Jim Carroll Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jim-carroll/ un blog di approfondimento culturale Sat, 24 Jan 2015 10:55:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jim Carroll Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jim-carroll/ 32 32 Roberto Bolaño e Jim Carroll, musica e religione: intervista a Patti Smith https://minimaetmoralia.it/interviste/roberto-bolano-e-jim-carroll-musica-e-religione-intervista-a-patti-smith/ https://minimaetmoralia.it/interviste/roberto-bolano-e-jim-carroll-musica-e-religione-intervista-a-patti-smith/#comments Sat, 24 Jan 2015 10:55:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24835 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista a Patti Smith apparsa su D - la Repubblica. (Fonte immagine)

Lo ha chiamato The (Patti) Smiths Tour e insieme ai figli Jackson e Jesse e al chitarrista Tony Shanahan (qui al basso alle tastiere) Patti Smith ha iniziato a dicembre un piccolo bellissimo viaggio di famiglia in Italia fatto di città da visitare e di piccoli bellissimi live acustici. A Parma la prima data, seguita da Rimini e Udine, Vicenza, Napoli e Catanzaro. Poi il 13 dicembre Patti Smith è stata a Roma, in Vaticano, sul palco del concerto di Natale. Non fa mistero del suo amore per Papa Francesco, a cui un anno e mezzo fa ha stretto la mano in piazza San Pietro, con pari stupore di fedeli e varia umanità punk e post-punk.

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Patti Smith apparsa su D – la Repubblica. (Fonte immagine)

Lo ha chiamato The (Patti) Smiths Tour e insieme ai figli Jackson e Jesse e al chitarrista Tony Shanahan (qui al basso alle tastiere) Patti Smith ha iniziato a dicembre un piccolo bellissimo viaggio di famiglia in Italia fatto di città da visitare e di piccoli bellissimi live acustici. A Parma la prima data, seguita da Rimini e Udine, Vicenza, Napoli e Catanzaro. Poi il 13 dicembre Patti Smith è stata a Roma, in Vaticano, sul palco del concerto di Natale. Non fa mistero del suo amore per Papa Francesco, a cui un anno e mezzo fa ha stretto la mano in piazza San Pietro, con pari stupore di fedeli e varia umanità punk e post-punk.

Quando non è in tour, nella sua casa di New York, a Soho, passa le giornate leggendo (quando la intervisto sta leggendo una biografia di Emily Brontë e La morte del padre di Karl Knausgaard, “il primo per lavoro e il secondo per piacere”) e soprattutto scrivendo. “Scrivo tutti i giorni”, dice sorridente. “Non canto tutti i giorni, non sempre esco a camminare, né fotografo, ma scrivere sì, anche se solo una riga tutti i giorni devo scrivere”. In inverno inizierà a lavorare a un nuovo disco e nel frattempo, dopo il meritato successo di Just Kids, ha in cantiere due libri. Il primo, quasi terminato, lo definisce “un libro indefinibile”. Racconta di averlo iniziato un giorno in un caffè e non avere mai smesso di scriverlo. “Adesso è quasi finito”, dice. “È un libro che parla di cose successe negli anni passati, di altri libri, di scrittura, di sogni a occhi aperti, di tutto quello che mi andava di scrivere. Volevo scrivere qualcosa di meno strutturato di Just Kids e che fosse scritto al presente. Ecco, lo chiamerei un libro molto presente”.

Nel frattempo sta scrivendo anche una storia di detective?

Sì, ma rientra tra le cose che considero un piacere, un mio piacere segreto. Ok, adesso non è più segreto, ma resta un libro a cui mi piace lavorare quando ho del tempo tutto mio. Non ho una data di consegna, e posso lavorare con lentezza.

Il detective è un uomo o una donna?

Un uomo, ma è buffo che me lo chieda perché c’ho ragionato a lungo prima di decidere che fosse un uomo. In futuro probabilmente scriverò una storia con una detective donna. I detective mi piacciono moltissimo, di tutti i generi.

A volte le detective però sembrano più brillanti dei loro colleghi uomini.

