JD Salinger Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jd-salinger/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Jan 2019 21:59:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg JD Salinger Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jd-salinger/ 32 32 Salinger, “Hapworth” e il mistero del racconto mai pubblicato https://minimaetmoralia.it/narrativa/salinger-hapworth-mistero-del-racconto-mai-pubblicato/ https://minimaetmoralia.it/narrativa/salinger-hapworth-mistero-del-racconto-mai-pubblicato/#comments Mon, 14 Jan 2019 06:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39193 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

di Leonardo G. Luccone

Hapworth 16, 1924 è l’ultima pubblicazione di Salinger. È un racconto controverso, oggetto di culto e derisione; l’hanno letto in pochi, meno di coloro che hanno chiesto di pubblicarlo in volume. Occupa quasi tutto il New Yorker del 19 giugno 1965. Insieme a Seymour. Introduzione è la sua unica opera a essere accettata senza riserve. Per ottanta pagine Seymour Glass, anni sette, nel purgatorio dell’infermeria di un campeggio, «specula su Dio», chiosa il Time, «sulla reincarnazione, su Proust, Balzac, sul baseball e sulle grazie della moglie del direttore del campeggio (“un commovente patrimonio di gambe e caviglie perfette, seni sfacciati, e un sedere grazioso e sodo”)». Seymour stesso lo definisce «una lunghissima e noiosa lettera, piena fino all’orlo di un mare di parole e pensieri artificiosi».

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

di Leonardo G. Luccone

Hapworth 16, 1924 è l’ultima pubblicazione di Salinger. È un racconto controverso, oggetto di culto e derisione; l’hanno letto in pochi, meno di coloro che hanno chiesto di pubblicarlo in volume. Occupa quasi tutto il New Yorker del 19 giugno 1965. Insieme a Seymour. Introduzione è la sua unica opera a essere accettata senza riserve. Per ottanta pagine Seymour Glass, anni sette, nel purgatorio dell’infermeria di un campeggio, «specula su Dio», chiosa il Time, «sulla reincarnazione, su Proust, Balzac, sul baseball e sulle grazie della moglie del direttore del campeggio (“un commovente patrimonio di gambe e caviglie perfette, seni sfacciati, e un sedere grazioso e sodo”)». Seymour stesso lo definisce «una lunghissima e noiosa lettera, piena fino all’orlo di un mare di parole e pensieri artificiosi».

L’accoglienza è un silenzio che trasuda sconcerto. Le fragili pagine del New Yorker devono essere sembrate interminabili ai lettori: l’autore – isolato da quasi quindici anni nel «bunker» di Cornish – pretende una conoscenza impeccabile delle sue opere precedenti. Seymour è Salinger, solo che non si è sparato un colpo alla tempia.

Nel 1996 cominciarono a circolare voci sul ritorno di Salinger in libreria, dopo trent’anni. La Orchises Press, un minuscolo editore di Alexandria, Virginia, pubblicherà Hapworth. È una storia bella e triste, di amore e squallore, Salinger ne ricaverebbe un racconto magnifico.Un giorno Roger Lathbury, professore di letteratura inglese e editore per passione, scrive a Salinger. Sulla busta riporta solo: «A J.D. Salinger, Cornish, New Hampshire». È il 1988, la Orchises Press vanta un catalogo di una cinquantina di titoli e una distribuzione precaria.

Non passano due settimane che arriva un biglietto firmato JDS: «Sto valutando la sua proposta». Deve averci pensato parecchio Salinger perché il segnale successivo arriva dopo otto anni, tramite la Harold Ober Associates, la sua agenzia letteraria. Richiedono il catalogo e i libri più rappresentativi.

Ancora qualche mese e sempre dalla Ober giunge una lettera che inizia così: «È bene che si sieda prima di andare avanti nella lettura». Salinger accettava l’offerta di pubblicare con la Orchises a patto che venissero rispettate alcune condizioni:la copertina doveva essere in buckram blu con titolo e autore impressi solo sul dorso, l’interlinea del testo abbondante («in modo che Seymour possa respirare»); che fossero stampate poche migliaia di copie, che – tassativo – il prezzo fosse calmierato per evitare una diffusione eccessiva; e, naturalmente, che la pubblicità fosse ridotta a poco più di zero. A questa segue una telefonata di Salinger in cui chiedeva di incontrarsi a pranzo presso la National Gallery of Art di Washington.

Cosa deve aver pensato Lathbury quando si è seduto al tavolo con questo settantasettenne arzillo, giusto un po’ sordo, che a un certo punto gli dice di chiamarlo Jerry?

Salinger previene le sue ovvie preoccupazioni: non vuole alcun anticipo, anzi si spende affinché il piccolo editore possa ricavare un margine soddisfacente. I due si accordano su tutto, si stabilisce una bella complicità, che prosegue nei successivi scambi. Poi il disastro: un giornalista del «Washington Business Journal» si accorge del libro su Amazon (che nel 1997 è agli inizi) e chiama Lathbury. «Mi ha chiesto come avevo convinto Salinger, quante copie avrei stampato, cose così». Qualcuno al Washington Post nota l’articolo e boom, tutto, compreso l’incontro con Salinger, finisce in prima pagina. Il gran recluso sta per tornare. Gli ordini schizzano alle stelle, le catene librarie alzano il prezzo: tutti vogliono Hapworth; tutti tranne Salinger, che ancora una volta si sente tradito da un editore.

Il libro non esiste ancora ma piovono stroncature. Michiko Kakutani è lapidaria: «Un racconto acerbo, implausibile e, triste a dirsi, completamente privo di fascino». Accusa Salinger di «regalare ai suoi lettori una parodia di quello che crede si aspettino da lui».

Lathbury si assume tutte le colpe; Salinger – comprensibilmente furioso – non dà più segnali, e scadono i termini per la pubblicazione. Qualcuno sostiene che queste stroncature abbiano esacerbato il suo già non indifferente distacco dal mondo: non è così. Sappiamo che aveva in mente di pubblicare due romanzi già conclusi e che nei mesi seguenti ha sottoposto almeno un altro racconto al New Yorker; sappiamoche non ha mai smesso di scrivere, ma che a un certo punto ha rinunciato a pubblicare da vivo.

Cosa ci ha lasciato Salinger? I pochi che sono riusciti a entrare nel suo studio descrivono una scena simile a quella di Beautiful Mind: migliaia di fogli, schemi e appunti che pendono dalle pareti, e al centro un genio avvolto dalla sua stessa opera, confuso con essa.

Nel 2008, per non correre rischi, Salinger ha dato vita a un trusta cui ha intestato i diritti di tutte le sue opere. Anche in questo caso poche regole, chiarissime: mai un film sul Giovane Holden, mai paratesti e immagini sulle copertine, e il fantomatico cronoprogramma delle uscite.

Quanti manoscritti ci sono nella cassaforte? La figlia Margaret ci dà qualche indizio: parecchi, e predisposti con cura; i documenti contrassegnati in rosso «possono essere pubblicati così come sono dopo la sua morte»; quelli con un distintivo verde hanno bisogno di un po’ di editing.

