JFK Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jfk/ un blog di approfondimento culturale Sat, 23 Nov 2013 21:49:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg JFK Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jfk/ 32 32 JFK, la storia che esplode davanti agli occhi https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/ https://minimaetmoralia.it/estratti/omicidio-jfk/#respond Sat, 23 Nov 2013 08:55:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16557 In occasione del cinquantesimo anniversario dell'assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

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In occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio di JFK, ieri abbiamo pubblicato due riflessioni di Francesco Longo e Cataldo Bevilacqua. Oggi chiudiamo il cerchio con un estratto da Omicidi americani, la raccolta di inchieste dei premi Pulitzer uscita per minimum fax nel 2006 e curata da Simone Barillari. Traduzione di Ada Arduini. (Fonte immagine)

di Simone Barillari

L’articolo premiato con il Pulitzer che Merriman Smith scrisse come testimone oculare dell’omicidio del presidente Kennedy e soprattutto i suoi dispacci all’agenzia di stampa upi – in straor­dinario, inspiegabile anticipo su tutti quelli della concorrenza – collocarono a lungo la sua prestazione giornalistica tra le più notevoli mai offerte da un reporter davanti a un evento capitale cui assisteva in prima persona. In realtà, agli occhi di alcuni colleghi, quella prestazione si rivelò per ciò che era realmente stata già la notte stessa di quel 22 novembre 1963, quando Albert Merriman Smith, non senza un certo compiaciuto cinismo, sollevò la ca­micia e mostrò ai colleghi il gran numero di lividi che gli copri­vano la schiena; spiegò poi ai presenti quello che non era scritto nell’articolo ed era invece successo a bordo della macchina del pool stampa al seguito del presidente, ossia come gli era stato possibile, nell’arco di pochi minuti, appropriarsi del più sensazionale evento della storia americana dai tempi dell’attacco a Pearl Harbor.

In qualità di inviato della United Press International presso la Casa Bianca, il ventottenne Merriman Smith aveva iniziato a lavorare durante l’amministrazione Roosevelt, quando nel 1941 scrisse che al cenone di Capodanno il presidente e sua moglie avevano ordinato stinco di cavallo e fagioli neri, e ai colleghi che gli domandavano sorpresi perché si fosse inventato una notizia del genere, lui aveva risposto che in America tutti, al cenone, mangiano stinco di cavallo e fagioli neri. Sotto il mandato di Truman, quando l’annuncio della fine della seconda guerra mondiale aveva scatenato la corsa frenetica dei reporter verso i telefoni, lui era caduto spezzandosi una clavicola, ma prima di farsi prestare delle cure mediche aveva raggiunto comunque l’apparecchio e dettato il dispaccio con la notizia. In seguito aveva accompagnato Eisenhower nel suo storico giro di incontri diplomatici in Europa, Asia e Africa, e nel 1963, quando compì cinquant’anni, Merriman Smith era il più noto corrispondente dalla Casa Bianca e Kennedy il suo quarto presidente.

Se dati come questi possono dare una misura della carriera di Merriman Smith, gli aneddoti che circolavano su di lui suggeriscono bene certi contorni della sua personalità e probabilmente anche il motivo per cui era lui, quel mattino a Dallas, a occupare il posto più vicino al telefono sulla berlina nera del pool stampa. Sarebbe stata infatti consuetudine che l’inviato dell’upi e della concorrente Associated Press si alternassero in quella posizione privilegiata, ma quasi sempre, in realtà, era Merriman Smith a sedersi di fronte. Dietro c’era invece un fotografo e c’era soprattutto Jack Bell dell’ap, interessato per parte sua molto più all’analisi politica che ai dispacci d’agenzia. Era più anziano del collega di qualche anno e di indole cupa e biliosa, raccontano, al contrario di Smith che era generalmente estroverso e solare, malgrado fosse ormai sull’orlo dell’alcolismo. Intercorreva tra i due un fermo e reciproco disprezzo che datava probabilmente dai tempi della campagna per le presidenziali del 1948, quando, almeno secondo Smith, Bell avrebbe riferito al portavoce del candidato democratico che il collega era repubblicano, e se avesse ricevuto informazioni confidenziali di certo le avrebbe usate in modo distorto.

Al di là di questi antichi rapporti di odio e di forza, quel mattino a Dallas non sembrava di particolare importanza sedere accanto al telefono – il presidente Kennedy si trovava lì solo per porre fine alle rivalità che laceravano il Partito Democratico in Texas, ed era lecito che i 3500 clienti di ap e upi tra radio e televisioni si attendessero i principali dispacci del giorno dal Golfo del Messico, per esempio, dove la marina americana stava cercando i resti di un u2 che si era schiantato in mare subito dopo aver sorvolato Cuba, oppure da Berlino, teatro di forti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica per i controlli alle stazioni ferroviarie, o persino da Roma, dove al Concilio Vaticano II i vescovi avevano appena ratificato l’abbandono della messa in latino in favore di quella nelle lingue moderne.

Tre spari risuonarono secchi nell’aria di Dallas alle 12.30 esatte, e Merriman Smith, questo forse il suo merito maggiore, fu il primo a riconoscerli – a capire subito, grazie alla sua passione per i fucili di cui possedeva un’ampia collezione, che si trattava di colpi d’arma da fuoco e non dello scoppio difettoso del motore di un’auto, come quasi tutti intorno a lui avevano pensato d’istinto. Scrisse in seguito di aver visto anche, centocinquanta metri più in là, apparire e scomparire «un lampo di rosa», probabilmente il vestito di Jacqueline Kennedy. Nel suo articolo sono descritti con efficacia e verità anche i due minuti successivi che trascorsero in una generale incertezza e concitazione, nel tentativo di capire cosa succedeva: quello che invece manca nel suo resoconto accadde alle 12.32, quando Merriman Smith afferrò la cornetta del telefono e chiese all’operatore di metterlo in contatto con l’ufficio dell’upi a Dallas.

