Jodie Foster Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jodie-foster/ un blog di approfondimento culturale Sat, 28 Jan 2017 00:22:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Jodie Foster Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/jodie-foster/ 32 32 La fantalinguistica di Arrival e i viaggi nel tempo https://minimaetmoralia.it/cinema/la-fantalinguistica-arrival-viaggi-nel-tempo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-fantalinguistica-arrival-viaggi-nel-tempo/#comments Sat, 28 Jan 2017 07:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33501 Chiudiamo una settima in cui abbiamo ospitato diversi pezzi su film in uscita o usciti da poco (qui una recensione di Silence, qui di Paterson) con un articolo su Arrival.

1.

Quando gli alieni sbarcheranno sulla terra, come faremo a comunicare con loro?
La questione preoccupa da decenni tanto gli ufologi quanto gli sceneggiatori e gli scrittori di fantascienza, anche se questi ultimi spesso se la sono cavata con espedienti piuttosto sbrigativi: gli extraterrestri superintelligenti e quindi capaci di assimilare istantaneamente il linguaggio, quelli muniti di misteriosi marchingegni per la traduzione simultanea, quelli che sgomberano il campo da ogni equivoco iniziando a radere al suolo una metropoli dopo l’altra prima ancora di presentarsi (ne I Simpson, sempre puntuali nella parodia dei generi, il fatto che gli alieni parlino da subito un inglese perfetto viene liquidato con una sola battuta: “è un’incredibile coincidenza”).

L'articolo La fantalinguistica di Arrival e i viaggi nel tempo proviene da Minima et Moralia.

]]>
arrival

Chiudiamo una settima in cui abbiamo ospitato diversi pezzi su film in uscita o usciti da poco (qui una recensione di Silence, qui di Paterson) con un articolo su Arrival.

1.

Quando gli alieni sbarcheranno sulla terra, come faremo a comunicare con loro?
La questione preoccupa da decenni tanto gli ufologi quanto gli sceneggiatori e gli scrittori di fantascienza, anche se questi ultimi spesso se la sono cavata con espedienti piuttosto sbrigativi: gli extraterrestri superintelligenti e quindi capaci di assimilare istantaneamente il linguaggio, quelli muniti di misteriosi marchingegni per la traduzione simultanea, quelli che sgomberano il campo da ogni equivoco iniziando a radere al suolo una metropoli dopo l’altra prima ancora di presentarsi (ne I Simpson, sempre puntuali nella parodia dei generi, il fatto che gli alieni parlino da subito un inglese perfetto viene liquidato con una sola battuta: “è un’incredibile coincidenza”).

A volte però l’inghippo diventa uno spunto molto fruttuoso: una delle scene più memorabili e stupefacenti di Incontri ravvicinati del terzo tipo è quella in cui l’équipe terrestre di Claude Lacombe/François Truffaut riesce a comunicare con l’astronave aliena grazie alle note di una specie di organetto luminoso. Nel 1985 invece l’astronomo e astrofisico Carl Sagan costruì un bel romanzo, Contact, intorno alla decodifica di un segnale alieno captato sulla terra e basato su una sequenza di numeri primi. Nel 1996 ne fu tratto un film con Jodie Foster, nei confronti del quale questo Arrival ha più di un debito.

La musica, la matematica: per parlare con gli alieni l’umanità deve esercitarsi in quelli che Frank Capra chiamava “linguaggi universali”.  Secondo lui, naturalmente, il terzo era il cinema.

2.

Arrival è basato sul racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, scrittore americano di culto che pubblica col contagocce (solo 14 racconti e un romanzo breve in quasi trent’anni di carriera) ma è considerato un maestro di quella fantascienza sentimentale (“soulful” secondo una recente definizione del New Yorker) che rovescia un tassello della realtà per mettere in risalto qualche tema universale, alla Black Mirror per intenderci.

La trama è la seguente: la linguista Louise Banks (qui interpretata da Amy Adams) viene incaricata dal governo americano di tentare di comunicare con gli abitanti di una delle dodici misteriose astronavi improvvisamente atterrate in diversi punti della terra.

Inserita in un team di scienziati che comprende il fisico Ian Donnelly (Jeremy Remner), la protagonista dovrà decifrare l’alfabeto scritto degli alieni e risolvere una decisiva ambiguità di traduzione prima che la popolazione mondiale ceda al panico e un generale cinese particolarmente impaziente faccia saltare in aria la nave atterrata nel suo territorio, scatenando una possibile guerra intergalattica. Assimilando la lingua aliena la professoressa Banks finirà per sperimentare ad un livello molto personale ed empirico l’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo la quale il linguaggio determina il modo di concepire il mondo.