Sì, è vero, le donne sono grandi detective di polizia, lo capisci dalle serie tv. Una delle mie preferite è Sarah Linden di The Killing. Poi c’è il detective Eames di Law & Order: Criminal Intent. Ce ne sono un sacco di detective donne bravissime.

Sonya Cross di The Bridge.

Sì! Lei è fantastica. Ma alla fine che importa se sono donne o uomini, basta che siano bravi.

Sì, certo. E poi ci sono I detective selvaggi di Roberto Bolaño, uno dei suoi scrittori preferiti. Come lo ha scoperto lei Bolaño?

A un certo punto in America è diventato famosissimo. E l’ho scoperto leggendo proprio I detective selvaggi. Mi è piaciuto abbastanza, ho iniziato a cercare cos’altro avesse scritto, e mi sono imbattuta in 2666 che all’epoca andava meno di moda dei Detective. Quando l’ho letto ho capito che era un capolavoro. Non abbiamo la fortuna di confrontarci con chissà quanti capolavori scritti da contemporanei, per cui per un po’ ne sono stata ossessionata, l’avrò letto quattro volte. E ho letto quasi tutti gli altri suoi libri, anche se continuo a pensare che il suo capolavoro sia 2666. Lo stava scrivendo quando è morto per cui uno può solo immaginare quali altri capolavori avrebbe potuto scrivere. Amo Bolaño.

Tra le tue foto degli ultimi anni ce n’è una di una sedia di Bolaño. Quando l’ha fatta?

Esattamente non mi ricordo, sarà stato il 2008 o forse il 2009. Viaggio moltissimo e faccio confusione con le date. Però mi ricordo che ero in Spagna per una mia mostra, poco lontano da Blanes, in Catalogna, che è dove Bolaño ha vissuto e scritto gli ultimi anni della sua vita. E ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia, e di fotografare la sua sedia. L’ho fotografata perché non aveva una macchina da scrivere ma scriveva al computer, e ho pensato che la sedia fosse un’immagine più romantica della foto di un computer. Mi hanno detto che quella sedia era la sua preferita, se la portava dappertutto, proprio l’amava. Era la sua sedia fortunata.

Ha anche fotografato il letto di Jim Carroll, poeta e suo amato amico dei tempi in cui viveva al Chelsea Hotel.

Sì, quella foto l’ho scattata subito dopo che è morto a casa sua a Inwood. Io e Jim eravamo molto amici, dopo la sua morte gli amici più cari siamo andati a casa sua a prendere i suoi libri e le sue cose. E ho fotografato il letto.

Qual è la cosa più bella che ricorda di Jim Carroll?

Ne ho un sacco di ricordi di Jim, ma adoravo quando leggeva. C’erano volte in cui si sedeva su una sedia e leggeva per me. Mi leggeva le sue poesie, o le poesie di Gregory Corso, o quelle di Frank O’Hara. E io amavo sedermi per terra accanto alla sua sedia e ascoltarlo leggerlo con quella sua voce bellissima. Le sue preferite erano le poesie di O’Hara ed era un modo bellissimo di ascoltarle. È bellissimo ascoltare i poeti letti da altri poeti.

È stata in tour in Italia insieme ai suoi figli. Com’è andare in tour da madre?

Mio figlio e mia figlia sono entrambi bravissimi musicisti, e mi diverto a lavorare con loro. Sono molto professionali ma anche divertenti. E ci si rilassa a stare sul palco con loro due. Credo sia anche normale, ci conosciamo da quando sono nati, sappiamo le abitudini gli uni degli altri, se sbagliamo qualcosa durante un concerto riusciamo a rimediare immediatamente, e soprattutto ridiamo. Adoro lavorare con loro.

Diventare madre è una cosa che in qualche modo l’ha cambiata?

