Jean Claude Izzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jean-claude-izzo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Apr 2013 13:31:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jean Claude Izzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jean-claude-izzo/ 32 32 A viso coperto e L’arena dei perdenti https://minimaetmoralia.it/libri/a-viso-coperto-e-larena-dei-perdenti/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-viso-coperto-e-larena-dei-perdenti/#comments Tue, 16 Apr 2013 08:52:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13974 Questo post indica prima alcuni aspetti liminari, paratestuali e illustrativi, e offre quindi un breve giudizio critico su due nuovi titoli di Einaudi Stile Libero: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga e L'arena dei perdenti di Antonin Varenne.

Polar, noir, poliziesco, giallo e calcio

L'arena dei perdenti e Varenne vengono presentati nell'edizione italiana come, rispettivamente, un romanzo "degno dei capolavori di Jean-Claude Izzo" e il "miglior esponente del noir francese di inizio millennio", sia per l'influenza che quella scuola ha esercitato ed esercita sui nostri giallo-noiristi (un esempio tra i tanti: Massimo Carlotto ambienta il suo ultimo romanzo, sempre pubblicato in Stile Libero, a Marsiglia e abbonda in omaggi a Izzo), sia per l'apprezzamento che il marchio noir francese, nonostante ogni sorpasso scandinavo, continua a ottenere in Italia (Einaudi ha ancora in catalogo opere degli anni Settanta e Ottanta di Manchette e Jonquet, spesso pubblicate originariamente nella Série noire di Gallimard).

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Questo post indica prima alcuni aspetti liminari, paratestuali e illustrativi, e offre quindi un breve giudizio critico su due nuovi titoli di Einaudi Stile Libero: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga e L’arena dei perdenti di Antonin Varenne.

Polar, noir, poliziesco, giallo e calcio

L’arena dei perdenti e Varenne vengono presentati nell’edizione italiana come, rispettivamente, un romanzo “degno dei capolavori di Jean-Claude Izzo” e il “miglior esponente del noir francese di inizio millennio”, sia per l’influenza che quella scuola ha esercitato ed esercita sui nostri giallo-noiristi (un esempio tra i tanti: Massimo Carlotto ambienta il suo ultimo romanzo, sempre pubblicato in Stile Libero, a Marsiglia e abbonda in omaggi a Izzo), sia per l’apprezzamento che il marchio noir francese, nonostante ogni sorpasso scandinavo, continua a ottenere in Italia (Einaudi ha ancora in catalogo opere degli anni Settanta e Ottanta di Manchette e Jonquet, spesso pubblicate originariamente nella Série noire di Gallimard).

Il personaggio principale, “il Muro”, in quarta di copertina è costretto nella parte del “poliziotto disilluso”, per il riflesso automatico del lettore, e dell’editore, che vuole tormentato il tutore dell’ordine nel noir, sebbene nel romanzo di Varenne non vi siano caduta delle illusioni, monologhi sulla moralità perduta, lamenti sul cinismo del presente e dissimulata ansia di riscatto. Il paratesto Einaudi non sottolinea invece l’attività di pugile che tanta parte ha nella trama ed è anche mostrata nella copertina dell’edizione francese. La copertina e il titolo italiani segnalano comunque chiaramente un “romanzo da duri” (l’originale, Le Mur, Le Kabyle e le Marin, con quel cabilo così poco noto in Italia e quell’equivoco sul “muro”, non viene volto letteralmente).

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A viso coperto ha il suo diretto antecedente Stile Libero nel fortunatissimo ACAB di Carlo Bonini. Queste opere incrociano due “temi” ben presenti nel catalogo dei maggiori editori italiani: la storia di poliziotti e la passione per il calcio.

Il poliziesco è un macrogenere talmente ampio in Italia da avere multiple sottocategorie: una cosa sono “le avventure della squadra di poliziotti”, un’altra i “gialli del commissario” (ad es. Vipera di De Giovanni, Stile Libero, fine 2012); anzi una cosa sono i gialli contemporanei del commissario, un’altra quelli storici. Questi romanzi vengono oggi molto ben accolti sia in libreria che in giuria letteraria: Vipera ha vinto il Premio Bancarella, A viso coperto il Calvino.

