Jeanette Winterson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jeanette-winterson/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:52:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jeanette Winterson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jeanette-winterson/ 32 32 Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi https://minimaetmoralia.it/letteratura/vivere-e-lavorare-alla-shakespeare-company-di-parigi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/vivere-e-lavorare-alla-shakespeare-company-di-parigi/#comments Thu, 31 Aug 2017 05:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32168 Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell'appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po' a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c'è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un'immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

George Whitman ha fondato la sua libreria al chilometro zero di Parigi: tutte le strade, come nei proverbi, partono e arrivano qui, in un palazzo di qualche piano, con le porte di legno pitturato di verde e le insegne con l’altro Whitman, quello delle foglie d’erba, e Shakespeare. Era il 1951 e questo posto si chiamava in un altro modo, Le Mistral. Solo nel 1964, nel quattrocentesimo anniversario dalla nascita del bardo inglese, Whitman avrebbe pagato tributo al poeta e alla libraia più famosa di Parigi, Sylvia Beach che con la sua Shakespeare and Company (situata poco distante da qui, in Rue de l’Odeon 12) aveva dato rifugio degli scrittori della lost generation.

Grazie a Sylvia, insomma, quella generazione era stata un po’ meno perduta: Hemingway l’aveva inserita nel suo Festa mobile, Fitzgerald aveva passato qui i suoi giorni parigini e senza di lei Joyce non avrebbe pubblicato il suo Ulisse. Poi era arrivato il 1941 e la libreria si era arresa all’arrivo dell’occupazione nazista, ma la sua storia era lontana dall’essere conclusa.

Servono dieci anni e un sognatore: Parigi viene liberata nel 1945, Hemingway torna a sedersi al Ritz e gli americani ad affollare le strade del quartiere latino. Tra di loro c’è un ragazzo nato nel 1913 in New Jersey, che risponde al nome di George Whitman.

Dopo la laurea in giornalismo nel 1935, Whitman, negli anni della Grande Depressione,  decide di partire per l’America del Sud con pochi soldi e uno zaino. In tasca ha solo 40 dollari: vive di espedienti, dorme dove capita e, se può, si fa ospitare dalla gente del posto; in uno stato febbrile – un po’ come accadde a Joseph Beuys – ha un’illuminazione: questa gentilezza, i gesti generosi e liberi, queste cose sono il senso della vita. Tornato negli Stati Uniti, lo scoppio della seconda guerra mondiale lo obbliga a partire per la Groenlandia: a fine missione, George saluta la sua fidanzata eschimese e ricomincia a viaggiare, stavolta per l’Europa. Nel 1946 è a Parigi.

Ha una sorella a New York: Mary studia alla Columbia e racconta al ragazzo che frequenta le avventure di George in Sud America; i due, pensa, si piacerebbero. Quel ragazzo è Lawrence Ferlinghetti e si dà il caso che stia per partire anche lui per Parigi, così Mary Whitman lo saluta e gli lascia l’indirizzo del fratello: Hotel de Suez, Boulevard Saint-Michel. La stanza è poco più che un loculo che George ha già provveduto a riempire di libri, vendendone ogni tanto qualcuno agli studenti americani in città; questo il fondale su cui i due instaurano un’amicizia indissolubile (Ferlinghetti fonderà poi la City Light Bookstore di San Francisco, la sorella oltreoceano della Shakespeare).

Finalmente nel 1951 George riesce a realizzare il suo sogno: comprarsi i locali di Rue de la Bucherie 37 e trasformarli in una precaria e ambiziosa libreria. Se per farlo è costretto a dormire su un divano ricavato da una finestra rotta, non è importante: questo posto, decide, sarà un’isola felice in cui sono in vigore le regole della condivisione e il comunitarismo. Questa, dice, è la mia utopia socialista mascherata da libreria. Qui le persone potranno essere accolte come lui era stato accolto nei suoi viaggi in Sud America: per adesso può cedere solo il divano, ma la sua mitologia è già in costruzione.

Quello che nel diciassettesimo secolo era un monastero, La Maison du Mustier, con Whitman torna alla sua antica funzione: “sono solo un frate che tiene accesa una luce di notte”, diceva di se stesso. La sua missione è sempre stata quella di creare un posto dove le persone si sentissero accolte, leggessero qualche libro, condividessero con lui spazi, le parole, le idee. Lo scrive sopra una porta al primo piano: “Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise”.

George Whitman non ha scritto molto, ma il suo miglior libro è la Shakespeare and Company, ogni stanza un capitolo diverso, ogni cliente, amico, scrittore, un diverso personaggio. C’è qualcosa di impossibilmente romantico in un’affermazione del genere, nella pretesa di un negozio di libri di essere un’utopia socialista (un ruolo non senza conseguenze durante gli anni della guerra fredda), un posto per scrittori, innamorati, studenti che non possono permettersi di comprare libri e allora si riparano dal freddo e dal mondo nella biblioteca del primo piano, eppure è così, la Shakespeare and Company di Parigi è esattamente quella luce nella notte che George Whitman si preoccupava di tenere accesa, è casa per chiunque si sia fermato per un po’ nelle sue stanze.

Prendete il gatto, Aggie, per esempio. E prendete i venti, trentamila ragazzi che vi hanno soggiornato: in cambio di un paio di ore di lavoro, con il compito di leggere un libro al giorno e di produrre una pagina di biografia prima di andarsene, studenti, scrittori ancora sconosciuti (Dave Eggers, Ethan Hawke, Ian Rankin, per nominarne solo tre, hanno soggiornato qui da ragazzi), idealisti e viaggiatori di ogni sorta hanno trovato un letto in cui riposare, in mezzo ai libri e alle storie.

Nessuna possibilità di prenotazione, bisognava (e bisogna) presentarsi lì e sperare di fare una buona impressione a George; una volta aveva permesso a un ragazzo di restare un paio di settimane solo perché aveva l’aspetto di uno scrittore: il ragazzo stava semplicemente cercando un libro sugli scaffali, ma rifiutare un’offerta di Whitman non è mai stata cosa facile. Oggi è Sylvia Beach Whitman, la figlia di George, a continuare la missione del padre: quasi ogni giorno c’è qualcuno che chiede di essere ospitato e raramente i letti della biblioteca al primo piano restano vuoti.