Certo. Quando fai dei figli, soprattutto se sei un’artista e per natura sei presa da te stessa, impari immediatamente che non sei il centro dell’universo. Crescere un figlio è una cosa che richiede una discreta quantità di sacrifici. E devi imparare un sacco di cose che non sai. Quando sono nati i miei figli ho imparato che per scrivere dovevo svegliarmi presto, prima che si svegliassero i bambini, e farlo a quell’ora. Ho reinventato del tutto il mio modo di lavorare. E mi è andata bene, penso di essere cresciuta come essere umano e come artista, per certi versi credo che l’essere madre abbia migliorato il mio lavoro. Mi verrebbe da dire che è successo proprio grazie alla disciplina.

Ha anche iniziato a preoccuparsi di più del futuro?

Le condizioni in cui è il nostro pianeta credo rendano inevitabile preoccuparsi, che si abbiano o meno dei figli. E non si tratta solo del riscaldamento globale, è una situazione più complessa e profonda, che mette a rischio alcune specie animali e l’intera catena alimentare, la qualità degli oceani, dell’acqua, del cibo. Dovremmo preoccuparci tutti del fatto che il cancro oggi sia così diffuso, anche tra i bambini. Ma la gente evita semplicemente di pensarci e continua con il proprio lavoro, guidata dall’avidità o da falsi idealismi.

La religione in questo non sempre aiuta. E nemmeno l’uso politico che se ne fa.

Sono assolutamente d’accordo. Al giorno d’oggi la religione, o perlomeno la maggior parte delle religioni hanno dimenticato le loro radici. Se vai alle origini del cristianesimo, in qualunque sua variante, vedi chiaramente che era una religione di una semplicità estrema, basata sull’aiutare i poveri, sull’amarsi l’un l’altro. Concetti semplicissimi che abbiamo reso complicati. Se Gesù tornasse e vedesse cosa la gente fa in suo nome ribalterebbe parecchi tavoli. E non è che le altre religioni stiano facendo meglio, mettendo la gente l’una contro l’altra in loro nome. Che c’entra tutto questo con la religione? Queste sono più logiche del potere. La religione dovrebbe essere un rifugio per le persone, un posto dove ti aiutano, ti sostengono, ti nutrono, non un posto di vendette o facili guadagni. Di contro, all’altro estremo, c’è un modo privato, interiore, di vivere la religione, in cui ci siete solo tu e Dio.

Lei ha sempre avuto una relazione particolare, interiore e per certi versi privilegiata, anche con i morti. Come se la morte non sia in grado di rendere gli amati meno reali, o meno presenti.

Sì, ma è una cosa che nasce dalla necessità. Non puoi fare altrimenti. Ho perso mio marito quando i nostri figli erano piccoli, ho perso i miei genitori, alcuni dei miei amici più cari, e tenere in vita i ricordi mi permette di tenere in vita i miei cari dentro di me. È come se me li portassi dietro, continuo a parlare con loro, sono degli amici con cui confidarmi, e sono reali. Se ho bisogno di mia madre so che le posso parlare.

Per certi versi è quello che succede quando stabiliamo una relazione con certi poeti o artisti che magari non abbiamo mai conosciuto perché hanno vissuto in altri secoli. Penso a gente come Pasolini, o Baudelaire. Sono persone immaginarie rispetto alle nostre vite, ma sembrano reali.

Ma sono reali. È solo una questione di prospettiva. Crescendo ci insegnano ad avere una relazione con Gesù o con Dio, che è un modo per imparare a stabilire relazioni con l’astratto. E non credo sia diverso con i poeti o gli artisti. Sono solo stelle di una tua costellazione emotiva e personalissima che ti costruisci crescendo. Li guardi ed è come guardare le stelle. Ci sono grandi stelle e pianeti, ma anche stelle minuscole, ed esistono tutte quante, e non sono meno reali di quello che c’è sulla terra. Ti sembrano irraggiungibili ma questo non significa che non siano vere. Non ci vedo niente di strano nell’idea di comunicare con Pasolini così come non viene considerato strano comunicare con un santo. Giovanna d’Arco comunicava con Santa Caterina e San Michele. Io potrei comunicare con Rimbaud. E tu avrai i tuoi preferiti con cui comunicare. È una cosa che semplicemente arricchisce la vita.

