) e non nel francese québécois; ma nelle otto sale dove era proiettato a Roma, non ce n’era nessuna che lo dava in versione originale.

Nonostante tutto ciò, è difficile non considerare – lo fanno tutte le top ten – Mommy uno dei migliori film dell’anno, un quasi capolavoro, un’opera incredibile se si considera che il regista Xavier Dolan è uno che ormai è perfino stucchevole reputare un enfant prodige (a 25 anni ha realizzato cinque film non così piccoli, uno più bello dell’altro, il primo a 19 anni su una sceneggiatura scritta a 17) ed è difficile non ammettere la bellezza di Mommy fin dal primo minuto.

Ossia fin da quando Dolan decide di restringere lo schermo a un quadrato. Una dimensione 1:1 invece di un 4:3 o di un 16:9, due barre di nero al lato dunque che producono subito due effetti. Primo, farci sentire attraverso questo piccolo stratagemma il senso di artificio rispetto a quello che stiamo vedendo; secondo, stringere il fuoco intorno agli attori come a volerli placcare – una camera piazzata addosso.

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Da questo quadrato e da una scritta in sovraimpressione parte Mommy. Nella scritta in sovrimpressione si dice che siamo nel futuro prossimo (giusto il 2015) di un Canada appena appena distopico, dove è possibile per genitori con figli problematici affidarli a (leggi: internarli in) ospedali psichiatrici appositi. Questo duplice artificio – visivo e narrativo – compie una magia: riesce a rendere per contrasto immediatamente vitale, iperrealistico, quello che accade nel quadrato.

E dentro la cornice del quadrato c’è tutto. Subito: ci sono luci che entrano in campo in modo invadente, riverberando come una pioggia solare (siamo dalle parti di Terrence Malick, per capirci). E c’è appunto il corpo di DDD, Diane “Die” Després – una donna senza lavoro, sfortunata, spiccia, arrogante, cafona – che si va a riprendere suo figlio Steve da una specie di riformatorio: suo figlio iperattivo, ingestibile, che ha appena massacrato di botte un compagno. Che farne di questo figlio impossibile? Quando lo vediamo comparire in scena, un clamoroso Antoine-Olivier Pilon, capiamo che la risposta di Diane può essere solo una: rimanere soggiogati dalla sua invadenza. Lei lo ama alla follia, lui ricambia. Più edipici di qualunque Edipo, si insultano e si abbracciano, si stuzzicano e si giurano amore eterno, si picchiano e si perdonano. (“Ma noi ci amiamo ancora, vero?” “Certo, è la cosa che ci riesce meglio”).

Basterebbero i loro bisticci continui, le risate spanciate, le voci urlate, a ingombrare tutto il film, come accade a Diane e Steve con il loro appartamento messo a soqquadro una scena sì e una no, e come accade a noi spettatori distratti dalla recitazione esplosiva di Anne Dorval e Antoine-Olivier Pilon. Ma poi dentro il quadrato, Dolan sa che può osare, e inserire tutto ciò che ha a portata di mano. Quindi, come a saturare lo spazio disponibile, getta dentro da subito un sonoro sporco e onnipresente (rumori di chiavi, chiacchiericcio, traffico…) e una presenza musicale schiacciante, autoradio in sordina e volumi che si alzano e si abbassano e stereo a palla che si sovrappongono a altre fonti musicali e alle volte si sovrappongono anche a una colonna sonora già di suo invadente, cafonissima, iper-pop: i brani più sputtanati di Craig Armstrong, Dido, Counting Crows, Lana Del Rey, Oasis. (qui un’intervista sul rapporto con la musica di Dolan).

Ma tutto questo eccesso – la recitazione iperemotiva, la camera attaccata ai corpi (più di Gus Van Sant, più dei Dardenne, più della televisione-verità), i grandangolari, i primissimi piani, sequenze di volti come una serie continua di fototessere, campi e controcampi quasi da soap, la musica a cascata… – ancora non basta a Dolan per creare una sua estetica compiuta e ammaliante. Occorre la fotografia di André Turpin, che satura anche lui: gli esterni allagandoli di luce solare che alle volte ci mostrano una sorta di apocalisse tropicale in Canada, e le scene d’interni virandole al verde, al giallo ocra, al rosso, al dorato, al blu elettrico… Oppure, come una specie di scommessa da genio, reinventandosi completamente i toni del film in una scena in cui si dice che è appena avvenuto un black-out e i personaggi si muovono in una penombra bluastra.

