Joël Dicker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joel-dicker/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 May 2018 09:36:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Joël Dicker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/joel-dicker/ 32 32 La scomparsa di Stephanie Mailer: intervista a Joël Dicker https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scomparsa-stephanie-mailer-intervista-joel-dicker/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scomparsa-stephanie-mailer-intervista-joel-dicker/#respond Tue, 29 May 2018 12:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37310 di Matteo Cavezzali

«Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull'effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All'incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l'ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un'emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perchè sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito». Così diceva lo scrittore e professore attorno al cui mistero ruotava "La verità sul caso Harry Quebert": romanzo da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue e gratificato nel 2012 del Grand Prix du roman de l'Académie française e del Premio Goncourt des lycéens.

L'articolo La scomparsa di Stephanie Mailer: intervista a Joël Dicker proviene da Minima et Moralia.

]]>
1dicker

di Matteo Cavezzali

«Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perchè sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito». Così diceva lo scrittore e professore attorno al cui mistero ruotava “La verità sul caso Harry Quebert”: romanzo da sei milioni di copie, tradotto in 33 lingue e gratificato nel 2012 del Grand Prix du roman de l’Académie française e del Premio Goncourt des lycéens.

È uscito in questi giorni il nuovo romanzo di Joël Dicker, autore svizzero che con quel romanzo ha venduto oltre 6 milioni di copie nel mondo. A sei anni e due libri di distanza torna in libreria con “La scomparsa di Stephanie Mailer” (La nave di Teseo, traduzione Vincenzo Vega). Lo scrittore è stato intervistato in occasione di ScrittuRa festival che si è svolto a Ravenna a maggio.

Il protagonista de “La verità sul caso Harry Quebert” era uno scrittore che dopo il successo cade in una crisi di creatività, pare che invece a lei il successo abbia fatto venire molte nuove idee. Si trova a suo agio nel ruolo di “scrittore famoso” o sente la pressione delle aspettative quando scrive un nuovo romanzo?

«Non mi sento uno scrittore famoso. Sa, ho più romanzi rifiutati dagli editori, che romanzi pubblicati. Mi sento ancora un giovane scrittore, ho ancora tanto da imparare. C’è una grande differenza tra la percezione che le persone hanno di me e la percezione che ho io di me stesso. Quando scrivo, sono chiuso, da solo, nel mio studio, e per due o tre giorni non condivido il mio lavoro con nessuno. Quindi non ho alcun rapporto con la fama».

Anche “La scomparsa di Stephanie Mailer” è ambientato negli Stati Uniti, come mai ama questa ambientazione che per gli europei è da un lato esotica, ma dell’altro molto conosciuta proprio attraverso la molteplicità di libri e film che la utilizzano come scenario?

«Credo che gli Stati Uniti, un paese che conosco molto bene, mi permettano di mettere una distanza tra l’io, Joël, e l’io narrativo, cioé di essere in una sorta di libertà assoluta che mi permette la fiction, senza rischiare di cadere nell’autofiction, ma facendo comunque in modo che tutto sia credibile, perché conosco bene i posti e gli ambienti di cui parlo. Spero un giorno di riuscire ad acquisire la stessa libertà romanzesca ambientando la storia in Svizzera. Sarebbe una tappa importante per me come autore».

A proposito di cinema: è stato presentato da poco a Cennes la serie tv ispirata a “La verità sul caso Harry Quebert” con attori molto noti come Patrick Dempsey e diretta da Jean-Jacques Annaud, regista di film come “Il nome della Rosa” e “Sette anni in Tibet”. Che effetto le ha fatto assistere alla anteprima? Se la immaginava così?

«La serie mi è parsa magnifica e sono felice che esca. Jean-Jacques Annaud ha fatto un lavoro straordinario. Oltre alla bellezza delle immagini e della fotografia,  la forza di Jean-Jacques Annaud è l’aver saputo rendere nei personaggi e nei luoghi i sentimenti del libro. Penso proprio che i lettori non resteranno delusi e non si sentiranno traditi anche se l’aspetto fisico degli attori non corrisponde a quello che avevano immaginato leggendo il romanzo, perché Annaud è riuscito a cogliere i sentimenti che esprimono i personaggi e ha saputo renderli perfettamente. Questo significa che esiste un legame invisibile ma molto forte tra romanzo e serie».

