Jaron Lanier Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jaron-lanier/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 Jul 2018 08:58:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jaron Lanier Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jaron-lanier/ 32 32 I lati oscuri del web (e come possiamo ancora provare a salvarci) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-lati-oscuri-del-web-e-come-possiamo-ancora-provare-a-salvarci/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/i-lati-oscuri-del-web-e-come-possiamo-ancora-provare-a-salvarci/#respond Thu, 19 Jul 2018 08:58:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37827 Data mining e profilazione. L'evoluzione del web attraverso "Il lato oscuro di Google" del collettivo Ippolita pubblicato da (Milieu) e "Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social" di Jaron Lanier (Il Saggiatore).

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C’era una volta il futuro. Per buona parte del Novecento l’abbiamo sognato, inseguito e temuto, sulla cresta di un’onda tecnologica sempre più inarrestabile che sembrava porsi l’obiettivo di tradurre in realtà, nella seconda metà del secolo, ciò che i più audaci scrittori di fantascienza avevano immaginato nella prima. Negli anni ’80 e ’90 la mia generazione si è nutrita, a tutti i livelli dell’immaginario, di scenari futuristici in cui l’uomo si sarebbe invariabilmente trovato al centro di dinamiche di controllo o di conflitto legate a una crescita sfrenata del ruolo delle macchine nella nuova società, accompagnata di volta in volta da vari gradi di inquietudine, dall’ansia generica e sottile all’apocalisse imminente.

Un genere di storie che seguiva più o meno sempre la stessa curva: da una situazione iniziale di entusiasmo tecnocratico che portava l’umanità a delegare alle macchine funzioni e competenze sempre più estese, dall’amministrazione domestica al controllo degli armamenti nucleari, si scivolava verso un punto di non ritorno in cui le macchine stesse, ormai detentrici di intelligenza e capacità decisionali perfettamente autonome, si accorgevano di non aver più bisogno dell’uomo, apprestandosi quindi ad assoggettarlo, incorporarlo o sostituirlo. Finché qua e là iniziavano a formarsi nuclei di resistenza che, in formazioni via via più cospicue, sferravano l’attacco finale al centro del potere in nome del ritorno alla libertà e una società nuovamente antropocentrica.

Le implicazioni di un topos così fertile sono evidenti, e infatti negli anni si è costruita, intorno alla contrapposizione uomo-macchina, una vera e propria tecnomitologia coesa e perfettamente definita nelle sue caratteristiche. E poco importa che poi il futuro abbia preso un’altra direzione, e che oggi gli scenari catastrofici che per decenni hanno alimentato il nostro immaginario suonino più fantascientifici delle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Perché, se è vero che il futuro (cioè il nostro presente) non è ancora dominato da robot senzienti che sovrintendono al posto nostro a ogni aspetto dell’esistenza, è innegabile che, appena sotto la superficie della nostra realtà quotidiana, agiscano intelligenze artificiali meno appariscenti, e perciò più sottili e insinuanti, di quegli automi umanoidi che sognavamo da piccoli: gli algoritmi. Processi matematici intelligenti e adattivi in grado di setacciare ogni nostra minima attività in rete, classificando e archiviando gusti, interessi, preferenze, opinioni, simpatie, antipatie per accumulare un patrimonio di metadati collettivi da cui estrarre tendenze e modelli di comportamento, attitudini cicliche o eccentriche nella gestione delle nostre scelte, paradigmi cognitivi e relazionali, tutto.

In un film, questo sarebbe il momento in cui qualche personaggio se ne uscirebbe con una frase del tipo: “Ci stanno studiando. E stanno imparando in fretta”. Nella realtà, ciò con cui abbiamo a che fare non è una malvagia intelligenza neurale alla Skynet, ma un motore di ricerca nato in un garage negli anni ’90, il cui motto, fino a pochi anni fa, sembrava il bonario consiglio di un capo-scout ai giovani lupetti in giro per raccogliere fondi vendendo caramelle: “Don’t be evil”, non essere cattivo. Un motto che, al di là di ideologie paternalistiche e filosofie apparentemente veteroumaniste, sembra nascondere ben più di un lato oscuro, per riprendere il titolo de Il lato oscuro di Google, la dettagliatissima ricerca con cui il collettivo hacker Ippolita ricostruisce storia, filosofia, evoluzioni e involuzioni del colosso di Mountain View. Una ricerca avviata nel 2007, con il volume Luci e ombre di Google (Feltrinelli), che torna ora in libreria in questa versione riveduta e aggiornata grazie a Milieu edizioni.

Nell’era della tecnocrazia undici anni sono un lasso di tempo siderale, al di là di ogni possibilità di preveggenza persino agli occhi dei futurologi più accorti; eppure ancora oggi le tesi di fondo espresse nel volume di Ippolita, pur inevitabilmente superate negli aspetti più tecnici, conservano una validità interpretativa quasi sorprendente nella capacità di tracciare linee evolutive di illuminante lungimiranza, mostrandosi capaci di intuire, sulla base dell’esempio di Google, la direzione che il web avrebbe preso negli anni successivi. Se infatti nel 2007, all’epoca della prima pubblicazione della ricerca, le ambizioni tecnocratiche di Google potevano sembrare già di per sé inquietanti, oggi non possiamo fare a meno di notare che il suo modello di business, basato su data mining e profilazione, era solo il punto di inizio di una concezione della tecnologia incarnata oggi al più alto grado dai social network, in grado di alterare, nei suoi esiti estremi, lo stesso comportamento umano.