Alle 12.34 cst nelle agenzie di tutto il mondo si sentirono cinque squilli di campanello – il segnale per un dispaccio della massima urgenza – e i telegrafi dell’upi iniziarono a battere questo comunicato:

dallas, nov. 22 (upi) – three shots were fired

at president’s kennedy motorcade in downtown dallas

Il motivo per cui non c’è traccia di tutto questo nell’articolo è che Merriman Smith, subito dopo aver fatto quel comunicato, tenne stretta a sé la cornetta fingendo con Jack Bell che all’altro capo non avessero sentito, «they can’t hear me, they can’t hear me», ripeteva al collega, che intanto si era affacciato da dietro e ormai chiedeva il telefono con sempre maggiore insistenza, prima imprecando, ­«give me the goddamn phone», infine tempestando di pugni la schiena di Smith, che a quel punto aveva smesso di recitare e faceva semplicemente scudo con il corpo, in modo che il rivale non potesse comunicare la notizia e su un simile evento l’ap venisse sconfitta nettamente, di interi minuti, nelle agenzie di tutto il mondo.

Nient’altro di quello che seguì viene più tenuto nascosto nell’articolo. Quando la berlina nera del pool stampa giunse davanti all’ospedale, Merriman Smith gettò il telefono a Bell, scese dall’auto e seppe da un uomo della scorta che Kennedy era morto. Mentre Smith si precipitava dentro l’ospedale e raggiungeva il telefono nella corsia, Jack Bell, incerto sulle condizioni di Kennedy, non si era ancora messo in contatto con la sua agenzia. Di nuovo i telegrafi dell’upi batterono un comunicato senza che ci fosse ancora nessun riscontro dall’ap. Era un dispaccio preceduto due volte dalla parola flash e da quindici squilli di campanello, segnali usati esclusivamente per eventi chiamati in gergo earthshaker, capaci di scuotere il pianeta: Kennedy era stato gravemente ferito, forse gravemente o forse mortalmente, dai colpi di un assassino.

flash

flash

kennedy seriously wounded

perhaps seriously

perhaps fatally

by assassin’s bullet

Meno di mezz’ora dopo, Merriman Smith era l’unico giornalista a bordo dell’Air Force One quando il presidente Lyndon B. Johnson pronunciò il giuramento costituzionale e durante il volo tra Dallas e Washington si insediò come il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Jack Bell, cui era stata offerta la stessa opportunità, aveva declinato l’invito, preferendo restare in ospedale a dettare dispacci.

Nella lettera con cui il direttore dell’upi sottoponeva al comitato del Pulitzer la candidatura di Merriman Smith per il pezzo scritto su quell’aereo si legge: «Per dieci ore circa nel corso del 22 novembre 1963 – prima a Dallas, poi a Washington – Merriman Smith si è trovato a contatto con una serie di eventi sconvolgenti e luttuosi. Raramente, forse mai, un reporter è stato testimone di una parte tanto grande della storia del suo paese in un così breve lasso di tempo». Merriman Smith aveva scritto quell’articolo, concludeva il direttore, «con il vento del mondo in faccia».

Una testimonianza oculare dell’assassinio di Kennedy – premio Pulitzer 1964 nella categoria «reportage nazionale»

di Merriman Smith

23 novembre 1963

Era un mezzogiorno mite e pieno di sole e attraversavamo in auto il centro di Dallas al seguito del presidente Kennedy. Il corteo aveva superato il cuore del quartiere finanziario e imboccato un ampio viale che si snodava all’interno di quello che sembrava un parco.

Io ero a bordo della cosiddetta auto del «pool stampa» della Casa Bianca, un veicolo della compagnia telefonica dotato di radiotelefono mobile. Viaggiavo sul sedile anteriore tra un autista della compagnia e Malcolm Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca per la visita in Texas del presidente. Sul sedile posteriore erano stretti altri tre reporter del pool stampa.

D’un tratto abbiamo udito tre forti esplosioni, forti in modo quasi doloroso. La prima avrebbe potuto essere scambiata per lo scoppio di un grosso petardo. Ma la seconda e la terza detonazione sono state inconfondibili: colpi di arma da fuoco.

Ci è sembrato che l’auto del presidente, circa cento, centocinquanta metri davanti a noi, sobbalzasse per un istante. Poi abbiamo visto dei movimenti concitati e confusi nell’auto dei servizi segreti di scorta alla limousine con il tettuccio trasparente di Kennedy.

Subito dietro c’era l’auto del vicepresidente Lyndon B. Johnson. A seguire, un’altra vettura trasportava gli agenti di scorta assegnati alla sua sicurezza. Dopo venivamo noi.

La nostra auto è rimasta ferma probabilmente per pochi secondi, che però sono sembrati un’eternità. Quando la storia gli esplode davanti agli occhi, anche l’osservatore più attento non riesce a cogliere appieno la portata di ciò che vede.

Ho guardato verso l’auto del presidente, ma non sono riuscito a vedere né lui né la persona che viaggiava con lui, il governatore del Texas John B. Connally. I due uomini si trovavano sul lato destro della limousine con il tettuccio trasparente arrivata da Washington. Mi è sembrato di cogliere un lampo di rosa, forse la signora Jacqueline Kennedy.

Tutti ci siamo messi a gridare al nostro autista di avvicinarsi all’auto del presidente, ma in quel momento abbiamo notato che la grossa limousine e un motociclista della scorta si allontanavano a grande velocità. Abbiamo urlato all’autista: «Seguili, seguili». Abbiamo superato sbandando l’auto di Johnson e la sua scorta e abbiamo infilato il viale, riuscendo a fatica a star dietro all’auto del presidente e a quella dei servizi segreti.

Le due vetture si sono volatilizzate dietro una curva. Quando l’abbiamo superata anche noi, abbiamo capito dove eravamo diretti: il Parkland Hospital, un grosso edificio in mattoni a sinistra del viale centrale. Con una sgommata abbiamo svoltato bruscamente a sinistra e appena l’auto ha infilato il vialetto dell’ospedale ci siamo lanciati fuori. Io sono corso accanto alla limousine.

