Joao Paulo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joao-paulo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 Jan 2015 15:06:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Joao Paulo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joao-paulo/ 32 32 La vita immortale di Henrietta Lacks https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-immortale-di-henrietta-lacks/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-immortale-di-henrietta-lacks/#respond Sat, 10 Sep 2011 13:06:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5143 Un sentito ringraziamento a Marco Missiroli per averci concesso di pubblicare il suo pezzo su questa incredibile vicenda, uscito qualche giorno fa sul “Corriere della Sera” di Marco Missiroli Il confine tra mortalità e senso eterno cade con un libro che ha segnato gli Stati Uniti e che arriva in questi giorni in Italia: La […]

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Un sentito ringraziamento a Marco Missiroli per averci concesso di pubblicare il suo pezzo su questa incredibile vicenda, uscito qualche giorno fa sul “Corriere della Sera”

di Marco Missiroli

Il confine tra mortalità e senso eterno cade con un libro che ha segnato gli Stati Uniti e che arriva in questi giorni in Italia: La vita immortale di Henrietta Lacks (Adelphi, traduzione di Luigi Civalleri) è l’affresco puntuale che Rebecca Skloot ha dato alle stampe nel 2009 raccontando un’esistenza straordinaria realmente vissuta: «Quella che sto per raccontarvi è una storia vera», inizia così il libro che diventa una risposta perentoria a due questioni: qual è il vero potenziale biologico di ognuno di noi? Esistono cellule umane in grado si sconfiggere o quantomeno aggirare la morte? La risposta a quest’ultima domanda è: sì. E le cellule sono quelle di Henrietta Lacks, afroamericana che prima di essere sopraffatta da un cancro alla cervice uterina (a soli 31 anni, siamo nel 1951) ha lasciato uno dei patrimoni scientifici più sbalorditivi.

Nelle settimane prima che la malattia avesse la meglio, un medico ha prelevato un campione del tessuto canceroso della donna per dimostrare la validità di una sua ipotesi inerente al processo tumorale in corso. Quello che verrà fuori avrà una portata così ampia da ribaltare il destino di ognuno di noi: le cellule della Lacks si riproducevano da sole in un ciclo tendenzialmente infinito. Ovvero: si poteva finalmente disporre di materiale umano su cui sperimentare e verificare ipotesi scientifiche: «Solo allora, e per la prima volta, tutti i ricercatori del mondo furono in grado di lavorare con lo stesso tipo di cellule, coltivate nello stesso mezzo e negli stessi recipienti». Prima c’erano i topi e gli animali di laboratorio, ora c’erano le cellule di Henrietta Lacks, nera di Clover, villaggio di Baltimora popolato da schiavi e figli di schiavi. In territorio di scienza queste unità miracolose devono il nome alla loro madre: HeLa. Quattro lettere che custodiscono a oggi, sessant’anni dopo, la fonte preferenziale dell’evoluzione medica.

Da quel giorno del 1951 il «materiale» cellulare della Lacks riprodotto e utilizzato è stato stimato da un ricercatore con una lunghezza di un nastro di cento settemila chilometri, circa tre volte la circonferenza terrestre. Sono numeri che rivelano la portata della scoperta: terapie contro il cancro, la rilevazione del numero dei cromosomi, l’emofilia e il morbo di Parkinson, sulle malattie a trasmissione sessuale. Sono solo i primi figli eterni dell’immortalità della Lacks. Il libro racconta le facce di questa vicenda, e lo fa con un’onestà narrativa sconcertante: ogni dialogo, parola e fatto è citato puntualmente dalla Skloot che calibra pagina dopo pagina l’altro piglio magnifico di questa storia: l’umanità dei suoi protagonisti. La vita immortale di Henrietta Lacks è prima di tutto la fotografia di una donna e della sua devozione verso la famiglia, verso un’esistenza di miseria e di piantagioni di tabacco («Sapeva tutto sul raccolto del tabacco, sapeva macellare il maiale,ma cose come “cervice” e “biopsia” non aveva idea da dove venissero. Leggeva e scriveva a malapena»). Un’esistenza sopportata in nome di Dio e di un istinto materno fuori dal comune. Henrietta ha cinque figli, la malattia l’ha colpita quando i suoi bambini sono ancora piccoli: non si darà mai pace perché sente di doverli lasciare, dal letto dell’ospedale li veglierà fino all’ultimo: «Si tirava su a fatica e con il volto premuto sul vetro guardava i figli giocare»; Henrietta è una donna e una madre devota: «sempre col sorriso, sempre una parola buona, sempre che si prendeva cura di noi. Anche quando i dolori erano forti», racconta la quartogenita Deborah. Deborah, è stata la grande accompagnatrice della Skloot per la scrittura del libro.