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Jim Carroll, il poeta della pallacanestro https://minimaetmoralia.it/estratti/jim-carroll/ https://minimaetmoralia.it/estratti/jim-carroll/#comments Sun, 01 Jun 2014 07:59:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21124 Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll. Vi segnaliamo che domani, lunedì 2 giugno, Tiziano Lo Porto sarà ospite del festival La grande invasione di Ivrea per partecipare all'incontro A proposito di Jim Carroll insieme a Violetta Bellocchio.
Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile.

La vanità è una grande qualità

Vedere giocare Jim a pallacanestro è un sistema infallibile per capirne l’opera. Jim Carroll giocava con vanità. A un certo punto della sua vita disse: «La vanità è una grande qualità nel rock. È come quando giocavo a pallacanestro: non è importante segnare due punti ma essere figo mentre lo stai facendo, è una possibilità per trascendere te stesso».

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Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll. Vi segnaliamo che domani, lunedì 2 giugno, Tiziano Lo Porto sarà ospite del festival La grande invasione di Ivrea per partecipare all’incontro A proposito di Jim Carroll insieme a Violetta Bellocchio. (Fonte immagine)

I wanna lay beneath these sheets and never turn blue

I wanna hold you, hold you tight but never touch

I want some pure, pure white; hey, we can nod all night

ìWe can do it without thinking too much

Jim Carroll Band, «Wicked Gravity»

Tutto quello che c’è da dire e da sapere su Jim Carroll sta in un rapido elenco di parole: pallacanestro, poesia, rock’n’roll, eroina. L’ordine non è importante, le parole sono quelle. Racchiudono in sé grazia e vulnerabilità, potenza e resa. Così per la durata di una vita, nel caso di Jim Carroll costellata di episodi memorabili e mai lontanamente facile.

La vanità è una grande qualità

Vedere giocare Jim a pallacanestro è un sistema infallibile per capirne l’opera. Jim Carroll giocava con vanità. A un certo punto della sua vita disse: «La vanità è una grande qualità nel rock. È come quando giocavo a pallacanestro: non è importante segnare due punti ma essere figo mentre lo stai facendo, è una possibilità per trascendere te stesso».

Da ragazzino Jim Carroll amava la poesia. «Volevo diventare un poeta», dirà da adulto. Sarebbe diventato «un pessimo marchettaro», e un grande poeta. Il suo primo libro di poesie se lo autoproduce a sedici anni e mezzo. Si chiama Organic Trains, diciassette pagine in tutto. All’inizio lascia che circoli senza che nessuno sappia nulla dell’autore. Dirà in seguito: «Non ne ho parlato con nessuno per il primo anno perché volevo che fosse il mio libro a parlare, così come voglio che quando gioco a pallacanestro sia il mio modo di giocare a parlare per me, e non io a parlare di lui». Per lui la poesia è come la pallacanestro. È evidente vedendolo giocare. È evidente leggendo le sue poesie. È evidente per chiunque abbia mai giocato a pallacanestro. O scritto una poesia.

Ai poeti beat di New York si sarebbe presentato un anno dopo l’uscita di Organic Trains. E loro vedendolo dissero: Figo, ci chiedevamo chi cazzo fossi. Del suo esordio dichiarò anni dopo lo stesso Jim Carroll: «Era solo un piccolo libro, ma mi convinsi che sarei stato un poeta».

A vent’anni pubblica il secondo libro di poesie. A ventitré, con il terzo, viene candidato al Pulitzer.

Quello che non mi uccide mi fa dormire

YouTube è un buon posto dove studiare Jim Carroll. Ci sono le canzoni, ci sono alcuni videoclip e filmati live, c’è qualche immagine, ci sono molti file audio con dentro interviste e poesie. C’è la pallacanestro e c’è l’eroina. C’è Jim Carroll che legge della perdita dell’innocenza raccontando del giorno in cui Kennedy venne assassinato, che era anche il giorno in cui il suo amico Billy a sei anni si masturbò per la prima volta. C’è Jim Carroll che cita Nietzsche dicendo: «Quello che non mi uccide mi fortifica». E poi stravolge la frase e ne dà la sua, di versione: «Quello che non mi uccide mi fa dormire fino alle tre e mezza del pomeriggio dopo».

