Jill Bough Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jill-bough/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Sep 2019 12:15:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jill Bough Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jill-bough/ 32 32 A proposito dell’asino https://minimaetmoralia.it/altro/a-proposito-dellasino/ https://minimaetmoralia.it/altro/a-proposito-dellasino/#comments Thu, 29 Aug 2019 10:24:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40961 L’asino resiste. Carico di balle di fieno lungo un sentiero della campagna etiope, legato alla macina che polverizza peperoncini in un villaggio cinese, usato per trasportare i pali di legno utili per puntellare le miniere del Far West o come cavalcatura dei soldati australiani durante la Prima guerra mondiale, l’asino resiste; introdotto come prova in tribunale quando a Londra nel 1822 Richard Martin chiese e ottenne di rendere inequivocabili le ferite che erano state inflitte all’animale dal suo padrone (da qui il Martin’s Act, la prima legge a contrastare la crudeltà contro gli animali), trasportato in aereo dalla US Army durante la Seconda guerra e gettato giù col paracadute (dopo averlo drogato perché atterrando non irrigidisse le zampe), ridotto ad animale di compagnia («Gli asini miniatura hanno la natura affettuosa di un terranova, la docilità di una mucca», disse nel 1929 Robert Green, che per primo importò asini miniatura negli Stati Uniti), l’asino resiste; e ancora, seppure descritto come immagine di stupidità, di pigrizia, di potenza sessuale e di mitezza, al contempo sacro e osceno, esposto, esibito, spettacolarizzato o umiliato, l’asino non fa altro che resistere.Unico e molteplice, appartenente a un drappello di animali struggenti – con lui almeno il puffin islandese e il kiwi australiano –, l’asino ha attraversato i millenni sopportando l’insopportabile e opponendo all’ottusità del mondo una tenacia asciutta, senza epica e senza eroismi.

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(Illustrazione: Stefano Faravelli)

L’asino resiste. Carico di balle di fieno lungo un sentiero della campagna etiope, legato alla macina che polverizza peperoncini in un villaggio cinese, usato per trasportare i pali di legno utili per puntellare le miniere del Far West o come cavalcatura dei soldati australiani durante la Prima guerra mondiale, l’asino resiste; introdotto come prova in tribunale quando a Londra nel 1822 Richard Martin chiese e ottenne di rendere inequivocabili le ferite che erano state inflitte all’animale dal suo padrone (da qui il Martin’s Act, la prima legge a contrastare la crudeltà contro gli animali), trasportato in aereo dalla US Army durante la Seconda guerra e gettato giù col paracadute (dopo averlo drogato perché atterrando non irrigidisse le zampe), ridotto ad animale di compagnia («Gli asini miniatura hanno la natura affettuosa di un terranova, la docilità di una mucca», disse nel 1929 Robert Green, che per primo importò asini miniatura negli Stati Uniti), l’asino resiste; e ancora, seppure descritto come immagine di stupidità, di pigrizia, di potenza sessuale e di mitezza, al contempo sacro e osceno, esposto, esibito, spettacolarizzato o umiliato, l’asino non fa altro che resistere.Unico e molteplice, appartenente a un drappello di animali struggenti – con lui almeno il puffin islandese e il kiwi australiano –, l’asino ha attraversato i millenni sopportando l’insopportabile e opponendo all’ottusità del mondo una tenacia asciutta, senza epica e senza eroismi.

L’asino di Jill Bough, edito da nottetempo nella collana Animalía (traduzione di Andrea Aureli), non è solo la storia di quello che, secondo la nomenclatura di Linneo, si chiama Equus Asinus, ma la ricostruzione delle interpretazioni (se non delle ideologie) tramite cui ci siamo confrontati con questo quadrupede, in un’oscillazione che conduce dall’onolatria (il culto dell’asino) all’onoclastia (la sua persecuzione).

Un libro, quello di Bough, che nel descrivere ciò che potremmo chiamare «immaginario asinino» vale di riflesso come un’indagine delle nostre percezioni, dei nostri giudizi e soprattutto dei nostri pregiudizi. Nella consapevolezza chela storia materiale dell’asino è inscindibile dalla sua rappresentazione culturale.

E quindi, dalla Favola del cavallo e dell’asino di Esopo a Platero e io di Juan Ramón Jiménez, dall’Asino d’oro di Apuleio al Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino di Robert Louis Stevenson, una narrazione dopo l’altra il somaro è assunto come figura dell’umiltà o della curiosità, di lussuria e malvagità; quando in Collodi Pinocchio si ritrova con le orecchie allungate come «due spazzole di padule», ciò che avverte è vergogna e disperazione, mentre è in Don Chisciotte che il ciuco semplice e onesto cavalcato da Sancho si fa emblema del silenzio paziente (quando Sancho lo bacia, «l’asino taceva»); ben diverso il caso – indicativo di come questo animale sia stato e sia un giacimento di raffigurazioni a volte agli antipodi – della saga cinematografica di Francis, il mulo parlante, dove un asinello si trasforma nella coscienza ciarliera di un giovane soldato, e più di recente in Shrek, dove il ciuchino scandisce la narrazione con la sua inarginabile loquacità.

L’asino è però soprattutto un mezzo di trasporto. Nei Vangeli porta Maria durante la fuga in Egitto, così come, simmetricamente,porterà Cristo al suo ingresso a Gerusalemme nella domenica delle Palme. Nel Freedom Day del ’97 Nelson Mandela percorre il prato dell’Upington Stadium guidando un carretto trainato da un asino, mentre, rovesciando il segno, in Francia e in Inghilterra i mariti maltrattati dalle mogli venivano fatti sfilare per la città in groppa a un somarello (e nel 1970 a Carbonia le Br costrinsero Enrico Loriga, capo del personale della Carbosarda, a sfilare per la cittàseduto sul dorso dell’animale).

In Auhasard Balthazar, 1966, Robert Bresson racconta la storia di un asino che, venduto, comprato, usato come bestia da soma e  da tiro e poi esibito in un circo,lega tra loro le vicende dei suoi diversi proprietari. Nella convessità degli occhi neri di Balthazar, ciò che siamo è rivelato nella sua naturale tragica irrilevanza. Ed è allora, forse, che comprendiamo perché guardiamo l’asino: per riuscire, a nostra volta, a guardarci. Perché il buio luminoso del suo sguardo, anteriore a ogni intenzionalità e a ogni giudizio, è la superficie abissale in cui ci specchiamo. Mentre continuiamo a procedere auhasard, sempre e inevitabilmente a casaccio, l’asino, accanto a noi, continua quietamente a resistere.

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