Secondo i beninformati le uscite inizieranno entro il 2020 e il primo volume raccoglierà tutte le storie della famiglia Glass, con vari inediti, soprattutto su Seymour (compreso un racconto sulla sua vita dopo la morte). Seguiranno in ordine non noto: un libro sulla famiglia Caulfield; un manuale di vedānta; una storia d’amore piuttosto autobiografica ambientata durante la Seconda guerra mondiale; una novella narrata in prima persona da un agente del controspionaggio (anche qui biografia a gogo). Un’altra fonte – più scoraggiante – inchioda al 2050 l’inizio delle pubblicazioni.

La verità è che Salinger continua a prenderci per la gola, lui che già ai tempi di Holden aveva sentenziato: «Si vive in una pace meravigliosa senza pubblicare. Mi piace scrivere, è la cosa che amo di più, ma mi piace scrivere per me stesso, per il mio piacere».

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C’era una volta l’America https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cera-volta-lamerica/ Wed, 03 Jan 2018 10:12:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35869 Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto […]

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto di New York battesse ancora tra le città del Vecchio Continente), ma un altrettanto imperdonabile sentimento di minorità ci ha persuaso di trovare in America un paradiso a noi precluso (come se l’Europa non producesse una cultura impossibile da rinvenire in qualunque altra parte del mondo). In questi casi viaggiare diventa l’arte della disillusione. Le cose, viste da vicino, smentiscono il proprio mito. In compenso rivelano dettagli che le rendono più umane e fragili di come le avevamo immaginate.

Arrivo a San Francisco in un caldo venerdì di ottobre. Il viaggio inizia sulla costa ovest. Europa Editons – nata da una costola dell’italiana e/o – è l’editore che sta facendo scoprire la letteratura europea a un continente che traduce appena il 3% di ciò che pubblica. Il modo in cui sono riusciti a imporre qui Elena Ferrante è esemplare. Europa Editions e anche il mio editore americano, e ha organizzato il tour che mi vedrà in giro tra Stati Uniti e Canada.

Viaggiando dall’aeroporto verso la città, il cielo sulla baia di San Francisco è saturo di colori innaturali. Una suggestiva luce color miele avvolge lo skyline. Ciò che vediamo è in realtà l’effetto dei terribili incendi che stanno devastando la Napa Valley. Le fiamme hanno divorato quasi ottanta ettari, distrutto migliaia di case, ucciso persone. Per evitare pericoli le scuole oggi sono chiuse. Una grande nube tossica avanza verso di noi nel più suadente dei modi.

In questa atmosfera irreale mi muovo tra edifici che pochi anni fa sarebbero stati diversi. La provvisorietà qui porta il segno del potere: i soldi della Silicon Valley ridefiniscono di continuo l’assetto urbano. San Francisco è una delle città più prospere degli Stati Uniti, e al tempo stesso tra le più care. Trovare lavoro non è difficile (nel fine settimana a Frisco arrivano persino gli autisti stagionali di Uber), ma se non sei anche molto ricco il cuore della città è precluso. A mezz’ora di macchina c’è la sede di Facebook, di Tesla, di Hewlett-Packard, di Apple, di Google, di You Tube. Vedere passare un’auto elettrica è facile, ma è più facile imbattersi negli homeless che popolano a migliaia queste strade.

La produzione di ricchezza non cancella la povertà, e persino un certo mondo culturale non sembra ricevere benefici dall’ultima rivoluzione industriale. Dimenticatevi i beat e l’estate dell’amore. Benché la libreria City Lights di Lawrence Ferlinghetti resti l’orgoglio di North Beach e a pochi passi, tra le mura smeraldine del Sentinel Building, ci sia Zoetrope (lo studio cinematografico della famiglia Coppola), la sensazione è che lì dove il desiderio condiviso insegue l’algoritmo perfetto il mondo del cinema e della letteratura di ricerca sia marginale.

Me ne accorgo frequentando le serate del Litquake, il festival a cui sono invitato. È uno degli appuntamenti più noti di queste parti, ma siamo lontani da ciò che potrebbe succedere a Mantova, a Milano, a Torino, a Palermo, a Roma per qualcosa di analogo. Da una parte privatizzazione e gentrificazione impediscono che i luoghi più rappresentativi di una città siano prestati a una manifestazione letteraria (tutti gli scrittori americani, tra quelli che ci sono stati, mi hanno detto che Massenzio è il luogo più bello in cui hanno mai fatto un reading in vita loro), dall’altra è raro trovare il coinvolgimento popolare che per questi eventi c’è in Europa. Negli Stati Uniti può succedere che una serata con Zadie Smith e Jeffrey Eugenides attiri non più di cento persone. Così da noi il calore che circonda i festival è magari eccessivo, perché genera ogni volta l’illusione che la cultura sappia innescare i cambiamenti che non propizia la politica. Negli Stati Uniti però il problema non si pone. È come se da una parte ci fosse il mercato dei libri, le scuole di scrittura, i dipartimenti di lettere e i ritrovi per appassionati; dall’altra c’è il mondo delle cose che contano, il potere, per nulla intaccato da chi si occupa di libri. Fatti salvi pochi autori come Paul Beatty o Ta-Nehisi Coates, impegnati a scuotere le coscienze sulle tensioni razziali (in Italia un ministro può permettersi condotte che altrove porterebbero alle dimissioni, ma se dalle nostre parti la polizia si fosse comportata come a Charlotte o a Saint Paul ce ne sarebbe stato a sufficienza per far tremare un governo) è raro che uno scrittore abbia voce nella vita pubblica nazionale. Pur avendo scritto un romanzo che ha al centro il crollo delle Twin Towers, Jonathan Safran Foer mi ha raccontato che ogni 11 settembre le richieste di interviste e di articoli sul tema gli arrivano dai giornali europei, mai da un quotidiano del suo paese.

Eccomi allora in un interno di Market Street molto simile a un locale clandestino. Sono con una scrittrice svedese, un narratore francese, una critica letteraria olandese. Titolo dell’incontro: Longform Fiction from Europe. Bastano pochi scambi con il pubblico perché noi europei, ricevendo conferma di ciò che già sappiamo, iniziamo a guardarci l’un l’altro con benevolenza. Così come gli appassionati che in Europa vengono ad ascoltare uno scrittore americano sanno tutto della scena letteraria statunitense, i lettori americani, con la grandiosa eccezione di Elena Ferrante, non conoscono quasi nulla di ciò che accade da noi. La sensazione di essere ai loro sguardi un animale esotico mi fa partire lancia in resta con un discorso appassionato sui benefici degli scambi intercontinentali. Hemingway a Milano, Eliot da Bergson a Parigi, Salinger sulle Ardenne, la prima e la seconda generazione di ebrei a New York, per non parlare di Vladimir Nabokov che sbarcò a Manhattan portandosi in spalla qualche secolo di letteratura russa. “Il dialogo con l’Europa ha sempre fatto bene al vostro paese”, concludo.