In sessantacinque anni l’archivio dei tumbleweed – chiamati così, perché volano nel vento, come i semi delle erbe spontanee – è cresciuto a dismisura, le biografie si sono sommate, i ragazzi che un tempo abitavano queste stanze sono andati via, hanno messo le radici altrove oppure sono tornati a lavorare qui, hanno portato i figli, i nuovi fidanzati. Almeno uno di loro si è innamorato in mezzo a queste stanze: Nathan e Karolina si sono conosciuti quando lei lavorava qui e lui era un tumbleweed di San Francisco; oggi sono sposati e il libro di poesie di Nathan, Joy of the Capital, è stato presentato al piano terra di Rue de la Bucherie. Ma centinaia di altre storie restano intrappolate tra queste pareti, in attesa di essere raccontate: A History of the Rag and Bone Shop of the Heart, la prima biografia della libreria prova a farlo.

Il volume, curato dalla stessa Shakespeare and Company, è appena stato pubblicato: una ricollezione di lettere di George Whitman, biografie di tumbleweed e una selezione di fotografie private che, decennio dopo decennio, raccontano quanto radicale, romantico e politico possa essere il lavoro di librai (sull’argomento: Jorge Carrión ha scritto un bel saggio, Librerie, pubblicato lo scorso anno da Garzanti).

Come quando nel 1966 Whitman fu obbligato a chiudere l’esercizio, forse perché privo di licenze adeguate, forse perché temibile ritrovo comunista inviso alla CIA; il Don Chisciotte del quartiere latino continuò imperterrito a ospitare tumbleweed nel suo hotel particolarissimo, accettando di mandare alla prefettura i profili di ciascuno di loro: “ama la poesia e il rumore della pioggia”, spiffera riguardo a una ragazza americana; alla fine, nel 1968, la prefettura si arrende e gli concede di riprendere a lavorare.

Aperto tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, dalle 10 di mattina alle undici di sera, questa libreria non ha mai mancato un giorno di apertura, tranne per il funerale di George: da quando non c’è più è compito della figlia Sylvia a illuminare queste stanze, con la sua luce angelica e sensuale, una specie di sirena che richiama gli scrittori e fa innamorare tutti di sé.

Ho lavorato qua per tre mesi quest’estate e poi sono tornata da tumbleweed, perché certe cose bisogna farle bene, ovvero: sentimentalmente. Nei mesi ho conosciuto ragazzi che avevano lasciato il lavoro per viaggiare attraverso l’Europa, australiani che sapevano parlare indonesiano perché è l’unica altra lingua che gli avevano insegnato al liceo, un ragazzo di New Orleans che si pagava le spese scrivendo poesie su commissione, ragazzi che trascorrevano il gap year prima di iniziare il college, parigini che miglioravano il loro inglese durante le vacanze estive.

È vero che la composizione di gran parte delle persone che orbitano quotidianamente attorno a questa libreria è piuttosto omogenea: una nicchia di anglofoni iperistruiti, diciottenni che possono permettersi di passare qualche mese lontano da casa, parigini acquisiti con uno spiccato gusto per la letteratura di qualità, turisti che preferirebbero definirsi viaggiatori. Eppure a una seconda occhiata si capisce come questa sia una seconda casa per molti, frequentata da regulars non sempre amati, persone sole, studenti confusi e solitari innamorati: la Shakespeare and Company è un posto dove sentirsi meno isolati, più compresi, e, se non contiene il mondo, è disposta ad accogliere il mondo.

Per molti è una specie di porto sicuro: è il primo posto dove si è andati una volta trasferitisi a Parigi, è il punto di ritrovo per una comunità intera che si regge sulle regole della gentilezza e della condivisione – “give what you can, take what you need” è il comandamento che George Whitman ancora obbliga a sottoscrivere se si aspira a entrare in questa clique.

Quanto a me, lo avevo sottoscritto subito, dai primi turni: mentre imparavo la disposizione dei libri e degli scaffali, aiutavo Pamela per il suo tè domenicale (venite muniti di poesie, perché ve le farà leggere) o scovavo bigliettini romantici abbandonati qua e là (gli stessi che anni prima avevo lasciato io), mi accorgevo di essere ogni volta più disposta a credere che le utopie si realizzano – e che ci stavo lavorando dentro.

Non sempre è semplice indossare tanta romantica giovinezza: deve esserci una combinazione di possibilità lavorative, economiche e di sincera fede nella letteratura per non sentire una ironica distanza tra sé e gli altri. Potevo davvero rimanere seria con chi mi chiedeva perché non considerassi l’opzione di trasformarmi in una traduttrice, scrivere un libro (uno qualsiasi, a quanto pare), o iscrivermi alla Sorbona, nonostante il mio livello di francese continuasse a permettermi solamente di ordinare cappuccini? Forse nessuno dei ragazzi che ho conosciuto quest’estate si trasferirirà a Parigi e gran parte dei progetti di vita che abbiamo condiviso non vedrà mai la luce, ma quella arroganza, quella vibrazione che parte dalle mani e arriva al cielo, le pagine bianche e le cose che farai appena avrai tempo, queste cose significavano un’attitudine che se non ti acceca, ti aiuta a immaginarti diversa.

Un posto in cui puoi ancora credere che tutto quello che desideri si realizzi come per magia serve sempre: in questo caso è una libreria che vende più libri di quanti è capace di ospitarne, che ti culla per giornate intere, che due volte a settimana organizza incontri con i migliori scrittori in circolazione. Questo è un posto in cui la letteratura non è una cosa che devi proteggere, ma una cosa che si frequenta tutti i giorni (a volte piuttosto letteralmente, per dire Sylvia Whitman ha passato il suo secondo Natale con Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e William Burroughs: è questo che significa frequentare la letteratura, qui).

Alla fine era capitato anche a me di assistere a Ethan Hawke che appare a sorpresa e suona una canzone dedicata a Sylvia Whitman, mi ero davvero svegliata e avevo fatto colazione nella stessa cucina con Jeanette Winterson: c’è una dose di magia e serendipità mescolata alla polvere, e le fotografie con cui sono ricoperte le stanze servono a ricordarti che quelle cose erano accadute sul serio. L’ultimo giorno che ho passato qui, dopo aver battuto a macchina la mia biografia perché finisse per perdersi in mezzo alle altre, mi sono seduta sui gradini della cucina, mentre la ragazza con cui avevo condiviso la stanza, Flora, si accingeva a copiare la sua, e ho guardato le pareti piene di libri, la scritta sopra la stanza da letto, “The Museum of the Lost Generation”, e cercato di ricordare la lista delle persone che avevano camminato, dormito, chiacchierato nello stesso luogo.