Molti critici dicono che le serie televisive riescono ad essere molto più letterarie, a livello di intreccio narrativo, rispetto ai film. Cosa ne pensa? Ci sono serie tv che la appassionano?

«Le serie tv non hanno inventato niente. Pensi ai romanzi che uscivano a puntate sui giornali, come feuilletton. Credo che le serie attuali siano megametraggi, cioé lunghi film. E questo si avvicina di più a ciò che in genere permette di fare un romanzo in termini narrativi: una storia forte, avvincente, di lungo respiro, quello che i film di due o anche tre ore non possono fare, perché non si ancorano nel quotidiano. Un film occupa una serata, un romanzo può richiedere una o due settimane, c’è quindi un’immersione totale. È quello che fanno le serie oggi. Ma voglio ricordarlo: la serie tv ha preso tutto dal romanzo e dal cinema, non ha un Dna proprio. Tra quelle che amo di più ci sono Breakings Bad e Narcos».

Ne “La scomparsa di Stephanie Mailer”, come in tutti i suoi romanzi ha una grande importanza il passato, e la verità ci mette sempre moltissimo tempo ad emergere. Qual è l’importanza del passato per i protagonisti dei suoi romanzi?

«Credo che il passato sia indispensabile a vivere il presente. Il passato è l’insieme degli elementi costitutivi di un personaggio. Un personaggio esiste nel presente di un libro perché è esistito prima, o ha vissuto esperienze che l’hanno formato. Quindi per me è molto importante esplorare il passato dei miei personaggi».

I suoi romanzi hanno sempre meccanismi narrativi molto avvincenti. Come costruisce le sue trame piene di colpi di scena? Quando inizia a scrivere è già tutto deciso o c’è margine per l’improvvisazione?

«C’è una grande parte di improvvisazione nel mio lavoro. Inizio sulla base della prima idea che mi viene, senza farmi troppe domande. Ed è il lavoro attorno a questa idea che fa scattare il romanzo. In genere, l’idea di partenza poi scompare, perché viene assorbita dalla trama, ma intanto mi ha permesso di avere un punto di partenza».

Come riesce a creare sempre tanta “suspance” nei suoi lettori? Qual è il suo segreto?

«Lavoro senza pianificazione, ed è appunto perché non so dove sto andando che posso, per un certo verso, testare se il filo della storia resta avvincente per me. Ricordiamolo, sono il mio primo lettore. Quindi per assicurarmi che la storia sia coinvolgente devo essere il primo a sentire la suspence, altrimenti non funziona».

Lei è svizzero come un grande autore di trame: Friedrich Dürrenmatt. Nella sua scrittura però si vede l’influenza anche di autori del nord Europa e statunitensi. Cosa legge Dicker?

«Dürrenmatt è un autore stranordinario. Bisogna assolutamente leggere  La promessa. Mi piacciono in particolare Romain Gary, Marguerite Duras, Dostoevskij, Gogol, Jonathan Franzen, Jonathan Safran Foer».

L'articolo La scomparsa di Stephanie Mailer: intervista a Joël Dicker proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scomparsa-stephanie-mailer-intervista-joel-dicker/feed/ 0
Parigi, capitale dell’inesperienza https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/#comments Tue, 29 Jan 2013 10:11:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12718 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

L'articolo Parigi, capitale dell’inesperienza proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

A un primo sguardo, la narrativa francese sembrerebbe quindi essersi districata dall’impasse autoreferenziale cui l’avevano condannata gli esperimenti del Nouveau roman e dell’Oulipo. Un esame meno sbrigativo spinge invece a chiedersi se la via d’uscita tracciata dalla tendenza alla biofiction non conduca a vicoli ancora più ciechi.

Tale tendenza, in effetti, può essere interpretata come il sintomo di una sindrome da sdoppiamento: vista la propria difficoltà a coniugare invenzione narrativa ed esperienza personale, ci si volge al racconto di vite altrui nella speranza che, ribaltando la persona dei pronomi e il significato delle identità, la narrazione possa trovare nuovo nutrimento creativo. Speranza in gran parte illusoria, poiché, nel confronto con individui la cui interiorità, contrariamente a quella dei personaggi di finzione, rimarrà comunque inaccessibile, il punto di vista narrativo sulle loro vite rischia di restare prigioniero di una prospettiva autobiografica, o di limitarsi a un’aneddotica didascalica.