Il lato oscuro di Google segue lo sviluppo della più grande corporation digitale del mondo fin dalle origini: l’incontro di Larry Page e Sergey Brin, i due fondatori, a Stanford nel 1995, l’elaborazione dell’algoritmo PageRank(TM) su cui si fonda il motore di ricerca di Google, fino alla costituzione della società Google Inc. con sede nel leggendario garage di Menlo Park nel 1998. Da lì la crescita si fa incontenibile, travolgente: e, con l’aumentare delle richieste rivolte quotidianamente all’interfaccia di Google (da centinaia di migliaia a decine di milioni), si pone il problema della sostenibilità economica dell’impresa. I finanziamenti che avevano consentito lo sviluppo iniziale, per quanto cospicui, presto non bastano più e a un certo punto, nel 1999, Brin e Page arrivano a proporre, senza esito, l’acquisto della loro creatura a Excite, per la cifra oggi ridicola di un milione di dollari (ribassata poi di un quarto di milione). La soluzione arriva nel 2000 con l’introduzione nel sistema di AdWords, uno strumento di self-service pubblicitario offerto agli inserzionisti, basato su parole chiave e integrato con il motore di ricerca; e poi nel 2004, con l’implementazione di AdSense, un servizio collegato ad AdWords che consente di inserire banner pubblicitari nei siti web. I nuovi strumenti permettono a Google di guadagnare dalle ricerche, mantenendo sempre pulita la propria interfaccia e trasformando, di fatto, la ricerca di informazioni e l’analisi dei comportamenti degli utenti in fonte di reddito.

La filosofia aziendale di servizio neutro e oggettivo all’utenza resta immutata, ma l’introduzione degli strumenti pubblicitari trasforma Google in qualcosa di profondamente diverso dal semplice motore di ricerca che, nelle intenzioni dei fondatori, si proponeva l’obiettivo di fornire il miglior risultato possibile perlustrando l’intera vastità della rete nel minor tempo. Non solo: l’integrazione di sistemi che, per poter funzionare, richiedono il tracciamento e la memorizzazione delle attività degli utenti danno il via a un nuovo modello tecnologico destinato a modificare drasticamente la stessa essenza originaria di Internet. Da luogo dell’informazione libera e anonima, la rete si avvia a diventare un repertorio sterminato di dati in cui gli utenti vengono tracciati e classificati da algoritmi corporativi al servizio della nuova Società della Prestazione, che monitora ogni fase dei processi decisionali umani.

Come spiega Ippolita, siamo di fronte al passaggio dall’Information Technology (IT) al Totalitarismo Informazionale (TI): una preponderanza dell’automazione sulla libera scelta, delle soluzioni algoritmiche sulla volontà indipendente, a cui si revocano persino azioni quotidiane come la scelta di una camicia (la campagna “Fallo fare a Google” di questi giorni va precisamente in questa direzione) o la compilazione della propria agenda personale. Una forma di onnipresenza che si esplicita, come argomenta Ippolita, nell’infinita moltiplicazione dei servizi offerti, dal 2015 riuniti, insieme a tutte le attività principali e sussidiarie di Page e Brin, nell’ambiziosa conglomerata Alphabet: l’impresa egemonica con cui Google mostra, fin dal nome, l’intenzione nemmeno troppo dissimulata di ricomprendere al proprio interno non solo tutta la rete, ma l’intera gamma delle esigenze  umane, ponendosi in un certo senso come la prima e indispensabile via di accesso al mondo dell’esperienza. Per poter così ancora meglio “rivolgersi a Tutti, Ovunque, Sempre”.

L’accumulo di prerogative concentrate nella sterminata mole di attività di Alphabet finisce così per dilatare sempre di più i già vasti confini della condizione primaria che, dall’inizio, ha reso possibile tutto questo: la delega della fiducia: l’atto di abdicazione con cui individui e società hanno accettato di affidare in toto alle macchine la creazione di legami cognitivi e relazionali tra dati, informazioni, persone e cose, nell’equivoco che la tecnologia, in quanto neutra e oggettiva, sia anche disinteressata. Un equivoco che Ippolita definisce, in relazione al funzionamento delle ricerche su Google, “strategia dell’oggettività”:

… un algoritmo di ricerca è uno strumento tecnico che attiva un meccanismo di marketing estremamente sottile: l’utente si fida del fatto che i risultati non siano filtrati e corrispondano alle preferenze di navigazione che la comunità di utenti genera. In sostanza, si propaga un meccanismo di fiducia nell’oggettività della tecnica (nello specifico, la procedura algoritmica che genera il risultato dell’interrogazione) che viene ritenuta “buona” in quanto non influenzata dalle idiosincrasie e dalle preferenze di individui umani. Le macchine “buone”, figlie di una scienza “oggettiva” e di una ricerca “disinteressata”, non manipoleranno i risultati, non ci diranno bugie perché non possono mentire e comunque non avrebbero alcun interesse a farlo.

La realtà, come spesso accade, è ben diversa e le procedure algoritmiche finiscono per creare sistemi di relazioni opache e, se non manipolate, di certo inquinate nella loro presunta purezza dal peccato originale della profilazione:

Impercettibilmente, ci stiamo muovendo da un mondo ricco di significati, in virtù di relazioni costruite da noi e per noi, a un mondo i cui significati derivano da correlazioni stabilite dalle macchine e gestite da algoritmi. Algoritmi privati, non sottoposti in alcun modo a controllo democratico, di proprietà dei nuovi mediatori informazionali.