Il presidente era riverso a faccia in giù sul sedile posteriore. La signora Kennedy gli teneva la testa fra le braccia ed era china su di lui come se gli stesse sussurrando qualcosa.

Sul pavimento dell’auto c’era il governatore Connally, disteso sulla schiena, la testa e le spalle posate sul braccio della moglie, Nellie, che scuoteva il capo e singhiozzava violentemente, ma senza lacrime. Sul davanti l’abito del governatore colava lentamente sangue. Non sono riuscito a scorgere la ferita del presidente. Ho visto però che il rivestimento del sedile posteriore era schizzato di sangue e che sul suo completo grigio scuro, a destra, si allargava una macchia bruna.

Dalla nostra auto ho chiamato via radio l’ufficio della United Press International di Dallas per comunicare che erano stati esplosi tre colpi di arma da fuoco contro il corteo di Kennedy. Quando all’ingresso dell’ospedale mi sono trovato di fronte a quello scenario di sangue sul sedile posteriore, ho capito che dovevo cercare immediatamente un telefono.

Clint Hill, l’agente dei servizi segreti a capo della piccola scorta assegnata alla signora Kennedy, si è sporto all’interno dell’auto.

«Quanto è grave, Clint?», gli ho domandato.

«È morto», mi ha risposto seccamente.

Non conservo nessun altro ricordo nitido di quella scena nel vialetto. Rammento un rumore indistinto di voci ansiose, di voci tese: «Dove diavolo sono le barelle… Portate qui un dottore… Sta arrivando… Su, fate attenzione». Da qualche parte venivano dei singhiozzi nervosi. Ho superato di corsa un breve tratto di marciapiede e sono entrato in un corridoio dell’ospedale. La prima cosa che ho scorto è stato l’ufficetto di un impiegato, piccolo quasi come una cabina del telefono. All’interno, un uomo con gli occhiali sfogliava in piedi alcune carte, forse moduli ospedalieri. Su un ripiano dietro uno sportello molto simile a quello di una banca ho avvistato un telefono.

«Come si fa a chiamare fuori?», gli ho domandato ansimando. «Hanno sparato al presidente, è una telefonata d’emergenza».

«Faccia il nove», mi ha detto porgendomi l’apparecchio.

Mi ci sono voluti due tentativi prima di riuscire a comporre il numero dell’upi di Dallas. Ho dettato rapidamente un comunicato in cui annunciavo che il presidente era stato ferito gravemente, forse mortalmente, dai proiettili di un assassino mentre percorreva le strade di Dallas.

Mentre dettavo mi sono passate accanto le lettighe del presidente e del governatore, ma davo le spalle al corridoio e le ho viste solo quand’erano già all’ingresso del pronto soccorso, venti o trenta metri più in là.

È stata l’espressione terrorizzata sulla faccia dell’uomo dietro lo sportello a dirmi che erano appena passate.

Mentre stavo in quello squallido corridoio marrone che portava al pronto soccorso, cercando di ricostruire la sparatoria per il tizio dell’upi all’altro capo del telefono ma senza perdere di vista ciò che stava succedendo fuori dalla porta del reparto, davanti ai miei occhi si è svolta una serie di scene rapide e confuse.

Kilduff, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca, correva su e giù per il corridoio. Alcuni capitani di polizia urlavano ciascuno rivolto all’altro di «sgombrare la zona». Due preti, con le strette stole viola bene arrotolate tra le mani, correvano dietro a un agente dei servizi segreti. Un tenente di polizia si è precipitato in fondo al corridoio con un grosso contenitore di sangue per le trasfusioni. È anche arrivato un dottore dicendo che aveva raccolto l’invito a presentarsi subito rivolto a «tutti i neurochirurghi».

I preti sono usciti e hanno detto che il presidente, vivo ma non cosciente, aveva appena ricevuto l’estrema unzione della Chiesa Cattolica Romana. Cominciavano a sopraggiungere alcuni membri del suo staff che nel corteo si trovavano dietro di noi, ma erano rimasti irrimediabilmente incastrati nel caos del traffico.

In ospedale i telefoni scarseggiavano e mi sono tenuto ben stretto quello che avevo trovato. Avevo paura di allontanarmi dallo sportello, non volevo perdere i contatti con il mondo esterno.

A un certo punto, però, qualcuno ha deciso al posto mio, nel momento in cui mi sono passati vicino correndo Kilduff e Wayne Hawks dello staff della Casa Bianca, urlando che di lì a poco Kilduff avrebbe rilasciato una dichiarazione nella cosiddetta sala infermiere, che si trovava al piano di sopra dalla parte opposta dell’ospedale.

Ho mollato il telefono e mi sono lanciato dietro di loro. Siamo arrivati alla porta della sala stampa e ho sentito parecchie voci gridare: «Silenzio!» Sforzandosi di controllare il proprio stato d’animo, Kilduff ha detto: «Il presidente John Fitzgerald Kennedy è deceduto intorno all’una».

Mi sono precipitato in un ufficio vicino e ho notato Virginia Payette, moglie del direttore dell’ufficio sud-occidentale dell’upi e a sua volta esperta giornalista. Le ho detto di provare a chiamare dai telefoni pubblici del piano di sopra.

Dopo un tentativo frustrato di utilizzare il centralino dell’ospedale, mi sono rivolto a un’infermiera, che mi ha accompagnato attraverso un labirinto di corridoi e scale di servizio, facendomi salire al piano di sopra e indicandomi una cabina telefonica. Sono riuscito a chiamare l’ufficio di Dallas. Virginia mi aveva preceduto.

A quel punto ho riattraversato di corsa l’ospedale e sono tornato nella sala stampa. Jiggs Fauver, che fa parte del personale della Casa Bianca addetto ai trasporti, mi ha subito bloccato, dicendomi che Kilduff voleva che tre giornalisti del pool tornassero immediatamente a Washington a bordo dell’Air Force One, l’aereo del presidente.