Sulla passione calcistica nel 2013, insieme a Gazzaniga e variando giudiziosamente il tono, Stile Libero ha pubblicato Atletico Minaccia Football Club di Marco Marsullo. Ricordo poi, banalmente e senza alcuna supericiliosa polemica, che poliziesco e calcio sono due delle principali colonne della tv italiana, tra fiction e non-fiction.

Copertina

I libri di Varenne e Gazzaniga vengono comunicati in forme diverse, pur nell’appartenenza alla stessa collana (anzi sottocollana, Stile Libero Big). A viso coperto non è presentato come un romanzo di genere: la quarta di copertina si apre con “Riccardo Gazzaniga è un poliziotto” (ovviamente la connotazione di disilluso manca) e subito dopo insiste sul “vero scrittore, e lui lo è” e “il respiro e la forza” del romanzo.

La copertina mostra un agente e un manifestante contrapposti. Come spesso accade nei progetti grafici Einaudi la produzione è sapiente, con lo spazio diviso in quattro zone ideali: nelle due superiori trovano posto, sopra uno sfondo non riconoscibile, l’editore, l’autore e il libro con un tipografia pulita e cromaticamente discreta; nel quadrato in basso a sinistra il “poliziotto” (a breve la spiegazione delle virgolette) nella sua divisa d’ordine pubblico con casco e protezioni; in quello in basso a destra un giovane con maglietta a coprire la parte inferiore del viso. I due protagonisti dell’immagine sono uniti solo dallo sguardo di sfida, risentimento, odio (psicologizzate come volete) del ragazzo verso l’agente.

L’immagine è stata preparata con cura: si isola un dettaglio di una scena più ampia e tutto quel poco di sfondo che rimane viene sfumato; l’unica cosa che si vede, l’unica cosa che si deve vedere in questo quasi bianco e nero molto ideologizzato è la contrapposizione. Viene comunicato lo scontro metropolitano in essenza, cioè al di fuori di e oltre ogni contesto: il calcio e pure la “rabbia ultrà” scompaiono, facendo posto a qualcosa di più alto e tragico. Per confronto: la copertina del libro di Marsullo ha una fila di omini del calcetto, mentre ACAB di Bonini opta per un riferimento altissimo, la Medusa di Caravaggio, ma di basso impatto, ovvero irriducibile a icona pop dello scontro come l’immagine di A viso coperto.

La copertina elabora una foto di Pablo Rojas Madariaga, scattata il 25 agosto 2011, in Cile. L’immagine originale qui sotto lascia riconoscere le lettere “arabinero” di “Carabineros de Chile” e mostra appunto una scena più ampia, non italiana e non calcistica.
Credo inoltre che il “18-9” sul casco, photoshoppato via nella copertina Einaudi (e vedi pure l’altra immagine di Wikimedia), costituisca quel segno identificativo del tutore dell’ordine pubblico in piazza non ancora adottato in Italia [vedi la petizione sull’introduzione di numeri identificativi per le forze dell’ordine in assetto antisommossa e il commento di G. Russo Spena e G. Montalbano]. Questa misura non mi pare neppure nominata nel libro di Gazzaniga e ove fosse stata adottata avrebbe reso impraticabile uno dei principali nodi della sua trama: l’inidentificabilità di un agente che compie un abuso durante un’operazione ai cancelli dello stadio Marassi di Genova.

Foto di Pablo Rojas Madariaga
Da Wikimedia
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L’ottimo Riccardo Falcinelli cura anche il progetto grafico de L’arena dei perdenti, di nuovo decontestualizzando l’immagine di partenza (sia chiaro che non voglio condannare la pratica, anzi questa degli accoppiamenti giudiziosi e aggiustati è un’arte a sè).

La copertina di Varenne isola un personaggio dal dipinto I costruttori di Bratsk (1960) di Viktor Efimovich Popkov. Una scena corale di realismo socialista in stile severo, con l’operaio massiccio ed eroe del proletariato, viene virata nel ritratto di un bullo marsigliese fumettistico pronto per fare a pugni con Jean-Paul Belmondo. Il lettore del romanzo è quindi portato a raffigurare con queste fattezze il Muro, il poliziotto e pugile protagonista; la copertina comunica l’immagine del duro da noir e come gli altri apparati paratestuali riconduce subito Varenne al genere, seppur nobile (e qui si potrebbe citare ancora una volta Manchette sul genere che non ha dovuto aspettare i critici per diventare arte: “Le roman noir, grandes têtes molles, ne vous a pas attendus pour se faire une stature que la plupart des écoles romanesques de ce [XX] siècle ont échoué à atteindre”).

