John Ausonius Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-ausonius/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:52:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Ausonius Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-ausonius/ 32 32 Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo https://minimaetmoralia.it/libri/gellert-tamas/ https://minimaetmoralia.it/libri/gellert-tamas/#comments Sun, 18 Nov 2012 13:44:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11386 Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all'accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l'accoglienza dei rifugiati.

L'articolo Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all’accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l’accoglienza dei rifugiati.

Fra i colleghi con cui investiga e scambia informazioni c’è anche Stieg Larsson. Dieci anni dopo quella stagione difficile, Tamas decide di scrivere un romanzo-reportage sull’epoca e sceglie come caso emblematico la storia di John Ausonius, L’uomo laser, uno svedese di origine tedesca che ha ucciso e mutilato una decina di persone. Il romanzo è edito in Italia da Iperborea e può vantarsi dell’invidia fraterna del collega Stieg Larsson, che voleva anche lui scrivere del tema ma era impegnato con la trilogia Millennium.

Il suo lavoro, intervistare vittime e autori di violenze razziste, fa di Tamas la persona adatta a cui porre domande sulla cosiddetta “responsabilità dello stile”, termine usato da Antonio Pascale ne Il corpo e il sangue d’Italia (minimumfax, 2006) per stigmatizzare la scelta di Roberto Saviano di far squillare il cellulare nella bara di una giovane vittima di Camorra in una scena di Gomorra: alcuni fra i presenti al funerale hanno negato la veridicità di un dettaglio tanto toccante. Ho chiesto a Tamas quali metodi usa per essere deontologicamente corretto. “Non propongo a tutti gli intervistati di leggermi, ma se qualcuno chiede gli dico: Se ci sono errori sui fatti puoi correggermi. Quanto a ciò che scelgo di mettere o non mettere… devi fidarti di me”. Gli errori trovati nel suo libro sono minimi: una vittima dell’Uomo Laser corresse l’anno in cui chiese asilo politico alla Svezia. “Sono cose piccole, ma importanti. Credo sia un bene, come reporter, lasciare che la gente ci corregga”.

Ha passato molto tempo a ricontrollare i fatti: usando la forma del romanzo doveva convincere ancora di più il lettore di conoscere la materia, di non star inventando. Perciò usa molti dettagli veri: “Per esempio: l’appartamento di Ausonius. In una scena cammina avanti e indietro. So com’è la stanza perché nei rapporti di polizia c’è una foto del suo appartamento”. E nelle interviste gli ha chiesto di descriverlo. “E poi sono stato fuori dalla sua casa, so com’è, so che aveva una scrivania marrone inglese, perché ho visto la foto della scrivania marrone inglese”. Oppure scrive che ha preso un volo South African Airlines dopo aver commesso l’omicidio. “So che volo è, e so in che posto siede, perché è nei rapporti di polizia. Puoi ossessionarti con i dettagli, alla fine della scrittura era quasi comico”.

L’attenzione per i dettagli arriva fino al meteo: il pomeriggio freddo con scrosci non se lo inventa: su internet il servizio meteo svedese va indietro fino agli anni novanta, può darti il clima di ogni giornata. “L’ho controllato sul database. Se non facessi così, cosa sarebbe vero e cosa no? In definitiva scelgo pur sempre cosa mettere nel romanzo e cosa no. Per cui influenzo moltissimo il racconto: a maggior ragione, sarei pazzo a inventarmi dell’altro. Posso scegliere se dire che da piccolo Ausonius lo chiamavano il Negro. Posso anche scegliere di non metterlo. Ma se lo metto dev’essere vero”.

La conseguenza è una mole di lavoro incredibile: una decina di interviste con il serial killer (serial è una definizione un po’  larga: Ausonius è piuttosto un mutilatore seriale, visto che è riuscito ad uccidere uno solo dei suoi obiettivi), migliaia di pagine di materiale processuale, più un permesso speciale per accedere all’archivio di ventimila pagine sul caso: due mesi di letture nelle cantine della polizia.