La famiglia della Lacks è rimasta all’oscuro per molto tempo riguardo all’eredità che la madre aveva lasciato alla comunità scientifica. Quando si è iniziato a parlare di coltura cellulare e soprattutto di commercio di cellule la famiglia ha vissuto tutto con una convinzione instancabile: la madre era «sparsa» per il mondo e fruttava soldi a estranei. Così la Skloot ha dovuto vincere innumerevoli resistenze prima di farsi accogliere dalla famiglia, Deborah è stata la chiave per l’accettazione, anche se diffidente oltremisura le controversie delle HeLa: «Le sue cellule le hanno fatte esplodere nelle bombe nucleari. Ci hanno prodotto varie cose, miracoli della medicina. Sa cosa vorrei davvero sapere? Per esempio che profumo aveva mia madre. È tutta la vita che non so niente di lei, nemmeno le piccole cose di tutti i giorni, come qual era il suo colore preferito, se le piaceva ballare, se mi ha allattato oppure no». La ricerca della Skloot parte da qui: inizia quando è ancora una studentessa universitaria e termina che è già celebre per i suoi saggi e articoli scientifici (pubblicati sul «New York Times Magazine»): il libro esce negli Stati Uniti e viene scelto dai critici come uno dei migliori libri del 2010 (Oprah Winfrey ne farà presto un film). Ma La vita immortale di Henrietta Lacks non è un saggio, come non può essere un romanzo. È semplicemente un libro che va letto, perché segue alla lettera la missione dimenticata dei libri: ci fa capire molto di più di noi stessi e del mondo in cui viviamo, avvincendo.

Non a caso l’altro grande tema riguarda il commercio cellulare e la privacy, inteso come consenso informato davanti a casi come questi: Henrietta Lacks era una nera che come tutti i colored aveva un trattamento «a parte», regola che valeva a maggior ragione nell’ambito ospedaliero. Alcune prassi etiche e legali secondo i familiari furono ignorate, la richiesta del prelievo cellulare, per esempio. Il libro di Rebecca Skloot ha sollevato il grande quesito: fino a che punto la comunità medica e scientifica ha il dovere di informare la gente riguardo al trattamento delle proprie cellule prelevate in contesti ordinari? «Come non esistono leggi che richiedano il consenso informato per la conservazione dei tessuti a scopo di ricerca, così nessuna norma dice chiaramente che i pazienti debbano essere a conoscenza delle potenzialità commerciali del proprio corpo». È questa l’altra immortalità di Henrietta Lack, mettere ognuno di noi davanti alla stessa domanda: siamo corpi automaticamente disponibili per la ricerca? Anche grazie alla Skloot (il 10 settembre sarà al Festival di letteratura di Mantova) e a questo libro i familiari della Lacks hanno preso coscienza di quanto Henrietta è stata cruciale per la scienza.

L’hanno fatto a loro modo, seguendo un impasto di spiritualità e senso terreno che li ha portati a credere alla predestinazione della loro consanguinea: tutto è vissuto secondo la Bibbia, per questo la vita immortale delle HeLa viene visto dai familiari con un senso ben preciso. «È ovvio che queste cellule continuino a crescere e a moltiplicarsi cinquant’anni dopo la sua morte, è ovvio che siano capaci di volare, ed è ovvio che abbiano prodotto cure per varie malattie e siano state nello spazio. Sono angeli, e gli angeli fanno così. Lo dice la Bibbia». L’immortalità che diventa resurrezione, così il sacrifico di Henrietta sopravvive alla sua mancanza. Una testimonianza ha rivelato che il direttore del laboratorio di colture cellulari al Johns Hopkins (il primo a coltivare le cellule HeLa) «si avvicinò al letto di Henrietta sussurrandole “Le tue cellule ti renderanno immortale”. Le spiegò che quel campione avrebbe salvato innumerevoli vite. Lei a quel punto sorrise. E gli disse che era felice di sapere che tutto quel dolore sarebbe servito a qualcosa».

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Un’intervista ad Akira Kurosawa https://minimaetmoralia.it/cinema/unintervista-ad-akira-kurosawa/ https://minimaetmoralia.it/cinema/unintervista-ad-akira-kurosawa/#respond Sat, 27 Aug 2011 06:05:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5076 L'intervista fu realizzata nel 1993

di Frank Marshall

Perché la chiamano “Imperatore”?
È un soprannome che mi diede un giornalista, alla gente piace.

