Jeremy Bentham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jeremy-bentham/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Jan 2017 14:03:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jeremy Bentham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jeremy-bentham/ 32 32 Prigionieri https://minimaetmoralia.it/interventi/prigionieri/ https://minimaetmoralia.it/interventi/prigionieri/#comments Tue, 03 Jan 2017 13:49:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33312 Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

L'articolo Prigionieri proviene da Minima et Moralia.

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Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

***

Ho alzato al telefono e ho capito subito che eri tu a chiamare così all’improvviso, dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi. (Due giorni dopo le elezioni e il ritorno di Berlusconi.) La velocità con cui identifichiamo una voce familiare che arriva a sorpresa è confortante, ma ha anche un che di misterioso. Perché le misure, le unità che adoperiamo per calcolare la distinzione chiarissima che separa una voce da un’altra, non sono mai state formulate, non hanno nome. Non sono codificate. Di questi tempi, è sempre più raro che qualcosa non lo sia.

Così mi chiedo se non ci siano altre misure, altrettanto inespresse e precise, con cui calcoliamo altri fattori. Ad esempio, la quantità di libertà circostanziale che esiste in una data situazione, la sua ampiezza, la rigidità dei suoi limiti. I carcerati diventano esperti in materia. Sviluppano una sensibilità particolare per la libertà, non in quanto principio, ma in quanto sostanza granulare. Colgono un frammento di libertà quasi immediatamente, ovunque si presenti.

***

In un giorno normale, quando non succede niente e le crisi annunciate ora dopo ora sono le solite– e i politici proclamano per l’ennesima volta che senza di loro sarebbe una catastrofe – la gente si incrocia per strada e si scambia degli sguardi, e con alcuni di questi sguardi verificano se gli altri stanno contemplando la stessa cosa che si ripetono loro: allora è questa la vita!

Spesso è proprio così, e in questa condivisione primaria c’è una specie di solidarietà, prima ancora che si dica o si aggiunga altro.

Sto cercando le parole per descrivere il periodo storico in cui stiamo vivendo. Dire che è senza precedenti significa poco, perché tutti i periodi sono stati senza precedenti da quando è stata scoperta la storia.

Non sto cercando una definizione complessa – molti pensatori, come Zygmunt Bauman, si sono occupati di questo compito essenziale. Non sto cercando nulla più che un’immagine figurativa che funga da pietra miliare. Le pietre miliari non si spiegano completamente da sé, ma offrono un punto di riferimento che può essere condiviso. In questo senso sono simili ai presupposti impliciti contenuti nei proverbi. Senza pietre miliari si corre il rischio umano di girare in tondo.

***

La pietra miliare che ho trovato è il carcere. Niente di meno. Noi, cittadini di tutto il mondo, viviamo in un carcere.

La parola noi, quando viene stampata o pronunciata allo schermo, è diventata sospetta, perché viene costantemente usata da chi detiene il potere per sostenere demagogicamente di parlare anche per coloro a cui il potere è negato. Proviamo a parlare di noi come di un “loro”. Vivono in carcere.

Che tipo di carcere è? Come è costruito? Dove si trova? O sto usando questo termine solo come una metafora?

No, non è una metafora – la carcerazione è reale, ma per descriverla occorre pensare storicamente.

Michel Foucault ha mostrato in modo molto chiaro che il penitenziario è un’invenzione dell’epoca a cavallo fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, intimamente legata alla produzione industriale, alla fabbrica, e alla filosofia utilitaristica. Prima c’era la galera, un’estensione delle gabbie e delle segrete. Ciò che distingue il penitenziario è la quantità di prigionieri che riesce a contenere – e il fatto che sono tutti costantemente sorvegliati grazie al modello del panopticon, concepito da Jeremy Bentham, che ha introdotto nella filosofia morale i principi della contabilità.

La contabilità prevede che si tenga traccia di ogni transazione. Di qui deriva la pianta circolare del penitenziario, con le celle disposte intorno alla torretta di guardia al centro. Bentham, che è stato anche il tutore di John Stuart Mill agli inizi del diciannovesimo secolo, è stato il più grande difensore utilitarista del capitalismo industriale.

Oggi, nell’era della globalizzazione, il mondo è dominato da un capitale non industriale ma finanziario, e i dogmi che definiscono la criminalità, così come le logiche della carcerazione, sono cambiati radicalmente. I penitenziari esistono ancora, e se ne costruiscono sempre di più. Ma le mura delle carceri hanno uno scopo diverso. Ciò che fa di una zona un luogo d’incarceramento è cambiato.

***

Vent’anni fa ho scritto con Nella Bieski A Question of Geography, un testo teatrale sui gulag. Nel secondo atto, uno zek (un prigioniero politico) spiega a un ragazzino che è appena arrivato le scelte disponibili in un campo di prigionia, i limiti di ciò che può essere scelto. Quando ti trascini verso la cuccetta dopo una giornata a lavorare nella taiga, dopo aver marciato per ore mezzo morto di fame e di stanchezza, ti viene consegnata una razione di pane e minestra. Sulla minestra non hai scelta – va mangiata finché è calda, o perlomeno finché è tiepida. Sui quattrocento grammi di pane hai una scelta. Ad esempio, puoi dividerli in tre parti: una da mangiare subito, con la minestra, una da masticare prima di andare a dormire, l’ultima da conservare fino al mattino alle dieci, quando starai già lavorando da ore nella taiga e lo stomaco vuoto ti sembrerà un macigno in pancia.

Svuoti una carriola piena di sassi. Non avevi scelta –fin qui dovevi spingerla. Ma ora è vuota e hai una scelta. Puoi riportarla indietro come all’andata; oppure – se sei intelligente, e il bisogno di sopravvivere rende intelligenti – la porti così, tenendola quasi dritta. Se scegli il secondo metodo offri un po’ di riposo alle spalle. Se sei uno zek e ti nominano caposquadra, hai la scelta se diventare un secondino o non dimenticarti mai che sei uno zek.

I gulag non esistono più. Però milioni di persone lavorano in condizioni che non sono molto diverse. È solo cambiata la logica penitenziaria applicata ai lavoratori e ai criminali.

All’epoca dei gulag, i prigionieri politici venivano classificati come criminali e ridotti in schiavitù. Oggi milioni di lavoratori sfruttati brutalmente vengono ridotti allo stato di criminali.

L’equazione dei gulag – “criminale = schiavo” è stata riscritta dal neoliberismo come “lavoratore = criminale nascosto”. La nuova formula esprime tutto il dramma delle migrazioni globali; chi lavora è un criminale latente. Basta un’accusa perché si riveli colpevole di voler sopravvivere a tutti i costi.

Più di sei milioni di donne e uomini messicani lavorano negli Stati Uniti senza documenti, e sono pertanto illegali. Un muro di cemento di oltre mille chilometri e un muro “virtuale” di quasi duemila torrette di guardia sono previsti per il confine col Messico. Dei modi di aggirarli – tutti molto pericolosi – saranno, ovviamente, trovati.