E badate: in gioco non c’è solo il nostro approccio alla produzione di conoscenza, all’analisi critica delle informazioni (necessariamente parziali, seppur cospicue, perché Google in realtà non perlustra davvero la totalità della rete), insomma il nostro comportamento in rete, ma, più in generale, il nostro comportamento sociale, la nostra lettura delle relazioni interpersonali. Il modello Google, sembra quasi volerci dire Ippolita, rischia di trasformarci in una sorta di estensione di sé proiettata sul piano concreto della dimensione quotidiana: come se fossimo altrettanti spider impegnati nella profilazione e nella scansione informazionale di tutti gli individui e i gruppi con cui, ogni giorno, entriamo in contatto tramite i social network:

Ognuno di noi è chiamato a dichiarare chiaramente cosa vuole e a confessarsi in maniera inequivocabile. Bisogna essere proattivi nella profilazione di sé stessi e degli altri, ci si deve adattare all’ideologia della trasparenza radicale. La metamorfosi di nozioni come privacy e sfera pubblica è estrema. Contestualmente, le dinamiche di socializzazione delle emozioni sono perlopiù affidate a procedure automatiche  e omologate, come emoticon e simili, espresse sul palcoscenico non pubblico, proprietà dei mediatori privati. Ogni sottrazione è considerata sospetta: perché non hai un account social? Che cos’hai da nascondere? Come mai non rispondi immediatamente ai messaggi, alle notifiche? Dove sei, con chi sei, cosa fai? Un interrogatorio senza fine, una servitù volontaria a cui purtroppo ci sottoponiamo con gioia.

L’origine di questo “interrogatorio senza fine” è proprio Google, anche se oggi questioni simili vengono più di frequente associate all’altro gigante della valle, Facebook. Proprio il funzionamento dei social network, e di Facebook in particolare, marca l’attualità delle riflessioni avviate da Ippolita nel 2007 e proseguite puntualmente negli anni successivi, fino a oggi. Il lato oscuro di Google rappresenta anche la prima sistematizzazione di una somma di princìpi di data-business  estesi, dagli inizi degli anni zero, a realtà di nuovo tipo ma identico scopo, regolate, come Google, da algoritmi adattivi che imparano dal nostro comportamento e al tempo stesso si regolano di conseguenza, con incessanti correzioni di rotta, per influenzarlo.

In questo senso un complemento suggestivo alla lettura del volume di Ippolita è il pamphlet Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, firmato da Jaron Lanier (informatico e sviluppatore, pioniere del web e della realtà virtuale e consulente alla creazione di Second Life) e pubblicato dal Saggiatore nella traduzione di Francesca Mastruzzo. I social network descritti da Lanier si presentano come l’inevitabile evoluzione del modello di business di Google: profilazione di dati a fini di personalizzazione pubblicitaria. Con un elemento in più, peculiare al funzionamento delle nuove piattaforme ma accennato anch’esso, in embrione, già nel passo citato della ricerca di Ippolita: l’induzione di dipendenza nell’utente, come fattore fondamentale dei processi di modificazione comportamentale prodotti dai social (sintetizzata nell’acronimo BUMMER: “Behaviors of Users Modified & Made in a Empire for Rent”):

Così scopriamo che quando un algoritmo procura delle esperienze a una persona, la casualità che lubrifica l’adattamento algoritmico può anche procurare dipendenza negli uomini. L’algoritmo sta cercando di individuare i parametri perfetti per manipolare il cervello, mentre quest’ultimo, dovendo cercare un significato più profondo, cambia in risposta agli esperimenti dell’algoritmo; è il gioco del gatto e del topo, ma basato su pura matematica.

Niente di fantascientifico, è realtà di tutti i giorni. Il conflitto uomo-macchina si è spostato su un terreno insidioso, e potete averne la prova anche solo riscontrando l’aderenza delle ragioni esaminate da Lanier alla vostra quotidianità. La progressiva erosione della libertà di scelta, insidiata da relazioni algoritmiche che decidono per noi (regola 1). La consapevolezza di diventare, ogni giorno che passa, un pochino più stronzo, cedendo alle lusinghe del nostro troll interiore che suscita in noi l’istinto del Branco (regola 3). La perdita di significato nella lettura della realtà, strettamente collegata all’eliminazione di qualsiasi tipo di contesto in una discussione (regole 4 e 5). La creazione di tanti piccoli mondi individuali, costruiti algoritmicamente tramite il tracciamento dei nostri comportamenti in rete e inconciliabili con quelli degli altri, con la conseguente distruzione di ogni forma di empatia (regola 6). E così via. Di argomentazione in argomentazione, Lanier mostra che il modello di business dei social network, che rappresenta una versione peggiorativa di quello di Google, sta inesorabilmente rendendo il mondo un posto molto brutto in cui vivere, in tutti i campi: dalla sfera individuale a quella relazionale, dalla politica all’economia.

Insomma: l’evoluzione di Internet come la storia di un colossale tradimento.