Noto in chi mi ascolta curiosità mista a sconcerto. Non sembro solo un animale esotico, parlo come un animale esotico. Non che i presenti ignorino Salinger o T.S. Eliot. Ma è proprio lo schema del discorso (tutti i collegamenti tra passato e futuro, tra un continente e l’altro) a essere lontano dalle loro abitudini. Perché mai sto parlando degli anni Trenta? Cosa mi spinge a evocare Philip Roth, uno scrittore che non pubblica da tempo? E come mai, parlando di Roth, sento il bisogno di tirare in ballo addirittura Bernard Malamud, un dinosauro studiato giusto da quattro accademici di Yale?

Il tempo. La verticalità. Durante il mio soggiorno americano sentirò sempre la mancanza di una dimensione che per noi è fondamentale. E tuttavia, nonostante i miei discorsi appaiano strani, chi affolla questa stanzetta ha pagato 15 dollari per ascoltarmi e non sembra pentito. Ecco un difetto della cultura europea – e di quella italiana – di cui invece non sento la mancanza: il pregiudizio, lo scetticismo preventivo, il cinismo, il vittimismo, l’arte di arrendersi per non mettersi in gioco. Qui in America non c’è nulla che preventivamente non valga la pena di essere fatta. Non importa da dove vieni. Se hai un’idea in cui credi, chi ti circonda tenderà ad aiutarti, non a ostacolarti. Se sulle prime non funziona, provaci ancora. Se continua a non ingranare, la colpa forse non è di una macchinazione oscura. Il governo e le scie chimiche non hanno spalle tanto grandi da accollarsi le tue responsabilità. Se il tuo progetto non parte significa che ha qualche difetto, e se ti lasci aiutare – qualcuno disposto ad aiutarti su un progetto interessante lo trovi sempre – è probabile tu che riesca a realizzarlo. Ciò che funziona genera fiducia, non invidia. La sensazione è che qui prendano insomma in modo molto serio e adulto persino la loro puerilità, e noi prendiamo in modo troppo puerile la nostra altrimenti preziosa maturità.

Tanta fede nel sistema possiede tuttavia qualche controindicazione. Sempre a San Francisco, il giorno dopo, durante un incontro in libreria, una signora mi chiede cosa ne penso della misoginia in Italia. Il modo in cui alcuni miei connazionali hanno attaccato Asia Argento sul caso Weinstein è “sconvolgente”. Rispondo che nel mio paese le scorie del patriarcato producono effetti grotteschi. Definisco “scandaloso” che in Italia non ci sia mai stata una donna Presidente del Consiglio. “Del resto… neanche voi avete mai avuto un Presidente donna”, aggiungo, e vedo un velo di perplessità sul volto della mia interlocutrice. Torno all’Italia, dico che il caso di Asia Argento dimostra quanto siamo retrivi, vedo la soddisfazione riprendere possesso della donna, “BUT MAYBE!”, non riesco trattenermi citando un tormentone di Luis CK (anche lui tra qualche giorno accusato di molestie), “ma forse”, dico, “il caso Weinstein, esploso proprio qui sulla West Coast, dimostra quanti problemi sul tema abbiate pure voi. Parliamone”.

Mormorio in sala. Sarebbe eccessivo dire che ho sortito l’effetto di un professore iraniano venuto ad accusare il Congresso di scarsa democrazia. Se credi che il tuo sistema non sia il migliore possibile ma migliore di quello degli altri, farselo mettere in discussione non è semplice. Proprio per questo, scoprirò, l’argomento più evitato da un bianco americano che vota democratico e va a sentire il reading uno scrittore europeo, si chiama oggi Donald Trump.

Tornerò negli Stati Uniti tra una settimana. Domani parto per il Canada.

Calgary, Vancouver, Toronto. Il Canada è il paese più esteso del mondo dopo la Russia, e io lo attraverso da una costa all’altra. Se gli Stati Uniti rischiano di apparire la nazione di Donald Trump, dei poliziotti dal grilletto facile, dei pluriomicidi che sparano a caso sulla folla “non perché abbiano le armi” (Donald dixit), il “piccolo” Canada di Justin Trudeau potrebbe essere l’eccezione culturale del Nord America. Ecologia, rispetto delle minoranze, diritti civili, e uno stato sociale non ancora defunto. Il Canada è anche la testimonianza che il riscaldamento globale non è una fake new (a fine ottobre mi aggiro in t-shirt a Toronto) e che nessuno è soddisfatto da ciò che accade in casa propria (qualche sera dopo, a cena, Naomi Klein mi dirà che Trudeau è più un brand che l’uomo del cambiamento).

È difficile negare che un’atmosfera di pace regni tra questi grattacieli. Il lavoro c’è. I servizi funzionano. Le università pubbliche contano su strutture invidiabili. I festival letterari si svolgono in un clima di rilassatezza e felice coinvolgimento dei gruppi di lettura. A Vancouver l’autista che mi porta al festival dove sono destinato tampona un’altra macchina – subito i proprietari delle auto incidentale si esibiscono nell’unica constatazione amichevole da me sperimentata in grado di omaggiare l’aggettivo. Tuttavia, a causa della bolla alimentata da Hong Kong (gli speculatori dell’ex colonia britannica hanno acquistato migliaia di case lasciate rigorosamente inabitate) un appartamento di 70 mq nel centro di Vancouver può costare 1 milione e mezzo di dollari. Un addetto al festival mi dice di aver creduto che un altro mondo fosse possibile soltanto quando è stato in Europa. Ha visitato Berlino, Roma, Barcellona, Parigi. Per lui fino a quel momento la vita sociale era vedersi al Mall con gli amici della moglie e incontrare gente allo sport club. È rimasto stupefatto da una civiltà che si incontra nelle piazze, circondata da chiese e statue in grado di comprimere qualche millennio di cultura in una sola forma, e da una vita sociale che a lui è apparsa (per spigliatezza, approccio, complessità di interazione) anni luce avanti rispetto a ciò che accade qui. “Non credere che in Canada sia tutto come appare. Questa serenità nasconde dei malesseri. Conta i ragazzi morti ogni anno di overdose a Vancouver”.

A ben guardare anche il rispetto delle minoranze mostra uno strano doppio fondo. Nella British Columbia riscuote ultimamente molto credito il movimento a tutela dei nativi. Non c’è evento pubblico che non inizi con un rappresentante dei Popoli delle Prime Nazioni a cui i colonizzatori chiedono scusa per essere quasi riusciti a sterminarli in passato e aver usurpato le loro terre. Dopo di che i colonizzatori ringraziano gli indigeni per concedergli ospitalità anche ora, proprio adesso che ad esempio il festival letterario a cui partecipo sta per iniziare. Tutto giusto. Mi domando tuttavia quanto ingenuo. Se, rompendo lo schema di formali gentilezze, il rappresentante delle Prime Nazioni dicesse: “be’, no, questa volta abbiamo deciso che non vi ospitiamo. Questo festival voi oggi non lo fate”, su quale spiacevole constatazione dovrebbe frantumarsi la grammatica del politicamente correttissimo?