Il capitalismo industriale, che dipendeva dalla produzione e dall’industria, e il capitalismo finanziario, che dipende dalla speculazione sul libero mercato e dai prodotti creditizi, prevedono aree d’incarcerazione diverse. Le transazioni finanziarie di tipo speculativo ammontano ogni giorno a 1.300 miliardi di dollari, cinquanta volte la totalità degli scambi commerciali. La prigione oggi copre tutto il pianeta e i suoi diversi rami possono essere chiamati cantiere, campo profughi, centro commerciale, periferia, ghetto, ufficio, favela, sobborgo. L’essenziale è che tutti quelli che si trovano incarcerati in quei luoghi sono compagni di carcere.

***

È la prima settimana di maggio e in collina, in montagna, sui viali e intorno ai cancelli dell’emisfero settentrionale, le foglie degli alberi cominciano a spuntare. Non solo le loro sfumature di verde sono ancora perfettamente distinte: si ha l’impressione che anche le singole foglie lo siano, e ci si trova di fronte a miliardi – ma no, non miliardi (la parola è corrotta dai dollari), ci si trova di fronte a una moltitudine infinita di foglie nuove.

Per i carcerati, i piccoli segnali visibili della continuità della natura sono sempre stati una fonte di incoraggiamento segreto. Lo sono ancora.

***

Oggi lo scopo di quasi tutte le carceri (fisiche, elettroniche, sorvegliate, interrogatorie) non è di tenere dentro i carcerati per correggerli, ma di tenerli fuori per escluderli.

Quasi tutti gli esclusi non hanno nome – per questo le forze di sicurezza sono ossessionate dall’identità. Non hanno neppure numero, e per due ragioni. Primo, perché le loro quantità oscillano; ogni carestia, ogni disastro naturale, ogni intervento militare (ora si dice missione di pace) può ridurne oppure aumentarne la moltitudine. In secondo luogo, perché calcolarne il numero significherebbe riconoscere il fatto che gli esclusi costituiscono la maggior parte degli esseri umani che vivono sul pianeta – e riconoscere questo fatto significa rendersi conto che è assurdo.

***

Vi siete accorti che i piccoli oggetti di consumo sono sempre più difficili da estrarre dalla confezione e dal cellophane? È successo qualcosa di simile alle vite di chi ha un lavoro redditizio. Chi ce l’ha, e non è povero, si trova a vivere in uno spazio molto ridotto che concede sempre meno scelte – tranne quella sempre rinnovata fra obbedienza e disobbedienza. Le ore lavorative, il luogo di residenza, le esperienze e le capacità acquisite in passato, la salute, il futuro dei figli, tutto ciò che non riguarda direttamente la funzione per cui si è impiegati deve prendere un posticino in seconda fila dietro alle esigenze imprevedibili e sconfinate del profitto. La rigidità di questa regola si chiama flessibilità. In prigione, le parole si capovolgono.

La pressione allarmante di certi ambienti lavorativi ha costretto i tribunali giapponesi a riconoscere e definire un nuovo termine di medicina legale – “morte per eccesso di lavoro”.

Nessun altro sistema, si dice a chi ha un lavoro redditizio, potrà funzionare. Non ci sono alternative. Prendi l’ascensore. L’ascensore è una piccola cella.

Da qualche parte nella prigione osservo una bambina di cinque anni che fa lezione di nuovo in una piscina municipale. Indossa un costume blu scuro. Sa nuotare ma non ha ancora la sicurezza di farlo da sola, senza sostegno. La maestra la porta all’estremità della vasca dove l’acqua è più profonda. La bambina salta in acqua aggrappandosi a un bastone sorretto dalla donna. È un modo di farle superare la paura dell’acqua. L’hanno fatto anche ieri.

Oggi vuole che la bambina si tuffi senza reggersi al bastone. Uno, due, tre! Lei salta, ma all’ultimo momento afferra il bastone. Nessuno dice una parola. La donna e la bambina scambiano un sorriso fugace – paziente l’una, vergognosa l’altra.

La bambina si issa sulla scaletta della piscina e torna al trampolino. Ancora!, esclama. Salta con le braccia lungo i fianchi, senza reggersi a nulla. Quando emerge in superficie si trova la punta del bastone proprio davanti al naso. Con un paio di bracciate raggiunge la scaletta senza aggrapparsi.

Sto sostenendo che la bambina col costume blu scuro e la maestra di nuoto coi sandali sono delle carcerate? Di certo nel momento in cui la bambina è saltata senza bastone, nessuna delle due lo era. Però se penso agli anni che verranno, o guardo indietro a quelli già trascorsi, nonostante ciò che descrivo, entrambe rischiano di diventare o di tornare ad essere carcerate.

***

Pensiamo alla struttura di potere del mondo che ti circonda, al funzionamento dell’autorità. Ogni tirannide trova un’attrezzatura di controllo a forza di improvvisazioni. È per questo che spesso non viene riconosciuta sin da subito come tale.

Le forze di mercato che dominano il mondo affermano di essere inevitabilmente più forti di qualunque stato nazionale. Questa affermazione è più vera ogni minuto che passa. Con ogni telefonata non richiesta che prova a convincerti a sottoscrivere un piano pensionistico privato, con ogni ultimatum dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Il risultato è che i governi, perlopiù, hanno smesso di governare. Non indirizzano più un paese verso una direzione che hanno scelto. La parola “orizzonte”, con quella promessa di una speranza futura, è svanita dal discorso politico tanto a destra quanto a sinistra. L’unica cosa su cui si può ancora discutere è come misurare ciò che già c’è. I sondaggi d’opinione sostituiscono la direzione e il desiderio.

I governi non sono più timonieri ma mandriani. (Nelle prigioni statunitensi “mandriano” è uno dei termini con cui vengono definiti i secondini.)

Nel diciannovesimo secolo, il carcere a vita era definito, positivamente, come “morte civile”. Due secoli dopo i governi impongono – con la legge, con la forza, col ricatto economico amplificato dai media – una morte civile di massa.

***

Ma vivere sotto un tiranno in passato non era una forma di prigionia? Non nel senso che sto descrivendo. Ciò che si vive oggi è nuovo per via del rapporto che ha con lo spazio.

È qui che il pensiero di Zygmunt Bauman è illuminante. Bauman fa notare che le forze di mercato che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, e cioè “libere da vincoli territoriali – dai vincoli della dimensione locale.” Sono perennemente remote, anonime, e quindi non devono mai tenere conto delle conseguenze fisiche, locali, delle loro azioni. Cita Hans Tietmeyer, presidente della banca federale tedesca: “La nostra missione, oggi, è creare condizioni favorevoli alla fiducia dei mercati.” È la priorità suprema.

Ne consegue che il controllo della popolazione mondiale – che consiste di produttori, consumatori, e poveri emarginati – è l’unico compito affidato ai governi nazionali obbedienti.

Il pianeta è un carcere e i governi obbedienti, di sinistra o di destra, ne sono i mandriani.