Perché non ha fatto il pittore?
Non ho superato gli esami.

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L’intervista fu realizzata nel 1993

di Frank Marshall

Perché la chiamano “Imperatore”?

È un soprannome che mi diede un giornalista, alla gente piace.

Perché non ha fatto il pittore?

Non ho superato gli esami.

Qual è il suo film preferito?

Secondo qualcuno è I sette samurai. In quel periodo ero davvero popolare. Ma non è proprio il mio preferito. Dare la vita a un lavoro significa allargare un’idea che cresce. È difficile dire quale dei miei film preferisco. Mi piacerebbe poter dire che tutti – in un momento o nell’altro – prendono vita.

Che genere di film le piace di più?

Non filmo mai qualcosa che non voglio filmare. Non mi interessa fare film per fare soldi. Che sia buono o no, uno deve tenere duro. Il cineasta deve credere in qualcosa, essere onesto con se stesso e obiettivo sul proprio lavoro. Il produttore deve dare i soldi al cineasta, e quindi il cineasta deve credere che anche il produttore crederà alla sua creatività.

Cosa mi dice del suo rapporto con la Verità?

Devo trovare quasi sempre il modo di farla entrare di straforo nei film. È difficile fare soldi dicendo la verità. Ma è stato più facile ritrarre la storia giapponese ed esprimerne i valori culturali.

Perché non appare il nome del montatore nei suoi film?

Io lavoro per conto mio. Faccio tutto. Fa parte del mio lavoro di regista. Monto il giorno dopo avere girato. Sono diverso dagli altri. Preferisco fare a questo modo per evitare qualsiasi decisione dell’ultimo momento. È più efficace montare con il ricordo ancora fresco della ripresa. È più facile ottenere un equilibrio finale. Mi ci vogliono al massimo un paio d’ore per montare tutto quello che ho girato in una giornata.

Quanto tempo dedica alle riprese?

Circa otto mesi. Non giro tutti i giorni. Uso tre cineprese in ogni scena. Ripeto di rado una ripresa. A volte ne faccio una in sedici minuti, senza fermarmi.

Quanto conta la sceneggiatura? Quanto gli attori?

La parte più importante di un mio film è la sceneggiatura perché senza una buon testo gli attori non servono a nulla. Gli attori non professionisti sono molto bravi. Io voglio che i miei attori siano naturali.

Quanto sono importanti le lenti che usa per le sue riprese?

Sono un modo importante per esprimere degli effetti visivi. Nei miei ultimi film ne ho usate molte. La CBS Sony è stata molto gentile nell’aiutarmi a sviluppare alcune riprese che volevo fare con la tecnica dell’Hi-Vision. Questo procedimento tecnico aiuterà l’industria sul lungo periodo ed è un ottimo modo per elaborare degli effetti tecnici. Naturalmente ci vorrà del tempo per perfezionarlo, ma credo che questa nuova tecnica sia molto avanzata e negli anni a venire rivestirà una grande importanza.

Usa la tecnologia in alta definizione?

L’HDTV è molto utile per certi scopi, ma la cinepresa può catturare delle sfumature – negli occhi delle persone, ad esempio – che l’alta definizione non coglie.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Uno dei progetti che vorrei realizzare da una vita è una biografia cinematografica di Vincent Van Gogh. Magari ci lavorerò in questi miei ultimi anni, se è così che deve andare.

Perché nei suoi ultimi quattro film non ha fatto recitare Toshiro Mifune?

Toshiro Mifune è un grande attore. Siamo ancora ottimi amici, e anche se non l’ho fatto recitare nei miei ultimi film provo per lui un grande rispetto.

Qual è il suo segreto nel lavoro con gli attori?

Li faccio provare, li faccio preparare. Ci vogliono otto mesi per prepararsi, così possono farsi coinvolgere e comprendere il personaggio e sviluppare un interesse per la propria recitazione. Ci vuole del tempo per sviluppare un personaggio. Non ci sono segreti. È solo una questione di pazienza. Quando fai un film, anche come regista, sei una sola cosa con il protagonista… ridi, piangi, soffri con lui… questo è un film.

Se avesse il potere di influenzare la società e cambiarla, cosa farebbe?

Cercherei di sfruttare al meglio le mie capacità creative e artistiche. Io sono felice di avere la possibilità di esprimermi. Provo un senso di responsabilità, verità e onestà nei confronti della mia professione e ne sono cosciente. Non ho segreti. Parlo della società giapponese e cerco di essere franco, nel trattare i nostri problemi. Spero che si capisca, vedendo i miei film. Sono un cantastorie. Non ho segreti.


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