La soluzione? Anche in questo caso il futuro ha preso una direzione diversa da quella che sognavamo. Nessun atto di eroica resistenza ci vedrà imbracciare avveniristiche armi da fuoco contro macchine autocontrollate nei campi di battaglia di un mondo in fiamme. Sarebbe stato troppo facile, e troppo invitante, da un certo punto di vista. No, contro le sottigliezze della dipendenza algoritmica può esserci un’unica strada, su cui Ippolita e Lanier concordano: non il disconoscimento della tecnologia, ma la formazione di una più variegata consapevolezza personale nel suo utilizzo. Rinnegare l’utilità dei nuovi media e delle piattaforme social è un estremismo sciocco. Nessuno intende arruolarci in un nuovo luddismo: non sarebbe immaginabile, al punto in cui è arrivata la nostra società (e poi, diceva Franzen in un’intervista di qualche tempo fa, in fondo nemmeno i luddisti erano luddisti, forse tutto ciò che volevano era salvare il proprio posto di lavoro smantellando quegli specifici telai). Ma ritornare allo spirito originario con sui si costituì, in un’epoca ormai archeologica, la rete degli esordi, quello forse sì.

Recuperare l’etica hacker dell’autonomia e dell’indipendenza, la curiosità per l’informazione costruita attraverso percorsi imprevedibili di ricerca e scoperta, la critica delle fonti e il rispetto per il contesto come arma contro la proliferazione delle fake news, l’evasione dal sistema automatico delle notizie precotte e dal circolo malato che alimenta odio e rancore sociale premiando il clickbaiting con la maggiore visibilità di chi lo diffonde. La chiusura, nel caso estremo, dei propri profili social, per mostrare alle piattaforme chi dovrebbero essere i veri clienti intorno a cui costruirsi: e cioè gli utenti, non gli inserzionisti che pagano per influire sulle nostre decisioni, nel commercio come alle elezioni. Per dirla con Lanier, l’urgenza di diventare gatti: intelligenti ma imprevedibili, inaffidabili e soprattutto mai completamente addomesticabili:

I gatti hanno fatto ciò che apparentemente era impossibile: si sono integrati nella società tecnologica contemporanea senza svendersi. Hanno ancora il comando […] I gatti del web incarnano le nostre speranze e i nostri sogni per il futuro dell’umanità su Internet.

Che poi forse è questo il motivo per cui Internet è pieno di gatti.

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Lanier: il web sta uccidendo la classe media https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/jaron-lanier/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/jaron-lanier/#comments Mon, 14 Jul 2014 21:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22085 Questo pezzo è uscito su il Venerdì di Repubblica.

Berkley. La stanza dove lavora è un antro platonico. Per arrivarci bisogna superare canyon di libri e oggetti per terra. Ma il massimo livello di entropia si raggiunge varcando la porta. Un grande computer su un lato e, subito dietro la sedia, una selva di strumenti musicali: chitarre di ogni genere ed epoca, mandole, sitar, arpe, tamburi, cembali, appoggiati o appesi al soffitto basso, insonorizzato con una gomma nera. Al riparo di questo buio microcosmo domestico Jaron Lanier ha a lungo creduto, restando nella metafora, alle ombre riflesse sullo schermo. All’opinione diffusa, che da pioniere della realtà virtuale ha contribuito a creare, secondo la quale internet fosse la soluzione di tutti i mali. La garanzia autoevidente che le magnifiche sorti progredivano. Poi però ha assistito all’implosione dell’industria musicale («Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto varrà un decimo»). Ha visto sale di registrazione chiudere, sostituite da app fai da te. E guardato con sgomento assottigliarsi le royalty di gruppi che prima ci campavano. Dice: «Si salvano giusto le star. E i liutai, perché non sono sostituibili dalle macchine».

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Questo pezzo è uscito su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Berkley. La stanza dove lavora è un antro platonico. Per arrivarci bisogna superare canyon di libri e oggetti per terra. Ma il massimo livello di entropia si raggiunge varcando la porta. Un grande computer su un lato e, subito dietro la sedia, una selva di strumenti musicali: chitarre di ogni genere ed epoca, mandole, sitar, arpe, tamburi, cembali, appoggiati o appesi al soffitto basso, insonorizzato con una gomma nera. Al riparo di questo buio microcosmo domestico Jaron Lanier ha a lungo creduto, restando nella metafora, alle ombre riflesse sullo schermo. All’opinione diffusa, che da pioniere della realtà virtuale ha contribuito a creare, secondo la quale internet fosse la soluzione di tutti i mali. La garanzia autoevidente che le magnifiche sorti progredivano. Poi però ha assistito all’implosione dell’industria musicale («Vale un quarto di quanto valeva solo pochi anni fa. Presto varrà un decimo»). Ha visto sale di registrazione chiudere, sostituite da app fai da te. E guardato con sgomento assottigliarsi le royalty di gruppi che prima ci campavano. Dice: «Si salvano giusto le star. E i liutai, perché non sono sostituibili dalle macchine».

Un mondo senza rock è triste, ma funziona ancora. Però a quel punto lui ha distolto lo sguardo dal monitor e ha deciso di guardare alle cose così come appaiono alla luce del sole. Arrendendosi a una realtà diversa da quella che gli era piaciuto immaginare. Giganti della new economy che impiegano un millesimo dei dipendenti della old economy. Negozi che muoiono, asfaltati da Amazon e le sue sorelle. Lavoratori che assistono all’inabissamento dei loro salari, prima parametrati ai cinesi, ora al software. Conclusione (sofferta e provvisoria): «Per quanto mi faccia male dirlo, potremo anche sopravvivere distruggendo solo la classe media composta da musicisti, giornalisti e fotografi. Ciò che non è sostenibile è la distruzione di quella che lavora nei trasporti, nella manifattura, nel settore energetico, nell’educazione e nella sanità, oltre che nel terziario. E una tale distruzione accadrà, a meno che le idee dominanti sull’economia dell’informazione non facciano dei passi avanti». Fine dell’innocenza.