E ancora: una sapienza di montaggio (sempre Dolan, che firma regia, sceneggiatura, produzione, costumi, e montaggio appunto) per cui i non detti, le elisioni, le omissioni sono lasciati alla sceneggiatura, mentre se c’è qualcosa che ci viene mostrato, noi lo ipervediamo. Clinicamente, senza pudore. Ed ecco per esempio l’uso, l’abuso del ralenti, che è una cifra stilistica di Dolan (qui e qui un paio di meravigliosi esempi presi anche dai suoi precedenti film)

Perché accade tutto questo in Mommy e non ci sembra di avere a che fare con un prodotto kitsch o addirittura con il bluff di un bravo videoclipparo?

Nelle interviste dopo Cannes, dove ha vinto il premio speciale della giuria ex aequo con Jean-Luc Godard, Dolan recitava onestamente la parte di quello che non ha mai visto i film di Fassbinder o Cassavetes (a cui viene facile, è vero, di accostarlo) e che con grande naturalezza dichiara che Godard non ha praticamente nessun posto nella sua ispirazione, occupata da gente come Jane Campion o Wong kar wai ma anche e soprattutto da Peter Jackson e da James Cameron, le scene iniziali del Signore degli anelli o quelle sul ponte del Titanic i suoi feticci.

E allora, come è possibile che da queste naïveté, da questo consumista radicale di immagini, possa venire fuori un lavoro così raffinato? Dolan è seduttivo e geniale perché arriva a ridefinire che cos’è il pop, e lo fa come se la storia del cinema non esistesse e fosse stata sostituita da una specie di continua rappresentazione diffusa: lì il suo inconscio si è formato, tra i riferimenti commerciali degli anni novanta.

E da regista cresciuto nel mondo di YouTube e film in streaming, non ha soggezione nei confronti di nessuno, né desiderio di emulazione. Dolan è più libero di quella generazione di registi iconoclasti come Tarantino e Almodóvar, perché non rielabora, non usa il grottesco, o l’ironia, e non rovescia nemmeno il melò per rifarlo in salsa gay. Dolan letteralmente dilaga, è bulimico, incontenibile, fa tutto, e vuole tutto. Questa è la sua forza.

Ci sono tre scene – e qui spoilero un bel po’ – in cui questa potenza dilagante, questo debordamento estetico arriva a inondare lo spettatore, che a quel punto o si ritrae oppure si lascia sommergere. La prima arriva quando Steve in skate e le due donne, Die e Kyla, la vicina (Suzanne Clément, strepitosa anche lei), in bici escono per il quartiere; la camera li segue incalzata dalla musica (Wonderwall, Oasis) che batte sullo schermo e lo deforma letteralmente: Steve allarga le braccia e per un istante il formato quadrato si apre e ingloba tutto. Vi sarà capitato in vita vostra di volervi mangiare il mondo?

La seconda scena si svolge dopo una cena in casa, quando insieme loro tre si mettono a cantare Celine Dion.

Il coraggio formale di Dolan, il suo sostanziale fregarsene di regole che non rispondano a un’emotività dello sguardo, opera un meraviglioso errore di grammatica cinematografica: la musica diegetica diventa extradiegetica. Ciò che potrebbero sentire solo loro tre a un certo punto diventa ciò che potremmo sentire solo noi spettatori.

La terza è quando Steve accompagna la madre a un appuntamento con un uomo in un locale dove fanno il karaoke e Steve decide di cantare Bocelli, Vivo per lei, mentre una gelosia bruta, terminale, distruttiva se lo divora nota dopo nota. (Qui capite bene, il non-senso del doppiaggio raggiunge delle vette quasi comiche).

In questi tre momenti la richiesta che Dolan fa allo spettatore non è più il suo coinvolgimento, ossia l’adesione a un’estetica febbrile. Ad un certo punto, io ho sentito che Dolan voleva essere amato, che noi quattro gatti in sala gli restuissimo l’amore che lui stava dando senza risparmio ai suoi personaggi, complicati e spesso detestabili, ma di una fragilità tale da non poterci permettere nessun distacco nei loro confronti. Si sono affidati completamente a noi.

E perché questo? A che serve quest’amore? Per poterlo avere alla nostra portata in una scena verso il finale, quando Die è rimasta sola, in casa, senza Steve e senza Kyla, quando questa saturazione che abbiamo visto per due ore si rovescia nel suo ovvio opposto: un senso di solitudine infinita e agghiacciante. Una casa deserta senza un suono, con una luce troppo neutra.

Mommy che fino a un secondo prima ci poteva sembrare uno struggente melodramma con un juke-box sotto, ci rivela il suo carattere invece di cinema sociale: più Ken Loach che Baz Luhrmann. E capiamo che Dolan non voleva fare un film solo su un devastante rapporto madre-figlio, ma provare a pensare come la crisi economica delle famiglie dal reddito basso monoparentali porti una sorta di distopia di massa, in cui i disagi sociali vengono oggi farmacologizzati e in futuro prossimo magari ospedalizzati. Tutte le famiglie infelici finiscono per assomigliarsi, con le stesse prescrizioni terapeutiche.