***

Il sistema carcerario opera grazie alla rete. La rete offre ai mercati una velocità di scambio praticamente istantanea, sfruttata in tutto il mondo giorno e notte. È da questa velocità che deriva la licenza extraterritoriale di questa tirannia. E però tale velocità ha un effetto patologico su chi se ne avvale: li anestetizza. Qualunque cosa succeda, è “business as usual.”

Quella velocità non lascia spazio al dolore; forse all’annuncio del dolore, ma non all’atto di soffrirne. Di conseguenza la condizione umana è bandita, esclusa da chi si trova ad operare il sistema. Sono costretti a stare da soli e sono costretti ad essere senza cuore.

Un tempo i tiranni erano spietati e inaccessibili, ma vivevano accanto a chi soffriva delle loro decisioni. Questo non vale più, e probabilmente è qui la debolezza del sistema.

***

Sono (siamo) compagni di carcere. Quest’ammissione, quale che sia il tono di voce con cui viene fatta, contiene un rifiuto. In nessun luogo come in carcere si calcola e si aspetta il futuro come qualcosa di drasticamente contrario al presente. I carcerati non accettano mai il presente come definitivo.

E nel frattempo, come vivere in questo presente? Che conclusioni trarne? Che decisioni prendere? Come agire? Ho qualche linea-guida da suggerire, ora che abbiamo stabilito una pietra miliare.

Da questa parte del muro di cinta si ascolta con attenzione l’esperienza, e nessuna esperienza è ritenuta obsoleta. Qui si rispetta la sopravvivenza, e si sa che spesso questa dipende dalla solidarietà fra prigionieri. Le autorità lo sanno – per questo impongono le misure di isolamento, separandoci fisicamente dalla storia, dal passato, dalla terra, e soprattutto da un futuro comune.

Ignora ciò che ti dice il secondino. Ovviamente ci sono secondini cattivi e altri meno cattivi. A volte è utile tenere a mente la differenza. Ma ciò che dicono – anche i meno cattivi – sono stronzate. I loro inni, i loro feticci, le loro parole magiche sicurezza, democrazia, identità, civiltà, flessibilità, produttività, diritti umani, integrazione, terrorismo, libertà – li ripetono fino alla nausea per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di carcere. Da questa parte del muro di cinta le parole dei secondini non hanno senso e non servono più a pensare. Non attraversano nulla. Rifiutale anche quando mediti in silenzio fra te e te.

Di contro, i carcerati hanno sviluppato un vocabolario proprio per pensare. Molte parole sono segrete, molte hanno infinite variazioni locali. Sono paroline o piccole espressioni che ciononostante contengono un mondo: ti-mostro-come-si-fa, a-volte-mi-chiedo-se, pajarillo, c’è -movimento-nell’ala-B, perquisizione, prendi-questo-orecchino, morto-per-noi, provaci-adesso, ecc.

Fra carcerati ci sono conflitti, a volte violenti. Tutti i carcerati sono ridotti in schiavitù, ma ci sono vari gradi di schiavitù e le differenze fra questi gradi generano invidia. Da questa parte del muro di cinta la vita vale poco. Il fatto stesso che la tirannia sia senza volto incoraggia la caccia al capro espiatorio, la ricerca di nemici facili da identificare fra gli altri carcerati. Le celle asfissianti diventano un manicomio. I poveri attaccano i poveri, gli sfollati saccheggiano gli sfollati. I compagni di carcere non vanno idealizzati.

Ma senza idealizzazioni prendi nota che ciò che hanno in comune – la sofferenza insensata, la capacità di sopportazione, l’astuzia – è più significativo, più rivelatorio, di ciò che li separa. Di qui nascono nuove forme di solidarietà. La nuova solidarietà comincia dal riconoscimento reciproco della differenza e della molteplicità. Allora è questa la vita! Una solidarietà, non di masse ma di interconnessioni, molto più adatta alla vita in carcere.

***

Le autorità fanno tutto ciò che possono perché i carcerati non siano al corrente di ciò che accade nel resto del carcere. Non è un indottrinamento, nel senso più aggressivo del termine. L’indottrinamento è riservato alla piccola élite di speculatori e manager ed esperti di mercato. Per quanto riguarda la massa, lo scopo del carcere non è di attivarle ma di tenerle in uno stato di incertezza e passività, di ricordare loro senza rimorso che nella vita non ci sono che rischi, e che la terra è un posto pericoloso.

Per farlo vengono impiegate informazioni scelte con cura, informazioni false, commenti, dicerie, finzioni. Questa operazione, nella misura in cui ha successo, propone e sviluppa un paradosso allucinatorio, perché porta la massa a credere che la priorità di ognuno sia di predisporre la propria protezione personale da tutti gli altri, guadagnandosi in qualche modo, persino in carcere, un’eccezione individuale al destino comune. L’immagine dell’umanità trasmessa da questa visione del mondo è davvero senza precedenti. L’umanità viene presentata come fatta di codardi; solo i vincitori sono coraggiosi. Non ci sono regali; solo premi.

I carcerati hanno sempre trovato modi di comunicare fra loro. Nel carcere globale la rete può essere impiegata contro gli interessi di chi l’ha messa in piedi. Così i carcerati possono informarsi su cosa fa il mondo giorno dopo giorno, e seguire storie inascoltate del passato, e stringersi spalla a spalla con i morti.

Nel farlo riscoprono i piccoli regali, gli esempi di coraggio, la rosa nella cucina in cui non c’è abbastanza da mangiare, i dolori indelebili, l’infaticabilità di una madre, la risata, il mutuo soccorso, la resistenza sempre più vasta, i sacrifici volontari, altre risate…

Sono messaggi brevi ma si propagano nel silenzio delle loro (delle nostre) notti.

***

L’ultima linea guida non è tattica ma strategica.

Il fatto che i tiranni siano extraterritoriali spiega la loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza potenziale. Operano nello spazio virtuale, alloggiano in condomini custoditi da guardie armate. Non conoscono la terra che li circonda. Non solo: disprezzano quella conoscenza come qualcosa di superficiale. Contano solo le risorse estraibili. Non ascoltano la terra. All’aperto sono ciechi. Nella dimensione locale si perdono.

Per i compagni di carcere vale il contrario. Le celle hanno pareti che si toccano attraverso il mondo. Un atto efficace di resistenza si inserirà in ogni dimensione locale, vicina e lontana. Una resistenza periferica, l’ascolto della terra.

La libertà viene scoperta lentamente, non fuori dal carcere ma nel suo cuore più profondo.

***

Non solo ti ho riconosciuta subito, mentre mi parlavi dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi; ho anche intuito dalla tua voce come ti sentivi. Ho indovinato la tua esasperazione, o meglio, una sopportazione esasperata mista – ed è così tipico di te – ai passi svelti della speranza che verrà.