I romanzi

Copertine e schede a parte, Premio Calvino a Gazzaniga e vari premi polar a Varenne a parte, il romanzo di genere, anzi – per evitare ambiguità – il romanzo di consumo, a mio giudizio è A viso coperto. E pure in questa forma non convince. La lingua sempre di servizio in troppi punti si mostra rigida e inefficace nel sostenere la narrazione: paradossalmente il dettato che si vuole trasparente per far spazio alla storia rimane davanti agli occhi come una spessa e fitta griglia a impedire la visione. Si provino, ad esempio, a leggere in parallelo gli assalti ultras in apertura di A viso copertoACAB, dove l’ottimo mestiere del cronista Bonini si nasconde\mostra in agile scrittura d’azione. Particolarmente deboli mi paiono i numerosissimi dialoghi. E qui il confronto più pertinente, e ingeneroso per il romanzo, è il racconto “Un pomeriggio allo Zini” di Andrea Cisi (in Ogni maledetta domenica, Minimum Fax, 2010), di grande virtuosismo nella resa dialogica e linguistica di una sottocultura.

Se dalla lingua passiamo alla strutturazione dei materiali notiamo già nelle fasi iniziali alcune giunture mal celate: l’alternanza tra azione e infodump sugli ultras è meccanica e lo stesso infodump è gestito con qualche difficoltà. Non ultima quella di essere presentato come bozza di libro scritto dal poliziotto, perché in A viso coperto c’è pure una mise en abyme o, se preferite, un’autofiction davvero inutile e dannosa.

Il romanzo si trascina per oltre cinquecento pagine con una vicenda minimale che viene allargata artificiosamente dalla “narrazione corale” – con virgolette, perché moltiplicare le linee narrative non significa moltiplicare i punti di vista. I personaggi, sopratutto i non poliziotti, sono figurine che a ogni pagina segnalano la loro funzione nella trama: l’ultras di sinistra con tanta rabbia dentro, quello cocainomane molto cattivo, quello giovane scalmanato, quello giovane meno scalmanato, la dolce ragazza, la moglie stanca ecc.. Ognuno rimane fisso nel suo ruolo e si avvia con convinzione verso la prevedibile fine (non voglio guastare la lettura, e quindi rimando senza spiegare alla conclusione, con le sorti collegate dell’ultras buono e di quello cocainomane nella loro finzione di destino).

A viso coperto offre, quasi senza modifiche, una sceneggiatura perfetta per una fiction Rai-Mediaset. La produzione non costerebbe molto perché le scene allo stadio sono infine due (e una di questa si svolge ai cancelli); soprattutto il grosso del romanzo con i suoi lunghi e immobili dialoghi a due o tre è pronto per il campo e controcampo e, nei momenti più “intensi e corali”, per la steadicam che gira intorno ai personaggi. Già per una fiction Sky sarebbe necessario un lavoro letterario di ricomposizione romanzesca.

Non vorrei che le critiche qui avanzate venissero lette come una feroce stroncatura. Il problema non sta nel talento narrativo di Gazzaniga, che sarebbe ingiusto negare o limitare, ma nelle ambizioni sbagliate del testo.  A viso coperto non rende la complessità del reale in forma di grande romanzo tradizionale e non è nemmeno un’efficace inchiesta o analisi sociologica, di agenti e ultras (anche per questo aspetto rimane dietro al pur imperfetto ACAB). È un romanzo completamente interno al genere “d’azione” e negarsi in principio a esso mi pare condannarlo sia come opera alta che come romanzo d’intrattenimento.

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L’arena dei perdenti ha una costruzione ambiziosa, con due piani temporali e due storie portate avanti per due terzi del romanzo quasi senza incrociarsi, e rientra nella grande tradizione del noir francese storico-investigativo, controinformativo e antisistema” (per il collegamento con le vicende della guerra d’Algeria viene subito da pensare all’acclamato Meurtres pour mémoire, 1984, di Didier Daenickx).