Per questo ci viene da amare Die. Anne Dorval è un mostro di bravura e le dipinge sul volto di una smorfia terribile, un raggrumarsi dei nervi che si tiene senza esplodere in una tensione spaventosa. Per un attimo ogni artificio scompare, e vediamo solo il vuoto.

Una performance attoriale così intensa della disperazione recentemente l’ho vista forse incarnata da Juliane Moore in Maps to the stars o da Naomi Watts in Mulholland Drive o, per andare più indietro, da Gena Rowlands in Una moglie. Ma qui stiamo già citando John Cassavetes, e Dolan giustamente mi farebbe una pernacchia.

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Il coraggio delle meraviglie https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-le-meraviglie-alice-rohrwacher/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-le-meraviglie-alice-rohrwacher/#comments Fri, 23 May 2014 14:23:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20914 Riprendiamo un articolo di Alessio Galbiati apparso sulla rivista online Rapporto confidenziale.

Disattendere. Lasciare per strada aspettative e preconcetti, scivolare oltre le ovvietà e l’affresco bucolico, oltre la natura più scontata e buonista, al di là del cinema furbo, delle inquadrature ammiccanti, oltre la facile bellezza delle grandi bellezze. Disseminare segni e frustrare ogni emozione. È un viaggio sorprendente intrapreso per vie traverse quello scritto e diretto da Alice Rohrwacher. Un film personale che trae spunto dalla propria autobiografia e vive nei luoghi della sua stessa esistenza, una terra – tra Toscana, Umbria e Lazio – osservata nella sua mutazione di un ventennio, cristallizzata su pellicola 35mm in un imprecisato anno dei ’90. Non c’è una storia, pur essendoci una trama che dilatata si compone in una afosa estate, ma ci sono personaggi da osservare a distanza ravvicinata con un terzo occhio cinematografico che somiglia tanto a quello della memoria (personale). Diceva Truffaut, «L’adolescenza lascia un buon ricordo solo agli adulti che hanno una pessima memoria». Un occhio che è sguardo, che è cinema, ben sintetizzato da una mirabile sequenza capace di cogliere la polvere che a mezz’aria si solleva al passaggio di un auto.

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Riprendiamo un articolo di Alessio Galbiati apparso sulla rivista online Rapporto confidenziale. (La foto è di Simona Pampallona. Fonte.)

di Alessio Galbiati

«La natura ama nascondersi»
Eraclito

Disattendere. Lasciare per strada aspettative e preconcetti, scivolare oltre le ovvietà e l’affresco bucolico, oltre la natura più scontata e buonista, al di là del cinema furbo, delle inquadrature ammiccanti, oltre la facile bellezza delle grandi bellezze. Disseminare segni e frustrare ogni emozione. È un viaggio sorprendente intrapreso per vie traverse quello scritto e diretto da Alice Rohrwacher. Un film personale che trae spunto dalla propria autobiografia e vive nei luoghi della sua stessa esistenza, una terra – tra Toscana, Umbria e Lazio – osservata nella sua mutazione di un ventennio, cristallizzata su pellicola 35mm in un imprecisato anno dei ’90. Non c’è una storia, pur essendoci una trama che dilatata si compone in una afosa estate, ma ci sono personaggi da osservare a distanza ravvicinata con un terzo occhio cinematografico che somiglia tanto a quello della memoria (personale). Diceva Truffaut, «L’adolescenza lascia un buon ricordo solo agli adulti che hanno una pessima memoria». Un occhio che è sguardo, che è cinema, ben sintetizzato da una mirabile sequenza capace di cogliere la polvere che a mezz’aria si solleva al passaggio di un auto.

Le meraviglie non è un film semplice da accogliere e accettare, è infatti duro e spigoloso, a tratti anche respingente nella sua insistita frustrazione di ogni aspettativa e riflesso pavloviano di spettatori (e ancor più di critici) famelici di facili usa e getta preconfezionati e riconoscibili, rifugge – come certo cinema non allineato/underground dei decenni passati – le scene che funzionano con esattezza quasi matematica e sceneggiature calibrate come ordigni che provocano a tavolino il riso o il pianto. Il gusto di questo film, tutt’altro che mieloso nonostante sia il miele il vero collante che lega i protagonisti tra loro (il miele è come l’amore e come la vita), sta nella distanza ravvicinata dalla quale si osserva, dai movimenti di macchina, dal suono, dalla luce e dalla polvere. Le emozioni giungono come un’eco, non deflagrano dalle immagini, ma dal lavorìo di queste con la nostra stessa memoria personale.