Così, non appena si riconoscono l’un l’altro, gli scrittori europei invitati a un festival nordamericano tendono a fare comunella. Si guardano l’un l’altro come a dire: “dove siamo capitati?” Mai ho visto un francese così ansioso di abbracciare un tedesco. Mai un portoghese e un italiano si sono sentiti tanto protetti dall’essere ognuno sotto lo sguardo altrui mentre cercano di spiegare chi è Mircea Cartarescu a un professore universitario. In sintesi: ti accorgi che l’Europa esiste soltanto fuori dall’Europa.

Noi ce ne accorgiamo definitivamente quando, dopo una lunga serie di letture disciplinatissime, sul palco sale lo scrittore spagnolo Eduard Marquez. Rompendo la ritualità del programma, Marquez chiude anziché spalancare il libro da cui dovrebbe leggere. Quindi si lancia in un appassionato omaggio alla Catalogna. Illustra le ragioni di Puigdemont, biasima i torti di Madrid. Non arriva a proclamare lui stesso l’indipendenza, ma ci va vicino. I canadesi sono stupefatti. A nessuno qui verrebbe in mente di sfiorare l’apologia di reato durante un festival letterario. Gli altri scrittori europei sono invece in visibilio. Non perché favorevoli o contrari all’indipendenza della Catalogna, ma perché sentono finalmente aria di casa. E cioè: 1) possibilità di rompere gli schemi; 2) libertà di contestare lo stato delle cose portando a suffragio alcune tonnellate di studi sulla materia, piegate a un’altrettanto ipertrofica temperatura emotiva; 3) capacità di immaginare un radicale rovesciamento di paradigma, perché se in Nord America il cambiamento passa attraverso un lento, minuzioso e per noi forse inarrivabile perfezionamento dell’esistente, il cuore delle vere rivoluzioni batte nel brodo che generò i Giordano Bruno, i Galileo, gli Spinoza, i Sigmund Freud, i Karl Marx, i James Joyce e le sorelle Brontë, i Friedrich Nietzsche, gli Albert Einstein, le Simone Weil.

È con addosso l’argento vivo di queste considerazioni che torno negli Stati Uniti.

Chicago è tra le più belle città d’America, un vero capolavoro architettonico del Novecento. Il gotico, il neoclassico, l’art déco si fondono tutt’intorno in un magnifico concerto verticale. Tra i suoi cantori c’è Saul Bellow, che dipinse questa metropoli come una moderna Bisanzio.

Ma quando, devo ammettere in cerca di approvazione, faccio iniziare l’incontro letterario di cui sarei protagonista con un “sono felice di essere nella città di Saul Bellow!”, un centinaio d’occhi mi guardano perplessi. “Non conoscete Bellow?” Una signora alza la mano (“I know his books. I’m graduated in literature”). A Roma citare Pasolini è un sistema per scatenare l’aneddotica dei taxisti. Di nuovo sento la mancanza della dimensione verticale.

Sempre a Chicago avrò modo di constatare come la nostra eccessiva mancanza di patriottismo strida con la loro convinzione di essere davvero una specie di popolo eletto. Un signore del pubblico mi chiede in che senso – visto che l’ho appena affermato – ritengo che l’Italia sia un osservatorio privilegiato sul piano politico e sociale.

“Perché se guardate dalle nostre parti”, rispondo, “potrebbe capitarvi di vedere cosa succederà da voi tra dieci o quindici anni. Siamo un paese di grande cultura ma sempre in ritardo rispetto ai nostri omologhi. Non siamo preparati a gestire i cambiamenti, e quando il nuovo arriva è come se inciampassimo e, cadendo in avanti, vedessimo il futuro prima degli altri”

Mormorio in sala. Signore dal pubblico: “in che senso?”

“Non so se ha presente la citazione di Karl Marx secondo cui ciò che accade la prima volta come tragedia si ripete poi come farsa. Ecco, in Italia è vero il contrario. Ciò che da noi accade la prima volta come farsa, nel resto del mondo può ripetersi come tragedia. Capite dove voglio arrivare?”

“No”

“Ok, pensate a un uomo ricco. Un miliardario. Narcisista. Facile alle battutacce. Abituato ad andare in tv. Che a un certo punto si butta in politica. Chi vi viene in mente?”

Tutti: “Berlusconi!”

“Berlusconi, oppure…”

Una signora si stacca dal coro: “Berlusconi. Una minaccia per la vostra democrazia!”

“D’accordo, signora”, faccio, “ma Berlusconi non aveva la valigetta atomica. Berlusconi, oppure…”

(Mormorio in sala)

“…oppure Trump, no? Trump!”, alzo la voce, “il vostro presidente!”

Iniziale gelo tra un pubblico che vota democratico. Poi scoppiano tutti in una risata piena di cordialità.

Più tardi, a cena, mentre non smetto di decantare la bellezza di Chicago, un professore di antropologia mi ammonisce: “bella, certo, se non sei nero e non abiti in un ghetto. Sai quanta gente viene ammazzata qui ogni anno?” Mi racconta di un suo amico, un afroamericano che fa il medico, abita in periferia, e ogni giorno andando in ospedale viene fermato dalla polizia per una sorta di presunzione di colpevolezza dovuta al colore della pelle. “Pur non avendo figli, questo mio amico si è allora montato in macchina uno sgabello per bambini e ha riempito il sedile posteriore di peluche. La polizia lo scambia per un padre di famiglia e lo ferma di meno”.

A Baltimora sono ospite della John Hopkins University, una città nella città. “Benvenuto nella bolla”, mi saluta uno studente. Qui, tra studiosi di letteratura e persone attive nel mondo dell’editoria, chiarisco definitivamente qualche dubbio. Uno: Elena Ferrante in questo momento negli Stati Uniti è più famosa di Philip Roth. Questo è meraviglioso. Al tempo stesso trovo assurdo che siano gli italiani a non capacitarsene. La fortuna de L’amica geniale ha riaperto l’interesse degli americani per la nostra letteratura, ma la ridicola avversione che nutriamo per il successo dei connazionali ci impedisce di indagarne a fondo il valore. Due: benché negli Stati Uniti si legga mediamente più che da noi, il mercato dei cosiddetti libri letterariamente forti non è così diverso. Altra sorpresa: molti scrittori americani che da noi sono santificati, in madrepatria non godono di molta considerazione. Infine: la letteratura europea conta negli Usa su un pubblico di iniziati, ma ultimamente è una sorpresa per gli scrittori locali. I quali, formatisi anche troppo sui corsi di creative writing e ligi alle prescrizioni degli editor, trovano sorprendente la libertà di forma (e dunque di pensiero) che sappiamo concederci. Nessun europeo sarebbe in grado di scrivere Non è un paese per vecchi. Ma romanzi come Bussola, Austerlitz, Trilogia della città di K o Memoriale del convento sono possibili solo da noi.

A Iowa City, nell’eterna provincia del Midwest, trovo forse l’unica America che per produrre immaginario può fare a meno di guardare troppo fuori da se stessa. Sono ospite di Charles D’Ambrosio, uno degli scrittori contemporanei che amo di più. D’Ambrosio insegna all’Iowa Writer’s Workshop. Da qui, tra insegnanti e studenti, sono passati nomi come Raymond Carver, John Cheever, Flannery O’Connor, e quella che forse oggi è la voce più intensa e profonda della narrativa americana: Marilynne Robinson. “Nel nostro paese la letteratura viene quasi sempre dalla provincia”, mi dice Charles. Basti pensare al Mississippi di Faulkner o al remoto Massachusetts di Emily Dickinson. Il Maine di King. Persino Truman Capote, in apparenza il più metropolitano degli scrittori, in Colazione da Tiffany racconta una storia di provinciali che arrivano nella grande città.