La reazione immediata a questo atto d’accusa è una scrollata di spalle: è il progresso, bellezza! Nella prima rivoluzione industriale i telai hanno fatto fuori gli operai tessili, oggi i computer rimpiazzano professionisti d’ogni ordine e grado. Ma ci sono differenze sostanziali. Quando si è passati dalla carrozza all’auto c’era sempre un uomo al volante, mentre l’imminente driverless car farà a meno anche di lui. Prima i robot alleviavano il lavoro pesante dei colletti blu, ora l’algoritmo rende superfluo quello leggero e creativo dei colletti bianchi. E poi, fino a una certa data, più efficienza (dovuta largamente all’automazione) significava un’economia più florida. Magari uno perdeva il posto in manifattura e ne trovava un altro nei servizi. Neppure quelli sono più un rifugio. Un dato da mandare a memoria: dal dopoguerra al 2000 produttività e occupazione crescono di pari passo. Dopo, la seconda curva si affloscia perché le macchine corrono troppo in fretta, hanno bisogno di meno uomini e questi non ce la fanno ad acquisire le competenze per star loro dietro. È il Grande Disaccoppiamento di cui parlano Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, due professori del Mit, in The Second Machine Age. Il Pil complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

Lanier è tra i primi a infrangere il tabù per cui internet e benessere economico coinciderebbero per definizione. Nel 2011, con You’re not a gadget: a manifesto, sostiene che il web 2.0, quello in cui i consumatori diventano anche produttori di informazioni – status di Facebook, foto su Instagram, opinioni su Twitter – è un truffa. Perché noi lavoriamo, gratis, a condividere mici, baci coi fidanzati e spiritosaggini, ma a guadagnarci è Zuckerberg. Nel 2013 Lanier torna sul tema con Who Owns the Future, tradotto in La dignità digitale al tempo di internet (il Saggiatore). È la critica più ampia, di lunga gittata e convincente. Di uno insospettabile, che era nel pacchetto di mischia dei padri nella rete («Resto in buoni rapporti con tutti: Jobs era un amico, Bezos lo è, Gates mi ha anche offerto il mio attuale lavoro. Ma quando scrivevo che l’online avrebbe liberato la musica, mi sbagliavo di grosso»). Che non si sogna neppure di mettersi di traverso alla tecnologia, convinto che, come ha creato il problema, saprà anche risolverlo («Internet in sé è fantastica. Questa internet ha ucciso la classe media»).

Poi è uscito Average Is Over, in cui l’economista Tyler Cowen immagina un mondo in cui solo un’élite sopravviverà (e prospererà) allo tsunami tecnologico. E infine The Zero Marginal Cost Society, in cui il futurologo Jeremy Rifkin tratteggia un domani-quasi-oggi in cui, grazie o per colpa dell’automazione, il prezzo delle merci crollerà sempre di più, e con esse i salari di chi le produce. Ma torniamo al nostro uomo, matematico, programmatore, polistrumentista, ai suoi dreadlocks inestricabili, alle sue magliette nere extralarge e ai suoi sandali, nella casetta incastonata sulle colline di Berkeley.

Quella che lui denuncia è la «frode contabile di massa» che fa finta che i social network, o i big data di cui tanto si parla, si producano per partenogenesi informatica. «E invece ogni tessera di quel caos di informazioni che Google organizza è prodotta da esseri umani. Sempre. La domanda piuttosto è: quel contributo è messo a bilancio e dunque valorizzato adeguatamente? La risposta è no. E nel frattempo Google diventa sempre più ricco e noi che lo alimentiamo sempre più poveri. Fermiamoci! Pretendiamo che un po’ di quel valore ci sia riconosciuto». Principio sacrosanto, ma dall’applicazione complessa. Procediamo per gradi. Perché non si tratta di un’espropriazione forzosa, quanto di un esercito di volenterosi carnefici che si consegna allo sfruttamento digitale altrui. La parola chiave è schizofrenia.

«Ci piace la musica gratis, ma poi gridiamo allo scandalo per l’orchestrale nostro amico che non ha più fondi. Ci eccitiamo per i prezzi online stracciati, e poi piangiamo per l’ennesima serranda abbassata. Ci piacciono anche le notizie a costo zero, e poi rimpiangiamo i bei tempi in cui i giornali erano in salute. Siamo felicissimi dei nostri (apparenti) buoni affari, ma alla fine ci renderemo conto che stiamo dilapidando il nostro valore». Sdoppiamento raccontato benissimo anche da Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, in Supercapitalismo, dove spiega che, da cittadini, vorremmo salari equi ma da consumatori li barattiamo volentieri con sconti estremi. Come se le due cose non fossero correlate.

Dunque, a partire dall’industria musicale, Lanier allarga la rassegna. Il suo esempio più macroscopico riguarda la fotografia. Dice: «Al suo apice Kodak valeva 28 miliardi di dollari e impiegava 140 mila persone. Instagram, che risponde alla medesima esigenza di condividere foto, aveva 13 dipendenti quando è stata venduta per un miliardo. Ma non è stata valutata così tanto perché quei tredici sono straordinari. Il suo valore nasce invece da milioni di utenti che contribuiscono al network senza essere pagati». Negli anni 80 General Motors impiegava 350 mila persone, oggi Facebook meno di 7.000. E così via. È un’ingenuità credere che i restanti si siano tutti riciclati come web designer. Il grosso si è semplicemente volatilizzato. Il 60 per cento dei posti persi nella recessione, ha calcolato la Federal Reserve di San Francisco, erano della classe media. Thomas Cook, la leggendaria catena di agenzie di viaggio britanniche, ha annunciato che ne chiuderà 195 licenziando 2.500 dipendenti. Ha resistito a tutto, per 172 anni, ma non all’impetuosa crescita di Expedia, Orbitz e simili. Per tacere dei libri. A New York le librerie indipendenti sono state prima decimate dalla grandi catene, tipo Borders e Barnes&Noble. Ora le catene sono fatte fuori da Amazon. Chiuso per Kindle è l’emblematico titolo del saggio di Massimiliano Timpano e Pier Francesco Leofreddi, due librai romani in difficoltà.