Anche Varenne apre su uno scontro e di nuovo istruttivo è il confronto con l’incipit di A viso coperto. Nell’incontro pugilistico del Muro tutto funziona: dalle frasi secche e brevi, che in un altro scrittore sarebbero degenerate nella forzatura paratattica e frammentistica, all’inquadratura in soggettiva. Nell’esercitarsi su questo topos molto frequentato la dignità di scrittura di Varenne si mostra chiarissima, e così la sapienza della costruzione della trama e dei personaggi (Lire, riportato in bandella, parla di un romanzo “sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense”).

L’opera non è senza difetti, e per giusto paradosso letterario il maggiore mi sembra prodotto dalla forza delle due vicende principali: ognuna compete con l’altra per l’attenzione totale del lettore e la composizione di esse, per quanto ben preparata, sa un poco di compromesso. Ma il Muro – personaggio da “romanzo da duro” tutto reinventato nella rigorosa non comprensione degli eventi-, la misura nel tenere insieme “controinformazione” e trama avvincente (“il senso della suspense”), la riflessione sulla violenza e la responsabilità – all’interno del romanzo, nella sostanza della storia e della Storia -, e lo stile impeccabile convincono e avvincono il lettore. E dimostrano al meglio il mestiere e l’arte di Varenne, che, inverando la lezione di Manchette e Daeninckx, utilizza la leva del genere per andare oltre il genere.

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Nei quartieri impenetrabili di Marsiglia https://minimaetmoralia.it/reportage/marsiglia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/marsiglia/#respond Mon, 11 Mar 2013 14:54:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13481 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Marsiglia. Verso l'una di notte, Cours d'Estienne d'Orves, dalle parti del Vecchio Porto, diventa un turbine di piume. "Ci avrebbero potuto riempire cuscini per tutte le cités". Il ragazzo davanti al bar Marengo se la ride, mentre nel cielo senza stelle, sospesi su invisibili fili, angeli bianchi danzano, spargendo tonnellate di piume. Una specie di nevicata immensa per inaugurare la capitale della cultura 2013. "Mais c'est Marseille". È Marsiglia, questa - ripete lui. Come dire: cosa dovremmo farci? Commenti del genere li potreste sentire ovunque, in questi giorni. Un'autoironia che sconfina nel cinismo è tipica dei marsigliesi. La battuta sulle cités, invece, è abbastanza unica. Di questi quartieri impenetrabili non si parla volentieri. Eppoi nessuno ama i luoghi comuni di cui abbonda la storia recente dei palazzoni che crebbero come funghi quando la città subì una delle più sproporzionate "invasioni" migratorie: quella dei pieds noir, i coloni in fuga dall'Algeria dopo la sconfitta del '62. Agglomerati abitativi squallidi e freddi, le cités oggi appaiono come zone franche, interdette alle forze dell'ordine, dominate da piccoli e grandi clan che si spartiscono il traffico di droga, oasi dove la criminalità più comune affonda radici nella miseria, mentre l'estremismo filoislamico alligna nell'odio di classe. Un intreccio da tragedia che negli ultimi anni ha lanciato una nuova immagine della criminalità marsigliese, ben lontana da quella ormai romanzesca del cosiddetto milieu di gangster e affaristi che dominò nel Novecento.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Marsiglia. Verso l’una di notte, Cours d’Estienne d’Orves, dalle parti del Vecchio Porto, diventa un turbine di piume. “Ci avrebbero potuto riempire cuscini per tutte le cités“. Il ragazzo davanti al bar Marengo se la ride, mentre nel cielo senza stelle, sospesi su invisibili fili, angeli bianchi danzano, spargendo tonnellate di piume. Una specie di nevicata immensa per inaugurare la capitale della cultura 2013. “Mais c’est Marseille”. È Marsiglia, questa – ripete lui. Come dire: cosa dovremmo farci? Commenti del genere li potreste sentire ovunque, in questi giorni. Un’autoironia che sconfina nel cinismo è tipica dei marsigliesi. La battuta sulle cités, invece, è abbastanza unica. Di questi quartieri impenetrabili non si parla volentieri. Eppoi nessuno ama i luoghi comuni di cui abbonda la storia recente dei palazzoni che crebbero come funghi quando la città subì una delle più sproporzionate “invasioni” migratorie: quella dei pieds noir, i coloni in fuga dall’Algeria dopo la sconfitta del ’62. Agglomerati abitativi squallidi e freddi, le cités oggi appaiono come zone franche, interdette alle forze dell’ordine, dominate da piccoli e grandi clan che si spartiscono il traffico di droga, oasi dove la criminalità più comune affonda radici nella miseria, mentre l’estremismo filoislamico alligna nell’odio di classe. Un intreccio da tragedia che negli ultimi anni ha lanciato una nuova immagine della criminalità marsigliese, ben lontana da quella ormai romanzesca del cosiddetto milieu di gangster e affaristi che dominò nel Novecento.