Alla regia c’è Denis Villeneuve, talentuoso canadese che in ottobre tornerà nelle sale con la prova del fuoco del sequel di Blade Runner. Autore di gran vena visiva, sguardo freddo e passo lento, Villeneuve ama i film a curva ripida di apprendimento, come l’ultimo Sicario (2015), che per i primi due terzi era una sequenza di frenetiche e poco comprensibili operazioni di polizia intervallate da Josh Brolin che ripeteva alla spaesata Emily Blunt (e quindi al pubblico) di smettere di fare domande e tenere invece gli occhi bene aperti, perché solo così a un certo punto avrebbe capito.

Apparentemente lontanissimi per coordinate geografiche e tematiche, Sicario e Arrival hanno più elementi in comune di quanto non si direbbe a prima vista. Entrambi i film sono ambientati agli estremi fisici e culturali della civiltà come la conosciamo, entrambi raccontano storie di estraneità, con protagoniste che posso contare solo sulla propria intelligenza per adattarsi in fretta alle coordinate di un mondo totalmente nuovo. Se però Sicario nel finale ricompensava lo spettatore con un twist efficace ma piuttosto classico, in Arrival c’è un metadiscorso più raffinato: il processo attraverso il quale Louise Banks codifica la lingua degli alieni è lo stesso attraverso cui lo spettatore impara a interpretare la lingua filmica di Arrival. Entrambi i linguaggi richiederanno un rovesciamento degli schemi di pensiero convenzionali per essere compresi fino in fondo.

3.

Ricco di assonanze con Interstellar, il film si inserisce nel recente filone di fantascienza mainstream ma geek, con pretese di plausibilità o quantomeno di verosimiglianza scientifica. La produzione ha addirittura assunto come consulente una professoressa di linguistica specializzata in linguaggi indigeni, Jessica Coon della McGill University, per garantire la coerenza e la plausibilità della lingua aliena. Allo stesso tempo però non ci si dimentica di ripagare le aspettative del pubblico hollywoodiano più tradizionale, perché, più ancora delle doti intellettuali o professionali della protagonista, alla fine saranno celebrate la sua forza emotiva e la sua capacità empatica.

La sceneggiatura di Eric Heisserer e la regia di Villeneuve toccano con una certa grazia i luoghi della miglior fantascienza degli ultimi decenni. C’è naturalmente molto Tarkovskij nell’idea dell’incontro con l’ignoto che diventa un viaggio ai limiti della natura umana, ci sono numerose citazioni esplicite di 2001 – Odissea nello Spazio, c’è un senso di sospensione e mistero che rievoca a più riprese il già citato Incontri Ravvicinati.

Quel che funziona meno bene è nella sottotrama politica, troppo schematica e ripetitiva nel voler promuovere a tutti i costi la morale del dialogo tra i popoli. I vertici militari del mondo che smettono di scambiarsi le informazioni sembrano semplicemente un po’ stupidi, e nemmeno la soluzione che nel finale scioglie questo nodo narrativo appare del tutto convincente.

Infine, nel suo ultimo terzo Arrival diventa più esplicitamente un film sui viaggi nel tempo, innalzando l’asticella filosofica e smuovendo temi come destino, responsabilità e libero arbitrio. Si tratta in realtà di un terreno molto battuto in questi anni, non soltanto nei filmoni à la Nolan ma anche in piccoli casi di successo come Looper, Edge of Tomorrow e Source Code. L’idea che il tempo sia una dimensione percorribile come lo spazio, e che tanto il futuro quanto il passato siano reali in ogni momento, è suggerita dai fisici fin dai tempi di Einstein e sembra affascinare particolarmente il cinema contemporaneo, forse perché nei film il tempo non è quasi mai lineare o perché l’arte di manipolare il tempo è il cinema stesso.

Non immune da qualche eccesso sentimentale, Arrival riesce però ad emozionare con un meccanismo narrativo complesso e che poteva essere a forte rischio di artificiosità. Gran parte del merito va alla splendida interpretazione di Amy Adams, casting perfetto per una parte che richiedeva un’attrice tanto credibile nei panni della scienziata quanto intensa nell’illuminare il viaggio esistenziale della protagonista.

L'articolo La fantalinguistica di Arrival e i viaggi nel tempo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/la-fantalinguistica-arrival-viaggi-nel-tempo/feed/ 3
Trans: a memoir https://minimaetmoralia.it/cinema/trans-a-memoir/ https://minimaetmoralia.it/cinema/trans-a-memoir/#respond Mon, 13 Jun 2016 13:15:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31266 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Beatrice Mele

Prima di entrare nel cast di Orange Is The New Black, Laverne Cox aveva già recitato in tv, sempre con piccole parti, sempre nel ruolo della prostituta, nient’altro che la reiterazione di un cliché, quello di un corpo buono per il sesso in contesti segnati dal degrado e dalle difficoltà, come se fosse una provenienza umile e poco alfabetizzata a segnare un destino apparentemente estraneo alle fasce abbienti e benpensanti della società.