Il gusto de Le meraviglie sta nella matericità della vita, nella sua durezza fatta di fatica, sudore, odori, parole, silenzi e sogni a occhi aperti – del resto «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni». Sogni da Sceicco bianco abitato da un’eterea fata televisiva (Monica Bellucci) per la primogenita Gelsomina; utopie nichiliste di isolamento da un mondo corrotto e perduto per il padre Wolfgang. L’amore non ha parole, si compone unicamente di segni, ed è solo attraverso questa stretta cruna dell’ago che possiamo comprendere come un cammello sia la prova tangibile che l’amore che ci lega alle persone che amiamo sia qualcosa di tragicamente struggente nella sua inesplicabile e goffa bellezza. Un film sul perdono e sulla comprensione, un film sullo strano funzionamento dell’amore.

Le meraviglie disinnesca ogni emozione: le imbastisce, le prepara, ne assembla le singole parti ma poi disattende, scivola oltre senza esprime un giudizio, senza concludere, senza spiegare. È un film che non accompagna lo spettatore per mano, ma lo caccia dentro a una situazione, in un luogo e in un tempo definiti, per poi lasciarlo solo a osservare l’illusione che ha vissuto (che è il film e il cinema stesso); è la messa in scena di un ricordo personale dal quale sopravvivono solo ruderi architettonici e macerie. Le meraviglie è il tracciato psichico della protagonista Gelsomina e un gioco (serissimo) con la memoria della regista e sceneggiatrice.

Di imperfezioni se ne contano parecchie, ma queste piccole dissonanze, come in una partitura musicale, sono frammenti in grado di risuonare nella memoria dello spettatore, che è assai più longeva dell’emozione epidermica della visione. Perché un film può anche essere pensato per durare nel tempo, può avere l’ambizione di imprimersi nella mente e nei ricordi dello spettatore ben oltre la sua durata. Può risuonare per anni e spesso sono proprio le dissonanze, gli elementi distòpici, a funzionare meglio della scelta da manuale. La ricerca della perfezione formale, la forma esatta contro la sostanza, è il limite di tante scuole di cinema, di troppi manuali di sceneggiatura, di certa critica che concepisce il buon cinema come sommatoria scientifica di parti differenti.

Se la vita è l’obiettivo sul quale puntare l’obiettivo della macchina da presa, questa non può che essere osservata con tutte le sue incongruenze, con le sue note stonate, con le parole fuori posto, gli accenti sbagliati, le spiegazioni latitanti. E ne Le meraviglie tutto rimane avvolto nel mistero, quasi nulla viene spiegato, lasciando aperte le interpretazioni e disattese le congruità. Non importa comprendere tutto, al cinema come nella vita, ciò che importa, o che dovrebbe importare davvero, è sentire – con buona pace della critica sorda.

Dunque non può esserci trama da restituire, perché i fatti che accadono sono barlumi di memoria traslati in finzione cinematografica, sono ombre proiettate sulle pareti di una caverna (lo schermo bianco della sala) che giungono da un tempo passato che è il presente della rimembranza (della scrittura). Basterà sapere che Wolfgang (Sam Louwyck) è il padre collerico, Angelica (Alba Rohrwacher) la madre dalla pelle candida e la sopportazione al limite, Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) la dodicenne in cerca della comprensione del sentimento che la lega a suo padre, Marinella (Agnese Graziani) la buffa e irresistibile sorella, Caterina e Luna le piccine di casa e Cocò (Sabine Timoteo) un’ospite fissa che condivide con la famiglia di apicultori un tratto della propria esistenza.

Le meraviglie è un dispositivo cinematografico, un film fatto per sottrazioni, difficile e coraggioso (per la regista e la produzione – i primi a credere nel film sono stati Carlo Cresto-Dina e il compianto Karl Baumgartner) che è riuscito a giungere in concorso a Cannes contro ogni previsione della vigilia e contro una consuetudine deprimente. L’ultimo film italiano selezionato a Cannes diretto da una regista fu Francesco di Liliana Cavani nel lontanissimo 1989, preceduto nel ’81 da La pelle e nel ’74 da Milarepa – sempre diretti da Liliana Cavani; ma l’apripista fu la mai abbastanza celebrata Lina Wertmüller che, nel ’72 con Mimì metallurgico ferito nell’onore e nel ’73 con Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”, inaugurò una storia che in maniera evidente denuncia la chiusura delle produzioni cinematografiche nei confronti delle donne dietro alla macchina da presa.