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La testa di Bentham e altre reliquie https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-testa-di-bentham-e-altre-reliquie/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-testa-di-bentham-e-altre-reliquie/#comments Fri, 24 Jun 2016 13:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31318 Si chiamano reliquie profane. A distinguerle da quelle sacre è la loro origine: non il corpo di un santo bensì quello, a modo suo ugualmente glorioso, di un artista, di uno scienziato, di un imperatore.

Le vicende di questi «cocci organici di corpi» sono narrate da Antonio Castronuovo in Ossa, cervelli, mummie e capelli, il nuovo titolo della collana Compagnia Extra di Quodlibet – curata da Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni –, un progetto editoriale che da qualche anno, coniugando tassonomie e narrazioni, dà forma a una Wunderkammer letteraria (nei volumetti fin qui pubblicati si catalogano tra gli altri anacoreti, semicolti, mattoidi, eresie e persino micronazioni).

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Si chiamano reliquie profane. A distinguerle da quelle sacre è la loro origine: non il corpo di un santo bensì quello, a modo suo ugualmente glorioso, di un artista, di uno scienziato, di un imperatore.

Le vicende di questi «cocci organici di corpi» sono narrate da Antonio Castronuovo in Ossa, cervelli, mummie e capelli, il nuovo titolo della collana Compagnia Extra di Quodlibet – curata da Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni –, un progetto editoriale che da qualche anno, coniugando tassonomie e narrazioni, dà forma a una Wunderkammer letteraria (nei volumetti fin qui pubblicati si catalogano tra gli altri anacoreti, semicolti, mattoidi, eresie e persino micronazioni).

Nel suo libro Castronuovo bighellona sapientemente tra reliquie ludiche – a quanto pare esiste una app che attraverso le foto di una serie di fettine cerebrali permette di studiare la mente di Einstein – e reliquie beffarde, raccontando come dopo anni di studi sul cranio di Mozart un test del DNA ne smentì l’autenticità; viaggiando fino alla piazza Rossa di Mosca ricostruisce l’itinerario di una reliquia tanto curata quanto minacciata come quella di Vladimir Lenin (non si contano gli attentati ai danni della sua salma sempre ignara del pericolo) e poi passa a descrivere come nel 1827, a morte appena avvenuta, le ciocche dei capelli di Beethoven, emblemi cheratinici del suo genio, si dispersero per il mondo – da Londra a Vienna, da Washington alla California – preda di ammiratori e collezionisti.

Seguendo il destino di denti, vertebre, scaglie di epidermide, schegge d’osso, il dito medio di Galileo e il pene amputato di Napoleone, si arriva fino al testamento di Jeremy Bentham, 1832, in cui il filosofo inglese chiariva come realizzare la sua autoicona: «Lo scheletro sarà composto in maniera tale che l’intera figura possa essere sistemata sulla sedia che ho occupato per tutta la vita, e nell’atteggiamento che prendo quando sto pensando».

Fraintendendo il desiderio di continuare a essere utile post mortem facendosi intenzionalmente reliquia, nel 1975 alcuni goliardi rubarono la testa di Bentham per giocarci a rugby.

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Una carta del precariato? Intervista a Guy Standing https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-guy-standing/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-guy-standing/#comments Fri, 05 Jun 2015 15:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27169 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista a Guy Standing apparsa sull'Espresso online. (Fonte immagine)

I partiti della sinistra socialdemocratica? «Inservibili». I sindacati? «Su posizioni difensive». L’idea novecentesca del lavoro inteso soltanto come lavoro salariato? «Un ostacolo all’emancipazione e all’egualitarismo». L’obiettivo della piena occupazione? «Pura utopia». Anche nel suo ultimo libro, Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli, euro 19, pp.336, trad. Giancarlo Carlotti), non risparmia bordate e posizioni poco ortodosse Guy Standing, docente di Development Studies alla School of Oriental and African Studies di Londra, una vita trascorsa ad analizzare le trasformazioni del lavoro e, più recentemente, il mondo dei precari. Che da supplicanti, soggetti a un dominio arbitrario, privati dei diritti sociali e colpiti da una cronica insicurezza economica, possono diventare i veri protagonisti delle battaglie per una «società giusta». È questa per Guy Standing la parabola che deve compiere il precariato, la nuova «classe esplosiva». Una classe sociale colpevolmente tradita dai partiti di sinistra, ancorati al capitalismo industriale e perciò incapaci di archiviare l’immaginazione economica del Novecento.

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Guy Standing apparsa sull’Espresso online. (Fonte immagine)

I partiti della sinistra socialdemocratica? «Inservibili». I sindacati? «Su posizioni difensive». L’idea novecentesca del lavoro inteso soltanto come lavoro salariato? «Un ostacolo all’emancipazione e all’egualitarismo». L’obiettivo della piena occupazione? «Pura utopia». Anche nel suo ultimo libro, Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli, euro 19, pp.336, trad. Giancarlo Carlotti), non risparmia bordate e posizioni poco ortodosse Guy Standing, docente di Development Studies alla School of Oriental and African Studies di Londra, una vita trascorsa ad analizzare le trasformazioni del lavoro e, più recentemente, il mondo dei precari. Che da supplicanti, soggetti a un dominio arbitrario, privati dei diritti sociali e colpiti da una cronica insicurezza economica, possono diventare i veri protagonisti delle battaglie per una «società giusta». È questa per Guy Standing la parabola che deve compiere il precariato, la nuova «classe esplosiva». Una classe sociale colpevolmente tradita dai partiti di sinistra, ancorati al capitalismo industriale e perciò incapaci di archiviare l’immaginazione economica del Novecento.

Per farlo, spiega Standing, occorre partire da due priorità: ripensare lo stesso concetto di lavoro, includendovi sia le attività produttive sia quelle riproduttive e il tempo libero, e rivedere l’intero sistema della redistribuzione della ricchezza, introducendo un reddito minimo universale. «Non una panacea», sostiene Standing, co-presidente del Bien, il network internazionale che promuove l’adozione del basic income, ma «una misura necessaria per rifondare su base solidaristica l’intero sistema di protezione sociale». Perché la vera sfida «che abbiamo di fronte è assicurarci che i diritti economici siano la conquista definitiva del ventunesimo secolo».  

Professor Standing, con Diventare cittadini lei propone una vera e propria Carta dei diritti del precariato, costituita da 29 articoli. Eppure sulla stessa definizione di precariato ci si intende poco, tanto che qualcuno nega che si tratti di una classe sociale ben definita. Ci spiega quali sono le caratteristiche che secondo lei rendono il precariato una precisa classe sociale?