Oggi che è un volto riconoscibile nella lotta contro le discriminazioni, Cox ricorda la solitudine dell’infanzia in Alabama trascorsa tra il bullismo e l’ostinazione della madre nel crescere da sola e garantire un’istruzione ai suoi due bambini, la vergogna quando la maestra la sorprese in abiti da donna e la libertà sperimentata nella danza. Un goffo tentativo di suicidio, poi la rinascita. Nella popolare serie Netflix, il suo personaggio è in prigione perché ha violato la legge per pagarsi la transizione, l’iter di interventi chirurgici e terapie ormonali che comporta cambiamenti nelle emozioni e nel corpo dell’individuo nonché nel suo relazionarsi con la società, e nell’episodio diretto da Jodie Foster focalizzato su Sophia si scopre che ha una moglie che le è rimasta accanto e un figlio con il quale il rapporto si è fatto più complicato.

L'articolo Trans: a memoir proviene da Minima et Moralia.

]]>
ANOHNI

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Beatrice Mele

Prima di entrare nel cast di Orange Is The New Black, Laverne Cox aveva già recitato in tv, sempre con piccole parti, sempre nel ruolo della prostituta, nient’altro che la reiterazione di un cliché, quello di un corpo buono per il sesso in contesti segnati dal degrado e dalle difficoltà, come se fosse una provenienza umile e poco alfabetizzata a segnare un destino apparentemente estraneo alle fasce abbienti e benpensanti della società.

Oggi che è un volto riconoscibile nella lotta contro le discriminazioni, Cox ricorda la solitudine dell’infanzia in Alabama trascorsa tra il bullismo e l’ostinazione della madre nel crescere da sola e garantire un’istruzione ai suoi due bambini, la vergogna quando la maestra la sorprese in abiti da donna e la libertà sperimentata nella danza. Un goffo tentativo di suicidio, poi la rinascita. Nella popolare serie Netflix, il suo personaggio è in prigione perché ha violato la legge per pagarsi la transizione, l’iter di interventi chirurgici e terapie ormonali che comporta cambiamenti nelle emozioni e nel corpo dell’individuo nonché nel suo relazionarsi con la società, e nell’episodio diretto da Jodie Foster focalizzato su Sophia si scopre che ha una moglie che le è rimasta accanto e un figlio con il quale il rapporto si è fatto più complicato.

Si tratta di uno dei primi esempi di transgenitorialità in tv, un salto enorme nel dare conto di una realtà che è complessa, non necessariamente squallida, e anche per Cox, finita sulla copertina di Time, a mostrare che l’asticella dei diritti civili deve alzarsi ancora.

Dagli anni Novanta i trans hanno iniziato ad essere più visibili sui media generalisti, ma negli ultimi cinque il riposizionamento è evidente grazie alla pervasività della televisione che negli Stati Uniti si sta muovendo su strade poco battute, rilanciate ovunque attraverso il web e il satellite. Quando Jill Soloway racconta il coming out del padre e le ripercussioni sulla famiglia, la regista sceglie tinte tenui facendo attenzione a tenersi lontana da giudizi, santificazioni e pietismi. Nella pluripremiata Transparent, il professore universitario in pensione, interpretato meravigliosamente da Jeffrey Tambor, è il capofamiglia dei Pfefferman, ebrei benestanti di Los Angeles, e quando decide di prendere il nome di Maura i suoi errori non vengono dimenticati: egoismi, mancanze verso i figli e fragilità ne fanno, con tutto il resto, la persona che è, mentre la narrazione scorre immersa nella fluidità delle relazioni affettive, nelle sue implicazioni private e politiche, ma senza i toni perentori di Sense8.

La loro violenza era meschina e ignorante, ma in fin dei conti rispecchiava ciò che erano. La vera violenza, quella che ho capito essere imperdonabile, è quella che facciamo a noi stessi, quando siamo troppo spaventati per essere ciò che siamo realmente.

Come in questo passaggio, nella serie fantascientifica delle sorelle Wachowski è sempre presente la contrapposizione tra un noi e un loro ed è forte l’impressione di muoversi all’interno di una società in conflitto in cui le diversità politiche, religiose e legate all’identità e agli orientamenti sessuali sono mostrate ma mai davvero metabolizzate; un mondo in cui l’empatia è un superpotere. Lana, volto della collezione primavera/ estate 2016 di Marc Jacobs, ha dichiarato di aver concepito il suo primo personaggio transgender ispirandosi alla propria esperienza, definendo autobiografiche alcune scene del titolo ideato per Netflix.