Alice Rohrwacher, qui al suo secondo film – Corpo celeste fu selezionato alla Quinzaine des réalisateurs nel 2011 –, dispiega con acume e audacia una propria visione cinematografica che si lega a una tendenza cinematografica internazionale di autrici di opere sempre piuttosto distanti dai canoni convenzionali, incentrate su caratteri sfuggenti e affascinate dalle derive della narrazione. Registe donne, assai di frequente autrici delle proprie sceneggiature, che pur con esiti e stili differenti possiedono un tratto comune che ne rende affine lo sguardo. Penso alla statunitense Kelly Reichardt (Night MovesMeek’s CutoffWendy and LucyOld Joy), alla tedesca di origini sudafricane Pia Marais (Layla FourieIm Alter von EllenDie Unerzogenen), alla svizzera francese Ursula Meier (HomeL’enfant d’en haut – Sister) e alla parigina Héléna Klotz (L’âge atomique)… Ma l’elenco potrebbe essere più ampio e dettagliato…

Ma per le donne, fare cinema, è notevolmente più complicato. Certo non è mai il caso di porre poetiche all’interno di anguste prospettive di genere, ma il fatto che alle donne sia limitato l’accesso alla regia è un dato inoppugnabile e incontrovertibile. Secondo i dati dell’Osservatorio Europeo dell’Audiovisivo (EON) – rimessi in circolo proprio in questi giorni via twitter da (l’ottima!) Ilaria Ravarino – solo il 16% degli oltre 9000 titoli usciti in tutta Europa nella stagione 2012-13 sono stati diretti da registe di sesso femminile e, ancora peggio, queste guadagnano il 31% in meno dei loro colleghi di sesso maschile. Quindi un problema c’è, ed è grande come una casa, e forse la giuria di Cannes 2014 (Le meraviglie è l’unico film italiano in concorso) presieduta dall’unica donna ad aver mai vinto una Palma d’oro, Jane Campion, saprà premiare un ottimo film e al contempo dare un forte segnale all’industria cinematografica ancora arroccata in un maschilismo disarmante e imbecille.

A noi, critici indipendenti che scriviamo per strani accrocchi che vivono sospesi tra web e realtà, che condividiamo con Rohrwacher età anagrafica e voglia di qualcosa di diverso attorno a noi, sta l’obbligo intellettuale di sostenere questo cinema nuovo e donna, sperando di arrivare al più presto a un’epoca nella quale non sarà più necessario spendere parole per la parità. Un’epoca in cui alle donne non sarà concesso unicamente lo spazio di storie intime e personali, delicate e toccanti, con al centro protagoniste (invariabilmente) donne. Abbiamo diritto a sognare un cinema che dia libero spazio alle attitudini di ogni realizzatore, che non produca per categorie o preconcetti. Abbiamo diritto di pretendere una industria davvero meritocratica, realmente in grado di premiare il talento e il coraggio.

Il nostro tempo è ricco di idee di un cinema differente, sta a noi riconoscerlo e sostenerlo. Nei mesi e negli anni a venire saranno molti i film diretti da donne che giungeranno nei festival e in sala e questo numero crescerà sempre più. Qualcosa sta mutando e un grande festival come Cannes può essere l’occasione propizia per accelerare questo cambiamento che sta nelle cose. Che poi avere un cinema fatto solo da registi uomini non è solo un’arretratezza numerica, ma è proprio una perdita di opportunità per gli spettatori, una perdita di immaginario.

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#ScatolaNera 2: Aimee Bender conversa con Alice Sebold https://minimaetmoralia.it/scrittura/scatolanera-2-aimee-bender-alice-sebold/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scatolanera-2-aimee-bender-alice-sebold/#comments Sat, 01 Dec 2012 15:37:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11797 Questo pezzo è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa.

Aimee Bender: Va bene, cominciamo dalla struttura. Una volta abbiamo discusso a lungo della struttura “a tela di ragno”. In questo periodo stai scrivendo il tuo romanzo. Una volta mi hai detto che cercare parole nel dizionario è un metodo che trovi del tutto utile e condivisibile, se aiuta lo scrittore a partire di slancio. Anch’io ne sono convinta. Secondo te qual è il modo naturale in cui funziona la struttura di un romanzo?

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Questo pezzo è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa.

Aimee Bender: Va bene, cominciamo dalla struttura. Una volta abbiamo discusso a lungo della struttura “a tela di ragno”. In questo periodo stai scrivendo il tuo romanzo. Una volta mi hai detto che cercare parole nel dizionario è un metodo che trovi del tutto utile e condivisibile, se aiuta lo scrittore a partire di slancio. Anch’io ne sono convinta. Secondo te qual è il modo naturale in cui funziona la struttura di un romanzo?

Alice Sebold: Di fatto credo che qualsiasi cosa riesca a essere di stimolo alla scrittura sia una buona cosa, che in quest’ambito non si debba essere troppo severi con se stessi. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per imparare a distinguere tra “quello che andrebbe fatto” nella vita e i “permessi” che ogni tanto ci possiamo prendere. Un esempio potrebbe essere un elenco di grandi autori già morti rispetto a una scatola di pastelli a cera. Certo, pensavo una volta, una vera scrittrice dovrebbe leggere quegli autori defunti e dovrebbe sforzarsi di capirli: capendo loro avrei poi capito come scrivere un romanzo mio. Non che questo sia del tutto falso. Ma… la scatola di pastelli a cera è un fattore liberatorio, e anche quella mi aiuta a strutturare la narrazione. Mi permette di pensare alle cose in un modo più visivo e meno ossessionato dalle parole.