Solo nell’ultima estate, Zadie Smith aveva letto un capitolo dal suo nuovo Swing Time e Frederick Wiseman aveva annunciato il suo nuovo documentario sulla New York Public Library, poi c’erano stati i reading di Jack Hirshman, Marlon James, Olivia Laing, Michael Chabon e Ayelet Waldman, Aleksandar Hemon, Valeria Luiselli, e decine di altri.

Alla fine della lista ho mentalmente aggiunto il mio nome, quello di Flora e quello di Anneli, una ragazza dall’ossatura fragile e i lineamenti drammatici che avremo lasciato in città. In una città così densamente scritta, dove ogni angolo porta la targa di uno scrittore o di un artista e dove tutto ha la dimensione mastodontica della storia, è ancora possibile scrivere la propria canzone.

Sono serviti dieci anni e un sognatore come George Whitman per riaprire la Shakespeare and Company e a adesso, per mantenere la magia intatta, servono decine di centinaia di ragazzi che chiedono di dormire su materassi di fortuna, si svegliano con le campane di Notre Dame e, dopo aver chiuso il negozio, si raccontano com’è essere a Parigi e sentirsi al centro del mondo.

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Le sfumature della letteratura erotica https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-erotica/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-erotica/#comments Wed, 02 Mar 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30157 L'articolo che segue è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

"Quel che pornografia e oscenità sono dipende, come al solito, interamente dall'individuo. Ciò che per uno è pornografia, per un altro è la risata del genio". Iniziava così la difesa dalle accuse di oscenità e pornografia scritta da D.H. Lawrence nel 1929 all'indomani dello scandalo e delle polemiche suscitate da una mostra di suoi quadri alle Warren Galleries di Londra.

La difesa era un veloce e intelligente saggio dal titolo Oscenità e pornografia e insisteva sulla libertà dell'individuo di decidere rispetto alla folla cosa fosse pornografico e osceno e cosa no. Censurati, processati, mandati al rogo, i romanzi di Lawrence ritornano oggi ad affollare gli scaffali delle librerie a fianco di recentissimi best-seller che come unico comun denominatore con L'amante di Lady Chatterly o L'arcobaleno hanno l'appartenenza all'oggi più che mai vasto e vario genere "letteratura erotica".

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L’articolo che segue è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

“Quel che pornografia e oscenità sono dipende, come al solito, interamente dall’individuo. Ciò che per uno è pornografia, per un altro è la risata del genio”. Iniziava così la difesa dalle accuse di oscenità e pornografia scritta da D.H. Lawrence nel 1929 all’indomani dello scandalo e delle polemiche suscitate da una mostra di suoi quadri alle Warren Galleries di Londra.

La difesa era un veloce e intelligente saggio dal titolo Oscenità e pornografia e insisteva sulla libertà dell’individuo di decidere rispetto alla folla cosa fosse pornografico e osceno e cosa no. Censurati, processati, mandati al rogo, i romanzi di Lawrence ritornano oggi ad affollare gli scaffali delle librerie a fianco di recentissimi best-seller che come unico comun denominatore con L’amante di Lady Chatterly o L’arcobaleno hanno l’appartenenza all’oggi più che mai vasto e vario genere “letteratura erotica”.

Per avere un’idea di cosa sia letteratura erotica sarà a fine novembre in libreria l’accurata Guida alla letteratura erotica. Dal Medioevo ai nostri giorni di Alessandro Bertolotti (Odoya, 336 pagine, 22 euro), utile volume illustrato che fornisce un’affollata panoramica delle opere più importanti, in prosa o versi, mostrando sottogeneri, affinità e correnti.

La guida si ferma alla fine dello scorso millennio, citando tra gli ultimi gli ottimi Camere separate di Pier Vittorio Tondelli, Scritto nel corpo di Jeanette Winterson e Una casa alla fine del mondo di Michael Cunningham, per poi proseguire con una carrellata sulle origini della letteratura omosessuale e su una più recente letteratura transgender.

Ma il panorama più recente del genere erotico è assai più ampio, e di recente allargato dalla comparsa di best-seller erotici da centinaia di milioni di copie. Tra tutti: la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James con 125 milioni di copie vendute nel mondo e più di 5 milioni solo in Italia. A seguire, un’infilata di volumi che pur non raggiungendo il venduto della trilogia di James, si presentano come varianti della fortunata serie, e la nascita o il rilancio di case editrici (dalla Borelli Editore alla Lite Edition) e collane (Sperling Privè di Sperling&Kupfer e Hot secrets di Mondadori) che pubblicano libri hard.

Contemporanei, e sicuramente più validi, sopravvivono romanzi e racconti che fanno dell’erotismo valore aggiunto e non solo espediente per sedurre le masse. Tra i migliori ci sono la raccolta di racconti di Mary Gaitskill Oggi sono tua (che include il racconto “Segretaria” da cui è stato tratto il film di Stephen Shainberg Secretary), La casa dei buchi di Nicholson Baker, Carne viva di Merritt Tierce.

Tutte storie più erotiche che pornografiche, per quanto sia difficile delineare la frattura tra erotismo e pornografia (in letteratura, nel cinema, nella vita), lasciando aperta la domanda: cosa distingue l’erotismo dalla pornografia? Uno dei tentativi di risposta più brillanti sull’argomento è dello scrittore americano Neil Gaiman che in prefazione alla magnifica opera a fumetti in tre volumi di Alan Moore e Melinda Gebbie Lost Girls scrive: “Il confine tra pornografia ed erotismo è ambiguo, e cambia a seconda del punto di vista. Per alcuni forse dipende da cosa ti eccita (ciò per me è erotico, per te è pornografico), per alcuni è una questione sociale (vale a dire l’erotismo è la pornografia per ricchi). Forse ha anche a che fare con la distribuzione — la pornografia in rete è indiscutibilmente porno, mentre un’edizione a tiratura limitata, su carta avorio, comprata da esperti, divisa e rilegata in volumi costosissimi, non può che essere erotica”.

Illuminante sull’argomento, parlando di film e non di letteratura, anche il regista Michael Winterbottom che nel 2004 decise di girare il film 9 Songs per colmare quella che a suo avviso era un’immotivata lacuna del cinema romantico e sentimentale. Così in un’intervista rilasciata nel 2005 alla BBC: “Uno dei punti di partenza di 9 Songs è stato: perché nei film il sesso NON si vede? Moltissimi film sono storie d’amore, perché non raccontare una storia d’amore mostrando due persone che fanno l’amore? Perché si evitano le scene in cui due persone fanno l’amore se è una storia d’amore?”