Anche Antony Hagerty sentiva fin da bambino di voler essere una ragazza, un desiderio che incide in un brano di I’m A Bird Now, del 2005: “One day I’ll grow up / I’ll be a beautiful girl / But for today I am a child / for today I am a boy”. Oggi per tutti è Anohni, un nome col quale i familiari e gli amici la identificano da tempo “anche se prima mi vergognavo di far notare alle persone di riferirsi a me usando il pronome femminile”. Nella lettera pubblica con cui ha rifiutato di prendere parte all’ultima cerimonia degli Oscar perché non invitata a esibirsi per la categoria “miglior canzone” in cui era candidata, ripete più volte “Io, transgender” a dimostrazione che qualcosa è cambiato: è l’artista più in vista sulla scena musicale a parlare di sé apertamente con la delicatezza e la visione che le sono proprie, affermando se stessa e al contempo spogliandosi da ogni categorizzazione per abbracciare quella di essere vivente: “È un argomento molto dibattuto a Hollywood ma l’identità di genere può essere una distrazione dai problemi reali. I gay, ad esempio, credono di aver vinto la loro battaglia perché hanno ottenuto gli stessi diritti degli eterosessuali, ma cosa se ne faranno quando saremo tutti sopraffatti dal surriscaldamento globale?”.

Allargare lo sguardo è la risposta al circolo vizioso che Juliet Jacques ha vissuto sulla sua pelle, come molti. Il giorno in cui il Guardian le ha proposto di tenere un blog a tema transgender è stata un’occasione importante: grazie alla Rete e all’autorevolezza della testata, Juliet ha condiviso per tre anni con un pubblico eterogeneo e molto vasto aspetti della sua vita quotidiana, si è fatta un nome e ha imparato un mestiere, finché ha sentito che era arrivato il momento di tirarsene fuori per non restare imbrigliata: “La gente vuole certe cose da te e tu su certe questioni ne hai da dire per ragioni personali e anche per un senso di responsabilità politica. Ma c’è qualcosa che devi sapere, non devi scrivere esclusivamente sulla tua identità.” (che è un po’ come quando alle donne assegnano un articolo su Girls, giammai su Sons Of Anarchy: la logica è la stessa, basta non assecondarla).

Eppure Jacques, con quella che potrebbe sembrare una concessione alle ossessioni cisgender – dal dizionario di Oxford: chi si trova a proprio agio nel sesso attribuito alla nascita –, non ha archiviato la sua transizione, ma ne ha fatto l’apice di Trans: a memoir con tutti i limiti e l’enfasi che la formula confessionale comporta perché, si sa, tutti i memoir si somigliano e ogni storia di trans è disgraziata a modo suo (abusi inclusi); però, nel suo epilogo introduce una novità. Il libro si chiude con una conversazione su scrittura, identità e media con Sheila Heti, autrice canadese che ne La persona ideale, come dovrebbe essere? ha scavato nella terra della non fiction mentre si interrogava sulla collocazione esistenziale e autoriale di una donna bianca, istruita e non ancora trentenne. Una riflessione sempre valida qualunque siano gli attori in gioco: come ci si emancipa da se stessi senza tradirsi? Come si può essere un insider e un outsider allo stesso tempo? Quali possibilità si aprono fuoriuscendo dall’insieme in cui gli stereotipi ci costringono? Noi, come dovremmo essere?

Domande che animano il dibattito anche intorno alla trans lit che sta cercando di affermarsi oltre le storie a lieto fine dove l’eroe solitario finisce per trionfare sulla società bigotta, oltre quelle che indugiano pornograficamente su visite mediche e procedure chirurgiche e oltre quelle a sfondo erotico, per restituire storie che siano semplicemente umane. Ad ogni modo, c’è qualcosa di inquietante nel fatto che, salvo fortunate eccezioni, l’autenticità e il disagio siano le condizioni per assicurarsi la presa sul pubblico e dunque un progetto editoriale, letterario o cinematografico, che non sia a perdere.

Il caso di J.T Leroy è emblematico. Con Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa non fu come quando ascoltai per la prima volta Billie Holiday o Kurt Cobain, come disse Shirley Manson dei Garbage, ma ebbi una reazione più vicina a quella condivisa da Tom Waits: mi lasciò fulminata come da una scossa elettrica. Venduta come la storia vera di un ragazzino americano scambiato da tutti per una femmina, cresciuto con una madre tossicomane di cui aveva seguito le orme, prostituendosi, indossando la sua biancheria e subendo ogni tipo di violenza, il libro ebbe un successo straordinario. Non so cosa pensò il vecchio Tom a riguardo, ma non rinnegai quella sensazione quando seppi che si trattava di un bluff, che non c’era nessuna vittima, che nessuna madre di nome Sarah era stata così stronza e che quello nascosto sotto una parrucca e occhialoni scuri per promuovere una finta autobiografia non rispondeva al nome di Jeremiah “J.T.” Leroy.

L'articolo Trans: a memoir proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/trans-a-memoir/feed/ 0