John Fante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-fante/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 May 2020 15:48:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg John Fante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/john-fante/ 32 32 Sulla scrittura: viaggio tra le lettere di Charles Bukowski https://minimaetmoralia.it/letteratura/sulla-scrittura-viaggio-le-lettere-charles-bukowski/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sulla-scrittura-viaggio-le-lettere-charles-bukowski/#respond Fri, 29 May 2020 05:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43461 Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

Verissimo, di nastri ne consumò parecchi, Charles, con quell’ego smisurato e una dipendenza cronica dalla scrittura superiore a quella dall’alcol: parametro indicativo, a conoscerlo anche solo un po’. Scriveva appunti, poesie – poesie, soprattutto: Hank era in primis un poeta – romanzi, idee, racconti, biglietti e poi tante, tantissime lettere. Che fossero indirizzate ad amici o redattori di riviste, o a illustri colleghi scrittori, da Henry Miller a Lawrence Ferlinghetti, la verve era sempre la stessa: impareggiabile e guizzante.

A cent’anni esatti dalla nascita di Charles Bukowski è arrivato in Italia con Guanda Sulla scrittura, una raccolta di lettere selezionate dall’editor Abel Debritto, e l’occasione di rituffarsi nella vita letteraria di Hank, radicale, anticonformista, perché no, bislacca, è ghiotta. È anche vero che di visceralità e forme genericamente bukwoskiane si può morire per abbuffate eccessive, ma questo è un precetto valido ovunque. Buk ha incarnato al massimo quella certa figura del poeta irriducibile, fino a diventare, non per colpa sua, un cliché; una riduzione macchiettistica del genio sregolato.

L’originale, però, è imperdibile, e non merita di essere confuso con epigoni e impostori: in fatto di brillantezza, questo catalogo di scrittura offre un ampio saggio. Scorrendo le pagine, poi, alcuni pregi sono evidenti, mentre altri sono da scoprire piano, lasciando che vengano fuori a rilascio lento. Ad esempio, risulta chiaro una volta di più quanto Bukowski fosse, certo, un uomo caotico e attratto in maniera irresistibile da un lato selvaggio fatto di sbronze, linguaggio più o meno osceno e sparate folli; ma quanto tutto questo poggiasse su una cultura robusta e variegata, diretta verso molteplici latitudini.

E allora tuffiamoci dentro questa polveriera di lettere, ordinate dal 1946 al febbraio 1993, un anno prima della sua morte. Qui affiora l’autocommiserazione («Non sono neppure un vero artista – sappi che sono una sorta di impostore – della specie che scrive dai visceri del disgusto, quasi sempre»). Qui un flusso interiore fatto di ricordi e rimpianti. Qui Buk se la prende con quest’editor, e qui con un altro editor («Mi ha gratificato il fatto che abbiate trovato 4 poesie che vi piacciono. È un numero piuttosto corposo e una boccata d’ossigeno per i tempi a venire. O il campo poetico sta ampliando gli orizzonti oppure lo sto facendo io, o tutte e due le cose»).

Qui ricorda quanto fosse stata noiosa una cena a base di Baudelaire e Mallarmé. Qui borbotta – borbottava un sacco, Charles. E così via. I rifiuti, certo, tanti rifiuti: Bukowski era uno che sapeva maneggiarli, ne faceva un’epica, attingendo al grande pozzo dell’ironia, governandoli come uno stregone, senza lasciarsene soverchiare.

Bukowski, si sa, è straripante: non si tiene, asseconda la lava e leggendo Sulla scrittura la sensazione è quella di una lunga rincorsa: Hank davanti, in fuga, e noi dietro a inseguire. Una volta manda al New Yorker e a Esquire un grosso pacco di fumetti umoristici da lui scritti. Un’altra pensa di realizzare un giornale e di chiamarlo La rivista della carta igienica: «prendo un rotolo e ci scrivo con questa macchina da scrivere», propone al poeta e sceneggiatore John William Corrington.

Molte lettere contengono giudizi per niente mediati su questo o quell’altro scrittore. Leggendo Sulla scrittura, scopriamo che a Bukowski uno come Faulkner non piaceva proprio. Di Hemingway pensava fosse uno che ti fregava: meglio Sherwood Anderson, era «un cazzone strambo, e mi piaceva perdermi nel suo vagabondare sonnolento e strano». Kafka aveva un potere curativo, «mi piaceva leggerlo quando avevo manie suicide, la sua scrittura apriva un buco nero e tu ti ci buttavi dentro».

A certi altri scrittori suoi contemporanei, invece, Bukowski scriveva direttamente. Il giorno del suo quarantacinquesimo batte a macchina una lettera indirizzata a Henry Miller, lunga e bellissima, dilungandosi sulla comune passione per Céline («era un filosofo che sapeva che la filosofia era inutile; uno scopatore che sapeva che scopare era quasi una farsa; Céline era un angelo che sputava negli occhi degli angeli e camminava lungo la strada») e proponendogli con timidezza – un sentimento che immaginiamo poco bukowskiano – di incontrarsi; un atteggiamento quasi deferente, di profondo rispetto, lo stesso che ritroviamo nelle lettere scritte a John Fante nel 1979 («Mi ha fatto schizzare il morale alle stelle sapere che stai ancora scrivendo. Mi avevi dato la carica per cominciare e ora mi stai caricando ancora dopo tutti questi anni»).

Ad ogni modo, il gusto più bello di Sulla scrittura è assistere al percorso di quest’uomo nel tempo della sua vita, un girovagare per strappi, un orientamento irregolare. La maniera in cui diventa una star, senza dimenticare gli insuccessi decennali. Sempre con la poesia nel cuore, alla sua maniera autentica. Settantenne, nel 1990 batte questa lettera: «A volte ho definito lo scrivere una malattia. Se è così, sono felice di essermela beccata. Non sono mai entrato in questa stanza e non ho mai guardato questa macchina da scrivere senza avvertire che qualcosa da qualche parte, alcuni strani dèi o qualcosa di totalmente innominabile mi abbia toccato con un balbettio, un borbottio e una fortuna portentosa che continua e continua e continua». Nient’altro da aggiungere.

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L’inquieta felicità di Giovanni https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/#comments Tue, 31 Jul 2018 11:24:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37871 di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

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di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

Dovevo prenderle. E tutto per una birra che Luigi il catanese aveva offerto e poi rifiutato di pagare. E aveva offeso Giovanna, l’aveva riempita di parolacce che a Giovanna non avrebbero fatto fatto né caldo né freddo, ma non lì, davanti a tutti, nel caffè, con gli uomini ai tavoli che ridevano, persino Aldo il barista rideva, finché Giovanna innaffiò il catanese con la bottiglia del seltz.

È questo il presupposto iniziale, comico, amaro e teso, del libro d’esordio di Giovanni Arpino, “Sei stato felice, Giovanni”, pubblicato da Einaudi nella collana dei Gettoni nel 1952, e  – giustamente – ripescato quest’anno da minimum fax per un’altra importante collana – quella dei minimum classics.

Elio Vittorini – nel ‘52 a capo dei Gettoni – se ne innamora in maniera incondizionata e decide di pubblicarlo. La storia raccontata non è particolarmente originale (tanto è intrisa di letture e riferimenti ai vari Hemingway, Faulkner e il Fante di Chiedi alla polvere, quest’ultimo tradotto in italiano proprio da Vittorini nel ‘41), né prevede intrecci clamorosi o inaspettati: è soltanto il resoconto di un giovane vagabondo che si arrabatta come può durante il magro periodo del secondo dopo-guerra.

Un romanzo neorealista, dunque verosimile e colmo di povertà, sporcizia, e vicoli umidi, piazze assolate e polverose, vecchi a dormire sulle panchine coi giornali in testa; quelli di una Genova che fa da sfondo ma, molto spesso, penetra nelle ossa dello stesso Giovanni, che non può che percorrerla da una parte all’altra: una volta alla ricerca di un lavoretto, un’altra per trovare posto a scrocco in trattoria, oppure per incontrarsi coi suoi compagni, sodali di sventure, fame nera e pance vuote. Lui, Giovanni, è “il Bello” (soprannome che gli viene dato senza particolari meriti: forse solo perché giovane): poi ci sono Mario, il vecchio, e “Mangiabuchi”, così chiamato per via del suo lavoro da saltimbanco – in uno dei suoi numeri, oltre a ingoiare rane vive per poi ricacciarle, sempre vive, fuori dall’esofago, manda giù un’intera catena. Grosso e burbero, dal cuore tenero, ricorda persino, a tratti, e anche per via del “bianco e nero” del romanzo, lo Zampanò de La strada di Fellini.