Ho un enorme disegno di una ragnatela verde, e alcuni dei poligoni della ragnatela sono riempiti da colori diversi. Rappresentano le parti del romanzo che ho finito. C’è un che di molto gratificante nel colorare uno di quei poligoni color fiordaliso e poi uno lontano dal primo color giallo ranuncolo. Mentre mi stavo convincendo dell’idea della struttura a tela di ragno ho deciso di sottopormi all’esercizio dell’“andrebbe fatto”, vale a dire documentarmi sui vari tipi di ragnatela e via dicendo e, dato che era stata l’allegra libertà della struttura a tela di ragno ad attirarmi in quell’esercizio, mi piaceva molto fare le letture che rientravano nell’“andrebbe fatto”. In pratica arrivo a elaborare una struttura tenendomi con una mano ben aggrappata ai grandi defunti mentre l’altra la porgo ai miei amici ragni. Ma mi interessa sapere qual è il tuo modo di arrivare a una struttura. Pare che la struttura tenda a mantenersi fortemente “segreta” agli scrittori. Com’è che ti si è rivelata? Hai scritto Un segno invisibile e mio sentendoti libera dai vari “andrebbe fatto”? E in caso contrario, come sei riuscita a prenderli a calci in culo?

AB: Mi piace quello che hai detto, i morti in una mano, i ragni nell’altra. Che bella squadra, così semplice e ben assortita. Jay Gummerman, uno scrittore che insegna all’UCI, una volta ha detto che “nella natura c’è struttura”, e questa frase me la sono sempre portata in tasca perché mi aiutasse ogni volta che ci pensavo. Mi pareva così vera, guardando gli alberi, le vene, i sassi… Non sono stati progettati da nessuno. E allora perché preoccuparsi che il cervello non sia in grado di produrre anche lui una struttura mentre crea qualcosa? Nel caso di Un segno invisibile e mio, all’inizio continuavo a pensare che dovevo elaborare un progetto preciso, ma non ha funzionato – come ben sai – poi per sei mesi mi sono persa dietro a un’altra idea, quella di John Gardner, secondo cui lo scrittore dovrebbe sapere quello che il personaggio vuole davvero. Pensavo e ripensavo: Cos’è che vuole Mona? E questo mi distraeva completamente, finché a un certo punto mi sono detta: Se Mona è vera e viva, vorrà delle cose. Ma non voglio darle qualcosa da volere, come fosse un puntello per tenerla in piedi. John Gardner è un grande saggio, ma in quel momento avevo bisogno di più scatole di pastelli a cera. Di più scioltezza. Ho scoperto che per il personaggio di Mona quel suo smettere tutto, il non volere, costituiva una forza immensa. Di che tipi di strutture a ragnatela hai letto?

AS: “Nella natura c’è struttura”. Grande Gummerman! Sono diventata una maniaca di ragni e insetti e ho scoperto che ci sono ragni “a botola” e ragni “granchio” e ragni “cardinali”… ce n’è un’infinità. E oltretutto, questi ragni costruiscono diversi tipi di ragnatele, da quella “a lenzuolo” a quella “a imbuto”, a quella a cui penso più spontaneamente, che viene chiamata “a stella” e che nel mondo dei ragni riceve… così tanta attenzione dai media. Un effetto collaterale di tutto questo è stato che il bambino protagonista del mio romanzo ha sviluppato una predisposizione alla coltivazione delle verdure. È ovvio che quando uno strappa via il ragionamento trova il percorso naturale. Certo, a volte è un percorso del cavolo ma è lì che entra in gioco la ragnatela dell’editing e, be’ sì, anche del cestino della carta straccia. Una frase che mi è rimasta dentro per anni e che mi ha aiutato molto è una cosa che Patricia Hampl ha detto a proposito della parte antica di Praga: “La sua bellezza sta nel suo disfacimento”. E d’un tratto l’idea della lunghezza costante dei capitoli, oppure domande come “qual è la posta in gioco per il personaggio, in questa scena?” non hanno più tutto quell’accidenti di peso che avevano prima. Quando guardi uno stagno di pesci rossi sono belli tutti, ma in fondo tutti e nessuno, perché sono uniformi. In questo senso perfino il mostruoso è bello, e lo si dovrebbe accettare. Se non lo si fa nell’arte… allora dove? Ma adesso passiamo a qualche domanda più specifica. Cosa o chi l’ha influenzata, signorina Bender?