Tra le poesie più belle ce n’è una che si chiama «Guardando il cortile della scuola». E il cortile della scuola non è quello dove giocava lui da bambino. Questo della poesia è un cortile frequentato da bambini sconosciuti che come intrattenimento non hanno trovato di meglio da fare che osservare meticolosamente l’occhio di vetro di una loro compagna. Lo tengono in mano, se lo passano, lo guardano con la lente d’ingrandimento, poi lo restituiscono alla bambina e si lavano le mani. Scrive Carroll: «Quando li vedo restituirlo e correre alla fontana per lavarsi accuratamente le mani e asciugarle sulle maniche delle camicie inamidate, mi rendo conto che l’occhio è vero. Vero come la noncuranza con cui ciascuno torna a dedicarsi ai propri giochi». Quella noncuranza. Nella vita Jim Carroll la troverà dappertutto.

Per il modo in cui vanno certe vite, alcuni di noi a tredici anni sono già definiti, sono quello che saranno. Jim Carroll a tredici anni era quello che sarebbe stato. Eroinomane, bello come il sole, un dio della pallacanestro. Scriveva. Era totalmente appassionato alla poesia.

Della storia della sua vita gli episodi più belli riguardano il modo in cui a sedici anni cercò di far conoscere al mondo (o meglio, agli altri poeti) le proprie poesie. Al poeta Ted Berrigan regalò una copia di Organic Trains scrivendo sulla quarta di copertina: «Mi risponda per favore, vorrei fargliene leggere altre». Di lui Berrigan anni dopo disse: «Non ho mai letto niente di simile. Potrei nominare Rimbaud ma non renderei giustizia all’americanità di Carroll».  

Un giorno, sempre a quell’età, Jim Carroll si piazzò davanti al Moma aspettando che Frank O’Hara, il suo poeta preferito, uscisse. Poi lo seguì per strada e in metropolitana fino a casa. Lo seguì e basta. Appena O’Hara entrò in casa, se ne andò. Soddisfatto dell’apparente inutilità del proprio gesto. Jim Carroll era fatto così.

Di lui, e di Jim entra nel campo di basket, Jack Kerouac scrisse: «A tredici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89% dei romanzieri di oggi». Vai a capire perché 89 e non 80 né 90. 

Lo studio di Miller e Rimbaud mi ha spinto verso il rock

Poeta prestato alla musica e non musicista prestato alla poesia, quando Jim Carroll iniziò a scrivere canzoni rock’n’roll sapeva che le sue muse erano Henry Miller e Arthur Rimbaud. Disse: «Lo studio di Miller e di Rimbaud, che in realtà è uno studio di Miller, è stato ciò che più di ogni altra cosa mi ha spinto verso il rock». Mise in piedi una band new wave punk rock e la chiamò The Jim Carroll Band.

Omonimo il primo disco, impeccabile infilata di gloriose canzoni punk tra cui splende fulgida, bella tra le belle, «People Who Died», nelle parole di Carroll, «non un tentativo di romanticizzare la morte ma solo un modo di celebrare queste persone». Le persone celebrate dalla canzone sono un’infilata di giovanissimi caduti per droga, morte violenta, malattia, troppa tristezza o semplice sfiga. Nella canzone vengono elencati uno dopo l’altro, insieme all’età che avevano quando sono morti e alle cause di morte. Se la metti alle feste ci puoi pure ballare sopra. Una canzone che trascende se stessa.

Ancora Carroll, parlando dei suoi musicisti: «Non volevo un look costruito, volevo che sembrassero benzinai alla stazione di servizio». Benzinai che folgoravano il pubblico cantando di ragazzini morti, con tutto il punk che sfangata la giovinezza andrebbe custodito in animo e cuore.