La storia, pur essendo ben calibrata nei tempi d’azione e in quelli morti, non presenta invenzioni o colpi di scena imprevedibili; è la scrittura, la voce a fare di questo libro un classico irrinunciabile nel canone dei romanzi di formazione italiani. Lo spunto per la narrazione viene da alcune letture dei pesi massimi della letteratura nord americana, e anche lo stile sembra subire la stessa sorte; ma la lingua, essendo meno universale del linguaggio narrativo in sé, porta a degli esiti sensibilmente diversi, in cui Arpino riesce a dare il giro giusto alle sue frasi, ai suoi periodi, ai capitoli, alcuni brevissimi, altri molto lunghi, e così via, fino a un intero racconto che sotto questo aspetto è sì originale, convincente e di un fascino tutt’oggi indiscutibile.

La scrittura è giovane (Arpino scrisse questo libro a ventitré anni, e non aveva nessuna intenzione di fingersi più grande di quel che era), fresca, e tende a rompere gli schemi d’eleganza letteraria della più classica prosa ormai considerata stantia; in questo, somiglia molto al Giovane Holden di Salinger, che in america esce un anno prima, e che dei giovani irriverenti iconoclasti in letteratura diverrà – suo malgrado – proprio la principale icona.

Le parole usate sono semplici: spesso si registra una forte mimesi col parlato, fallace in quanto a grammatica – sia nei discorsi diretti che nel racconto in prima persona di Giovanni. L’azione è incalzante quando bisogna, e il ritmo è ben dosato tra periodi brevi, a volte secchissimi, e lunghi periodi intricati, a flusso di coscienza, o forse, meglio, a ruota libera – dacché Giovanni non entra mai fin troppo a fondo nei suoi pensieri: vuol giocare a esser superficiale, e molte volte lascia parlare il vino al posto suo: «Ciao Giovanna che non porti il rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.»

Per più della metà del romanzo, Giovanni e il suo raccontare a volte sincopato e minimale, altre rilassato e un po’ brillo, portano a zonzo il lettore per Genova: una città portuale dai mille odori e dai colori grigio-bluastri, certi giorni in discesa ma la maggior parte in salita, città cangiante, che cambia però in base alle fortune e allo stato d’animo di Giovanni: i due soggetti non sono mai uguali a sé stessi a ogni nuovo capitolo.

Tra una piccola avventura finita male e un pasto a base di rane e gatti da far venire il voltastomaco, Giovanni, costantemente stordito dal vino, riesce sempre a trovare un’eco di felicità lontana, ed è questa la sua fortuna: pur vivendo nell’indigenza più nera, pieno di debiti e costretto a dormire di nascosto in un magazzino interrato, sentirsi vivo è ciò che più conta; sentirsi vivo e costantemente alla ricerca di un domani migliore – lo slancio verso felicità è ciò che lo rende allegro e riconoscente verso il mondo. È per questo motivo, per questo inaffosabile aspetto del suo carattere, che una rischiosa missione per mare insieme a una piccola banda di contrabbandieri diventa per lui un’esperienza da cui trarre pagine bellissime – farne un’estetica; una felicità.

Camminammo a lungo finché le case si fecero rade sulla collina, le luci del porto laggiù dietro le nostre spalle erano piccole e numerose, camminammo finché il rumore della città fu solo più un ronzio, poi silenzio nella sera rotto dal vento sul mare e negli alberi lontani nel buio. […] La barca era umida e aveva il buon odore delle cose che conoscono il mare da sempre. L’altra barca ci veniva dietro a pochi metri, macchia nera a dondolo sull’acqua di luna.

Dopo aver racimolato un bel gruzzolo in seguito al colpo messo a segno, Giovanni e la sua voce, poco a poco, cambiano intonazione – cambia persino il punto di vista su sé stesso, quindi sulla città. I rapporti con le donne, fino a quel momento marginali, diventano il centro di tutto: Giovanni conosce Maria, una donna più grande di lui che immediatamente diventa la sua amante. Ora Giovanni ha soldi, amore, stabilità emotiva; ma qualcosa è cambiato. Forse è tutto troppo inaspettato, perfetto; e dentro gli rimane un vuoto, una paura: «Paura di tutte le cose e di e di me. Avevo coraggio prima che non avevo niente. Avevo solo coraggio ed ero povero in tutto. Adesso ho te e qualche soldo e niente più coraggio.» La felicità di cui poteva esser certo persino mentre affondava i denti in una coscia di gatto è andata via. Perduta.

Giovanni, votato all’inquietudine, che nel suo mondo combacia perfettamente con la felicità, si sente come un fantasma, separato da sé stesso, ed è così che procede anche nell’ultima parte del racconto, indugiando spesso su lunghe descrizioni di paesaggi, della sua amata, della casa in cui si è stabilito, dei posti che vede sfuggirgli di lato seduto in carrozza. Forse Giovanni non è più felice. Lo è stato, di sicuro. Ma bisognerà rimediare: non si cambia mica così facilmente il carattere – neanche a vent’anni. Giovanni, l’archetipo del guitto vagabondo, ci pensa un po’ – giusto il tempo di ritrovare la sua voce. E decide che è tempo di andarsene, per ritrovare la sua felicità inquieta.

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Dalla beat generation a Michele Mari: le letture di Manuel Agnelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-beat-generation-michele-mari-le-letture-manuel-agnelli/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-beat-generation-michele-mari-le-letture-manuel-agnelli/#comments Fri, 25 Nov 2016 07:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32895 Manuel Agnelli, fondatore e leader degli Afterhours, è uno dei venticinque musicisti intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo nuovo libro Letture d’autore, appena pubblicato da Galaad, che indaga i profondi legami tra narrativa e canzone d’autore (fonte immagine).

Quali sono stati i primi romanzi a colpire la tua immaginazione?

Durante l’infanzia, L’isola del tesoro. E poi Oliver Twist e tutto quel genere di letteratura lì. Ho sempre amato le epopee e questo amore mi accompagna ancora oggi. Non è un caso che uno dei romanzi recenti che ho apprezzato di più sia stato Roderick Duddle di Michele Mari, che ha avuto il coraggio di riprendere un genere letterario, quello delle epopee appunto, ormai abbandonato forse perché poco cool. Ti dico senza mezzi termini che secondo me Michele Mari è il più grande scrittore italiano vivente. Dal punto di vista tecnico, stilistico, della libertà mentale, lo ritengo una punta di diamante.

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Manuel Agnelli, fondatore e leader degli Afterhours, è uno dei venticinque musicisti intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo nuovo libro Letture d’autore, appena pubblicato da Galaad, che indaga i profondi legami tra narrativa e canzone d’autore (fonte immagine).

Quali sono stati i primi romanzi a colpire la tua immaginazione?

Durante l’infanzia, L’isola del tesoro. E poi Oliver Twist e tutto quel genere di letteratura lì. Ho sempre amato le epopee e questo amore mi accompagna ancora oggi. Non è un caso che uno dei romanzi recenti che ho apprezzato di più sia stato Roderick Duddle di Michele Mari, che ha avuto il coraggio di riprendere un genere letterario, quello delle epopee appunto, ormai abbandonato forse perché poco cool. Ti dico senza mezzi termini che secondo me Michele Mari è il più grande scrittore italiano vivente. Dal punto di vista tecnico, stilistico, della libertà mentale, lo ritengo una punta di diamante.

Quali sono le tue abitudini di lettore?

Leggo esclusivamente a letto. Mi piace farmi rapire totalmente e l’unico momento in cui ci riesco è nell’ora prima di dormire. Non sono capace di leggere in viaggio, per esempio. E non mi piace scrivere o sottolineare mentre leggo. La mia compagna, che è una lettrice accanita, è abituata a prendere appunti sulle pagine, a fare le orecchie: lo trovo disdicevole (ride, nda).

Sei solito rileggere libri già letti?