Nel complesso, dai primi reportage giornalistici alla stesura del libro, dieci anni di dedizione a un tema che all’inizio la polizia neanche vedeva: nei primi anni novanta i crimini di cui si occupava non venivano classificati come xenofobi, e intanto Gellert intervistava capi dell’estrema destra e riceveva minacce da quelli che non si fidavano dei giornalisti. “È difficile da capire, per chi non c’era: di Ausonius, per esempio, a volte dicevano che era razzista, a volte che era solo mentalmente disturbato, un lupo solitario”. E infatti, dieci anni dopo ancora nessuno aveva scritto seriamente di quel periodo. “Fu un po’ come la seconda guerra mondiale: avevamo cooperato con i tedeschi, quindi in seguito ne parlammo poco. Un po’ come successe all’Austria: meglio dimenticare, fa troppo male”.

L'articolo Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/gellert-tamas/feed/ 1
L’uomo laser https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-laser/ https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-laser/#respond Wed, 14 Mar 2012 10:19:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6994 Lo scorso weekend, tra i tanti appuntamenti del festival dei libri e della lettura organizzato all'Auditorium di Roma, abbiamo assistito all'incontro con Gallert Tamas, ospite di Libri come per presentare il suo ultimo lavoro, «L’uomo laser. C’era una volta la Svezia» (Iperborea). Si tratta di un reportage-inchiesta su John Ausonius, responsabile nei primi anni novanta di una serie di attentati a danni di immigrati che sconvolsero e gettarono nel panico un'intera capitale europea. Di seguito la recessione di Giuliano Battiston uscita per «il manifesto».  

Nell’estate del 1989 John Ausonius è “un uomo nel fiore degli anni: trentasei”, “il ritratto del successo e della fiducia in se stesso”, abituato a indossare abiti fatti su misura e a spostarsi su una costosa macchina sportiva giapponese. Lavorando duramente come tassista nel corso dell’anno precedente, ha messo da parte un capitale sufficiente per speculare alla borsa di Stoccolma. Guadagna con facilità alte somme di denaro. Sente di rientrare appieno nella definizione più popolare nei secondi anni Ottanta: è uno yuppie, uno young urban professional. Crede nella libertà individuale, nell’iniziativa privata, è contrario al parassitismo sociale, ce l’ha con quei socialdemocratici che sono “quasi riusciti a distruggere il paese con le loro fottute chiacchiere sull’egualitarismo e sul salario uguale per tutti”.

L'articolo L’uomo laser proviene da Minima et Moralia.

]]>

Lo scorso weekend, tra i tanti appuntamenti del festival dei libri e della lettura organizzato all’Auditorium di Roma, abbiamo assistito all’incontro con Gallert Tamas, ospite di Libri come per presentare il suo ultimo lavoro, «L’uomo laser. C’era una volta la Svezia» (Iperborea). Si tratta di un reportage-inchiesta su John Ausonius, responsabile nei primi anni novanta di una serie di attentati a danni di immigrati che sconvolsero e gettarono nel panico un’intera capitale europea. Di seguito la recessione di Giuliano Battiston uscita per «il manifesto».  

Nell’estate del 1989 John Ausonius è “un uomo nel fiore degli anni: trentasei”, “il ritratto del successo e della fiducia in se stesso”, abituato a indossare abiti fatti su misura e a spostarsi su una costosa macchina sportiva giapponese. Lavorando duramente come tassista nel corso dell’anno precedente, ha messo da parte un capitale sufficiente per speculare alla borsa di Stoccolma. Guadagna con facilità alte somme di denaro. Sente di rientrare appieno nella definizione più popolare nei secondi anni Ottanta: è uno yuppie, uno young urban professional. Crede nella libertà individuale, nell’iniziativa privata, è contrario al parassitismo sociale, ce l’ha con quei socialdemocratici che sono “quasi riusciti a distruggere il paese con le loro fottute chiacchiere sull’egualitarismo e sul salario uguale per tutti”.