Nelle settimane scorse a Torino hanno annunciato il forfait cinque importanti librerie del centro. Amazon si può permettere gli sconti che fa per le sue enormi economie di scala e per un flusso di cassa che gli permette di andare avanti con margini bassissimi, nel frattempo schedando il cliente meglio di chiunque altro, per poi vendergli di tutto. Così, se l’anno scorso era il nono più grande venditore del mondo, diventerà il secondo entro il 2018, stimano gli analisti di Kantar Retail. Lanier lo definisce – come Google e Apple – un «server sirena», ovvero gruppi di computer connessi in rete che attraggono grandi numeri di utenti, accumulando e analizzando dati dettagliatissimi sui comportamenti online, senza però riconoscere loro alcun valore economico.

Prendete i traduttori. «Le loro prospettive finanziarie si assottigliano di giorno in giorno. Ma se Google Translate migliora a vista d’occhio lo deve al fatto che il suo algoritmo si ciba di traduzioni esistenti, prodotte da esseri umani, e poi le incrocia con le frasi da tradurre». Presto sarà la volta degli interpreti, a giudicare dal recente annuncio di Skype che sottotitolerà in tempo reale conversazioni in lingue diverse. Anche la torre d’avorio dei docenti universitari è sotto assedio. «Intendiamoci, è bellissimo che un bimbo africano possa seguire online una lezione di Stanford sulla piattaforma Coursera. Però, se un singolo docente può servire una classe virtuale di diecimila studenti, cosa resterà da fare per i suoi colleghi meno richiesti?».

La rete polarizza il mercato e lo spinge verso un modello winner takes all. Poche star prendono quasi tutto e alla classe media restano fette sempre più striminzite. Schizofrenia, oppure miopia: «Gli atenei più prestigiosi, che sin qui hanno goduto di rette astronomiche, fanno a gara a buttarsi in rete. Nel breve periodo faranno qualche soldo anche lì, ma nel lungo bruceranno la terra sotto i loro piedi. Lo stesso vale per gli studenti online, cui sembrerà di fare un affare a seguire i corsi quasi gratis sul web. Ma poi non potranno più fare la carriera universitaria perché non ci saranno più i soldi per i loro stipendi». È un caso di autocannibalismo differito.

Il discrimine, per Lanier, è semplice: «Un lavoro è tale quando dai suoi proventi si può crescere un figlio. Perciò non ci casco quando ribattono alla tesi che internet ci impoverisce citando le star che YouTube avrebbe creato. Per una Jenna Marbles che, da zero, è diventata una celebrità insegnando alle ragazze a truccarsi, ce ne sono milioni che non battono chiodo. A forza di sentir ripetere questa bugia mi sono messo a censire i musicisti hip hop che sbarcano il lunario grazie alla rete. Nel mondo ne ho trovati 250. Un’inezia rispetto ai posti distrutti».

Ha fatto discutere Uber, l’applicazione per prenotare un’auto via cellulare. I tassisti l’hanno presa come una dichiarazione di guerra. A Milano sono arrivati alle mani con un suo conducente. «Capisco le esigenze dei clienti. Ma la licenza dei tassisti, a volte pagata cara, era uno di quegli argini – come l’ordinariato per i professori o, più in generale, i sindacati – a difesa di categorie professionali. Internet li sta smantellando tutti, rendendo ognuno più esposto». E Uber è niente in confronto a quando le Google Car sostituiranno tassisti e camionisti, altri tipici mestieri-ponte di chi, immigrati compresi, aspira alla middle class. La lista è infinita. Conoscerete Airbnb, per cui un privato può affittare una stanza. Ci piace, la usiamo, ma se fossimo albergatori? Previsione di Lanier: «L’efficienza di internet potrebbe distruggere il settore alberghiero così come Napster e compagnia hanno distrutto il mercato discografico!»

I proprietari dei computer più potenti si affermeranno come l’unica élite rimasta. Dimenticate per un attimo il web e concentratevi sulla finanza e l’high frequency trading, per cui il 60-70 per cento delle transazioni vengono effettuate in nanosecondi dagli algoritmi. «Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Dati italiani scarseggiano. Si sa che il commercio elettronico cresce di quasi il 20 per cento all’anno da vari anni. Nel frattempo le vie dello shopping cittadino si tappezzano di «affittasi».Correlation does not imply causation, il fatto che una cosa venga dopo un’altra non implica che ne sia l’effetto, avvertono gli statistici. Però. Chiedo a Maurizio Franzini, economista alla Sapienza di Roma e uno dei massimi esperti di diseguaglianze, se possiamo sentirci al riparo. «Direi proprio di no. Il cambiamento tecnologico dominato dal capitale è un fenomeno globale. E il capitale oggi significa computer, software, robot, che spesso permettono di servire mercati sterminati con pochissimo lavoro. Chi possiede le versioni più potenti di quel capitale e molti di coloro che con esso lavorano, saranno sempre più ricchi. La classe media sta già pagando il prezzo più alto di questa transizione». A depauperarla ha cominciato la globalizzazione, delocalizzando verso Paesi con manodopera a buon mercato. Poi la finanza, che schiaccia i costi fissi (stipendi, soprattutto) per far volare i titoli. Oggi l’automazione, nelle sue varie declinazioni informatiche. Come se ne esce?