Mi piacerebbe molto ma non l’ho mai fatto, forse per indole sono incuriosito maggiormente dalle cose nuove. Vorrei, però, rileggere Kafka. Da ragazzo, leggendo i suoi racconti e i suoi romanzi avevo trovato qualcosa che ancora ricordo in modo molto forte. Non ricordo quasi nulla della trama, ciò di cui parlo sono sensazioni fortissime che, a distanza di trentacinque anni, mi sono rimaste addosso. Ecco, mi piacerebbe rileggere La metamorfosi, o anche Il castello e Il processo.

Molto tempo fa hai scritto un libro, Il meraviglioso tubetto, a cui non hai mai dato seguito. Molti altri tuoi colleghi sono approdati in libreria con i libri più diversi. Che opinione hai del fenomeno?

Di tutti, Emidio Clementi è lo scrittore. Si vede dal suo percorso che è diventato uno scrittore e forse lo è sempre stato, anche perché non è un cantante. Comunque non credo che scrivere testi sia uno sport di serie B. Io, Cristiano Godano, Cristina Donà, Francesco Bianconi non facciamo uno sport minore. Scrivere testi, anzi, è difficilissimo. Io mi ritengo uno scrittore, sappilo (ride, nda). Scrivo testi. Quei libri, a partire dal mio, che era una raccolta di scritti e racconti giovanili, erano un po’ un’operazione di marketing, ma ti posso dire che io l’ho fatto perché volevo legittimare in quel modo il nostro essere scrittori. Non ho e non avevo velleità di altro tipo, non devo scrivere un romanzo. Cioè, mi piacerebbe un giorno farlo, ma non mi sento obbligato.

Invidi qualcosa agli scrittori e al loro modo di lavorare?

Invidio la pazienza di chi compie un lavoro in un arco di tempo molto lungo e ampio. Invidio le geometrie, gli impianti dei romanzi. Sono cose, però, per le quali devi essere tagliato. Io con gli ultimi due album degli Afterhours ho cercato di rifarmi a quel tipo di struttura lì, ma resto troppo istintuale, la musica continua a servirmi per buttare fuori delle tossine al momento. Perciò la capacità di sedersi, avere pazienza e lasciar maturare del materiale la invidio.

Ti è capitato di scrivere canzoni influenzato dalla lettura di un libro?

Canzoni in particolare no. Non ho questa mania tutta italiana di fare dei riferimenti letterari nelle canzoni, che trovo un po’ codarda. Però indubbiamente i libri letti mi hanno influenzato. Per esempio, Furore di John Steinbeck è stato importante per Padania, per aiutarmi a scrivere qualcosa che avesse anche una connotazione geografica, che avesse una sorta di occhio esterno. Un altro libro che mi ha influenzato è stato La strada per Los Angeles di John Fante, prima ancora che Chiedi alla polvere.

I tuoi testi sono stati spesso associati alla scrittura di Burroughs e alla tecnica del cut-up. Che rapporto hai con Burroughs?

Lo amo. Amo Il pasto nudo. La beat generation l’ho vissuta da adolescente ma non la rinnego affatto. Di tutti, Burroughs era il più terroristico e mi ha ispirato davvero molto. Per me e per il mio percorso è stato un rivoluzionario che ha cambiato la mia visione delle cose. Gli devo tantissimo.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Se non ti dispiace sceglierei anche delle raccolte di racconti. Quindi dico Gara di resistenza di Emidio Clementi, la sua prima raccolta, molto semplice ma molto potente. Come romanzo Roderick Duddle di Michele Mari. E poi Cattedrale di Raymond Carver. A proposito di Carver, ritengo che sia molto più forte come narratore che come poeta, al contrario di Bukowski, del quale invece apprezzo molto di più le poesie che i racconti.

C’è uno scrittore con cui non sei mai riuscito ad entrare in sintonia?

Pennac. Sarà un mostro di tecnica, anche geniale, ma ho letto diversi suoi romanzi e non sono mai riuscito ad entrarci in sintonia. È un problema mio.

Quali sono i libri che hanno raccontato Milano nel modo migliore?

I milanesi ammazzano al sabato di Scerbanenco e i romanzi di quel periodo che hanno raccontato una Milano che non esiste più. Ma forse è una risposta un po’ banale. Altrimenti ti dico Daisy Miller di Henry James che, nonostante racconti di alcuni americani emigrati a Roma e sia stato scritto cento anni prima, mi ha sempre fatto pensare ai milanesi degli anni Ottanta e Novanta.

Un romanzo che ti ha scosso più di altri?

Libertà di Jonathan Franzen, che credo sia uno dei più grandi scrittori viventi. Mi ritrovo molto in lui, anche per certe prese di posizione rispetto a temi come internet o la comunicazione. Credo ci sia un sacco di romanticismo in Franzen, niente di sdolcinato naturalmente, ma un romanticismo asciutto, che non è cinismo né nichilismo, proprio quello di cui abbiamo bisogno nella nostra epoca. Un altro scrittore che mi ha scosso e che ritengo un gigante è David Foster Wallace. Tra i suoi libri ti direi sicuramente Infinite Jest, ma anche Questa è l’acqua, che mi sta prendendo molto in questo periodo con la sua potenza molto vicina alla poesia. Wallace non aveva paura di essere libero e anche violento, senza mai essere splatter. Mi ricorda molto i romanzieri russi, che non avevano paura di essere pesanti, con i contenuti prima che con il linguaggio.

Un romanzo che parla di rock’n’roll?

Di solito rifiuto di leggere romanzi che parlano di rock. Infatti, nonostante ami Michele Mari, non ho letto Rosso Floyd, il suo romanzo sui Pink Floyd, che anche la mia compagna mi ha suggerito di leggere. Ho paura che, romanzato, il percorso di un artista, che magari conosco già molto bene, invece che potenziato finisca per essere ai miei occhi indebolito. D’altro canto, ho letto molte biografie che mi sono piaciute molto. Per esempio, Up-Tight, la biografia dei Velvet Underground, e l’autobiografia di Frank Zappa scritta insieme a Peter Occhiogrosso.

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La nuova letteratura iraniana https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-nuova-letteratura-iraniana/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-nuova-letteratura-iraniana/#comments Tue, 09 Feb 2016 13:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29887 Questo pezzo è uscito su pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l'Iran e la comunità internazionale.

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Questo pezzo è uscito su pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

TEHERAN — Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l’Iran e la comunità internazionale.

Sabato 17 gennaio l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha certificato che il governo di Hassan Rohani ha rispettato gli impegni sul programma nucleare assunti lo scorso luglio con il gruppo dei 5+1 (Usa, Cina, Francia, Germania, Russia e Regno Unito). L’Iran è un interlocutore affidabile, ha dichiarato il direttore generale dell’Agenzia, Yukya Amano. Subito dopo, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno cominciato a eliminare le sanzioni che gravano da anni sull’economia iraniana. Per la Repubblica islamica, ha sostenuto il presidente Rohani, si «apre un nuovo capitolo». A beneficiarne, sperano in molti, saranno anche gli scambi culturali.

«Oggi le relazioni culturali tra l’Iran e gli altri paesi non sono buone come vorremmo. Ma siamo sicuri che quando miglioreranno i rapporti diplomatici ne beneficeranno anche quelli culturali», racconta a pagina99 Davoud Moussaei, l’editore di Farangh Moaser, una casa editrice specializzata nella pubblicistica accademica e nella narrativa e saggistica francese. «Per ora», prosegue, gli editori stranieri mostrano scarso interesse verso l’Iran. È un vero peccato».

Farzaneh Doosti ha pensato di rimediare, insieme ad alcuni amici e colleghi. È la principale animatrice de “La nuova generazione degli scrittori persiani” (The New Generation of Persian Writers), «un gruppo di narratori senza peli sulla lingua, che amano la letteratura e si interrogano sulla propria identità», spiega a pagina99. Creata all’inizio dello scorso anno, “battezzata” alla Fiera internazionale del libro di Teheran (6-16 maggio 2015), l’associazione ha un obiettivo ambizioso: «far conoscere la letteratura persiana all’estero. Dopo decenni di isolamento e chiusure forzate, di stereotipi e percezioni errate, non è facile. Ma siamo giovani e convinti di ciò che facciamo».