Così mi sono precipitato giù per le scale e ho imboccato di corsa il vialetto, ma Kilduff era appena partito con la nostra auto.

Insieme a Charles Roberts di Newsweek e Sid Davis della West­ing­house Broadcasting, ho allora implorato un agente di polizia di portarci all’aeroporto con l’auto di pattuglia. I servizi segreti avevano vietato l’uso delle sirene nelle vicinanze dell’aeroporto, ma quell’agente di Dallas è riuscito a farci superare con formidabile abilità uno degli ingorghi più tremendi che abbia mai visto.

Siamo scesi dall’auto ai bordi della pista, a circa duecento metri dall’aereo del presidente. Kilduff ci ha visti e ha fatto segno di sbrigarci. Siamo corsi da lui e ci ha detto che l’aereo poteva portare a Washington due giornalisti del pool: Johnson avrebbe prestato giuramento a bordo dell’aereo e subito dopo l’apparecchio sarebbe decollato.

Accanto alla pista ho notato una fila di cabine telefoniche e ho chiesto se avevo il tempo di avvertire la mia agenzia. Lui ha risposto: «Però sbrigati, per l’amor di Dio».

A quel punto è iniziato un altro incubo con i telefoni. L’ufficio di Dallas era occupato. Ho cercato di chiamare Washington, ma le linee erano intasate. Infine sono riuscito a telefonare all’ufficio dell’upi a New York, avvisando che di lì a poco, a bordo dell’aereo, avrebbe avuto luogo l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Kilduff è sceso dall’aereo e ha cominciato a gesticolare verso di me come un pazzo. Ho riattaccato di colpo e ho attraversato la pista di corsa. Un detective mi ha fermato e ha detto: «Le è caduto il pettinino».

A bordo dell’Air Force One, dove avevo viaggiato tante volte come reporter al seguito del presidente Kennedy, le tende della cabina principale erano state abbassate e l’interno era caldo e immerso nella penombra.

Kilduff ci ha spinti verso la suite presidenziale, che si trova più o meno a due terzi dell’aereo. È una stanza che di solito viene usata come sala stampa e salottino e che ha posti a sedere per otto, dieci persone al massimo.

Mi sono infilato dentro e ho iniziato a contare: ventisette persone. Al centro del compartimento c’erano Johnson e sua moglie, Lady Bird. Il giudice distrettuale Sarah T. Hughes, sessantasette anni, una donna dal viso gentile con una piccola Bibbia nera in mano, aspettava di dare inizio al giuramento.

Nel compartimento faceva sempre più caldo. Johnson temeva che alcune persone dello staff di Kennedy non riuscissero a entrare. Invitava la gente a farsi avanti, ma un fotografo del Genio militare, il capitano Cecil Stoughton, che era in un angolo, in piedi su una sedia, ha detto che se Johnson si spostava ancora sarebbe stato impossibile scattare una foto che entrasse veramente nella storia.

Abbiamo poi scoperto che Johnson stava aspettando la signora Kennedy, che cercava di riprendersi in una piccola stanza da letto in fondo all’aereo. È riapparsa sola, con lo stesso completo di lana rosa che indossava al mattino, quando l’avevamo vista all’aeroporto stringere tante mani con gioia al fianco del marito.

Era pallidissima, ma non piangeva. Braccia amiche l’hanno sorretta quando ha lievemente barcollato. Johnson le ha preso le mani e l’ha avvicinata a sé, alla sua sinistra. Alla destra c’era Lady Bird, irrigidita in un mezzo sorriso che rivelava tutta la sua tensione.

Johnson ha rivolto un cenno al giudice Sarah Hughes, vecchia amica di famiglia e magistrato voluto dai Kennedy.

Fuori si sentiva il rombo di un jet che atterrava.

Il giudice Hughes ha teso davanti a sé la Bibbia e Johnson l’ha coperta con la grande mano sinistra. Ha sollevato lentamente il braccio destro e il giudice ha cominciato a recitare il giuramento costituzionale. «Giuro solennemente di ricoprire con fedeltà l’incarico di presidente degli Stati Uniti…»

La breve cerimonia si è conclusa quando Johnson, con voce ferma e profonda, ha ripetuto le ultime parole del giudice: «…e che Dio mi aiuti».

Allora Johnson si è girato verso la moglie, l’ha abbracciata e l’ha baciata sulla guancia. Si è poi rivolto alla vedova di Kennedy, l’ha cinta con il braccio sinistro e ha baciato anche lei.

Altre persone del gruppo – alcuni membri del Partito Democratico del Texas e componenti degli staff di Johnson e di Kennedy – si sono avvicinate al nuovo presidente, ma lui ha dato l’impressione di non voler ricevere nessun tipo di felicitazione.

La cerimonia è durata due minuti e si è conclusa alle 15.38. Pochi secondi dopo il presidente, in tono deciso, ha dichiarato: «Ora possiamo decollare».

Il colonnello James Swindal, pilota dell’aereo, un enorme jet a elica, argento e azzurro scintillante, ha dato immediatamente gas ai motori di destra. A quel punto parecchie persone, tra cui Sid Davis della Westinghouse, sono scese dall’aereo. Per il volo di ritorno la Casa Bianca aveva posto solo per due reporter del pool, me e Roberts, anche se in quel momento non siamo riusciti a trovare un sedile libero.

Alle 15.47 le ruote dell’Air Force One si sono staccate dalla pista. Swindal ha portato l’apparecchio a 12.500 metri, una quota insolitamente alta, e l’aereo ha fatto rotta verso la base aeronautica di Andrews, vicino a Washington, tenendo una velocità al suolo di circa 1000 km all’ora.

Quando l’aereo del presidente ha raggiunto l’altitudine operativa, la signora Kennedy è uscita dalla sua camera da letto e si è diretta verso il compartimento posteriore dell’aereo, il cosiddetto salottino di famiglia, una zona privata in cui lei e Kennedy, i familiari e gli amici avevano trascorso molte piacevoli ore di volo chiacchierando e mangiando in compagnia.