La letteratura, che racconta a parole e non mostra per immagini, dovrebbe essere per sua natura più incline al sesso del cinema, rischiando meno la squalifica nel ghetto “porno”, anche se di censure e roghi è costellata la storia del romanzo. Di D.H. Lawrence venne bruciato L’arcobaleno, oggi riconosciuto come il suo romanzo migliore, e  fintanto che era in vita i suoi romanzi vennero disprezzati dalla critica, evitati dal grande pubblico, e accettati come capolavori della letteratura del novecento solo parecchi anni dopo la sua morte. Lawrence non usava il sesso a fini commerciali, ma per necessità, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, perché quelle scene lì erano cuore e motore delle sue storie, degli eventi che raccontava, dei suoi personaggi, realistici e vivi. Nel breve saggio D.H. Lawrence scritto due anni dopo la morte dello scrittore, l’allora ventinovenne Anaïs Nin (una delle poche che, malgrado la giovane età, abbia riconosciuto sin dall’inizio la grandezza di Lawrence) insiste sulla fisicità della scrittura.

Nin individua nei romanzi e racconti dello scrittore inglese un “linguaggio fisico” e una “parola fisica”, che mette il corpo prima di ogni altra cosa. L’erotismo, grazie ad autori come Lawrence e Nin, non viene più usato per scandalizzare ma per conoscere.

L’esplorazione ed espressione della sessualità rende più consapevoli di quanto non riesca il ragionamento o la scrittura. Scrive ancora Lawrence nella poesia Il sesso non è peccato…: “Non strappatelo fuori da tali profondità frugando con la sconcezza della mente, non tastatelo e non forzatelo, non infrangete il ritmo ch’esso mantiene quand’è lasciato a sé, nel muoversi e svegliarsi e dormire”. E Nin, sempre nel saggio D.H. Lawrence: “Egli scoprì che il corpo ha aveva i propri sogni, e che ascoltando attentamente questi sogni, arrendendosi ad essi, si poteva evocare il genio”.

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Martin Amis e Julian Barnes: Il falò dell’amicizia https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/#comments Tue, 17 Mar 2015 13:33:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25863 Questo articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

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review-amis-barnes_183401cQuesto articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

Adesso che Einaudi manda in libreria, nel mese di marzo, le opere prime di questi due scrittori inglesi, “Metroland” (Julian Barnes nel 1980 aveva trentaquattro anni, non era un enfant prodige ma aveva incontrato il prodigio in sua moglie Pat) e “Il dossier Rachel” (Martin Amis nel 1973 ne aveva appena ventiquattro, era ancora “il figlio di Kingsley Amis”, beveva, parlava, seduceva, “amato dalle donne e adorato dagli uomini”, diceva Christopher Hitchens), e poiché è tutto cambiato, nel mondo loro e in quello nostro, nelle loro vite, nell’amicizia che non è mai più tornata giovane e forte, è strano accorgersi, trentacinque anni dopo quell’esordio, che “Metroland” racconta la formazione di due ragazzi inseparabili, che condividono tutto e poi si perdono, e dentro il perdersi c’è la vita vera che arriva e non si accontenta di buone battute, sesso raccontato e discussioni politiche. E’ di nuovo l’incrocio tra verità letteraria e biografica, tra ambizione e realtà, ed è anche l’impossibilità, o comunque il fallimento, di applicare teorie all’esistenza (“Quando muoiono le teorie? E perché? Dite pure quel che vi pare, ma finiscono eccome, e per la maggior parte di noi. E’ un unico avvenimento decisivo a ucciderle? Forse per qualcuno. Ma di solito muoiono d’usura, lentamente e sull’onda delle circostanze”, scrisse Barnes nel 1980 in “Metroland”).

Julian Barnes e Martin Amis lavoravano insieme alla redazione letteraria del New Statesman, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Amis era il direttore e assunse Barnes come vice, e attorno a loro giravano gli scrittori e i giornalisti, le ragazze, la scorrettezza politica, il vino, Nabokov, Dickens, l’amore per la lingua e la vigilanza sulle parole. Se qualcuno, soprattutto un amico, usava un’espressione banale, o trita, Amis la sottolineava con una smorfia “di quel labbro possente”. Una volta Christopher Hitchens scrisse “risultato non da poco” in un articolo, e Amis gli inviò una copia dell’articolo con sottolineature a matita, e per molto tempo si rifiutò di leggere “1984” di Orwell perché nella prima pagina contiene le parole “lineamenti rudi ma non sgradevoli”. C’era qualcosa di molto supponente e altezzoso nell’atteggiamento di quel manipolo di scrittori verso il resto del mondo, e Jeanette Winterson (la scrittrice che soffiò per qualche tempo la moglie a Barnes, e che per lei scrisse “The passion”) ricorda di un party, nel 1989, in cui Martin Amis (un “Mick Jagger tarchiato”), Ian McEwan e Salman Rushdie se ne stavano seduti su un divano a chiedersi a voce molto alta da dove sarebbe mai arrivata la prossima generazione di grandi scrittori inglesi. “Da come parlavano, era chiaro che non avevano letto neanche una parola di quello che avevo scritto”, ricorda con rabbia Jeanette, che aveva già ottenuto un successo internazionale, premi letterari importanti ma non l’accettazione da quel gruppo superbo (Barnes non era presente, ma certo non avrebbe speso parole di elogio per lei). Martin Amis era il figlio di uno scrittore, Julian Barnes di due insegnanti, Jeanette Winterson era stata adottata da una coppia pentecostale che viveva in campagna e sperava (soprattutto la madre) di farne una missionaria. Amis era quindi il più abituato alla luce data dalle parole scritte, probabilmente era anche il meno adatto a perdere la testa e, come dice in un’intervista alla Paris Review, a “ricercare la posizione fetale dopo una recensione negativa”. Furono anni intensi, in cui Julian Barnes e Martin Amis fecero molte cose insieme, e la moglie di Barnes, Pat, la ragazza che era arrivata a Londra dal Sudafrica per fare l’attrice (aveva baciato Richard Burton in un film) e di cui tutti dicevano: sembra Katharine Hepburn, e anche: è troppo per Julian, diventò l’agente letterario di Martin, legando ancora più strette le vite dei due amici, le loro discussioni, la competizione e inevitabilmente l’invidia. Ma era bello andare insieme in Israele, durante una visita ufficiale di scrittori, nel 1986, e dopo circa mezz’ora di lezione sulla storia del movimento in favore del kibbutz, vedere Martin Amis alzare la mano per dire: “C’è una cosa che vorrei sapere riguardo all’argomento qui esposto e sono certo che si tratta di un argomento di grande interesse anche per il mio collega Julian Barnes: avete un tavolo da ping pong qui?”. Insieme partecipavano anche a quei famosi pranzi del venerdì (che divennero in fretta la leggenda di un nuovo gruppo Bloomsbury), cominciati a metà degli anni Settanta e promossi con naturalezza da Martin Amis: pranzi di poeti, scrittori, caricaturisti, redattori letterari (mai una donna), e molte importanti sentenze sociali e etiche, dopo lunghe riflessioni: “Il colmo della maleducazione è andare a letto con qualcuno meno di tre volte”. Fu una piccola bohème verso cui gli esclusi fantasticavano con rabbia di monopolio editoriale e trame d’establishment, e in cui Julian Barnes, allora emergente, timido e gentile, stava attento a confermarsi brillante, attento, cinico, ma mai travolgente come Amis e mai donnaiolo. Tutti scrivono, parlando di lui, “devotissimo a Pat”. La conobbe a una festa nel 1978 e il giorno dopo le scrisse un biglietto per invitarla a uscire con lui. Dopo diciotto mesi si sposarono e vissero sempre in una grande casa a nord di Londra: una vita ordinata, senza figli, in cui loro due lavoravano alle stesse ore e si fermavano alla stessa ora per il pranzo e un bicchiere di vino. La sera le cene terminavano sempre mezz’ora prima delle undici e il giorno dopo i loro ospiti ricevevano un biglietto di ringraziamento scritto a mano. Molti anni dopo, in “Livelli di vita”, Barnes ha scritto che lei era “il cuore della mia vita; la vita del mio cuore”, e che quando è morta, trent’anni dopo il loro primo incontro, il mondo ha perso il suo colore e lui voleva uccidersi. “Non sopportavo il rumore, né lo spettacolo di tanta placida normalità: altri autobus carichi di persone indifferenti alla morte di mia moglie. Costringevo gli amici a incontrarmi fuori dal teatro per farmi accompagnare al mio posto, come un bambino”.