Tra i sei autori che fanno parte de “La nuova generazione” c’è Mohammed Tolouei. Nato nel 1979 a Rasht, nell’Iran settentrionale, sulla costa del Mar Caspio, sguardo sveglio e pose da scrittore già navigato, alle spalle studi di cinema e drammaturgia, Tolouei è autore di sceneggiature, racconti e romanzi. L’ultimo è Anatomia della depressione, e «verrà pubblicata prima in Italia, da Feltrinelli, e poi in Iran», racconta a pagina99. L’autore sa che nel nostro panorama editoriale il libro verrà accolto come una «specie esotica». Nonostante tutti gli sforzi, «la letteratura iraniana è pressoché sconosciuta agli italiani. Su questo, dobbiamo lavorare sodo. Ma la nostra generazione può riuscire nell’impresa».

Per farlo, Tolouei e i suoi colleghi ragionano, e scrivono, seguendo un’ottica globale. «Gli scrittori che ci hanno preceduto producevano letteratura “europea”. Influenzati dalla contrapposizione tra est e ovest, tra destra e sinistra, subivano una fascinazione quasi esclusiva per l’estetica di matrice francese», spiega. «Oggi invece guardiamo con interesse alla produzione culturale anglosassone. Il nostro sguardo è pienamente globale». Non si tratta di assecondare le aspettative del pubblico internazionale, né di abdicare alle proprie specificità, prosegue Tolouei. «Siamo influenzati da un’estetica internazionale che vale in Germania quanto in Italia, negli Stati Uniti come in Iran. Attingiamo a fonti comuni – riviste come il New Yorker e scrittori letti in tutto il mondo – ma ne siamo consapevoli».

Farzaneh Doosti sembra avere le idee ancora più chiare: «Dall’inizio degli anni Novanta la nostra società è stata investita da un processo di commercializzazione, siamo diventati oggetto e soggetto di consumo. Tutto questo ha avuto un riflesso in ambito letterario. Ci sono scrittori che vendono prodotti precotti, pensati e confezionati per il mercato estero. Noi conosciamo i rischi, ed evitiamo le scorciatoie». Un esempio? «Se scrivessi dell’amore che provo per mia madre, gli europei non se ne accorgerebbero. Se scrivessi che mia madre è morta nella prigione di Evin (la famigerata prigione “politica” di Teheran, ndr), riceverei recensioni entusiaste».

È la trappola degli stereotipi. L’Iran come il paese degli ayatollah, dei pasdaran, del fondamentalismo, della repressione governativa e delle donne sottomesse o ribelli. «Ne abbiamo davvero abbastanza di tutto questo», aggiunge Amirhossein Yazdanbod, un altro autore de “La nuova generazione”. Nato nel 1977 a Teheran, con Ritratto di un uomo incompleto, la sua prima raccolta di racconti, Yazdanbod si è aggiudicato importanti premi letterari, tra cui il Golshiri, una sorta di premio Strega. Nel suo ultimo romanzo, Balbuzie, ambientato tra Iran, Azerbaijan e Afghanistan, si interroga «sulle responsabilità e sulle interferenze dei paesi stranieri, sulle barriere create dall’ignoranza e dall’incomprensione reciproca». Un problema che vale nel rapporto tra l’Iran e l’Occidente, ma che riguarda anche l’ambito domestico. «Uno dei problemi del nostro paese è l’incomprensione tra generazioni. Tra padri e figli non ci capiamo. Oggi ancora meno di prima. Da qui nasce una sorta di circolarità. Anche in politica vige un continuo alternarsi tra ‘riformisti’ e ‘conservatori’, senza che ciò produca sviluppi politici significativi», precisa Yazdanbod.

L’autore di Balbuzie non si fa troppe illusioni. Sa che i tempi per il ritorno alla normalità saranno lunghi. E che le diffidenze reciproche sono dure a morire. Per il suo collega Tolouei il rapporto tra Iran e Occidente va letto in un’ottica più ampia: «È una questione sociale e culturale, prima ancora che politica. Il problema non è il nucleare, ma il rispetto reciproco. Gli europei non capiscono quanto sia importante per noi». Per molti iraniani, la  fine delle sanzioni è il primo segno di rispetto verso l’Iran, paese osteggiato e isolato dalla comunità internazionale.

Più scettico, in particolare sul “nuovo corso” di Hassan Rohani, il presidente che è riuscito a tirar fuori l’Iran dal vicolo cieco in cui l’aveva cacciato Ahmadinejad, è un altro giovane scrittore, Shahriar Vaghfipour. «Nei paesi come il nostro, spesso le aperture all’esterno si sono tradotte in forti chiusure interne. È troppo presto per giudicare cosa porterà l’accordo sul nucleare. Quel che è certo, ora, è che al governo c’è gente che non concederà niente, a meno che non sia costretta». Capelli lunghi da musicista rock, una casa zeppa di libri e mozziconi di sigarette avidamente consumate, un lavello su cui si ammucchiano piatti e bicchieri, Vaghfipour incarna con orgoglio il ruolo di “scrittore-contro”: «Agli occhi del pubblico e del governo sono immorale, troppo occidentalizzato. Scrivo di sesso, droga, contro-cultura, temi orribili per il regime. Ma me ne frego».

Nel 2005 Vaghfipour, che è anche autore di saggi su Lacan, ha pubblicato Il libro della dipendenza. Un romanzo che «ha fatto scandalo». «Basato su un’estetica surrealista, raccontavo un piano governativo per far fuori i tossicodipendenti, armando criminali e tossici. Prima è stato pubblicato, poi bandito. Ora c’è chi vorrebbe ripubblicarlo, ma al ministero dicono che non si può». I criteri dei censori sono imprevedibili, arbitrari. «Alcuni miei libri sono fermi al ministero da anni. Paradossalmente, dopo appena un anno è stata autorizzato Dopo l’inferno, una raccolta di poesie sull’amore in uno Stato totalitario». Gli stili della gelosia, l’ultimo libro di racconti, ha subito un bel repulisti. Il titolo modificato, la copertina parzialmente coperta da un adesivo che copre un’immagine giudicata troppo audace, interi racconti finiti nel cestino. «Hanno tagliato i contenuti più “politici”, come la storia su un colpo di stato dell’opposizione, e i brani sulle donne che fanno sesso fuori dal matrimonio. A Teheran si fa, ma non si può raccontare». Difficile prevedere la sorte del romanzo terminato pochi mesi fa, Stagione infernale sulla Highway 61. Già a partire dal tit0lo — un omaggio a Bob Dylan — Vaghfipour rivendica la contaminazione come cifra stilistica. «La struttura è frammentaria, ma nasconde una totalità di senso, come in John Fante», spiega a pagina99.

Quanto alla trama, «potrei dire che è un romanzo criminale kafkiano. Una rapina in banca che finisce male, uno scrittore-padre che scompare, una guerra spietata tra uomini e cani, dove i cani, armati dagli americani, sono simili ai fondamentalisti dello Stato islamico». In attesa dell’autorizzazione, il libro giace su qualche scrivania dell’Ershad, il ministero della Cultura e dell’orientamento islamico. Con l’accordo sul nucleare, l’Iran si è aperto al mondo esterno. Ma all’interno censure e ostacoli sono ancora in piedi. «Anche se passa il vaglio, lo sforbiciano di sicuro», nota Vaghfipour prima di accendersi una sigaretta.

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A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

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La vita è una partita a flipper https://minimaetmoralia.it/libri/la-linea-di-fondo-claudio-grattacaso/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-linea-di-fondo-claudio-grattacaso/#comments Wed, 02 Apr 2014 09:41:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19719 Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera.

I fallimenti umani sono una sorgente sacra per la letteratura. Tra le parabole di vite stroncate, i campioni sportivi che hanno rinunciato alla gloria formano una mirabile squadra a cui va aggiunto, da oggi, il talento sprecato di José Pagliara. Con la tipica struggente malinconia della promessa non mantenuta del calcio – per colpa di un fallaccio che spegne la sua carriera – José è il protagonista dell’esordio narrativo di Claudio Grattacaso, La linea di fondo, pubblicato da Nutrimenti. Per ventisette anni, José ha covato rabbia e nutrito il rancore contro il suo «carnefice» e ora la sua vita è insabbiata. La moglie, Barbara, è malata, vittima di ossessioni che la tengono in uno stato quasi vegetativo, la figlia ventenne, Irene, comunica col padre solo con gli sms ed è inevitabile che il protagonista conduca un’esistenza consacrata all’amarezza, a sfogliare fotografie sbiadite con uno solo desiderio: «tornarmene indietro nel tempo». Il gorgo delle riflessioni, le piaghe aperte dei rimpianti e il rimuginare sulle colpe sono oltretutto attività apparentemente vane: «la condizione di un naufrago – scrive Grattacaso – non cambia se scopre le cause che hanno fatto andare a picco la nave».