È con in testa l’immagine di Holly Golightly che arrivo allora a New York, ultima tappa del mio viaggio. Nel Centre for Fiction, il luogo in cui ho l’onore di parlare, non troppi isolati lontano dalla casa del narratore di Capote, lì dove nessun giovane artista potrebbe ormai permettersi di vivere, parlo ancora della necessità di ricostruire un ponte tra Stati Uniti e Europa. Ricordo l’incipit di Chiamalo sonno di Henry Roth, magnifico archetipo letterario moderno sull’arrivo degli europei nel Nuovo Mondo. Che mondo è quello del XXI secolo? Europa e Stati Uniti hanno spesso riconosciuto se stessi attraverso l’altro, e tanto più dovrebbero farlo adesso, quando l’oceano li che separa sembra farsi più profondo. In Europa viviamo un’epocale crisi d’identità, ma l’America di Trump, così convinta di bastare a se stessa, sembra chiusa in uno spaventoso sogno fatto di rabbia e di paura. Gli europei sono i peggiori sostenitori di se stessi, eppure sotto le strade di Roma, di Parigi, di Vienna, di Berlino, di Barcellona, morte e risorte tante volte, scorre un messaggio da cui chiunque potrebbe trarre giovamento.

“È una vergogna vincere la guerra”, scriveva Curzio Malaparte in quel paradossale trattato sui rapporti tra Vecchio e Nuovo Continente che è La pelle. Noi, che la guerra l’abbiamo persa tante volte, siamo forse a conoscenza di un segreto che dovremmo divulgare.

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Perdersi con Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/#comments Wed, 21 Dec 2016 13:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33157 di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

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di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

Il processo evolutivo e il reale rispondono, insomma, solo a un principio autoconservativo, e forse già qui affonda il primo pilastro del loitering del titolo originale del libro: ogni tentativo di ricostruzione, di confronto con le proprie radici – familiari, sociali, culturali – e di rappresentazione di una geografia esistenziale attraverso luoghi, situazioni, personaggi e oggetti, assecondano un bisogno di sopravvivenza non tanto identitaria quanto fisica e psicologica.

È per questo che un traguardo non c’è, che è tutto un perdersi, attardarsi, girare in tondo alle trame di se stessi: il naufragare è dolce proprio perché il mare che si affronta è una tempesta, perché siamo al tempo stesso l’onda che si abbatte e il legno che si schianta e cola a picco.

Ed è per questo che il perdersi del titolo non fa altro che consacrare la sua antitesi, il ritrovarsi (così come, proustianamente, il tempo è perduto e insieme ritrovato), perché in questi testi di D’Ambrosio ogni spunto di autobiografia – sia esso la corrispondenza come unica forma di comunicazione con il padre, la degenerazione di un litigio domestico sfociata in massiccio intervento della polizia o la visita a un ecovillaggio di Austin – che innesca una scrittura capace di portarti in giro per una psicogeografia tutta americana alla velocità delle galoppate autostradali di Neal Cassady attraverso il continente in una via crucis costellata anche di stazioni che pretendono un tributo amaro e silenzioso, è un modo per sentirsi sani e salvi alla fine del viaggio, toccarsi le diverse parti del corpo per rassicurarsi di essere tutti interi, ritrovarsi – appunto – a rifiatare una consapevolezza sempre nuova di se stessi.

Da una Seattle in cui l’autore stenta a riconoscersi agli anfibi che il fratello indossava quando si è suicidato (impossibile dimenticare l’immagine che ne offre D’ambrosio: questo paio d’anfibi, riempiti di sassi, a tenere strette le lettere del fratello, che campeggia sulla scrivania dell’autore); dalla cronistoria familiare del rapporto col denaro (nonno allibratore, padre broker e insegnante di finanza, e lui giovanissimo risparmiatore di dollari d’argento) ai destini dei giocatori d’azzardo nel piccolo bar gestito dallo zio nei sobborghi di Chicago le cui vite creano l’esatta sovrapposizione tra perdere e perdersi (losing e loitering sembrano così evidenziare una loro radice comune); dall’esperienza simil-beat di viaggiare sui treni merci e dalla trasversale opinione sulla caccia alle balene nel «profondo Ovest» alla Hell House di Dallas e al suo posticcio olocausto di orrore che invece di creare repulsione verso il degrado umano, ne legittima una fascinazione; dalla bellezza della prosa grezza di Brautigan ai temi del suicidio e del silenzio che percorrono sotterranei tutta l’opera di Salinger: tutto compone un mosaico che altro non è se non uno specchio in cui riflettersi per constatare di essere vivo e vitale.

E le tessere di questo mosaico sono le ferite fisiche e le cicatrici della memoria, la galleria di personaggi e di odori della «novità americana», le mappe metropolitane e gli scorci di nature incontaminate, per una lunga elegia sulla solitudine, intima dell’autore, dei personaggi che cattura anche con mezza riga di descrizione perfetta («aveva la bellezza rozza e sinistra di un porno divo», «era quasi nano e sembrava una scultura abbandonata, un proposito dimenticato»), delle città dell’Ovest e dell’America intera,  nel collaudato «processo brutale» che è «la costruzione degli americani».

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Quanto piace la guerra ai National Book Award https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comments Mon, 12 Oct 2015 13:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723 di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

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(fonte immagine)

di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

Le mie paure si sono rivelate infondate: Fine missione non è privo di luoghi comuni sul soldato americano, sul suo ritorno alla vita civile, sull’Iraq. La differenza la fa la scrittura e la prospettiva di Klay, ex marine: ci sono molte cose che fanno di Fine missione un gran libro, riassunte bene da Davide Coppo in un articolo per Rivista Studio.

Poi, un paio di settimane fa, arriva l’annuncio delle varie longlist dei titoli candidati a diventare i finalisti dell’edizione 2015, e tra quelli della sezione fiction compare Welcome to Braggsville di T. Geronimo Johnson, pubblicato dal colosso Harper Collins. Il libro racconta con ironia di un gruppo di studenti di Berkley che si convince d’inscenare un linciaggio durante una celebrazione commemorativa della Guerra Civile(sponda Confederati) nella cittadina di Braggsville, Alabama, per dare una lezione ai suoi cittadini bigotti.