Oggi però è festa. E mentre sul Vecchio Porto impazzano fuochi d’artificio e giochi d’acqua, si pensa poco ai quartieri nord e molto più alla riuscita dell’evento. Da mesi l’organizzazione di Marseille 2013 è impegnata in una corsa folle per finire in tempo i lavori più attesi. Il rifacimento del Vecchio Porto, innanzitutto. E il museo che alla città era sempre mancato, il Mucem (Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo), sul mare, all’imbocco del porto. Jean Claude Izzo non ne sarebbe felice. Lo scrittore che ha cantato Marsiglia in una piccola epopea noir, la trilogia di Fabio Montale (nome ispirato dall’amatissimo poeta italiano), non approverebbe la trasformazione della Marsiglia portuale in città elegante, né il cambiamento delle mura del seicentesco Fort Saint-Jean, bucate dalle passerelle che portano i visitatori al nuovo Museo.

“Ma la cosa peggiore” mi spiega Bruno Leydet, scrittore e promotore culturale “è che Izzo non è neppure in programma. Perché vede, Marsiglia la possono cambiare quanto vogliono, e io credo che rimarrà sempre la stessa, però quello che si farà in questo anno celebrativo non tornerà più. E la vera cultura della nostra città se la sono semplicemente dimenticata”. Leydet mi accompagna per le sale del teatro di cui è direttore artistico: l’Hangart. Si sta provando una pièce e mi presenta l’attore protagonista. “Cosa penso io di Marseille 2013?” fa Roland Munter  “Guardi, mi scusi, preferisco fumarmi una sigaretta”. Leydet se la ride e mi spinge fuori.

Nel piccolo quartiere, i teatri sono più di dieci. Ovunque l’ironia è la stessa. Eric Brunel, direttore del teatro di Chartreux, fa una smorfia: “Qui mica facciamo la capitale della cultura. Qui facciamo solo cultura. Anche per il 2014”. Poi snocciola numeri: oltre 500 compagnie teatrali in città. Moltiplica gli spettacoli per le migliaia di presenze e mostra così il fermento culturale marsigliese. “Ma nessuno di noi è stato chiamato in causa. Vengono, nella stragrande maggioranza, da fuori. Poi però il 2013 passerà, loro se ne andranno e di tutto questo cosa resterà?” Leydet lo spiega con un’immagine semplice: “La nostra è una città meticcia. Lo sanno tutti. Incontro di culture da sempre. Da quando fu fondata nel 600 a.C.: l’amore fra un greco di Focea, che secondo il mito si chiamava Protis, e la principessa di qui: Gyptis. Migrazioni continue, scambi, la cultura di Marsiglia è profondamente popolare. Non c’è l’avanguardia di altre città francesi. Ma il programma di Marseille 2013 esalta proprio l’avanguardia. Come se le nostre radici non fossero abbastanza chic. Niente Izzo. Niente Fernandel. Niente Italia. Eppure qui tutto è Italia. Anche la lingua. Ci sono parole italiane. Be’, soprattutto parolacce. Gliene scrivo qualcuna? Guardi: “fatche de”. Viene da “faccia di”. Omettiamo il resto ma è un chiaro insulto. Gliene scrivo un’altra: “fangoule”. Questo penso sia inutile dirle da dove viene”.

Di Italia, però, qualcosa c’è a Marseille 2013. Negli spazi sospesi sul mare del J1, uno dei vecchi hangar trasformati nell’area della Joliette, finalmente restituita ai cittadini, la storia delle civiltà del Mediterraneo culmina nell’epopea migratoria di Marsiglia, con le migliaia di nostri connazionali che arrivarono a cercare fortuna. La gran parte di loro andò a vivere poco lontano da qui, tra i vicoli del Panier, il quartiere popolare per eccellenza, oggi definitivamente bobo (borghese-bohémien). Al “13 Coins”, uno dei bar più celebrati da Izzo, si divertono. “Lo leggete più voi, italiani, di noi! Qui i francesi vengono semmai per ritrovare i luoghi di “Plus Belle la Vie”, una soap opera. Non Izzo”. Eppure moltissimo di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in città era stato preconizzato proprio nei suoi libri.