C’è da domandarsi se questa inclinazione allo sfruttamento diegetico delle vite altrui, vite consumatesi in altre epoche o in altri paesi, non sia il riflesso di una incapacità a vivere il proprio mondo, la Francia, e in particolare Parigi, come un luogo di autentica esperienza. Parigi, che per oltre un secolo fu la capitale universale dei mondi d’invenzione, sembra oggi una città incapace di ispirare un qualunque destino narrativo. Sempre più ricca, acculturata ed ecologica, sempre più distaccata dalla banlieue e dalla provincia, sempre più pacificata nella propria identità bobo, Parigi espelle dal proprio perimetro le tensioni che di ogni vera esperienza sono al tempo stesso forma e sostanza. Non per nulla, in Limonov, Carrère interpreta lucidamente la sua fascinazione per l’avventuriero russo come il paradosso di un’educazione e di un’esistenza da classico letterato parigino: educazione ed esistenza incentrate su frequentazioni intellettuali di alto censo.

E gli altri scrittori di lingua francese, in particolare coloro che scrivono veri e propri romanzi, come si collocano in questo contesto al tempo stesso sociale e letterario? La produzione romanzesca d’Oltralpe è sterminata, generalizzare non avrebbe molto senso. Passando in rassegna alcuni fra i casi più significativi degli ultimi anni, si ha però conferma di questa estromissione di Parigi dal suo ruolo di capitale letteraria. Nei suoi romanzi, Houellebecq non si è mai interessato molto alla Ville lumière, preferendole la provincia, i paradisi erotici della Thailandia o gli scenari naturali dell’Irlanda e della Spagna, i due paesi in cui ha vissuto da quattordici anni a questa parte. Nel suo ultimo libro, La carta e il territorio, si è divertito a fantasticare una Francia del futuro ormai ridimensionata a parco di attrazioni turistiche. Jonhatan Littell, che a Parigi non ha quasi mai abitato, aveva trovato l’ispirazione delle Benevole nelle sue esperienze umanitarie in Bosnia. Smessi i panni del gerarca nazista, si è isolato con la moglie e i figli a Barcellona, e per tornare alla scrittura si è recentemente recato in Siria come reporter. Uno dei romanzi di cui più si è parlato questo autunno, La vérité sur l’affaire Harry Quebert di Joël Dicker, è stato pubblicato da un autore svizzero ed è ambientato negli Stati Uniti.

Insomma, la letteratura francese degli ultimi tempi sembra orientarsi sempre di più in una direzione extraterritoriale, disertando il luogo che, per centralità storica, culturale ed economica, ha tradizionalmente racchiuso il più alto capitale simbolico di esperienze. Parigi si è così ritrovata esclusa dai libri che espone nelle vetrine delle sue stesse librerie, le più belle e più numerose di qualsiasi altra città al mondo.

In Italia, la maggior parte delle librerie sono invece di uno squallore inenarrabile. E fra i paesi economicamente più sviluppati, siamo, com’è noto, quello con meno lettori. Un paese privo non solo di una capitale letteraria, ma di ogni solido tessuto culturale. Eppure, nonostante le diagnosi talvolta frettolose dei critici, l’Italia riesce a mantenere in salute una tradizione romanzesca ben radicata, una tradizione che oggi, nei suoi esempi migliori, si rinnova riuscendo a rappresentare senza provincialismi la sempre più tragica disgregazione di società e individuo, rovescio speculare del processo di omologazione planetaria in corso. Resta da chiedersi se questa capacità di rappresentazione non sia altro che lo sventurato privilegio di un paese ormai difficilmente vivibile, o se la letteratura non possa anche essere l’espressione narrativa di un mondo, tutto sommato, abitabile. Un mondo in cui sia possibile fare esperienza senza pagare il prezzo della disperazione.

L'articolo Parigi, capitale dell’inesperienza proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-capitale-dellinesperienza/feed/ 18