Certo, la guerra non sarà centrale come nei racconti di Klay, e nelle trame degli altri nove romanzi in longlist l’elemento militare siapraticamente nulla, ma non sono riuscito a non chiedermi quante volte il fattore bellico si sia infilato tra le righe dei romanzi di quello che è il più importante premio letterario americano

L’America e la guerra: una storia di formazione

Quella grande macchina indefinibile che chiamiamo società mediatica ha fatto sì che gli Stati Uniti nell’immaginario collettivo siano sempre e comunque affiancati alla guerra, positivamente o no è relativo: il secondo conflitto mondiale, la Guerra Fredda, il Kuwait, le Guerre del Golfo, l’Iraq, il Vietnam, l’Afghanistan. Il cinema a riguardo ci offre classici visti e rivisti come Cimino, Kubrick, Spielberg, Tarantino e la caterva di nomi e titoli che ancora seguirebbero e che hanno plasmato il subconscio di intere generazioni; nel mondo del fumetto, elemento base dell’educazione sentimentale americana moderna,il fattore-guerra è quasi onnipresente (vedi, su tutti, Watchmen). La letteratura ovviamente non è da meno e mentre leggevo Klay, continuavo a pensare a due nomi in particolare: Vollman e Pynchon, che sapevo vincitori di un’edizione di un National Book Award entrambi con un libro sulla guerra: il primo nel 2005 con Europe Central (Strade Blu, Mondadori) e il secondo nel 1974 con il capolavoro L’arcobaleno della gravità (BUR).  Continuavo a leggere e non facevo altro che pensare: Quanti altri come questi tre? Quante volte un libro sulla guerra ha vinto il primo premio letterario americano? Mi venivano altri nomi in mente – Hemingway e Salinger su tutti – ma non ero sicuro avessero mai vinto almeno un’edizione del premio. Ecco il motivo per cui ho passato quasi un bel po’ di tempo tra biblioteche varie e la scrivania di casa a scrutare rigo per rigo l’albo dei vincitori e dei partecipanti del National Book Award dalla sua fondazione, nel 1950.

Cosa dice l’albo dei vincitori

Sui sessantaquattro romanzi vincitori delle passate edizioni, ne possiamo individuare quattordici con la presenza – strettamente necessaria alla trama – dell’elemento bellico: tradotto, un’edizione su 4,57 ha come vincitore un libro che si può definire “di guerra”. La cosa curiosa è che dodici di questi quattordici romanzi sono stati pubblicati dopo il 1970: se si analizzassero solamente le ultime quarantaquattro edizioni quindi, la media scenderebbe, dicendoci che ogni 3,66 edizioni una l’ha vinta un libro sulla guerra.

La Seconda guerra mondiale domina sugli altri temi/argomenti nei plot presenti nell’albo, con interpreti come Shirley Hazzard (vincitrice nel 2003 con Il grande fuoco), Joyce Carol Oates con Quelli nel 1970, Saul Bellow e il suo sopravvissuto alla Shoah, Mr. Sammler nel 1971, e i già citati Vollmann e Pynchon; il secondo posto va (senza sorprese) alla guerra in Vietnam, con Albero di fumo di Denis Johnson, vincitore nel 2007, Paco’s Story di Larry Heinemann nel 1987 e Inseguendo Cacciato di Tim O’Brien nel 1979. Solo uno di questi “guerreschi quattordici” è ambientato nella guerra civile americana: Ritorno a Cold Mountain di Charles Frazier, da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2003. Due invece sono le trame lontane dagli Stati Uniti e le loro guerre: i romanzi storici Notizie dal Paraguay di Lily Tuck, vincitore nel 2004, e Augustus – vincitore nel 1973 ex-aequo con Chimera di John Barth – di John Williams, autore del più noto Stoner. I due libri che hanno vinto il premio prima del 1970 sono Da qui all’eternità di James Jones, nel 1952, e Una favola di William Faulkner, vincitore nel 1955 e primo nella storia a portarsi a casa sia National Book Award che Premio Pulitzer (cosa finora successa solo sette[1] volte e che non si vede dal 1993).

Gli “sconfitti” illustri

A guardare l’albo, gli illustri della letteratura di guerra sembrano abbondare anche tra gli sconfitti. Niente premi per Hemingway o Salinger, solo un paio di candidature: in effetti il National Book Award attuale nasce nel 1950 (da una versione pre-war) e gran parte della produzione di Hemingway è antecedente a quella data, se non per Il vecchio e il mare, che fu uno dei finalisti all’edizione del 1953; Salinger invece ottenne due candidature al premio, nel 1952 con Il giovane Holden e  con Franny e Zooey nel 1962, anno in cui fu candidato (senza risultati) anche il postmoderno Comma 22 di Joseph Heller, classico della letteratura americana e mondiale sulla guerra ma soprattutto contro la guerra, che deve il suo nome al paradosso del Comma 22. Non possiamo dimenticare nemmeno Kurt Vonnegut con Mattatoio n°5, un must tra i romanzi storici moderni, candidato nel 1970 ma sconfitto dal già citato Quelli della Oates.

E quale esempio più raggiungibile di candidato illustre sconfitto se non proprio nell’ultima edizione, che ha visto Fine missione battere Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, romanzo storico ambientato nella seconda guerra mondiale, ancora oggi nelle classifiche di vendita americane e vincitore del premio Pulitzer 2015 per la fiction?

Questione di interpretazione (?)

Come interpretare questi dati? Bella domanda. Le guerre hanno fatto la storia americana: la Seconda guerra mondiale li ha resi liberatori ed esportatori di democrazia; durante la Guerra Fredda hanno rappresentato, con l’Unione Sovietica, la prima potenziale minaccia alla sopravvivenza di gran parte dell’umanità; Iraq, Afghanistan, Kuwait e Vietnam hanno fatto sì che nuove generazioni delle società occidentali (tra cui quelle americane) vedessero con occhi diversi quella che era – ed è tutt’ora – la nazione più potente del mondo, almeno militarmente. Ma si può davvero parlare di interpretazione di dati, di data journalism in letteratura? Da un lato è inevitabile, vista la trasparenza di quello che ci dicono: la guerra nella letteratura americana degli ultimi settant’anni c’è, la sua presenza è massiccia, quasi ingombrante, non si può ignorarla. Sarebbe da idioti, d’altro canto, limitare la fortuna e la qualità letteraria degli Stati Uniti esclusivamente al fattore guerra, rischiando pure di avvicinarsi alle posizioni complottiste secondo cui: America = guerrasempreovunque = cattiva.

Forse però la questione non sta tanto sul come interpretare questi dati (o sul come non farlo) che in mano a qualche statistico col pallino per la letteratura (o qualche letterato con il pallino per la statistica) potrebbero diventare quello che sono i dati Istat sulla disoccupazione in mano a politici di opposizione e sindacati. Questi dati non rappresentano che la conferma di un gigantesco dato di fatto: la guerra è in grado – vista la sua influenza sulle società umane – di plasmare la miglior letteratura. Ovunque e da sempre, non solo in America. È sempre stato così, fin da molto prima che Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e compagnia firmassero la dichiarazione d’indipendenza: ci basta pensare alla prima grande opera della letteratura occidentale, che racconta la fine di una guerra durata dieci anni, da cui nascono moltissimi cliché della narrativa di guerra, vedi l’addio all’amata, profanazione di cadaveri, diserzione a causa di una donna, il dolore del padre per la perdita del figlio in guerra e così via.