Era tutto cambiato, fra Barnes e l’amore, fra Barnes e Amis e l’amicizia. I livelli di vita si erano scomposti e niente poteva rimetterli dov’erano prima. Mancavano le persone per aggiustare tutto, non si poteva tornare al proprio posto. Pat, la donna più organizzata del mondo, lasciò alcuni oggetti agli amici più cari. A Jeanette Winterson e a Martin Amis niente. Ma questi eventi lasciano tracce, e Martin Amis in “Esperienza” ha raccontato in parte quel 1995, l’anno in cui aveva da pochi mesi abbandonato la sua agente, Pat Kavanagh, la stupenda moglie del suo amico gentile che nel frattempo era diventato uno scrittore di successo, e l’aveva lasciata perché non era stata capace di trovargli abbastanza soldi. Amis aveva bisogno di cinquecentomila sterline per “L’informazione”. Le pretendeva, per ragioni terribili e vanitose insieme, e molti anni dopo ha detto che era pentito ma che non aveva avuto nessuna possibilità di scegliere e il mondo letterario attorno a lui fu felice di scandalizzarsi, di dare la colpa alla nuova moglie ricca, alla mania di rifarsi i denti, a un nuovo modo di vivere più hollywoodiano che inglese. L’agente con cui Amis tradì Pat (e Barnes) era soprannominato “lo sciacallo” e riuscì, dopo lunghe trattative, a far avere a Amis un contratto da mezzo milione di sterline, proprio all’inizio del 1995, il 12 gennaio. Fu quella la data che Julian Barnes mise sulla lettera che spedì a Martin, e che chiuse con: Vaffanculo. “La mia prima reazione fu un senso di colpa per averlo ridotto a scrivere una cosa tanto brutta. Oltre che screditante. Cristo, pensai: non devo essergli mai piaciuto. La lettera mi portò a mettere in dubbio la sostanza, per non parlare del valore, di quella amicizia che veniva a interrompere”. La lettera di Barnes resterà per sempre copyright di Barnes e non la leggeremo. “L’ultima volta che avevo perso un amico ero ancora un bambino”, scrive Amis, che un anno dopo cercò di riavvicinare Barnes, ricevendone indietro un secco rifiuto articolato, “con elementi che tendevano a confermare la mia sensazione, e cioè che i veri problemi risalissero a episodi di gran lunga precedenti al 1995”. Poteva esserci, in quel brusco addio, il riconoscimento di tratti di sé in uno dei due personaggi raccontati da Amis ne “L’informazione”? (alcuni estratti erano già stati pubblicati da “Granta” nel 1994). Poteva Julian Barnes riconoscersi in Gwyn, il mediocre di successo, figlio di un maestro di scuola, che cercava ossessivamente sui giornali, anche negli annunci immobiliari, il proprio nome? Probabilmente è soltanto un pettegolezzo editoriale utile a eccitare altri scrittori e giornalisti, a evocare somiglianze tra la grande casa di Gwyn a Holland Park e la grande casa di Julian Barnes e Pat Kavanagh, ma quella dicotomia tra il Romanziere di Successo a metà anni Novanta e il Romanziere Indimostrato a metà anni Novanta (il meraviglioso personaggio di Richard), uno che viaggia in classe turistica e l’altro in prima classe mangiando tartine al caviale, è entrata per sempre a far parte della letteratura sull’invidia. Richard piange pensando a Gwyn. Richard desidera la morte di Gwyn. Richard torna a casa e vede sua moglie inginocchiata davanti a Gwyn.

L’informazione è la massa di notizie che cerchiamo e che ci cerca e ci rende folli di invidia per i successi degli altri, avidi di nuove notizie, presagi di fallimento. L’informazione sono le meschinerie. Le informazioni a volte bastano per rovinare le amicizie dalle fondamenta, a poco a poco le rosicchiano, le insidiano e se non sappiamo liberarcene le distruggono per sempre. I giornali hanno scritto che Julian Barnes e Martin Amis si sono ritrovati, molti anni dopo, avendo anche finalmente superato entrambi la crisi di mezz’età, e avendo usato le loro vite, le loro invidie, i dolori e la morte per farne letteratura. Ma Amis scrisse in “Esperienza” (pubblicato nel 2000) che sentiva fra le dita, mentre scriveva del “vaffanculo” di Barnes, “un brivido di avversione”. “E’ stato detto che ho voltato le spalle a un amico e non è vero. Non sono io quello che volta le spalle”. E Julian Barnes, vent’anni prima, raccontando in “Metroland” l’amicizia inglese tra Chris e Toni e la loro scoperta del mondo e il fantasticare sul futuro, concluse così: “Toni, ormai, non lo vedo quasi più”.

