Jimmy Darmody Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jimmy-darmody/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 13:29:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jimmy Darmody Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jimmy-darmody/ 32 32 Sulla somiglianza tra Jimmy Darmody-Michael Pitt di Boardwalk Empire e Kurt Cobain https://minimaetmoralia.it/musica/sulla-somiglianza-tra-jimmy-darmody-michael-pitt-di-boardwalk-empire-e-kurt-cobain/ https://minimaetmoralia.it/musica/sulla-somiglianza-tra-jimmy-darmody-michael-pitt-di-boardwalk-empire-e-kurt-cobain/#comments Mon, 09 Jul 2012 13:07:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8572 [Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Negative Creep» dei Nirvana]

Non c’entra solo il fatto che Michael Pitt abbia interpretato Kurt Cobain nel bellissimo, inquietante e leccatissimo Last Days (2005) di Gus Van Sant. Paradossalmente, anzi in quel film era molto ‘meno’ Kurt Cobain: quello stupore, quell’autocompiacimento, quella vaghezza (mentre il protagonistapersonaggioicona vagabonda per il bosco dietro casa, si reca spaesato ad un concerto di quelli in cui suonava all’inizio o si prepara la pastina col formaggio sintetico) non mi sembra ci fosse nell’originale.

Ma forse mi sbaglio, e avevo quindici anni quando l’originale si è sparato. Però da tempo continuo sporadicamente a studiarlo e ad interrogarlo – nel frattempo, è divenuto per me l’archetipo e il modello della sottocultura che scompare nel momento stesso in cui si realizza pienamente, il nucleo pulsante di un universo culturale che comprende gruppi e soluzioni artistiche, l’ultima ipotesi occidentale di ‘realismo’ in ordine di tempo (nel pieno della derealizzazione) -, e Jimmy Darmody ha proprio qualcosa di lui. Qualcosa posizionato in profondità, al centro di tutto.

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[Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Negative Creep» dei Nirvana]

Non c’entra solo il fatto che Michael Pitt abbia interpretato Kurt Cobain nel bellissimo, inquietante e leccatissimo Last Days (2005) di Gus Van Sant. Paradossalmente, anzi in quel film era molto ‘meno’ Kurt Cobain: quello stupore, quell’autocompiacimento, quella vaghezza (mentre il protagonistapersonaggioicona vagabonda per il bosco dietro casa, si reca spaesato ad un concerto di quelli in cui suonava all’inizio o si prepara la pastina col formaggio sintetico) non mi sembra ci fosse nell’originale.

Ma forse mi sbaglio, e avevo quindici anni quando l’originale si è sparato. Però da tempo continuo sporadicamente a studiarlo e ad interrogarlo – nel frattempo, è divenuto per me l’archetipo e il modello della sottocultura che scompare nel momento stesso in cui si realizza pienamente, il nucleo pulsante di un universo culturale che comprende gruppi e soluzioni artistiche, l’ultima ipotesi occidentale di ‘realismo’ in ordine di tempo (nel pieno della derealizzazione) -, e Jimmy Darmody ha proprio qualcosa di lui. Qualcosa posizionato in profondità, al centro di tutto.

Non è la malinconia (quella, in Jimmy-Michael Pitt, assume quasi sempre le fattezze di un “broncio” pronto per essere immortalato dall’ultima campagna pubblicitaria di Prada). Jimmy è certamente il personaggio più irrisolto di tutta Boardwalk Empire: psicologicamente prigioniero di una madre troppo giovane che ne dirige ogni scelta, e di una moglie che non ama, fatica a capire chi è davvero. In verità, non ama nessuno (all’infuori, forse, proprio del suo mentore nella Atlantic City di inizio anni Venti, il tesoriere corrotto Nucky Thompson): soprattutto, non ama se stesso.

Jimmy soffre di un tremendo blocco psicologico abilmente mascherato nei confronti del mondo esterno, un blocco  che solo apparentemente è dovuto all’essere un reduce della Prima Guerra Mondiale: la ragione del suo non-raccontare non è affatto il trauma bellico; Jimmy ha scelto consapevolmente la via del silenzio, e il suo trauma precede la guerra. È la guerra con se stesso – con la sua ambiguità, e con la sua inadeguatezza. Che continuamente tornano ad ostacolarlo, nonostante (e a causa) dei suoi ripetuti tentativi di “giocare il gioco dei grandi”.

Jimmy è in realtà un intellettuale (e non solo perché ha studiato a Princeton), seppur in nuce e incompiuto quanto si vuole; ma di sicuro non un uomo d’azione. Il suo essere inadatto e refrattario all’azione nonostante le apparenze – quasi sempre in ritardo rispetto agli eventi, forse consapevolmente e volontariamente in ritardo – discende direttamente da questa disposizione a contemplare la vita, ad interrogarsi sulle ragioni che spingono gli uomini, e se stesso, a fare ciò che fanno, a compiere determinate azioni e a prendere quelle scelte e non altre.

Come Jimmy, anche Kurt Cobain si è ritrovato intrappolato all’interno di un mastodontico dispositivo, che ha contribuito egli stesso a erigere. Inseguendo il sogno di fondere “la musica dei Beatles e quella dei Black Sabbath”, è piombato dritto al centro dell’incubo americano senza probabilmente avere l’equipaggiamento giusto (e senza neanche sapere che sarebbe accaduto). Spingere negli Stati Uniti reaganiani sul pedale della disperazione e della frustrazione, dare una forma compiuta a questa disperazione e a questa frustrazione, essere parte integrante di un movimento e di una comunità culturale che si costruisce faticosamente e felicemente nell’infelicità, e constatare poi a distanza di pochissimo tempo (trascorso, presumibilmente, alla velocità della luce) che proprio la forza che ti ha spinto in alto è la stessa che ha devastato tutto, inaridendo le fonti e trasformando l’intero scenario in una parodia grottesca di ciò che fu. Dall’opporsi al sistema al diventare improvvisamente questo sistema, o quantomeno la funzione fondamentale di un sistema che si sostituisce al precedente senza modificarne minimamente i presupposti. Contemplare tutto questo da una distanza siderale, rinchiuso in uno “spazio mentale” (Michael Stipe dixit) ermetico, impermeabile ad ogni stimolo. Il dubbio atroce di aver combinato un casino irrimediabile attraverso la creazione di un’opera meravigliosa, e di non aver avuto altra scelta.

Come Jimmy Darmody, anche Kurt Cobain espia colpe sue ma soprattutto di altri: il successo modifica radicalmente ed irreversibilmente la percezione degli eventi e della realtà (l’espressione “dare alla testa” forse indica qualcosa di molto diverso, e di più misterioso, rispetto a ciò che intendiamo generalmente; e come diceva John Lennon, “the more real you become, the more unreal it all becomes”: ma non aveva spiegato per bene tutte le conseguenze disastrose che un processo del genere può avere, e quasi sempre ha, su una psiche e su un’identità umane).

L’avidità degli altri non ha nulla ha che fare con la volontà, anche infantile, di dimostrare che si è capaci, con l’ambizione magari distorta – ma ne accresce il potenziale distruttivo. Moltissimi pensano che sia Kurt Cobain sia Jimmy Darmody avessero “fame”: ma non è questo il movente fondamentale.

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