Jim Carroll musicista alla fine era diventato anche più bravo dell’inizio, e se ha fatto pochi dischi è stato in primo luogo per prendere distanza dalla musica che c’era in giro. Così in un’intervista del 1996: «Una volta ogni tre mesi penso che dovrei fare un altro disco, poi guardo mtv per cinque minuti e penso cazzo che schifo!!, e allora la voglia mi passa».

E poi il rock’n’roll per lui era importante, ma veniva dopo. Dopo la pallacanestro, dopo la poesia, dopo l’eroina. Il rock’n’roll era un modo per distrarsi dalla scrittura. Ringraziava il rock’n’roll ma poi prendeva le dovute distanze. Ancora Carroll: «La teoria che i reading si debbano fondere necessariamente con il rock’n’roll è una stronzata gigantesca. Non succederà mai, la gente ai reading vuole solo un accompagnamento di sottofondo. Lo so perché ho fatto entrambi e posso dire che avverto la diversa reazione del pubblico. Ma ci sono alcune somiglianze e ci sono dei trucchetti che si possono rubare al rock’n’roll. Scrivere una poesia e scrivere un testo per una canzone, tecnicamente, sono due cose molto diverse».

Non ti faresti di eroina se facesse cagare

Per capire la relazione di Jim Carroll con l’eroina bisogna leggere Jim entra nel campo di basket, diari tenuti dai dodici ai sedici anni e pubblicati in America nel 1978. Della sua adolescenza raccontano, appunto, la pallacanestro, la strada, il sesso, New York, l’eroina.

La cosa più bella di Jim entra nel campo di basket la disse lo stesso Carroll in un’intervista: «Pare sia anche uno dei libri più rubati. Me l’hanno detto i ragazzi di Barnes & Noble. Insieme ai libri di Bukowski, Burroughs e Kerouac».

La cosa più bella sull’eroina la disse sempre Carroll in un’altra intervista: «Siamo seri innanzitutto. Non ti faresti di eroina se facesse cagare». Poi, più critico: «Il problema è questo: dopo un po’ la droga diventa una scusa per non fare un cazzo». E infine, onesto: «In fatto di eroina sono sempre stato un rigoroso purista come quei fondamentalisti folk che scacciarono Dylan dal palco di Newport perché si era presentato con la chitarra elettrica. Non mi va di diluire la scarica nella sua essenza».

La cosa più bella del film tratto da Jim entra nel campo di basket, diretto da Scott Kalvert, è Leonardo DiCaprio. Somigliava talmente a Jim Carroll che quando quest’ultimo andò a vedere il film in sala per la prima volta insieme all’amico Lou Reed, si sentì dire da Reed: «In ogni gesto che fa questo ragazzo è uguale a te. Prende persino le cose dalla giacca come fai tu!»

Per il resto è un buon film rovinato da un fasullo finale di redenzione. Così lo stesso Jim: «Il finale del libro era meravigliosamente ambiguo, non sapevi se il protagonista stava andando a perdersi nella droga o sceglieva la poesia. L’hanno stravolto completamente, facendolo finire con l’immagine pomposa di questa persona che dopo un reading di poesie tutto gli va bene. Sembra un incontro del Sert!»

Dopo l’uscita del film Jim prese a essere invitato dalle scuole. Ma era DiCaprio redento e non Carroll tossico che presidi e insegnanti volevano, equivoco che generò una drammatica sequenza di situazioni ingestibili e che rese goffa la presenza di Jim Carroll ferendone la vanità. Ma a quel punto il nostro faticava già a trascendere se stesso. Scriverà nel 1987 nel secondo volume di diari, Forced Entries: The Downtown Diaries: 1971-1973: «Il fatto è che, per molti versi, non avevo intenzione di arrivare a quest’età». E poi: «Non morire giovane può essere un dilemma».