In quella stanza era stata collocata la bara di Kennedy, trasportata a bordo da un gruppo di agenti dei servizi segreti.

La signora Kennedy è entrata nel salottino e ha preso posto su una sedia accanto al feretro. Non si è mossa da lì durante tutto il volo. Nella veglia si sono alternati al suo fianco quattro membri dello staff vicini al presidente assassinato: David Powers, amico e assistente personale; Kennedy P. O’Donnell, segretario e importante consigliere politico; Lawrence O’Brien, principale referente di Kennedy al Congresso, e il generale di brigata Godfrey Mc­Hugh, assistente di Kennedy sull’Air Force.

Per quasi tutto il viaggio il consigliere militare di Kennedy, il generale maggiore Chester V. Clifton, è stato impegnato nella zona anteriore dell’aereo a inviare messaggi e organizzare le cerimonie per l’arrivo e il trasferimento del corpo all’ospedale navale di Bethesda.

Durante il volo Johnson è tornato nel comparto principale. Avevo lasciato la macchina da scrivere portatile chissà dove in ospedale e stavo scrivendo su un’ingombrante macchina elettrica che la segretaria personale di Kennedy, la signora Evelyn Lincoln, aveva usato per battere i suoi discorsi.

Johnson si è avvicinato al tavolo dove io e Roberts stavamo cercando di raccontare l’evento storico di cui eravamo appena stati testimoni.

«Tra pochi minuti rilascerò una breve dichiarazione, ve ne darò una copia», ha detto. «Poi, una volta atterrati, la ripeterò».

Era la prima dichiarazione pubblica del nuovo presidente, breve e commovente:

Questo è un giorno triste per tutto il mondo. Abbiamo subito una perdita incommensurabile. Per me è una profonda tragedia personale. Sono certo che il mondo partecipa al dolore della signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. È tutto ciò che posso fare. Chiedo il vostro aiuto, e quello di Dio.

Quando l’aereo è giunto a circa tre quarti d’ora da Washington, il nuovo presidente ha preso un radiotelefono speciale e ha chiamato la signora Rose Kennedy, madre del presidente defunto.

«Dio solo sa se avrei voluto poter fare qualcosa», le ha detto. «Volevo soltanto che lei lo sapesse».

Poi, a trenta minuti dall’arrivo, ha chiamato Nellie Connally, moglie del governatore del Texas che era stato gravemente ferito.

Il nuovo presidente ha detto alla moglie del governatore: «Preghiamo per lei, mia cara, e so che andrà tutto bene, vero? Gli dia un abbraccio e un bacio da parte mia».

Era ormai buio quando l’Air Force One ha cominciato a sfiorare le luci della zona di Washington, preparandosi per l’atterraggio alla base aeronautica di Andrews. L’aereo ha toccato terra alle 17.59.

Ho ringraziato gli steward che mi avevano procurato la macchina da scrivere, mi sono infilato l’impermeabile e ho iniziato a scendere la rampa. Io e Roberts ci siamo fermati sotto un’ala, e lì abbiamo guardato la bara che veniva calata dalla parte posteriore dell’aereo e portata a spalla da un gruppo di rappresentanti delle forze armate fino al carro funebre che la attendeva. Abbiamo guardato la signora Kennedy e il fratello del presidente, il ministro della Giustizia Robert F. Kennedy, salire sul carro funebre accanto alla bara.

Il nuovo presidente ha ripetuto la sua prima dichiarazione pubblica per i microfoni di radio e televisioni, ha stretto la mano ad alcuni membri del governo e del corpo diplomatico venuti ad accogliere l’aereo e si è poi diretto al suo elicottero.

Io e Roberts abbiamo trovato posto su un altro elicottero diretto al prato della Casa Bianca. Nel comparto accanto al nostro, su uno dei grandi sedili accanto a un finestrino, ha preso posto Theodore C. Sorensen, uno dei più stretti collaboratori del presidente, suo consigliere speciale. Non aveva seguito il suo capo in Texas, ma era venuto alla base aeronautica per accoglierlo.

Sorensen era accasciato sul grande sedile e piangeva in silenzio. La dignità del suo profondo dolore racchiudeva tutta la tragedia e la tristezza di quelle sei ore appena trascorse.

Mentre il nostro elicottero volava in tondo nell’aria mite e buia in attesa di atterrare sul prato sud della Casa Bianca, ci sembrava incredibile che solo sei ore prima John Fitzgerald Kennedy fosse stato un uomo vigoroso e dinamico, che salutava la folla e sorrideva.

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Scrivere la storia – King, Ellroy e DeLillo a confronto sul caso Kennedy https://minimaetmoralia.it/letteratura/king-ellroy-delillo-caso-kennedy/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/king-ellroy-delillo-caso-kennedy/#comments Fri, 22 Nov 2013 13:42:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16551 Torniamo sul rapporto tra l'omicidio di JFK e la letteratura americana con un pezzo di Cataldo Bevilacqua uscito su Atlantidezine

di Cataldo Bevilacqua

Dalla curva spunta una moto, poi l’altra. Il corteo presidenziale entra nell’obiettivo della telecamera e in fondo si intravede una grossa limousine decapottabile pronta a svoltare. Si perdono dei fotogrammi, all’improvviso il corteo è quasi di fronte ai nostri occhi. Adesso sì, c’è la limo in primo piano, c’è JFK che saluta e accanto Jacqueline, nel vestito rosa di Oleg Cassini, che fa altrettanto. Ma dura un attimo, il primo colpo ferisce prima il senatore e poi il presidente. Il proiettile non è quello mortale, entra nella spalla, JFK si massaggia e la moglie lo abbraccia, lo avvolge, come a volerlo proteggere. Poi la macchina arriva perfettamente in perpendicolare al nostro punto di vista e uno sbuffo di sangue si alza dalla testa del presidente, che immediatamente si accascia. Jacqueline prima guarda il marito, attonita, poi nota qualcosa, oppure no, forse è solo la paura a spingerla: si alza dal sedile e si arrampica sulla parte posteriore dell’automobile che imperterrita continua a muoversi. Sullo sfondo un prato, e le  gambe di una donna che corrono fuori dall’obiettivo. Jacqueline è in bilico sul bagagliaio dell’enorme automobile, sembra cercare qualcosa, il cervello del marito dirà qualcuno, saltato in seguito al colpo. Da dietro uno dei bodyguard la raggiunge e le intima di ritornare sul sedile, lei lo fa, e la macchina esce dal campo visivo.