La cultura americana non ha scoperto nulla di nuovo sulla guerra – ha creato nuove prospettive (Pynchon, Heller) –, ma forse ha intuito che premiare e così rendere alla portata di tutti ciò che il mondo occidentale era già abituato a vedere, a leggere e forse sottovalutare, la guerra, avrebbe fatto bene al suo ecosistema culturale e sociale.

Il parere del capostipite

Whitman, in un libro diventato pietra miliare della letteratura militare degli ultimi duecento anni, Giorni rappresentativi, a proposito della guerra di secessione americana – e della guerra in generale –, scrive (riferendosi alla Guerra di Secessione americana):

[…] Una grande letteratura dovrà tuttavia sorgere da quell’era di quattro anni quelle scene – un’era in cui sono compressi secoli di passione nazionale, quadri di prima grandezza, tempeste di vita e di morte – una miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia dei popoli a venire – invero la vertebra della poesia e dell’arte (e anche del carattere personale) per tutta la futura America – di molto più grandiosa, a mio parere, se affidata a mani capaci, dall’assedio di Troia per Omero o delle guerre con la Francia per Shakespeare.

La guerra di secessione americana è stato il primo (escludendo la Guerra d’indipendenza) evento violento interno a dividere quella faccio fatica a definire l’opinione pubblica di allora delpaese che sarebbe diventato gli Stati Uniti. La crisi spirituale di Whitman nasce in quegli anni proprio a partire da quella guerra e Giorni rappresentativi ne è una trasposizione nuda e cruda e allo stesso tempo poetica.

La guerra dunque rappresenta una «miniera inesauribile per le storie, il dramma, il romanzo e anche la filosofia»[2], e nel ventesimo secolo non c’è nazione che abbia combattuto su tanti fronti come l’America. Che sia anche per questo che la sua letteratura abbia aumentato esponenzialmente il suo valore da due secoli a questa parte?

 

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[1]The stories of John Cheevervinse il Pulitzer nel ’79, e il National Book Award solamente due anni dopo, nella categoria “Miglior libro tascabile”

[2]Da Morte di Abramo Lincoln; in Giorni rappresentativi e altre prose, W. Whitman, p. 700,

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Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-matteo-colombo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-matteo-colombo/#comments Fri, 13 Jun 2014 16:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20849 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Nella foto: JD Salinger. Fonte)

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

1. Il vecchio Holden 

Com’è stato lavorare a un libro così… decisivo, per tante persone, e che continua ad attrarre nuovi lettori?

Prima di tutto è stato un privilegio incredibile. Non soltanto perché si tratta di un titolo importante: ma perché «Il giovane Holden» in Italia ha avuto una traiettoria unica. È due cose contemporaneamente: da un lato è il grandissimo libro di Salinger, con le sue difficoltà per chi traduce. Ma è anche un libro che nel suo percorso editoriale italiano ha avuto un successo senza precedenti, grazie a una traduzione molto particolare: una traduzione che ha fatto innamorare diverse generazioni e che era molto creativa… a tratti anche parecchio libera. Tutto questo rendeva il mio lavoro una sorta di metatraduzione, una traduzione sulla traduzione. Per cui non riesco a immaginare un incarico diverso da questo che condensi in sé la summa del mio lavoro. Quando me l’hanno proposto, ero troppo felice, quasi non ci credevo.

Qual era il tuo rapporto, da lettore, con «Il giovane Holden»?

Ho letto «Il giovane Holden» nel periodo in cui più o meno lo leggono tutti, intorno ai 14-15 anni. Non ne ricavai una buona impressione… faccio un piccolo salto in avanti: quando ci abbiamo rimesso mano, in Einaudi, lo abbiamo fatto con una cura particolare. Nel corso della lavorazione ci sono state vere e proprie riunioni con la casa editrice al completo; riunioni in cui si è discusso tanto. Sono venute fuori un sacco di opinioni… mi ricordo in particolare un parere tra gli altri, una cosa che ha detto Susanna Basso – traduttrice, tra gli altri, di Ian McEwan: ha detto che quando lesse il libro, ne ricavò un’impressione di “irritazione linguistica”. Io mi sono riconosciuto molto in questa cosa: quando lessi «Holden», ricordo questa sensazione: era come se ci fosse un libro, lì sotto, qualcosa che si muoveva, qualcosa di interessante, ma era come se la lingua mi impedisse di accedervi. Non mi parlava, non mi ci riconoscevo… mi sembrava bizzarra, ma senza un vero motivo.

Quando l’ho letto in inglese, anni dopo, nel momento in cui dovevo tradurlo, sono rimasto a bocca aperta, perché sembra scritto non dico ieri, ma poco prima.

Volendo semplificare, si può dire – usando una parola sgradevole – che la “mission” del tuo lavoro era di svecchiare l’Holden del 1961 per renderlo più vicino a chi è nato negli ultimi vent’anni, o giù di lì?

Il mio lavoro si è mosso su due piani. Da una parte avevo l’esigenza, che sempre accompagna il mio modo di tradurre, di rispecchiare con la maggiore fedeltà possibile quello che io sentivo leggendo il testo. E dall’altro c’era una richiesta abbastanza precisa da parte dell’editore: la nuova traduzione doveva poter durare nel tempo, il più possibile. Naturalmente, non si può prevedere quanto può durare una traduzione, e neanche quanto e in che modo si evolverà una lingua. Per fare un esempio, non abbiamo fatto dire a Holden “bella zio”… non gli abbiamo fatto usare un gergo troppo contemporaneo, insomma. Sarebbe invecchiato dopo pochi anni.

2. “Perché ritradurre « The Catcher in the Rye»»” 

Come sono andate le cose con gli eredi di JD Salinger, o con chi ne cura i diritti dopo la sua morte?

Ho avuto rapporti con loro per interposta persona, ovvero attraverso la casa editrice…

Ci spieghi come funziona? JD Salinger non era esattamente un tipo facile… ti hanno dato una sorta di placet, o cosa?

Molto più di così! Innanzitutto abbiamo dovuto convincerli che una nuova traduzione fosse necessaria, e per farlo abbiamo elaborato, in casa editrice, collettivamente, un documento. Ho ancora il file sul computer: «Perché ritradurre The Catcher in the Rye».

Avreste dovuto inserirlo nel libro come bonus track…

Già… dentro ci abbiamo messo tante informazioni, cose emerse nel corso degli anni. Qualche tempo fa, durante una puntata di un programma radiofonico dedicata proprio alla traduzione del giovane Holden, venne fuori questa esigenza: c’era chi spiegava di voler passare il libro ai propri figli, ma era come se il testo non parlasse ai loro ragazzi. Fatto il primo passo, ovvero una volta che gli eredi hanno dato il via libera alla traduzione, hanno valutato il mio curriculum e quello del mio revisore, Anna Nadotti – una grandissima professionista, attualmente sta ritraducendo l’opera di Virginia Woolf. Dopodiché, sono arrivate le prove di traduzione, in colonne da tre, a fronte: originale; traduzione del 1961; proposta mia. Hanno approvato anche le prove. E da ultimo, doveva esserci l’okay definitivo alla stesura finale. Per fortuna la mia editor, Maria Teresa Polidoro, aveva taciuto questa parte dell’accordo, perché avrei potuto andare in paranoia… però alla fine è piaciuta, ecco.