L’abitante dell’antro ha una sua proposta. Dice: «Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. «Anche se mi piacerebbe che tutti pagassero per la musica che ascoltano, non pretenderò che lo facciano fino a quando non ci sarà reciprocità». Se ti piace essere pagato, comincia con il pagare gli altri. È il vangelo secondo Jaron. Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Quando Hans Magnus Enzensberger, dando il benvenuto al nuovo secolo, parlava del tempo libero come il lusso ultimo non sapeva ancora quanto avesse ragione. Chi si accolla la fila alla posta per voi. O vi porta a spasso il cane. O sovrintende a domicilio alle vostre flessioni. Sono solo le prime banalità di un catalogo tendenzialmente inesauribile di deleghe a pagamento. E la stampa 3D, così glamour, in che casella la mette? Nel libro l’aveva liquidata come «la mania più di moda tra accademici ed esperti». Dal vivo le dà una chance: «Ci vorranno molti meno addetti che nella manifattura classica, ma consentirà una maggiore varietà di prodotti. Quindi meno operai e più designer». A patto di riconvertire i primi nei secondi. Fa l’esempio del poggiamento per i suoi violini. Ne ha comprati decine, ora sepolti in una scatola di plastica, e nessuno lo soddisfa a pieno («Forse quando me lo stamperò da solo…»). La pars construens di ogni rivoluzione è sempre quella più laboriosa. E vaga. C’è uno straordinario monologo di Gaber in cui Giotto da Bondone si interroga sul colore del cielo in un momento in cui i bizantini lo dipingevano d’oro. È sempre difficile sfidare il pensiero unico. Ma il pittore del Mugello fa un gesto eversivo: «Gli casca l’occhio sul cielo e fa: “Boh, a me mi sembra azzurro. Maremma maiala, il cielo è azzurro!». Anche Jaron Lanier ha alzato la testa e gli si è aperto un altro orizzonte.

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Perché internet sta distruggendo la classe media: Intervista a Tyler Cowen https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tyler-cowen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tyler-cowen/#comments Tue, 04 Feb 2014 11:13:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18138 Pubblichiamo un'intervista di Riccardo Staglianò all'economista americano Tyled Cowen uscita su la Repubblica Ringraziamo l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

Il lusso supremo è potersi sdraiare in una Med-Bay. Pensate a una Tac che però guarisce ogni malattia. I fortunati abitanti di un satellite artificiale della Terra possono farlo quando vogliono. I poveri, che vivono in quel sottomondo che nel frattempo è diventato il nostro pianeta, come disperati in fuga verso una Lampedusa intergalattica sono disposti a tutto per potercisi curare.

Elysium, ovvero la diseguaglianza nel 2154, secondo Hollywood. C'è più di un punto in comune con Average Is Over, "La media è finita", il nuovo libro di Tyler Cowen, economista eclettico della George Mason University che preconizza una polarizzazione sempre più feroce della società. Ma, rispetto alla finzione cinematografica, puntualizza che a livello globale la disparità economica si è ridotta: "È cresciuta all'interno di certi Paesi, mentre miliardi di persone uscivano dalla povertà. E poi, tornando al film, se quella sarà la vita dei ricchi, è di una noia mortale. Con la paura perenne che qualcuno tolga loro i privilegi. Quale che sia il nostro conto in banca stiamo meglio che su Elysium".

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Pubblichiamo un’intervista di Riccardo Staglianò all’economista americano Tyled Cowen uscita su la Repubblica Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Riccardo Staglianò

Il lusso supremo è potersi sdraiare in una Med-Bay. Pensate a una Tac che però guarisce ogni malattia. I fortunati abitanti di un satellite artificiale della Terra possono farlo quando vogliono. I poveri, che vivono in quel sottomondo che nel frattempo è diventato il nostro pianeta, come disperati in fuga verso una Lampedusa intergalattica sono disposti a tutto per potercisi curare.

Elysium, ovvero la diseguaglianza nel 2154, secondo Hollywood. C’è più di un punto in comune con Average Is Over, “La media è finita”, il nuovo libro di Tyler Cowen, economista eclettico della George Mason University che preconizza una polarizzazione sempre più feroce della società. Ma, rispetto alla finzione cinematografica, puntualizza che a livello globale la disparità economica si è ridotta: “È cresciuta all’interno di certi Paesi, mentre miliardi di persone uscivano dalla povertà. E poi, tornando al film, se quella sarà la vita dei ricchi, è di una noia mortale. Con la paura perenne che qualcuno tolga loro i privilegi. Quale che sia il nostro conto in banca stiamo meglio che su Elysium”.

Lei però profetizza un futuro prossimo diviso in due classi: i rimpiazzati dalla tecnologia e quelli che le sopravviveranno. Dove mette il confine?