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Intervista a Richard Hell https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/#comments Wed, 23 Oct 2013 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16005 Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

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Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

“Superati i quarant’anni ti rendi conto di avere vissuto la tua giovinezza”, mi dice spiegandomi le ragioni di questa sua autobiografia. “Sei un adulto, e hai capito cosa sei capace di fare e cosa invece è il caso di smettere. Da ragazzino puoi fare tutti i sogni irrealizzabili che vuoi, puoi provare un sacco di cose per capire qual è quella giusta, quella che ti si addice, perché la giovinezza è proprio questo, una sorta di esplorazione. Poi da adulto inizi a chiederti che forma ha preso la tua vita e com’è che ci sei arrivato a quella forma lì. Io ho passato anni a ragionarci sopra, e poi è arrivato un momento in cui dovevo mettere tutto in fila: le persone amate, i lavori fatti, i sogni di bambino, le esperienze occasionali. Anche solo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Scrivere questo libro era l’unico modo che avevo per farlo”. Poi aggiunge che se ha iniziato a scrivere è “perché non volevo avere un capo, non volevo avere divieti, volevo essere io a decidere della mia vita. E fare lo scrittore è questo: i tuoi pensieri che diventano la tua vocazione”.

A un certo punto della sua autobiografia, parlando di musica e adolescenza, Hell scrive: “Il rock and roll è la sola forma d’arte in cui gli adolescenti non solo sono in grado di eccellere ma sono più o meno gli unici a poterla praticare”. Così è anche il punk, che a detta di molti è stato inventato proprio da Hell quando adolescente eccelleva nell’arte del rock and roll. Gli chiedo conferma, lui fa spallucce dicendomi che sulla questione si esagera sempre e però non smentisce. Cambio argomento per schivare il cliché e parliamo di New York, di com’è cambiata dai Settanta a oggi, di come sia rimasta il posto migliore dove stare “perché tutte le cose più eccitanti accadono qui”.

C’è un momento, durante l’intervista, in cui qualcuno suona al citofono, Hell mi dice che deve assentarsi un attimo e io rimango da sola. Mi guardo intorno, non so bene che fare. Sono seduta su un divano in una piccola stanza piena di libri. Alla mia destra c’è la camera da letto (piena di libri anche questa e occupata quasi interamente dal letto) e il bagno. Davanti ho la scrivania e l’ingresso che è anche la cucina. Scorro le coste dei libri. Jean-Luc Godard, Allen Ginsberg, Lautréamont, Jim Carroll, una foto di Serge Gainsbourg. Gli scaffali sono alti fino al soffitto.

In metropolitana, venendo verso casa sua, ho letto decine di poesie di Hell. L’unico verso che ho memorizzato è di una poesia che parla di un topo, e a un certo punto dice: He smiled his big smile, sorrise il suo grande sorriso. Mi viene in mente guardandolo, quando ritorna e riprende a parlare, mentre m’aspetto che da un momento all’altro faccia una delle sue strane facce, una di quelle delle foto e dei video, diventate così sue che quando doveva decidere il nome da dare alla sua band, propose di chiamarla The Facial Expressions. Mi viene in mente perché mentre parla quest’uomo ogni tanto s’illumina e sorride.

Sorride quando gli chiedo cosa sta leggendo e lui indica l’edizione inglese della Folie Baudelaire di Roberto Calasso. Sorride quando mi dice che i Libertines sono l’unica band recente che gli piace. E anche l’unica che conosce. (Il cd è in alto alla pila accanto allo stereo). Sorride quando ci mettiamo a parlare di cinema. “È l’arte del Ventesimo secolo”, dice. E aggiunge, “Va’ a sapere qual è quella del Ventunesimo”. Sorride di nuovo subito dopo dicendo: “Rossellini”. Sorride quando mi dice che sì, Bob Dylan gli piace moltissimo, ma che lui non è un fan di nessuno. E Bob Dylan nemmeno l’ha mai visto suonare dal vivo. Sorride alla fine, quando di questa sua vita giovane, di prima dell’84, dell’essere musicista, delle canzoni che scriveva, di tutto questo gli domando cos’è che gli manca. Lì Richard Hell, illuminato, col più sorridente dei sorrisi, mi guarda e dice: “Niente”.

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