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Torniamo sul rapporto tra l’omicidio di JFK e la letteratura americana con un pezzo di Cataldo Bevilacqua uscito su Atlantidezine

di Cataldo Bevilacqua

Dalla curva spunta una moto, poi l’altra. Il corteo presidenziale entra nell’obiettivo della telecamera e in fondo si intravede una grossa limousine decapottabile pronta a svoltare. Si perdono dei fotogrammi, all’improvviso il corteo è quasi di fronte ai nostri occhi. Adesso sì, c’è la limo in primo piano, c’è JFK che saluta e accanto Jacqueline, nel vestito rosa di Oleg Cassini, che fa altrettanto. Ma dura un attimo, il primo colpo ferisce prima il senatore e poi il presidente. Il proiettile non è quello mortale, entra nella spalla, JFK si massaggia e la moglie lo abbraccia, lo avvolge, come a volerlo proteggere. Poi la macchina arriva perfettamente in perpendicolare al nostro punto di vista e uno sbuffo di sangue si alza dalla testa del presidente, che immediatamente si accascia. Jacqueline prima guarda il marito, attonita, poi nota qualcosa, oppure no, forse è solo la paura a spingerla: si alza dal sedile e si arrampica sulla parte posteriore dell’automobile che imperterrita continua a muoversi. Sullo sfondo un prato, e le  gambe di una donna che corrono fuori dall’obiettivo. Jacqueline è in bilico sul bagagliaio dell’enorme automobile, sembra cercare qualcosa, il cervello del marito dirà qualcuno, saltato in seguito al colpo. Da dietro uno dei bodyguard la raggiunge e le intima di ritornare sul sedile, lei lo fa, e la macchina esce dal campo visivo.

Questo è quello che Zapruder, sarto di professione, aveva girato con la sua otto millimetri quando quella mattina del 22/11/1963 si era recato a Dallas a salutare il presidente. Questo filmato è l’unica testimonianza tangibile di quello che sarebbe passato come l’attentato più sensazionale della storia fino all’11 settembre 2001.

Dietro questo episodio, così capitale secondo molti, per i destini che la nazione avrebbe intrapreso, sono poi fiorite milioni di ipotesi, complottiste e non, su chi fossero i mandanti, sul perché, su come sia stato preparato, su quanti spari siano stati effettivamente esplosi, e sulla balistica, da quale direzione cioè questi proiettili potessero provenire. Da qui allora, a ventaglio, le varie ipotesi, possibili e improbabili, da chi accusava Lee Harvey Oswald solo a chi invece propendeva per una versione più ricca, con dentro servizi segreti, mafia ed estrema destra, fino ad arrivare alla paranoia pura di coloro che sostenevano che a sparare fosse stato l’autista della limo presidenziale. Insomma, proprio come abbiamo visto avvenire per l’11 settembre, la mente umana è intervenuta a colmare gli spazi vuoti servendosi, a volte, di tutta la fantasia possibile e giungendo spesso a conclusioni plausibili ma, allo stesso tempo, inverificabili.

Quali interessi possono esserci per un narratore? Inserirsi dietro le quinte di un episodio dalla genesi incerta e dal risultato eclatante quale l’omicidio Kennedy permette all’autore di agire come demiurgo, come creatore di mondi. Se la storia, quella ufficiale, non è riuscita a giungere a una conclusione univoca, allora perché non inserirsi tra le sue fila e tentare di portare a galla una trama che ad essa, alla storia ufficiale, possa incastrarsi e/o sostituirsi? Il gioco è così allettante e ambizioso da diventare terreno fertile per scrittori di tutti i generi.

L’omicidio Kennedy diventa dunque sfondo di tre romanzi molto diversi tra di loro per finalità, target e poetica ma che ruotano, ognuno a modo suo, tutti intorno al concetto di verità. Sto parlando di 22/11/’63 di Stephen KingAmerican Tabloid di James Ellroy e Libra di Don DeLillo. Come si può notare anche gli autori sono diversissimi tra di loro, i primi due più inquadrati nella narrativa di genere, anche se entrambi tanto grandi da sconfinare in altre ambiti di giudizio (in particolare Ellroy viene citato come uno dei pochi autori di genere capace di incarnare la letteratura cosiddetta alta), e l’ultimo invece portabandiera della gloriosa generazione dell’America postmoderna, narratore di altissimo livello capace di abbracciare tutta la tradizione letteraria: insomma un autore con la A maiuscola. Detto questo avviso il lettore che, inevitabilmente, ci saranno spoiler.

22/11/’63 anagraficamente è l’ultimo uscito dei tre romanzi presi in esame. L’enorme tomo di King in realtà sembra più un’incursione nei magici anni ’50 e ’60 che un’avvincente narrazione dell’omicidio Kennedy. L’autore americano sembra non avere nessun dubbio, a uccidere il presidente è stato Oswald in totale solitudine. La frustrazione per un successo mai ottenuto e le manie di grandezza paranoiche avrebbero spinto il giovane americano con il mito dell’Unione Sovietica ad architettare ed eseguire il diabolico piano. Il male si annida solo nelle menti malate, sembra comunicarci King, e questo è un leit motiv che lega tutto il volume, tutti i “cattivi” a cui andiamo incontro sono dei pazzi paranoici vittime della loro follia: l’atto finale sarà sempre un raptus che spingerà il male ad esplodere. Addirittura King si inventa il concetto di armonia per giustificare tutto questo: le vicende si armonizzano al passato e dunque gli eventi tendono a seguire un determinato plot, ad accordarsi ad uno guida.