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera.

I fallimenti umani sono una sorgente sacra per la letteratura. Tra le parabole di vite stroncate, i campioni sportivi che hanno rinunciato alla gloria formano una mirabile squadra a cui va aggiunto, da oggi, il talento sprecato di José Pagliara. Con la tipica struggente malinconia della promessa non mantenuta del calcio – per colpa di un fallaccio che spegne la sua carriera – José è il protagonista dell’esordio narrativo di Claudio Grattacaso, La linea di fondo, pubblicato da Nutrimenti. Per ventisette anni, José ha covato rabbia e nutrito il rancore contro il suo «carnefice» e ora la sua vita è insabbiata. La moglie, Barbara, è malata, vittima di ossessioni che la tengono in uno stato quasi vegetativo, la figlia ventenne, Irene, comunica col padre solo con gli sms ed è inevitabile che il protagonista conduca un’esistenza consacrata all’amarezza, a sfogliare fotografie sbiadite con uno solo desiderio: «tornarmene indietro nel tempo». Il gorgo delle riflessioni, le piaghe aperte dei rimpianti e il rimuginare sulle colpe sono oltretutto attività apparentemente vane: «la condizione di un naufrago – scrive Grattacaso – non cambia se scopre le cause che hanno fatto andare a picco la nave».

Il romanzo procede per piani temporali diversi perfettamente intrecciati tra loro, in modo che al presente si sovrappongano epoche lontane  – il primo incontro con il sorriso della moglie, una fatale partita di calcio dell’adolescenza, l’esordio professionistico, il suo ultimo giorno da giocatore – in un vortice in cui il tempo non ha più profondità, esattamente come quello in cui si tormenta José. Le scoperte del lettore avvengono insieme alle sue, dato che serve un’esistenza intera per individuare gli errori del passato e gli eventuali rimedi. Presto, si viene a sapere che più dell’infortunio alla gamba, è stato il coinvolgimento della sua squadra nel calcio scommesse ad aver infranto i suoi sogni.

Gli astri sconfitti dello sport raccontati dalla letteratura sono sempre anime romantiche, integerrimi idealisti con cui il destino ama accanirsi avvelenandoli con compromessi e corruzione. José Pagliara è un sognatore come lo era la più grande promessa mancina del baseball americano raccontata da John Fante in 1933. Un anno terribile («sognatori,  eravamo una casa piena di sognatori», dice Dominic Molise, che prevede il futuro: «io ero un grande giocatore di baseball e avrei fallito»); o come Roy Hobbes, il protagonista di Il migliore di Bernard Malamud, che nonostante un dono atletico ricevuto dal cielo rinunciò ai riflettori per colpa di una donna («“Hai letto della mia crisi”, le chiese, sentendo una stretta alla gola nel pronunciare quella parola»).

Ma quale crimine deve espiare José detto Freccia? A questa domanda, posta dalla moglie nel 1987, saprà formulare una risposta solo nel 2011:  «adesso so quale crimine dobbiamo espiare: credere di saper vivere. Pensare che tutto dipenda da noi, che le nostre azioni siano così incisive da poter sempre influenzare il corso degli eventi».

Claudio Grattacaso ha scritto un libro sul destino, sull’impossibilità di essere fino in fondo protagonisti della vita e non è un caso che appena può, il suo eroe si dedica a giocare a flipper in un bar, perché proprio con la pallina del flipper deve identificarsi: sbattuto da eventi che non sa governare, sospinto dalle mani della sorte. Presa coscienza delle proprie colpe, della disattenzione, degli egoismi, della mancanza di manutenzione degli affetti più cari, all’orizzonte si disegna un pallido sole capace forse di rimettere tutto in moto e di tirare fuori dalla sabbia tutti i personaggi di questo romanzo, incapaci di agire.

«Da qualche parte, in un tempo remoto, abbiamo firmato un patto con la sorte, per ogni istante di felicità una bella disgrazia su misura, così tutto finisce in pareggio». Sembra che anche la partita della vita debba terminare con un pareggio, a osservare inermi la palla correre via oltre la linea di fondo, ma quando il libro si chiude ci sono segni che dicono che a José sarà concesso ancora del tempo di recupero. L’esordio di Claudio Grattacaso è convincente, la scrittura è tersa e senza cedimenti, le atmosfere sono architettate in modo rigoroso, e la costruzione della vicenda è articolata con una insolita sapienza romanzesca. È davvero raro che la mano vigile di Grattacaso scivoli e lasci sulla pagina frasi come «dalla persiana filtrano lame di luce polverosa», e comunque, non è mica da questi particolari che si giudica uno scrittore.

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#onebook https://minimaetmoralia.it/letteratura/onebook/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/onebook/#comments Tue, 21 Jan 2014 22:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17735 La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c'era. Non c'era La Vie de Marianne, ma non c'era nemmeno Il trionfo dell'amore, che è un libro che quando l'ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c'era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c'è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

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(Fonte immagine)

La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c’era. Non c’era La Vie de Marianne, ma non c’era nemmeno Il trionfo dell’amore, che è un libro che quando l’ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c’era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c’è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

Qualche anno fa il Club del Libro Norvegese (quello che decide a chi dare il Premio Nobel) ha chiesto a cento scrittori famosi di segnalare i loro dieci libri preferiti per poi fare una lista dei cento libri migliori di ogni tempo. Per ripetere l’esperimento a modo mio venerdì scorso ho chiesto su Facebook e su Twitter di segnalare un solo libro preferito.

L’ho chiesto su Facebook e su Twitter, perché non è sempre vero che i social network siano postacci. I social network certe volte sono postacci, altre volte sono bei posti pieni di gente che legge, e che legge bei libri. Dipende dalla gente che frequenti. Per esempio, quando venerdì ho chiesto di scrivere un libro, che fosse un libro soltanto, un libro preferito, hanno scritto (quasi) tutti dei libri bellissimi. Il più preferito degli altri è stato Rayuela Il gioco del mondo di Cortazar, che l’hanno scelto in sette, e se non l’avete letto dovreste leggerlo subito. Poi c’erano sei volte Cime tempestose di Emily Bronte, La strada di Cormac McCarthy e Lolita di Nabokov.

Cinque: Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, Infinite Jest di David Foster Wallace, Le onde di Virginia Woolf. Quattro: Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, L’idiota di Fëdor Dostoevskij, Chiedi alla polvere di John Fante, Una questione privata di Beppe Fenoglio, Trilogia della città di K. di Agota Kristof, Il giovane Holden di J.D. Salinger, Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Tre: La vita agra di Luciano Bianciardi, I detective selvaggi di Roberto Bolaño, Le città invisibili di Italo Calvino, La peste di Albert Camus, Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, Delitto e castigo e I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, Moby Dick di Herman Melville, 1984 di George Orwell, Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, Pastorale americana di Philip Roth, Testimone a Gezi Park di Luca Tincalla, Anna Karenina di Lev Tolstoj.

Due volte ce n’erano un sacco (la lista completa è in fondo al pezzo). Era tutta una roba virtuale, però si respirava l’aria che si dovrebbe respirare dentro le librerie e nelle scuole. Meglio: si parlava di libri che dovrebbero essere nelle librerie e nelle scuole. E certe volte, in certe librerie, in certe scuole, se ne parla, altre volte no. Allora ho pensato: se dieci professori di liceo di dieci città diverse o anche della stessa città, per una di quelle coincidenze che ogni tanto capitano, senza sapere niente l’uno dell’altro, chiedessero a classi mettiamo di venticinque studenti di comprare Marivaux per leggerlo e discuterne. E se questi duecentocinquanta studenti andassero da Feltrinelli (Feltrinelli diverse, in città diverse) a cercarlo. E i commessi di Feltrinelli si ritrovassero con duecentocinquanta richieste in un solo giorno di Marivaux che però è scomparso anche dai magazzini. Ecco, ho pensato: che cosa succederebbe?