AB: Bella la ragnatela “cestino-della-carta-straccia”! Proprio ieri ho buttato via un bel po’ delle moltissime versioni provvisorie che avevo via via stampato: ho ammazzato un mucchio di alberi. Caspita! Mi piace un sacco quella citazione da Patricia Hampl, mi pare intimamente vero che ci sia un certo grado di disfacimento in tutte le persone, e in questo c’è pathos e bellezza e tristezza e felicità. Influenze! Senti un po’: Italo Calvino, García Márquez, Arundhati Roy, Sylvia Plath, Jane Siberry, Kate Bush, PJ Harvey, Lynda Barry, Bobby McFerrin, Pina Bausch, Alexander Calder, Norton Juster, le favole, Jane Campion, Mike Leigh, la scultura in genere, Freud, il Midwest, la mia famiglia…

AS: Ci vedo una bella miscela. Ma, ad esempio, che mi dici dell’influenza di Pina Bausch e di Lynda Barry, tanto per prenderne due dal tuo elenco?

AB: Pina Bausch! È una coreografa, la prima volta l’ho vista dieci anni fa e mi ha riempito di una tale felicità ed era così stimolante da risultare quasi insopportabile. C’erano delle donne che suonavano la fisarmonica a seno nudo su un palcoscenico coperto di garofani veri. Mi ha colpita dritto al cuore. È stata una reazione assolutamente disgiunta dal pensiero, ho sentito un’affinità immediata, del tutto irrazionale, con il modo in cui la Bausch espone il suo inconscio in modo che noi possiamo farne esperienza. Quanto a Lynda Barry… credo sia davvero stupefacente, il suo libro Cruddy mi ha fatto impazzire. È oscuro, coraggioso, divertente e orribile al tempo stesso. In qualche modo riesce a essere insieme profondo e per nulla pretenzioso. Non è affatto un libro che predica dal pulpito, ma riesce a mettere tantissima carne al fuoco. Ammiro molto gli artisti di qualunque tipo che hanno ben chiara la propria identità ma provano costantemente a spingersi oltre. Invece che cercare di restare sempre al sicuro, senza mai sbilanciarsi. Da bambino Bobby McFerrin sapeva già che avrebbe fatto musica con tutto il corpo? La cosa fantastica è che a un certo punto si è reso conto di quanto quella fosse una sua dote speciale e ha deciso di investirci tutte le sue energie, e adesso non c’è nessuno come lui! So che anche a te piace Pina Bausch, tu che idea te ne sei fatta?

AS: Penso che quello che provo durante le performance della Bausch equivalga a un viaggio sensoriale a velocità folle, che mi travolge completamente: dal lato dello spettatore non vale più nessuna regola, e così quando ti svegli la mattina dopo e torni al tuo lavoro, quello apparentemente molto meno emozionante di scrivere un libro di narrativa, ti siedi alla scrivania e non hai più lo stesso bagaglio mentale ormai radicato che avevi fino al giorno prima (o quanto meno, quel bagaglio si è molto alleggerito). Ecco perché, anche se lavoro meglio alzandomi presto al mattino e orgnizzandomi bene la giornata, spesso mi ritrovo a buttare giù qualche attacco fondamentale, una o due pagine, in quelle che chiamo “isole segrete” del mio tempo. Mentre faccio lavare la macchina, o subito prima di entrare in classe per tenere una lezione. Sento che improvvisamente mi allontano dal problema della struttura, e mi chiedo se sia perché il succo del nostro discorso sulla struttura è che per trovarla davvero devi prima smettere di pensarci. Sia tu che io insegniamo, e tutte e due nutriamo un odio tenace per quei manuali su “come strutturare un romanzo” che sono la perfetta incarnazione delle zie zitelle e tiranniche di James e la pesca gigante (un altro splendido esempio di folle ricorso a certi “permessi”). A cos’è che ti è sembrato importante non pensare, mentre lavoravi al tuo romanzo? Quegli “andrebbe fatto”, quelle voci… quelle zie insopportabili… Quali erano?

AB: Volevo soltanto aggiungere che secondo me Pina Bausch ce l’ha delle regole, solo che sono completamente intuitive, e permettere che siano quelle regole intuitive a guidarti è secondo me una specie di ricerca del Graal, un’impresa ardua ma con una magnifica ricompensa. Ci vuole una fiducia enorme. E quei manuali sono esattamente come zia Stecco e zia Spugna nel libro di Dahl. Ti chiudono in casa a pulire il sottoscala mentre di fuori il mondo va avanti indisturbato. E cresce una pesca gigante! Concordo in pieno: le favole sono piene di permessi.
Quanto a non pensare alla struttura mentre scrivi: anche qui sono d’accordo. Credo di essermi dovuta dimenticare che stavo scrivendo un romanzo, dimenticare che cos’era il mio libro di racconti, dimenticare del fatto che non avevo idea di cosa stessi facendo! Ho ancora il diario che tenevo mentre scrivevo il libro, e ci sono queste annotazioni nervosissime del tipo: ma che roba è questo che sto scrivendo? Non capirlo fa paura, ma mi sembra che l’unico modo in cui quello che scrivi può conservare un po’ di mistero è se per un po’ di tempo non sai bene cosa significa e dove andrà a parare. Almeno, per me è così.