Il romanzo si apre su Jake Epping, professore di letteratura ultra macho di 35 anni che insegna in un college del Maine. È un tipo solitario, la moglie, ex-alcolista da poco disintossicata, lo ha mollato a causa, dice lei, della sua insensibilità, del suo aplomb inflessibile di fronte alle disgrazie della vita: in particolare della sua incapacità di piangere. Insomma Jake è solo e viene assoldato da Al, proprietario di una tavola calda, a tornare indietro nel tempo, perché nel retrobottega del suo ristorante c’è un portale capace di spedirti direttamente nel millenovecentocinquantotto. La missione di cui Jake viene investito è quella di salvare a tutti i costi JFK perché, secondo Al, quello è stato l’evento spartiacque della storia: se si riesce a invertirlo ogni cosa andrà nel verso giusto, dal Vietnam all’11 settembre. Jake, per convincersi della cosa, fa un primo viaggio attraverso il passaggio e si ritrova magicamente catapultato nel passato dove tutto sembra avere una grana e una fattura diversa: il mondo appare più genuino, più diretto, senza la frenesia del (suo) futuro o le ansie da prestazione.

La possibilità di cambiare il passato affascina Jake anche perché così potrebbe provare addirittura a salvare Harry Dunning, bidello buono ma un po’ tonto, dal lieve ritardo mentale causato dalla martellata che il padre, psicopatico alcolizzato, gli aveva inflitto una sera di Halloween di tanti anni prima, uccidendo anche tutto il resto della famiglia. Le ultime resistenze vengono rotte dallo stesso Al che si suicida attraverso dei farmaci (era ammalato di cancro e ormai era giunto alla fase terminale, ecco perché aveva scelto Jake per la missione), ponendo il nostro eroe di fronte ad un dubbio morale. Ma nell’etica di King non c’è spazio per le incertezze, bisogna essere decisi ed ecco dunque che Jake Epping cambia nome in George Amberson e intraprende il lungo viaggio che lo porterà al tentativo di sventare l’omicidio Kennedy.

Ora, durante il romanzo succedono un sacco di cose, ma la singolarità è quella che a Oswold e alla preparazione dell’attentato, King sembra non farci proprio caso. La sua posizione è netta fin dall’inizio: sì, vi è una piccola forbice di incertezza che però, dopo i primi mesi di appostamento, viene spazzata via: è stato Oswald, punto e basta. È soltanto lui l’assassino ed è soltanto lui che bisogna fermare affinché l’attentato non vada a buon termine. Ecco dunque la questione che ci riguarda, come King declina il concetto di verità rispetto a un fatto storico.

La semiotica si serve di uno strumento molto utile, il quadrato semiotico, capace di mettere dei concetti in relazione dinamica. Attraverso l’opposizione di due concetti s1 e s2 il quadrato presuppone che esistano altri due concetti nons1 e nons2 e li declina (per chi volesse approfondire può leggersi qualcosina qui oppure consultare i seguenti volumi: 1 e 2). Ora quello che serve a noi è il quadrato di veridizione. Cosa è il quadrato di veridizione? È quel quadrato semiotico che nasce dall’opposizione di Essere e Apparire. Vediamolo insieme:

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La Verità dunque non è altro che l’unione di Essere e Apparire, mentre il Segreto si posiziona sull’asse Essere e Non Apparire, la Menzogna su quello Apparire e Non Essere e la Falsità sull’asse Non Essere e Non Apparire. Se adesso volessimo posizionare in modo dinamico il romanzo di King dove lo andremmo a mettere? Parlando dell’omicidio Kennedy quello che King fa è un processo di smascheramento: l’opera passa dalla Menzogna (le teorie complottiste, tra le più accreditate) alla Verità, e lì si ancora stabile. Il dubbio è cancellato, il romanzo entra in una sua dimensione storica certa. Le cose sono andate così, Oswald ha ucciso Kennedy per una sua decisione personale.

Ellroy con il suo American Tabloid non è da meno. Anche qui il romanziere si infila nelle pagine bianche lasciate dalla storia per completarle con le trame e le vite dei personaggi che si muovevano dietro le quinte. Ecco comparire le figure leggendarie di Pete Bondurant, picchiatore dal cervello fino, Kemper Boyd, il man of the hour del romanzo, stiloso ma con una tremenda fascinazione per il potere e il concetto di compartimentazione, e Ward Littell, il fragile avvocato progressista che si ritroverà suo malgrado incastrato nei torbidi giochi di potere di Hoover, diventandone un tirapiedi. L’ambizione di Ellroy è quella di creare un romanzo, anzi una trilogia (insieme ai seguenti Sei Pezzi Da Mille e Il Sangue è randagio), che rappresenti l’atto fondativo dell’America contemporanea, il paese che sbandiera la libertà ai quattro venti ma che in realtà poggia le sue basi sulla violenza, la menzogna e lo sfruttamento. Lo dice esplicitamente l’autore nella prima frase dell’introduzione, quell’intervento che sta lì ad ammantare di verità tutto il resto della vicenda. Quella frase recita così:

L’America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio.

Una dichiarazione più che programmatica dunque. Narrare la fondazione di una nazione e le gesta di quegli uomini che l’hanno fatta, attraverso cosa? Un romanzo. Be’ questo è mistificare e Ellroy lo fa benissimo. Tanto che, a sorpresa, l’effetto del libro è proprio quello contrario, ossia far passare la sua versione per quella ufficiale e cioè che Kennedy in realtà sia stato ucciso da una serie di personaggi che volevano la sua morte: la mafia, per la strenua lotta che il fratello Bobby Kennedy gli stava facendo (doveva essere lui, secondo il romanzo, il vero obiettivo del complotto, farlo spaventare); l’estrema destra tradita dalla brutta riuscita della baia di porci e pronta a riprendersi Cuba a tutti i costi; la Cia, l’FBI, insomma tutti avevano giocato la loro parte, era tutta l’America delle lobby e degli interessi che voleva Kennedy giù dal trono. E questa America decide di farlo nell’unico modo in cui fosse capace: con uno spettacolo pirotecnico, durante la celebrazione del re.