Il precariato può essere definito attraverso tre criteri principali: le specifiche relazioni di produzione, di distribuzione e di relazione con lo stato. Con relazioni di produzione intendo dire che i precari sono stati abituati ad accettare una vita lavorativa instabile, al di fuori del tempo di lavoro convenzionale, etc. Le relazioni di distribuzione significano invece che i precari devono fare affidamento quasi esclusivamente sul salario, sulla paga in denaro, e che sono privi di ogni beneficio che non sia salariale, come le vacanze e le malattie retribuite, le pensioni contributive, etc. Questo significa che devono cercare di ottenere benefici statali fondati non sui diritti, ma sul superamento di test specifici. Le relazioni con lo stato rappresentano un aspetto ulteriore, e molto preoccupante: i membri del precariato stanno perdendo i diritti di cittadinanza e vengono progressivamente ridotti allo status di supplicanti. Per me, è questa la caratteristica essenziale di chi fa parte del precariato. Vuol dire che non hai diritto a ricevere nulla, devi supplicare, e sperare che la supplica venga esaudita. Si rischia di diventare mendicanti per ogni cosa, in ogni aspetto della vita, con gli amici, con i parenti, e infine con lo stato.

Al di là di queste caratteristiche comuni, nel suo libro riconosce una preoccupante frammentazione all’interno del precariato, definendola una «classe sociale in guerra con sé stessa». Cosa differenzia le tre categorie di precari da lei individuate?

Il precariato è attualmente diviso in tre “fazioni”. La prima è quella di coloro che sono decaduti e che provengono dalle vecchie famiglie o comunità proletarie. Li definisco gli “atavisti”. Loro, o più probabilmente i loro genitori, hanno svolto dei lavori di tipo industriale, o altri lavori manuali, che garantivano un certo status e una certa sicurezza di lavoro. Ora invece percepiscono un senso di privazione relativa, rispetto a un passato perduto che non può più essere ricreato. Privi di un’educazione universitaria, molti membri di questa fazione ascoltano con interesse le voci e le sirene degli esponenti dell’estrema destra, che incolpano dell’insicurezza la seconda fazione, quella dei migranti, dei disabili, delle minoranze etniche e via dicendo. Gli esponenti di questa seconda fazione non hanno sicurezze, neanche un senso sicuro della propria casa, e per questo dovrebbero essere chiamati “nostalgici”. Tengono perlopiù la testa bassa e provano a concentrarsi sulla sopravvivenza economica. Ma le pressioni che subiscono spesso sono troppo forti, e finiscono per esplodere in giornate di rabbia.

La terza fazione è quella di coloro che fanno parte del precariato ma dispongono di un’educazione superiore o universitaria. Gli è stato promesso un Futuro con la f maiuscola, una Carriera degna di questo nome. Ma ora non hanno che disillusione. La loro privazione relativa è dovuta a un Futuro perduto. In questo senso, la prima categoria è caratterizzata da un passato perduto, la seconda da un presente perduto, e la terza da un futuro perduto. Affinché il precariato possa divenire, in termini marxiani, una classe-per-sé, un numero maggiore di esponenti della seconda fazione dovrebbe unire le proprie forze con quelli della terza fazione. E una politica progressista dovrebbe riuscire ad attrarre molti di quelli che attualmente fanno parte della prima fazione. Come spiego in Diventare cittadini, credo che queste transizioni stiano avvenendo, anche se lentamente.

I precari da cittadini diventano supplicanti perché – scrive nel suo libro – «gli vengono negati certi diritti o viene loro impedito di ottenerli o di mantenerli». Lei attribuisce questo passaggio alla diffusione dell’utilitarismo, «che ha garantito alla politica mainstream una scusa per giustificare il fatto che i precari venissero privati dei diritti sociali». È una critica che rivolge sia ai partiti di  centro-destra che di centro-sinistra…

È così. È una tendenza che ha a che fare con la natura stessa della politica mercificata di oggi. Fondamentalmente, i vecchi partiti politici mainstream di centro-sinistra e centro-destra provano a vendersi a coloro che, secondo la loro visione, rappresentano la “classe media”. Nelle fasi finali del ventesimo secolo, questi partiti hanno deciso che la maggioranza della società si trovasse in quel particolare gruppo sociale. Così, hanno provato e provano a vendersi offrendo “felicità” alla “maggioranza”. Il problema di questa strategia è che consente di fregarsene della “felicità” della “minoranza”. Non è un caso che questi partiti possano demonizzare quel che per loro sono i membri della minoranza, chiamandoli pigri, scrocconi, imbroglioni, bamboccioni, fardelli della società, e via dicendo. Ovviamente tutto ciò è immorale. E credo che sia anche contro-producente, perché il precariato sta velocemente diventando ampio quanto la cosiddetta classe media.

Nonostante sia costretto a supplicare e sia soggetto a un dominio arbitrario, secondo la sua analisi il precariato potrebbe assumere un ruolo centrale nell’attuale periodo storico, che lei definisce come «grande trasformazione». Cosa intende quando scrive che il precariato ha un potenziale «trasformativo e pericoloso»?

Credo che il precariato sia una classe pericolosa – o una classe-in-divenire – perché rigetta intuitivamente le ideologie politiche mainstream del neoliberismo (inclusa la democrazia cristiana e il conservatorismo) e lo stessa socialdemocrazia (o “laburismo”). Mentre una parte del precariato è ancora trascinata nel populismo e perfino nel neo-fascismo, la parte più educata cerca consapevolmente una nuova politica progressista. In questo senso, è potenzialmente trasformatrice. Nel mio libro spiego che il precariato è trasformativo perché vuole diventare abbastanza forte da abolire le stesse condizioni che lo definiscono come tale, abolendo infine se stesso. È dunque pericoloso in un senso che reputo molto positivo.

Un esito perverso del neoliberismo e dell’utilitarismo è il “paternalismo libertario”, secondo il quale i diritti sono condizionati a particolari comportamenti o atteggiamenti, non allo status di cittadino. In che modo questa tendenza moralizzatrice ha influenzato le riforme dei sistemi di protezione sociale?

È una questione estremamente importante. Ho scritto molto a proposito della deriva globale verso il paternalismo libertario e le sue forme più virulente, verso ciò che chiamo stato panottico, richiamando il concetto di Jeremy Bentham e il modo in cui è stato ripreso e articolato da Michel Foucault. Capeggiati da gente come Cass Sunstein e Richard Thaler, i paternalisti libertari sono molto influenti. Vogliono indirizzare la gente – spingerla – a compiere “la scelta giusta”. L’alternativa a questa prospettiva paternalistica è migliorare l’educazione e consentire alla gente di ottenere la “giusta” informazione, lasciandola decidere per se stessa. Ancora più triste è il fatto che il paternalismo si accompagni con ciò che definisco come “religionificazione” delle politiche sociali, con forti implicazioni moralistiche. Mi spiego meglio: la tendenza a dire alle persone che la loro insicurezza economica dipende da una loro colpa e che in qualche modo hanno peccato è uno strumento per togliere diritti e punire la gente che più ha bisogno. È una pratica vergognosa, fondata sul pregiudizio. 

Nel suo libro elenca i 29 articoli di una vera e propria Carta del precariato. Con il primo articolo, invoca la necessità di ridefinire il concetto di lavoro come attività produttiva e riproduttiva, sottolineando che «l’opera, l’attività deve essere salvata dal lavoro», inteso come lavoro salariato. Perché ritiene che la legittimazione di un concetto più ampio di lavoro rispetto a quello attuale sia cruciale per ogni vera strategia progressista?