Stefania Nardini cita frasi a memoria. Marsigliese di adozione (“qui anche l’ultimo arrivato viene considerato marsigliese”), autrice dell’unica biografia esistente (Jean Claude Izzo. Storia di un marsigliese, Perdisa Pop), racconta: “La gentrificazione del Panier era in atto mentre Izzo era vivo. Ma quanto è capitato solo ora al Vieux Port – che Marseille 2013 tenta di trasformare in un elegante salotto – lo aveva già immaginato come un incubo. Marsiglia sembra schiacciata dall’idea di non poter fare da sé, quasi si sentisse terra di barbari che ha bisogno di civilizzatori. E invece la cultura qui è fortissima. Pensi solo ai Cahiers du Sud, una rivista su cui pubblicava anche Simone Weil. Be’, ha chiuso, nessuno ne parla e non sono ancora riuscita a capire dove sia finito l’archivio”. Se la prende come se qui fosse nata, Stefania Nardini, poi torna allo scrittore più amato, comincia a parlare delle citès e di quanto anche in quello Izzo sia stato profeta, descrivendo il potere fascinatorio che avrebbe scatenato l’estremismo islamico.

E allora andiamo a penetrare l’impenetrabile. Mentre Marsiglia viene ripulita dalle piume, entriamo nella più violenta delle cités, la Castellane, dove nacque e crebbe un eroe, Zinédine Zidane. A farci passare oltre i controlli delle sentinelle – i cosiddetti guedeurs, immobili a scrutare chi passa e semmai procedere a un controllo -, un uomo di cui gli stessi guedeurs inorridirebbero a saperne la storia. Si chiama Louis Bartolomei. Passati i settant’anni era un pensionato un po’ eccellente, quando decise di lavorare a una biblioteca itinerante e insegnare l’amore per i libri ai ragazzini di strada. Prima, infatti, Bartolomei, era stato Procuratore della Repubblica, aveva combattuto la criminalità con il braccio duro della legge, era amico di Falcone. “Già trent’anni fa avevo capito che la guerra giudiziaria alla droga era perduta. E pensi che in quegli anni la polizia qui poteva ancora entrare. Certo, la guerra si potrebbe vincerla con la legalizzazione della droga. Poi però i criminali troverebbero altro a cui dedicarsi. Poco importa comunque, tutto questo, per me. Io ho affrontato una rivoluzione culturale e spirituale e sono qui. Non credo più nei risultati a tutti i costi. Credo solo in quel che faccio. E forse ci sarà di mezzo Freud, perché vede, mio padre era un illetterato e mia madre un’analfabeta e io ora insegno a leggere. Be’, Freud o Lacan, non cambia nulla. Per me vedere un ragazzino che impara a leggere e mi chiede di tornare… Mah, no, inutile spiegarlo. Posso dirle soltanto che sono qui”.

Qui significa che Bartolomei lavora assieme a Padre René Soler, sacerdote per trent’anni a Haiti, seguace della teologia della liberazione costretto all’autocritica dalla tragica esperienza presidenziale di Aristide. Soler ci mostra dove un diciassettenne è morto ucciso a Natale, in un regolamento di conti fra piccole gang. “Il mio progetto principale sta nel creare un ponte fra cristiani e musulmani. In città, su un milione circa di abitanti, i musulmani sono oltre un quarto. Non è possibile evitare il confronto”. Offre del vino, spiega che parenti e amici non lo vengono a trovare qui alla Castellane perché nessuno ne ha il coraggio: troppi pericoli, troppa paura. “Eppure io mai che mi sia trovato male. Gente affettuosa, simpatica. Nessuna aggressività. Difficile crederci vero? I pusher all’inizio mi hanno fatto domande sul motivo che mi spingeva qui, poi nulla. Sto bene tra questa gente”. Bartolomei approva. Vuole brindare. Festeggiamo.

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