Il trionfo dell’amore di Marivaux non è tra i libri preferiti di nessuno di quelli a cui ho chiesto. Però io penso sempre che qualcuno lo preferisce. Lo preferisce a certi best-seller che li provi a leggere per capire perché vendono tanto e poi finisci che li bruci nel camino (mi è capitato). Marivaux lo leggi e non lo bruceresti mai. Anzi, lo leggi e lo regali a quelli a cui vuoi bene.

I libri segnano la nostra vita sentimentale. E in più di una maniera. A casa mia, per esempio, per dirci le cose di sentimento ci scambiamo i libri. Sarebbe bello che queste cose di sentimento ce le dicessimo pure a voce, o anche scritte nelle lettere (ogni tanto mia madre lo fa, scrive delle lettere a me e mia sorella piene di sentimento, di questo le sono grata e ogni tanto lo faccio anch’io), ma siamo abituati così: le cose di sentimento le troviamo scritte sui libri e ce le spediamo. Abitando in città e continenti diversi questi nostri libri così hanno girato mezzo mondo. Secondo la mia visione delle cose sono dei libri felici. Poi ci sono i libri sentimentali dei fidanzati, degli amici, delle persone che mi piacciono. I libri belli li regalo alle persone a cui voglio bene. Non per sedurle, ma per affetto. Alcuni dei miei libri preferiti me li ha consigliati indirettamente Bob Dylan, che è una delle mie persone preferite, e da ragazzo (lo so dalle biografie) amava molto La dea bianca di Robert Graves e L’anima buona del Sezuan di Brecht. Se non li avete letti dovreste leggerli entrambi. Dovreste leggere anche il mio preferito, Don Chisciotte. Che è una storia d’amore e di libri, le due ragioni per cui sono qui che scrivo questa cosa.

E adesso una lista, per punteggio e in ordine d’autore. Sono tutti i libri che amici e sconosciuti hanno scritto quando ho chiesto di scegliere un solo libro preferito. Sceglierne uno soltanto costringe a escluderne tanti, è vero, ma diventa una scelta sentimentale e mai di vanità. Di fatto di libri belli ne mancano e ne mancherebbero comunque tantissimi. Non c’è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, che racconta benissimo questa mia preoccupazione che non mi fa dormire. Non c’è Il trionfo dell’amore di Marivaux, che però nel frattempo è stato ristampato e speriamo che qualche editore illuminato traduca e pubblichi presto anche La Vie de Marianne. Non ci sono Il gioco del chiedere di Peter Handke e Trattato di funambolismo di Philippe Petit, che hanno contribuito a modo loro alla mia educazione sentimentale e sono due libri bellissimi. C’è in mezzo anche qualche libro bruttino e qualcuno proprio di merda (pochi per fortuna). Avrei amato cancellarli ma la censura non è mai una cosa bella. Bello sarebbe se dopo avere letto questa lista di libri ne sceglieste uno, a caso o a sentimento, e lo leggeste. Sarebbe bellissimo se ne leggeste più di uno, ma di questi tempi ce ne facciamo bastare uno. Suona abbastanza retorico ma lo scrivo comunque: leggere un libro è l’unico modo per non farlo scomparire.

La lista

sette preferenze

Rayuela. Il gioco del mondo di Julio Cortázar

sei preferenze

Cime tempestose di Emily Brontë

La strada di Cormac McCarthy

Lolita di Vladimir Nabokov

cinque preferenze

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald

Cent’anni di solitudine di Gabríel Gárcia Marquez

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust

Infinite Jest di David Foster Wallace

Le onde di Virginia Woolf

quattro preferenze

Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline

L’idiota di Fëdor Dostoevskij

Chiedi alla polvere di John Fante

Una questione privata di Beppe Fenoglio

Trilogia della città di K. di Agota Kristof

Il giovane Holden di J.D. Salinger

Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar

tre preferenze

La vita agra di Luciano Bianciardi

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Le città invisibili di Italo Calvino

La peste di Albert Camus

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald

Moby Dick di Herman Melville

1984 di George Orwell

Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa

Pastorale americana di Philip Roth

Testimone a Gezi Park di Luca Tincalla

Anna Karenina di Lev Tolstoj

due preferenze

2666 di Roberto Bolaño

Finzioni di Jorge L. Borges

Panino al prosciutto di Charles Bukowski

Un amore di Dino Buzzati

Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

La caduta di Albert Camus

L’avversario di Emmanuel Carrère

Underworld di Don DeLillo

La terra desolata di Thomas S. Eliot

American Tabloid di James Ellroy

Che tu sia per me il coltello di David Grossman

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

Racconti notturni di E.T.A. Hoffmann

Ulisse di James Joyce

Il castello di Franz Kafka

Mucho Mojo di Joe R. Lansdale

Il buio oltre la siepe di Harper Lee

I canti di Giacomo Leopardi

Martin Eden di Jack London

La montagna magica di Thomas Mann

Menzogna e sortilegio di Elsa Morante

Racconti di Alice Munro

La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig

La versione di Barney di Mordecai Richler

Il teatro di Sabbath di Philip Roth

L’arte della gioia di Goliarda Sapienza

Il vangelo secondo Gesù di José Saramago

Il profumo di Patrick Süskind

La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Revolutionary Road di Richard Yates