Di alcuni “andrebbe fatto” è stato difficile sbarazzarsi, ad esempio: “Dovrei riuscire a scrivere questo libro dall’inizio alla fine”. “Non mi dovrei preoccupare”. “Non mi dovrei divertire”. E: “Dovrei avere almeno una vaga idea di quello che sto facendo”. Ma non ci capivo niente. Continuavo a spostare l’attenzione da un punto a un altro. Fiducia, fiducia, fiducia. Sopra il mio computer c’è una scritta: “La parola d’ordine di oggi è fiducia”.

AS: Giusto. Dipende tutto da cosa c’è scritto sopra il computer. Io ci ho messo un pezzo di carta che dice: “Rivoluzione della Bellezza”. Un’artista che mi ha influenzato moltissimo è la pittrice Helen Frankenthaler, che per un certo periodo fu accusata di dipingere i suoi quadri per puro gusto della bellezza, e lavorava in mezzo a questi grandi pittori maschi e muscolosi che ricevevano sia gli elogi dei critici che i proventi dalle vendite delle grandi gallerie. Questa cosa mi ha portata a pensare che nella bellezza, nella vera bellezza, c’è un certo tipo di rivoluzione. Sarà una rivoluzione silenziosa e senza armi, ma è la rivoluzione che amo. Trasformare l’esperienza e il pensiero in un linguaggio e una narrazione che siano belli, anche se di una bellezza “in disfacimento”. Credo che la fiducia di cui tu parli cominci quando uno esce nel mondo e comincia a raccogliere cose e persone che confermano la sua percezione intuitiva di quello che fa bene al suo lavoro. È molto triste pensare a quanti scrittori si perdono perché non riescono a liberarsi delle voci snob e oppressive degli “andrebbe fatto” che ora sembrano più forti che mai, con il proliferare di libri che spiegano come si dovrebbe scrivere. Ci sono sono scrittori che si lasciano ridurre al silenzio dalle voci degli “andrebbe fatto” e questo mi spezza il cuore. L’altra parola che ho sopra il computer è “Invincibile”. Credo che la vera bellezza, in qualunque forma, anche la più effimera (per esempio uno spettacolo di danza), sia così, sia “invincibile”, e questo mi dà una grande fiducia.

AB: Che cosa trovava bello Helen Frankenthaler? Io penso che ogni persona definisca la bellezza in maniera diversa, e al cuore della loro definizione di bellezza ci sia la direzione che dovrebbero seguire artisticamente.

AS: Sono d’accordo. Uno dei modi in cui altre discipline artistiche ti aiutano nella scrittura è che non ti danno qualcosa con cui instaurare un paragone: ti incoraggiano o ti scoraggiano, ti liberano o ti lasciano intrappolata, ma non è che guardando un quadro della Frankenthaler pensi: “Ha fatto sfumare quel rosso in arancione meglio di come ho scritto pagina 36”. Per me la grandezza di questa pittrice sta nel modo in cui riesce a far scivolare un colore nell’altro senza sforzo (o almeno così sembra allo spettatore) e nella capacità di creare queste grandi forme volubili che sembrano non lasciarsi mai catturare, restare liquide. Fare lo stesso con le parole sarebbe straordinario, e lei mi spinge a tentare in quella direzione. Ho un’ultima domanda da farti alla vigilia dell’uscita in libreria del tuo romanzo. Se potessi fare un regalo a tutti gli scrittori, cosa sceglieresti? Un animale, una pianta o un minerale?

AB: Tutti e tre. A scelta. Vorrei che ciascuno trovasse il proprio senso della bellezza. Che lo conoscesse, lo coltivasse, lo espandesse, se ne fidasse. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro e l’arte deve gioire, e gioisce, delle differenze, e maggiori sono le differenze meglio è. Perché ci uniscono di più. Quindi sarebbe per alcuni un animale, per altri una pianta, per altri ancora un minerale. E tu, tu che stai leggendo la nostra conversazione, quale sceglieresti? Mettiti a elencare anche tu le cose che ti hanno influenzato. Sarei così contenta, Alice, se dopo aver letto quello che ci siamo dette a qualcuno venisse voglia di mettersi a creare qualcosa. Quello sarebbe il dono che vorrei fare. Penso che sia uno dei nostri migliori strumenti per la sopravvivenza.

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