Credo fermamente che definire il lavoro semplicemente come “labour”, come attività svolta per il salario, sia stato un grande errore della politica progressista del ventesimo secolo. Tutte le altre forme di attività (“work”) spariscono statisticamente, oltre che dall’immaginazione politica. Ciò distorce i nostri valori e le nostre politiche sociali. Significa inoltre che molto di ciò che le donne fanno viene marginalizzato e trattato come insignificante, e significa allo stesso modo che molto di ciò che i precari devono fare per sopravvivere viene ignorato. Dobbiamo ripensare il work, l’opera che ha un valore d’uso, attribuendo il dovuto rispetto al tempo libero nel senso in cui gli antichi Greci intendevano il concetto di schole, il partecipare attivamente alla vita della polis, dell’agora, dei beni comuni.

Nel suo libro, così come in molti altri saggi recenti, lei enfatizza un punto: la necessità di sfuggire alla «trappola lavorista». Cosa intende con questo termine e perché crede che «la libertà dal lavoro» sia essenziale per una visione progressista?

La trappola lavorista è duplice. In primo luogo, dal punto di vista morale non ha alcun senso far dipendere i “diritti” dall’esecuzione del lavoro o dalla dimostrazione di essere intenzionati a farlo.  Non è altro che una ricetta per il dominio, del capitale e del neoliberismo. Conduce inevitabilmente a ciò che nel mondo anglosassone viene definito come “workfare”, la coercizione dei disoccupati, e dei giovani in particolare, affinché accettino lavori di bassa qualità o di bassa remunerazione (o addirittura senza remunerazione), se non vogliono perdere i benefici dello stato. Con “libertà dal lavoro” intendo in primo luogo – ma non soltanto – libertà nel senso della coscienza. La società ha bisogno che le persone svolgano un lavoro. È una realtà, che ci piaccia o meno. Ma in un contesto simile, la maggior parte della gente dovrebbe essere in grado di trattare il lavoro che svolge o che ci si aspetta che svolga in modo strumentale, non come la fonte della propria “felicità” o perfino della propria “soddisfazione”. Se ci potessimo sentire liberi dal lavoro in questo senso soggettivo, potremmo essere meno ansiosi, concentrando le nostre energie sulle attività che vogliamo realmente fare, incluso il prenderci cura delle persone che amiamo e il preoccuparci della nostra comunità.

Lei ricorda che, dal diciannovesimo secolo fino agli anni Settanta del secolo scorso, i rappresentanti del proletariato – i partiti socialdemocratici e del lavoro, i sindacati – hanno lottato per demercificare il lavoro rendendolo più “decente” o rivendicando un reddito maggiore. Oggi questa è una strategia perdente, scrive, perché dovremmo puntare «a demercificare le persone (la forza-lavoro) piuttosto che il lavoro». Ci spiega meglio?

Si, è una tesi centrale dei miei ultimi libri. Il lavoro che svolgiamo è un’attività, un uso del tempo, dell’energia e delle capacità individuali. Dovremmo volere che le transazioni di lavoro siano uno scambio tra adulti. Tu hai bisogno che un certo lavoro venga svolto, io ho bisogno di soldi. Negoziamo. Accordiamoci e poi stringiamoci la mano. Dovrebbe essere una transazione tra uguali, trasparente, che include un contratto monetario. Ancorare i diritti sociali al lavoro, invece, lo rende una relazione tra diseguali, oltre a essere  paternalistico. Se cominciassimo a “demercificare” noi stessi, come forza-lavoro, potremmo essere messi nelle condizioni di dire “no” a una certa contrattazione nell’offerta. Non dovremmo essere costretti ad accettare qualunque cosa soltanto perché abbiamo un disperato bisogno di soldi. Questa è una delle ragioni per cui bisogna rivendicare un reddito minimo universale.

Da anni in effetti lei sostiene che uno degli strumenti per superare la trappola “lavorista” e socialdemocratica sia intendere la sicurezza economica di base come un vero e proprio diritto fondamentale, garantendolo attraverso un reddito minimo. Di  cosa si tratta, e perché i governi dovrebbe istituirlo come diritto di cittadinanza? 

Si tratta di un pagamento mensile, in contanti, pagato a ogni singolo uomo, donna e a ogni bambino che risieda legalmente in una data società. In termini di comportamento, sarebbe incondizionato, e sarebbe inoltre corrisposto indipendentemente dallo status lavorativo presente o passato. Ci sono molte ragioni per muoversi in questa direzione, ragioni di cui parlo ampiamente nei miei testi. Credo che sia giustificato per ragioni di tipo etico e filosofico, non solo come uno strumento per rispondere alla povertà e all’insicurezza economica.

Tra i socialdemocratici e i rappresentanti sindacali è diffusa l’obiezione che un contributo incondizionato, corrisposto senza alcun legame con lo status lavorativo, ridurrebbe la forza-lavoro e comprometterebbe la stessa basa solidaristica del welfare state. Come replica?

Ritengo che l’ostilità dei socialdemocratici verso il reddito minimo sia basata sul pregiudizio e sul paternalismo. La gente che dispone di una sicurezza economica di base lavora di più, non di meno, ed è più produttiva – non meno – nel suo lavoro e nelle sue attività. Sono dati ripetutamente dimostrati dagli esperimenti psicologici, oltre che dai progetti pilota effettuati grazie al Basic Income Earth Network in India e Namibia. Quanto alla base solidaristica del welfare state, si tratta di un’idea che viene costantemente ripetuta, ma che in realtà non esiste. Negli ultimi anni, tutti i paesi si sono indirizzati verso sistemi che privilegiano l’assistenza sociale legata ai test, diretta a fornire assistenza ai poveri e soltanto ai poveri, e solo a coloro che possono dimostrare che lo siano non per colpa propria. Contrariamente a quanto si ritiene generalmente, questo tipo di assistenza condizionata ai test è cresciuta molto nei paesi scandinavi, così come in Francia, Germania e Regno Unito. Avremmo bisogno invece di un sistema di protezione sociale realmente solidaristico. Che attualmente non abbiamo. Un reddito di base non costituirebbe di certo una panacea perché, come cerco di dire nel mio libro, abbiamo bisogno di un pacchetto di riforme complessivo. Ma un reddito di base garantirebbe un’àncora, una base sulla quale ricostruire un sistema progressista che sia idoneo al sistema di distribuzione del reddito del 21 secolo.

In Diventare cittadini dedica un capitolo al “crepuscolo dei sindacati”, nel quale sostiene che sebbene la loro fine sia spiacevole dovrebbero cercare nuove fonti di legittimazione, perché da forza progressista hanno finito per diventare una forza difensiva. Di quali forme di organizzazione e mobilitazione collettiva c’è bisogno, oggi?