 

Julian Barnes
Metroland
Einaudi
Traduzione di Daniela Fargione

Martin Amis
Il Dossier Rachel
Einaudi
Traduzione di Federica Aceto

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Non dimenticare la propria storia https://minimaetmoralia.it/interviste/recensione-che-dio-ci-perdoni-am-homes/ https://minimaetmoralia.it/interviste/recensione-che-dio-ci-perdoni-am-homes/#respond Thu, 25 Jul 2013 13:49:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14794 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.

“Non voglio scrivere storie che si limitino a documentare la vita quotidiana”, mi dice Homes in una sala da tè di New York a pochi passi da Washington Square. “Per me scrivere è andare oltre”, dice. “Scrivendo cerco di portare all’estremo il confine di ciò che è reale e possibile. Quello che cerco di fare è dare una lettura culturale e sociale del dove stiamo andando. E spesso le storie che racconto finiscono per diventare realtà”.

Perché fare innamorare il suo protagonista proprio di Nixon?

Ottima domanda. Innanzitutto perché sono cresciuta a Washington D.C. e Nixon è stato presidente per gran parte della mia infanzia, per cui sono abbastanza informata sull’argomento. Poi trovo sia un personaggio affascinante. E tenebroso, complicato, irrisolto. Si possono condividere o meno le sue scelte, ma la sua psicologia resta comunque molto interessante. E in ultimo non andrebbe dimenticato che è lui ad avere aperto l’America alla Cina.

La memoria storica è anche uno dei temi dominanti del libro.

Sì, mi sta a cuore l’idea che la gente non debba dimenticare la propria storia. Ma l’America non sembra così interessata alla memoria.

Dov’è esattamente la casa di questo suo romanzo?

Nel Westchester County, a sudest di New York. La cittadina è inventata ma è un mix di due città: Bronxville e Larchmont. Non sono nemmeno lontane tra loro. E distano mezz’ora da qui.

Come in Musica per un incendio, la casa a un certo punto sembra diventare la vera protagonista della storia.

Sì, e nella mia mente è anche la stessa casa di Musica per un incendio. La gente che ci abita è diversa, ma la casa me la immagino uguale. Ed è una casa che esiste veramente. Conoscevo una famiglia che a un certo punto era andata a vivere fuori New York, e andavo spesso a trovarli, in una casa come questa. È interessante come le cose stagnino nella mente e poi vengano a galla quando scrivi. Per cui le cose che inventi finiscono per diventare reali, o quantomeno non poi così distanti dalla realtà.

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La promessa sprecata della fantascienza https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-promessa-sprecata-della-fantascienza/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-promessa-sprecata-della-fantascienza/#comments Mon, 02 Aug 2010 07:42:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2788 Nel 1973 L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon ottenne il premio Nebula, il più alto riconoscimento esistente nel campo un tempo conosciuto come “fantascienza” – un termine che adesso è ormai quasi del tutto dimenticato. Scusate, stavo solo fantasticando. Nel nostro mondo Lenny Bruce è morto, mentre Bob Hope tira avanti.

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di Jonathan Lethem

Nel 1973 L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon ottenne il premio Nebula, il più alto riconoscimento esistente nel campo un tempo conosciuto come “fantascienza” – un termine che adesso è ormai quasi del tutto dimenticato.
Scusate, stavo solo fantasticando. Nel nostro mondo Lenny Bruce è morto, mentre Bob Hope tira avanti. E anche se L’arcobaleno della gravità fu davvero candidato al Nebula nel 1973, venne escluso in favore di Incontro con Rama di Arthur C. Clarke, che lo scrittore Carter Scholz, in una recensione, giustamente ritenne “più che un romanzo, uno schema strutturale in prosa”. La candidatura di Pynchon rimane adesso come una pietra tombale nascosta che segna la morte della speranza che la fantascienza stesse per fondersi con la letteratura di vasto consumo.

Quella speranza era nata nei cuori di scrittori che, senza alcun incoraggiamento particolare da parte del più vasto ambiente letterario, per un breve periodo trascinarono il genere sull’orlo della rispettabilità. La fantascienza di avanguardia degli anni Sessanta e Settanta spesso si ubriacava di parole, applicava per amore o per forza tecniche moderniste ai vecchi temi del genere, aggiungeva per compensazione manciate di alienazione e sessualità a personaggi che avevano appena messo da parte il loro regolo calcolatore. Ma l’avanguardia rese anche possibili libri come Dhalgren di Samuel Delany, Un oscuro scrutare di Philip K. Dick, I reietti dell’altro pianeta di Ursula LeGuin, e 334 di Thomas Disch – opere paragonabili alla migliore narrativa americana degli anni Settanta, a prescindere da etichette, categorie e generi. In un accesso di ambizione, la fantascienza vagheggiò perfino l’idea di ribattezzarsi “affabulazione speculativa”, un termine da critica letteraria che era al tempo stesso pretenziosamente stupido e perfettamente azzeccato.

Perché quello che rende la fantascienza stupenda e complicata è quel misto di speculazione e di favoloso: la fantascienza è al tempo stesso narrativa di pensiero e narrativa di sogno. Per i primi sessanta e passa anni del secolo la narrativa americana era stata carente proprio di quegli attributi che la fantascienza offriva in abbondanza, per quanto in modo rozzo. Mentre all’estero affabulatori come Borges, Abe, Cortazar e Calvino fiorivano, qui da noi una vena di puritanesimo letterario bandiva dall’ambito della rispettabilità la scrittura fantasiosa e surreale. Un altro riflesso tipico, quell’anti-intellettualismo che impone che i romanzieri non debbano pontificare, estrapolare o teorizzare, ma solo mostrare e percepire, significava che il romanzo di idee era stato per molti anni dominio pressoché esclusivo di, uhm, Norman Mailer. Per di più, una certa riluttanza da parte del mondo umanistico a riconoscere l’impulso tecnocratico che stava trasformando la cultura contemporanea aveva trascurato alcuni temi. Per decenni la fantascienza colmò questa lacuna, e nel corso di quei decenni i suoi scrittori vi aggiunsero caratterizzazione, ambiguità e riflessività, aiutandola a raggiungere qualcosa di simile alla maturità letteraria, o almeno alla capacità di tirare fuori un occasionale capolavoro.