una preferenza

La Bibbia

I Ching. Il Libro dei Mutamenti

I Vangeli

Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams

Open di Andre Agassi

Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti

Il biglietto stellato di Vasilij Aksënov

Orti di guerra di Edoardo Albinati

Gabriella garofano e cannella di Jorge Amado

L’informazione di Martin Amis

Money di Martin Amis

Il racconto dell’ancella di ‪Margaret Atwood

Il taccuino rosso di Paul Auster

Trilogia di New York di Paul Auster

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach

Malina di Ingeborg Bachmann

Super-Cannes di J.G. Ballard

Le avventure di Augie March di Saul Bellow

Herzog di Saul Bellow

Il re della pioggia di Saul Bellow

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni

Terra! di Stefano Benni

Uscire da ogni inganno di Angelo Benolli

La cantina. Una via di scampo di Thomas Bernhard

Correzione di Thomas Bernhard

Il male oscuro di Giuseppe Berto

di Luther Blissett

Lettere dall’Africa (1914-1931) di Karen Blixen

Il Decamerone di Giovanni Boccaccio

Foto di gruppo con signora di Heinrich Böll

Correva l’anno del nostro amore di Caterina Bonvicini

Oral di Jorge L. Borges

Donne di Charles Bukowski

Pulp di Charles Bukowski

Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski

Come una bestia feroce di Edward Bunker

Dei miei sospiri estremi di Luis Buñuel

Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi

Il suono della mia voce di Ron Butlin

Il deserto dei tartari di Dino Buzzati

Le storie dipinte di Dino Buzzati

Mildred Pierce di James M. Cain

L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich

Il barone rampante di Italo Calvino

Lezioni americane di Italo Calvino

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

La vampa d’agosto di Andrea Camilleri

Lo straniero di Albert Camus

Autobiografia di un baro di Luca Canali

La lingua salvata. Storia di una giovinezza di Elias Canetti

A sangue freddo di Truman Capote

Sicilian Tragedi di Ottavio Cappellani

Parenti lontani di Gaetano Cappelli

Limonov di Emmanuel Carrère

Cattedrale di Raymond Carver

La ragazza di Bube di Carlo Cassola

Veronika decide di morire di Paulo Coelho

Vergogna di J.M. Coetzee

Cuore di tenebra di Joseph Conrad

La linea d’ombra di Joseph Conrad

Lord Jim di Joseph Conrad

Il canto delle sirene di Maria Corti

Le ore di Michael Cunningham

Il GGG di Roald Dahl

Il Monte Analogo di René Daumal

Il giorno dei morti di Maurizio De Giovanni

Robinson Crusoe di Daniel Defoe

Rumore bianco di Don DeLillo

Il torto del soldato di Erri De Luca

Un oscuro scrutare di Philip K. Dick

Tempo fuor di sesto di Philip K. Dick

Tutti i racconti di Philip K. Dick

Ubik di Philip K. Dick

L’uomo nell’alto castello di Philip K. Dick

Grandi speranze di Charles Dickens

Il nostro comune amico di Charles Dickens

Diglielo da parte mia di Joan Didion

La dama delle camelie di Alexandre Dumas

Occhi blu, capelli neri di Marguerite Duras

La vita materiale di Marguerite Duras

La promessa di Friedrich Dürrenmatt

Magic Kingdom di Stanley Elkin

American Psycho di Bret Easton Ellis

Glamorama di Bret Easton Ellis

Momo di Michael Ende

La simmetria dei desideri di Nevo Eshkol

Middlesex di Jeffrey Eugenides

Un uomo di Oriana Fallaci

Assalonne, Assalonne! di William Faulkner

Mentre morivo di William Faulkner

L’urlo e il furore di William Faulkner

La malora di Beppe Fenoglio

Madame Bovary di Gustave Flaubert

Lo stato delle cose di Richard Ford

Libertà di Jonathan Franzen

Homo faber di Max Frisch

L’amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini

La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda

American Gods di Neil Gaiman

Il corpo di Umberto Galimberti

Per dieci minuti di Chiara Gamberale

La vita davanti a sé di Romain Gary

I falsari di André Gide

Le affinità elettive di Johann Wolfgang Goethe

Vita e destino di Vasilji Grossman

La felicità araba di Shady Hamadi

La donna mancina di Peter Handke

La ripetizione di Peter Handke

Il danno di Josephine Hart

La parete di Marlen Haushofer

Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein

Krazy Kat di George Harriman

Creature grandi e piccole di James Herriot

Riddley Walker di Russell Hoban

La figlia dell’altra di A.M. Homes

Alta fedeltà di Nick Hornby

Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini

Le particelle elementari di Michel Houellebecq

La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq

Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare di Bohumil Hrabal

Ho servito il re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal

I miserabili di Victor Hugo

Quello che ho amato di Siri Hustvedt

Ricordi, sogni, riflessioni di Carl G. Jung

It di Stephen King

Mucchio d’ossa di Stephen King

Clessidra di Danilo Kiš

Princess Daisy di Judith Krantz

Ieri di Agota Kristof

L’altra parte. Un romanzo fantastico di Alfred Kubin

Hotel New Hampshire di John Irving

Le due zitelle di Tommaso Landolfi

Devozione di Antonella Lattanzi

Io ero l’Africa di Roberta Lepri

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Tutti i romanzi e i racconti di Howard P. Lovecraft

Il testamento francese di Andreï Makine

Il commesso di Bernard Malamud

Le vite di Dubin di Bernard Malamud

Le braci di Sándor Márai

Epistolario. Le lettere a John Middleton Murry 1913-1922 di Katherine Mansfield

Tutti i racconti di Katherine Mansfield

L’autunno del patriarca di Gabríel Gárcia Marquez

Io sono leggenda di Richard Mateson

Tutti i racconti di Richard Mateson

Meridiano di sangue Cormac McCarthy

Le mille luci di New York di Jay McInerney

Eureka Street di Robert McLiam Wilson

Winnie-the-Pooh di A.A. Milne

I ragazzi della via Pal di Ferenc Molnar

Aracoeli di Elsa Morante

Canti del caos di Antonio Moresco

La scimmia nuda di Desmond Morris

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Accabadora di Michela Murgia

Il giovane Törless di Robert Musil

Norwegian Wood. Tokyo Blues di Haruki Murakami

L’uccello che girava le viti del mondo di Haruki Murakami

Ada o ardore di Vladimir Nabokov

Suite francese di Irène Némirovsky

Diari di Anaïs Nin

A volte ritorno di John Niven

Odissea di Omero

Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese

Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese

Ricorda con rabbia di John Osborne

Le metamorfosi di Ovidio

Boccalone: storia vera piena di bugie di Enrico Palandri

Tanta vita di Alejandro Palomas

Tra donne sole di Cesare Pavese

Pedro Páramo di Juan Rulfo

Sillabari di Goffredo Parise

Respirazione artificiale di Ricardo Piglia

L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello

Buona Apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman

Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet

Praga magica di Angelo Maria Ripellino

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia di Giuseppe Rizzo

Il riposo del guerriero di Christiane Rochefort

L’opera poetica di Amelia Rosselli

Fuga senza fine. Una storia vera di Joseph Roth

L’animale morente di Philip Roth

Everyman di Philip Roth

Patrimonio di Philip Roth

Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato

Nove racconti di J.D. Salinger

Cecità di José Saramago

Storia dell’assedio di Lisbona di José Saramago

La zattera di pietra di José Saramago

La nausea di Jean-Paul Sartre

L’invenzione dei giovani di Jon Savage

Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt

Le botteghe color cannella di Bruno Schulz

Peanuts di Charles M. Schulz

La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia

Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr.

Macbeth di William Shakespeare

Frankenstein di Mary Shelley

Fontamara di Ignazio Silone

Il borgomastro di Furnes di Georges Simenon

La finestra di fronte di Georges Simenon

Tre camere a Manhattan di Georges Simenon

Zoo o lettere non d’amore di Viktor Sklovskij

La tristezza degli angeli di Jón Kalman Stefánsson

Autobiografia di tutti di Gertrude Stein

Furore di John Steinbeck

L’inverno del nostro scontento di John Steinbeck

Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne

Bone di Jeff Smith

I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

La coscienza di Zeno di Italo Svevo

Dio di illusioni di Donna Tartt

The White Hotel di D M Thomas

Guerra e pace di Lev Tolstoj

Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Una banda di idioti di John Kennedy Toole

Con totale abnegazione di Tristan Tzara

I principi demoni di Jack Vance

Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa

L’ombra e la grazia di Simone Weil

La casa della gioia di Edith Wharton

L’età dell’innocenza di Edith Wharton

Il potere del cane di Don Winslow

Cassandra di Christa Wolf

Il cielo diviso di Christa Wolf

Il fucile da caccia di Inoue Yasushi

L’amante di Abraham Yehoshua

Amrita di Banana Yoshimoto

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Baseball e letteratura americana https://minimaetmoralia.it/letteratura/baseball-e-letteratura-americana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/baseball-e-letteratura-americana/#comments Fri, 22 Mar 2013 09:57:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13709 Questo pezzo è uscito su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera.

Il baseball è il grande serbatoio della memoria americana. Incarna la devozione per il passato e insieme il sogno che la storia possa procedere a rilento, secondo processi immutabili. Il baseball, con la sua estetica sempre anacronistica, è per eccellenza lo sport dei cimeli, ed è per questo che la letteratura ne ha scoperto presto la natura romantica e malinconica. Ogni volta che uno scrittore vuole raccontare adolescenti sognatori, o riportare in vita un’epoca d’oro della società americana, nei romanzi appaiono epifanie bianche: palline sparate in cielo, palline bloccate nei guantoni, palline sospese in aria. Gli spalti si riempiono, i giocatori leggendari tornano in vita, le pagine si impregnano dell’aroma di senape degli hot dog e del ricordo di pomeriggi struggenti. Speranze collettive e desideri privati si fondono per la durata di un fuoricampo, di una partita intera, o di una stagione mitica che non tornerà più.

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Questo pezzo è uscito su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera.

Il baseball è il grande serbatoio della memoria americana. Incarna la devozione per il passato e insieme il sogno che la storia possa procedere a rilento, secondo processi immutabili. Il baseball, con la sua estetica sempre anacronistica, è per eccellenza lo sport dei cimeli, ed è per questo che la letteratura ne ha scoperto presto la natura romantica e malinconica. Ogni volta che uno scrittore vuole raccontare adolescenti sognatori, o riportare in vita un’epoca d’oro della società americana, nei romanzi appaiono epifanie bianche: palline sparate in cielo, palline bloccate nei guantoni, palline sospese in aria. Gli spalti si riempiono, i giocatori leggendari tornano in vita, le pagine si impregnano dell’aroma di senape degli hot dog e del ricordo di pomeriggi struggenti. Speranze collettive e desideri privati si fondono per la durata di un fuoricampo, di una partita intera, o di una stagione mitica che non tornerà più.

Sarà che la passione per il baseball si tramanda di padre in figlio, ma in questi romanzi i padri sono figure cruciali. Gli aneddoti sui campioni, le regole e le statistiche si imparano come cantilene. Trofei e sconfitte formano un immaginario emotivo che passa dalla speranza incontenibile a delusioni che durano una vita intera. Che i protagonisti siano adolescenti lentigginosi o squadre intere, il baseball letterario racconta sempre storie di fedeltà e purezza. Non è un caso che il campo da gioco abbia la forma inscalfibile del diamante.