Nell’era del capitalismo industriale, i sindacati sono stati indubbiamente una forza per il cambiamento progressista. Ma non sono mai stati “trasformativi”, e non sono mai stati veramente egualitari. Si sono sforzati soprattutto di rendere il lavoro più “decente”. Oggi, abbiamo bisogno di una diversa forma di organizzazione collettiva, dal momento che l’antagonista primario del precariato è lo stato, non l’immediato e diretto datore di lavoro, che può cambiare da un giorno all’altro. Nella mia Carta del precariato ho proposto cinque articoli che, insieme, dovrebbero risultare in un approccio collettivo rivisitato. Tra i cambiamenti principali c’è la costruzione di ciò che ho chiamato contrattazione collaborativa o professionale, tra le varie professioni e all’interno delle professioni. Con ciò non intendo dire che la contrattazione collettiva tra lavoratori e datori di lavoro o intermediari non sia importante. Ma si tratta di rivedere le priorità. Soprattutto, dobbiamo far rivivere le parti migliori delle corporazioni professionali e negoziare con lo stato, contro il workfare, contro l’assistenza sociale vincolata ai test, contro tutte queste valutazioni punitive e stigmatizzanti, ecc.

La necessità di puntare su forme associative nuove e plurali è un punto su cui lei insiste molto. Cosa pensa della “coalizione sociale” lanciata da Maurizio Landini, il segretario generale della Fiom?

Ho sentito parlare dell’idea di una coalizione sociale. È ironico il fatto che l’idea provenga proprio dai metalmeccanici, un gruppo che in termini relativi è poco probabile che faccia parte del precariato. Comunque, al di là del singolo caso, stiamo assistendo alla diffusione di forme complementari di battaglie associative. Il modello ideale si evolverà. Al momento, non possiamo prevederne la natura e gli esiti.

L’ultima parte del suo libro è dedicata a ciò che definisce «fase ribelle primitiva», le diverse proteste di massa contrassegnate da indignazione, frustrazione e disgusto per la “vecchia politica”. Tra queste, include anche il Movimento Cinque Stelle. Come valuta il movimento di Beppe Grillo?

Credo che il M5S sia stato importante nel rompere i vecchi modelli, lo stallo della politica del ventesimo secolo in Italia. In qualche modo ha favorito la mobilitazione del precariato italiano. Ma come scrivo nel libro Grillo e i suoi colleghi non rappresentano realmente la risposta. Sono serviti a uno scopo utile. È triste dirlo, ma Renzi è una versione moderatamente credibile della socialdemocrazia, offre un revival di un modello che sta morendo, adatto al passato. L’Italia è stata trascinata in un periodo di stasi più lungo di quanto sia necessario o desiderabile. Il precariato nel frattempo si è ampliato ed è stato lasciato in una insicurezza cronica. Grillo non è la risposta.

Un’ultima domanda sulla crisi economica: lei ha criticato sia le risposte dei governi europei, improntate all’austerity, sia le proposte di quegli economisti di orientamento socialdemocratico che «hanno chiesto una risposta keynesiana (sostenere la spesa)». Ci spiega perché ritiene che il mondo keynesiano sia tramontato e che le economie dei paesi della zona euro-atlantica siano diventate delle economie “rentier”?

Siamo ormai entrati nell’era del capitalismo globale rentier, nel quale una porzione crescente del reddito totale finisce nelle mani di un ristrettissimo numero di plutocrati rentier e di corporation rentier. Il Quantitative Easing, per come è stato praticato dalla Banca centrale europea, sta semplicemente aumentando le disuguaglianze e rafforzando il capitale finanziario. Condurrà a una fuga di denaro dall’eurozona, soprattutto verso la Cina e verso altre economie di mercato emergenti. In questo processo, il precariato non viene assistito. Per questo, dovrà necessariamente forgiare una nuova forza politica. Dovrà farlo, prima o poi.

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Nostalgia universale. “Panorama” di Tommaso Pincio https://minimaetmoralia.it/letteratura/nostalgia-universale-panorama-di-tommaso-pincio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nostalgia-universale-panorama-di-tommaso-pincio/#comments Tue, 26 May 2015 15:56:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27001 di Cristò

Devo partire dall’invidia, poi mi farò da parte.

Per scrivere dell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio non posso che partire da un sentimento che considero deprecabile in ogni sua forma e che invece non sono riuscito a evitare durante la lettura. D’altronde partire da un vizio (o da una virtù) è la caratteristica comune dei romanzi di NN Editore, raccolti in serie sotto il nome ViceVersa.

Quindi parliamo brevemente di questa invidia che ho provato per poi lasciar scorrere fluidamente alcune riflessioni sul romanzo in cui cercherò in tutti i modi di essere lettore puro. Si tratta in realtà di due invidie, separate anche se consequenziali. La prima è nei confronti dello scrittore Tommaso Pincio, qui narratore (quasi) onnisciente; la seconda è nei confronti del personaggio Ottavio Tondi. Ho invidiato la precisione e l’eleganza della scrittura del narratore, ho desiderato essere altrettanto bravo e poi ho desiderato cancellare questa invidia per godere meglio il romanzo come lettore disinteressato alla pratica della scrittura; quindi ho invidiato Ottavio Tondi e il suo disinteresse totale per la scrittura, la sua capacità di essere lettore e basta.

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di Cristò

Devo partire dall’invidia, poi mi farò da parte.

Per scrivere dell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio non posso che partire da un sentimento che considero deprecabile in ogni sua forma e che invece non sono riuscito a evitare durante la lettura. D’altronde partire da un vizio (o da una virtù) è la caratteristica comune dei romanzi di NN Editore, raccolti in serie sotto il nome ViceVersa.

Quindi parliamo brevemente di questa invidia che ho provato per poi lasciar scorrere fluidamente alcune riflessioni sul romanzo in cui cercherò in tutti i modi di essere lettore puro. Si tratta in realtà di due invidie, separate anche se consequenziali. La prima è nei confronti dello scrittore Tommaso Pincio, qui narratore (quasi) onnisciente; la seconda è nei confronti del personaggio Ottavio Tondi. Ho invidiato la precisione e l’eleganza della scrittura del narratore, ho desiderato essere altrettanto bravo e poi ho desiderato cancellare questa invidia per godere meglio il romanzo come lettore disinteressato alla pratica della scrittura; quindi ho invidiato Ottavio Tondi e il suo disinteresse totale per la scrittura, la sua capacità di essere lettore e basta.

Ho bramato la condizione iniziale di Ottavio Tondi, la sua dedizione alla lettura per la lettura, la sua fame vorace di parole stampate, il suo rifiuto totale della scrittura («[…] fintantoché restò un lettore, Tondi non scrisse neppure una parola, un appunto.»), la rara possibilità, quindi, di godere pienamente della letteratura, di perdersi. Un’invidia, la mia, così simile a quella del narratore (quasi) onnisciente Pincio che sembra anche lui desiderare la condizione di Tondi, il suo disinteresse per il panorama editoriale contemporaneo, il suo essere fuori dai rapporti di convenienza e dagli incontri obbligati.