Ma durante il percorso che conduceva alla rivoluzione accadde qualcosa di strano. Negli anni Sessanta, proprio mentre i migliori scrittori di fantascienza cominciavano a rendere superflua la domanda se la fantascienza potesse essere letteratura, il romanzo letterario americano cominciò ad aprirsi ai modi che aveva escluso. Scrittori come Donald Barthelme, Richard Brautigan e Robert Coover ridiedero una collocazione al fantasioso e al surreale, mentre altri come Don DeLillo e Joseph McElroy cominciarono a competere con la tecnocultura emergente. William Burroughs e Thomas Pynchon fecero un po’ entrambe le cose. Il risultato fu che la necessità di riconoscere le doti della fantascienza perse importanza. Perché cercare in quelle sgargianti edizioni economiche ciò che era a disposizione in vesti rispettabili? Perciò quello che ne derivò fu più che altro il rifiuto, o l’indifferenza, da parte della critica.
Nel frattempo, al di là delle mura del genere-ghetto, era in atto una riduzione. Anche se la posta in gioco non era proprio così decisiva, è difficile non vedere un’affinità fra i tentativi di autoliberazione della fantascienza e quelli di altri movimenti per l’uguaglianza che raggiunsero il massimo della loro forza politica nello stesso periodo, e poi si rifugiarono nella politica dell’identità. Temendo la perdita di una distintiva identità di opposizione e risentita per il mancato accesso alla torre d’avorio, la fantascienza fece un passo indietro, allontanandosi dalle sue più vaste aspirazioni letterarie. Non che negli anni seguenti non sia stata scritta della fantascienza di talento, ma con poche importanti eccezioni quei lavori vennero sopraffatti negli scaffali (e nelle votazioni dei premi) da una fantascienza reazionaria tanto orrenda artisticamente quanto comodamente familiare.

Negli anni Ottanta, il cyberpunk fu considerato un segno di speranza, per il suo vigore, la sua raffinatezza, la prontezza sensoriale con cui aveva recepito il cambiamento delle nostre concezioni del futuro. Ma anche i migliori scrittori cyberpunk per la maggior parte spacciavano per trascendenza fantasie di ribellione sorprendentemente machiste e regressive, e il vigore e la raffinatezza erano bazzecole per quelli che ricordavano la matura profondità delle migliori opere dell’avanguardia. In ogni caso, il meglio del cyberpunk fu presto sommerso a sua volta da sbiadite e lacere fotocopie di fantasie adolescenziali di potenza che erano già molto, molto vecchie.

E così siamo arrivati ai nostri giorni. In cui, nonostante tutto, viene ancora prodotta della fantascienza che meriterebbe maggiore attenzione da parte dei fruitori di letteratura. La sua visibilità, però, dopo il fallimento dell’idea che la fantascienza debba e possa identificarsi con la letteratura, è nella migliore delle ipotesi piuttosto scarsa. Gli autori letterari di fantascienza esistono adesso in un mondo marginale, né rispettabile né commercialmente vitale. Le loro opere annegano in un mare di spazzatura nelle librerie, mentre gran parte della promessa della fantascienza viene realizzata altrove da scrittori troppo intelligenti o incuranti per preoccuparsi della sua identità stigmatizzata. L’incapacità della fantascienza di presentare la sua faccia migliore, di guadagnarsi un rispetto adeguato, non è stato mai così tragica come adesso che dall’esterno ci si appropria tanto regolarmente dei suoi punti di forza. In una cultura letteraria in cui Pynchon, DeLillo, Barthelme, Coover, Jeanette Winterson, Angela Carter e Steve Erickson sono autorità in ascesa, la divisione non è forse priva di significato?
Ma le tradizioni letterarie che sostengono quella divisione non sono tutto. Tra i fattori schierati contro l’accettazione della fantascienza come scrittura seria, per un osservatore esterno nessuno è più evidente di questo: i libri sono maledettamente brutti. E il peggio è che sono tutti brutti allo stesso modo, così non puoi distinguere quelli destinati agli adulti da quelli destinati ai dodicenni. Purtroppo, questa confusione è intenzionale, e la spiegazione ci riporta alla metà degli anni Settanta.

È ormai un luogo comune nella critica cinematografica dire che George Lucas e Steven Spielberg insieme hanno condotto a un arresto rovinoso il decennio più progressista e interessante del cinema americano dagli anni Trenta in poi. La cosa strana è che il medesimo duo riveste il ruolo dei “cattivi” pure nella tragedia della fantascienza, anche se possiamo aggiungervi un terzo nome, quello di J.R.R. Tolkien. Il vasto successo popolare delle immagini e degli archetipi forniti da questi tre dotti della letteratura per l’infanzia ha moltiplicato per mille il mercato della Sci-Fi, una versione fumettificata, castrata e profondamente nostalgica della nascente letteratura. Quella che era stata una nicchia editoriale trascurabile ed eccentrica, alla quale era stato consentito di proseguire per il suo cammino inoffensivo, era adesso una potenziale gallina dalle uova d’oro. (Ricordate quando Star Trek venne resuscitato dall’oggi al domani, un cult televisivo moribondo improvvisamente al centro della cultura popolare?) Man mano che la posta in gioco saliva, gli operatori di mercato piantavano le tende sul territorio: per un comodo paragone, pensate ai cloni del grunge rock dopo i Nirvana. Furono prodotti libri capaci di venire incontro a questo nuovo appetito vasto e superficiale – libri scadenti, a milioni – e i libri di qualità vennero riconfezionati per adeguarsi al paradigma. Via le copertine hippie-surrealiste degli anni Sessanta, con le loro promesse di astrazioni e ambiguità da adulti. Avanti con quello stile plumbeo e banale così perfettamente detestabile per l’acquirente di opere letterarie. La perfetta copertina-tipo di un libro di fantascienza dal 1976 in poi è suppergiù la copia esatta, direi, del manifesto originale di Guerre stellari. Gli uomini del futuro tornavano a pensare con le spade – beninteso, con le spade laser. Questo tradimento passivo avrebbe avuto più senso se il tipico scrittore di fantascienza letteraria ci avesse guadagnato davvero qualcosa in termini di denaro. Invece, questo atteggiamento è ancora ripagato troppo spesso da compensi che somigliano a quelli di un poeta, un poeta senza cattedra universitaria, intendo.
Altri ostacoli all’accettazione sono nascosti nella cultura della fantascienza, un po’ come agguati su una strada dove non passa nessuno. Oltre a essere un genere letterario o una moda, la fantascienza è anche un terreno ideologico. Chiunque l’abbia percorso ha familiarità con i suoi dogmi: la colonizzazione dello spazio è auspicabile; il razionalismo prevarrà sulla superstizione; il cyberspazio ha la capacità di trasformare la coscienza individuale e collettiva. Ingolfarsi nei meandri di questa eredità ha avuto come risultato opere di genio – Barry Malzberg che appanna il fascino dell’astronautica, J.G. Ballard che gongolando distrugge la presunzione che la tecnologia derivi dal razionalismo, James Tiptree Jr. (nata Alice Sheldon) che sostituisce il corpo e i suoi istinti in un discorso fin troppo disincarnato. Ma la pressione contro gli eretici può essere sorprendentemente forte, in quanto riflette la sete emotiva di solidarietà all’interno di gruppi emarginati. Perché la fantascienza può anche fungere da club, i cui membri condividono il risentimento degli esclusi e una passione protettiva per le storie che fioriscono nell’immaginazione di un dodicenne ma avvizziscono al primo contatto con un cervello adulto. Con il suo amore incondizionato per il proprio strato di paccottiglia, la fantascienza può essere tanto postmoderna quanto i sogni di Frederic Jameson, ma è anche tanto sentimentale nei propri confronti quanto una combriccola di vecchi amici o una famiglia.