Fante

Dom Molise, orecchie a sventola e denti storti, è il mancino più promettente d’America. Nasce in una famiglia di sognatori, in un luogo freddo, accanto alle Montagne Rocciose. «Un paese pessimo per un giocatore di baseball, specialmente per un lanciatore che non toccava palla da ottobre. Ma Il Braccio mi dava la forza di andare avanti». Il suo braccio sinistro è Il Braccio, e Dom si rivolge a lui perché è la sorgente della sua unica speranza: diventare un fenomeno del baseball in California. Nel romanzo di John Fante, 1933. Un anno terribile (Einaudi) essere un grande lanciatore è la sola via di redenzione: «Braccio forte e fedele, parlami con dolcezza. Parlami del futuro, della folla osannate, il lancio che vola al limite dell’irregolarità, i battitori che si molleggiano sulle ginocchia, dimmi che fama fortuna e vittoria ci apparterranno».

Italiano d’origine, il padre vuole che il figlio lavori con lui con la betoniera. Dom sa di avere un altro talento: «Ma quale talento? –ripeté. Avrei voluto essere sincero, ma non ce la facevo a dire baseball».

È difficile coltivare la speranza, se la tristezza copre il paesaggio fino al disgelo. Dom si innamora di Dorothy Parrish, una ragazza con occhi grandi, caldi e grigi. Quando è sul punto di scoraggiarsi, qualcosa lo rianima: «Poi mi ricordai chi ero – non uno smidollato di un barbone, ma Il Braccio, quello che può farcela, quello ce la farà, non il ragazzetto incerto, ma l’uomo dalle palle a effetto, dalla presa forte, Mister Hall of Fame».

Il segreto di un grande lanciatore è il desiderio, insegna Fante. E Don lo possiede.

Kinsella

Seduto nella veranda della sua fattoria, Ray sente una voce: «Se lo costruisci, lui verrà». La voce gli sta dicendo di costruire un campo da baseball nella distesa di granturco davanti casa. Quando il campo sarà pronto, arriverà Shoeless Joe, fuoriclasse del baseball morto nel 1951. La moglie lo ama e lo sostiene: «Se ti rende felice, fallo».

Il romanzo più miracoloso sul baseball è Shoeless Joe di W. P. Kinsella (edito da 66thand2nd). Il baseball è restituito nella sua anima nostalgica e leggendaria. Il padre, prima che Ray nascesse, leggeva le statistiche al pancione della moglie. Ora Ray, costruito il campo, si mette in attesa. Arriverà Joe Shoeless e altre vecchie celebrità.

A volte, giocatori e tifosi appaiono perdenti, gregari, e il baseball si mostra come lo sport delle occasioni mancate, dei campioni bruciati come meteore.

La voce parla di nuovo. Ray va in New Hampshire, da J.D.Salinger e lo condurrà al suo campo. Quando i giocatori (e Salinger) entrano, lo stadio si anima, le mazze luccicano, le palle lasciano la scia. Ecco la grande partita: «Il lanciatore tira e Moonlight liscia una palla liftata: strike! Quando lancia di nuovo, Moonlight fa scattare la mazza in avanti e la palla schizza in alto verso il centro destra del campo». Ogni partita è una cerimonia, la preghiera di Ray viene esaudita. Una notte dolciastra, compare suo padre. I due giocano insieme. Il baseball è il paradiso in terra. Tutte le volte che i riflettori si spengono la magia svanisce e il mito resta.

Malamud

«Vide la palla partire roteando dalla punta delle dita di Roy: gli fece venire in mente un piccione bianco che aveva da ragazzo e che faceva volare gettandolo in aria. La palla filava verso di lui e ne distingueva perfettamente la forma da uccello e le bianche ali che sbattevano, finché all’improvviso non gli scomparve da sotto gli occhi. Sentì ai propri piedi un rumore simile all’esplosione di un petardo, e Sam era lì con la palla nel guantone». Nel 1952 Bernard Malamud pubblica Il migliore (minimum fax), romanzo sul baseball con uno stile virtuoso, ricchissimo, sempre metaforico. Le palle «scivolano», «scintillano», «fumano» o «si impennano» e non vengono mai semplicemente “prese” ma solo «catturate» o «artigliate». I colpi sono «spietati», le partite sono «battaglie». I giocatori si aggirano «attorno alle basi come un battello a vapore del Mississipi, luci accese, bandiere al vento, fischio a pieno ritmo, tornando al punto di partenza».

Il protagonista, Roy Hobbes, insegue la lealtà, rimugina molto e ha le caratteristiche per diventare il più grande campione di sempre. Ma per Malamud il baseball è frustrazione, tormento, destino avverso. Una donna gli spara quando è ancora giovane e i suoi anni migliori sono persi. Quindici anni dopo, rindossa la casacca, può entrare nella storia. La partita cruciale occupa le ultime trenta pagine. Roy deve salvare la squadra: «La cosa più importante che gli fosse mai toccato di fare in vita sua». Ma il sole cala, il destino atterra l’eroe. Ray è un perenne sconfitto, Malamud uno scrittore portentoso.

Auster

Il padre di Miles Heller era il miglior lanciatore della squadra della scuola. Durante una partita, una palla violentissima lo colpisce. Carriera finita. Il padre non racconta mai a Miles quest’episodio, ma torna spesso sull’infortunio identico che capitò ad un campione. Paul Auster, in Sunset Park (Einaudi), presenta il baseball come l’emblema dell’eredità che si passa di padre in figlio. Anche Miles si appassiona: «Quella del lanciatore era la sua posizione ideale. Solitudine e forza, concentrazione e volontà, il lupo solitario ritto in mezzo al diamante, che assume su se stesso tutto il peso del gioco. Ai tempi erano tutte palle veloci e changeup, due lanci e un interminabile lavoro sul modo di lanciare, il movimento fluido, la frustata del braccio avanti ogni volta con la stessa angolazione, la gamba destra raccolta in alto che spinge fuori dal rubber fino al momento del rilascio». Ma quando Miles uccide “involontariamente” il fratellastro, rinuncerà al baseball. Si punisce privandosi di ciò a cui tiene di più. Però, a sua volta, trasmetterà al figlio gli insegnamenti paterni.

La visione di Auster purtroppo non manca di retorica: «Il baseball è un universo grande come la vita stessa e perciò nel suo ambito ricadono tutte le cose della vita, buone o cattive, tragiche o comiche».

DeLillo

È il fuoricampo di una cruciale partita di baseball tra Giants e Dodgers il detonatore di uno dei romanzi più importanti della letteratura americana degli ultimi cinquant’anni: Underworld di Don DeLillo (Einaudi). Le ottocentoottanta pagine attraversano cinquant’anni di storia seguendo le vicende di una pallina da baseball. Per DeLillo il baseball è il nucleo attorno a cui si aggrega un sentimento indefinibile: l’America. È il 1951, a New York. Sugli spalti ci sono tutti. Venditori di noccioline, J.Edgar Hoover e piccoli tifosi tra cui il giovane Cotter. «Thompson ruota su se stesso e colpisce la palla con un colpo fortissimo dall’alto in basso, e tutti, tutti stanno a guardare (…) La gente si chiede dov’è la palla. Un ritardo leggerissimo, il tempo che si ferma, una pausa che dura una frazione di secondo. E Cotter in piedi nella sezione 35 guarda la palla che viene nella sua direzione. Resta folgorato. Perde di vista la palla quando oltrepassa le prime gradinate e pensa che atterrerà nella tribuna superiore. Ma prima che riesca a sorridere o a gridare o a dare una botta sul braccio del vicino. Prima che il momento possa travolgerlo, la palla ricompare, con le cuciture che roteano visibilmente tanto è vicina, e rimbalza di sbieco sul pilone – mani che balenano dappertutto». I Giants vincono il campionato. Cotter ha la palla. Ciò a cui gli americani hanno assistito «li unirà in un modo raro, li legherà a un ricordo dotato di una forza protettiva». Il baseball è il collante della società americana. È un mito fondativo: «Questa è la storia della gente», dice DeLillo.

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