A seguito di questi ragionamenti dunque quella che in American Tabloid viene riportata a galla è una storia segreta, quella affidata ad archivi nascosti (la figura dell’archivista nella letteratura e in questi romanzi in particolare rappresenta sempre quella di un custode, non di un semplice funzionario – e lo vedremo anche in Libra), a intercettazioni delicate che nel romanzo vengono riportate, insieme ai titoli dei giornali, a mo’ di documento, come fossero veri e propri reperti, incastrando il lettore nella rete dell’effetto di veridizione.
Come si posiziona il romanzo dunque sul quadrato semiotico sopracitato? Se quello di King voleva smascherare una menzogna, quello di Ellroy vuole portare a galla un segreto, spostandosi dall’asse del Segreto a quello della Verità: l’operazione è quella dello svelamento. Lo scrittore demiurgo pasolinianamente sa e divulga ai suoi lettori la conoscenza. Anche qui i dubbi vengono richiusi e la dimensione della certezza viene ripristinata in pieno. Ma è una certezza per pochi, per eletti. È il segreto sussurrato ad un orecchio.

Chi invece procede verso un percorso diverso è Don DeLillo con il suo Libra, uscito nel lontano 1988, annoverandosi così come il libro più anziano della tripletta. In realtà l’operazione può sembrare simile a quella portata avanti da Ellroy, e cioè rendere storia il romanzo ma ci sono delle componenti che lo portano decisamente lontano, andando addirittura a posizionare il romanzo su una dimensione opposta a quella del maestro del noir. Anche in questo caso il romanzo si muove analizzando le vite e le vicende di tutti coloro che presero parte all’attentato, o meglio di tutti coloro che nutrivano dei rancori verso il presidente o chi per lui (ossia Bobby, lo strenuo e incorruttibile paladino della giustizia). Una numero cospicui di capitoli, introdotti da una specificazione di luogo, vengono dedicati alla figura di Lee Harvey Oswald che viene raccontato dalla sua infanzia fino al giorno in cui imbraccerà il fucile comprato per corrispondenza alla finestra del Texas School Book Depository. Gli altri capitoli, dedicati agli altri uomini, come per esempio Winn Everett, sono introdotti invece da una marca temporale: una data, giorno e mese, l’anno non c’è.

Questo perché uno dei personaggi che ricorre più frequentemente è Nicholas Branch, sfasato temporalmente rispetto agli altri e posizionato quindici anni dopo. Questo personaggio indaga ancora per conto della Cia sul misterioso omicidio: è lui l’archivista, colui che, sommerso dai libri, tenta a distanza di anni di tirare fuori uno straccio di verità da quella complessa matassa di interessi e uomini che volevano morto JFK. Ecco come viene presentato:

Nicholas Branch è seduto nella stanza piena di libri, la stanza dei documenti, la stanza delle teorie e dei sogni. E’ al quindicesimo anno di lavoro, e a volte teme di diventare immateriale. Che stia invecchiando, è certo. Ci sono momenti in cui non riesce a concentrarsi sui fatti in questione e deve tornare più volte alla pagina, al rigo, al dettaglio minuzioso di un particolare pomeriggio. Entra ed esce da quei pomeriggi, nei cieli caldi e sfolgoranti che danno tono e profondità all’angustia dei dati. A volte si addormenta, accasciato nella poltrona, una mano penzolone sul tappeto tessuto su telaio largo. Questa è la stanza in cui si invecchia, la stanza a prova di incendio, inondata di carte.

Il suo ruolo, come detto, è indagare sul materiale che ha disposizione e che gli viene passato da una figura non meglio specificata che lui chiama il Curatore: come fosse una mostra, una galleria, arte e non realtà quella a cui Branch sta lavorando. E la sua presenza, insieme all’assenza di documenti o pseudo-documenti (è Branch solo l’istanza dedicata ai documenti, è lui il filtro, noi non vediamo nulla), è decisiva per l’economia del romanzo, spostandolo su un asse ancora diverso rispetto ai precedenti presi in esame. Ma perché proprio Branch? Perché è lui che esaminando i documenti raccolti, osservando minuziosamente ogni interrogatorio, rapporto o testimonianza, dopo più di quindici anni di lavoro, non riesce ancora ad arrivare a nulla: se qualcosa lo porta verso una direzione, subito dopo appare ciò che la smentisce. La confusione è quella iniziale, la stessa e non può fare a meno di domandarsi, anche lui, se il suo superiore, il Curatore, non stia cercando proprio di sviarlo, per tenere nascosto un evento che il mondo non deve sapere.

DeLillo prova a far muovere il suo romanzo dall’asse del Segreto verso quello della Verità, ma essa appare irraggiungibile, lontana, quasi fosse un’utopia: è il segreto la dimensione del romanzo, non v’è scampo. E con questa mossa, con questa concezione dell’attentato, con questa finale sanzione di inconoscibilità De Lillo riporta il fatto storico in una dimensione romanzesca: fa l’esatto contrario di King e Ellroy, ribalta la situazione, è la storia che diventa romanzo e non viceversa. Ci può essere un risultato più grande per chi fa letteratura?

Di Kennedy non sapremo mai come è andata veramente, sta a noi decidere se credere a qualcuno o qualcosa piuttosto che ad altro. Quello di cui siamo sicuri però è che un evento così, pur nella sua totale drammaticità, non potrà fare altro che generare storie, anche’esse funzione della vita e della morte. La macchina della creazione, per fortuna, non si ferma e non si fermerà.

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