La marginalità, va detto, non è sempre il male peggiore per gli artisti. Il silenzio, l’esilio, l’astuzia restano gli alleati di uno scrittore, e i generi disprezzati sono stati una fonte abbondante di esilio per intere generazioni di narratori americani iconoclasti. E naturalmente al pubblico alternativo dà sempre fastidio vedere che il loro culto preferito sta diventando troppo popolare. Ma un’arte emarginata rischia di cadere in una ricercata autoreferenzialità se resiste troppo energicamente all’inserimento. I rimasugli del jazz che rifiutarono la trasformazione del bebop sono quei tizi in completo gessato che suonano il dixieland, e il campo della fantascienza separata-ma-disuguale successiva agli anni Settanta, che si compiace del proprio lignaggio e feticizza il proprio ripudio, a volte somiglia terribilmente al dixieland – altrettanto raffinato, altrettanto calcificato, altrettanto dolcemente irrilevante.
Se la scrittura di qualità viene trascurata a causa delle barriere fra i generi, pazienza – la scrittura di qualità resta non letta per un mucchio di ragioni. Il vero peccato è che tante pagine restino non scritte, che tanti artisti interiorizzino il pregiudizio trasformandolo in disastrosa insicurezza. La grande arte si realizza per lo più quando i creatori vengono incoraggiati a credere che le loro opere possano avere un valore. Forse un Phil Dick avrebbe imparato a rivedere le sue prime stesure invece di scaraventarle alla disperata sul mercato se La svastica sul sole fosse stato riconosciuto dai critici letterari del 1964? Forse altri cinque o dieci Phil Dick appena usciti dal nido sarebbero apparsi poco dopo? Non lo sapremo mai. E vi sono costi artistici anche sull’altro lato della frattura. Prendiamo Kurt Vonnegut, che cercando di schivare le umiliazioni dell’etichetta di fantascienza ha apparentemente rinunciato al carburante iconografico che aveva alimentato le sue opere migliori.

Quale potrebbe essere un modello meno prevenuto su cui impostare il rapporto della fantascienza con il più ampio contesto della letteratura? Be’, a nessuno piace essere etichettato come scrittore sperimentale, eppure la scrittura sperimentale prospera in tranquille sacche del panorama letterario – e, per quanto abbia pochi lettori, le è riconosciuto il suo posto. Quando viene rivendicata maggiore attenzione verso questo o quello scrittore sperimentale – Dennis Cooper, diciamo, o Mark Leyner – queste rivendicazioni non vengono respinte con argomenti che sono, letteralmente, categorici.
La fantascienza potrebbe chiedere questo: che i suoi scrittori più ermetici o intransigenti vengano rispettati perché accontentano la loro ristretta platea di appassionati, che i suoi astri nascenti ottengano pari opportunità di comparire sulla scena principale. Un’altra cosa che manca è una teoria dei Grandi Libri per la fantascienza post-anni Settanta, che imponga uno scaffale di Disch, Ballard, Dick, LeGuin, Samuel Delany, Russell Hoban, Joanna Russ, Geoff Ryman, Christopher Priest, David Foster Wallace – oltre a libri come The Heat Death of the Universe di Pamela Zoline, Futuro in trance di Walter Tevis, L’occhio insonne di D.G. Compton, Memories of Amnesia di Lawrence Shainberg, Easy Travel to Other Planets di Ted Mooney, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, e Dream Science di Thomas Palmer, come modello di riferimento. Una teoria del genere dovrebbe anche gettare nella spazzatura molti dei “classici” del genere, votati all’autocelebrazione ma ormai arcaici.
I lettori di domani, nati in città distopiche, istruiti sui computer e imbevuti di ricorsività mediatiche dell’iconografia della fantascienza, non faranno caso se i romanzi che leggono sono ambientati nel futuro o nel presente. Scaltriti loro stessi, non gli interesserà se alcuni personaggi blaterano in gergo hi-tech e altri no. Alcuni di questi lettori, tuttavia, passeranno gradualmente dalla voglia di romanzi che lusingano e assecondano le loro fantasie a quella brama per i romanzi che provocano, turbano e creano complessità mediante una manipolazione di quelle stesse voglie narrative. Impareranno ad apprezzare la differenza, diciamo, tra Terry McMillan e Toni Morrison, tra Tom Robbins e Thomas Pynchon, tra Roger Zelazny e Samuel Delany – distinzioni sempre troppo ambigue per essere operate nelle categorie degli editori, o sugli scaffali delle librerie.

Naturalmente, in mancanza di una riconfigurazione utopica dell’apparato editoriale, librario e recensorio, la barriera – quantunque sempre più contestata e assurda – resterà dov’è. Tuttavia, possiamo sognare. Il Premio Nebula del 1973 sarebbe dovuto andare a L’arcobaleno della gravità, quello del 1977 a Ratner’s Star di DeLillo. Di lì a poco, il concetto di fantascienza avrebbe dovuto essere delicatamente e amorosamente smantellato, e gli scrittori avrebbero dovuto disperdersi: da una parte i visionari per bambini, da un’altra gli scrittori di thriller con la fissazione delle macchine, da un’altra ancora gli adattatori di film sia reali che immaginari. E, soprattutto, un lacero manipolo di affabulatori speculativi eroicamente resistenti e ambiziosi si sarebbero dovuti imbarcare per gli ardui regni della narrativa che è fuori dalle classifiche e dalle categorie. E là – non svegliatemi adesso, questa mi piace proprio – sarebbero stati i benvenuti.

© Jonathan Lethem, minimum fax

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