Ma, come promesso, smetterò di parlare di queste mie invidie, di queste debolezze per tentare di essere lettore (quasi) assente e scomparire nella scrittura di Tommaso Pincio, pur continuando (ahimé!) a scriverne.

Panorama ha un sapore preciso eppure difficile da descrivere (se avete già letto Tommaso Pincio forse avete già capito a cosa mi riferisco); il romanzo è pervaso di una specie di nostalgia universale che probabilmente deriva dall’ambientazione sospesa in un altro tempo, poco spostato nel futuro eppure dal gusto vagamente vintage. Come in certi romanzi di Philip Dick (ma in maniera più delicata, con un gioco meno scoperto) il presente sembra un passato recente di cui è già possibile provare nostalgia.

Il narratore sembra parlarci da un futuro vicino in cui quel poco che adesso sembra salvabile non è stato salvato e ce ne parla con un tono da prefatore, saggista costretto a farsi biografo, a raccontare una vita esemplare che è cresciuta e poi sfiorita insieme al suo tempo. Il lettore perfetto, Ottavio Tondi, che parlerà di sé usando solo citazioni letterarie nell’unica intervista rilasciata nella sua vita e che, per un incidente, smetterà per sempre di leggere affondando, invece, in un social network chiamato Panorama, è l’ultimo lettore; quello definitivo. Dopo di lui, il panorama letterario italiano collasserà inesorabilmente nella sua autoreferenzialità, nella sua orgia di rapporti personali interessati, nel balletto dei cacciatori di contatti buoni, nel ioleggoperché scrivo. «Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto, una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità. […] mancavano di qualunque minimo senso del ridicolo. Per troppo tempo, a lui e alle persone come lui, era sfuggita una verità più in bella vista di una lettera in un posacarte. Ebbe dunque la seguente illuminazione: non era morta la letteratura, erano morti loro, i letterati».

Questa illuminazione di Ottavio Tondi non è violenta, ma rassegnata; non c’è alcuna guerra santa da combattere, si tratta solo di tirare delle conclusioni ovvie. Tondi comincia a scrivere quando leggere non gli è più possibile e quando l’editoria italiana è definitivamente morta, scomparsa; lo fa su un social network che assomiglia al panopticon di Jeremy Bentham, lo fa considerando quella scrittura come una forma di nuova oralità e, soprattutto, lo fa per amore.

Dal canto suo, Tommaso Pincio, diventa narratore (quasi) onnisciente solo per mezzo di quello stesso social network e cioè indovinando la password dell’account di Ottavio Tondi e, quindi, leggendo le conversazioni scritte dal lettore perfetto. Il romanzo Panorama è, quindi, possibile solo al di fuori della letteratura. All’interno dell’invenzione narrativa, quindi, il prologo che leggiamo è il primo romanzo dopo la fine della letteratura ed è scritto a partire dalle parole scritte dall’ultimo lettore; parole scritte per amore.

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Dave Eggers e la democrazia digitale https://minimaetmoralia.it/libri/il-cerchio-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-cerchio-dave-eggers/#comments Wed, 19 Nov 2014 18:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24428 di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

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di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

Ne “Il Cerchio”, Eggers racconta la carriera pressoché fulminea della giovane Mae, tipica ragazza americana che lascia la provincia e un grigio impiego da burocrate per essere assunta dal Cerchio, compagnia multinazionale che somiglia tanto a Google – con l’assorbimento di Facebook, Twitter e PayPal (nel libro solo una volta si parla di “followers” ed è una briciola lasciata lì non a caso) – capace di far fuori la concorrenza e assumere il monopolio della rete.  Il Cerchio è stato fondato da Ty, pensatore simil-asceta che volendo combattere l’anonimato sulla rete ha fatto in modo che ogni persona potesse avere un solo account e dunque, una sola password. Sin dalla nascita. Ma se la nostra identità è certa non solo scompaiono i troll (“ricacciati nelle tenebre”) e il cyber-bullismo (“nel giro di una notte tutti i forum di commenti diventarono civili”) ma ogni transazione economica sarà perfettamente efficace. In breve ne Il Cerchio, grazie al racconto di Mae che prima fatica ad “integrarsi” ma finisce per esserne l’emblema aumentando in modo vertiginoso la sua popolarità virtuale, si sviluppa la teoria dell’infocomunismo, manifestata da una serie di motti su cui spicca “la privacy è un furto”. Condividere diventa non più un’opportunità ma un obbligo e chi si eclissa, chi si ripara dagli occhi della rete, chi semplicemente si difende, viene accusato di celare oscuri segreti, additato dalla pubblica accusa che viaggia sulla fibra ottica, messo alla berlina o convinto a redimersi.

In nome della sicurezza e dell’accessibilità, telecamere open-access vengono piazzate in ogni luogo che ciascun utente del Cerchio può controllarle e la classe politica, sempre in nome della Trasparenza e sotto la spinta della rete, accetta di indossare una microtelecamera al collo che li segue passo-passo durante la giornata. E chi non accetta può semplicemente dire addio al futuro in politica. E ed è così che comportarsi eticamente è la mera conseguenza del fatto che tutti sono sempre osservati e ben visibili (“chi commetterebbe un reato sapendo di essere sorvegliato in ogni momento, dappertutto?”). Esattamente come profetizzava nel 1791 il giurista Jeremy Bentham pensando al Panopticon, il carcere ideale.

La lettura de “Il Cerchio” colpisce perché così come accadeva nei romanzi di Dick, parla di noi e delle nostre ossessioni. Così tutto nasce  dall’account con password unico per combattere l’anonimato finché, fra i numerosi progetti segreti di ricerca del Cerchio (proprio come accade per Google) si giunge ad ideare un chip che innestato nelle ossa del bambino, lo renda sempre rintracciabile, prevenendo crimini e rapimenti. Perfetto, niente da dire. Ma se abbiamo un solo account, una sola password e siamo utenti dall’identità certa, perché non bloccare il nostro account social, finché non saremo andati alle urne? Un account, un voto. Immaginate semplicemente di non poter più twittare o navigare finché non avrete votato, come vi sentireste?

Ma come avviene questa sottomissione alla rete? Come si giunge alla “democrazia digitale obbligatoria”? In modo assolutamente spontaneo ed è questo, in fondo, il tratto che spaventa di più e che rende “Il Cerchio” un romanzo distopico eppure paurosamente possibile. In uno dei più bei dialoghi del libro, sarà proprio Mae, divenuta ormai emblema della Trasparenza e progenitrice dei tre motti (I segreti sono bugie; Condividere è prendersi cura; La privacy è un furto) a chiarire che essere controllati va bene. Tutto può andar bene. A patto di lasciare un segno e non morire soli e dimenticati, in un mondo troppo grande per potervi lasciare davvero un segno. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha dichiarato: “qualsiasi attività è migliore se se svolta socialmente”. Il problema è che nel prossimo futuro potremmo non poter più scegliere di scollegarci, restando in una stanza, da soli, con le nostre idee. E senza connessione wi-fi.

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