Nessuno, men che meno lui – scrive il giornalista svedese di origini ungheresi Gellert Tamas ne L’uomo laser. C’era una volta la Svezia (Iperborea, traduzione di Renato Zatti) – poteva immaginare che neanche due anni dopo, il 3 agosto 1991, avrebbe sparato all’eritreo David Gebremariam, inaugurando una serie di attentati – 11 fino al 9 giugno 1992, quando viene catturato – “che avrebbero terrorizzato un’intera città e condotto la più vasta indagine della polizia svedese dopo l’assassinio di Olof Palme”.
Nel suo romanzo-inchiesta Gellert Tamas ricostruisce in modo esemplare la storia di John Ausonius sulla base di un’enorme mole di fonti: oltre quaranta ore di interviste all’“uomo laser” (dal nome di una delle arme usate), 2.500 pagine di indagine preliminare, altre 20.000 dello scarto d’indagine, 800 articoli giornalisti, 200 servizi televisivi e radiofonici. Una massa eterogenea di materiali, ordinati – come nota Goffredo Fofi nella postfazione – con scrupolosa onestà, distribuiti secondo un’efficace alternanza tra piani temporali e sezioni tematiche che ricorda il montaggio cinematografico. Sono due, in particolare, le coordinate su cui insiste Gellert Tamas, tra i maggiori esperti dell’estrema destra svedese: da una parte la vicenda personale di Wolfgang Alexander John Zaugg, nato il 12 luglio del 1953 a Stoccolma da padre svedese e madre tedesca, il quale a trentatré anni decide di cambiarsi nome in John Ausonius; dall’altra, la storia di un paese che vive un momento di insicurezza economica e di cambiamento, un periodo in cui “la socialdemocrazia non sembrava avere più risposte chiare, e la gente aveva voglia di sentire qualcuno che promettesse soluzioni semplici a problemi complessi”, come quello dell’immigrazione. Le due storie si condizionano reciprocamente, finiscono per intrecciarsi, e vengono ripercorse dall’inizio, alla ricerca di indizi, prove, inclinazioni che possano rendere più comprensibile la psicosi individuale di John Ausonius e il suo odio irragionevole, sconfinato, totalizzante verso gli immigrati, quei “maledetti bastardi scansafatiche”, a cui vuole dare una lezione, obbligandoli ad andarsene. L’odio verso gli stranieri è però anche un odio verso se stesso: il primo ricordo cosciente di Ausonius risale a quando, all’età di tre o quattro anni, in un sobborgo di Vallingby una testa color carbone – la sua – “spiccava tra le numerose zazzere chiare degli altri bambini”. Quel “piccolo negro” che non poteva giocare con gli altri bambini sarebbe cresciuto sentendosi escluso, e dopo un’educazione improntata ad ordine, disciplina, obbedienza, a vent’anni il figlio perfetto, serio e ubbidiente sarebbe diventato testardo, aggressivo, sempre più chiuso ed egocentrico, sempre più “stanco di avere un nome diverso e di essere diverso”. All’inizio degli anni Ottanta, con la morte del padre la sua instabilità psichica comincia a presentare il conto. Perde il posto di lavoro. Vive per strada. La sua vita è tutta confusione e tenebre. Nega di avere problemi. Si nutre di un’aggressività cieca. Commette i primi reati: aggressioni, minacce, molestie, ingiurie, truffe, vilipendio, etc. Le istituzioni non ne riconoscono la debolezza. Finisce in carcere. Ne esce e torna a lavorare. Riesce a guadagnare bene. È soddisfatto di sé. Ma alla fine del 1989, il tracollo finanziario lo investe, e nell’estate del 1991, inizia la caduta libera, definitiva. Una caduta che è accompagnata da quella di tutta la Svezia, un paese che cede facilmente alle scorciatoie populiste e razziste dei nuovi movimenti e partiti xenofobi della destra estrema, un paese di politici opportunisti o cinici, di media animati dal “bisogno quasi compulsivo di semplificare la realtà, cancellare le sfumature e presentare immagini schematiche, in bianco e nero”. Una società divisa in “noi” e “loro”, in cui John Ausonius si riconosce e trova conferme. Una società che è anche la nostra, sembra ammonire Gellert Tamas.

 

L'articolo L’uomo laser proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/luomo-laser/feed/ 0