Ognuno si faccia una domanda semplice: computer e software intelligente aumentano il valore del mio lavoro o gli fanno concorrenza? Se la risposta è la seconda, è solo questione di tempo prima che vi battano. Ma non caratterizzerei la divisione col termine “classe”, almeno non nell’accezione europea. Buona parte della classe medio-bassa del futuro sarà formata da bohemians bene istruiti la cui vita non assomiglierà a quella dei poveri urbani di oggi. Ci saranno anche molte opportunità, compresa tanta buona istruzione disponibile online, gratis o quasi. Quanti vorranno lavorare duro per avere salari più alti? Direi tra il 10-20 per cento, mentre gli altri si accontenteranno.

Nello scenario che lei descrive vige una iper-meritocrazia. Dovremo festeggiare o preoccuparci dei suoi eccessi?

La premessa è che ogni cosa fatta con un computer è facile da misurare e valutare. I risultati quindi saranno agrodolci. Di recente sul New York Times c’era la storia di un ragazzino mongolo che ha seguito un corso online di fisica al Mit, rivelandosi bravissimo. Di colpo si è aperto per lui un futuro radioso. Ma così, chi viene valutato negativamente da piccolo, rischia di non avere una seconda possibilità. La meritocrazia è psicologicamente pesante perché ci ricorda costantemente i nostri fallimenti. Di ogni giornalista oggi, a differenza di prima, si sa esattamente quante persone leggono i suoi articoli sul web. E sarà così in sempre più settori.

Stiracchiando il suo titolo, si può dire che anche la classe media sparirà. Sei lavori persi su dieci vengono dai suoi ranghi. Di chi è la colpa?

Di cosa, piuttosto. Sia negli Stati Uniti che in Europa, al di là della crisi della domanda, ci sono tre forze all’opera contro la partecipazione al lavoro: 1) l’automazione grazie a software sempre più intelligenti; 2) la globalizzazione, intesa soprattutto come la competizione della Cina; 3) modi migliori per valutare il valore di un lavoratore. Con i quali si scopre che molti non valgono il proprio salario. Non sorprende quindi che vengano licenziati, non trovino nuovi posti o finiscano con i sussidi. Tendenze che non spariranno. Anzi.

Jaron Lanier, tecno-entusiasta pentito, ha scritto che è stato Internet a distruggere la classe media. A riprova mette a confronto gli organici di giganti della new economy rispetto a quelli della old economy. Ha ragione?

Anch’io usai un esempio analogo nel libro The Age of the Infovore. General Motors impiegava centinaia di migliaia di persone, Facebook e Twitter solo migliaia. L’automazione oggi sostituisce più lavoro di quanto ne crei, dal momento che lavorare coi pc necessita più addestramento e preparazione. Freelance e part-time conosceranno un’esistenza finanziaria più precaria che in passato. Questo mentre il numero di posti manifatturieri decresce. Peraltro l’automazione entra oggi in comparti che le si credevano immuni, come la professione legale, l’insegnamento universitario, il trasporto su gomma e i fast food.

Un recente articolo di Newsweek spiegava come, da una parte, le reti esaltino e diano accesso teorico al meglio di ogni professione, creando star. Mentre dall’altra, l’automazione cancelli le professioni a basso valore aggiunto. C’è una via d’uscita da questa morsa?

Credo che il timore riguardo alle reti sia un po’ esagerato. In realtà la rete aiuta anche gli sconosciuti a trovare un pubblico. Rafforza i grandi successi, ma valorizza anche le piccole nicchie. Resta fuori, anche qui, la parte media. Complessivamente, tuttavia, non abbiamo mai avuto tanta scelta, e ciò è buono.

A chi mette in guardia dalla sempre più forte concorrenza intellettuale delle macchine c’è chi ribatte “basta che gli umani imparino a fare cose più sofisticate “. Lei crede che sia facile, che tutti possano diventare più creativi?

Mi spiace dirlo, ma credo proprio di no.

E allora non c’è niente che si possa fare per difenderci? Prima sono stati gli operai cinesi, ora i robot…

È una gran cosa vedere che gli operai cinesi oggi guadagnino meglio. Se un Paese introducesse forme protezioniste, l’effetto sarebbe di far fuggire altrove il capitale e i lavoratori starebbero comunque peggio. Il protezionismo non ha mai funzionato nel lungo periodo. Né è pensabile bandire i robot: pensate ai vantaggi per un anziano che presto potrà andare in giro su auto senza pilota. E lei ci starebbe a rinunciare al suo smartphone? Più fattibile invece è ridurre il costo di adattamento a questi cambiamenti inarrestabili. Ad esempio rendere più abbordabili gli affitti liberalizzando le costruzioni e consentendo una maggiore densità urbana. O, quanto all’Italia, tra le altre cose, aprire il settore dei servizi a una maggiore concorrenza e riformare i governi locali.

L’esito finale che immagina è una società con una disuguaglianza economica ancora maggiore. Ma, come ci ricorda Robert Reich, il 70 per cento del Pil deriva dai consumi della classe media. Che conseguenze sociali può avere il suo progressivo immiserimento?

I redditi sono sempre più diseguali, ma il trend più importante è l’invecchiamento della popolazione. E ciò rende la società non meno, ma più stabile. Non dimenticate che la diseguaglianza è in aumento dagli anni 80 eppure i tassi di criminalità si sono abbassati. New York, la città più disuguale, è anche la più sicura. Il nostro periodo di turbolenze, gli anni 60, sono stati il momento d’oro per la classe media. Perciò mi aspetto un futuro socialmente stabile, sin troppo. Mai sottostimare l’attrattiva del disimpegno o il potere degli anziani di imporre il proprio volere su una società. E i vecchi aumentano anno dopo anno.

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