Accidenti, sembra che sia stato più difficile il lavoro precedente che la traduzione in sé.

Guarda, per Holden ho lavorato come raramente capita di poter fare. In genere, nel mio mestiere c’è molta fretta, una fretta dettata dalle uscite, dai piani editoriali e così via. Questa volta ho avuto più tempo, ho impiegato quasi due anni. Ho scritto una prima stesura, prendendomi tutte le libertà del caso: quindi l’ho lasciata riposare, ne ho discusso… questa è una traduzione che è andata avanti “per strati”. Ho fatto una serie di esperimenti, ho provato a metterci un sacco di parolacce, poi le ho tolte… negli ultimi mesi ho capito che c’ero. Che la mia versione, quella che avevo in testa, c’era.

3. Il titolo 

Il libro continua a chiamarsi «Il giovane Holden». L’originale, come si sa, è «The Catcher in the Rye». Come vi siete mossi sotto questo aspetto?

In francese il titolo è «L’attrape-coeurs», l’acchiappacuori. In tedesco è proprio l’equivalente dell’originale «Catcher in the Rye». In spagnolo è “El guardián entre el centeno”… nelle lettere di Adriana Motti è contenuta una sua proposta di titolo, secondo me molto bella, “Il pescatore nella segale”.

Un pochino più sofisticato, forse, del giovane Holden, immediato e di successo incontestabile.

Il problema del titolo ce lo siamo posto, ma fino a un certo punto. Ci abbiamo riflettuto. Qualcuno proponeva di chiamarlo soltanto «Holden», per segnare una differenza con l’edizione del 1961 e togliere questo “giovane” che può apparire troppo connotativo. Poi ci siamo detti: anche dovessimo intitolarlo «Passaggio in India”, che tra l’altro è il libro che tradusse Motti subito dopo Salinger, tutti continueranno a chiamarlo «Il giovane Holden», quindi la discussione è finita lì.

4. Lingua, sintassi e punteggiatura del giovane Holden 

Quali espressioni gergali ti hanno creato più problemi? Penso a parole che Adriana Motti aveva tradotto con “vattelapesca” o cose del genere…

Contrariamente a quanto si pensa, Il giovane Holden ha sì una lingua gergale, ma non così tanto. Ha anche altre caratteristiche linguistiche, che sono un po’ più sottili… sono soprattutto ripetizioni. Quando si legge la traduzione di Adriana Motti, si ricava l’impressione che Holden abbia una lingua estremamente colorita, inventiva – e questo è vero, ma solo in parte. Però, se prendi l’originale, ti rendi conto che c’è dell’altro. Bisogna ricordare che Holden, quando racconta la sua storia, si trova in una clinica psichiatrica, anche se la cosa è solo accennata. E il fatto che non stia bene, nel corso di tutto il suo racconto, emerge con una certa chiarezza. A tratti ha dei veri e propri attacchi di panico. La nostra interpretazione – dico nostra perché mi sono consultato con molte persone – è che il suo linguaggio, il modo in cui parla, fosse strettamente collegato al suo disagio psicologico. Per cui: un sacco di parole ripetute, frasi spezzate… o quelle volte in cui Holden afferma una cosa per smentirla nella stessa frase.

In ogni caso, mi pare che “vattelapesca” sia stato archiviato del tutto.

Sì, “vattelapesca” è ovviamente andato in soffitta. Ho trentasette anni e non ho mai sentito nessuno dire “vattelapesca”. Che poi “vattelapesca”, come tante altre soluzioni adottate da Adriana Motti, traducono due sole parole: “and all”.

Forse anche per questo, prima accennavi al fatto che la traduzione di Motti fosse un po’ troppo creativa.

Vista oggi, sì, decisamente troppo. Però va contestualizzata. È una traduzione di cinquant’anni fa. Immagina di essere una traduttrice che, all’inizio degli anni Sessanta, lavora in Italia. E che si ritrova tra le mani questo testo che sul piano linguistico – ancora adesso – risulta dirompente. Era necessario adottare una strategia. E secondo me la strategia che lei decise di assumere era eccellente. Un traduttore, all’epoca, non aveva i mezzi che ho io. Io ho Google, i forum, ho, in generale, Internet. Posso avere il polso della lingua… per questo dico che, considerando l’epoca in cui lavorava, lei abbia fatto un lavoro mirabolante. Ho consultato l’archivio Einaudi con i carteggi di Motti… lei era anche una scrittrice. Scriveva a Calvino, a Fruttero, richiedeva un’opinione sui suoi testi. Ecco, secondo me lei ha tradotto da scrittrice. Io non sono uno scrittore, sono un traduttore: quando faccio il mio lavoro cerco di nascondermi, il più possibile. Non dico sia la scelta migliore: è il mio punto di vista.

Hai letto la versione di Jacopo Darca?

Sì, ho tenuto presente anche quella traduzione: c’è un’esemplare in una biblioteca di Milano, e l’ho fotografata pagina per pagina… Dai carteggi di Motti, sembrerebbe che “Darca” sia lo pseudonimo di un intellettuale dell’epoca, Corrado Pavolini. Quella versione non funziona: è una traduzione non riuscita, molto spigolosa, ha cose improponibili ed errori marchiani. A tratti ha dei lampi di modernità… ma no, nel complesso non funziona per niente. È piena di strani toscanismi…

Sintassi, punteggiatura: come definiresti i tuoi interventi sotto questi aspetti?

Molto rispettosi. La differenza principale tra le due traduzioni è che la mia è più fedele, a tutti i livelli. Compresa la punteggiatura, e i corsivi. Il libro originale è pieno di corsivi, e noi li abbiamo conservati quasi tutti. Quando l’enfasi data dal corsivo era ottenuta dalla struttura della frase, in alcuni casi, li abbiamo tolti: ma per il resto ci sono tutti.

Nel tuo Holden ci sono, diciamo, esclamazioni più forti rispetto a quello di Motti.

Prima di tutto bisogna dire che in «Holden» non c’è nessun “fucking”. C’è un “fuck you”, una scritta che compare due volte sulle pareti della scuola che frequenta Phoebe, la sorella di Holden… Ma ci sono tantissimi “goddam”; e sessant’anni fa “goddam” aveva tutta un’altra forza nel parlato, per cui abbiamo voluto evidenziarla.

A volte voi traduttori sottoponete i vostri dubbi direttamente agli autori, quando si può. Avendo potuto farlo, cosa avresti chiesto a JD Salinger?

Sai, probabilmente non gli avrei chiesto molto. In realtà non mi si sono presentati dubbi indissolubili. Quando ho tradotto «Falling Man» di Don DeLillo c’era una persona predisposta a rispondere ai dubbi dei traduttori, attraverso una mailing list. Nel caso di DeLillo, che è uno scrittore estremamente ellittico, bisogna unire molti puntini e intuire cosa c’è sotto le sue parole. Con Salinger questo non accade. Rispetto a lui, mi ha dato decisamente più filo da torcere Adriana Motti.

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